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6 maggio 2011

Giovanni Mazzetti : la malafede del nuovo Welfare

La tesi che qui cercherò di sviluppare è che quando sono iniziate le difficoltà del welfare, le precedenti conquiste hanno dimostrato di non essersi affatto consolidate, fino al punto di rappresentare almeno l’embrione di una nuova cultura. Alla prima fase di sgretolamento delle nuove istituzioni è poi subentrata una vera e propria rotta, che ci costringe a ricominciare dal punto di partenza, ciò che investe direttamente le forme della lotta di classe.

 

Per chiarire quanto sto cercando di dire prenderò spunto da un articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2010. Scrive Della Loggia, “la vulgata secondo la quale la democrazia è tale perché riconosce eguale valore ai diritti politici e ai diritti sociali – che però sarebbero in sostanza quelli del ‘lavoro’ – è sbagliata. Questa equiparazione si presta a molte obiezioni: la più importante è che mentre per essere riconosciuti ed esercitati i diritti politici (eguaglianza di fronte alla legge, elettorato attivo e passivo, diritto alla libertà personale, di parola, diritto di sciopero, ecc. ecc.) non necessitano di alcun contesto esterno particolarmente favorevole, viceversa il godimento dei diritti cosiddetti sociali e del lavoro in specie è perlopiù possibile solo se vi è un contesto economico esterno favorevole … Non poggiano, né possono mai poggiare su alcuna base solida definitiva”. Ora, a parte la stupidaggine di sostenere che, per essere goduti, i diritti politici non avrebbero bisogno di condizioni che permettano di esercitarli, sta di fatto che nella società è senz’altro diffusa la convinzione che i diritti sociali dipendano dalla “disponibilità di risorse”, e in periodi di “vacche magre” possano e debbano essere drasticamente ridimensionati: il “nuovo Welfare” di cui molti vagheggiano in evidente malafede.


23 giugno 2009

Sergio Cesaratto : le pensioni di Alesina

 Con frequenza ossessiva dalle colonne de Il Sole 24 Ore il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriatamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati). Uno studente sarebbe stato sgridato per aver utilizzato in maniera così frettolosa i dati. Il gap con gli altri paesi è forse più elevato per gli over-55, come peraltro per i giovani, ma per costoro è notoriamente più difficile trovare una occupazione una volta persa o mai avuta. Certo, v’è, per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, la possibilità di andare in pensione relativamente presto, e alcuni privilegi accordati dalla DC al pubblico impiego gridano ancora vedetta. Privilegi, peraltro, mai accordati agli operai per i quali il sistema pensionistico ha svolto in Italia la funzione di supplire all’assenza di ammortizzatori sociali, ad esempio quando negli anni ’80 centinaia di migliaia di lavoratori furono espulsi dal ciclo produttivo. Il pensionamento anticipato ha anche funto da generatore di posti di lavoro per i giovani, ma naturalmente qui Alesina dissentirà, ritenendo che un sistema economico sufficientemente flessibile garantisce occupazione per tutti coloro che siano effettivamente disponibili a lavorare al salario di mercato. Purtroppo ragioni teoriche (come i risultati della controversia sulla teoria del capitale e la lezione keynesiana) ed empiriche ci inducono a ritenere che Alesina abbia torto: l’ammontare dei posti di lavoro creati dipende essenzialmente dalla domanda aggregata, nel breve come nel lungo periodo, e non dalla flessibilità dei salari. Se la domanda è scarsa i posti di lavoro sono pochi e i pensionamenti liberano posti ai giovani.



Certo, questo non è il miglior metodo di trovare una occupazione ai più giovani. Ma allora, caro Alesina, dovremmo piuttosto prendercela con l’assenza di una seria politica economica per la piena occupazione, e concentrarci dunque sulle esigenze di coordinamento tra le politiche dei paesi europei e tra politiche fiscali e monetarie (forse questo ora lo riconoscono la maggior parte degli economisti, ma gli economisti non allineati alla teoria dominante lo denunciano da un bel po’). E in quanto agli ammortizzatori sociali e alla “montagna di debito pubblico” che tanto l’assilla, perché non coglie l’opportunità di essere columnist del Sole per denunciare l’evasione fiscale dovuta al parassitismo di tanti “topi nel formaggio”, per evocare Paolo Sylos Labini? Puntiamo alla piena occupazione e cerchiamo di pagare tutti le tasse e dunque pagarle ciascuno un po’ meno. Solo allora potremmo, eventualmente, dare un qualche credito ai discorsi sull’aumento dell’età pensionabile. Anche se, finché parliamo di operai, la cosa continuerà ad essere improponibile. Basti sostare qualche minuto in una fabbrica per capire perché.


23 marzo 2009

Felice Roberto PIzzuti : l'instabile equilibrio del capitalismo

 Le carenze delle misure di sostegno al reddito sono già da anni sotto gli occhi di chi vuol vedere (o leggere: ad esempio, le periodiche edizioni del «Rapporto sullo stato sociale» elaborato presso il Dipartimento di economia pubblica della «Sapienza»). Fatta pari a 100 la spesa sociale procapite della media dell'Ue a 15, il dato italiano, dopo una riduzione di 7 punti negli ultimi dieci anni, è arrivato a 75. Se poi si fanno confronti statisticamente omogenei, emerge che il divario è sensibilemente superiore e, in particolare, che le prestazioni previdenziali sono sopravalutate (i dati ufficiali includono ingiustificatamente i trattamenti di fine rapporto e sono al lordo delle ritenute fiscali che in Italia sono più elevate) cosicché la nostra spesa pensionistica non è affatto anomala; non solo, ma le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali sono inferiori alle entrate contributive per un ammontare pari allo 0,8% del Pil, cosicché il bilancio pubblico è migliorato (non appesantito) dal sistema pensionistico.



