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31 maggio 2010

Tempo e spazio in Schlick

           

 

Tempo oggettivo e tempo soggettivo

 

Schlick dice che, dato che la temporalità è criterio di realtà, anche questo mondo “trascendente” reale deve essere temporale e dunque sarebbe errato l’assunto kantiano per cui spazio e tempo sono mere forme della nostra intuizione.

Egli distingue (come fa anche Bergson) tra vissuto soggettivo della successione temporale e determinazione temporale oggettiva :

A)    Il vissuto temporale è un che di immediatamente dato, di intuitivo, indefinibile ed indescrivibile. Insomma un mutevole fattore qualitativo che non fornisce nessuna determinazione oggettiva di intervalli nella sequenza di eventi. Esso è l’oggetto della psicologia (coscienza del tempo) ma non può essere un mezzo per misurare il tempo.

B)    La misurazione del tempo, la sua determinazione oggettiva avviene :

·         Con la scelta di processi periodici (passaggio di una stella attraverso il meridiano, coincidenza di una lancetta dell’orologio con un determinato punto del quadrante etc etc) i quali diventano punti di riferimento fissi nel decorso continuo dei nostri vissuti e che designiamo per mezzo di numeri.

·         In tal modo coordiniamo a tutti gli eventi una varietà unidimensionale, una configurazione puramente concettuale nella quale una volta scelti il punto di partenza ed il sistema di riferimento, ad ogni processo corrisponde in termini numerici (data, ore, secondi) una posizione determinata.

·         Questa serie continua può e deve venire estesa anche oltre la realtà data ed impiegata per l’ordinamento della realtà non data. Questa era la ragione per cui tale tipo di ordinamento poteva servire come criterio di realtà.

·         Nel regno della coscienza, ad ogni intervallo tra due numeri di quella varietà unidimensionale, corrisponde una differenza in quel fattore qualitativo della coscienza del tempo, in un vissuto cioè fatto di “subito”, “tra poco” etc etc. Naturalmente in riferimento alla realtà trascendente un tale fattore non viene esperito.

Kant, secondo Schlick, ha confuso tra vissuto intuitivo ed ordinamento concettuale, ma chi effettua la separazione deve chiedersi se la temporalità negata dai soggetti visti al mondo del reale è quella del vissuto della durata oppure è il mero ordinamento oggettivo. A tal proposito, Schlick asserisce che, nel criterio di realtà da lui elaborato, il tempo va inteso non come vissuto, ma come ordinamento concettuale : un oggetto è reale, se le interconnessioni dell’esperienza rendono necessario assegnargli una posizione determinata nella serie unidimensionale che noi coordiniamo alla successione esperita.

Schlick poi dice che l’ordinamento del continuo unidimensionale non designa soltanto l’ordinamento temporale del reale, ma può essere impiegato anche per l’ordinamento di altre datità intuitive (le altezze dei suoni, l’intensità di una sensazione). Tuttavia l’ordinamento temporale è qualcosa di unico che si riferisce ad una proprietà unitaria indivisa che inerisce a tutti i vissuti (questa è la considerazione anche di Kant).

Perciò dice Schlick è fuorviante parlare (come fa Mach) di una sensazione del tempo, in quanto si può parlare di sensazione solo in riferimento ad un determinato organo di senso. Inoltre, quando odo un suono, la percezione non consiste della percezione del suono più la percezione della durata, giacchè la durata è connessa con la percezione del suono altrettanto inseparabilmente quanto lo sono l’altezza e l’intensità del suono stesso. Infine la durata come proprietà inerisce non solo alle sensazioni, ma a tutti i vissuti e non c’è solo qualche organo sensoriale ad avere la sensazione del tempo, ma è l’intero Io che esperisce il tempo. La temporalità infatti svolge un ruolo peculiare per l’unità di coscienza ed il nesso mnemonico, che costituisce l’unità di coscienza, è un nesso temporale che fonda tanto la temporalità quanto l’unità di coscienza.

 

 

L’ordinamento temporale oggettivo

 

Schlick poi dice che l’ordinamento temporale oggettivo si riferisce anche alla dimensione realistica del mondo ed a ciò lo rende atto la sua natura puramente concettuale di segno. L’oggettiva validità della serie temporale è fondata sul fatto che un ordinamento del genere è superiore a tutti gli altri e ad esso vengono ricondotti i principi col cui ausilio viene costruito il sistema concettuale con cui designiamo i fatti del mondo.

Schlick aggiunge che i concetti con i quali ordiniamo temporalmente tutte le esperienze sono applicabili al mondo del reale, ma ciò non implica che essi, anche nell’applicazione realistica, abbiano il contenuto intuitivo che, nel loro uso immanente (fenomenologico), è costituito dalla temporalità del vissuto. Nel mondo reale, si domanda Schlick, si distingue l’ordinamento dei punti temporali da quello dei punti spaziali su di una linea ? Oppure il correlato realistico della successione temporale è solo un ordinamento non intuitivo conoscibile tramite concetti ?

Schlick a tal proposito dice che la tesi dell’oggettività del tempo intuitivo (sostenuta da Lotze) non è sostenibile in quanto l’ordinamento trascendente in quanto tale non può mai essere appreso intuitivamente (razionalismo). Schlick aggiunge che processi, a cui oggettivamente viene ascritta uguale durata, possono connettersi con vissuti differenti di temporalità (un’ora può infatti passare più o meno lentamente). Di principio non sussiste alcun limite alla variabilità della velocità che una coscienza soggettivamente ascrive ai processi. Possono esserci diverse immagini del mondo che si possono dare, a seconda che per esso si condensino una più o meno grande varietà di esperienze vissute. Ad es. se la nostra vita si condensasse in mezz’ora, le piante sarebbero per noi immutabili quanto lo sono le montagne. Se quindi in un solo e medesimo tempo oggettivo può venire esperito in tanti modi diversi, quale intuizione del tempo sarebbe reale ?

In realtà non sarebbe reale nessuna di queste intuizioni ed un corso oggettivo di processi non potrebbe essere né veloce né lento.

Schlick poi dice che per il tempo esperito c’è un momento che si distingue su tutti gli altri e cioè il presente, che solo siamo soliti chiamare reale. Tale privilegio non ha realisticamente senso : nel mondo reale realtà passata e realtà futura sono reali allo stesso titolo della realtà presente. Anche la Relatività di Einstein ci insegna che il concetto di simultaneità è un concetto relativo allo stato di moto dell’osservatore. Pertanto, se si riuniscono tutti gli eventi del mondo che sono presenti in un presente onnicomprensivo, tale riunione dipenderà dal sistema fisico rispetto a cui essa viene pensata come intrapresa. Fissare cioè uno stato totale del mondo come presentemente reale non è possibile in modo univoco. La distinzione tra passato, presente e futuro è soggettiva (Agostino). Per la Relatività, nella descrizione oggettiva del mondo, le determinazioni temporali dal punto di vista formali svolgono lo stesso ruolo delle determinazioni spaziali. Rispetto alla questione dell’oggettività, spazio e tempo stanno sullo stesso piano.

Schlick poi analizza un’altra argomentazione (di Mongrè) a favore della soggettività della temporalità vissuta :

  • Si immagini la corrente dei contenuti di coscienza scomposta in segmenti consecutivi ed i singoli segmenti scambiati di posto l’uno con l’altro, cosicché l’ordine di successione dei nostri vissuti ne risulti sconvolto.
  • Non ci sarebbe nessuna differenza però per il nostro esperire un tale riordinamento e si riterrebbe che i nostri vissuti abbiano mantenuto l’ordine di successione che avevano prima.
  • Infatti, prendiamo un qualunque momentaneo stato di coscienza : da cosa sappiamo che certi vissuti lo hanno preceduto e certi altri gli succederanno ?
  • Dal fatto che, in quello stato di coscienza, sono contenute determinate componenti designate come “ricordo di eventi passati” ed altri come “aspettativa di eventi a venire”.
  • Dunque, non appena avessimo presente quello stato di coscienza, dovremmo anche credere di avere esperito il passato custodito in esso come ricordo del tutto indipendentemente da quali vissuti abbiano realmente preceduto quello stato di coscienza.
  • Ma una variazione nella corrente dei vissuti che non venga esperita è una variazione fittizia.
  • Tutto questo vale solo, dice Schlick, se è permesso immaginarsi la corrente di coscienza scomposta in segmenti rigorosamente separati. Se ciò è tuttavia ammissibile, ne risulta che una vera successione intuitiva non viene mai esperita neppure nella coscienza stessa.
  • Solo differenze qualitative tra i contenuti di coscienza sono presenti e possono procurare il fondamento per il processo puramente logico dell’ordinamento unidimensionale del dato.
  • Date queste circostanze, è chiaro che non si dovrebbe parlare di esistenza oggettiva della temporalità intuitiva, mentre la coordinazione del continuo concettuale unidimensionale è più plausibile perché si manifesta già con l’ordinamento del dato.

