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3 marzo 2011

Illogica logica : uso e menzione

 

Uso : “Annibale sconfisse i Romani al Trasimeno” (linguaggio oggetto)

Menzione : “ (Annibale) è nome proprio di persona” (metalinguaggio)

 

Uso (Quine) – Suppositio formalis (Occam) – non autonimia (Carnap)

Menzione (Quine) – Suppositio materialis (Occam) – autonimia (Carnap)

 

Malatesta dice che ogni simbolo con le virgolette è tautegorico, cioè si riferisce (è un nome per …) alla propria figura simbolica

Nel caso della Suppositio formalis l’uso è linguistico, la menzione extra-linguistica. Si tratta di etero riferimento.

Nel caso della Suppositio materialis l’uso è linguistico, la menzione intralinguistica. Si tratta di autoriferimento.

 

Malatesta poi distingue quattro casi :

  1. La città del Maschio Angioino è a Nord Ovest della città con il Revellino”. In questo caso c’è la menzione di entità extralinguistiche senza l’uso dei nomi corrispondenti. Sono menzionate Napoli e Gallipoli senza usare i nomi “Napoli” e “Gallipoli”.
  2. Napoli è a nord-ovest di Gallipoli”. C’è la menzione delle entità extralinguistiche usando i nomi corrispondenti.
  3. Il nome della città con il Maschio Angioino ha le due ultime sillabe in comune con il nome della città con il Revellino”. Menzione delle entità intralinguistiche senza usare autonimi corrispondenti
  4. “(Napoli) e (Gallipoli) hanno le due ultime sillabe in comune”. Menzione di entità intralinguistiche usando autonimi corrispondenti.

 

Esiste una suppositio materialis anche per intere proposizioni : ad es. “(Cesare conquistò la Gallia) è una espressione dotata di senso

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=DrUB0g8Vjgg

 

 

I termini usati da Occam sono molto significativi : suppositivo formalis dà l’idea di un  segno leggero che rimanda a ciò che è altro da sé, senza attirare su di sé l’attenzione dell’ascoltatore. Invece suppositio materialis fa emergere la materialità e l’oggettualità del segno.

Tuttavia essa applicata alle intere proposizioni presuppone in un certo senso la capacità del linguaggio di oggettivare l’evento e dunque prefigura l’intuizione metafisica del fatto che ogni evento fenomenologico nel tempo è uno stato di cose nell’Eternità.

 

Un segno che sta per il soggetto logico di una proposizione in linguaggio diretto viene usato, mentre se è esso stesso il soggetto o il termine di una proposizione, tale proposizione appartiene al metalinguaggio ed esso viene menzionato.

Dunque la menzione attiene solo al termine usato per designare un oggetto.

La menzione è l’oggettivazione del termine usato all’interno di una proposizione metalinguistica.

In questo caso le virgolette servono a separare il segno dalla proposizione, in cui esso è inserito e nella quale esso designa, e ad inserirlo all’interno di una proposizione metalinguistica, come oggetto e non più in quanto segno

Il segno virgolettato non si riferisce a se stesso ma mostra se stesso. E’ la proposizione metalinguistica che si riferisce ad esso.

Infatti nel caso delle entità intralinguistiche il nome, apparendo, evidenzia tutte le sue proprietà e così si possono più facilmente verificare tutte le proposizioni su di esso. Il nome, nella menzione, è l’auto-descrizione di sé : ad es. “nave” ha quattro lettere.

Nella menzione si ha la designazione di un segno e non c’è necessariamente autoriferimento, ma appunto designazione intralinguistica.

Nel caso delle entità extra-linguistiche il mancato utilizzo dei nomi ci dà una informazione esplicita in più, poiché senza nomi si è costretti ad utilizzare una descrizione. Invece in tal caso l’utilizzo del nome può costituire uno schermo che occulta.

