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9 aprile 2007

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

Russell in “On denoting” afferma letteralmente questo :

 

“Per “sintagma denotativo” intendo un sintagma del genere dei seguenti: un uomo, qualche uomo, qualsiasi uomo, ogni uomo, tutti gli uomini, l'attuale re d'Inghilterra, l'attuale re di Francia, il centro di massa del sistema solare nel primo istante del XX secolo, la rivoluzione della terra intorno al sole, la rivoluzione del sole intorno alla terra. Un sintagma è dunque denotativo unicamente in virtù della sua forma. Possiamo distinguere tre casi: (1) un sintagma può essere denotativo, eppure non deno­tare alcunché; p.e. "l'attuale re di Francia". (2) Un sintagma può denotare un oggetto definito; p.e. "l'attuale re d'Inghilterra" denota una certa persona. (3) Un sintagma può denotare ambiguamente; p.e. "un uomo" denota non già molti uomini, ma un uomo imprecisato. L'interpretazione di questi sintagmi incontra notevoli ostacoli; infatti, è molto difficile approntare una qual­siasi teoria che non risulti formalmente confutabile. Tuttavia, per lo meno a quanto mi consta, la teoria che sto per esporre risolve tutte le difficoltà di cui ho conoscenza.

L'argomento della denotazione riveste una grandissima impor­tanza non solo in logica e in matematica, ma anche nella teoria della conoscenza. Per esempio, noi sappiamo che il centro di massa del sistema solare, a un determinato istante, è qualche punto definito, e su di esso possiamo affermare un certo numero di proposizioni; tuttavia, non abbiamo alcuna conoscenza diretta di questo punto, che ci è noto soltanto per descrizione. Questa distinzione fra conoscenza diretta e conoscenza indiretta coincide con la distinzione fra le cose che ci sono date in presenza e quelle cui possiamo giungere soltanto per mezzo di sintagmi denotativi. Ci accade spesso di sapere che un certo sintagma denota in modo non ambiguo, anche se non abbiamo conoscenza diretta di ciò che denota; è questo il caso del centro di massa, cui abbiamo accennato poco fa. Nella percezione abbiamo conoscenza diretta degli oggetti percepiti, e nel pensiero abbiamo conoscenza diretta di oggetti dotati di un carattere logico più astratto; non necessa­riamente, però, abbiamo conoscenza diretta degli oggetti denotati da sintagmi composti di parole dei cui significati abbiamo cono­scenza diretta. Consideriamo un esempio molto importante: sem­bra che non ci sia motivo di credere che noi possiamo mai avere una conoscenza diretta delle menti altrui, dato che esse non sono percepite direttamente; pertanto, tutto ciò che ne sappiamo è ottenuto per denotazione. Ogni pensiero deve partire dalla cono­scenza diretta, ma è possibile pensare su molte cose di cui non si ha conoscenza diretta.

La mia argomentazione si svilupperà nel modo seguente. Co­mincerò con l'enunciare la teoria che intendo sostenere[i]; discu­terò quindi le teorie di Frege e di Meinong, mostrando i motivi per i quali nessuna delle due mi soddisfa; esporrò poi gli argo­menti che depongono a favore della mia teoria; infine, indicherò brevemente le conseguenze filosofiche di quest'ultima.
La mia teoria è, in breve, la seguente. Assumo come fonda­mentale la nozione di variabile;
uso "C(x)" per indicare una proposizione
[ii]  in cui x è un costituente, dove x, la variabile, è essenzialmente e totalmente indeterminata.
Possiamo poi pren­dere in considerazione le due nozioni C(x) è sempre vera" e “C(x) è talvolta vera”
[iii].
Tutto, niente e qualcosa (che sono i sintagmi denotativi più primitivi) vanno dunque interpretati nel modo seguente:

1) C (tutto) significa "C(x)  è sempre vera";


2) C (niente)
significa " ( C(x) è falsa ' è sempre vera";


3) C (qualcosa
) significa "È falso che 'C(x)  è falsa’ è sempre vera” [iv]

 

 

La nozione "C(x) è sempre vera" è qui considerata come ori­ginaria e indefinibile, mentre le altre sono definite per mezzo suo. Si assume che tutto, niente e qualcosa sono privi di un qualsiasi significato se presi isolatamente, e che ha invece un significato ogni proposizione in cui essi figurano. Questo è ap­punto il principio della teoria della denotazione che intendo so­stenere: e cioè che i sintagmi denotativi sono, in se stessi, privi di un qualsiasi significato, mentre ha un significato ogni propo­sizione nella cui espressione verbale essi figurano. Credo che le difficoltà concernenti la denotazione siano tutte originate da una analisi sbagliata delle proposizioni le cui espressioni verbali con­tengono sintagmi denotativi. Se non mi sbaglio, l’ analisi corretta può essere delineata nel modo seguente.

Supponiamo di voler interpretare la proposizione "Ho incon­trato un uomo". Se è vera, allora ho incontrato qualche uomo ben determinato; ma non è questo che affermo. Secondo la teo­ria da me sostenuta, io affermo invece quanto segue:

‘Ho incontrato x, e x è umano' non è sempre falsa".

In generale, definendo la classe degli uomini come la classe degli oggetti che hanno il predicato umano, diremo che:

"C (un uomo)" significa " C(x) e x è umano' non è sempre falsa".

In questo modo, "un uomo" è in se stesso completamente privo di significato, mentre risulta dotata di un significato ogni proposizione nella cui espressione verbale figura "un uomo".

Si consideri ora la proposizione "tutti gli uomini sono mor­tali". In realtà, essa[v] è ipotetica e asserisce che se una qualsiasi cosa è un uomo, questa cosa è mortale: asserisce cioè che se x è un uomo, x è mortale, qualunque cosa x possa essere. Pertanto, sostituendo "x è un uomo" con "x è umano", otteniamo:

"Tutti gli uomini sono mortali" significa " ‘Se x è umano, x è mortale’ è sempre vera".

Questo è ciò che si esprime nella logica simbolica dicendo che "Tutti gli uomini sono mortali" significa "  ‘x è umano'  implica  ‘x è mortale’  per tutti i valori di x".
Più in generale, diremo:


I) “C (tutti gli uomini)"
significa Se x è umano, allora C(x) è vera ' è sempre vera".


Analogamente:


II) “
C (nessun uomo)" significa Se x è umano, allora C(x) è falsa ' è sempre vera".


III) "C (alcuni uomini)"
significa lo stesso che "C (un uomo)” [vi],

e


IV) “C (un uomo)
" significa "È falso che 'C(x) e x è umano" è sempre falsa".


V) "C (ogni uomo)"
significherà lo stesso che "C (tutti gli uomini)".

 

Rimangono da interpretare i sintagmi contenenti il. Questi sono i sintagmi denotativi di gran lunga più interessanti e diffì­cili. Si consideri per esempio "il padre di Carlo II fu giustiziato". Questa proposizione asserisce che c'era un x che era il padre di Carlo II e fu giustiziato. Ora, il, quando sia usato in modo rigo­roso, comporta unicità, è vero che ci capita di parlare de "il figlio di Tizio" anche quando Tizio ha più di un figlio, ma in questo caso sarebbe più corretto dire "un figlio di Tizio". Nel corso delle nostre argomentazioni, assumeremo dunque che il comporta unicità. Così, quando diciamo “x era il padre di Car­lo II"  non solo affermiamo che x aveva una certa relazione con Carlo II, ma anche che nient'altro aveva questa relazione. La relazione in questione, senza l'assunzione di unicità, e senza ricor­rere a un qualsiasi sintagma denotativo, è espressa da "x generò Carlo II".
Per ottenere un equivalente di "x era il padre di Carlo II", dobbiamo aggiungere
"Se y è altro da x, y non generò Carlo II", oppure, ciò che è equivalente,
"Se y generò Carlo II, y è identico a x”.  
Pertanto, "x è il padre di Carlo II" diventerà "x ha generato Carlo II "
e sarà equivalente a " se y ha generato Carlo II, ' y è identico con x'   è sempre vera di y".

Così, "il padre di Carlo II fu giustiziato" diventa:

"Non è sempre falso di x che x generò Carlo II e che x fu giu­stiziato e che se y generò Carlo II, y è identico con x è sem­pre vera di y".


Questa interpretazione può sembrare quasi incredibile; ma ciò che mi interessa per il momento è enunciare la teoria, anziché fornirne le giustificazioni.

Per interpretare "C (il padre di Carlo II)", dove C sta per una qualsiasi asserzione circa il padre di Carlo II, dobbiamo solo sostituire il "x fu giustiziato " di prima con C (x). Si osservi che, secondo l’interpretazione enunciata poco fa, qualsiasi asser­zione C possa essere, "C (il padre di Carlo II)" implica:

"Non è sempre falso di x che
se y generò Carlo II, y è iden­tico con x '  è sempre vera di y”.

che è quanto viene espresso nella lingua ordinaria da "Carlo II aveva un padre e non di più". Conseguentemente, se questa con­dizione viene meno, ogni proposizione della forma "C (il padre di Carlo II)" è falsa. Così, per esempio, ogni proposizione della forma "C (l'attuale rè di Francia)" è falsa. E ciò costituisce un grande vantaggio della teoria in questione. Mostrerò in seguito che esso non va contro il principio di contraddizione, come si potrebbe pensare di primo acchito.