Oltre all'inferiorità della spesa, la vera anomalia del nostro stato sociale è la grande insufficienza degli ammortizzatori sociali; per essi la spesa è pari a circa un terzo della media europea e, per di più, lascia scoperti proprio le categorie di lavoratori più precarie. Inoltre, mentre quasi tutti i sistemi di welfare sono dotati di misure di sostegno al reddito minimo, in Europa solo Italia e Grecia non garantiscono questo livello di protezione sociale. Si consideri poi che negli ultimi anni, la nostra distribuzione del reddito è peggiorata più che negli altri paesi. Adesso si aggiunge che stiamo attraversando la crisi economica più grave dai passati anni '30 e non sappiamo quanto ancora si aggraverà; dunque dovremmo affrettare, non frenare, l'adeguamento dei nostri ammortizzatori sociali.
Certo, abbiamo un elevato debito pubblico e un suo aggravamento potrebbe penalizzarci nell'opinione dei mercati; ma una politica di bilancio che - come sta accadendo - facesse poco o nulla per frenare il calo particolarmente accentuato del nostro reddito nazionale produrrebbe comunque effetti negativi già nell'immediato sul bilancio (ad esempio per la riduzione delle entrate fiscali). L'aspetto «nuovo» da considerare è che le preoccupazioni dei mercati - come dimostrano le loro reazioni al mancato salvataggio pubblico della Lehman Brothers e agli interventi a sostegno dei settori reali e finanziari dell'economia ritenuti tardivi e insufficienti - sono legate più all'aggravamento degli indicatori connessi alla crescita che non al peggioramento dei bilanci pubblici. Negli Usa, patria del neoliberismo, il deficit di bilancio ha raggiunto il 12% del Pil, cioè 4 volte il limite imposto dai criteri di Maastricht, ma i mercati reputano ancora insufficiente l'intervento pubblico.
La crisi in atto riguarda anche la teoria economica prevalente e la sua diffusione tra gli operatori e nell'opinione pubblica. I fatti ripropongono all'attenzione generale la categoria dell'incertezza, che è cosa diversa e più inafferrabile rispetto a quella del rischio probabilisticamente prevedibile, e evidenziano l'illusorietà delle analisi e delle politiche neoliberiste che avevano rimosso la prima identificandola sostanzialmente con la seconda. L'incertezza è una caratteristica qualificante dell'economia di mercato capitalistica, anzi è una delle sue contraddizioni principali: più il mercato si intensifica e si estende, più genera risultati fragili e equilibri instabili. L'incertezza è accresciuta dal mercato ma ne mina sempre più il funzionamento, e gli strumenti per compensarne gli effetti vanno cercati al suo esterno, in un ambito decisionale che non sia regolato dal profitto e dagli interessi individuali, ma dalle istituzioni collettive.
Lo stato sociale - che da sempre ha tra le sue funzioni quella di sopperire ai fallimenti del mercato, e di fatto ne costituisce un superamento, - è l'istituzione che, debitamente usata, si presta particolarmente a affrontare e compensare l'incertezza.
La crisi dunque, sia per i suoi effetti destabilizzanti immediati sia perché ripropone la questione dell'incertezza congenita del mercato, accresce l'esigenza anche economica della sicurezza sociale la quale può essere favorita, tra l'altro, dalle misure di sostegno ai redditi presenti (in particolare dei disoccupati e dei più bisognosi) e futuri (come le prestazioni pensionistiche attese).
Sia sul piano sociale sia su quello economico, è dunque del tutto controproducente la posizione di non adeguare gli ammortizzatori sociali per salvaguardare il bilancio pubblico che, invece, mai come in questa fase critica deve svolgere una funzione anticiclica, peraltro richiesta a gran voce dagli stessi mercati. Proporre poi una nuova riduzione delle prestazioni pensionistiche equivale a gettare acqua bollente su un corpo (il sistema economico e sociale) già drammaticamente ustionato da una crisi al cui fondo c'è sfiducia e incertezza per il futuro. Ci si può chiedere, infine, come mai, in un contesto internazionale nel quale anche la «rigorosa» Germania ha dovuto superare le proprie idiosincrasie storiche per le politiche di bilancio espansive, proprio il nostro governo sia diventato «più realista del re» in materia di attenzione ai vincoli del bilancio pubblico. Il punto è che Tremonti, pur dichiarandosi molto critico verso il «mercatismo» (ma non verso il mercato), ritiene che questa crisi sia essenzialmente di natura finanziaria e imputabile al comportamento dei banchieri; cosicché sarebbe sufficiente sperare che il nostro settore finanziario non manifesti le stesse criticità di quelli «dove si parla inglese». Il nostro ministro dell'economia non considera invece che quelle in crisi sono le modalità assunte dal processo di accumulazione negli ultimi tre decenni; la stessa finanziarizzazione dell'economia che ha corroso il sistema è stata stimolata anche dall'esigenza di compensare le difficoltà di realizzare profitti nel settore reale dell'economia. E' qui che sta il nodo principale del problema e per affrontarlo occorrerà migliorare sia le condizioni della domanda (mediante un aumento dei salari e delle prestazioni sociali) sia quelle dell'offerta (favorite anche dalla capacità dello stato sociale di stimolare l'innovazione aumentando il capitale umano e offrendo reti di sicurezza) sia la distribuzione del reddito (uno dei compiti primari del welfare state). La gravità di questa crisi e l'analisi delle sue cause indicano che per uscirne bene e in fretta occorrerà liberarsi al più presto dalle visioni economiche e politiche dominanti negli ultimi decenni e che, in particolare, si dovranno costituire nuovi e più efficaci equilibri tra i mercati e le istituzioni pubbliche, nazionali e sovranazionali; un efficace contributo potrebbe essere fornito dal rinnovamento delle classi dirigenti in entrambi gli ambiti e, non ultimo, nelle rappresentanze politiche.


