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7 aprile 2011

Il Travaglio dell'Italia : la metamorfosi di Ferrara

Giuliano Ferrara non si piace più. Alla quinta reincarnazione (sessantottino, comunista, craxiano, spia della Cia e berlusconiano) comincia a farsi un po’ senso. E prende le distanze da se stesso nella maniera più infantile : rimuovendo.

 

Il massimo è quando dice : “Sono tornato per la prima ed unica volta in Unione Sovietica nell’anno 1990, ormai quarantottenne, dopo aver svolto irregolari ma proficui studi a Roma”.

Sicuramente non studiava aritmetica, visto che non riesce neppure a calcolare la sua età. Come lui stesso ha scritto, Platinette è nato a Roma il 7 Gennaio 1952. Dunque, se la matematica non è un’opinione nel 1990 aveva 38 anni e non 48. Ora racconterà magari di essere glabro, filiforme e magari persino coerente. Ma non sono bugie. Semplicemente, dopo le atroci minacce di Tabucchi e Colombo, si sta mimetizzando.

 

 


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7 agosto 2010

Come e perchè il presidente Usa ordinò l'uso di ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki

Non è ancora l'alba del 6 agosto 1945, quando un quadrimotore B-29 che si chiama "Enola Gay" (dal nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian, un'isoletta delle Marianne; ha a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico: è "Little Boy", il "Ragazzino", la prima bomba atomica creata sulla terra. Sarà sganciata da lì a poche ore - precisamente alle ore 8,15'17"- su una città del Giappone destinata a diventare funestamente nota, Hiroshima.
A 600 metri dal suolo "Little Boy" esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 periranno nei due giorni successivi, tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri sono distrutti, una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17 mila metri dal suolo, inizia a cadere una pioggia viscida, i fiumi straripano. Missione compiuta. Alle 14,58 ora locale, il B-29 di Tibbets è di ritorno, atterra regolarmente a Tinian. La storia del mondo è stata segnata in modo indelebile.
Ma perché la Bomba è stata lanciata? La domanda è ancora di interessante attualità. Molto, moltissimo si è scritto infatti sugli effetti di "Little Boy", ma pochissimo sulle cause che hanno portato quel bombardiere ad alzarsi in volo col suo specialissimo strumento di morte.
6 agosto 1945, bisogna sottolineare la data. La guerra in Europa è finita e vinta, il Terzo Reich è sconfitto in Francia e in Italia, a est la controffensiva sovietica ha liberato la Polonia e in marzo preme su Berlino; il 30 aprile Hitler si suicida. L'unico paese belligerante resta il Giappone che, nonostante le sconfitte subite, continua a impegnare duramente l'esercito Usa.
Il 17 luglio di quello stesso fatale 1945, si apre a Postdam la conferenza tra i vincitori della guerra in Europa, attorno al tavolo per discutere i nuovi assetti del mondo siedono Churchill, Stalin e Truman; Roosevelt è infatti morto pochi mesi prima, il 13 aprile. E' già stata firmata la carta dell'Onu, e i buoni rapporti tra i tre Grandi sembrano prefigurare un futuro di pace e armonia tra le potenze dominanti. Ma non è così liscio e pacifico come sembra all'apparenza. Infatti già si allunga l'ombra della Guerra Fredda (il discorso di Fulton, quando Churchill per la prima volta inventa la "cortina di ferro", è di appena otto mesi dopo, il 10 marzo 1946).
Nel corso della conferenza (l'annotazione è dello stesso Churchill) improvvisamente l'umore di Truman cambia: da affabile e condiscendente nei riguardi di Stalin, da un certo punto in poi si fa arrogante e imperativo. Scrive Churchill in persona: «Si scagliò contro i russi, affermando che certe loro richieste non potevano essere accettate e che gli Stati Uniti si sarebbero assolutamente opposti».
Quella repentina "virata" di Truman aveva una causa precisa: nasceva infatti da un telegramma che il suo segretario particolare gli aveva appena consegnato, sette parole in tutto: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». La frase in codice significava questo: il 16 luglio 1945 la prima bomba atomica della storia dell'uomo era stata fatta esplodere in una zona desertica del New Mexico. L'esperimento era pienamente riuscito. Un'arma dalla potenzialità distruttiva sin allora inimmaginabile cadeva adesso in mano americana. Dopo quel telegramma, Truman è diventato l'uomo più potente del mondo e anche l'Urss se ne deve rendere conto. E subito.
Del resto, la Bomba è costata uno sforzo colossale. A Los Alamos, dove una comunità di scienziati (tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton, Lawrence) lavora alla costruzione della bomba atomica, sono impegnati 125 mila uomini, mentre l'investimento finanziario in campo bellico degli States passa dagli 8.400 milioni di dollari del '41 ai 100 mila milioni dell'anno dopo; il solo "progetto Bomba" (portato avanti in gran segreto, solo Inghilterra e Canada ne sono a conoscenza) è costato più di due miliardi di dollari. La Bomba era nata. Ora bisognava usarla. Truman non esita.
A Postdam, nel corso della stessa conferenza, Stalin informa il presidente Usa che il Giappone ha chiesto la pace; ma il presidente Usa se ne infischia. C'è la Bomba. E la Bomba deve essere sganciata per mettere in ginocchio il Giappone, ma soprattutto per dimostrare al mondo intero, e specialmente a Stalin, la inarrivabile potenza Usa.
Passano solo otto giorni. Il 24 luglio Truman ordina di sganciare; se "Little Boy" del 6 agosto su Hiroshima non basta, il 9 agosto è pronta "Fat Man"su Nagasaki; e quante altre ancora, parola di Truman. Dopo la seconda bomba, Il Giappone è costretto alla resa e accetta tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam; in cinque mesi, per gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni, moriranno 300 mila persone. Truman è soddisfatto.
Il suo annuncio radiofonico, il 6 agosto 1945, così incomincia: «Sedici ore fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente».
Okey. Quando gli comunicano i dati della catastrofe provocata dalla Bomba, la sua frase è: «E' il più grande giorno della storia». Per poi aggiungere: «Siamo in grado di aggiungere che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione, forse, più potente di tutta la storia». Conseguentemente (radiodiscorso trasmesso il 9 agosto 1945) aggiunge: «Se il Giappone non si arrenderà, sganceremo altre bombe». Il fine giustifica i mezzi, si giustifica: le Bombe, dice, «servono a risparmiare la vita di 500.00 soldati americani».
Ma non è vero, quello di Truman è un messaggio falso, basato su dati falsi. Lo smentiscono ad esempio i rapporti dello Stato Maggiore. Essi dicono che il Giappone aveva già chiesto la pace e che l'esercito nipponico si sarebbe arreso «entro l'anno» senza bisogno di bombe atomiche o di invasioni via terra. E dicono anche che le previsioni di eventuali attacchi di terra già programmati contro il Giappone, «danno perdite non superiori a 40 mila uomini», non i 500 mila di cui parla il presidente.
L'apparizione della terrificante arma apre drammatici interrogativi tra gli scienziati. Ma anche ai massimi vertici militari il dissenso sull'uso dell'atomica è significativamente vasto. A cominciare da Eisenhower, all'epoca comandante generale dell'esercito Usa. E' contrario nettamente: primo, perché i giapponesi erano pronti alla resa; e, secondo, perché gli ripugnava l'idea che gli americani fossero i primi a utilizzare la terribile Bomba. E scrive a Truman: «Se un'arma simile dovesse essere utilizzata, nessuno poi sarebbe in grado di controllarla».
E sono contrari parecchi membri dello Stato Maggiore. L'ammiraglio W. D. Leahy espresse così il suo no: «Personalmente ero convinto che usare per primi la bomba atomica significasse adottare uno standard etico non dissimile da quello dei barbari del medioevo». E Basil Henry Liddel Mart, storico e critico militare: «Gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come ha ammesso lo stesso Churchill». Di identico tenore il rapporto dello Us Strategic Bombing Survey; e l'ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra Usa, dal canto suo affermò che «il solo blocco navale sarebbe bastato a costringere i giapponesi alla resa. Bastava aspettare».
Con il bombardamento di Hiroshima, scrive Camus all'epoca, «la nostra civiltà tecnica ha raggiunto il suo apice di barbarie». E Mauriac: «La Terra non resisterà a questo genio della distruzione, a questo amore della morte spinto fino all'ossessione, a questa bomba che il presidente Truman, con infernale ostensione, tiene levata su un mondo che fino a ieri credeva solo nella materia». 