 

 

La soggettività dello spazio

 

Schlick, a proposito della soggettività dello spazio fenomenologico, accenna alla distinzione tra  il sistema dei giudizi e dei concetti puri, in cui ciò che conta sono le mutue relazioni logiche, e il sistema di configurazioni intuitivamente spaziali ed i loro rapporti con cui i concetti e i giudizi puri sono coordinati. Si è in passato fatto notare che alle stesse ipotesi geometriche poteva essere dato un contenuto intuitivo vario per cui nessuno di questi contenuti appartiene essenzialmente a quelle proposizioni. I concetti sono meri segni per gli oggetti ed il significato che conviene ad un segno non è mai insito in esso come qualcosa di essenziale, ma viene ad esso conferito sempre soltanto attraverso l’atto della designazione.

Schlick dice che, se un oggetto lo ordiniamo entro un sistema tridimensionale di riferimento, con ciò non è ancora detto che a tale oggetto si debbano ascrivere proprietà spaziali intuitive. Potrebbe essere (come voleva Kant) che la spazialità competa solo alle nostre rappresentazioni sensibili e non sia affatto una proprietà della realtà trascendente. Non di meno, l’ordinamento dell’una, come dell’altra, può essere espresso per mezzo dello stesso sistema ternario di numeri ed in questa misura si tratta di un solo e medesimo ordinamento. Dapprima però ci è lecito designarlo come un ordinamento spaziale solo laddove esso rientri nella realtà esperita. Non si ha diritto di ascrivere alle cose in sé un’esistenza nello spazio, se questa parola significa qualcosa di intuitivo, giacchè il mondo trascendente a noi non è intuitivamente noto. Se non si facesse la distinzione tra relazione intuitiva ed ordinamento concettuale (e si volesse nel contempo credere che la prima sia sempre data insieme al secondo e costituisca il suo contenuto essenziale), si dovrebbe necessariamente concludere che il mondo reale è in effetti nello spazio. Un filosofo che non fa questa distinzione è Eduard von Hartmann, per il quale lo spazio della nostra intuizione è il solo oggetto che rientra nella definizione di “sistemi di riferimento quantitativi, tridimensionali, continui e commutabili nelle loro misure”. Questo però, argomenta Schlick, è completamente sbagliato dal momento che si trova, nell’aggregato di tutte le triple di numeri, una varietà che rientra ugualmente bene nel concetto indicato senza avere in sé tuttavia la caratteristica della spazialità.

Cosa infatti ci costringerebbe a concepire un numero come un intervallo intuitivamente rappresentabile di coordinate ?

Schlick aggiunge che di principio è impossibile definire lo spazio solo concettualmente. Ad un essere che non possedesse alcuna esperienza sensitivo-spaziale, potrebbe venir reso chiaro, mediante concetti, cosa sia lo spazio altrettanto poco quanto, ad un individuo nato cieco, potrebbe venir data una rappresentazione del giallo e del rosso mediante una semplice definizione.

 

 

La molteplicità di spazi percettivi

 

Si possono certo definire concetti di varietà cosicché lo spazio intuitivo cada sotto di essi, ma tale carattere intuitivo non può essere colto dalla definizione e perciò saranno pensabili altri oggetti nei quali il carattere intuitivo è sostituito da un altro che cade anch’esso sotto il concetto. Quindi, anche se l’ordinamento reale delle cose appartiene allo stesso tipo di varietà cui appartiene l’ordinamento spaziale delle nostre rappresentazioni percettive, da ciò non segue che debba venire attribuita anche ad esso spazialità nel senso intuitivo.

Fino ad un certo punto, secondo Schlick, per determinazione spaziale s’intendeva solo un attribuzione di qualità spazio-temporali come ci sono note dall’intuizione sensibile (le qualità primarie di Locke). Ma le qualità primarie sono considerabili ancora come oggettive ?

A  tal proposito Schlick dice di no, in quanto l’ordinamento oggettivo è uno solo, mentre di spazi percettivi ve ne sono molti. Egli dice che c’è sia uno spazio della vista che uno spazio del tatto ed uno spazio delle sensazioni motorie : ognuno di questi non somiglia all’altro. I vissuti della percezione di una forma sono diversi da quelli di una percezione tattile. Né si può isolare una qualità comune ad entrambi i vissuti che sia isolabile da essi come qualità propriamente spaziale. Schlick cita i casi di ciechi nati e poi operati che riscontrano una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo. Riehl dice che tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio (movimento, forma, grandezza, direzione) sono diverse per i due sensi e le rappresentazioni rispettive non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza. Schlick aggiunge a questo che il collegamento tra diversi domini sensoriali avviene in modo che, a determinati dati spaziali (ad es. vista) corrispondono sempre certi dati degli altri sensi (ad es. vedo la lampada e tocco la lampada). In tal modo le esperienze spaziali dei diversi domini di senso sono fra loro univocamente coordinate e sono inseribili in un solo e medesimo sistema di riferimento. Il fatto che un cieco scrisse un testo di geometria intelligibile per chi vede era dovuto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale.

Mach dice che tutti i sistemi di sensazioni dello spazio sono collegati da un comune vincolo associativo e cioè i movimenti che essi servono a dirigere. Schlick dice che, quando molte differenti qualità hanno uguale diritto ad essere ascritte alla cosa, è questo un segno che ad esse non competerebbe nessuna di tali qualità. Percezioni differenti non corrispondono solo a differenti domini di senso, ma anche a posizioni e distanze diverse all’interno dello stesso dominio. Dunque è sbagliato dire, come faceva Locke, che i diversi sensi ci forniscano le stesse testimonianze circa le proprietà spaziali delle cose.

Schlick dice che alcuni negherebbero il fatto che ci sia uno spazio della vista, uno del tatto etc, e dicono che lo spazio è il prodotto di fusione tra dati dei differenti domini sensoriali e dunque la rappresentazione dello spazio sarebbe comunque una. Schlick a tale argomento obietta che le rappresentazioni diverse sono associate tra loro, ma non si fondono non più di quanto la rappresentazione di una parola consista delle rappresentazioni del suono, dell’immagine grafica etc. per la formazione dell’intuizione di spazio non è affatto richiesto un concorso associativo di rappresentazioni da tutti i disparati domini di senso, perché altrimenti il cieco non potrebbe avere alcuna intuizione di spazio. Invece quest’ultimo ci è dato in più modi intuitivi differenti tra loro e tale differenza è segno della sua soggettività.

Schlick poi analizza l’ipotesi per cui solo uno degli spazi percettivi si applicherebbe alla realtà epistemologica, mentre gli altri sarebbero soggettivi. A questa tesi egli obietta che le qualità interne ad uno degli spazi percettivi presentano comunque incongruenze. Ad es. si prenda lo spazio percettivo visivo : in questo spazio ci sono date intuitivamente tutte le proprietà con cui noi dotiamo concettualmente l’ordinamento oggettivo delle cose ? Il nostro spazio ottico è quello fisico ?