La teoria sopra esposta mette capo alla riduzione di tutte le proposizioni in cui figurano sintagmi denotativi a forme da cui sono essi assenti. La discussione che segue cercherà di chiarire i motivi per i quali è assolutamente indispensabile operare una tale riduzione.
_____________________________________________________________________

 

 

 

 

[PARTE 2]

Gli argomenti[1] in favore della teoria in questione sono tratti dalle difficoltà in cui si incorre inevitabilmente se si considerano i sintagmi denotativi come segni di autentici costituenti delle proposizioni nelle cui espressioni verbali essi occorrono. Di tutte le possibili teorie che ammettono tali costituenti la più semplice è quella di .Meinong[vii]. Essa considera ogni sintagma denotativo grammaticalmente corretto come segno di un oggetto. Così, "l'at­tuale re di Francia", "il quadrato rotondo", ecc. sono ritenuti autentici oggetti. Si ammette che oggetti simili non sussistono, ma li si considera pur sempre oggetti. Questo punto di vista è già di per sé poco convincente, ma l'obiezione principale nei suoi confronti è che questi oggetti sono senz'altro tali da violare il principio di contraddizione. Per esempio, si afferma che l'attuale re di Francia esistente esiste, e anche che non esiste; che il qua­drato rotondo è rotondo, e anche che non è rotondo, e via dicendo.

Ma tutto ciò non è ammissibile, e se si scopre che una qualsiasi teoria evita simili conclusioni, essa è certamente preferibile.

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Tale violazione del principio di contraddizione è assente dalla teoria Frege: In un sintagma denotativo egli distingue infatti due elementi, che possiamo chiamare il significato e la denotazione[viii]. Così, "il centro di massa del sistema solare all'inizio del XX secolo" è un sintagma estremamente complesso nel signifi­cato, ma la sua denotazione è un certo punto, che è semplice. Il sistema solare, il XX secolo, ecc., sono costituenti del significa­to, ma la denotazione non ha affatto costituenti[ix]. Un vantaggio di questa distinzione risiede nel fatto che essa mostra le ragioni per le quali vale spesso la pena di asserire una identità. Se dicia­mo "Scott è l'autore di Waverley", asseriamo una identità di denotazione con una differenza di significato. Tuttavia, non ri­prenderò qui gli argomenti a favore di questa teoria, visto che altrove ho già avuto modo di insistere su di essi (toc. cit.\ men­tre ora mi interessa metterli in discussione.

Una delle prime difficoltà in cui ci imbattiamo, quando adot­tiamo la tesi che i sintagmi denotativi esprimono un significato e denotano una denotazione[x], riguarda i casi in cui la denotazione risulta assente. Se diciamo "l'attuale re di Inghilterra è calvo", questa è, e sembrerebbe, non già un'asserzione circa il significato complesso "l'attuale re di Inghilterra", ma un'asser­zione circa l'uomo reale denotato dal significato. Tuttavia, si con­sideri ora "il re di Francia è calvo". Avendo la stessa forma del­la precedente, anche questa asserzione dovrebbe vertere sulla denotazione del sintagma "il re di Francia". Ma questo sintagma, pur avendo un significato, ammesso che l'abbia "il re di Inghil­terra", non ha certo alcuna denotazione, per lo meno in un qualsiasi senso ordinario della parola. Di qui la supposizione che "il re di Francia è calvo" debba essere un nonsenso: ma non lo è, dato che è semplicemente una proposizione falsa. Oppure, si consideri anche una proposizione come "Se u è una classe che ha un unico membro, allora quell'unico membro è un membro di u” ovvero, in modo più conciso, "Se u è una classe unità, l’u è un u". Questa conclusione dovrebbe essere sempre vera, dal momento che la conclusione è vera ogniqualvolta lo è l'ipotesi. Ma "l’u” è un sintagma denotativo, ed è la denotazione, non il significato, che è detta essere un u. Ora, se u non è una classe unità, " 1'u" sembra non denotare alcunché; pertanto, la nostra proposizione sembrerebbe diventare un nonsenso non appena u non è una classe unità.

È però manifesto che proposizioni simili non diventano un nonsenso semplicemente perché le loro ipotesi sono false. Nella Tempesta, il re potrebbe dire "Se Ferdinando non è annegato, Ferdinando è il mio unico figlio". Ora , "il mio unico figlio" è un sintagma denotativo che, a giudicare dall'apparenza, ha una denotazione quando, e soltanto quando, io ho esattamente un figlio. Ma l'asserzione di cui ci stiamo occupando sarebbe non­dimeno rimasta vera se di fatto Ferdinando fosse annegato.
 Ci troviamo così costretti o a fornire una denotazione nei casi in cui essa è a prima vista assente, oppure ad abbandonare la tesi che la denotazione è ciò su cui vertono le proposizioni contenenti sintagmi denotativi. Il secondo orientamento è quello da me sostenuto. Il primo può invece essere adottato, come nel caso di Meinong, ammettendo oggetti che non sussistono, e negando che essi soddisfino il principio di contraddizione; ma questa è una prospettiva che, per quanto è possibile, va evitata. Un altro modo di adottare lo stesso orientamento, sempre a proposito dell'alter­nativa sopra formulata, è quello di Frege, il quale fornisce me­diante definizione qualche denotazione puramente convenzionale nei casi in cui non ci sarebbe, altrimenti, alcuna denotazione. Così, "il re di Francia" deve denotare la classe nulla; "l'unico figlio di Tizio" (che ha qualcosa come dieci figlioli) deve deno­tare la classe di tutti i suoi figli, e così via. Tuttavia, anche se non conduce a nessun effettivo errore logico, questo procedimen­to è del tutto artificioso e non fornisce un'analisi esatta della situazione. 
Così, se ammettiamo che in genere i sintagmi deno­tativi hanno tanto un significato quanto una denotazione, i casi in cui sembra non esserci nessuna denotazione fanno sorgere delle difficoltà, sia assumendo che ci sia effettivamente una denotazio­ne, sia assumendo che in realtà non ce ne sia nessuna.

[PARTE 3]


Una teoria logica può essere messa alla prova verificando la sua capacità di risolvere enigmi, ed è quindi consigliabile, quando si discorre di logica, tenere in serbo il maggior numero possibile di enigmi, dal momento che essi svolgono una funzione del tutto analoga a quella degli esperimenti in fisica. Formulerò dunque tre enigmi che una teoria della denotazione dovrebbe essere in grado di risolvere. Successivamente, mostrerò che la mia teoria riesce effettivamente a risolverli.

(1) Se a è identico a b, qualunque cosa sia vera dell'uno è vera anche dell'altro, e ognuno dei due potrà essere sostituito dall'altro in qualsiasi proposizione senza alterare la verità o la falsità di quella proposizione. Ora, Giorgio IV voleva sapere se Scott era l'autore di Waverley; e di fatto Scott era l'autore di Waverley. Possiamo dunque sostituire L’autore di Waverley con Scott, e dimostrare così che Giorgio IV voleva sapere se Scott era Scott. È però difficile attribuire al primo gentiluomo d'Eu­ropa un qualche interesse per il principio di identità.

(2) Per il principio del terzo escluso, o"A è B"o"A non è B" deve essere vera. Pertanto, o "l'attuale re di Francia è calvo" o "l'attuale re di Francia non è calvo" deve essere vera. Se però elencassimo da una parte tutte le cose che sono calve e dall'altra quelle che non lo sono, in nessuna delle due liste troveremmo l'attuale re di Francia. Gli hegeliani, che amano le sintesi, ne concluderebbero probabilmente che egli porta la parrucca.

(3) Si consideri la proposizione "A differisce da B". Se è vera, c'è dunque una differenza fra A e B, ciò che può essere espres­so nella forma "la differenza fra A e B sussiste". Ma se è falso che A differisce da B, allora non c'è differenza fra A e B, ciò che può essere espresso nella forma "la differenza fra A e B non sussiste". Ma com'è possibile che una non-entità sia il soggetto di una proposizione? "Io penso, dunque sono" non è più evidente che "Io sono il soggetto di una proposizione, dunque sono", purché "io sono" sia inteso asserire la sussistenza o l'essere[xi], non l'esistenza. Si direbbe dunque che il negare l'essere di qual­cosa è autocontraddittorio; tuttavia, a proposito di Meinong, abbiamo visto che anche l'ammettere l'essere conduce talvolta a contraddizioni. Così, se A e B non differiscono, sembra egual­mente impossibile tanto supporre che ci sia, quanto supporre che non ci sia un oggetto quale "la differenza fra A e B".

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Il rapporto del significato con la denotazione comporta certe difficoltà piuttosto curiose, le quali sembrano di per sé sufficienti a dimostrare che la teoria che conduce a queste difficoltà deve essere errata.

Quando vogliamo parlare del significato di un sintagma deno­tativo, in quanto opposto alla sua denotazione, risulta naturale farlo per mezzo delle virgolette. Così diciamo:

II centro di massa del sistema solare è un punto, non un com­plesso denotativo;
"II centro di massa del sistema solare" è un complesso denota­tivo, non un punto.

O anche, II primo verso dell’Elegy di Gray asserisce una proposizione;
Il primo verso dell’Elegy di Gray” non asserisce una propo­sizione.

Dato un qualsiasi sintagma denotativo C, vogliamo dunque considerare la relazione fra C e "C", dove la differenza fra i due è del tipo illustrato dai due esempi precedenti.