Perchè allora il presidente americano ha agito e agito con una fretta così ingiustificabile? Lo spiega, lo stesso Liddel Hart: «Con la bomba gli Usa non avrebbero più avuto bisogno dei russi, la fine della guerra giapponese non dipendeva più dall'immissione delle loro armate, la richiesta dell'Urss di partecipare all'occupazione del Giappone poteva essere respinta».
Chiaro. Le vittime sono giapponesi, il destinatario è Stalin.
Il lancio della Bomba può essere considerato il primo atto della Guerra Fredda
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7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


7 agosto 2010

Angelo Baracca : se 65 anni dall'atomica vi sembran molti

 

Sono passati 65 anni da quel 6 agosto - quando l'aviazione militare degli Stati uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima (tre giorni dopo una seconda bomba ha colpito Nagasaki), sul finire della Seconda guerra mondiale. Era la prima arma atomica della storia umana, e la minaccia nucleare non è scomparsa. Le promesse di Obama all'inizio del suo mandato aprirono grandi speranze, ma dopo un anno e mezzo i risultati concreti sono deludenti. Il presidente americano ha riallacciato il dialogo diretto con la Russia e riportato nell'agenda politica le parole disarmo nucleare.
Ma l'estenuante anno di trattative con Mosca testimonia più di ogni altra cosa le forti resistenze e le difficoltà, politiche e militari, interne e internazionali, che si frappongono sul cammino dell'eliminazione di queste armi. I risultati di queste trattative e l'ottava Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp) hanno disegnato il «nuovo» regime di non proliferazione per i prossimi anni. Il guaio è che esso non mostra differenze sostanziali da quello «vecchio».
Tensioni esplosive
La minaccia delle armi nucleari non si riduce alla loro consistenza numerica. Le tensioni con la Russia, che Bush aveva portato al parossismo, sono notevolmente diminuite. Ma in Asia rimangono esplosive: l'andamento disastroso della guerra in Afghanistan si intreccia con i rischi di implosione del Pakistan; un attacco militare all'Iran innescherebbe processi incontrollabili; ritornano venti di guerra nella penisola coreana. L'ombra del nucleare incombe minacciosa su queste crisi, come su un eventuale confronto militare tra India e Pakistan: chi pensa di poter dormire sonni tranquilli per una guerra così lontana, legga un articolo pubblicato su Le Scienze di marzo, che prevedeva milioni di morti e un «inverno nucleare» che potrebbe portare alla fame due miliardi di persone!
Ma non meno allarmante è l'escalation militare senza precedenti in corso con lo sviluppo dei sistemi di difese antimissile, un salto militare paragonabile solo all'introduzione dei missili balistici intercontinentali negli anni '60. I russi ne sono, giustamente, terrorizzati, e questa è stata la principale materia del contendere nel frustrante anno di trattative: hanno cercato inutilmente di inserire nel nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) norme che limitassero questi sviluppi, ma gli Usa non hanno sentito ragioni, e Mosca si è riservata il diritto di recedere dal trattato qualora questi sviluppi divengano troppo minacciosi.

La manutenzione delle testate

Forse è da vedere qui uno dei motivi per la ridicola riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze: 1.550 testate strategiche operative per parte (ma perché non 1.500?) per il 2017, mentre il Trattato di Mosca in vigore ne prevede 1.700-2.200, ma nel 2012. Il punto è che un sistema efficiente di difese antimissile a molti strati fornirebbe al paese che lo detenga una superiorità militare tale da necessitare di un numero molto inferiore di testate (la cui manutenzione è anche molto cara): a poco vale ragionare che probabilmente questo sistema non avrà un'efficienza del 100 % nel distruggere missili attaccanti, chi si arrischierebbe di... andare a vedere? La contromisura più efficace è disporre di un arsenale nucleare e missilistico sovrabbondante: ecco perché la Russia non può sguarnirsi più di tanto, e il numero di testate intatte nel mondo supera le 22.000 (12.000 la Russia, 9.600 gli Usa, quasi un migliaio gli altri Stati; e alcuni «trucchi» nello Start consentirebbero, se necessario, un reimpiego).



Sempre più terribili innovazioni
La verità agghiacciante è che le guerre dilagano e utilizzano mezzi tecnologici e innovazioni sempre più terribili, che moltiplicano le vittime civili: dai droni senza pilota, comandati da una base nel Nevada (ma Sigonella giocherà un ruolo fondamentale nel sistema di comunicazione militare), ad armi di nuova generazione (si accumulano le prove delle conseguenze dell'attacco a Falluja).
Le armi nucleari incomberanno a lungo, finché ci saranno sarà per usarle. Gli Usa mantengono una riserva al first use (altrimenti, perché non eliminarle?) contro chi, a loro giudizio, violi il regime di non proliferazione (l'Iran, ma non Israele, né l'India!).
L'impegno della Conferenza del Riesame - unico risultato concreto - di promuovere per il 2012 una Conferenza per liberare il Medio Oriente da armi nucleari e di distruzione di massa, è contraddetto dal rinnovato impegno di Washington di garantire l'infame copertura dell'arsenale di Israele. L'accanimento verso l'Iran tradisce intenzioni ben diverse da quelle dichiarate di impedire che sviluppi la bomba, dal momento che l'accordo con Brasile e Turchia per arricchire all'estero l'uranio è stato sprezzantemente scartato, anche se era solo un primo passo.
I programmi di rilancio del nucleare civile, per quanto velleitari, diffonderebbero ulteriormente la tecnologia nucleare dual-use, i pericoli di proliferazione, le scorie radioattive.
E quando le armi nucleari verranno finalmente smantellate ci lasceranno in eredità ulteriori quantità di materiali fissili, che manterranno i rischi di proliferazione. Il nucleare, militare e civile, è il moderno «fuoco di Prometeo» sottratto alla natura: la sua chiusura definitiva non verrà mai troppo presto.