Schlick lo nega recisamente. Infatti in primo luogo due linee sono a volte oggettivamente uguali anche quando sembrano diverse. In secondo luogo lo spazio ottico è non-euclideo, ma le esperienze si lasciano conciliare senza contraddizione in quello euclideo in quanto lo stesso sistema concettuale di ordinamento può essere posto alla base della descrizione dell’uno come dell’altro. La struttura dello spazio visivo diventa più complicata in quanto vediamo con due occhi e giriamo liberamente testa e corpo. Dunque lo spazio fisico-oggettivo non è identico allo spazio visivo : il primo lo possiamo concepire come una struttura concettuale erigibile sulla base dello spazio visivo dietro sacrificio dell’intuitività.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo oggettivo sarebbe quello tattile, ma Schlick obietta che lo spazio del tatto è ancor più vago di quello della vista e poiché esso è esteso su tutta la pelle, allora un solo e medesimo dato fisico-spaziale (es. la distanza tra due punte aperte di un compasso) lo si può presentificare in modo diverso a seconda del punto del corpo in cui le sensazioni hanno luogo.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo primario sarebbe quello senso-motorio. Secondo Heymans in questa classe di sensazioni c’è il fondamento dello spazio fisico euclideo in cui la scienza della natura ordina gli oggetti. Heymans assume che vi siano solo tre coppie qualitativamente diverse di sensazioni motorie (o sentimenti di direzione) corrispondenti alle coppie di concetti davanti-dietro, sinistra-destra, sopra-sotto e dice che i dati non meglio determinati per cui il cieco nato distingue tra direzioni diverse sono la qualità e la quantità del sentimento motorio.

Schlick obietta a tale tesi che le tre coppie di sentimenti di direzione poco hanno a che fare con la tridimensionalità dello spazio e aggiunge che le sensazioni motorie come tutte le grandezze psichiche non sono grandezze estensive, divisibili e combinabili in un’altra sensazione. Per rendere tali sensazioni accessibili alla descrizione quantitativa e al sistema degli elementi qualitativamente diversi, esse devono essere coordinate in un sistema numerico e come ciò avvenga è pienamente arbitrario (così come la scala delle temperature). Heymans, scegliendo il sistema numerico in modo che i numeri che servono da misura per i sentimenti motori si comportano da coordinate cartesiane, ma qualsivoglia altra coordinazione avrebbe reso giustizia ai fatti. Le operazioni di dimostrazione che nel suo sistema valgono gli assiomi della geometria, non fanno che svolgere ciò che è contenuto nelle presupposizioni da lui introdotte. Esse non hanno niente a che vedere con le sensazioni motorie. Perciò, conclude Schlick, lo spazio cinestetico anch’esso non è identico allo spazio fisico-oggettivo, ma è un continuum intuitivo, occasione per la costruzione concettuale dell’ordinamento oggettivo delle cose con cui i suoi dati corrispondono univocamente (allo stesso modo che altri spazio percettivi). Così ci si può rendere edotti della differenza tra ordinamento concettuale e configurazione intuitiva.

Schlick riassume le sue tesi in questo modo : lo spazio fisico e quindi le proprietà spaziali dei corpi fisici non sono intuitivamente rappresentabili e dunque le proprietà spaziali dei contenuti di rappresentazione non sono identiche a quelle degli oggetti fisici. Tale spazio fisico è al tempo stesso lo spazio metafisico in quanto rappresenta lo schema di ordinamento delle cose in sé.

Schlick fa l’esempio di un corpo fisico a forma di cubo che si offre alla percezione visualmente (con diverse prospettive) e tattilmente (facendo scorrere la mano sui suoi spigoli).

Ne risultano infiniti dati intuitivi rispetto ai quali la forma oggettiva del cubo è uno schema che li riporta tutti ad una formula e che non contiene più nessuno dei dati intuitivi, in quanto questi dipendono dalla posizione relativa del cubo rispetto agli organi di senso periferici. Tutte queste dipendenze nello schema sono completamente eliminate e così le intuizioni dello spazio (che sono soggettive) e rimane quell’ordinamento oggettivo che non dovrebbe più nemmeno essere designato come spaziale. Naturalmente con l’esclusione del “soggettivo”, continua Schlick, non è del tutto esclusa la relatività in quanto l’oggettivo non è necessariamente assoluto, dal momento che possono continuare a sussistere delle relatività che si basano sul rapporto dei corpi fisici tra loro (ad es. nelle misurazioni concrete), ma questi problemi appartengono alla filosofia della natura più che alla teoria della conoscenza.

 

 

Lo spazio in Kant e le cose in sé

 

Schlick poi accenna alla tesi di Kant sullo spazio e dice che :

I)                   Kant dice che lo spazio è intuizione pura, ma la sua nozione di intuizione pura non coincide con quello che designiamo come “intuitivo”.

II)                Kant basava la tesi dello spazio come forma a priori dell’intuizione pura sulla verità assoluta della geometria euclidea, ma tale assunto non è più condiviso

III)             Infine Kant fonda la soggettività di spazio e tempo sulla contraddizione in cui si involge la ragione se considera spazio e tempo come oggettivi. Per Schlick tali contraddizioni non sono così inevitabili, né se lo fossero la soluzione sarebbe per forza quella kantiana.

 

Schlick poi parte dalla conclusione circa la realtà delle cose in sé (con accezione diversa da quella kantiana) e dice che :

·         Le cose trascendenti sono intermediari reali tra i vissuti che mancano di connessione. Le realtà trascendenti costituiscono gli oggetti identici a cui si riferiscono parole de concetti dell’uomo nel suo rapporto con gli altri.

·         Il ruolo di tali oggetti identici non può essere assunto dai complessi di elementi (ossia dai fasci di qualità sensoriali) perché questo non sono mai gli stessi per differenti individui.

·         Tale fatto stabilito dalla fisiologia e dalla fisica, rende impossibile considerare le qualità di senso come proprietà delle cose in sé.

·         I concetti psicologici con cui designiamo le qualità di senso non li possiamo usare anche per la designazione degli oggetti trascendenti.

·         Questo lo fa il realismo ingenuo, che, attribuendo queste qualità agli oggetti in sé, conduce a contraddizioni asserendo determinazioni tra loro incompatibili.

·         Ad es. dichiarare del medesimo corpo che è rosso e non è rosso, freddo e non freddo.

 

 



Quale tempo ?

 

La tesi di Schlick secondo cui, essendo la temporalità criterio principale del reale, spazio e tempo non sono mere forme della nostra intuizione non spiega perché anche lo spazio sia assimilato al tempo e goda di questa interpretazione realistica.

A proposito dei processi periodici questi non sono (come dice Schlick) configurazioni puramente concettuali, ma processi fisici, naturali o artificiali, che vengono configurati come strumenti di misura di altri processi fisici. La misurazione è la messa in opera di una relazione ideale tra processi fisici. Inoltre dire che l’estensione dell’ordinamento temporale da ciò che è dato a ciò che non è dato è la ragione per cui la temporalità serve da criterio di realtà è una semplice petitio principii (Kant forse a questo proposito ha argomentato meglio).

Nel paragrafo in cui parla della temporalità del reale, Schlick mette le cose temporalmente determinate in connessione con il presente fenomenologicamente dato. Questo passaggio invece dà al reale un criterio temporale del tutto avulso dal vissuto e dunque bisognoso di ragioni filosofiche di tipo metafisico (perché l’interconnessione dell’esperienza è importante ? E perché l’interconnessione temporale è particolarmente importante ?)

Quanto all’ipotesi circa l’esistenza di una sensazione del tempo ed alcune proprietà di quest’ultimo, c’è da dire in primo luogo che non possono esserci sensazioni non legate ad un determinato organo di senso,  e che, per quanto si possa rendere oggettivo, il fatto che ci sia un ordine temporale è radicato sul vissuto soggettivo e dunque tale ordinamento non è completamente astraibile da questo vissuto e dalla generale dimensione della soggettività (dunque il reale è, contrariamente a quello che pensa Schlick, atemporale). Quanto alla durata di un fenomeno, essa non è già la correlazione tra questo fenomeno ed altri più brevi che si possono inserire in esso (come un’unità di misura all’interno di una lunghezza da misurare) ?