 

 Per quanto riguarda gli esempi scelti da Malatesta

  • Per quanto riguarda il primo esempio c’è solo uso del termine e denotazione dell’oggetto non attraverso un nome ma attraverso una descrizione
  • Per quanto riguarda il secondo esempio c’è l’uso dei nomi corrispondenti ed anche in questo caso alcuna menzione
  • Nel terzo caso c’è una proposizione metalinguistica senza la menzione dei nomi ma con l’utilizzo di una descrizione.
  • Nel quarto caso c’è la menzione dei termini usati per designare le due città ed anche in questo caso la proposizione è metalinguistica

Il termine autonimia di Carnap non tiene conto del fatto che non tutte le menzioni sono autoriferimenti, per quanto siano interni a proposizioni metalinguistiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


23 luglio 2008

Adam Smith e la natura del prezzo reale

 

Il prezzo reale di ogni cosa, ciò che ogni cosa realmente costa all’uomo che vuole procurarsela, è la fatica e l’incomodo di ottenerla. Ciò che ogni cosa realmente vale per l’uomo che l’ha acquisita e che vuole disporne o cambiarla con qualcos’altro, è la fatica e l’incomodo che può risparmiargli e imporre agli altri. Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica.



 

Qui il discorso si fa più confuso: che intende Smith per “la fatica e l’incomodo di ottenerla” ? Intende la fatica che fa per produrla o per produrre i prodotti che con essa sono scambiabili ? Si potrebbe dire che se questi prodotti sono equivalenti, la cosa sarebbe la stessa. Ma ciò da per assodato quel che va spiegato : l’equivalenza nello scambio è il prodotto di che cosa ? Dell’equivalenza del lavoro incorporato (allora la teoria del valore/lavoro di Smith presuppone quella di Marx) o è la risultante non del tutto logica di un intreccio vischioso di desideri, bisogni, memoria del lavoro prestato etc che viene ricoperto e glassato dal formalismo dei neoclassici ?

Smith non sembra accorgersi di questa ambiguità. Egli dice “Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica”. Ma non è immediatamente così. La fatica di produrre un bene A non è immediatamente la fatica che serve per produrre il bene B scambiabile con il bene A.


21 luglio 2008

Adam Smith e un'altra teoria del valore lavoro

Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui è in grado di concedersi i mezzi di sussistenza e di comodo ed i piaceri della vita.
Ma una volta affermatasi la divisione del lavoro, con il proprio lavoro si può ottenere solo una parte piccolissima di questi. La parte di gran lunga maggiore deve essere tratta dal lavoro degli altri e quindi uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare. Il valore di ogni merce, per la persona che la possiede e che non intende usarla o consumarla personalmente ma scambiarla con altre merci, è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.



Questo passo è molto interessante e vanno fatte a tal proposito molte osservazioni :
La prima è che chi è in grado di procurarsi i mezzi di sussistenza e di comodo e i piaceri della vita non è ricco ma è capace o quanto meno potente.
Ricco è chi con la divisione del lavoro ha accumulato un gran quantitativo di beni durevoli da lui prodotti o di beni scambiabili (se non addirittura di beni-moneta) e può disporre di una grande quantità di lavoro altrui. Quindi la definizione di "ricco" presuppone quanto meno la divisione del lavoro se non un abbozzo di economia monetaria.
La seconda considerazione è che qui viene delineata una teoria del valore lavoro diversa da quella marxiana. Il valore di una merce non corrisponde al lavoro necessario per produrla in quanto merce, ma al lavoro che il possesso di tale merce può comandare verso chi volesse acquistarla

(naturalmente è possibile che nei fatti tali definizioni diverse diventino equivalenti per effetto di un gran numero di scambi).

Essa dunque è legata sia al grado di utilità attesa per una sola persona, al numero di persone per le quali ha un certo grado di utilità attesa, alla scarsità (e di riflesso al lavoro necessario per produrla in quanto merce). Naturalmente se tale concetto di valore/lavoro è più comprensivo, al tempo stesso è più vago. Comunque è molto interessante e andrebbe sviluppato.