29 marzo 2010

Albert Burgio : la storia del comunismo di Luigi Cortesi

La scena si apre sulla notte berlinese del 9 novembre dell'89, ma la scelta non deve ingannare. Questa Storia del comunismo di Luigi Cortesi (manifestolibri, pp. 815, euro 65) - summa di una vita di studio e di passione politica - prende avvio dal simbolo dell'implosione del blocco socialista ma muove in direzione opposta allo schema dominante che nella fine del «socialismo reale» legge la morte del comunismo. Rievocato il crollo del Muro, ecco la questione inusitata: «non è ancora ben chiaro che cosa sia stato quel comunismo o "socialismo reale"», quindi «che cosa fosse realmente crollato è tuttora storicamente sub judice».
È la mossa che decide l'intero sviluppo della ricerca. Ricerca vera, il cui svolgimento rettifica il taglio di partenza e impone un mutamento nei piani dell'autore. Cortesi aveva immaginato di arrivare al 1945; poi, dopo 800 fitte pagine, si arresta al '27, alla resa dei conti tra Stalin e Trockij. Che non potrà portare a compimento il disegno originario è un motivo di rammarico che aggrava il dolore per la sua scomparsa.


Chiedersi che cosa sia crollato tra l'89 e il '91 impone di interrogarsi sul rapporto tra «socialismo reale» e comunismo, quindi di definire quest'ultimo. Cortesi lo intende come l'altro del capitalismo: la sua «ombra cattiva, che esiste da quando nacque il capitalismo e durerà quanto il capitalismo». Sussiste perciò una irriducibile eccedenza del comunismo rispetto ai risultati delle lotte. «Il tentativo fallito è altra cosa che il superamento delle sue ragioni», nessuna rivoluzione esaurisce il bisogno che l'ha determinata.
Si dovrebbe a questo punto aprire il ventaglio delle rilevanti implicazioni di questo assunto. Limitiamoci alle due principali. Ne discende, in primo luogo, un progetto ambiziosissimo, che un grande storico della Shoah definirebbe di «storia integrata» (Saul Friedländer). Non ci si può limitare alle storie ufficiali di Stati, organizzazioni e grandi accadimenti, la storia del comunismo essendo innanzi tutto storia del «basso», delle lotte politiche e sociali di massa. E delle passioni e sofferenze del proletariato, che lo storico deve leggere cogliendo nella spontaneità del conflitto «la sorgente socio-culturale inesauribile dell'obiezione socialcomunista». È qui trasparente la critica a certa storiografia accademica, come pure la ripresa della polemica degli storici dell'«altro» movimento operaio (Stefano Merli e Karl-Heinz Roth), oltre che della lezione degli storici orali (Gianni Bosio e Danilo Montaldi).
Alla scoperta delle radici
L'altro corollario è direttamente politico. Contro il «sillogismo» che dall'identificazione tra comunismo e Urss desume la morte del comunismo Cortesi è durissimo. Questa «estrema leggerezza» - figlia del «nuovo trasformismo» - innalza una «barriera di conoscenza» che non solo divide le generazioni, ma «stronca ogni ricerca», legittimando l'assolutizzazione del capitalismo. Una catena di conseguenze si diparte da qui e conduce alla condizione devastata in cui ci è dato vivere, travolti dalla crisi verticale del movimento di classe.
Coerente con questa impostazione, il racconto muove dalle prime «proposte moderne di socialismo» concepite tra Cinque e Seicento, quindi analizza le vicende della I e della II Internazionale, sino all'ultima riunione di questa alla vigilia della guerra mondiale. L'attenzione si volge poi alla lunga preparazione dell'«Ottobre rosso», dalla rivoluzione del 1905 all'insurrezione del '17. Al centro giganteggia la figura di Lenin, del quale Cortesi sottolinea la capacità di conquistare un seguito di massa (a cominciare dai decisivi Soviet di Pietroburgo) nell'estenuante braccio di ferro con l'opposizione menscevica e «semi-bolscevica».
Un elemento non meno rilevante è l'«audace strategia politica» consegnata alle pagine di Stato e rivoluzione, culmine, per Cortesi, della progettualità comunista. Ma l'opera di Lenin, scritta a cavallo della rivoluzione, è indizio, al tempo stesso, delle ambiguità nelle quali avrebbe trovato alimento il germe della degenerazione repressiva. L'identificazione tra Stato-guerra e Stato parlamentare induce già Lenin a sottovalutare procedure e garanzie democratiche, producendo il paradosso di una critica della statualità che, nel giro di un decennio, vede l'avvento di un potere statuale permanente, fondato sulla confusione tra Stato e partito e praticato come «universalizzazione sostitutiva» del protagonismo di massa.
La restaurazione staliniana
Su questo rovesciamento fa leva la «restaurazione» staliniana, sulla quale Cortesi formula giudizi univoci. Il nuovo corso (chiaro già nel '24) si incentra sul «monopolio del comunismo» nelle mani del vertice politico; sulla cristallizzazione dottrinale del marxismo-leninismo; sulla bolscevizzazione autoritaria, sanzione di una irreversibile crisi dell'internazionalismo. È in nuce la linea del socialismo «in un Paese solo», incardinata sulla trasformazione del partito in organizzazione burocratica di massa comandata con tecniche plebiscitarie. Cortesi commenta: il contesto «storico-materiale» della rivoluzione (l'impasto tra i caratteri profondi della lunga durata e il trionfalismo prometeico della modernità) si vendica delle «buone intenzioni», avviando la transizione verso la «divaricazione tra la rivoluzione e il comunismo».
Ma l'aspetto più rilevante della ricostruzione è l'insistenza sul carattere politico della vittoria di Stalin, frutto non solo di una maggiore coerenza nella lotta, ma anche di una più lucida coscienza del fine. Se Zinov'ev soccombe, è perché la mediazione tra operai e contadini da lui propugnata è inadeguata al rilancio della produzione, ancora nel '26 lontana dai livelli pre-bellici. E se la prima «degenerazione» dell'esperienza sovietica consegue al «fallimento dei criteri originari della pianificazione», essa si direbbe figlia del degradarsi di questa a gestione dell'industrializzazione pesante accelerata, piuttosto che di errori strategici sulla direzione intrapresa.