 

 

L’oggettività del tempo e l’arbitrio del significare

 

Quanto al carattere reale e fondamentale dell’ordinamento legato al tempo, ci sono due ipotesi : quella di Kant che si può ridurre all’argomento per cui riportando oggetti concettuali alla dimensione rappresentativa (legata alla proiezione del vissuto in forma rammemorativa o fantastica) il tempo costituisce un filtro ineliminabile. La seconda ipotesi è quella (propria di Schlick) della natura concettuale di segno dell’ordinamento temporale. Ma ciò vuol dire che per Schlick il concetto è ciò che si riferisce alla realtà che non è immediatamente data. E dunque che il concetto ha rilevanza ontologica.

Quanto alla soggettività con cui si percepisce il tempo, c’è da dire che altro è la durata soggettiva dei processi fenomenologici, altro è il rapporto (oggettivo ?) di successione tra diversi processi. Il caso è di domandarsi se ci sia una discrasia tra la percezione che noi percepiamo e quella che si verifica oggettivamente. Un processo può durare più o meno in riferimento al soggetto o allo strumento usato per misurarlo. Ad ogni momento usiamo diversi strumenti per misurare temporalmente un processo. L’oggettività dovrebbe trovarsi nel rapporto tra i due processi che vengono misurati. Ma cosa misura tale rapporto ? Uno dei processi ? Un terzo processo ? Cosa allora garantisce l’oggettività della misurazione ? Perché questa sincronizzazione riesce a verificarsi a livello sociale ?

Quanto alla Relatività di Einstein, essa porta ad una concezione multitemporale dell’orizzonte fenomenologico e ad una concezione atemporale della cosa in sé. Perciò la stessa concezione di Schlick della Relatività avvicina la teoria di Einstein ad una visione parmenidea di ciò che è, dove il prima e il dopo diventano soggettivi come la destra e la sinistra.

Per ciò che riguarda il carattere più oggettivo dell’ordinamento temporale concettuale rispetto alla temporalità intuitiva,  va detto che non ci sarebbe alterazione dell’ordine dei vissuti, se nel vissuto presente non fossero cambiati anche i contenuti dei ricordi. In caso contrario non sarebbe cambiato l’ordine soggettivo dei vissuti, ma semplicemente l’ordine oggettivo degli eventi. Questo si evidenzia proprio dal fatto che il ragionamento di Schlick si conclude paradossalmente con la negazione stessa dell’ordine dei vissuti. Il vissuto del passato è il ricordo e dunque l’alterazione dell’ordine temporale provoca anche un alterazione dei ricordi. Per quanto riguarda le aspettative il discorso è più complicato, in quanto esse sono molte rispetto ai ricordi ed alle percezioni che tendono invece a convergere verso un’unica descrizione.

Quanto al carattere meramente segnico dei concetti c’è una via di mezzo tra il considerare le rappresentazioni come essenziali ed il considerare il significato come mero conferimento convenzionale attraverso l’atto di designazione. Infatti le rappresentazioni si unificano nei concetti e non tutte però intorno agli stessi concetti. Dunque ci sono diversi concetti, la cui differenza è oggettiva e coincide con la differenza tra sinn, cioè con l’ordo idearum. Schlick invece fa dell’atto di significare un qualcosa di completamente arbitrario.

 

 

La molteplicità degli spazi percettivi è oggettiva

 

Circa invece la spazialità intuitiva ed il sistema tridimensionale di riferimento, Schlick ha ragione ad evidenziare come un sistema ternario di numeri costituisca solo una classe di oggetti, uno dei quali è lo spazio intuitivamente inteso. Ma dire che la realtà in sé non sia spaziale sembra essere una caduta in una forma di errore opposto ma speculare.

E’ sicuro poi Schlick che un ordinamento oggettivo non possa concretizzarsi, senza con questo violare il principio di non contraddizione, in diversi spazi percettivi ? Schlick vuole dire che lo spaziale non è intuitivo ? E ciò lo rende oggettivo ? E di spazialità che non sia visiva o motoria non si può parlare solo in termini metaforici ? Che cosa c’entrano i vissuti esemplificati da Schlick con la spazialità ? Non è che gli spazi sensoriali sono diversi perché ognuno di essi ricomprende diverse relazioni spaziali sintetizzando così ordinamenti parziali e distinti ?

L’esempio poi dei ciechi nati che vengono operati e riacquistano la vista, riscontrando una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo indica solo che i criteri di orientamento seguendo informazioni motorie sono del tutto diversi dai criteri di orientamento visivi.

Quanto alla tesi di Riehl per cui tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio sono diversi per vista e tatto e le rispettive rappresentazioni non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza, c’è da precisare che la forma si può definire come occupazione di uno spazio, la direzione come una relazione tra due forme, mentre il movimento è un complesso di spazio e tempo direzionati. Ma tali elementi presuppongono lo spazio, non lo costituiscono. In realtà l’integrabilità dei diversi spazi percettivi è data forse dalla loro incompletezza, dalla loro apertura. Schlick però sembra interpretare (senza ragione plausibile a nostro dire) i dati tattili o visivi come dati spaziali del tatto o della vista. Tale riflesso condizionato alla fine risulta essere retorica fuorviante. In realtà sembra che lo spazio non sia un’intuizione, ma qualcosa di percettivo (ordinamento concreto) ma non di sensoriale, bensì di concettuale. Dunque il concetto si manifesta nella percezione ?

Quanto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale, sembra utile domandarsi perché la geometria non sembri avere niente a che vedere con lo spazio percettivo o perché per Schlick altri spazi sensoriali non visivi siano irrilevanti per la geometria. Inoltre i movimenti diretti dalle sensazioni spaziali sono un vincolo di tipo non epistemologico ma pragmatico. Il fatto poi che la possibilità di ascrivere alle cose in sé molte differenti qualità renda queste ultime per niente inerenti alle cose dal punto di vista oggettivo è un presupposto dogmatico che andrebbe dimostrato ed è discutibile che esso derivi dall’applicazione del principio di non contraddizione.

Schlick inoltre sembra abbracciare l’idea (a nostro dire fasulla) che i diversi domini sensoriali diano informazioni spaziali tra loro incongruenti, ma il fatto che esse non siano identiche non implica che esse non siano integrabili.

Quanto alla negazione da parte di Schlick del concorso associativo di rappresentazioni per la formazione dell’intuizione di spazio, sembra giusto domandarsi se per Schlick la rappresentazione abbia un contenuto sensoriale e se la percezione non abbia nulla di concettuale. Egli non mette in conto la tesi che ogni spazio percettivo è un corredo di informazioni incompleto (più o meno ricco) ed integrabile con altri. Per cui tale tesi non impedisce al cieco di farsi un’idea dello spazio, né impedisce allo spazio di essere oggettivo ed ai singoli spazi percettivi di inerire oggettivamente alla realtà. Se ci fossero incongruenze all’interno di uno spazio percettivo, allora o questo spazio sarebbe inconsistente ( e dunque non sussisterebbe) oppure, se fosse possibile uno spazio percettivo con incongruenze, sarebbe possibile anche un oggetto che sia spazialmente configurato in maniera molteplice. E dunque sarebbe possibile una molteplicità di spazi oggettivamente inerenti alla realtà.

Quanto alla negazione di Schlick che lo spazio ottico equivalga a quello fisico va detto che :

·         Il fatto che due linee ci sembrano diverse non vuol dire che nello spazio intuitivo due linee appaiano diverse (può ben essere un errore di giudizio).

·         Il fatto che lo spazio visivo sia riemanniano non vuol dire niente. Inoltre com’è che, se lo spazio visivo è non euclideo, la geometria non euclidea sembra essere così controintuitiva ?

·         Se il medesimo spazio concettuale si adatta a due diversi tipi di spazi intuitivi, perché questi spazi intuitivi debbono essere tra loro incompatibili ?

Quando poi Schlick nega che lo spazio fisico coincida con lo spazio tattile, ci si deve domandare se sia giusto che nella sua analisi egli già presupponga l’immutabilità e l’oggettività della distanza tra due punte di un compasso. Una considerazione naturalistica di una facoltà sensoriale (legata al carattere esteso e pubblico dell’organo di senso del tatto) può essere inserita nella comparazione di tale facoltà (e del suo relativo spazio percettivo) con altre facoltà meno oggettivabili (e del loro correlativo spazio percettivo) ?