Anzitutto diciamo che, quando si ha C, è della sua denota­zione che si parla; quando si ha “C”, si parla invece del suo significato. Ora, la relazione fra significato e denotazione non è qualcosa di meramente linguistico concernente il sintagma, ma deve comportare una relazione logica che esprimiamo dicendo che il significato denota la denotazione. Tuttavia, la difficoltà in cui ci imbattiamo consiste nel fatto che non possiamo riuscire a preservare la connessione fra significato e denotazione e in pari tempo a impedire che essi vengano a identificarsi; o anche nel fatto che il significato non può essere afferrato se non per mezzo di sintagmi denotativi. Cercherò ora di mostrare come stanno le cose.
Il sintagma denotativo C dovrebbe dunque avere sia un signi­ficato sia una denotazione. Ma se parliamo de "il significato di C", questo ci dà il significato della denotazione (ammesso che ve ne sia uno).
"Il significato del primo verso dell’Elegy di Gray” è lo stesso che
"II significato di ‘ The curfew tolls the knell of parting day’ ", e non è lo stesso che
"II significato de ‘ il pri­mo verso dell’Elegy di Gray ‘ .


Così, per ottenere il significato che desideriamo, dobbiamo parlare non già de "il significato di C”, ma de “il significato di ‘C’ , che è lo stesso che "C" da solo.

Analogamente, "la denotazione di C" non significa la deno­tazione che noi desideriamo ma qualcosa che, qualora denoti, denota ciò che è denotato dalla denotazione che noi desideriamo. Per esempio, poniamo che "C" sia "il complesso denotativo che figura nel secondo degli esempi sopra menzionati. Allora

C = "II primo verso dell’Elegy di Gray"

e

la denotazione di C = The curfew tolls the knell of parting day.

Ma ciò che intendevamo avere come denotazione era "il primo verso dell'Elegy dì Gray". Così, non siamo riusciti a ottenere ciò che desideravamo,

La difficoltà che si incontra quando si vuole parlare del signi­ficato di un complesso denotativo può essere così formulata:

non appena inseriamo il complesso in una proposizione, la proposizione verte sulla denotazione; e se formiamo una proposizione in cui il soggetto è "il significato di C", allora il soggetto è il significato della denotazione (ammesso che ve ne sia uno): ma non è certo questo che volevamo. Siamo così indotti a dire che, quando distinguiamo significato e denotazione, ci tro­viamo a trattare del significato: il significato ha denotazione ed è complesso, e non c'è nulla al di fuori del significato che possa essere chiamato il complesso denotativo e di cui si possa dire che ha significato e denotazione. Secondo il punto di vista in questione, se ci si volesse esprimere propriamente si dovrebbe dire che alcuni significati hanno denotazioni.

Ma ciò non fa altro che rendere più evidente la nostra diffi­coltà di parlare di significati. Infatti, supponiamo che C sia il nostro complesso denotativo: dobbiamo dunque dire che C è il significato del complesso. Nondimeno, ogniqualvolta C compare senza virgolette, ciò che viene detto non è vero del significato, ma solo della denotazione, come quando diciamo: II centro di massa del sistema solare è un punto. Così, perché si parli dello stesso C, ossia perché si enunci una proposizione circa un signi­ficato, è necessario che il nostro soggetto non sia C, ma qual­cosa che denota C. "C", che è ciò che usiamo quando vogliamo parlare del significato, non deve dunque essere il significato, ma qualcosa che denota il significato. E C non deve essere un costi­tuente di questo complesso (come lo è de "il significato di C"): infatti, se C figura nel complesso, a figurare sarà la sua denota­zione e non il suo significato, e non c'è nessuna strada che per­metta di tornare dalle denotazioni ai significati, dato che ogni oggetto può essere denotato da un numero infinito di frasi deno­tative diverse.

Sembrerebbe dunque che "C" e C siano entità differenti, tali che "C" denota C; ma questa non può essere una spiegazione, dal momento che la relazione di "C" con C rimane del tutto misteriosa. D'altra parte, dove potremmo mai trovare il com­plesso denotativo "C" che deve denotare C ? Inoltre, quando C figura in una proposizione, a figurarvi non è solo la denotazione (come vedremo nel prossimo paragrafo); eppure, secondo il pun­to di vista in questione, C è solo la denotazione, dal momento che il significato è interamente rimesso a "C". Tutto ciò costi­tuisce un groviglio inestricabile, e sembra dimostrare che l'intera distinzione fra significato e denotazione è stata concepita erro­neamente.

Che il significato sia rilevante quando un sintagma denotativo figura in una denotazione è formalmente provato dall'enigma a proposito dell'autore di Waverley. La proposizione "Scott era l'autore di Waverley" possiede una proprietà che la proposizione "Scott era Scott" non possiede, e questa proprietà consiste nel fatto che Giorgio IV desiderava sapere se la proposizione stessa fosse vera. Non abbiamo dunque due proposizioni identiche: pertanto, il significato di "l'autore di Waverley" deve essere rile­vante quanto la sua denotazione, se accettiamo il punto di vista che comporta questa distinzione. Tuttavia, come abbiamo appena constatato, finché aderiamo a questo punto di vista siamo costret­ti a sostenere che solo la denotazione può essere rilevante. Ne consegue che il punto di vista in questione deve essere abban­donato.

[PARTE 4]

Rimane da mostrare in che modo tutti gli enigmi sollevati siano risolti dalla teoria esposta all'inizio di questo articolo.

Secondo la concezione da me sostenuta, un sintagma denota­tivo è essenzialmente parte di un enunciato e, a differenza della maggior parte delle singole parole, non ha di per sé alcuna significanza. Se dico "Scott era un uomo", questa è un'asserzione della forma "x era un uomo", e non ha come soggetto "l'autore di Waverley". Abbreviando l'asserzione fatta all'inizio di questo articolo, al posto de "l'autore di Waverley era un uomo" po­tremmo mettere "Una e soltanto una entità scrisse Waverley, e questa entità era un uomo". (Strettamente parlando, ciò non corrisponde a quanto affermato prima, ma è più facile da segui­re.) Più in generale, supponiamo di voler dire che l'autore di Waverley aveva la proprietà f: allora ciò che vogliamo dire è equivalente a "Una e una sola entità scrisse Waverley, e questa entità aveva la proprietà f ".

La spiegazione della denotazione è ora la seguente. Dal mo­mento che ogni proposizione in cui figura "l'autore di Waverley” è spiegata nel modo sopra descritto, la proposizione
"Scott era
l'autore di Waverley" (cioè "Scott era identico all'autore di Waverley") diventa
"Una e una sola entità scrisse Waverley, e Scott era identico a questa entità";
ovvero, tornando alla for­ma completamente esplicita:
"Non è sempre falso di x che x scrisse Waverley, che è sempre vero di y che se y ha scritto Waverley y è identico a x, e che Scott è identico a x".
Così, se "C" è un sintagma denotativo, può accadere che ci sia un'en­tità x (non può essercene più di una) per la quale è vera la proposizione "x è identica a C", questa proposizione essendo interpretata come sopra. Possiamo dunque dire che l'entità x è la denotazione del sintagma "C". Così, Scott è la denotazione de "l'autore di Waverley”. La "C" fra virgolette sarà semplicemente il sintagma, non qualcosa che si possa chiamare il significato. Di per sé il sintagma non ha alcun significato: infatti, in qualsiasi proposizione in cui esso figuri, la proposizione, espressa in modo del tutto esplicito, non contiene più il sintagma, che è stato decomposto.

L'enigma circa la curiosità di Giorgio IV risulta ora risolvi­bile in modo semplicissimo. La proposizione "Scott era l'autore di Waverley", che è stata scritta in forma non abbreviata nel paragrafo precedente, non contiene alcun costituente "l'autore di Waverley" cui sia possibile sostituire "Scott". Ciò non interfe­risce con la verità delle inferenze che si ottengono quando si effettua quella che verbalmente è la sostituzione de "l'autore di Waverley" con "Scott", purché, nella proposizione considerata, "l'autore di Waverley" abbia quella che io chiamo un'occorrenza primaria. La differenza fra occorrenze primarie e secondarie dei sintagmi denotativi è la seguente.

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[PARTE 5]

Quando diciamo "Giorgio IV desiderava sapere se così e così", o quando diciamo "Così e così è sorprendente" o "Co­sì e così è vero", ecc., il "così e così" deve essere una proposi­zione. Supponiamo ora che "così e così" contenga un sintagma denotativo. Possiamo allora eliminare questo sintagma denotativo o dalla proposizione subordinata "così e così", o dall'intera pro­posizione di cui "così e così" è un semplice costituente. A secon­da della scelta che facciamo, risulteranno proposizioni diverse. Ho sentito raccontare che una volta, al proprietario permaloso di uno yacht, un ospite, non appena vide l'imbarcazione, disse:

"Credevo che il suo yacht fosse più grande di quello che è"; al che l'altro rispose; "No, il mio yacht non è più grande di quello che è". Ciò che l'ospite intendeva dire era: "Le dimensioni che credevo avesse il suo yacht sono più grandi di quelle che esso ha"; il significato che viene invece assegnato alla sua osserva­zione è: "Credevo che le dimensioni del suo yacht fossero più grandi delle dimensioni del suo yacht". Per ritornare a Gior­gio IV e a Waverley, quando diciamo "Giorgio IV voleva sape­re se Scott era l'autore di Waverley", normalmente intendiamo dire: "Giorgio IV voleva sapere se uno e un solo uomo scrisse Waverley e se Scott era quell'uomo"; ma possiamo anche voler dire: "Uno e un solo uomo scrisse Waverley, e Giorgio IV vole­va sapere se Scott era quell'uomo". Nel secondo caso, "l'autore di Waverley" ha un'occorrenza primaria, mentre nel primo caso ha un'occorrenza secondaria. Nel secondo caso potremmo anche dire: "Giorgio IV voleva sapere, circa l'uomo che di fatto scris­se Waverley, se egli era Scott". Questo sarebbe vero, per esem­pio, se Giorgio IV avesse visto Scott a distanza e avesse chie­sto: "È quello Scott?" Si dice che un sintagma denotativo ha un'occorrenza secondaria quando il sintagma figura in una pro­posizione p che è un semplice costituente della proposizione che stiamo considerando, e la sostituzione del sintagma denotativo deve essere effettuata in p, non già nell'intera proposizione in questione. Nel linguaggio ordinario è difficile evitare l'ambiguità relativa alle occorrenze primarie e secondarie; ma se stiamo in guardia essa non da luogo a equivoci. Naturalmente, nella logica simbolica una situazione del genere è agevolmente superata.