Alla narrazione della «decadenza del "sogno" dell'Ottobre» si intreccia la ricostruzione, non meno partecipe, della vicenda del comunismo italiano, a partire dalla scissione di Livorno decisa dalla «sinistra» bordighista in contrasto con l'Internazionale. Sulla scorta delle sue antiche analisi sulle Origini del Pci (1972) - un controcanto alla storiografia «ufficiale» di Spriano - Cortesi ripercorre questa vicenda con rigore ma senza dissimulare le proprie propensioni: l'affinità con le posizioni di Bordiga (astratto e settario, ma coerente nel sostenere una linea di intransigente iniziativa classista), la distanza critica da Gramsci, la decisa avversione allo «stalinista» Togliatti.
Il gradualismo di Gramsci
La lotta interna al gruppo dirigente, che culmina con la vittoria del «centro» gramsciano, è illustrata nel contesto del rapporto con l'Internazionale e letta in simmetria con quella che divampa nel partito russo. Bordiga è il «Trockij italiano», Gramsci non è «un bolscevico in Italia», ma si muove con «intelligente cinismo», forte della consonanza tra le proprie posizioni (che Cortesi bolla come «moderato gradualismo» di ispirazione kautskiana e tradeunionista) e quelle dell'Esecutivo di Mosca. Di qui, in capo a un conflitto non esente da colpi di mano, la sconfitta di Bordiga e l'imposizione di una «gerarchia segretariale» dominata da Gramsci e Togliatti e destinata ad agire (dopo il '45) come «un coperchio o un freno messo al permanente livornismo della base di classe».
Sono queste forse le pagine più soggettive del libro. Non si vuol dire meno convincenti, trattandosi di una linea storiografica (e politica) consolidata. Ma certo qui lo storico indossa panni militanti. La riflessione e l'iniziativa politica gramsciana sino alle Tesi di Lione sono oggetto di critiche severe. L'esperienza dell'Ordine Nuovo è considerata una regressione a un generico movimentismo interclassista; la teoria dell'egemonia e della «guerra di posizione» è letta come il sofisticato esito dell'abbandono della prospettiva rivoluzionaria e della dispersione del respiro analitico internazionale: posizioni indiscutibilmente legittime, ma non esenti da forzature che gli sviluppi analitici nei Quaderni si incaricano di mettere a nudo.
Si tratta ad ogni modo di limiti puntuali, che nulla tolgono all'importanza del lavoro. Questa Storia offre un quadro ricchissimo, impreziosito dall'equilibrio tra accuratezza del dettaglio e coerenza del disegno. A fare di essa un testamento politico è poi la tensione etica della narrazione, sorretta dallo sforzo di far luce sulle implicazioni teoriche sottese allo svolgimento degli eventi.
Risalta, a questo riguardo, l'insistita riflessione sul nodo rivoluzione/guerra, sempre più influente nella stessa esperienza militante di Cortesi, razionalmente ossessionato dalla coscienza del rischio dell'annientamento totale generato dalla scoperta dell'arma nulceare.
Da una parte, la rivoluzione è per definizione guerra alla guerra. (già l'Ottobre è «opposizione alla guerra totale che si annunciava»); dall'altra, sussistono, tra le due, «specularità e compenetrazioni», non solo perché la guerra sovente favorisce la rivoluzione, ma anche per il fatto la paura della rivoluzione spiega in parte lo scoppio di una guerra. Tende a instaurarsi, su questa base, una «sinonimia totale o parziale» tra la rivoluzione (in nome della pace) e la guerra (civile), entrambe espressioni di violenza, e in che misura tali similitudini abbiano influito, non solo sulla storiografia di ascendenza schmittiana, lo dimostrano sia l'incidenza delle tesi revisionistiche sia, da ultimo, lo spazio conquistato dalla retorica della non-violenza.
La rivoluzione sfigurata
La serrata polemica di Cortesi, pacifista militante, contro tali posizioni attraversa l'intero sviluppo della narrazione. Quella tra guerra e rivoluzione è a suo giudizio un'analogia apparente e fuorviante: le masse rivoluzionarie sono qualitativamente diverse dalle masse inquadrate nell'impresa bellica; questa devasta l'internazionalismo - cuore della lotta rivoluzionaria - quindi sfigura la rivoluzione, militarizzandola e snaturando il conflitto di classe. La stessa posizione non-violenta si rivela non di rada vacua, nella misura in cui non considera la differenza che separa la violenza dettata dalla «volontà di rinnovare le regole di convivenza» da quella mossa dall'odio e dalla prevaricazione. Morale, ne conclude Cortesi, è solo il ragionamento che queste differenze tiene nel debito conto, poiché la scelta tra ragioni opposte, non eludibile, chiama in causa la responsabilità.
Bastino questi cenni a dare un'idea della complessità di un ordito narrativo di sorprendente attualità. Del resto, che la narrazione sia rivolta anche al presente e al futuro, Cortesi lo afferma a chiare lettere. Come quando scandalosamente scrive che «il comunismo è stato Rinascimento e Illuminismo» e «potrà ancora esserlo» se ritroverà «la propria identità politica»: se e quando, cioè, tornerà alla fonte sorgiva, inscritta nelle domande delle «moltitudini di disperati», sempre più pressanti via via che il capitalismo imperialista avanza nella propria storia di violenza e di devastazione.


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9 marzo 2010

Leonardo Masella : Cina, capitalismo o socialismo ?

Il capitalismo, secondo Marx, Lenin e tutti i grandi padri del socialismo, è un sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo attraverso l'estrazione del plusvalore. E il socialismo è la fine di questo sistema, è la socializzazione (e non solo la statalizzazione) dei mezzi di produzione. In Urss c'è stata una rivoluzione che ha portato il partito comunista al potere e sotto la sua direzione c'è stata la statalizzazione (integrale) dei mezzi di produzione. Da questa prima fase necessaria non si è passati mai alla socializzazione (e quindi alla democratizzazione), per vari motivi, probabilmente oggettivi. Questo ha portato, con alti e bassi, con momenti migliori e momenti peggiori, ad una burocratizzazione del potere, ad un allontanamento del proletariato e del popolo dalla partecizione alla costruzione del socialismo, alla perdita di incentivi di qualunque natura, e quindi ad una stagnazione dell'economia, e infine alla crisi e al crollo - purtroppo per tutti e a vantaggio dell'imperialismo - della fine degli anni '90. Ma anche in Urss non si poteva parlare di socialismo ma di capitalismo di stato governato dal partito comunista animato dal tentativo di costruzione di una società socialista.


