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25 maggio 2009

La polemica su Stalin nel quotidiano "Liberazione"

 Ci ha molto amareggiato leggere ieri sulle pagine di "Liberazione" la recensione a un volume che definisce fin dal titolo come "leggenda nera" gran parte della storiografia esistente sulla vicenda storica e politica di Stalin. Recensione che si apre con l'apprezzamento del carattere «controcorrente», di opposizione al «senso comune» che renderebbe il volume capace di far «pensare». Recensione, poi, che quando passa ad assumere vesti "critiche" nei confronti del testo trattato, lo fa nella forma di "dubbi" del tenore seguente: «Può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario tanto vasto...?». Come a dire d'un problema quantitativo, piuttosto che di sistema.
Di fronte ai milioni di morti che il sistema dei campi staliniani, la staliniana direzione della "pianificazione socialista" e la pratica staliniana delle purghe omicide degli stessi quadri rivoluzionari hanno lasciato dietro di sé, nella memoria collettiva del mondo intero e della cultura di sinistra in particolare, riteniamo che non ci sia nulla da aggiungere: non c'è interpretazione storica che tenga, piccoli o grandi tentativi revisionisti o negazionisti non possono riguardare la figura di un dittatore feroce e brutale. Oppure, viene da chiedersi, a quando una pagina intera di pubblicità gratuita, sotto veste di recensione "equilibrata", a testi di "rilettura", magari, delle gesta di Ceausescu o di Pol Pot?
Insomma: possiamo serenamente considerare chiuso il confronto su queste tragedie o dobbiamo davvero subirne "revisioni" addirittura apologetiche?
Se questo è ancora considerato da qualcuno come "il campo" della sinistra, o "dei comunisti", ci spiace: non ci stiamo. Queste vicende terrificanti e chi se ne è fatto interprete e animatore nel corso della Storia non possono appartenere, neppure in modo critico e "ragionato" ad alcuna ipotesi di liberazione. Non solo, riteniamo che pubblicare interventi che hanno al proprio centro ipotesi del genere, esplicite o inconscie - su questo come su altri temi -, che considerino come parte del confronto di idee tesi negazioniste (l'esistenza del negazionismo sull'Olocausto non esime certo dal giudicare quello sui crimini staliniani, proprio i "dibattiti" di Losurdo dovrebbero suggerirlo...) rappresenti un salto all'indietro. Specie per un giornale che aveva cercato fin qui di aprire spazi e di liberare energie, preferendo interrogarsi di continuo piuttosto che cercare rifugio nell'eterna riconferma di un'identità interpellata da una storia fatta anche, come indica proprio il caso di Stalin, di mostri e orrori.

*
Checchino Antonini, Angela Azzaro, Anubi D'Avossa Lussurgiu, Stefano Bocconetti, Guido Caldiron, Paolo Carotenuto, Simonetta Cossu, Carla Cotti, Sabrina Deligia, Laura Eduati, Roberto Farneti, Antonella Marrone, Martino Mazzonis, Andrea Milluzzi, Frida Nacinovich, Angela Nocioni, Paolo Persichetti, Paola Pittei, Sandro Podda, Stefania Podda