La distinzione fra occorrenze primarie e secondarie ci pone anche in grado di affrontare la questione se l'attuale re di Fran­cia sia o no calvo, e in genere di stabilire le caratteristiche logiche dei sintagmi denotativi che non denotano alcunché. Se "C" è un sintagma denotativo, per esempio "il termine che ha la proprie­tà F", allora

"C ha la proprietà f " significa "uno e un solo termine ha la proprietà F, e questo termine ha la proprietà f "[xii]
Se quindi la proprietà F non appartiene ad alcun termine, o a più di uno, ne segue che "C ha la proprietà f " è falsa per tutti i valori di f . Così, "l'attuale re di Francia è calvo" è certamente falsa; e "l'attuale re di Francia non è calvo" è falsa se significa:

"C'è un'entità che è ora re di Francia e non è calva ,

ma è vera se significa:
E’ falso che ci sia un'entità che è ora re di Francia ed è calva".

In altri termini, "II re di Francia non è calvo" è falsa se l’occorrenza de "il re di Francia" è primaria, mentre è vera se l’occorrenza è secondaria. Così, tutte le proposizioni in cui "il re di Francia" ha un'occorrenza primaria sono false; le negazioni di tali proposizioni sono vere, ma in questo caso "il re di Francia" ha un'occorrenza secondaria. In questo modo evitiamo la conclusione che il re di Francia porti la parrucca.

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[PARTE 6]

Ora è anche possibile vedere in che modo si può negare che ci sia un oggetto quale la differenza fra A e B qualora A e B non differiscano. Se A e B differiscono, c'è una e una sola entità x tale che "x è la differenza fra A e B" è una proposizione vera; se invece A e B non differiscono, non c'è una tale entità x. Così, secondo la precedente spiegazione del significato della denotazio­ne, "la differenza fra A e B" ha una denotazione quando A e B differiscono, altrimenti non l’ha. Questa è una discriminante gene­rale fra le proposizioni vere e quelle false. Se "aRb" sta per "a è nella relazione R con b", allora quando aRb è vera, c'è un'entità che è la relazione R fra a e b; quando aRb è falsa, non c'è una tale entità. Così, a partire da qualunque proposizione possiamo ottenere un sintagma denotativo che denota un'entità se la proposizione è vera, ma che non denota alcuna entità se la propo­sizione è falsa. Per esempio, è vero (o per lo meno lo suppo­niamo) che la terra gira attorno al sole, e falso che il sole gira attorno alla terra; pertanto, "la rivoluzione della terra attorno al sole" denota un'entità, mentre "la rivoluzione del sole attorno alla terra" non denota alcuna entità[xiii].

L'intero regno delle non-entità quali "il quadrato rotondo", "il numero primo pari diverso da 2", "Apollo", "Amleto", ecc. costituisce ora un problema risolvibile in modo soddisfacente. Si tratta di sintagmi denotativi che non denotano alcunché. Una proposizione su Apollo significa ciò che si ottiene quando que­sto termine venga sostituito con ciò che esso significa secondo il dizionario di mitologia classica, per esempio "il dio del sole".

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Tutte le proposizioni in cui figura Apollo vanno interpretate secondo le regole sopra enunciate per i sintagmi denotativi. Se "Apollo" ha un'occorrenza primaria, la proposizione contenente l'occorrenza è falsa; se l'occorrenza è secondaria, la proposizione può essere vera. Analogamente, "il quadrato rotondo è rotondo" significa "c'è una e una sola entità x che è rotonda e quadrata, e questa entità è rotonda", che è una proposizione falsa e non vera, come sostiene Meinong. "L'Essere perfettissimo ha tutte le perfezioni; l’esistenza è una perfezione; dunque l'Essere perfettissimo esiste" diventa:

"C'è una e una sola entità x che è perfettissima; essa ha tutte le perfezioni; l'esistenza è una perfezione; dunque questa entità esiste”.

Ma questa non è una prova, dal momento che manca una prova della premessa "c'è una e una sola entità x che è per­fettissima"[xiv].

[PARTE 7]

MacColl (in "Mind", N.S., n. 54, e inoltre n. 55, p. 401) distingue fra due tipi di individui: quelli reali e quelli irreali; e quindi definisce la classe nulla come la classe che consiste di tutti gli individui irreali. In questo modo si presuppone che i sintagmi come "l'attuale re di Francia", che non denotano un individuo reale, denotino comunque un individuo, ma irreale. Ma questa è sostanzialmente la teoria di Meinong, che ci è sem­brato giusto respingere perché in conflitto con il principio di contraddizione. La nostra teoria della denotazione ci consente invece di affermare che non ci sono individui irreali, cosicché la classe nulla è la classe che non contiene alcun membro, non già la classe contenente come mèmbri tutti gli individui irreali.

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È importante osservare che effetto ha la nostra teoria sull’interpretazione delle definizioni che procedono per mezzo di sin­tagmi denotativi. La maggior parte delle definizioni matematiche sono di questo tipo; per esempio, "m - n significa il numero che, aggiunto a n, dà m". Cos ì m - n ha per definizione lo stesso significato che certi sintagmi denotativi; ma abbiamo convenuto che, considerati isolatamente, i sintagmi denotativi non hanno alcun significato.
In realtà, la definizione dovrebbe dunque esse­re questa:
"Qualsiasi proposizione contenente m – n’ deve si­gnificare la proposizione che si ottiene sostituendo m – n’ con ‘ il numero che aggiunto a n da m ' ".
La proposizione risultante va interpretata secondo le regole già date per l'interpretazione delle proposizioni la cui espressione verbale contiene un sintagma denotativo. Nel caso in cui m e n sono tali che c'è uno e un solo numero x che aggiunto a n da m, allora c’è un numero x che può essere sostituito a m - n in ogni proposizione conte­nente m - n senza alterare la verità o la falsità della proposizio­ne. Ma, negli altri casi, tutte le proposizioni in cui m - n ha un'occorrenza primaria sono false.

[PARTE 8]

La teoria in questione riesce inoltre a dar conto dell'utilità dell’identità. Tranne che nei testi di logica, a nessuno verrebbe mai in mente di dire “x è x": ciononostante, abbiamo spesso asserzioni di identità come "Scott era l'autore di Waverley" o "tu sei l'uomo". Il significato di queste proposizioni non può essere stabilito senza la nozione di identità, anche se con esse non si asserisce semplicemente che Scott è identico a un altro termine, l'autore di Waverley, o che tu sei identico a un altro termine, l'uomo. La più breve asserzione di "Scott è l'autore di Waverley" sembra essere "Scott scrisse Waverley; ed è sem­pre vero di y che se y scrisse Waverley, y è identico a Scott". È in questo modo che l'identità entra in "Scott è l'autore di Waverley"; ed è proprio in ragione di questi impieghi che vale la pena di affermare l'identità.

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[PARTE 9]

Un interessante risultato della nostra teoria della denotazione è il seguente: quando abbiamo a che fare con una qualsiasi cosa di cui non abbiamo una conoscenza diretta ma solo una definizione per mezzo di sintagmi denotativi, allora le proposi­zioni in cui questa cosa è introdotta per mezzo di un sintagma denotativo non contengono in realtà questa cosa come un costi­tuente, ma contengono invece i costituenti espressi dalle varie parole del sintagma denotativo. Pertanto, in ogni proposizione che riusciamo ad afferrare (cioè, non solo in quelle di cui possia­mo giudicare la verità o la falsità, ma in tutte quelle alle quali possiamo pensare), ogni costituente è in effetti un'entità di cui abbiamo conoscenza diretta. Ora, cose come la materia (nel senso in cui ne parla la fisica) e le menti altrui ci sono note solo in virtù di sintagmi denotativi: altrimenti detto, noi non ne abbiamo conoscenza diretta, ma le conosciamo come ciò che possiede queste e quelle proprietà. Pertanto, anche se possiamo formare funzioni proposizionali C(x) che devono valere per la tale particella o per la mente di Tizio, non abbiamo conoscenza diretta delle proposizioni affermanti queste cose — che sappiamo dover rispondere a verità — dal momento che non possiamo afferrare le effettive entità in questione. Tutto ciò che conoscia­mo è: "Tizio ha una mente che ha queste e quelle proprietà"; ma non conosciamo "A ha queste e quelle proprietà", dove A è la mente in questione. In casi di questo genere, noi conosciamo le proprietà di una cosa senza avere conoscenza diretta della cosa stessa, e conseguentemente senza conoscere nemmeno una proposizione di cui la cosa stessa sia un costituente.