La Cina, anche sulla base della lezione dell'Urss, ha evitato l'errore dell'economia interamente statalizzata e ha consentito e consente lo sfruttamento da parte di imprese private cinesi e straniere della manodopera, cioè l'estrazione del plusvalore a fini di accumulazione privata del capitale. E non stiamo parlando di piccole imprese come i barbieri, i ristoranti, qualche negozio di vestiti (che per esempio non sono consentiti a Cuba), ma anche di grandi imprese produttive di migliaia di lavoratori, di proprietà di grandi imprenditori cinesi miliardari o di proprietà di multinazionali americane, europee, giapponesi. Questo incentivo alla produzione, alla vendita, all'arricchimento, ha consentito di evitare la stagnazione economica sovietica, ha portato alla dinamizzazione dell'economia, ed oggi ha portato la Cina ad essere una delle potenze economiche più importanti del pianeta.
Contemporaneamente la Cina ha mantenuto il controllo (attraverso lo Stato e il partito comunista) dei settori strategici dell'economia e del funzionamento dello Stato (il sistema finanziario, le telecomunicazioni, i mass-media, l'energia, i trasporti, eccetera) e ha mantenuto l'obbiettivo di evitare il deterioramento sociale e ambientale che invece il classico capitalismo neoliberista trascura. Questo forte controllo statale (e del partito) ha consenito alla Cina di evitare la crisi economica e sociale del capitalismo neoliberista e finanziario degli ultimi anni, che ha investito gli Usa e la Ue.
Dunque anche in Cina non c'è il socialismo, ma una economica fondamentalmente capitalistica (un forte capitalismo produttivo a forte sfruttamento della forza lavoro a basso costo) a forte controllo statale e con l'obbiettivo del partito di una (graduale, lunga, quando ce ne saranno le condizioni) transizione al socialismo.
Io sono stato in Cina, ho visitato le zone speciali vicine a Shangai, ho parlato con dirigenti cinesi, con manager, con imprenditori, con operai, con giovani, con la gente normale. Io giudico l'esperimento cinese molto interessante e nel metodo molto positivo perchè molto innovativo, rivoluzionario, perchè ha rivoluzionato le concezioni dogmatiche del marxismo (sia del "marxismo rivoluzionario" troskista che del "marxismo-leninismo" staliniano) sul rapporto stato-mercato, che sono state una delle cause principali (assieme all'assenza di democrazia "proletaria" e di partecipazione popolare) della stagnazione economica, della crisi e infine del crollo dell'Unione Sovietica. Ci sono rischi nelle scelte cinesi ? Certamente, come in ogni scelta innovativa e rivoluzionaria. Solo conservando l'esistente non si corrono rischi, ma a volte si va lentamente verso la fine, come ha fatto l'Urss degli ultimi anni. La Cina non aveva scelta, se non voleva ripetere l'esperienza economica fallimentare dell'Urss e se voleva evitare di essere spazzata via. Ora si tratterà di evitare di farsi prendere la mano dal capitalismo, anche perchè purtroppo nella società civile cinese, fra le giovani generazioni, c'è il grande rischio - che ho potuto verificare di persona - che attecchisca la cultura dell'impresa e del profitto, dell'arricchimento, compresa la mentalità dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo senza scrupoli e senza vincoli. Ma da questo punto di vista il fatto che lo Stato e con esso il partito comunista abbiano un controllo consistente della situazione, delle banche, dei settori strategici dell'economia, dei mezzi di informazione, rappresenta una certa garanzia, anche se la situazione è aperta, c'è un dibattito ed uno scontro nel partito, nello stato e della società, il cui esito non è per niente scontato.
Io poi non sostengo la tesi, molto in voga a sinistra, che la Cina abbia un sistema economico di capitalismo neo-liberistico selvaggio. Anzi penso proprio il contrario: che la Cina ha una economia di mercato (e quindi capitalistica) con un fortissimo controllo dello Stato (e quindi del partito comunista), e questo le dà la forza di resistere alla crisi economica mondiale (che quindi è una crisi non del sistema capitalistico, altrimenti anche la Cina sarebbe in crisi, ma appunto è crisi del neoliberismo e dell'imperialismo del dollaro, che infatti sembra avviato alla fine). Nè penso - come pensano alcuni - che la Cina abbia restaurato il capitalismo, anche perchè in Cina non c'è mai stato il capitalismo, ma una sorta di sistema economico feudale. Solo ora c'è il capitalismo, sia pure, ripeto, un capitalismo non finanziario ma produttivo governato dallo Stato e dal partito, che - fra l'altro - stanno tentando di evitarne gli eccessi, sia nello sfruttamento selvaggio dei lavoratori che nella distruzione dell'ambiente.
Per concludere la mia rifliessione, io credo che dovremmo abituarci a vedere le cose con i pregi e i difetti, con le luci e le ombre, con i rischi e le possibilità, nè tutto bianco nè tutto nero. Per la Cina dell'oggi, cosi' come per l'Unione Sovietica di ieri, evitando sia lo spirito liquidatorio che quello propagandistico o conservativo, che vede tutto in continuità ortodossa (altro modo per liquidare).


27 giugno 2009

Valentino Parlato : intervista a Luciano Gallino

 

Questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?

Direi che, seppure con molte differenze tra un paese e l'altro, è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o alla deriva verso posizioni di centrodestra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Nell'insieme direi che è una sindrome europea.

Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?

Il crollo dell'Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss'altro perché ha rafforzato fortemente il centrodestra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni '60 e '70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l'Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno - ideologico oltre che materiale - ai partiti di sinistra dell'occidente. Caduta l'Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si sono trovate un po' l'erba tagliata sotto i piedi. C'è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l'Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l'India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c'è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.

Ma non ci sono anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza di esso, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?

No, per due motivi. Intanto l'industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell'industria, messi a punto nell'arco di un secolo dall'industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. L'agroindustria, la ristorazione rapida, i call center utilizzano modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.

Secondo lei il terziario si è industrializzato?

Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell'industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull'imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.

C'è una frase di Marx che ogni tanto viene citata: «Lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C'è una perdita di valore nel lavoro?

Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell'industria e dell'attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé - e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata - la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale. 



Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall'Unione sovietica? Sono stati «capitolardi»?

Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d'accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell'Urss è stato un trauma colossale. Che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di «capitolardi» sia azzeccata.

Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l'identità passata ma non si sono date una identità nuova.

Certo, perché - l'ho detto all'inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. È una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell'Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l'idea stessa di classe sociale.

Cosa fare per tornare forti e protagonisti?

Dall'89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent'anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell'economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centrosinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall'analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.

Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.