16 febbraio 2009

Sante Moretti : attacco alle pensioni ?

 Al sistema pensionistico pubblico sarà portato a breve un attacco senza precedenti.
Economisti e opinionisti sostengono che la crisi può essere superata solo se si ridimensiona il sistema pensionistico pubblico. Nascono seri allarmismi sullo stato dei conti di alcune casse "private", per esempio i giornalisti (pensione media lorda 52.000 euro all'anno e consulenti del lavoro 42.000 euro) e ancora di più sull'Inpdap, settore pubblico, che avrebbe maturato un deficit di 13 miliardi.
I punti su cui vogliono intervenire, e al ministero del Lavoro stanno lavorandovi alacremente, sono l'età pensionabile, i rendimenti, le attività pesanti e usuranti. Un fronte trasversale, capeggiato dall'on. Emma Bonino, sostiene l'urgenza di portare l'età per la pensione di vecchiaia per le donne a 65 anni come per gli uomini, e a questo fine scomodano persino la parità.
Tra i portabandiera di questa tesi vi è l'on. Casini che accusa il Governo di perdere l'occasione della crisi per riformare il sistema pensionistico. E per Casini significa in primo luogo aumentare l'età per il diritto alla pensione. Berlusconi ha dichiarato che l'aumento dell'età pensionabile per le donne è una "opportunità che non devono perdere". Veltroni sostiene che bisogna diminuire la spesa pensionistica a favore degli ammortizzatori sociali. Ma hanno mai sentito questi signori che cosa ne pensa un qualsiasi operaio/a di pensionarsi in un'età ancora più avanzata?



D'altra parte la lavoratrice non è obbligata a lasciare il lavoro a 60 anni, è lei a scegliere ma questi signori vogliono che lavori 5 anni di più.
Va gridato un no secco per più ragioni. Ricordiamo agli immemori e ai patiti della famiglia le funzione insostituibili della donna, dalla maternità all'oneroso impegno nella cura dei figli. E inoltre, discriminate nel salario e nella carriera le donne percepiscono pensioni inferiori del 20/30% rispetto a quelle degli uomini. Prima di parlare di parificare agli uomini l'età per il diritto alla pensione delle donne vanno rimossi gli ostacoli che impediscono alla donna di liberarsi dalla attuale condizione. Non solo, vogliono ripristinare lo "scalone" chiamato Maroni. Si propongono di aumentare, gradualmente, da 65 a 70 anni l'età per il diritto alla pensione di vecchiaia. Tutti i provvedimenti che aumentano l'età per il diritto a pensionarsi bloccano le assunzioni e in un momento in cui crescono i disoccupati è una follia.
Altra proposta è di cancellare per tutte e tutti il sistema di calcolo retributivo per determinare l'importo della pensione.
Con il metodo di calcolo retributivo continuano ad essere liquidate interamente le pensioni a quei lavoratori e lavoratrici che entro il 31 dicembre 1995 avevano maturato una anzianità contributiva non inferiore a 18 anni. Per coloro che a quella data possono far valere una anzianità contributiva inferiore il calcolo con il sistema retributivo viene applicato solo per quel periodo.
Vorrebbero inoltre intervenire sui coefficienti moltiplicatori per abbassare ulteriormente i rendimenti. E' altresì allo studio un provvedimento per ridurre i lavori considerati usuranti e limitarne i benefici previsti.
E' un attacco a fondo di quel che rimane del sistema pensionistico pubblico con lo scopo di incentivare la previdenza integrativa. Come per il posto di lavoro anche la pensione deve diventare incerta.
E' in crisi intanto la previdenza integrativa voluta dai mercati finanziari per fini speculativi, dai padroni per versare meno contributi e dai sindacati per giustificare il taglio della pensione pubblica.
Quel 25% di lavoratori e lavoratrici che ha aderito ai fondi pensione registra con sgomento che nel 2008 non c'è stato un rendimento ma una perdita media dell'8% del capitale, cioè del TFR e del salario versato: si va da un +2% a un -19% a seconda delle casse e alla linea di investimenti scelti.
Il Tfr nel 2009 sarà rivalutato del 3.97% (0.75% indice inflazione Istat + 1.50% fisso) ed al netto della differenza fiscale tra fondi e Tfr il rendimento sarà del 3.60%.