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Non dirò nulla delle molte altre conseguenze dell'opinione che ho sostenuto. Voglio soltanto pregare il lettore di non pren­dere posizione contro questo punto di vista — come potrebbe essere tentato di fare, a causa della sua complessità apparente­mente eccessiva — prima di aver tentato di costruire una sua propria teoria della denotazione. A mio giudizio, questo tenta­tivo lo convincerà del fatto che, qualunque sia la teoria cor­retta, essa non può avere quella semplicità che in un primo tempo ci si sarebbe aspettati.

(Traduzione di Andrea Bonomi)

 



[i] Ho già discusso questo argomento in Russell (1903 : cap. V e § 476). La teoria ivi sostenuta è quasi la stessa che quella di Frege, ed è del tutto diversa dalla teoria sostenuta nelle pagine che seguono.

 

[ii] Più esattamente, una funzione proposizionale.

[iii]  La seconda di queste nozioni può essere definita per mezzo della prima, se assumiamo che significhi "Non è vero che C (x) è falsa '  è sempre vera".

 

[iv] Anziché questo sintagma complicato, talvolta userò il sintagma "C (x) non è sempre falsa" oppure "C(x) è talvolta vera", che per definizione sono intese a significare lo stesso che il sintagma complicato.

 

[v]  Come è stato sostenuto acutamente da Bradley nella sua Logic,  libro I, cap.II.

[vi]  Da un punto di vista psicologico “C (un uomo)”  sembra suggerire solo uno, e “C (alcuni uomini)” sembra suggerire più di uno; ma in un abbozzo preliminare possiamo tralasciare queste sfumature.

[vii]  Cfr. Untersuchungen zur Gegenstandtheorie und Psychologie, Lipsia, 1904, i primi tre articoli (rispettivamente di meinong, Ameseder e Mally).

[viii]  Cfr. Frege , Uber Sinn und Bedeutung, in La struttura logica del linguaggio, (a cura di) Andrea Bonomi), Milano, 1973.

 

[ix]  Frege distingue sempre i due elementi significato e denotazione, e non solo nel caso dei sintagmi denotativi complessi. Così, sono i significati dei costituenti di un complesso denotativo che entrano nel suo significato  non le loro denotazioni. Secondo Frege, nella proposizione "II Monte Bianco è alto più di mille metri" è il significato de "II Monte Bianco", non la mon­tagna reale, a essere un costituente del significato della proposizione.

 

[x]  Secondo questa teoria, si dice che i sintagmi denotativi esprimono un significato e che tanto il sintagma quanto il significato denotano una denotazione. Secondo la teoria da me sostenuta, non c'è alcun significato, ma solo, talvolta, una denotazione.

 

[xi]  Uso questi termini come sinonimi.

[xii]  Questa è l’interpretazione abbreviata, non la più rigorosa.

[xiii]  Le proposizioni da cui derivano tali entità non sono identiche né a queste entità, né alle proposizioni che affermano l’essere di queste entità.

[xiv] L'argomento può essere addotto per dimostrare validamente che tutti i mèmbri della classe degli Esseri perfettissimi esistono; si può anche dimostrare formalmente che questa classe non può avere più di un membro;

ma, assumendo la definizione della perfezione quale possesso di tutti i pre­dicati positivi, si può dimostrare quasi altrettanto formalmente che la classe non ha neanche un membro.

 

 

 

 

 

 

 

 

OSSERVAZIONI CRITICHE

 

 

Cosa si può dire su questo saggio così denso e stimolante ?

 

1.      Dire che “L’attuale re di Francia” non denoti nulla finisce per essere un errore. Infatti le espressioni denotanti in modo generico ed indefinito non possono a loro volta essere distinte in effettivamente denotanti o no (“un uomo” esiste o no ? ). Inoltre “espressione denotativa e non denotante” è un’espressione piuttosto ambigua e non ben chiarita, forse comicamente equivoca come “funzionario che non funziona”. Ma quali sono i casi in cui un denotatum sarebbe assente ? In un espressione denotante, un denotatum non è mai assente…In realtà Russell già fa capire dove vuole andare a parare, ammiccando ad una verifica empirica di una proposizione esistenziale, ma la distinzione in tal caso è contingente e non è chiara come quella tra “un uomo” e “L’attuale re di Francia”, distinzione che non abbisogna di alcuna previa ridefinizione del concetto di esistenza. Tale concetto di “espressione denotativa e non denotante” non presuppone già una definizione previa di esistenza, in base alla quale, quando io parlo de  "il numero razionale risultante dalla radice quadrata di '2' ", io valuto se tale numero esista o no ? E tale presupposizione non vizia già all'origine la questione se l'ambito degli oggetti possa essere esteso oltre quello delineato dalle singole scienze?

2.      Che rapporto c'è poi tra "un espressione denotativa non denotante" ed "una classe vuota"? O "una funzione non saturata da alcun argomento" ? O con la distinzione tra "riferimento del parlante" e "riferimento semantico" ? A tal proposito Massimiliano Vignolo dice: "Qualcuno, e c’è stato chi lo ha fatto, potrebbe non accettare la teoria di Russell e trattare le descrizioni definite come i nomi. Se sono denotanti allora le descrizioni definite si riferiscono a ciò che denotano. Se, invece,non sono denotanti, allora si riferiscono alla classe vuota. Per esempio “il signore anziano vestito di rosso che guida una slitta volante trainata da renne” avrebbe come riferimento la classe vuota. Ci sono diversi problemi sollevati da questa proposta. Per esempio la si dovrebbe estendere anche ai nomi che non hanno riferimento come “Pegaso”.Invece di dire che “Pegaso” non ha riferimento dovremmo dire che “Pegaso” si riferisce alla classe vuota. Però, se “il signore anziano vestito di rosso che guida una slitta volante trainata da renne” si riferisce alla classe vuota e “Pegaso” si riferisce alla classe vuota seguirebbe che l’enunciato “il signore anziano vestito di rosso che guida una slitta volante trainata da renne è identico a Pegaso” è vero, poiché di certo la classe vuota è identica a se stessa. Ma una analisi semantica che assegna all’enunciato “il signore anziano vestito di rosso che guida una slitta volante trainata da renne è identico a Pegaso” delle condizioni di verità che sono soddisfatte non è accettabile” Questo non mi sembra un ragionamento corretto : a me sembra analogo a chi asserisce che, siccome 4 x 0 = 0 e 5 x 0 = 0, allora 4=5. In realtà c'è forse un problema nel parlare delLA classe vuota. Se fosse possibile parlare di essa, sarebbe possibile parlare anche delLA classe con un solo elemento e tutte le classi con un solo elemento (quale esso sia)sarebbero la stessa classe, dal momento che LA classe con un solo elemento sarebbe identica a se stessa. L'assioma di estensionalità è applicabile all'insieme vuoto ? A prima vista mi sembrerebbe di no, perchè per fare una comparazione gli insiemi devono avere almeno un elemento che possiamo verificare se appartiene all'uno o all'altro insieme. Nel caso di due insiemi vuoti possiamo verificare solo che hanno lo stesso numero di elementi, ma non che hanno gli stessi elementi. Qualcuno può dire che se non hanno elementi, essi sono identici. In realtà (e correggimi se sbaglio) quel che possiamo dedurre è solo che l'assioma di estensionalità non è applicabile all'insieme vuoto. Inoltre se diciamo che Atropo appartiene all'insieme vuoto e Pegaso appartiene all'insieme vuoto, allora piuttosto che dire che Atropo è identica a Pegaso, non possiamo dire che Atropo appartiene all'insieme vuoto delle Parche e Pegaso all'insieme vuoto di cavalli alati ? E che questi due insiemi vuoti non sono identici tra loro ?  Personalmente ritengo che dire "Pegaso si riferisce alla classe vuota " sia equivalente a dire "Pegaso è un termine denotante che non denota". Questo più però che appoggiare la tesi di Russell confermerebbe la tesi di Frege per cui prima della denotazione c'è l'ambito del sinn, che consente di differenziare tra loro i termini denotanti che non denoterebbero alcunchè. C'è poi una soluzione che definirei neo-meinonghiana per cui ogni descrizione si riferisce ad un oggetto che ha almeno un grado minimo di esistenza, mentre tutte le asserzioni che negano l'esistenza di un oggetto (o si riferiscono alla classe vuota), la negano relativamente ad un grado di esistenza superiore a quello minimo. Ci sono cioè a mio parere più soluzioni possibili della domanda circa la differenza tra "un quadrato rotondo", "l'attuale re di Francia" e "L'attuale regina d'Inghilterra".