Il Pd è certo un aggregato un po' singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. È vero che sapendo che io sono di sinistra c'è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra.

Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
E per esempio l'unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione... a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d'accordo...

Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l'analisi, la critica, l'opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare.

Dovrebbero smettere di litigare...

E sì, questo fa veramente cascare le braccia.

L'ultima domanda. Io faccio questa intervista e chiedo articoli per aprire una discussione sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra? È utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?

Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. Inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare - oggi come oggi - molto difficile. È chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

Il tuo è un contributo a questo lavoro e ti ringrazio molto.


25 maggio 2009

La polemica su Stalin nel quotidiano "Liberazione"

 Ci ha molto amareggiato leggere ieri sulle pagine di "Liberazione" la recensione a un volume che definisce fin dal titolo come "leggenda nera" gran parte della storiografia esistente sulla vicenda storica e politica di Stalin. Recensione che si apre con l'apprezzamento del carattere «controcorrente», di opposizione al «senso comune» che renderebbe il volume capace di far «pensare». Recensione, poi, che quando passa ad assumere vesti "critiche" nei confronti del testo trattato, lo fa nella forma di "dubbi" del tenore seguente: «Può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario tanto vasto...?». Come a dire d'un problema quantitativo, piuttosto che di sistema.
Di fronte ai milioni di morti che il sistema dei campi staliniani, la staliniana direzione della "pianificazione socialista" e la pratica staliniana delle purghe omicide degli stessi quadri rivoluzionari hanno lasciato dietro di sé, nella memoria collettiva del mondo intero e della cultura di sinistra in particolare, riteniamo che non ci sia nulla da aggiungere: non c'è interpretazione storica che tenga, piccoli o grandi tentativi revisionisti o negazionisti non possono riguardare la figura di un dittatore feroce e brutale. Oppure, viene da chiedersi, a quando una pagina intera di pubblicità gratuita, sotto veste di recensione "equilibrata", a testi di "rilettura", magari, delle gesta di Ceausescu o di Pol Pot?
Insomma: possiamo serenamente considerare chiuso il confronto su queste tragedie o dobbiamo davvero subirne "revisioni" addirittura apologetiche?
Se questo è ancora considerato da qualcuno come "il campo" della sinistra, o "dei comunisti", ci spiace: non ci stiamo. Queste vicende terrificanti e chi se ne è fatto interprete e animatore nel corso della Storia non possono appartenere, neppure in modo critico e "ragionato" ad alcuna ipotesi di liberazione. Non solo, riteniamo che pubblicare interventi che hanno al proprio centro ipotesi del genere, esplicite o inconscie - su questo come su altri temi -, che considerino come parte del confronto di idee tesi negazioniste (l'esistenza del negazionismo sull'Olocausto non esime certo dal giudicare quello sui crimini staliniani, proprio i "dibattiti" di Losurdo dovrebbero suggerirlo...) rappresenti un salto all'indietro. Specie per un giornale che aveva cercato fin qui di aprire spazi e di liberare energie, preferendo interrogarsi di continuo piuttosto che cercare rifugio nell'eterna riconferma di un'identità interpellata da una storia fatta anche, come indica proprio il caso di Stalin, di mostri e orrori.

*
Checchino Antonini, Angela Azzaro, Anubi D'Avossa Lussurgiu, Stefano Bocconetti, Guido Caldiron, Paolo Carotenuto, Simonetta Cossu, Carla Cotti, Sabrina Deligia, Laura Eduati, Roberto Farneti, Antonella Marrone, Martino Mazzonis, Andrea Milluzzi, Frida Nacinovich, Angela Nocioni, Paolo Persichetti, Paola Pittei, Sandro Podda, Stefania Podda




Un gruppo di redattori di Liberazione ha sentito il bisogno di prendere carta e penna per contestare la recensione di Guido Liguori (vicepresidente dell'International Gramsci Society e caporedattore di Critica Marxista ) del libro di Domenico Losurdo, "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera", apparsa su Liberazione venerdì scorso. I bersagli della lettera sono, palesemente, due: l'autore della recensione, imputato, nientemeno, di avere offerto eco ad una "revisione apologetica" della figura di Stalin; e il direttore del giornale che, corrivamente, ne ha autorizzato la pubblicazione. Risponderò, brevemente, tanto alla questione di merito, relativa cioè al contenuto della recensione, quanto alle ragioni, del tutto conseguenti, che mi hanno fatto considerare utile proporla ai lettori.
La contestualizzazione di un evento o, addirittura, di una lunga catena di eventi, prodotta con rigore filologico e attraverso una seria ed approfondita ricognizione delle fonti, dovrebbe essere un imperativo categorico per chiunque voglia criticamente e non ideologicamente (o propagandisticamente) ragionare sul passato e, in definitiva, sul presente. I guai cominciano quando la contestualizzazione si trasforma in uno storicismo assoluto, in un fatale (e letale) giustificazionismo, per cui quel che è accaduto, nel modo come è accaduto, non poteva che verificarsi così. Come se gli esseri umani portassero sulle loro spalle la Storia. La quale procederebbe per la propria strada, secondo una deterministica concatenazione di cause ed effetti. Per cui, se al posto di Stalin vi fosse stato qualcun altro, questi non avrebbe potuto fare alcunché di diverso, ecc.
Un simile modo di procedere produce un'apparente scientificità, che ha il vizio di essere sempre dedotta a posteriori, deresponsabilizzando gli attori, i protagonisti della storia umana. Così, ogni valutazione di ordine storico, politico e morale diventa impossibile. Credo che nessuno sia tanto sciocco da pensare che gli esseri umani si muovano, in ogni epoca e condizione, come "libertà assoluta". Ognuno opera "in situazione" ed è nel suo agire codeterminato da una quantità di fattori. Codeterminato, ma non coartato. C'è sempre - o quasi sempre - sartrianamente, una possibilità di scelta. Ed è questa scelta che permette il giudizio di valore.
Davvero singolare, dunque, che chi - come Losurdo - esalta il significato anche euristico della soggettività, della rottura antideterministica, "rivoluzionaria", delle condizioni storicamente date, cada poi nell'errore di dimenticarsene del tutto quando ci fa intendere che ben poco dei tragici avvenimenti capitati nella Russia staliniana avrebbe potuto avere un corso diverso. Come invece è provato dalla durissima, sanguinosa lotta interna attraverso la quale si affermò la dittatura. E, una simile contraddizione, alimenta il sospetto che, malgrado la grande messe di dati, circostanze, documenti citati, il lavoro di Losurdo sia, in fondo, un progetto a tesi.
Paradossalmente (ma poi non troppo), questo esasperato oggettivismo finisce per combaciare con la posizione opposta, ma simmetrica, secondo cui il difetto sta nel manico: l'uovo del serpente sarebbe cioè solidamente insediato nell'idea comunista, sin dall'origine, sin dal suo archetipo teorico, fin nel marxismo, passando poi attraverso tutta la vulgata delle esperienze storiche che in ogni punto del globo, da oriente ad occidente, da nord a sud, si sono incarnate nei decenni, fondandosi su quell'ispirazione. Insomma, il giustificazionismo non fa che offrire alibi a tutte le rimozioni (che non hanno mai favorito alcun progresso, in nessun campo) e a tutti i processi di sommaria liquidazione. Perché quando rimuovi, non capisci. E se non capisci non ti confronti davvero. Ti contrapponi. Con tutta la cieca determinazione che si mette nel non riconoscere - nell'altrui punto di vista - la porzione di verità che esso può contenere.
E' il vizio di tutti i fondamentalismi, di tutti i settarismi, di cui si nutre chi crede di custodire nel proprio scrigno tutto ciò che occorre sapere. Attenti dunque all'autoritarismo, alla pianta che rigogliosamente cresce quando si pretende che vi siano argomenti da mettere al bando, parole da inibire, colonne d'Ercole da non varcare...
Quanto alla recensione di Guido Liguori, il cui profilo culturale è notoriamente estraneo a qualsiasi contaminazione o suggestione stalinista, trovo del tutto incomprensibile come si possa ricavare dal suo testo una qualsiasi propensione "negazionista". Ne fa fede lo stralcio del suo commento al libro di Losurdo che ripubblichiamo qui accanto. Ai firmatari delle lettera, invece, che tanto in là hanno voluto spingersi nella loro requisitoria, vorrei ricordare che è difficile che si possa - cito dalla loro lettera - «interrogarsi di continuo» e, contemporaneamente, «considerare chiuso il confronto». «Consciamente o inconsciamente», mi pare si propenda per la seconda ipotesi. C'è tuttavia un punto, questo sì davvero indigeribile, eppur rivelatore, della lettera. Laddove si dice «a quando una pagina intera di pubblicità gratuita (...) delle gesta di Ceaucescu e di Pol Pot». Mi spiace: non ci sto. Non è consentito.