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27 agosto 2008

Sistema pensionistico anglosassone in crisi

 

Sbaglierebbe chi pensasse che solo in Italia e, al più, in qualche altro paese ancora inspiegabilmente arroccato nella difesa e nello sviluppo del welfare pubblico, pensioni e sanità rappresentino un tema sempre caldo. Invero, quasi tutti i paesi sono chiamati a fronteggiare gli effetti dell'invecchiamento, i costi delle passate promesse, le spinte alla privatizzazione e alla riduzione del costo del lavoro. Non fanno eccezione i paesi anglosassoni, a cominciare da Stati Uniti e Regno Unito, che sono alle prese con problemi enormi, che evidenziano tutte le difficoltà e i veri e propri fallimenti del welfare privato cui si affidano prevalentemente. Il caso della sanità statunitense è forse quello più noto: malgrado una spesa complessiva che non ha paragoni in altri paesi (nel 2005 il 15,2% del Pil contro l'8,7% in Italia, secondo i dati Ocse) più di 50 milioni di persone (il 17% della popolazione), risultano prive di assicurazione sanitaria, mentre altre decine di milioni devono fronteggiare coperture sempre più costose e spesso costruite ad arte per abbandonare l'assicurato al proprio destino proprio quando diventa vecchio o malato.
Problemi enormi attanagliano anche il sistema pensionistico. Se il dibattito sulle tendenze della spesa pensionistica pubblica negli Stati Uniti o nel Regno Unito fa sorridere i commentatori nostrani, stante che i problemi sono risolvibili con aggiustamenti minimali ai nostri occhi, questo avviene solo a causa del limitatissimo ruolo che assumono le pensioni pubbliche in quei contesti, dove si suppone che la parte più sostanziosa della pensione arrivi dai fondi privati. E qui nascono i veri problemi: 1) tantissimi lavoratori non sono coperti da fondi privati; 2) i tradizionali fondi a benefici definiti (quelli che danno al lavoratore una certa percentuale del salario per ogni anno di lavoro) stanno chiudendo, quando non fallendo; 3) ai lavoratori vengono offerti solo fondi a contribuzione definita ma spesso non possono permetterseli e sono comunque esposti ai capricci dei mercati, visto che sanno quanto ci mettono, ma quanto otterranno dipenderà dall'andamento dei mercati finanziari.
1) Per quanto riguarda la partecipazione ai fondi pensione, nel Regno Unito, secondo dati ufficiali, nel 2004-2005 il 56% dei lavoratori del settore privato non aveva altre forme di previdenza che quella pubblica. Negli Stati Uniti, i dipendenti membri di un fondo pensione non superano il 50% del totale.
2) Ma anche coloro che ad un fondo pensione sono iscritti non possono dormire sonni tranquilli. Ad essere in crisi sono, in primo luogo, i fondi aziendali a benefici definiti, che offrono al lavoratore una pensione legata al suo salario, da affiancare alla pensione pubblica, di importo minimo e uguale per tutti. Erano tali fondi a dominare lo scenario fino a pochi anni fa, ed erano quelli tipici dell'industria, dei trasporti, del settore pubblico. Il fatto è che benefici definiti significa anche contributi variabili: l'azienda, infatti, regola la contribuzione in base all'andamento dei rendimenti sul patrimonio del fondo pensione in rapporto al valore dei benefici promessi. E qui viene il punto: se i mercati finanziari vanno bene, gli iscritti sono ancora giovani e le regole di calcolo del debito pensionistico flessibili, l'impresa può arrivare a pagare contributi molto bassi, quando non nulli, come avvenuto per buona parte degli anni '80 e '90. Tutto cambia, però, col nuovo secolo: da un lato, riduzione dei tassi di interesse e crisi dei mercati finanziari - da quella del 2001 all'ultima crisi legata ai mutui subprime; dall'altro, crescita dei pensionati e riduzione del numero degli attivi nella grande industria. Il patrimonio dei fondi pensione non può allora più essere considerato in bilancio prevedendo rendimenti annui dell'8,75% (pratica corrente fino a tutto il 2002, anno nel quale il rendimento effettivo fu -8,8%), mentre il debito nei confronti degli iscritti non può più essere eluso, in quanto le pensioni vanno effettivamente pagate.
Emerge così un'enorme sottocapitalizzazione dei fondi pensione. Limitandoci agli Stati Uniti, al 2006 mancherebbero, secondo dati ufficiali, almeno 450 miliardi di dollari per coprire le promesse pensionistiche già fatte (vedi grafico). Non solo: molti fondi pensione iniziano a fallire, complice anche la legge americana, che permette all'impresa di scaricare in tal modo i costi sui lavoratori e sull'assicurazione pubblica che garantisce una parte delle prestazioni: saltano così negli ultimi anni 3.700 fondi pensione, fra i quali quelli di molte linee aeree (United Airlines, US Airways, TWA) e dell'industria pesante (Bethlehem Steel, LTV Steel, National Steel, Weirton Steel, Kaiser Aluminium). La crisi richiederebbe alle imprese di aumentare sostanzialmente i contributi. Ma questo significa aumentare il costo del lavoro e ridurre la competitività. Ne sanno qualcosa Ford e General Motors, le due grandi che hanno finora evitato il fallimento dei propri fondi pensione, sottocapitalizzati nel 2004 rispettivamente per 12,5 e di 10,3 miliardi di dollari, che lamentano costantemente gli elevati oneri che devono fronteggiare per la copertura dei fondi pensionistici e sanitari aziendali.
Se è molto costoso per le imprese chiudere i buchi che emergono, salvo il verificarsi di un nuovo boom azionario che non è però dietro l'angolo, nell'immediato esse possono però congelare i propri fondi, non offrendo più ulteriori benefici previdenziali ai propri lavoratori (soprattutto ai nuovi), ovvero, se proprio qualcosa devono offrire, offrendo solo contributi aggiuntivi a quelli del lavoratore per fondi a contribuzione definita.
Di fatto, il sistema dei fondi a benefici definiti sembra ormai avviato al tramonto: nel Regno Unito nel 2007 il 46% di tali fondi era chiuso a nuovi membri, mentre in un ulteriore 15% anche i membri non potevano più acquisire ulteriori diritti. Negli Usa, i dipendenti in attività iscritti ad un fondo a benefici definiti sono passati dal 35% del totale nel 1980 al 18% nel 2004.
3) Dunque, al lavoratore americano o inglese vengono ormai offerti, al più, fondi pensione a contribuzione definita (gli stessi offerti in Italia), sia a livello aziendale, che di categoria o individuale. Ma, di nuovo, emergono problemi sostanziali. Innanzitutto, le imprese, nel passaggio da fondi a benefici definiti a fondi a contribuzione definita, tendono a ridurre drasticamente i contributi: la Pension Commission inglese valuta che, mentre il tipico contributo nei fondi pensioni a benefici definiti in via di chiusura era del 23% del salario, esso scende al 10% nei fondi a contribuzione definita. In secondo luogo, se nei fondi a contribuzione definita l'impresa, versati i contributi, non ha altri obblighi, chi sopporta interamente il rischio è il lavoratore, la cui pensione dipende dai capricci dei mercati finanziari e che rischia, come molti hanno già sperimentato, in caso di crisi di perdere addirittura buona parte del proprio risparmio pensionistico. Infine, il risparmio nei fondi a contribuzione definita è tipicamente abbastanza «liquido», nel senso che può essere riscattato, anche se con qualche penalità, in caso di bisogno; è quanto sta accadendo in tempo di crisi di mutui a molti americani, il che però significa che solo apparentemente si tratta di risparmio pensionistico.
Insomma, anche in sistemi diversi le sfide del sistema pensionistico sono analoghe. E il caso anglosassone, lungi dal rappresentare un modello funzionale ed efficiente, appare in profonda crisi e indirizzato su una strada (riduzione dei contributi, chiusura dei fondi a benefici definiti, trasferimento dei rischi finanziari sul singolo individuo) dalla quale sembrano destinati a derivare l'impoverimento dei pensionati e l'aumento dell'in-sicurezza sociale.

