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23 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : i limiti del keynesismo

 

Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.


(Riccardo Bellofiore) 


18 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il mito dell'era keynesiana

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.



Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.

 

 (Riccardo Bellofiore)

 

 

 

 

 


15 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : tra crisi da domanda e crisi finanziaria

 

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

Il rischio di deflazione da bassa domanda è, comunque, più generale, ed investe anche il continente asiatico. Negli anni Novanta, la crescita lenta e l'accumularsi di squilibri non sono degenerati in crisi generale da sovrapproduzione e in instabilità aperta grazie alla crescita goduta dagli Stati Uniti e all'approfondirsi del disavanzo commerciale di quel paese, l'uno e l'altro favoriti dal ruolo di valuta di riserva mondiale ancora svolto dal dollaro e dalla posizione di Wall Street come centro del capitale finanziario. D'altra parte, il ridimensionamento del peso degli USA nell'economia mondiale impedisce al paese leader di essere in grado di trascinare all'espansione il resto del mondo. L'istituzione dell'euro - nella misura in cui quest'ultima fosse davvero in grado di costituirsi come moneta di riserva alternativa al dollaro - accentua il rischio di fluttuazioni rilevanti e improvvise dei rapporti di cambio, e rafforza il timore di una fuga dal dollaro qualora le contraddizioni della crescita americana si rivelassero prima o poi, come è probabile, insostenibili. L'economia mondiale, in breve, naviga rischiando, da un lato, gli scogli di una crisi da bassa domanda, e, dall'altro lato, quelli della crisi finanziaria.



 

 

Bellofiore non poteva prevedere ovviamente otto anni fa la congiuntura oggi in atto, ma l’alternativa tra crisi da bassa domanda e crisi finanziaria sembra ben individuata e così pure il ruolo dei rapporti di cambio (con l’aumento del petrolio collegato con il basso valore del dollaro)

Mi chiedo cosa succederebbe se i paesi esportatori di petrolio decidessero di essere pagati in euro (a breve potrebbe comunque loro non convenire) e se sia possibile in questa fase fare politiche di sostegno alla domanda attraverso l’intervento pubblico ed attraverso interventi in infrastrutture tese al risparmio energetico.

 

 

 

 


4 luglio 2008

Il supercapitalismo di Robert Reich

 

L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le «guerre culturali» vedevano l'esercito dei «teo-con» all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici «nemiche dell'american way of life», erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana.
Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il «capitalismo democratico» del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni «quasi» d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato.
In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune «regole» della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici.
Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli «analisti simbolici» che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro.
È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese.
Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella «guerra di classe» contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo.
Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la «convergenza parallela» degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

(Benedetto Vecchi)


29 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la crescita basata sulle esportazioni

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

(Riccardo Bellofiore)


27 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : disoccupazione e domanda effettiva negli anni Novanta

 

Conviene cominciare a chiedersi se nella situazione economica europea e mondiale esista o meno,  un problema di domanda effettiva: se, insomma, il riemergere in vaste aree del pianeta della disoccupazione di massa sia o meno dovuta (anche!) ad un insufficiente utilizzo della capacità produttiva, o se invece la disoccupazione non abbia esclusivamente origine nel progresso tecnico. È chiaro che, in molti settori, la disoccupazione ha natura tecnologica. Ciò è vero, in particolare, per il lavoro poco qualificato delle grandi imprese manifatturiere, tanto più nel caso delle produttrici di beni di consumo di massa e, ancor di più, se il loro paese di origine è soggetto ad un rapido processo di integrazione internazionale. Un profilo che, non a caso, si adatta bene a quella parte del 'vecchio' triangolo industriale dentro l'Italia costretta alla rapida convergenza nominale imposta dall'adesione alla moneta unica. In un paese a scarsa autonomia tecnologica, il rapporto tra ristrutturazione industriale, la riduzione degli organici e la ridefinizione dell'organizzazione del lavoro non è peraltro una novità di questo decennio, ma risale al passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta. È altrettanto evidente, però, che questo è soltanto un aspetto delle dinamiche attuali.
In generale, il tasso di crescita dell'occupazione dipende dal tasso di crescita della produzione meno il tasso di crescita della produttività. La dinamica del prodotto sociale può cadere al di sotto della dinamica della produttività perché la domanda effettiva cresce poco, e così creare una disoccupazione indotta dal basso livello della domanda di merci. Visto che la domanda di consumi 'segue' le componenti autonome della domanda aggregata - esportazioni nette, investimenti privati, spesa pubblica - viene da chiedersi quale sia stato l'andamento di queste componenti nelle varie aree.