18 luglio 2008

I prezzi reali secondo Adam Smith

 

Smith si pone poi le seguenti domande :

Qual è la misura reale del valore di scambio ? Ossia in cosa consiste il prezzo reale di tutte le merci? Quali sono le differenti parti di cui è composto e formato questo prezzo reale ?

Quali sono le differenti circostanze che talvolta fanno salire alcune o tutte queste differenti parti del prezzo al di sopra del loro livello naturale o ordinario ? Ossia quali sono le cause che talvolta impediscono che il prezzo di mercato ed effettivo delle merci coincida esattamente con quello che può essere definito il loro prezzo naturale ?

 

 

 

Su questi problemi che si pone Smith si potrebbero porre altre domande : deve esistere una misura reale del valore di scambio ? Il valore di scambio è lo stesso che il prezzo ? Esiste un prezzo reale ?

Esiste un prezzo naturale ?

E si possono fare alcune ipotesi di definizione (trattasi di ipotesi molto provvisorie) :

1) Il valore di scambio è un valore sempre variabile del rapporto tra il lavoro incorporato tra diversi beni.

2) Il valore monetario è il rapporto sempre variabile tra il lavoro incorporato in un bene e quello di un bene preso come riferimento.

3) Il prezzo è il rapporto tra il valore monetario di scambio (o meglio tra il lavoro incorporato in un bene espresso in moneta) e la domanda di questo stesso bene.


16 luglio 2008

Adam Smith, il valore d’uso e il valore di scambio

 

Smith distingue prima di Marx tra valore d’uso e valore di scambio : il valore d’uso è l’utilità di un oggetto, mentre il valore di scambio è il potere di acquistare altri beni che il possesso di tale oggetto conferisce.

Le cose che hanno massimo valore d’uso a volte per Smith hanno pochissimo valore di scambio (es. l’acqua o la luce del sole), mentre le cose che hanno massimo valore di scambio a volte non hanno nessun valore d’uso (es. i diamanti).

In realtà l’acqua in molti contesti ha un altissimo valore di scambio (ormai si dice che le guerre del futuro saranno guerre per l’acqua), mentre non è vero che un diamante non venga usato, dal momento che esso svolge un’attività simbolica notevole e conferisce potere e prestigio a chi lo porta.

 

 

 

Qui Smith notando questo apparente paradosso sfiora la concezione del valore come scarsità, dal momento che l’acqua sarebbe a portata di mano (per quanto necessaria), mentre i diamanti sarebbero rarissimi per quanto non certamente necessari per la sopravvivenza. Naturalmente il valore di scambio non si riduce alla scarsità, dal momento che ci sono cose rare che non hanno valore di scambio, dal momento che non hanno valore d'uso. Anche se nelle società capitalistiche di mercato ci sono distorsioni per cui la rarità di una cosa la rende immediatamente una cosa di valore, dal momento che il possesso puro e semplice di una cosa rara diventa l'uso stesso di quella cosa (es. nel collezionismo). Ma da questo a concludere che il valore di una cosa stia tutto nella rarità ce ne corre. Oltre tutto la rarità può anche essere definita come il correlato oggettivo del lavoro necessario a fare di una cosa una merce sul mercato, per cui la stessa teoria della rarità può essere collegata alla teoria del valore lavoro.

Si può dire che una cosa ha un valore di scambio ed è cioè merce quando dobbiamo ricorrere ad altri per procurarcela.

L’essere merce di una cosa è la situazione per cui quella cosa ha un rapporto con una relazione tra esseri umani

 

 


28 maggio 2008

Marx e l’oblio della forma di valore nell’economia classica

 