(Angelo Marano)

L'illuminante articolo di Angelo Marano mostra i motivi per cui nei sistemi europei continentali il complesso di inferiorità che hanno i governanti nei confronti del modello di welfare anglosassone, sia assolutamente fuori luogo.
Tralasciando le evidenti falle della sanità statunitense, anche il sistema pensionistico non se la passa affatto bene. I modelli finanziari di diversificazione del rischio, alla base delle scelte di portafoglio dei fondi pensione, sono ben collaudati e fanno piuttosto bene il loro lavoro, ma hanno per loro stessa natura dei limiti ineliminabili. Con la diversificazione si può infatti eliminare il rischio legato alla volatilità dei singoli titoli, ma non il rischio associato al movimento del mercato finanziario nel suo insieme, il cosiddetto rischio sistemico. Il principio è quello del «mai tutte le uova nello stesso paniere», ma cosa succede se il camion che le trasporta si ribalta? I fondi pensione privati, che garantiscono un reddito a decine di milioni di ex lavoratori e che dovrebbero assicurare una vecchiaia serena a tutti quelli che lavorano oggi, sono per lo più vulnerabili di fronte al rischio sistemico. Tale vulnerabilità potrebbe minare drammaticamente la società tutta, senza la disposizione di un opportuno «paracadute».
Il paracadute nell'europa continentale già esiste: ci pensa lo Stato, così inviso ai neoliberali. Neoliberali che curiosamente sembrano dimenticare di essere nella stessa medesima situazione, grazie alla odiatissima entità statale. Oltreoceano infatti, a Washington, sono ben consci della situazione, e se i fondi pensione sono senza protezione di fronte al crollo del sistema finanziario, nessun problema: il paracadute lo mettono al sistema finanziario, a suon di dollari pubblici. Gli stessi dollari pubblici che pensavano di aver risparmiato lasciando alla «mano invisibile» - che spesso dà degli sganassoni tremendi - la serenità dei pensionati e della società tutta. Fare i conti su chi spenderà di più è cosa ardua, e non immune da distorsioni interessate. Una cosa tuttavia è certa: la bilancia dell'ipocrisia pende da una sola parte.