Circa la critica della tesi di  Heymans, è molto discutibile che le tre coppie di sensazioni motorie abbiano poco a che fare con la tridimensionalità dello spazio. Inoltre la geometria fenomenologica ipotizzata da Heymans può ben essere la radice delle geometrie assiomatiche successive.

Quanto alla tesi di Schlick per cui uno spazio concettuale può essere isomorfo con gli spazi intuitivi ma non è a sua volta uno spazio intuitivo, ci si può domandare se un qualcosa di isomorfo con uno spazio intuitivo non sia un concretizzarsi (e dunque un qualcosa di equivalente) in uno spazio intuitivo. Schlick poi dice che la traduzione di uno spazio percettivo in uno spazio concettuale non implica l’unicità a livello oggettivo di tale spazio percettivo. Ma perché allora la molteplicità di spazi percettivi equivale a sostenere la soggettività degli spazi percettivi stessi ? Da un lato è possibile la corrispondenza di più spazi percettivi ad uno spazio concettuale, ma d’altro canto non è possibile la sovrapposizione di più spazi percettivi ad una realtà oggettivisticamente considerata ?

Quanto all’esempio del cubo fatto da Schlick, va detto che l’aspetto sensoriale della cosa si può causalmente collegare alla relazione tra l’oggetto in sé e gli organi di senso, ma il contenuto informativo di tale aspetto (il suo sinn) non può essere ridotto a tale relazione causale.

 Quanto alla designazione come “spazio intelligibile” della collocazione delle cose in sé nella rete matematica con cui si rappresentano i rapporti spaziali, va detto che il termine è abbastanza calzante anche perché comunque la verifica di certe relazioni relative alla varietà pluridimensionale viene fatta rifacendosi alle proprietà spaziali intuitive.

 

 

 

 

 

La realtà delle cose in sé : una nostra tesi

 

Infine circa le conclusioni di Schlick sulla realtà delle cose in sé con accezione diversa da quella kantiana, la nostra ipotesi è la seguente :

1.      Gli oggetti in sé sono classi infinite di qualità.

2.      Ad ogni esperienza le classi infinite di qualità si prospettano in complessi finiti di qualità.

3.      Se non si adotta la tesi (1) non si spiega come si relazionino gli oggetti in sé con le qualità sensoriali e gli oggetti reali cominciano a somigliare alla cosa in sé, così come intesa da Kant e con tutte le aporie ad essa connesse.

4.      La fisiologia e la fisica non possono entrare nella riflessione filosofica sugli oggetti in sé, in quanto confondono il livello fenomenologico e quello fisico della questione. Infatti per spiegar l’esistenza degli oggetti fenomenologici usano ipotesi che vanno confermate con ulteriori osservazioni sugli oggetti fenomenologici, scatenando così un circolo vizioso e assimilando le cose in sé agli oggetti fenomenologici stessi.

5.      Le qualità sensoriali essendo il risultato di rapporti degli oggetti con altri oggetti (compresi i sistemi percettivi) non portano a contraddizioni.

6.      D’altronde le qualità sensoriali sono proprietà degli oggetti in sé, perché tali sono le relazioni che tali oggetti instaurano con gli altri. Gli oggetti in sé sono monadi conformemente ad una teoria monista delle relazioni interne.

 

 


10 maggio 2010

L’unità di coscienza secondo Schlick

 

 

Un fatto originario : l’unità di coscienza

 

Schlick dice che la risposta alla scepsi non sta in nessuna dimostrazione, ma solo nel richiamo a qualcosa che, sin dal principio, sia esente dal dubbio e cioè un fatto. Tale fatto deve essere originario, più originario di qualsiasi dubbio e di qualsiasi pensiero, un presupposto che sarebbe sempre soddisfatto nella coscienza e cioè l’unità di coscienza.

Per Schlick cosa sia l’unità di coscienza non può essere oggetto di definizione o descrizione, ma può essere solo oggetto di allusione.

Ciò che provo è nella mia coscienza, ma “l’essere-in” è solo figurato, giacchè la coscienza non è un contenitore, ma la totalità dei contenuti psichici che costituiscono l’Io. Questa totalità non è una mera sommatoria di percezione, ma appunto è unità di coscienza, un quid indefinibile che rende quello che sarebbe solo un aggregato una totalità vera e propria. Tale unità per Schlick è un fatto e per dimostrarne il carattere inconcusso egli simula una situazione nella quale tale unità possa mancare : poniamo che in un certo momento io abbia una certa sensazione e che qualcun altro abbia anche lui in quello stesso istante un sentimento o una sensazione. In questo caso c’è una somma di dati psichici, ma ad essi manca però quella connessione che non può essere descritta, ma solo esperita e tale mancanza la esprimiamo mediante il giudizio che questi processi psichici appartengono non ad una stessa coscienza, ma a coscienze diverse.

Inoltre la continuità di una coscienza non consiste in un mero susseguirsi ininterrotto di vissuti, ma occorre anche che essi siano uniti da un nesso di tipo particolare, se devono poter valere come vissuti di una sola e medesima coscienza.

 

 

L’interconnessione tra i singoli elementi di coscienza

 

Per Schlick il caso peculiare della continuità della coscienza è figurarsi una sensazione isolata che appare e scompare, e poi una nuova sensazione a vari intervalli, in cui ogni nuovo elemento fa la sua apparizione come se quelli precedenti non ci fossero affatto stati. Ha un senso dire di questi elementi (che si succedono meramente gli uni agli altri) che appartengono ad una medesima coscienza. Abbiamo assunto che ciascuno dei singoli elementi di sensazione o di sentimento abbia una certa durata e che, per il corso di questa durata, si possa parlare di una coscienza continuativa.

Noi però possiamo pensare ogni sensazione che dura come suddivisa in sensazioni di durata più breve ed a loro volta queste pensarle suddivise in altre più brevi ancora e così via. Se fra loro non sussiste se non una successione temporale, se ogni parte è per se stante, allora non si può dire esse appartengano ad una coscienza. Quindi, anche nel caso del più fugace elemento di coscienza, deve sussistere una connessione del tutto peculiare tra le sue particelle momentanee.

Se invece si supponesse una discontinuità, aggiunge Schlick, si dovrebbe supporre una coscienza senza durata che è qualcosa di completamente diverso da ciò che chiamiamo coscienza. Dove vi è coscienza, vi è anche unità di coscienza i singoli momenti di coscienza non sono isolabili, ma sono l’uno per l’altro. Questa interconnessione tra i singoli elementi di coscienza è un fatto, ma non è determinabile (conoscibile) e si  afferma a tal proposito che anche Hume (che riteneva che il legame tra sensazioni fosse solo causale) si ingannava. Se fossero solo relazioni causali, essi potrebbero aver luogo altrettanto bene tra coscienze diverse.

 

 

 

 

La memoria

 

In realtà questo nesso specifico per Schlick è la memoria, in quanto quel trapassare di un contenuto di coscienza nel momento immediatamente successivo equivale a quel ritenere e preservare che, quale ricordare immediato, costituisce la memoria. E’ il ricordo a collegare l’uno con ‘altro vissuti di un individuo anche fra loro molti distanti, di modo che essi vengono a far parte della stessa coscienza continuativa. Un medesimo individuo fisico può essere sede di due o più personalità, due o più coscienze date dal fatto che il filo dei ricordi è spezzato (una personalità non ricorda quello che ha fatto l’altra).

Schlick dunque teorizza il carattere mnemonico dell’unità di coscienza. In virtù della memoria elementi di coscienza atemporalmente contigui li esperiamo non solo in successione, ma anche come simultanei ed è così che si realizza il nesso dell’unità di coscienza. Egli aggiunge che in ciò sembra esservi una contraddizione, se non ci si ferma a considerare che, quando eguagliamo strettamente il presente ad un istante, ad un momento temporale di natura puntuale, stiamo facendo un’astrazione, giacchè al presente reale della coscienza si deve ascrivere una durata.

Schlick poi dice che tutte queste sue considerazioni non sono conoscenza vera e propria (non sono spiegazioni) ma sono circonlocuzioni intese a richiamare l’attenzione su ciò che vi è di peculiare nel fatto dell’unità della coscienza. Il fatto come tale ciascuno lo esperisce in sé. Il risultato che si viene a formulare non è una conclusione inferita dalle considerazioni precedenti, ma è una breve designazione riassuntiva dello stato di cose stessa.