 

3.      A proposito delle “denotazioni che non denotano” il Prof. Massimiliano Vignolo dice che: “ Russell inizia il saggio “On  Denoting” con la lista delle espressioni che considera sintagmi denotativi, una sorta di definizione per lista dei sintagmi denotativi (cioè un elenco dei tipi di espressioni linguistiche che sono sintagmi denotativi). Russell accompagna alla lista una intuizione pre-teorica che ogni teoria sui sintagmi denotativi dovrebbe tenere di conto. Questa  è l’intuizione che alcuni sintagmi denotativi hanno denotazione, altri hanno una denotazione ambigua e altri ancora non hanno denotazione. Secondo Russell questo è un dato di fatto del quale occorre prendere atto prima ancora di costruire una teoria sul ruolo semantico dei sintagmi denotativi. Non mi sembra che si possa dire che Russell stia già usando un concetto che svolge un ruolo importante nella teoria che va a presentare. Se uno per la strada ci fermasse e ci chiedesse chi è l’attuale re di Francia, noi che cosa risponderemmo? Probabilmente gli diremmo che l’attuale re di Francia non esiste. Questa sarebbe la risposta giusta. Il punto è che non è necessario occuparsi di filosofia per dare questa risposta. Il fatto che l’espressione “il re di Francia” non abbia denotazione è un dato
pre-teorico. Il dato pre-teorico è che ci sono descrizioni che non individuano nulla. Questo è il dato pre-teorico su cui tutti dovremmo convenire. Quindi abbiamo bisogno di una teoria che spieghi quale è il ruolo semantico di queste descrizioni definite. Prima ancora di iniziare a fare filosofia. Poi certi filosofi diranno che anche quelle descrizioni che al livello intuitivo, prefilosofico non individuano nulla, in realtà individuano qualcosa. Questo è il caso di Meinong. Ma anche uno come Meinong dovrà ammettere che c'è una differenza, intuitiva e prefilosofica tra "la capitale d'Italia" e "l'attuale re di Francia”
. A queste osservazioni si può replicare che certo che risponderemmo "L'attuale re di Francia non esiste", ma per motivi  pragmatici, ma non bisogna considerare tale risposta il punto di partenza  pre-teorico ed indubitabile della trattazione, ma il portato di un  presupposto filosofico non sufficientemente indagato e di una  definizione (ad es. di "attuale" e di "esistente") che possono non  essere condivise. A
nche un neo-meinongiano deve tener presente una differenza tra "La capitale d’Italia” e “L’attuale re di Francia". Tuttavia il come qualificare tale differenza non lo sappiamo. Intuitiva e prefilosofica ? In che senso ? E cosa implica ? E se, come dici tu, un meinongiano può comunque argomentare che tutte le descrizioni comunque individuano qualcosa, ciò non vuol dire che interpretare, come sembra fare Russell, tale differenza come il fatto che ci siano descrizioni che non individuano niente, è (come avevo domandato io all'inizio) un mettere il carro davanti ai buoi ?  Parlare di intuizione preteorica può essere un espediente economico per farci trovare trovare in medias res e va bene. Ma può essere considerata più che un pragmatico punto di partenza ? Come possiamo sostenere di stare ad un livello preteorico, semplicemente perchè in una situazione specifica non ci sentiremmmo
di negare che il re di Francia non esista ?  Che vuol dire preteorico se non "pregiudizialmente condiviso" ?
La questione correttamente posta  è più semplicemente (meinongiano): “Qual è la differenza tra "l'attuale regina d'Inghilterra e l’attuale regina di Francia ?” E non (russelliano) :  “ ... stante che ci sono descrizioni che non individuano niente, qual è il ruolo semantico di certe descrizioni definite ?” Se la prima descrizione individua un oggetto e la seconda no, allora la posizione di Meinong parte svantaggiata perché si presuppone già troppo. Perchè si parta da una posizione che si possa definire condivisibile da tutti, bisogna  dire che il dato iniziale è che la prima descrizione individua un oggetto "empirico" e la seconda no.

4.      Ma la conoscenza per descrizione è vera conoscenza (conoscenza certa) ? Inoltre dire che qualcosa è ben definita in un determinato istante presuppone che “il determinato istante” sia ben definito, cosa che invece evidentemente non è. Quindi è una descrizione obscurum per obscurius. Russell poi ipotizza una cognizione diretta di oggetti astratti ?

5.      Ma i pensieri e i sentimenti altrui non sono nemmeno composti da oggetti conosciuti per apprendimento diretto. Inoltre Russell sembra voler sovrapporre oggetti denotati con oggetti appresi in modo diretto e questo non sembra del tutto cogente. Infine c’è la possibilità che Russell voglia distinguere tra dato (appreso direttamente) e schema nel quale il dato viene inserito (per cui l’evento è oggetto di descrizione e non di apprendimento diretto). Per cui Russell può dire che ogni pensiero ha inizio dalla presa di cognizione diretta, ma è possibile pensare su molte cose di cui non abbiamo cognizione diretta. Russell però dimentica che la distinzione tra dato e schema non è assoluta.

6.      Ma cosa vuol dire “vera” o “falsa” ? E perché una proposizione non può essere né vera né falsa ? E,nel caso delle logiche polivalenti,  “x è un uomo” può essere una proposizione ? “x” dunque è il segno per una classe di individui, ma di una classe che di volta in volta si può concretizzare in un individuo (dunque non si tratta di una classe che appartenga ad un livello logico nettamente separato da quello dell’individuo). “x” sta per un ente qualsiasi, un individuo in senso determinato, mentre “x è un uomo” è una classe, una matrice di proposizioni, la forma aristotelica variabile intesa come “µ??f?” (o metamorfica). Possiamo parafrasare Russell dicendo che ‘x’ nella proposizione suddetta non è argomento della proposizione. Quest’ultima, essendo metalinguistica, ha come suoi argomenti due funzioni proposizionali. Inoltre la difficoltà legata alla differenziazione tra variabile reale e variabile apparente (considerato che questa terminologia è fuorviante) è dovuta al fatto che Russell rifiuta la dizione (linguistica col quantificatore e metalinguistica senza) “Tutti gli uomini sono mortali” ed ha bisogno di queste parafrasi astratte per eliminare gli oggetti contraddittori (se non quelli sussistenti) di Meinong. In tal modo il suo rasoio apparentemente elimina questi oggetti, ma introduce questi altri oggetti strani che sono le variabili (che possono essere “reali” o “apparenti”). Infine ciò che rende apparente è la locuzione “per tutti i valori di x” che in realtà non rende apparente la variabile, ma ne rende irrilevante la sua sostituzione con un argomento ai fini del valore di verità di una proposizione. Ciò in quanto la funzione proposizionale “x è un uomo” non è tanto ‘nè vera né falsa’, quanto risulta ‘vera o falsa’ a seconda dell’individuazione della variabile.

7.      Perchè Russell costruisce le successive proposizioni aggiungendo di volta in volta un ulteriore livello metalinguistico ? Perché non fa riferimento alla quarta figura del quadrato di De Morgan ? Essa farebbe “ E’ falso che ‘C(x) è vero’ è sempre vero”?Perché Russell non deriva anche ‘C(x) è falso”? Sia “falso” che la negazione andrebbero presi per enunciati primitivi ? Una proposizione negativa non è già una proposizione metalinguistica ? Perché partire da proposizioni già metalinguistiche ?

8.       La trasformazione di C(tutto) in “C(x) è sempre vera” è un’operazione condivisibile ? Non è una riduzione fenomenista e temporalizzatrice di ciò che è ? L’universale non è così ridotto a ciò che è valido per noi ?

9.      Questo è il primo attacco alla metafisica, anche se è difficile pensare che componenti di espressioni sensate possano isolatamente non avere senso alcuno. Come pure è difficile pensare che si possa isolare “Tutto” dai contesti in cui occorre. Se “Tutto” è sincategorematico il suo essere in sé è l’essere relato ad altro (Hegel direbbe che il Tutto è un concetto dialettico). Infine se pensiamo “Il Tutto” non pensiamo qualcosa che possa essere considerato in sé, e cioè come argomento di una proposizione ?

10.  Russell analogamente vuole considerare le espressioni denotanti come prive di significato in se stesse, ma significative all’interno delle espressioni verbali in cui occorrono. Ma le espressioni denotanti come denotano se non hanno significato ?Ma questa proposizione equivale a “Qualche volta ho incontrato un uomo” .O meglio essa può essere interpretata sia come “In un certo momento ho incontrato un uomo” sia come “Qualche volta ho incontrato degli uomini”. La funzione proposizionale cioè può rendere lo schema di due proposizioni tra di loro non del tutto sinonimiche. In un certo senso la funzione proposizionale col quantificatore esistenziale risulta essere ancora ambigua. In secondo luogo  trasformare una funzione proposizionale (“Ho incontrato un uomo” che può essere considerata anche una proposizione) in una proposizione metalinguistica è come trasformare l’essenzialismo aristotelico-platonico nel criticismo (con la x che sa tanto di noumeno indeterminato).  In realtà l’interpretazione corretta (e non ambigua) di “Ho incontrato un uomo” è “Ho incontrato un individuo della classe degli uomini”. Inoltre non basta una parafrasi metalinguistica per togliere significato ad un termine : si può operare una scomposizione enunciativa ma l’unità semantica rimane intatta. Il presupposto di Russell è che il linguaggio naturale vada emendato, mentre si tratta di rispettare le peculiarità dei linguaggi  e di operare traduzioni reciproche laddove sia possibile.