(Carlo Leone Del Bello)


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4 agosto 2008

La privatizzazione del Welfare

 

Il futuro del modello sociale italiano è privato. A fugare ogni dubbio sulle intenzioni del governo Berlusconi in tema di welfare è arrivato ieri il Libro verde del ministro Sacconi. Ventiquattro agili paginette dense di indicazioni - nei prossimi tre mesi oggetto di consultazione con parti sociali e enti locali - e pronte a trasformarsi in un più sintetico Libro bianco entro l'autunno. Sulla base del quale il governo formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali per l'intera legislatura.
Conviene partire dalle ultime pagine dove, senza tante tabelle e tabelline di mezzo, si arriva diritti al sodo. Citiamo testualmente. «Il finanziamento dei servizi di protezione sociale è già oggi caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia vi concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile... Il principio ispiratore deve essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale». Forse, restando al tema della previdenza complementare, Sacconi non ha letto gli ultimi dati resi noti sul rendimento dei fondi pensione, nettamente inferiori a quelli del Tfr. Cosa persino scontata del resto, date le condizioni comatose dei mercati finanziari. Continuamo a leggere: «A questo proposito appare opportuna una riflessione circa gli strumenti più appropriati per una maggiore diffusione della previdenza complementare e dei fondi sanitari complementari». Pensioni e sanità privatizzate dunque. Gradualmente.
In effetti le indicazioni aiutano a comprendere meglio quanto già palesatosi nel decreto legge che anticipa la manovra finanziaria, approvato dalla camera e ora all'esame del senato. Sulla sanità in particolare, a proposito della quale si dice: «Il criterio della spesa storica, alla base del Fondo sanitario nazionale, risulta sempre più insopportabile per gli equilibri della finanza pubblica e per i cittadini che vivono nelle aree caratterizzate da maggiore efficienza. Essi non sono più disponibili a finanziare a piè di lista l'inefficienza. Ne va della stessa coesione nazionale». Persino «l'ammodernamento e la riconversione della rete ospedaliera si potrebbe soddisfare con il project financing, il leasing immobiliare, le società miste». Si partirà perciò, per quanto riguarda la sanità ma non solo, dal federalismo fiscale, che sarà l'oggetto della finanziaria vera e propria di settembre. L'età pensionabile, una volta entrati a regime gli scalini di Prodi, salirà ulteriormente. E sembra di capire che i coefficienti già previsti dalla legge Dini (ossia il meccanismo di calcolo dell'importo pensionistico nel sistema contributivo) verranno ulteriormente ritoccati.
Ma non si può tirare un sospiro di sollievo neppure quando ci si imbatte nella frase, «a differenza che nel caso di pensioni e sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del pilastro pubblico». Non si può, semplicemente per la ragione che praticamente null'altro rientra nel capitolo welfare. Si riconosce che «deficitarie» sono le tutele per i disoccupati, ma la soluzione prospettata sembra quella di revocare l'indennità a chi rifiuti «un'occasione congrua di lavoro o di riqualificazione professionale». Si riconosce persino che è mancata una specifica politica per la povertà, ma si scopre che sono in pochi coloro per i quali il governo si muoverà (si parla categoricamente di «povertà assoluta»). Con provvedimenti magari del tenore della social card: un euro al giorno per fare la spesa.
E arriviamo alle relazioni industriali, di cui una «moderna» politica di welfare ha bisogno. Tralasciando le parole sulla fine del conflitto e sulla nuova era della «complicità» tra capitale e lavoro, il libro verde parla espressamente di un welfare negoziale gestito dai sindacati. Un sindacato dei servizi, variabile d'impresa esso stesso. In pratica, la Cisl.

(Sara Farolfi)


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18 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il mito dell'era keynesiana

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.



Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.

 

 (Riccardo Bellofiore)

 

 

 

 

 


12 luglio 2008

In Italia flexicurity senza sicurezza

 