Dino Greco

Caro direttore, con vera sorpresa ho letto su Liberazione di ieri il documento di un gruppo di redattori che critica aspramente la mia recensione a un libro di Domenico Losurdo su Stalin pubblicata il giorno precedente. Vengo accusato, di fatto, di simpatie per lo stalinismo e per una sua presunta "riabilitazione". Penso che si tratti dell'ennesimo episodio di una storia che non mi appartiene, quella della guerra interna al Prc e più in particolare al suo giornale. L'evidente strumentalità del documento non ne rende però più accettabili i contenuti, che sono in gran parte una mera falsificazione di quanto ho scritto. Si arriva addirittura a fingere di non capire l'uso della "domanda retorica" nella lingua italiana! Non solo tutti i miei scritti e la mia storia personale testimoniano dell'assurdità di tale accusa. Anche nello scritto in questione niente può essere interpretato in tal senso: in esso - come si dovrebbe fare in ogni recensione - ho prima riassunto il libro, ho riconosciuto la serietà della ricerca (perché a mio giudizio così è: ma almeno anche uno solo degli scriventi lo avrà letto?), ne ho contestato infine, inequivocabilmente, l'impianto complessivo. Cosa avrei invece dovuto fare? Mettere insieme una sequela di insulti e pronunciare una scomunica? Mi dispiace, questo stile non mi appartiene, non sono né voglio essere uno "stalinista dell'antistalinismo". Sono uno "studioso appassionato" e come tale continuo a leggere, a riflettere, a dare un contributo - nell'ambito delle mie capacità - anche sulla "nostra" (di noi comunisti) storia più controversa. Non mi interessano le verità di partito proclamate una volta per tutte a chissà quale congresso. Preferisco la ricerca e le letture che mettono in dubbio certezze e danno luogo a un dibattito libero. Solo da questo confronto fra posizioni diverse una comunità scientifica o politica può avanzare verso un'opinione condivisa dai più. Invio a te e a tutti coloro che sono impegnati nel rilancio di Liberazione un sincero augurio di buon lavoro.

Guido Liguori


15 aprile 2009

Guido Liguori : Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate?

 

Nel suo ultimo libro ( Stalin. Storia e critica di una leggenda nera , con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del '28-'29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia-Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno Unito, i militari sovietici lanciarono l'allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo» (Bucharin) contro i contadini, Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel 1935 lo accusò di «liberalismo» e di «abbandono del "sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"». In effetti Stalin - per far decollare la produzione - si batte contro il «livellamento "sinistroide" dei salari», contro l'egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l'emergenza, e il terrore: Losurdo - che parte dall'esame di una letteratura internazionale molto amplia, e "anti-stalinista" - accredita il fatto che l'opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni '30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l'unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell'Est europeo. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell'Urss riprende il sopravvento.




Di contro alla "cattiva" eredità dell'"utopismo" marxista Stalin impara dunque - per l'autore - la «vacuità dell'attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha altresì direttamente sperimentato l'effetto paralizzante di una visione dell'universale incline a bollare come una contaminazione l'attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma - questo il suo limite per Losurdo - la lotta contro «l'utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d'eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall'utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall'opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell'invasore nazista; a sottolineare l'attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel '37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l'accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell'Urss.
E' difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica al concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l'effetto disastroso sulla politica dell'egemonia (vedi la rottura dell'alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita - secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta - che ridussero «gli uomini "a bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista? Non consola sapere che peggio fece - per fare un esempio - il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell'umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l'organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto non viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita? Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. E' vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull'ultimo numero di Critica marxista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel '900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l'esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all'effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l'alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.


8 marzo 2009

Andrea Catone : Georges Labica e la capacità di ripartire dalle sconfitte

 

Georges Labica (nato a Tolone nel 1930 e scomparso giovedì scorso), entrato come assistente di ruolo di Filosofia all'Università Paris X-Nanterre nel 1968 - come egli ricorda 40 anni dopo, in una recentissima ricostruzione critica del maggio francese e del movimento che ad esso seguì, di cui fu «testimone e attore fino alla fine degli anni 70» (Le carrefour de mai 68) - prima ancora che l'importante professore emerito, il Direttore onorario al Centro Nazionale della Ricerca scientifica, il professore onorario dell'Università del Popolo di Pechino, e l'autore di numerosi libri e saggi di marxismo e filosofia politica (tra cui, scritto con Bensussan, il prezioso Dizionario critico del marxismo , I edizione 1982), è stato, fino a quando le forze lo hanno sostenuto, un intellettuale marxista militante. Un comunista critico e controcorrente, l'antimperialista engagé e appassionato, che non ha mai perso la capacità di indignarsi - a differenza di accademici tartufi - dinnanzi all'oppressione dei popoli, difendendo a viso aperto il loro diritto alla resistenza, alla lotta, all'«l'uso della violenza emancipatrice ogniqualvolta sia necessario».