Un gruppo di redattori di Liberazione ha sentito il bisogno di prendere carta e penna per contestare la recensione di Guido Liguori (vicepresidente dell'International Gramsci Society e caporedattore di Critica Marxista ) del libro di Domenico Losurdo, "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera", apparsa su Liberazione venerdì scorso. I bersagli della lettera sono, palesemente, due: l'autore della recensione, imputato, nientemeno, di avere offerto eco ad una "revisione apologetica" della figura di Stalin; e il direttore del giornale che, corrivamente, ne ha autorizzato la pubblicazione. Risponderò, brevemente, tanto alla questione di merito, relativa cioè al contenuto della recensione, quanto alle ragioni, del tutto conseguenti, che mi hanno fatto considerare utile proporla ai lettori.
La contestualizzazione di un evento o, addirittura, di una lunga catena di eventi, prodotta con rigore filologico e attraverso una seria ed approfondita ricognizione delle fonti, dovrebbe essere un imperativo categorico per chiunque voglia criticamente e non ideologicamente (o propagandisticamente) ragionare sul passato e, in definitiva, sul presente. I guai cominciano quando la contestualizzazione si trasforma in uno storicismo assoluto, in un fatale (e letale) giustificazionismo, per cui quel che è accaduto, nel modo come è accaduto, non poteva che verificarsi così. Come se gli esseri umani portassero sulle loro spalle la Storia. La quale procederebbe per la propria strada, secondo una deterministica concatenazione di cause ed effetti. Per cui, se al posto di Stalin vi fosse stato qualcun altro, questi non avrebbe potuto fare alcunché di diverso, ecc.
Un simile modo di procedere produce un'apparente scientificità, che ha il vizio di essere sempre dedotta a posteriori, deresponsabilizzando gli attori, i protagonisti della storia umana. Così, ogni valutazione di ordine storico, politico e morale diventa impossibile. Credo che nessuno sia tanto sciocco da pensare che gli esseri umani si muovano, in ogni epoca e condizione, come "libertà assoluta". Ognuno opera "in situazione" ed è nel suo agire codeterminato da una quantità di fattori. Codeterminato, ma non coartato. C'è sempre - o quasi sempre - sartrianamente, una possibilità di scelta. Ed è questa scelta che permette il giudizio di valore.
Davvero singolare, dunque, che chi - come Losurdo - esalta il significato anche euristico della soggettività, della rottura antideterministica, "rivoluzionaria", delle condizioni storicamente date, cada poi nell'errore di dimenticarsene del tutto quando ci fa intendere che ben poco dei tragici avvenimenti capitati nella Russia staliniana avrebbe potuto avere un corso diverso. Come invece è provato dalla durissima, sanguinosa lotta interna attraverso la quale si affermò la dittatura. E, una simile contraddizione, alimenta il sospetto che, malgrado la grande messe di dati, circostanze, documenti citati, il lavoro di Losurdo sia, in fondo, un progetto a tesi.
Paradossalmente (ma poi non troppo), questo esasperato oggettivismo finisce per combaciare con la posizione opposta, ma simmetrica, secondo cui il difetto sta nel manico: l'uovo del serpente sarebbe cioè solidamente insediato nell'idea comunista, sin dall'origine, sin dal suo archetipo teorico, fin nel marxismo, passando poi attraverso tutta la vulgata delle esperienze storiche che in ogni punto del globo, da oriente ad occidente, da nord a sud, si sono incarnate nei decenni, fondandosi su quell'ispirazione. Insomma, il giustificazionismo non fa che offrire alibi a tutte le rimozioni (che non hanno mai favorito alcun progresso, in nessun campo) e a tutti i processi di sommaria liquidazione. Perché quando rimuovi, non capisci. E se non capisci non ti confronti davvero. Ti contrapponi. Con tutta la cieca determinazione che si mette nel non riconoscere - nell'altrui punto di vista - la porzione di verità che esso può contenere.
E' il vizio di tutti i fondamentalismi, di tutti i settarismi, di cui si nutre chi crede di custodire nel proprio scrigno tutto ciò che occorre sapere. Attenti dunque all'autoritarismo, alla pianta che rigogliosamente cresce quando si pretende che vi siano argomenti da mettere al bando, parole da inibire, colonne d'Ercole da non varcare...
Quanto alla recensione di Guido Liguori, il cui profilo culturale è notoriamente estraneo a qualsiasi contaminazione o suggestione stalinista, trovo del tutto incomprensibile come si possa ricavare dal suo testo una qualsiasi propensione "negazionista". Ne fa fede lo stralcio del suo commento al libro di Losurdo che ripubblichiamo qui accanto. Ai firmatari delle lettera, invece, che tanto in là hanno voluto spingersi nella loro requisitoria, vorrei ricordare che è difficile che si possa - cito dalla loro lettera - «interrogarsi di continuo» e, contemporaneamente, «considerare chiuso il confronto». «Consciamente o inconsciamente», mi pare si propenda per la seconda ipotesi. C'è tuttavia un punto, questo sì davvero indigeribile, eppur rivelatore, della lettera. Laddove si dice «a quando una pagina intera di pubblicità gratuita (...) delle gesta di Ceaucescu e di Pol Pot». Mi spiace: non ci sto. Non è consentito.

Dino Greco

Caro direttore, con vera sorpresa ho letto su Liberazione di ieri il documento di un gruppo di redattori che critica aspramente la mia recensione a un libro di Domenico Losurdo su Stalin pubblicata il giorno precedente. Vengo accusato, di fatto, di simpatie per lo stalinismo e per una sua presunta "riabilitazione". Penso che si tratti dell'ennesimo episodio di una storia che non mi appartiene, quella della guerra interna al Prc e più in particolare al suo giornale. L'evidente strumentalità del documento non ne rende però più accettabili i contenuti, che sono in gran parte una mera falsificazione di quanto ho scritto. Si arriva addirittura a fingere di non capire l'uso della "domanda retorica" nella lingua italiana! Non solo tutti i miei scritti e la mia storia personale testimoniano dell'assurdità di tale accusa. Anche nello scritto in questione niente può essere interpretato in tal senso: in esso - come si dovrebbe fare in ogni recensione - ho prima riassunto il libro, ho riconosciuto la serietà della ricerca (perché a mio giudizio così è: ma almeno anche uno solo degli scriventi lo avrà letto?), ne ho contestato infine, inequivocabilmente, l'impianto complessivo. Cosa avrei invece dovuto fare? Mettere insieme una sequela di insulti e pronunciare una scomunica? Mi dispiace, questo stile non mi appartiene, non sono né voglio essere uno "stalinista dell'antistalinismo". Sono uno "studioso appassionato" e come tale continuo a leggere, a riflettere, a dare un contributo - nell'ambito delle mie capacità - anche sulla "nostra" (di noi comunisti) storia più controversa. Non mi interessano le verità di partito proclamate una volta per tutte a chissà quale congresso. Preferisco la ricerca e le letture che mettono in dubbio certezze e danno luogo a un dibattito libero. Solo da questo confronto fra posizioni diverse una comunità scientifica o politica può avanzare verso un'opinione condivisa dai più. Invio a te e a tutti coloro che sono impegnati nel rilancio di Liberazione un sincero augurio di buon lavoro.