Per Krugman la disoccupazione degli anni Novanta prima è legata al progresso tecnico e solo in un secondo momento alla nascita di un grande serbatorio mondiale di forza-lavoro. 

Oggi il problema si dice sia l'aumento della produttività. Ma se la produttività aumenta quale saranno le conseguenze sull'occupazione ? 


25 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : azione sociale e intervento politico

 

Da un lato, una diversa politica economica è di difficile realizzazione, perché il lavoro è frammentato e disperso, cioè a causa di una autentica impotenza 'sociale'. Dall'altro, le condizioni del lavoro potranno migliorare soltanto se vi sarà un impulso 'politico', dal lato della gestione statuale. Questa contraddizione la si risolve soltanto nella pratica, riscoprendo la politicità dell'azione sociale e il fondamento sociale dell'intervento politico. La situazione attuale, con il generalizzarsi dei costi sociali e dei rischi di crisi sistemica, fa sembrare non completamente folle la scelta di chi vuol provare ad attraversare la cruna dell'ago, di chi vuol rovesciare quel circolo vizioso in un circolo virtuoso che dalle lotte va alla politica e viceversa. Dividersi tra chi sostiene il primato della politica e chi sostiene il primato del sociale, senza vedere l'impasse reciproca e l'intreccio necessario tra le due dimensioni, mi sembra un lusso che non possiamo permetterci. Piuttosto, oggi c'è bisogno di un forte richiamo alla causazione ideale, c'è bisogno di credere che le idee, se sorgono dalle contraddizioni sociali e con queste interagiscono, sono in grado di trasformare la realtà. Penso che questa sia una scommessa, pascalianamente, da rischiare.

(Riccardo Bellofiore)


23 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : fine del lavoro ?

Quanto sta avvenendo si rivela un gigantesco processo di subordinazione reale del lavoro al capitale. La 'subordinazione reale' non va affatto identificata con una riduzione della concretezza del lavoro, con una dequalificazione del lavoro. Il lavoro è subordinato al capitale in quanto le 'qualità' della prestazione lavorativa individuale sono dettate dall'organizzazione capitalistica del lavoratore collettivo: un processo del genere è compatibile con ondate di dequalificazione come con fasi di riqualificazione. Allo stesso modo, l'idea che il lavoro divenga mezzo di produzione accanto ad altri mezzi di produzione, cancellato nella sua natura di elemento 'attivo' della produzione, è da rigettare. Come il lavoro nella produzione è, sempre, lavoro 'concreto', così il capitale ha, sempre, bisogno dell'attività del lavoratore; il processo lavorativo è, sempre, segnato dalla cooperazione come dal conflitto, in gradi diversi. Il punto chiave non è eliminare la volontà del lavoratore, ma controllarla e manipolarla. Obiettivo di gran lunga facilitato, oltre che dalle dinamiche tecnologiche e manageriali, dalla transizione dai mercati del 'keynesismo' degli anni sessanta e settanta ai mercati del 'neoliberismo' degli anni ottanta e novanta.
Il nodo dunque non è soltanto la quantità del lavoro (la questione della disoccupazione), ma anche, intrecciata alla prima, quella della qualità del lavoro (la frammentazione e precarietà del lavoro, tanto qualificato quanto non qualificato). Alla mancanza di occupazione si accompagna la mala occupazione. Le due cose talora si presentano unite, talora separate. D'altra parte, la questione del risorgere della disoccupazione di massa viene oscurata, più che chiarita, dalle tesi che sostengono che saremmo in presenza di una tendenziale 'fine del lavoro'. Oscurata, innanzi tutto, perché la base empirica di quella asserzione è debole. Come ha osservato di recente Vittorio Valli, l'occupazione nel mondo è nettamente aumentata, sia pure in modo assai differenziato fra paesi ed aree ed a ritmo spesso inadeguato per far fronte all'aumento della forza di lavoro. Se, poi, è da registrare una inversione di tendenza tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, essa consiste piuttosto nell'interruzione o nel rallentamento, a seconda dei paesi, del movimento secolare alla riduzione dell'orario di lavoro. Per di più, se si effettua una comparazione tra l'epoca 'fordista' (sino al 1974) e quella 'postfordista' (gli anni successivi), assumendo come pietra di paragone il tasso di crescita del PIL necessario per far crescere l'occupazione, il risultato a prima vista sorprendente è che tale tasso è caduto pressoché ovunque, sicché la crescita 'postfordista' ha, paradossalmente, un più alto contenuto di lavoro. Ovviamente, a determinare l'autentico assorbimento di forza lavoro tra gli occupati concorre il tasso effettivo di crescita, e nella gran parte dei paesi esso è crollato ancora più in basso.