L’economia  ha scoperto il contenuto nascosto in queste forme. Ma non ha mai posto neppure il problema del perché quel contenuto assuma quella forma, e dunque del perché il lavoro rappresenti se stesso nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale rappresenti se stessa nella grandezza di valore del prodotto del lavoro Uno dei difetti principali dell'economia politica classica è che non le è mai riuscito di scoprire, partendo dall'analisi della merce e piú specificamente del valore della merce, quella forma del valore che ne fa, appunto, un valore di scambio. Proprio nei suoi migliori rappresentanti, quali A. Smith e il Ricardo, essa tratta la forma di valore come qualcosa di assolutamente indifferente, o d'esterno alla natura della merce stessa. La ragione non sta soltanto nel fatto che l'analisi della grandezza di valore assorbe completamente la loro attenzione; è più profonda. La forma di valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta, ma anche più generale del modo borghese di produzione, la quale per ciò viene caratterizzata come forma particolare di produzione sociale, e così viene insieme caratterizzata storicamente. Quindi ritenendola erroneamente la eterna forma naturale della produzione sociale, si trascura necessariamente anche ciò che è l'elemento specifico della forma di valore e quindi della forma di merce e, negli ulteriori sviluppi, della forma di denaro, della forma di capitale, ecc. Quindi, in economisti che sono pienamente d'accordo sulla misura della grandezza di valore in base al tempo di lavoro, troviamo le più variopinte e contraddittorie idee del denaro, cioè della forma perfetta dell'equivalente generale.

Questo spicca in maniera evidentissima p. es. nella trattazione sulle banche, dove non bastano più i luoghi comuni delle definizioni del denaro. Quindi, in opposizione a questo fatto, è sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh, ecc.), il quale vede nel valore soltanto la forma sociale, o piuttosto soltanto la parvenza di tale forma, priva di sostanza. Osservo una volta per tutte che per economia politica classica io intendo tutti gli studi economici, da W. Petty in poi, i quali hanno indagato il nesso interno dei rapporti borghesi di produzione, in contrasto con l'economia volgare; quest'ultima si aggira soltanto entro il nesso apparente, e torna sempre a rimuginare di nuovo, allo scopo di render comprensibili in maniera plausibile i cosiddetti fenomeni più grossi e di sopperire ai bisogni quotidiani borghesi, il materiale già da tempo fornito dall'economia scientifica: ma per il resto si limita a sistemare, render pedanti e proclamare come verità eterne le banali e compiaciute idee degli agenti di produzione borghesi sul loro proprio mondo, come il migliore dei mondi possibili.




Anche un sacchetto dell'immondizia è stato messo all'asta in rete....


Qui Marx evidenzia come l’economia politica classica non si interroghi sul carattere storicamente determinato della forma di valore e cioè del fatto che il lavoro rappresenti se stesso nel valore delle merci o meglio nel valore di scambio, nel valore delle cose che si scambiano tramite il mercato. Con questo Marx ipotizza il carattere storico del mercato come strumento di allocazione delle risorse e relega (quando parla di economia volgare) gli apologeti del mercato tra coloro che sistematizzano in maniera ed elevano a verità eterne le banali e compiaciute idee dei capitalisti sul loro proprio mondo. C’è forse qui una critica anticipata all’economia neoclassica o a quella che sarebbe stata la scuola austriaca ?

 

 

 


28 febbraio 2008

Marx : la merce come fattore di astrazione

 

Basta uno sguardo per vedere l'insufficienza della forma semplice di valore, di questa forma germinale che matura fino alla forma di prezzo solo dopo una serie di metamorfosi.

L'espressione di A in una qualsiasi merce B distingue il valore della merce A soltanto dal suo proprio valore d'uso, e quindi pone la merce soltanto in un rapporto di scambio con un qualsiasi genere di merce singolo che sia differente da essa, invece di rappresentare la sua eguaglianza qualitativa e la sua proporzionalità quantitativa con tutte le altre merci. Alla forma semplice relativa di valore di una merce corrisponde la singola forma d'equivalente di un'altra merce. Così l'abito, nell'espressione relativa di valore della tela, ha soltanto forma di equivalente ossia forma di immediata scambiabilità in relazione a questo singolo genere di merci, tela.