Guido Liguori


15 aprile 2009

Guido Liguori : Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate?

 

Nel suo ultimo libro ( Stalin. Storia e critica di una leggenda nera , con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del '28-'29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia-Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno Unito, i militari sovietici lanciarono l'allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo» (Bucharin) contro i contadini, Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel 1935 lo accusò di «liberalismo» e di «abbandono del "sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"». In effetti Stalin - per far decollare la produzione - si batte contro il «livellamento "sinistroide" dei salari», contro l'egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l'emergenza, e il terrore: Losurdo - che parte dall'esame di una letteratura internazionale molto amplia, e "anti-stalinista" - accredita il fatto che l'opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni '30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l'unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell'Est europeo. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell'Urss riprende il sopravvento.




Di contro alla "cattiva" eredità dell'"utopismo" marxista Stalin impara dunque - per l'autore - la «vacuità dell'attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha altresì direttamente sperimentato l'effetto paralizzante di una visione dell'universale incline a bollare come una contaminazione l'attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma - questo il suo limite per Losurdo - la lotta contro «l'utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d'eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall'utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall'opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell'invasore nazista; a sottolineare l'attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel '37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l'accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell'Urss.
E' difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica al concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l'effetto disastroso sulla politica dell'egemonia (vedi la rottura dell'alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita - secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta - che ridussero «gli uomini "a bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista? Non consola sapere che peggio fece - per fare un esempio - il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell'umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l'organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto non viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita? Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. E' vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull'ultimo numero di Critica marxista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel '900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l'esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all'effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l'alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.


28 maggio 2008

Perchè non si può sorridere ad un bambino votando Sarkozy (parte seconda) ?

Glucksmann (come il suo alterego) è un radicale (con un passato da militante maoista ma gli analoghi italiani funzionano a suo sfavore) e come tutti i radicali promuove in maniera fondamentalista una battaglia per i diritti civili in diversi paesi del mondo illudendosi che essa possa essere fatta a prescindere dai rapporti di produzione. Anzi, ed in ciò consiste l'essere un'anima nera, egli contrappone frontalmente la battaglia per la rivoluzione degli attuali rapporti di produzione a quella per i diritti civili, mettendo Marx nel calderone delle ideologie e dei totalitarismi.
Partendo da questi presupposti, Glucksmann ha deciso di fare una battaglia per i diritti civili funzionale alla politica di guerra degli Stati Uniti, denunciando in maniera insistente solo le violazioni dei diritti civili stessi nei paesi invisi a Washington (Russia, il fondamentalismo islamico, la Serbia, l'Iraq) e appoggiando le ultime guerre Usa.



Il senescente Glucksmann con una parrucca metallizzata gentilmente prestata da Vittorio Sgarbi


Ovviamente questo porta a contraddizioni in continua crescita (che avrà detto Glucksmann di fronte a Guantanamo, ad Abu Ghraib, al bombardamento indiscriminato della popolazione civile, ai territori palestinesi occupati ?) fino al sostegno (a chi un tempo aveva definito la Francia una dittatura fascista) del poliziotto Sarkozy, in nome di una Francia del cuore (un misto tra Pascal e le partite di calcio di beneficenza).  Ma cosa è simbolicamente Sarkozy per provocare il conflitto all'interno di un'anima nera, di un magliaro della cultura come Glucksmann, dopo che questi ha sposato la causa di uno come Bush che i diritti non sa nemmeno dove stiano di casa ?


20 novembre 2007

Luttwak : totalitarismo e Stato moderno

 

 Edward Luttwak nel libro già da me citato “Tecnica del colpo di Stato” dice che l’attuabilità del colpo di stato deriva da un evento storico relativamente recente : la formazione dello Stato moderno con la sua burocrazia professionale e le forze armate permanenti. Il potere dello Stato moderno dipende da questo apparato stabile che  con i suoi archivi, le sue pratiche e i suoi funzionari può seguire intimamente e controllare le attività delle organizzazioni minori e dei singoli individui. Gli Stati totalitari si limitano ad avvalersi più pienamente delle informazione ad avvalersi più pienamente delle informazioni a disposizione di tutti gli Stati : lo strumento è lo stesso, ma viene impiegato in modo diverso




Dunque lo Stato cosiddetto totalitario è una mera variante dello Stato moderno ? E perché uno Stato cosiddetto liberale dovrebbe accumulare dati che poi non utilizza ? E’ proprio vero che non li utilizza ? O almeno è proprio vero che non li utilizzerà ? E se non li utilizza, lo fa perché è liberale ?
O perché coloro che svolgono funzioni istituzionali li tengono a disposizione per usi illeciti, privatistici ?


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