Il lavoro non pare proprio in procinto di 'scomparire', dagli stessi dati ufficiali - dati che certamente sottostimano così gli orari effettivi di lavoro come il lavoro sommerso. Ciò che pare caratterizzare il passaggio di secolo, sembra, semmai un allungamento e una intensificazione della giornata lavorativa sociale, che si accompagna spesso a un aumento della disoccupazione, in un misto di precarietà e di esclusione.



 

Quello che si può ipotizzare sia aumentata è la difficoltà di riprodurre il lavoro salariato, difficoltà che si può concretizzare a volte come aumento di disoccupazione, ma a volte anche come diminuzione della disoccupazione dovuta all’incremento di lavoro precario e/o dell’inoccupazione

Tale ipotesi è compatibile con quella che Bellofiore appunto chiama allungamento ed intensificazione della giornata lavorativa sociale, che potrebbe essere rappresentata dalla diminuzione del salario reale orario lordo pro capite.

 

 

 

 

 

 


13 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il capitale cognitivo

 

A considerazioni non dissimili si perviene se si propone un approccio critico all'economia dell'informazione. Non è il caso, qui, di segnalare, se non telegraficamente, le contraddizioni del capitalismo 'cognitivo'. In primis, la produttività, lungi dall'accelerare, rallenta, come testimoniano i più bassi tassi di crescita della produttività del capitalismo postfordista rispetto a quello fordista. In secondo luogo, le innovazioni di processo spesso non si accompagnano a innovazioni di prodotto, e la domanda ristagna. In terzo luogo, dove l'accelerazione dell'innovazione di processo si traduce in riduzione di occupati, ciò finisce con l'approfondire le tendenze recessive, e quindi con l'ulteriormente deprimere la dinamica della produttività. In quarto luogo, la rincorsa a nuovi macchinari, nuovi prodotti, nuove competenze finisce con il dar luogo ad una obsolescenza troppo rapida che non innesca processi virtuosi ma una sorta di implosione, rinchiudendo l'eventuale espansione all'interno del settore e di fasce ristrette di consumatori. In quinto luogo, la maggiore qualità del lavoro è spesso 'idiosincratica', e obbliga il lavoratore ad una formazione continua il cui scopo è semplicemente quello di evitare, o più probabilmente attenuare, il peggioramento della propria condizione. E si potrebbe continuare. Ciò che più conta è che, di nuovo, la maggiore 'ricchezza' informativa del lavoro nelle aree avanzate dello sviluppo e l'incessante progresso delle tecnologie e delle competenze non si presentano come il volano di un nuovo ciclo espansivo, ma come lo strumento difensivo - per il capitale singolo da un altro capitale, per il lavoratore dal mercato del lavoro - al fine di mantenere quote di mercato e posizioni relative. Anche se, sia chiaro, questa difesa è, dal punto di vista del capitale totale, base per un attacco a tutto campo alle condizioni del lavoro, perché in tal modo è possibile una ininterrotta ridefinizione del contenuto materiale dei processi produttivi, per estendere e intensificare, a un tempo, l'estrazione di lavoro vivo.


 

 

Bellofiore individua nell’economia contemporanea quelli che sono gli effetti della contraddizione tra crescita delle forze di produzione e rapporti produttivi asfittici : ristagno della domanda dopo innovazioni di processo a cui non si accompagnano innovazioni di prodotto e obsolescenza continua che causa una sorta di implosione di nuovi macchinari, nuovi prodotti e nuove competenze.