Ma la forma singola di valore trapassa da sola in una forma più completa. E' vero che mediante essa il valore di una merce A viene espresso solo in una merce di altro genere. Ma è cosa del tutto indifferente di qual genere sia questa seconda merce, abito, ferro, grano, ecc. Dunque, a seconda che quella merce A entra in un rapporto di valore con questo o quell'altro genere di merci, nascono differenti espressioni semplici di valore di quell'unica e medesima merce. Il numero di queste sue possibili espressioni di valore è limitato soltanto dal numero dei generi di merci da essa differenti. Quindi la sua espressione isolata di valore si trasforma nella serie sempre prolungabile delle sue differenti espressioni semplici di valore. Il valore di una merce, p. es. della tela, è ora espresso in innumerevoli altri elementi del mondo delle merci. Ogni altro corpo di merci diventa specchio del valore della tela. Per questo possiamo parlare del valore di abito della tela quando si rappresenta in abiti il valore di questa, e del suo valore di grano quando lo si rappresenta in grano, ecc. " Poiché il valore di ogni merce designa il suo rapporto nello scambio [con una qualsiasi altra merce], noi possiamo parlare di esso come... valore di grano, valore di panno, e così via a seconda della merce con la quale essa viene comparata Questo valore si presenta così per la prima volta, esso stesso, veracemente, come coagulo dì lavoro umano indifferenziato. Infatti il lavoro che lo costituisce è presentato ora espressamente come lavoro che equivale ad ogni altro lavoro umano, qualunque forma naturale possa avere, e sia che esso si oggettivi nell'abito o nel grano o nel ferro o nell'oro, ecc. Quindi la tela sta ora in un rapporto sociale mediante la sua forma di valore non più soltanto con un altro singolo genere di merce, ma con il mondo delle merci. Come merce, è cittadina di questo mondo. E allo stesso tempo è implicito nella infinita serie delle sue espressioni che il valore d'una merce è indifferente alla forma particolare del valore d'uso nel quale esso si presenta.

 



Proprio il fatto che una merce sia comparabile con qualsiasi altra merce, da un lato rende omogenei ed indifferenziati anche tutti i singoli lavori che li hanno generati, ognuno dei quali perde la sua eccezionalità per essere omogeneizzato nel lavoro astratto in generale. Questo lavoro astratto in generale non è che l’astrazione della merce e del mercato. Perché ci sia scambio ci deve essere uno spazio in cui tutto sia comparabile, tutto condivida la medesima sostanza. Questa medesima sostanza è forse la stessa scambiabilità, l’oggettualità delle merci, ma Marx sembra non avvertire il carattere immanente allo scambio di questa generalità ed ha bisogno di dare un contenuto specifico a tale sostanza. La scelta del lavoro come valore sembra essere un aggiunta non richiesta, una ridondanza, un arbitrio, un errore.

L’essere merce non omogeneizza solo il lavoro che ha generato la merce stessa, ma omogeneizza anche il valore d’uso nel quale la merce si presenta (il soddisfare questo e quel bisogno, il servire a questo e a quello)

 


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26 febbraio 2008

Valore d'uso, valore di scambio, valore lavoro : una digressione psicologica

 

Marx interpreta questa duplicità tra valore d’uso e valore di scambio come una sorta di contraddizione interna alla merce, contraddizione che si esplica nello scambio.