Dove vi è coscienza vi è anche unità di coscienza e dove c’è unità di coscienza, vi è memoria. Quest’ultima è una condizione per la coscienza : senza di essa, cessa il nesso tra esperienze e cessa perciò la coscienza.

 

 

La costanza delle rappresentazioni

 

Schlick accosta l’unità della coscienza da lui evidenziata con la coscienza pura di Kant, con l’appercezione trascendentale anche se forse non ha tratto conseguenze tutte giuste da quest’assunto. Egli curiosamente aggiunge che l’unità di coscienza dovrà venire ad occupare in qualsiasi metafisica futura, una posizione centrale e dominante. E’ il fatto stesso della coscienza a garantire sino ad un certo punto che ciò che stiamo pensando sia lo stesso di ciò che stavamo pensando giusto un attimo prima.

Però Schlick cerca di evitare che il tutto si riduca ad una misera estensione della memoria. A tale rischio egli obietta che, con mezzi psicologici (ripetizione, concentrazione) si possono inserire rapporti concettuali complicati simultaneamente nel presente, in modo da poter tenere insieme i termini di un’inferenza senza alimentare il dubbio scettico. A tal proposito, Schlick vorrebbe dire che il fatto che qualche volta operiamo delle deduzioni corrette è già un infrangere il potere della scepsi. Egli ipotizza che, se l’unità di coscienza ci dà la garanzia di una costanza sufficiente delle rappresentazioni per la durata di un presente, allora essa può anche erigere su questa base (con la concentrazione) una certezza che copra periodi più lunghi, trasferendo la coscienza di questa costanza da istante ad istante, operando una sorta di integrazione sui differenziali-di-presente che si succedono l’uno all’altro. Egli conclude (senza argomentazioni cogenti) che noi possediamo la capacità di tenere ferme le nostre rappresentazioni per un certo tempo minimale, quel tanto che serve per effettuare con sicurezza delle inferenze analitiche.

Schlick poi considera condizione per una qualche certezza delle nostre conoscenze anche il fatto che dobbiamo essere provvisti della capacità di constatare l’uguaglianza o diversità di rappresentazione. Se infatti non possedessimo questa facoltà, come faremmo a sapere se i nostri pensieri restano uguali o cambiano ? Come faremmo a tenere distinte le nostre rappresentazioni ? Senza questa facoltà pure l’inferenza sarebbe ancora una volta impossibile. Ma Schlick dice che, in questo caso, per decidere la questione, non c’è bisogno di alcuna inferenza : occorre solo rivolgere l’attenzione a fatti che sono dati ogni volta insieme alla coscienza.

 

 

 

 

La tesi di Locke

 

Schlick espone la tesi di Locke per cui la prima capacità della mente è quella che essa ha di percepire le sue idee e di sapere di ciascuna, cosa essa sia e di percepire con ciò anche la loro diversità. Questa tesi di Locke contrappone mente ed idee come se la mente fosse un contenitore nel quale le idee entrano per essere da essa recepite, percepite e comparate. Potrebbe allora benissimo accadere che arrivassero nella coscienza idee fra loro diverse e che però venissero considerate dalla mente come uguali (o viceversa). Dunque per Locke, perché un pensiero corretto fosse possibile, alla coscienza dovrebbe essere ascritta, come sua specifica facoltà la capacità, di non ingannarsi al riguardo e sorgerebbe la questione se tale facoltà sia sempre presente.

Ma, continua Schlick, la coscienza non si rapporta alle idee come lo stomaco ai cibi che esso viene ad accogliere : sono giusto le idee che costituiscono la coscienza. Esse non richiedono di essere percepite con un atto specifico, ma il loro esserci come dati di coscienza è identico al loro essere percepite. Esse e percipi sono la stessa cosa. Non c’è bisogno di postulare un apposita capacità di percepire i contenuti di coscienza e nemmeno c’è quindi bisogno di una particolare garanzia contro possibili inganni in un tale percepire : i dati di coscienza non vengono percepiti come diversi o identici, ma sono tra loro immediatamente diversi o identici.

Schlick aggiunge che si potrebbe obiettare che si può benissimo essere coscienti di rappresentazioni tra loro diverse e tuttavia non essere coscienti della loro diversità. Le due cose non sarebbero identiche, mentre proprio il diventare cosciente della diversità tra le rappresentazioni è richiesto per ogni pensiero e per ogni inferenza. Anche questo dubbio però, obietta Schlick, si schianta contro il fatto dell’unità di coscienza che ci mostra che diversità dei vissuti e vissuto delle diversità, sebbene non siano una cosa sola, si appartengono reciprocamente. Egli fa il seguente esempio : poniamo che sussistano contemporaneamente due diversi contenuti di coscienza (ad es. un suono ed un odore) ed assumiamo che manchi la facoltà di constatare la diversità (ossia questa non viene esperita come un fatto). Mancherebbe a chi esperisce un dato da poter esprimere con giudizi tipo “Questi fenomeni sono diversi…o uguali”. Questi due vissuti starebbero l’uno accanto all’altro senza assolutamente alcuna relazione o confronto, come se l’altro non vi fosse affatto. In breve sarebbe come se i due vissuti appartenessero a coscienze diverse : nulla li congiungerebbe, non formerebbero un’unità e perciò non avremmo ragione di dichiararli contenuti di una sola e medesima coscienza. Schlick conclude che, se contenuti diversi appartengono ad una coscienza, allora proprio per questo essi vengono anche distinti. Il distinguere cose tra loro diverse avviene in quanto esse sono rapportate l’una all’altra, ma l’unità di coscienza è una specie dell’essere-rapportato-l’uno-all’altra. Quindi, se due cose diverse sono congiunte nell’unità della medesima coscienza, questo significa che vengono distinte.

 

 

La coscienza come mutamento

 

Schlick aggiunge che, se avevamo considerato l’unità di coscienza in quanto unità che racchiude i contenuti di coscienza nella loro sequenzialità, ora invece abbiamo avuto di mira la coesistenza di tali contenuti retta da quella unità. I due fatti in realtà per Schlick si presentano uniti. Noi non distinguiamo semplicemente rappresentazioni simultanee, ma anche rappresentazioni che seguono l’una immediatamente all’altra, che si danno il cambio l’una con l’altra. Su questo si basa la coscienza del mutamento che il nostro spirito costantemente esperisce, un mutamento o un accadere (che è sempre un mutamento) che costituisce un fatto. Nell’esperire un accadimento, si è immediatamente coscienti della diversità dello stato successivo rispetto a quello precedente e dunque non vi è la necessità di postulare che nell’anima vi sia una specifica capacità di percepire il mutamento, capacità che si potrebbe anche perdere. Dunque ancora una volta quella che ci si presenta qui è una proprietà che fa parte inseparabilmente dell’essenza della coscienza stessa. Non solo ogni mutamento viene esso stesso esperito come fatto specifico della coscienza, ma si può forse persino dire che il mutamento stesso sia una condizione necessaria della coscienza. Allora quindi non solo nello spirito non avrebbe luogo alcun cambiamento senza che ve ne fosse coscienza, ma all’inverso nemmeno esisterebbe una coscienza laddove non vi fosse cambiamento. Una sensazione o un sentimento che nella nostra coscienza persistesse ininterrottamente senza cambiare per l’intera durata della nostra esistenza, sembra essere una cosa impossibile.

Già Hobbes affermava che una sensazione illimitatamente prolungata cesserebbe di essere avvertita. Di questo contenuto di coscienza non potremmo rappresentarci il suo non essere e non potremmo confrontare il suo essere-presente con la rappresentazione del suo essere-assente e distinguere quello da questa. Così ogni dato di coscienza per Schlick sembra essere qualcosa di relativo, in contrapposizione con altro. Un essere persistente ed immutabile non è mai contenuto di coscienza. Una coscienza in cui nulla accadesse non sarebbe affatto coscienza. Essa presuppone il mutamento ed è essa stessa un processo.