Tuttavia la novità del capitalismo cognitivo potrebbe essere proprio la non immediata applicazione produttiva di tante competenze acquisite, per cui queste stesse competenze vagano alla ricerca di nuovi obiettivi (politici?) a cui collegarsi. L’inutilità dei lavoratori comunque formati diventa uno spazio di riflessione esistenziale e politica ad un tempo, riflessione da cui può sorgere qualcosa.

 


26 maggio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il vero senso del toyotismo

 

Per quel che riguarda il toyotismo, va evitata quella trappola secondo cui, per mantenere una visione critica dei processi di lavoro, si è costretti a negare qualsiasi forma di ricompattamento delle mansioni e di riqualificazione della manodopera, oppure a vedere nell'inclusione organica del lavoratore la sua riduzione a cosa tra cose, mera passività. Certo, nei due casi si può avere l'impressione di mantenere validità alla tesi marxiana che il lavoro capitalistico è lavoro 'astratto': in un caso, perché si fa l'equazione 'astratto' = 'privo di determinazioni concrete', e perciò 'senza qualità' nel senso di 'dequalificato'; nell'altro caso, perché si confermerebbe la tesi, che si attribuisce (a torto) all'autore del Capitale, del procedere di una sempre maggiore reificazione universale sino a fare del lavoro una merce. Ma è una impressione priva di fondamento. Ciò che avviene nella realtà dei processi 'postfordisti' è che il capitale, dopo la risposta tecnologica al conflitto sociale che prese corpo nel corso degli anni settanta, e consistente in una automazione spinta (fondata sull'informatica) dei processi produttivi, si è presto reso conto di aver bisogno di un più ravvicinato e maggiore controllo dello scorrere del flusso della produzione nell'atto stesso del suo svolgersi, tanto per evitare i costi potenzialmente insostenibili di una interruzione del lavoro nei nuovi processi, quanto per limitare la loro intrinseca fragilità. Tale controllo non poteva che essere effettuato dall'elemento 'attivo' del processo di lavoro, dalla forza lavoro: una forza lavoro che doveva essere più attenta, più elastica, più 'partecipativa', e talora più qualificata. È qui che ha origine la parziale riunificazione di ideazione ed esecuzione, in alcune fasi della produzione capitalistica - parziale anche nel senso che, pur insistendo sull'importanza qualitativa di quella riunificazione, va segnalato come vada avanti nel capitalismo attuale l'estensione quantitativa del lavoro 'tayloristico', con tutte le sue caratteristiche tipiche. D'altra parte, dove si verifica, il superamento della separazione di concezione ed esecuzione del lavoro è, esattamente, lo strumento di una maggiore intensificazione del lavoro e di una maggiore subordinazione alla valorizzazione. Allo stesso risultato congiurano le dinamiche dei vari mercati. La frantumazione del mercato del lavoro, la crescita ridotta e incerta del mercato delle merci, la deregolazione del mercato monetario e finanziario fanno della eventuale 'autonomia' riconosciuta ai lavoratori nei luoghi di lavoro una autonomia limitata.



 

A tal proposito vanno fatte le seguenti considerazioni :

1) Il toyotismo è un fenomeno specificamente giapponese e la sua applicazione a contesti geoeconomici diversi è stata parziale. In Giappone esso si inserisce in una cultura dove allo Stato si sovrappongono ancora appartenenze claniche, per cui l’aziendalismo che ne deriva non ha un carattere del tutto sostitutivo rispetto alla sfera pubblica. Inoltre come metodologia lavorativa si sposa perfettamente con le tendenze comunitaristiche molto forti in Giappone.

2) In Occidente invece esso si inserisce nella crisi dello Stato sociale e dunque ne sostituisce o ambisce a sostituirne la funzione. Esso quindi favorisce una involuzione reazionaria ed anacronistica dei rapporti sociali, promuovendo l’isolamento di interi distretti geoeconomici e la disgregazione del tessuto sociale. Come metodologia lavorativa soprattutto in Italia esso è solo una pallida imitazione del modello nipponico e sfocia nella cristallizzazione dei rapporti familistici delle piccole imprese e nella proiezione utopica di tali rapporti nelle imprese più grandi : il leghismo è anche una conseguenza di questo coinvolgimento al ribasso del lavoratore nell’impresa e nel territorio e la credenza illusoria che tale coinvolgimento possa salvare dalla precarietà.


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