Durante gli ultimi tre decenni, l'accresciuta instabilità dei mercati globalizzati, l'evoluzione demografica e i mutamenti intervenuti nell'organizzazione dei sistemi produttivi e di welfare dei paesi più sviluppati hanno concorso ad aumentare sia l'incertezza presente nelle relazioni economiche e sociali, sia la parte di essa che ricade sugli individui e sulle famiglie. Queste tendenze stanno producendo effetti preoccupanti sugli equilibri sociali e su quelli economici. Specialmente nei segmenti produttivi meno toccati dall'innovazione, i lavoratori stanno subendo una prolungata contrazione della dinamica retributiva e una diffusa instabilità del rapporto contrattuale.
L'abolizione dei meccanismi d'indicizzazione dei salari ai prezzi, finalizzata a spezzare la spirale inflazionistica, ha contribuito a scaricare gli oneri della stabilizzazione monetaria sui redditi da lavoro dipendente. L'invecchiamento della popolazione, accrescendo i problemi di finanziamento delle prestazioni sociali, le rende meno certe. I maggiori livelli di malessere soggettivo e d'insicurezza sociale tendono anche a rallentare gli investimenti in capitale umano e in attività innovative, ostacolando la produttività e la crescita. D'altra parte, il mercato conferma i suoi ben noti limiti nell'assicurare i rischi, specialmente quelli di natura sociale.
In questi casi, l'intervento pubblico si giustifica per ragioni d'efficienza che si aggiungono a quelle di equità. Non è un caso che la diffusione dei sistemi di welfare state, pur con modalità diverse, abbia accompagnato la crescita dei paesi economicamente più sviluppati. Tuttavia, negli ultimi anni, pur non trovando conforto in adeguate verifiche empiriche, si è ulteriormente diffusa la tradizionale tesi del trade-off, secondo cui la spesa e l'azione dello stato sociale frenerebbero la crescita economica e, dunque, andrebbero contenute. L'onere di importanti tipologie di rischi andrebbe spostato sulle singole persone, in un'ottica che si vorrebbe di responsabilizzazione individuale. Nell'ambito di politiche macroeconomiche rivolte al risanamento e alla compressione dei bilanci pubblici, le istituzioni del welfare sono state oggetto d'interventi restrittivi. Di fronte alle maggiori incertezze generate dall'economia di mercato e dai mutamenti demografici, è forte la spinta a trasferire i rischi dalle imprese e dalla collettività ai singoli lavoratori e alle famiglie, ai consumatori e ai risparmiatori.
Per tentare di fronteggiare la maggiore incertezza, nell'Unione europea è aumentato l'interesse per la cosiddetta flexicurity, il modello di welfare che cerca di compensare l'accrescimento dei rischi per i lavoratori con più efficaci ammortizzatori sociali e con politiche attive del lavoro. Ma l'onerosità finanziaria della componente security del modello e la dipendenza della sua efficacia da un contesto economico, sociale e civile difficilmente riscontrabile in gran parte delle realtà nazionali dell'Ue, hanno fatto si che spesso si sia realizzata solo, o prevalentemente, la componente di flessibilizzazione del lavoro richiesta dalle imprese, con il risultato di aumentare la precarietà della condizione lavorativa e delle condizioni di vita tout-court. Gli effetti della maggiore incertezza che ricade sugli individui influenzano molti comportamenti (ad esempio la scelta di procreare) e generano la percezione di maggiore povertà e minor benessere a parità di reddito.
Nella classifica in materia di sicurezza economica stilata dall'International Labour Office (Ilo), limitando l'attenzione ai paesi dell'Ue-15 più gli Usa e il Giappone, in testa si collocano Svezia e Finlandia; Italia, Stati Uniti e Grecia figurano agli ultimi tre posti. L'Ilo propone anche una classifica tra 95 paesi sulla felicità percepita dagli individui; al primo posto c'è la Danimarca (in posizione elevata anche sulla sicurezza); Svezia e Finlandia si collocano ancora in alto; l'Italia è al ventisettesimo posto. Mentre non vi sarebbe una correlazione significativa tra felicità e crescita, la si riscontra, invece, in termini positivi tra felicità e sicurezza (del lavoro e del reddito).


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7 giugno 2008

l'Ici di Tremonti si mangia il Welfare

 

A piangere per il taglio dell'Ici sulla prima casa sono in molti: con la pubblicazione del decreto legge emergono, infatti particolari quantomeno sconcertanti. Tremonti aveva promesso che avrebbe usato il bisturi e non l'accetta, ma il quadro che emerge è di tagli in molti casi in profondità e spesso estremamente sgradevoli. Per finanziare l'abolizione della tassa sull'attico ai Parioli, vengono sottratti 20 milioni ai fondi contro la violenza contro le donne; 50 milioni, invece, è il taglio al «Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati»; altri 50 milioni arrivano dal taglio dei finanziamenti per lo sviluppo della banda larga e 31 da quelli per il potenziamento dell'informatizzazione pubblica. Insomma, tagli al welfare, ma anche a progetti che avrebbero contribuito a dare una spinta alla semplificazione burocratica e più in generale un contributo allo sviluppo tecnologico. Ma più grave ancora è che si tagliano risorse per opere infrastrutturali per il Mezzogiorno mentre si rilancia il faraonica progetto del ponte sullo stretto di Messina che ovviamente sarà finanziato con soldi pubblici. E contro questa politica di tagli sabato in Sicilia (a Palermo) si svolgerà una manifestazione.
Secondo i calcoli del Pd, infatti, il decreto fiscale si «mangia» circa 1,5 miliardi di euro destinati alle «opere urgenti per il Sud». Di questi oltre un miliardo per la Sicilia e 450 milioni per la Calabria. Si tratta di soldi che il governo Prodi aveva messo insieme bloccando il Ponte sullo stretto, destinandoli (tanto per fare alcuni esempi) al completamento della statale ionica (320 milioni), alla ferrovia circum etnea (250 milioni) alla metro leggera di Palermo (240 milioni) e alla superstrada tra Agrigento e Caltanisetta (180 milioni). Sui tagli di fondi destinati alla Sicilia un gruppo di deputati Pd ha chiesto al governatore della regione di presentare ricorso alla Corte costituzionale.
Ma c'è di più: Tremonti ha tagliato anche oltre 700 milioni che dovevano servire al trasporto locale pubblico su binario per cercare di far viaggiare civilmente i pendolari che ora si muovono su quelli che sono spesso dei carri bestiame.
E visto che il presidente del consiglio ha iniziato la carriera come palazzinaro, il suo ministro dell'economia si è sentito in dovere di tagliare 45 milioni per l'abbattimento degli «ecomostri» tipo Punta Perotti e 30 milioni sono spariti dal fondo per il recupero dei centri storici che evidentemente più si degradano e più facilmente potranno finire nelle mani della speculazione. Altri colpi duri all'ambiente sono rappresentati dall'abolizione di 70 milioni per «l'ammodernamento della rete idrica», dal taglio di 150 milioni per la «forestazione e la riforestazione» e da quelli per l'incentivazione delle biotecnologie e le filiere Agm-free. E sono stati tagliati anche 60 milioni destinati alle isole minori
Poi ci sono anche altri tagli. Alcuni non lasciano rimorsi (tipo il milione e mezzo per la celebrazione della nascita di Giacomo Puccini) altri gridano vendetta: Il Fondo ordinario delle Università, ad ad esempio, riceverà 48 milioni in meno. Poi ci sono ampie sforbiciate (27 milioni alla formazione artistica e culturale e 95 milioni in meno per «la promozione dello sport di cittadinanza». La maggior parte di questi soldi sarà destinata alla defiscalizzazione degli straordinari ( ma non per i dipendenti pubblici) e al taglio del'Ici sulla prima casa. Che tra l'altro non sarà così gigantesco come annunciato: 1,7 miliardi contro gli 823 che erano già stati tagliati dal governo Prodi. Ne valeva la pena?