Paradossalmente però, Schlick, dopo questa conclusione, ribadisce la tesi (ormai inconsistente) per cui la scepsi psicologista possa mettere in dubbio la rappresentabilità di rapporti logici rigorosi. Egli dice che tale fugacità non impedisce alla nostra mente di fare delle inferenze, mentre il dubbio sulla correttezza delle regole logiche dell’analisi sarebbe un puro fraintendimento.

 

 

 

La metafisica della coscienza

 

Schlick sembra però non rendersi conto che il ricorso da un  preteso fatto originario non è mai stato un impedimento effettivo per l’esercizio dell’istanza scettica. Un tentativo serio viene fatto solo da Agostino e Cartesio dove la struttura riflessiva della coscienza diviene l’asse per una argomentazione rigorosa a prova di scetticismo. Ciò vale  anche per il tentativo fatto da Carnap di ridurre tutto l’ambito degli oggetti della scienza a quello degli oggetti del linguaggio base.

Il riferimento di Schlick è comunque la tradizione che culmina in Descartes, ma a questo egli associa il mistico di Wittgenstein quando considera l’unità della coscienza come qualcosa che non è descrivibile. E quando parla dell’Io come unità di coscienza e non come mera  sommatoria di percezioni il passo alla metafisica spiritualistica è quanto mai breve (anche se tale passo potrebbe essere rallentato ricorrendo alle nuove scienze dei sistemi complessi), con concessioni alla teoria aristotelica della forma e della causa finale.

 

Alcuni circoli viziosi

 

Nel cercare di dimostrare l’esistenza di una tale unità di coscienza e di evidenziarne anche il carattere indubitabile, Schlick da un alto si involve in un circolo vizioso, dal momento che presuppone l’esistenza di un’unità della coscienza ( egli dice infatti : “poniamo che io abbia una certa sensazione …”:  come si può fare in tal caso riferimento all’io senza l’unità della coscienza ? ) per dimostrare l’esistenza dell’unità di coscienza. D’altro canto egli ha gioco facile nel rendere diversi uno stato di coscienza in prima persona e quello in terza persona (ad es. quello di un’altra persona), ma in realtà egli sta paragonando un’esperienza ed il resoconto di un’esperienza (giacché, secondo la psicologia folk, se quella di un’altra persona fosse un’esperienza e non un resoconto, sarebbe inevitabilmente anche una nostra esperienza). Egli si involve anche in un altro circolo vizioso quando dice che bisogna supporre un nesso particolare tra vissuti di una sola coscienza perché possano essere considerabili come tali ; anche qui infatti egli già presuppone che certe sequenze di vissuti appartengano ad una sola coscienza: egli cioè da alcune differenze tra sequenze di vissuti deduce arbitrariamente il fatto che alcune di queste sequenze appartengano alla medesima coscienza, ma questa non è una conclusione obbligata.

Schlick poi assume (e non si sa con quale diritto) che ciascuno dei singoli elementi di sensazione o sentimento abbiano una certa durata (che si intende con “certa durata” ?) e da ciò fa derivare indebitamente che si tratti in tal caso di una coscienza continuativa (la continuità della coscienza non è la continuità tra diversi elementi e non quella interna di un solo elemento di coscienza ?). Inoltre perché una sensazione deve essere associata per forza ad una coscienza ?

L’argomento di Schlick per cui una coscienza senza durata non è una coscienza, per cui vi devono essere più momenti che per forza debbano essere collegati in una unità di coscienza è un chiaro paralogismo : noi partiamo da singoli sentimenti o sensazioni che non sappiamo se attribuire ad una coscienza, di cui non sappiamo se abbiano durata o se siano costituiti a loro volta da diversi momenti. Da questo base inferire l’unità di coscienza è comunque un salto. E’ come dire : dove c’è l’atomo, c’è anche l’unità interna dell’atomo, altrimenti non sarebbe l’atomo. Ma perché presupporre l’atomo ? Schlick fa dei sofismi  perché, prima, chiama la coscienza “unità di coscienza”, poi la presuppone nel tentativo di dimostrarne una unità che è altro (più definita, articolata e complessa) da ciò che prima aveva inteso come “unità di coscienza” (una sorta di residuo indistinguibile dall’esistenza stessa della coscienza). Partendo dalle sensazioni egli le correla arbitrariamente alla coscienza, afferma arbitrariamente che le diverse coscienze sono la stessa coscienza e correla arbitrariamente tra loro i momenti di coscienza (sensazioni ribattezzate) tramite la stessa coscienza. Chiama poi tutto questo unità di coscienza e finge di andare avanti, andando invece indietro, dicendo che, data l’unità di coscienza, si desume una relazione speciale tra i momenti di coscienza.

 

La critica a Hume e le aporie della memoria

 

Anche la critica di Hume non sembra del tutto corretta dal momento che Hume affermava che la successione tra le sensazioni non fosse riconducibile ad un legame di causa ed effetto e proprio per questo non si potesse ammettere l’esistenza di una coscienza che fosse l’unità complessiva di tali sensazioni. E poi Schlick in questa sua critica cade nel più completo sofisma : da un lato dice che non si dà connessione tra sensazioni senza coscienza unitaria, dall’altro un legame puramente causale (dunque una connessione già di una certa complessità) sarebbe possibile anche tra momenti di coscienze diverse.

In questo modo mistificatorio Schlick suggerisce che vi sia tra i momenti di una stessa coscienza una relazione particolare e specifica, che sarebbe la memoria, concetto che Schlick probabilmente attinge da Bergson ed a cui attribuisce proprietà dell’aufheben hegeliano.

Proprio riguardo alla memoria ci sono delle altre aporie : si presuppone già che due vissuti facciano capo a uno stesso individuo, mentre non si precisa quale sia l’impedimento a che un’altra coscienza ricordi un vissuto che fa parte del passato (cosa succede quando sono in due a ricordare lo stesso evento ?). Inoltre perché il ricordo di un vissuto deve presupporre che tale vissuto sia stato esperito ieri da chi ricorda oggi ? Se ricordo un vissuto di 3 anni fa, ma non ricordo i vissuti di un anno fa, mi trovo di fronte ad una coscienza continuativa ?

Schlick ammette che, dato un individuo, ci possono essere più coscienze (perdita di memoria, psicosi), ma non dimostra che, dati due vissuti, ci possa essere una sola coscienza a collegarli con la memoria, a meno che anche tra la definizione di “coscienza” e quella di “vissuto” ci sia una circolarità chiaramente viziosa.

Quando poi egli teorizza che la memoria ci consente di esperire anche più elementi di coscienza simultaneamente (proprio perché la simultaneità è in tal caso apparente), Schlick pure opera un sofisma in quanto se gli eventi fossero simultanei si dovrebbe parlare di percezione e non di memoria. Inoltre altro è dire che il presente ha una durata, altro è dire che due momenti successivi sono resi simultanei dalla memoria : la prima tesi è sensata, la seconda va argomentata altrimenti invece di inverare la contraddizione, si cade in contraddizione.

 

L’incapacità empirista di giustificare le proprie argomentazioni

 

Infine Schlick, consapevole forse delle difficoltà in cui viene coinvolto. cerca di ridimensionare la portata epistemologica del discorso fatto sino a questo punto e, così facendo, evidenzia tutto il disagio dell’empirismo radicale nel non saper definire (pena la contraddizione) la natura delle proprie argomentazioni. Inoltre cosa vuol dire “Il fatto dell’unità della coscienza ciascuno lo esperisce in sé, ma bisogna porvi attenzione” ? Perché ci vuole tanta circonlocuzione per far vedere quello che è un fatto che ciascuno può esperire da sé ? Non è che questa circonlocuzione sia un’analisi e perciò un’interpretazione ? Perché non chiamare delle argomentazioni con il proprio nome ? Perché non aprirsi alla possibilità della conoscenza sintetica a priori, visto che da questa dimensione non possiamo prescindere ? Più avanti egli, non a caso, ammette la possibilità di una metafisica, in quanto dice che per una metafisica futura, l’unità di coscienza dovrà assumere un ruolo fondamentale.