Ancora a metà ottobre dello scorso anno è a Caracas, nella capitale della "rivoluzione bolivariana", per una conferenza dal titolo anomalo e provocatorio, "La transizione al socialismo in Europa e negli Stati Uniti". E' la riflessione sulla grande crisi strutturale del capitalismo mondializzato che si manifesta all'inizio di autunno col fallimento delle banche e lo scoppio di una immensa bolla finanziaria legata ai mutui subprime, dinnanzi alla quale va in pezzi l'ideologia neoliberista che dal crollo dell'Urss era divenuta pensiero unico: i media ritornano a parlare di intervento dello stato e nazionalizzazioni. Qui riannoda i fili di una riflessione ininterrotta, mai appagata e mai banale, sui caratteri del mondo contemporaneo, su quella totalità del mondo capitalista che non si limita ai soli rapporti economici, ma si istalla pervasivamente nella vita quotidiana, occupa le menti e i cuori, si impadronisce delle parole, che non sono mai innocenti, con una violenza indicibile - interventi e riflessioni raccolte qualche anno fa in un libro politicamente scorretto sin dal titolo, Democrazia e rivoluzione (pubblicato anche in Italia dalla Città del Sole, 2007) e in Théorie de la violence (Napoli-Parigi, 2008). La specificità del capitalismo nella sua fase attuale, a differenza dell'epoca di Marx ed Engels che sottolineavano nel Manifesto , il ruolo progressista della borghesia nella liquidazione del feudalesimo e nella rivoluzione permanente dei mezzi di produzione, risiede nel suo carattere distruttivo, che non risparmia nessun ambito, il lavoro, la salute, l'ambiente, la democrazia, quello sociale, giuridico o intellettuale, e neanche il sistema finanziario, che, come vediamo ora, giunge a divorare se stesso. Tutto si svolge, ci dice Labica, come se ci fossero uomini di troppo, disoccupati, sans papiers , esclusi di ogni tipo, e anche popoli di troppo, come in Palestina o in Iraq, di cui ci si vorrebbe sbarazzare come se si trattasse di rifiuti. Lo Stato, organizzatore dell'insicurezza, ha fatto della paura, delle paure, che accompagnano le distruzioni che esso stesso provoca, uno strumento di egemonia, assicurandosi il monopolio della violenza. Guerra e terrorismo di Stato accompagnano e assecondano funzionalmente lo sfruttamento economico, portato al suo culmine, creando sempre maggiore disuguaglianza. L'imperialismo, sotto la guida degli Usa, ha mondializzato la violenza. In Europa e negli Usa c'è una situazione di "servitù volontaria" dovuta all'assenza di qualsiasi prospettiva decisamente anti-sistemica. E' la situazione più paradossale: da un lato, la crisi mette a nudo gli ingranaggi del dominio che l'hanno provocata, dall'altro, le masse continuano a subire la loro incapacità di cogliere l'opportunità offerta loro di
"cambiare il mondo". Ma, in confronto con le precedenti crisi, l'occasione è veramente eccezionale, rende visibile il responsabile in persona, il modo di produzione capitalista giunto allo stadio della globalizzazione.
Georges Labica, è stato impegnato sin dai primi anni '70 in una lettura critica e attenta dei testi marxisti da Marx ( Le marxisme d'aujourd'hui , 1973; Le statut marxiste de la philosophie , 1977; L'Oeuvre de Marx, un siècle après , 1985; Karl Marx, Les Thèses sur Feuerbach , 1987; Karl Marx, L'Expropriation originelle -Présentation, 2001), a Gramsci (ricordo la sua partecipazione al convegno di Torino su "Gramsci e la rivoluzione in Occidente", nel 1997) a Lenin, di cui ha ripreso e attualizzato - in polemica con Negri - la categoria di "imperialismo" e condannato la rimozione, rivendicandone l'attualità teorica e politica, con alcuni interventi del 2003-2004 (Ilitch 2003; C'est à Lénine qu'il faut revenir). Rispetto alla versione staliniana del marxismo-leninismo era stato decisamente critico, interpretandola come filosofia del potere di stato ( Le marxisme-léninisme, Eléments pour une critique , 1984). Negli anni successivi alla fine del "socialismo reale" e alla crisi profonda dei partiti comunisti dell'Occidente, Labica ha accentuato il suo ruolo di intellettuale militante, nella consapevolezza che quello era il tempo per non rinchiudersi nell'accademia o tornare a casa, ma di intervenire con forza, prendendo posizione, orientando, rivendicando testardamente la grandezza di una tradizione teorica del movimento operaio e al contempo la necessità di aprirla alle sfide del futuro, per leggere i tratti nuovi del dominio capitalista contemporaneo. E così, oltre i libri, sono numerosissimi i suoi interventi di orientamento, puntualizzazione, polemica su riviste di tutto il mondo. Negli anni in cui la sconfitta del socialismo sembrava sommergere ogni cosa e ogni proposta di trasformazione radicale della società, l'attività teorico-politica di Labica si è radicalizzata. Non rassegnato al nuovo ordine mondiale ha provato a riflettere sul passato e a costruire nel fuoco delle contraddizioni del presente una nuova prospettiva. Con grandi difficoltà, lavorando a tentoni, cercando dei punti fermi sui quali fare leva per non lasciarsi travolgere dalla grande fiumana della "fine del comunismo" e del vangelo del mercato e delle privatizzazioni. Si trattava di lavorare sulle contraddizioni del presente e di non abbandonare la bussola preziosa del marxismo. La quale indicava, ad onta dei peana intonati al libero mercato, che la contraddizione principale del capitale, indicata dagli studi di Marx non si era affatto spostata, non era affatto divenuta secondaria nel mondo contemporaneo, ma si era anzi vieppiù approfondita, era divenuta mondiale. E su scala mondiale occorreva ora affrontarla. Ma il marxismo doveva essere capace di riconoscerla e di liberarsi dell'egemonia del capitale mondiale penetrata sin dentro le parole. E quando usi le parole dei dominanti, le parole che esprimono i concetti dei dominanti - sei già preso nel vortice, sei catturato: «la società fondata sui rapporti di sfruttamento, il capitalismo, pensa nelle nostre teste. Ecco perché essa è nelle nostre parole». Il lavoro critico marxista deve saper affrontare anche questo terreno. Ma, nonostante tutto, nonostante le enormi difficoltà della situazione odierna, la rivoluzione, secondo Labica, è un problema posto, e bisogna «restituire acuità al suo concetto» ( Democrazia e rivoluzione ).


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