(Roberto Tesi)


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16 marzo 2008

L'addio del Partito democratico al Welfare

 Abbiamo letto con attenzione il programma di governo del Partito democratico. Vorremmo concentrare il nostro ragionamento su alcune questioni relative al profilo e al ruolo dell'intervento pubblico e all'idea di ridisegno del sistema di welfare che ne deriva. In primo luogo, si legge, un «fattore di modernizzazione dei servizi pubblici è costituito dall'aumento del grado di concorrenza nella loro erogazione. È indispensabile che i cittadini/clienti (sic!), siano essi famiglie o imprese, possano godere dei vantaggi di un mercato nel quale più operatori competono tra loro sul prezzo e la qualità del servizio...». Ritroviamo qui l'impostazione aprioristica e ideologica contro il cosiddetto «socialismo municipale», che la ministra Lanzillotta ha voluto recentemente ribadire, con l'intenzione di consegnare esclusivamente e a prescindere dai risultati effettivi a soggetti privati o misti (pubblico-privato) l'erogazione dei servizi pubblici e la gestione delle reti. L'obbiettivo indiscriminato è quello di arrivare alla «riduzione del 50% delle società e degli Enti partecipati dallo Stato centrale e dal sistema delle Autonomie locali».
Si propone, poi, di «...promuovere, sul mercato, un settore di servizi avanzati alle famiglie», rendendo esplicito il proposito di dotare le famiglie di 'buoni-servizio' per l'acquisto, da parte dei cittadini non autosufficienti e diversamente abili, di servizi di assistenza domiciliare integrata offerti o dai Comuni o da erogatori accreditati. Ci si rifà a un modello che, invece di basarsi sull'estensione di nuovi e qualificati servizi pubblici, si fonda sui trasferimenti monetari alle famiglie, le quali dovranno rivolgersi al mercato per ottenere le prestazioni necessarie, sostituendo all'universalismo dei servizi la selettività dell'offerta sulla base della loro profittabilità e ripristinando la selezione nell'accesso sulla base delle condizioni di reddito.
Infine, in perfetto accordo con questa limitazione e mercatizzazione dei servizi pubblici c'è la proposta di ridurre in modo generalizzato tutte le aliquote Irpef di un punto all'anno per tre anni. Ora, è evidente che una riduzione così consistente ed indiscriminata della tassazione non può essere finanziata solo dal taglio degli sprechi della spesa pubblica e dalla lotta all'evasione fiscale.
Dall'insieme di queste proposte emerge chiaramente un'impostazione complessiva che implica la riduzione drastica del perimetro dell'intervento pubblico e del welfare universalistico al cosiddetto «welfare compassionevole». La filosofia del programma del Pd su questi punti, dunque, non solo si colloca in contrasto frontale con le esperienze più avanzate di intervento pubblico e con i modelli di welfare produttivo e redistributivo praticate, per esempio, nei paesi scandinavi, ma fuoriesce persino dallo sbandierato modello sociale europeo, storicamente incardinato sull'idea di uno sviluppo di qualità correlato a un robusto sistema di welfare. L'ha definitivamente spuntata l'ispirazione mercatista del «pensiero unico», incarnato da tempo in quel modello statunitense nel quale l'intervento pubblico diviene residuale e risarcitorio nei confronti delle fasce deboli della società, mentre il mercato assume il ruolo assoluto di motore e principio regolatore dello sviluppo. Lungo questa strada si approfondirà il livello di disuguaglianza economica e sociale nel nostro paese e si assicureranno posizioni di rendita al capitalismo nostrano che è incapace di cimentarsi qualitativamente nella competizione globale ed europea e si finanziarizza e, nello stesso tempo, ricerca in comode nicchie protette la più alta e sicura redditività, in spregio dei diritti dei cittadini e delle strategie pubbliche di riduzione e qualificazione dei consumi che la crisi energetica, idrica ed ecologica ormai impone.


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