11.   Massimiliano Vignolo a tal proposito dice " Diversamente dai nomi propri, i sintagmi denotativi non si riferiscono a oggetti determinati, ma servono per parlare di oggetti imprecisati. Quando uniamo un sintagma denotativo con un predicato, per esempio “qualcuno” con “è  anziano” nell’enunciato “qualcuno è anziano”, non stiamo parlando di nessun oggetto in particolare. Ciò che diciamo è che esiste un oggetto, non sappiamo quale, che ha la proprietà di essere anziano. La stessa idea si può esprimere dicendo che i sintagmi denotativi servono per ascrivere proprietà di secondo livello ovvero proprietà di proprietà. Nell’enunciato “qualcuno è anziano” il quantificatore “qualcuno” dice che la proprietà di essere anziano ha la proprietà di avere delle esemplificazioni, e cioè che ci sono oggetti che sono anziani."  Vignolo poi dice : "La conclusione di Russell è che la funzione dei sintagmi denotativi non è quella di riferirsi ad oggetti. Al contrario, i sintagmi denotativi sono usati per dire che certe proprietà sono esemplificate da qualche oggetto (“qualche”/“qualcuno”) o da tutti gli oggetti (“tutti”/“qualsiasi”) o da nessun oggetto (“nessuno”) o da uno e un solo oggetto (le descrizioni definite della forma “il così e così”)." Io qui vedo un salto, perchè quello che si dice nella prima citazione non è quello che Russell conclude. E le conclusioni di Russell sembrano una forzatura, che potrebbe essere giustificata magari solo se essa risolve i famosi puzzle...Altro è insomma dire che i sintagmi denotativi non si riferiscono ad oggetti ben determinati, altro è dire che non si riferiscono ad oggetti tout court Altro è dire che riferirsi ad oggetti indeterminati equivalga ad asserire proprietà di proprietà, altro è dire che asserire proprietà di proprietà equivalga a non riferirsi ad oggetti. Inoltre “un uomo è anziano” implica che la proprietà di essere anziano ha almeno un esemplificazione, ma non equivale a quest’ ultima affermazione.  Vignolo alla precedente obiezione replica che “Il riferimento è la relazione tra un nome proprio e il suo portatore. dunque se c'è riferimento e sempre e solo a un oggetto determinato. Poiché ci sono sintagmi denotativi che non si riferiscono a nulla ("Nessuno", "Nulla") o si riferiscono a oggetti indeterminati ("Alcuni") segue, e non c'è alcun salto, che la funzione semantica dei sintagmi denotativi non può essere quella del riferimento. E quindi i sintagmi denotativi non si riferiscono, non hanno riferimento, neppure un sintagma denotativo come "l'attuale regina d'Inghilterra" ha riferimento. La sua funzione non riferirsi a un oggetto, anche se esiste l'attuale regina di Inghilterra. La sua funzione semantica è di dire che una certa proprietà complessa, ovvero essere l'unica regina di Inghilterra è esemplificata”.  Ma se non c'è alcun salto perchè Vignolo usa la locuzione "si riferisce  in  "Poiché ci sono sintagmi denotativi che...si riferiscono a oggetti indeterminati ("Alcuni")…” ? E se non c'è alcun salto, cosa ci forza ad accettare la definizione di "riferimento" che Vignolo attribuisce a Russell ? Cosa distingue il riferirsi dal "parlare di..."  ? L’incongruenza della posizione di Vignolo traspare anche dalla seguente affermazione : ““Mario è anziano” e “un uomo è anziano” presentano la stessa struttura grammaticale: entrambi sono formati a partire dallo stesso predicato unito a espressioni che possono occorre in posizione di soggetto grammaticale. Ma i due enunciati hanno due strutture logico-semantiche diverse. Con il primo enunciato ci riferiamo a un individuo determinato, Mario, e gli ascriviamo la proprietà di essere anziano. Con il secondo ci riferiamo a una proprietà (la proprietà di essere umano) e diciamo di essa che è esemplificata da un individuo imprecisato, al quale, chiunque egli sia, ascriviamo la proprietà di essere anziano”. Ma se col secondo ci riferiamo ad una proprietà, quando e come ascriviamo ad un individuo imprecisato quella stessa proprietà ? Delle due l’una : o ci riferiamo alla proprietà ascrivendo ad essa l’essere esemplificata da un individuo indeterminato, o ci riferiamo all’individuo stesso. Inoltre perché non possiamo dire che anche nel primo caso ci riferiamo alla proprietà a cui ascriviamo l’essere esemplificata nell’individuo determinato Mario ? Cosa ce lo impedisce ? E questa non sarebbe la vendetta del platonismo (magari in salsa inglese) contro il concetto di sostanza di Aristotele ?

12.  Vignolo poi afferma : "Assumendo il principio di referenzialità e l’idea che i sintagmi denotativi funzionino come i nomi si arriva a una difficoltà. Consideriamo l’enunciato “l’attuale re di Francia è calvo”. Il principio di referenzialità impone che il significato di tale enunciato sia ottenuto componendo i significati delle espressioni che lo formano. Ma se i sintagmi denotativi funzionano come i nomi, allora il significato di “l’attuale re di Francia” dovrebbe essere costituito da un oggetto. Il problema è che non c’è nessun oggetto che è l’attuale re di Francia. E se non c’è l’attuale re di Francia, allora l’enunciato di cui sopra non può avere significato poiché viene a mancare uno dei costituenti dai quali tale significato (proposizione) dovrebbe essere composto. Non rimane che abbandonare il principio di referenzialità oppure abbandonare l’idea che i sintagmi denotativi funzionino come i nomi. Russell sceglie la seconda alternativa. E’ questo il senso di quanto scrive Russell: ‘Questo è appunto il principio della denotazione che intendo sostenere: e cioè che i sintagmi denotativi sono, in se stessi, privi di un qualsiasi significato, mentre ha un significato ogni proposizione nella cui espressione verbale essi figurano’.” Personalmente ritengo invece che qui  è il sofisma della tesi russelliana e cioè dire che non c'è nessun oggetto che è l'attuale re di Francia. Mentre è più corretto dire che l'oggetto che è l'attuale re di Francia è un oggetto che non esiste. E dunque che i sintagmi denotativi possono denotare oggetti inesistenti e non che possano non denotare alcunchè. Invece assumere il dato (che lei definisce preteorico ma non lo è) che la non esistenza spazio-temporale sia non esistenza tout court (in base a cosa infatti Russell dice che l'attuale re di Francia non esiste o la montagna d'oro non esistano? ) è il presupposto che predetermina tutta l'analisi. E che consente di dire a Russell che ci vuole una teoria (la sua) per scongiurare l'evenienza che un enunciato con un sintagma denotativo risulti essere priva di significato. M. Vignolo a tal proposito osserva che “Russell non identifica l'esistenza con l'esistenza spazio-temporale. Per Russell esistono entità astratte, per esempio le entità matematiche e le forme logiche e gli universali”, In realtà però  Russell all'inizio forse ammette l'esistenza degli universali o dei numeri, ma l'evoluzione del suo pensiero porterà grazie alla sua teoria delle descrizioni definite ed alla sua teoria dei nomi (estensione della prima) da un lato a sostituire gli enti matematici e poi gli oggetti fisici con delle costruzioni e d'altro canto a ridurre i termini che svolgono la funzione di nomi propri agli indicali. In questo modo egli si infilerà nell'imbuto empirista (che con il Neopositivismo vivrà il suo esito fallimentare). Questa evoluzione non è senza rapporti a mio parere con i presupposti impliciti in "On denoting". Infatti nel negare (magari rivolgendosi ad un passante...) che l'attuale re di Francia esista egli già presuppone la definizione empirista di esistenza, giacchè ad es. nel caso dell'"attuale re di Francia" egli già a priori nega a questa descrizione la possibilità di riferirsi ad un oggetto che esista in altro modo. Su quale base egli compie quest'operazione ? Perchè l'attuale re di Francia per esistere deve essere tale che la sua esistenza possa essere verificata empiricamente ? Non potrebbe essere la Francia di un altro mondo possibile ? Non potrebbe essere una Francia unicamente immaginata ?

13.  La scomposizione enunciativa consentita dal formalismo non implica che a livello di pensiero (o meglio di sinn) non avvenga una ricomposizione dell’oggetto che si voleva eliminare.

14.  A parte il fatto che si usa una lunga parafrasi astratta al posto di una breve e concreta proposizione, si può notare che tra i due enunciati ("tutti gli uomini sono mor­tali" e “se x è un uomo, x è mortale, qualunque cosa x possa essere”) non c’è una grande differenza : giacchè “Tutti” è sostituito da “per tutti i valori di x” oppure da “deve” oppure da “E’ sempre vero”. Inoltre Russell pensa che la parafrasi enunciativa elimini il problema (creato a suo dire dal linguaggio naturale), mentre la questione è che il problema non si trova a livello enunciativo ma  a livello preposizionale (semantico).Quindi hai voglia a parafrasare gli enunciati, a scomporli con l’aiuto del formalismo. Perché tale parafrasi riesca, il sinn deve essere equivalente e la sussistenza degli oggetti che Russell vuole eliminare risiede al livello semantico.