 

La memoria della logica

 

Inoltre Schlick teorizza che la memoria è la condizione della coscienza, ma chi è il soggetto della memoria ? Chi è che ricorda, se la coscienza è fondata sulla memoria ? Inoltre la memoria funziona sempre bene ? Perché, se non è così, non si ha mai la certezza che quello che sia stato pensato ora sia lo stesso di ciò che stavamo pensando un attimo fa.

Schlick acutamente associa la memoria alle catene deduttive (è un legame che esiste anche in Platone) e spera che con la memoria si possano inserire simultaneamente rapporti concettuali complessi, in modo da poter tenere insieme i termini di un’inferenza senza alimentare il dubbio scettico. Ma questa è una pia intenzione : la scansione temporale è data proprio dall’articolazione logica e dall’esistenza di più momenti o termini dell’inferenza, per cui l’inserire questi momenti nel presente finisce con il rendere il presente una durata in cui ricompare il bisogno (ed assieme il rischio) della memoria, per cui il dubbio scettico si ripresenta anche a questo livello di argomentazione. Il fatto che qualche volta facciamo deduzioni corrette è una falsa consolazione dal momento che, passato un certo tempo, senza il rischio della memoria, non sappiamo nemmeno più distinguere le deduzioni corrette da quelle che non lo sono.

Il tentativo di Schlick di integrare diversi momenti presenti in una certezza che copra periodi più lunghi pure risulta velleitario, in quanto parte già dalla presupposizione che la presunta unità di coscienza ci dia la garanzia di una costanza sufficiente delle rappresentazioni per la durata di un presente. Inoltre in questa progressiva integrazione non si può nel frattempo perdere quello che si è già acquisito ? In realtà Schlick in queste pagine vorrebbe rifondare validativamente quello che è successo in migliaia di anni di evoluzione umana, cercando vanamente di estirpare la componente scettica che si fa strada in ogni empirismo radicale. Ma il processo di evoluzione reale (genetico) si è contingentemente realizzato, ma quello ideale (fondativo) forse è impossibile e, quanto meno, non si può fare in poche pagine. Per tentare questo egli deve confondere ipotesi psicologiche con argomentazioni filosofiche e deve eludere la critica di Hume ipotizzando che ci siano invariabilmente determinati fatti associati alla coscienza.

 

Differenza dei vissuti e vissuto della differenza

 

Nel criticare Locke, Schlick ha ragione nel ridurre la questione se le idee siano ben percepite alla questione se l’idea che si ricorda sia la stessa idea che è stata percepita. Qui si ripresenta lo stesso problema che Schlick ha invano tentato di risolvere con il ricorso alla coscienza. In realtà la coscienza da un lato è il darsi delle idee, ma tale darsi è caratterizzato da un’intima contraddizione che si esprime nel divenire tumultuoso delle idee nel tempo e nella riflessione della coscienza sulle idee, riflessione che, in quanto tale, è aperta al rischio dell’alterazione delle idee stesse. A Schlick si risponde cioè che il darsi delle idee, come non ci espone al rischio dell’errore nel caso di due idee diverse, allo stesso modo ci lascia nel dubbio nel caso di un’idea che sarebbe presuntivamente identica a se stessa, perché l’immanenza del darsi delle idee nel flusso di coscienza è una continua differenza da sé. Il fatto che la coscienza sembri un contenitore non è una mera illusione, ma la rappresentazione intertemporale del flusso di coscienza che si espande nel tempo, il costituirsi delle gerarchie metalogiche, la crescita esponenziale delle virgolette, le quali, come un cartiglio circonda i geroglifici, così mettono in moto la dialettica hegeliana del dato.

Inoltre la diversità dei vissuti (“a” ¹ “b”) non è la stessa cosa del vissuto della diversità (“a  ¹ b”). Se poi i dati della coscienza non hanno una realtà in sé che li fonda, perché dovrebbero averla i dati dei sensi ? E se fosse così, come sarebbe possibile la condivisione delle idee e dei sentimenti ? Se non si può stabilire se due vissuti siano diversi o uguali, bisogna concludere come fa Schlick che tra di loro non vi sia alcuna relazione ? La possibilità di attribuire a due coscienze due idee che non si sa se siano identiche o diverse tra loro è un argomento speculare e contrario a  quello dello stesso Schlick per dimostrare che non è possibile che ci siano forti discontinuità temporali all’interno di un flusso di elementi di coscienza. Infine ancora una volta Schlick presuppone quel che vuole dimostrare quando dice che contenuti diversi appartengono alla stessa coscienza solo se sono da questa distinti, dal momento che si confonde la relazione logica esistente tra di essi con quella epistemica che essi avrebbero con la coscienza che li oggettiva. Una cosa è distinguere contenuti diversi, altra cosa è la differenza tra di esse, la quale non è condizionata da nessun atto cognitivo. Il distinguere cose diverse presuppone la loro differenza, ma non è vero l’inverso.

 

 

Coesistenza e successione temporale

 

Inoltre i dati di coscienza si danno nel tempo e quindi i dati di coscienza coesistenti sono enti in sé coesistenti (oggetti eterni)  che si danno nel tempo. Per cui non c’è distinzione netta tra dati di coscienza coesistenti e dati di coscienza succedentisi, ma i primi sono conglobabili nei secondi, dal momento che fenomenologicamente la coesistenza propria dell’eternità si dà comunque nella successione del tempo.

La coscienza del mutamento presuppone la coscienza della successione dei dati nel tempo, ma la coscienza della successione dei dati non presuppone la coscienza del mutamento, altrimenti tutti i dato della coscienza differirebbero tra loro e nessuno sarebbe identico ad un altro, né ci sarebbe coscienza della permanenza.

Dire che l’accadere è un mutamento implica che il dato di coscienza sia un evento che allude ad una realtà che si manifesta nel dato di coscienza, ma non si riduca ad esso. Ma ciò contraddice in Schlick con la tesi del carattere esclusivamente fenomenistico del dato di coscienza e riporta in lizza i dubbi di Locke sulla possibilità di percepire falsamente le idee. Che la sensazione relativa a dati di coscienza sia una proprietà essenziale della coscienza non implica che ad essa non possa corrispondere una percezione illusoria (di noemi ad es.).

 

 

Le tendenze metafisiche di Schlick e la difesa della logica

 

L’idea che il mutamento sia l’essenza stessa del flusso di coscienza e che la persistenza di un dato di coscienza sia molto improbabile avvicina molto la concezione di Schlick a  metafisiche come quella di Cratilo o del Buddhismo, dove c’è un rapporto forte tra coscienza, tempo, mutamento e molteplicità. Da questa concezione metafisica ne deriva una giustificazione dello scetticismo epistemologico perché, se il cambiamento è continuo, nessuna inferenza può realizzarsi perché la premessa stessa non potrebbe rimanere la stessa. Gli indizi che fanno pensare che Schlick in questo testo propenda per tesi metafisiche sono le seguenti asserzioni :

  • Una sensazione illimitatamente prolungata cessa di essere sentita (Cusano : la  coincidentia oppositorum).
  • La coscienza è un principio di distinzione (mistica)
  • Ogni dato di coscienza è un qualcosa di relativo (Nagarjuna, Bradley)
  • Ogni dato di coscienza si costituisce in opposizione con altro (Anassagora, Hegel)
  • Un essere persistente ed immutabile non è contenuto di coscienza (Buddhismo, Cratilo)
  • Una coscienza in cui niente accade non sarebbe coscienza (Buddhismo)
  • La Coscienza è un processo (Buddhismo, Bergson, James)

C’è da dire che il fatto che un Essere immutabile (come quello di Parmenide) non possa essere un dato di coscienza indica che esso può essere attinto solo dal pensiero puro (Idealismo) o trascendendo la coscienza (mistica).

E tuttavia Schlick tende a ribadire che è possibile rendere in una certa misura anche psichicamente permanenti (attraverso la concentrazione e lo studio) e strutturati i rapporti logici, ma se la coscienza è divenire costante sarebbe da spiegare come un esercizio mentale possa esorcizzare tale divenire. Inoltre Schlick non pensa affatto di mettere in discussione la validità della logica in un ambito di tempo limitato, ma il problema è proprio se ci sia una banda temporale qualsivoglia piccola dove le bocce si possano considerare ferme e dove sia possibile fare un discorso validativo.

 


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