Possiamo meglio elaborare questo concetto ? Per poterlo fare possiamo provare a fare un ragionamento di psicologia del senso comune  : gli oggetti (ed anche le persone) che ci circondano hanno effettivamente una loro ambivalenza. A volte attirano la nostra attenzione ed il nostro desiderio, mentre altre volte ci sono indifferenti (se addirittura non diventano motivo della nostra noia oppure oggetto della nostra aggressività). Ovviamente con le persone il rapporto è giusto che cambi e spesso ci pensano loro a farcelo cambiare. Per quanto riguarda gli oggetti, se non possiamo sopportarli possiamo gettarli via o distruggerli impunemente. In altri casi ci sono indifferenti, come i soprammobili di casa. In altri ancora ci sono utili (es. una forchetta) oppure soddisfano immediatamente dei nostri bisogni (un piatto di maccheroni o un bel quadro da contemplare). Ci sono casi in cui oggetti che prima soddisfavano i nostri bisogni, ad un certo punto non lo fanno più (es. i giornalini della Marvel che tenevo gelosamente custoditi), oppure quantità successive di uno stesso bene (le arance che il mio albero ha fruttato) ormai non hanno più rapporto con un mio bisogno magari già largamente soddisfatto. Quel che noi consumiamo (il pane che mangiamo, il libro che leggiamo, la forchetta che usiamo) ha un valore d’uso, spesso non comparabile. Il gusto di quel pane, le emozioni suscitate da quel libro non sono sempre rapportabili, anche se noi tentiamo di farlo con più o meno soddisfazione ogni giorno (“che bello ‘l’Idiota’ non trovi ?”, “Ottima questa parmigiana..”). ma che ne è degli oggetti che possediamo ma che ci sono ormai indifferenti ? Beh, la pasta che è avanzata la mettiamo in frigo per domani, il libro che ci ha stancato lo riprenderemo un altro giorno o lo metteremo in bella vista nel soggiorno (lo useremo in questo caso in altro modo). Ma ci sono cose che prevediamo non useremo mai : alcune le butteremo, altre le daremo senza un immediato tornaconto. 




Ma se forse fossimo abitanti di un villaggio povero, avremmo magari molti altri desideri (siamo sazi di pane, ma vorremmo un trastullo per un bambino, una collana da donare, qualcosa di dolce, uno strumento che ci consentirà di pescare più pesci). Dunque abbiamo una cosa che non desideriamo, e desideriamo altre cose. Sono due cose indipendenti tra loro. Ma in qualche modo entreranno in rapporto. Perché magari l’oggetto che non ci serve può servire a qualcun altro. E questo qualcun altro (guarda il destino briccone…) ha quello che desideriamo noi. Naturalmente la cosa si può risolvere in un secondo : tu dai una cosa a me, io do una cosa a te. Ma questa è solo una delle possibilità : l’incrocio tra desideri, la paura del futuro, la differente percezione del passato sono dei fattori di complicazione.

Come vediamo l’oggetto che vogliamo scambiare ? Di quali istanze esso si fa carico ? Ipotizzeremo che la cosa più rilevante sia il desiderio dell’oggetto che l’altro detiene, ma al tempo stesso tale desiderio è quantitativamente indeterminato e tendente alla crescita. Solo la fruizione dà la misura al desiderio (“sembrava volevo mangiarne cento e dopo la terza mi sono saziato…”, “pensavo fosse amore e invece era un calesse”) Ovviamente dipende anche dal carattere più o meno durevole di un bene. Se l’altro ha del vino di cui siamo ghiotti ne vorremmo un sacco di bottiglie, ma non abbiamo poi tante arance in sovrappiù dall’albero in giardino. Cosa ci può venire in aiuto ? Può succedere che sul nostro desiderio si può sovrapporre quasi in direzione inversa il desiderio altrui del bene che abbiamo in sovrappiù e al tempo stesso la fatica che noi abbiamo fatto per conseguire quel bene. L’ambivalenza dell’oggetto sta nel fatto che il suo valore sta nella sua fruizione sinchè il nostro bisogno viene soddisfatto (o fin quando ci rendiamo conto che esso non può assolutamente soddisfare il nostro bisogno), poi il suo valore sta nella sua scambiabilità e la grandezza di valore la si tende soggettivamente a misurare sulla base della fatica che abbiamo fatto a conseguire quell’oggetto (a produrlo, a trovarlo, a comprarlo da terzi). Da ciò si vede che a livello della psicologia individuale valore d’uso, valore di scambio e misurazione del valore in base al lavoro erogato per produrlo hanno un collegamento più stretto di come appare. Ovviamente questa grandezza  si dovrà rapportare alle istanze degli altri soggetti che sono sul mercato (ai loro bisogni, al lavoro che hanno erogato per produrre gli altri prodotti ed infine al desiderio che noi abbiamo di questi altri prodotti)


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