15.  Russell pensa che l’argomento “Un uomo” sia diluito in “x è umano”, ma con ciò il sinn è identico giacchè “x è umano” equivale a dire “un qualcosa appartiene alla classe degli uomini”, asserzione che viene assorbita (implicata) nella designazione “Un uomo”. Dunque Russell non ha dimostrato che “un uomo” è senza significato, ma che l’oggetto “un uomo” assorbe in sé la proposizione “x è umano” e la entifica, o meglio rivela il correlato ontologico eterno di un evento umano temporale : all’asserzione “x è umano”, al riconoscimento temporale corrisponde oggettualmente (sub specie aeterni) un entità corrispondente alla locuzione “un uomo” di cui “x è umano” è la controparte epistemica. Russell in questo caso ha tentato una riduzione (impossibile come tutte le riduzioni) dell’ontologico all’epistemico. Inoltre la proposizione “(x è umano)implica (x è mortale) per tutti i valori di x” è un ibrido di “Tutti gli uomini sono mortali” e “Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale”.Qui “x” sta per “qualsiasi ente” e cioè x è un elemento dell’insieme dell’Essere che ha come proprio sottoinsieme l’insieme degli uomini e l’insieme dei mortali. L’implicazione stabilisce che all’interno dell’insieme totale dell’Essere, l’insieme degli uomini è un sottoinsieme dell’insieme dei mortali o quanto meno è ad esso equivalente (si esclude insomma che l’insieme intersezione tra insieme degli uomini ed insieme dei mortali non sia coincidente con l’insieme degli uomini stesso). Il considerare “uomo” e “mortale” entrambi come attributi di un x (che diventa, a questo punto, il vero oggetto in senso meinonghiano) serve ad evidenziare un insieme dell’Essere che comprende sia il sottoinsieme dell’”umano” che quello del “mortale” e che ne permette la comparazione e la coesistenza. La separazione della x è l’inveramento della tesi di Meinong e la x (o meglio la variabile, la lettera) è il livello generalissimo di astrazione corrispondente al livello minimale di esistenza. La x è l’indeterminato che arbitrariamente (o contingentemente) si attinge dall’insieme dell’Essere e su cui si valuta l’attribuzione di un predicato. L’indeterminazione della x è speculare al massimo grado di astrazione corrispondente al grado minimo di esistenza. Tuttavia c’è un problema. Quando si dice “Tutti gli uomini” si intende “Tutti gli x che sono uomini…”, ma allora perché si dice “Per tutti i valori di x…”. Dovrebbe essere “per tutti i valori di x che si rivelano umani…” o si potrebbe evitare la locuzione “per tutti i valori di x”, lasciando l’universalità implicita nell’asserzione “…implica…”.In che senso “x è umano” implica “x è mortale” per tutti i valori di x ? Anche per x = angelo ? Anche per x che non è umano ? Da dove Russell ricava il fatto che l’uso di x implichi che “per tutti i valori di x” si riferisce agli x che sono umani ? Questo è il rischio della trasformazione della proposizione in una funzione preposizionale. Quella che è una stipula convenzionale in matematica, la cui problematicità non è avvertita in una dimensione operativa (si manipolano formalisticamente dei segni) si rivela in logica ed in filosofia un’operazione problematica dove il significato non si riduce all’uso, ma mantiene (anche ipoteticamente) una sua trascendenza.

16.  L’equivalenza tra “C(alcuni uomini)” e “C(un uomo)” è un errore semanticamente fuorviante (non si tratta di suggestioni e sfumature come pensa Russell v. nota vi)

17.  In realtà "il padre di Carlo II fu giustiziato" presuppone che c’era un x che era il padre di Carlo II e asserisce che questi fu giustiziato.

18.  Russell qui costituisce la sua definizione di “IL”, ma perché invece di dire y = x (più ambiguo) non dice “y è x” ? Anche in questo caso c’è ovviamente un’ontologia sottesa (la sostituibilità degli oggetti nella macchina linguistica, tesi inaugurata forse da Leibniz con gli indiscernibili)L’unione tra un evento (la generazione di Carlo II) e l’esser sempre vero di un’identità che potrebbe essere contingente, genera l’unicità di “IL”.

19.  Le acrobazie di Russell, miranti a rendere pleonastici alcuni oggetti perdono in lunghezza delle stringa ciò che si guadagna nell’economia degli oggetti. Inoltre “non è sempre falso di x” rende ‘x’ un metamorfico Avatar che come Krishna si identifica con tutti gli individui.

20.  E’ strano che viene considerata “non sempre falso di x…” un’implicazione che ha ‘y’ come soggetto…In secondo luogo “Carlo II aveva uno e non più di un padre” è il presupposto (non l’equivalente) dell’uso di “Il padre di Carlo II…”. “Il padre di x…” è cioè il nome dello stato di cose perdurante “Carlo II ha avuto uno e non più di un padre…”

21.  Russell sembra dire che qualunque proposizione della forma C(x) presuppone l’esistenza di ‘x’. Questo è vero, ma in un senso diverso da come l’intende Russell. Quest’ultimo vuole dire che qualsiasi proposizione predicativa è falsa (e dunque non si può predicare nulla di un oggetto) se l’oggetto che è l’argomento della proposizione non esiste già in un senso predefinito e ristretto. Invece la nostra tesi è : qualsiasi proposizione predicativa sussiste (e qualsiasi enunciato ha senso) se l’argomento di tale proposizione ha un grado (livello) minimo di esistenza. La tesi di Russell ha come difetto che impedisce di predicare alcunché sia dei numeri (che non esistono nel senso in cui dovrebbe esistere “l’attuale re di Inghilterra”) che degli oggetti funzionali (sarebbe così impossibile scrivere un romanzo all’interno del quale certe proposizioni sono considerabili come vere ed altre false. Magari, la tesi di Russell potrebbe essere riformulata con più plausibilità in questo modo (e assimilata ad una tesi neo-meinongiana) : qualsiasi argomento di una proposizione deve esistere nel contesto in cui la proposizione è inserita.

22.  Russell sostiene che i soggetti grammaticali degli enunciati denotanti non sono argomenti effettivi delle proposizioni costituenti il senso di quegli enunciati.  In realtà la trasformazione enunciativa che Russell opera con l’aiuto delle funzioni preposizionali non dissolve gli oggetti delle espressioni denotanti, ma ne rivela l’aspetto eventuale, preposizionale e spesso li prospetta da un punto di vista metalinguistica. Questo però non equivale a dimostrarne l’insussistenza, ma solo la loro natura ambigua, natura propria di tutti gli oggetti. Russell non affronta seriamente l’eventualità che in determinati livelli ontologici (o universi di discorso) il pdnc non sia valido (cosa che adesso invece si fa esplicitamente con la logica paraconsistente). A tal proposito Massimiliano Vignolo afferma che : “…questa tesi della possibilità di oggetti contraddittori non può essere presa sul serio. Infatti sarebbe in questo caso come se uno si definisse un matematico surrealista e dicesse che la classe di tutte la classi che non appartengono  a se stesse esiste. Certo si affretterebbe a precisare che esiste non nel senso in cui esiste la classe dei numeri primi, ma in un altro senso che però nessuno è in grado di spiegare, un senso surrealista forse?! Tale persona direbbe una sciocchezza che in nessun luogo dove si studia un po'di teoria degli insiemi verrebbe presa sul serio. E di certo non lo aiuterebbe aggiungere che la sua è una teoria surrealista. Una teoria non può essere surrealista. Surrealismo significa rottura dei principi logici, dei principi che regolano l'avere significato, dei principi analitici, dei principi che regolano il poter essere valutato come vero o falso. Quanto alla logica paraconsistente, la logica è solo un calcolo formale, ma nessun filosofo ammette che un oggetto possa avere proprietà contraddittorie nello stesso momento”. Cosa rispondere a queste dichiarazioni superficiali di fede ? In realtà  l'insieme dell'antinomia di Russell esiste ed è antinomico. Se non esistesse (in qualche senso) come ne parleremmo ? Bisogna trovargli solo un livello di esistenza appropriato (Meinong parlava di extra-essere e Meinong non mi sembra surrealista nel senso dispregiativo usato da Vignolo) Quanto all’ ironia sul surrealismo vale rispondere con Imre Toth, uno storico della matematica, secondo il quale l'epoca moderna della ricerca matematica è stata proprio caratterizzata da numeri (negativi, immaginari, trascendenti) che annunciavano già nei propri nomi (quali numeri falsi, sofistici, fittizi, assurdi, impossibili) la loro appartenenza ad un'ontologia che sin dall'inizio aveva escluso la loro esistenza (Toth, Imre, Aristotele e i fondamenti assiomatici delle geometria - Vita e Pensiero p. 51). Infine (per tagliare proprio la testa al toro) Rescher in Marconi 1979 teorizza la possibilità che una teoria degli insiemi possa prevedere un insieme non-standard, come quello dell'antinomia di Russell. Vuoi vedere che pure 'sti signori sono parrocchiani di Andrè Breton ? Dulcis in fundo, se la logica è solo un calcolo formale, perchè non possono esserci oggetti che violano il principio (logico) di non-contraddizione ?

23.    Russell non esamina nemmeno l’eventualità, data dalla teoria dei diversi livelli di esistenza che oggetti esistenti ad un determinato livello non esistano ad un altro livello per cui è perfettamente possibile dire che “l’attuale re di Francia, esistente a livello x (livello immaginativo) non esiste a livello x+1 (livello percettivo) Oppure che “il quadrato rotondo” è rotondo a livello basico di esistenza, ma è quadrato AUT rotondo in almeno un altro livello d’esistenza superiore a quello base. In tal caso non si tratta di contraddizioni vere e proprie in quanto le due proposizioni si collocano ognuna a livelli linguistici diversi.

24.  La complessità del senso può essere inversamente proporzionale a quella della denotazione : ad es. l’unicità del denotatum è funzione del carattere dettagliato e della complessità della descrizione (e cioè del sinn)

25.  Dire che la denotazione non ha costituenti è sbagliato. Il sinn infatti è un insieme dei costituenti detenuti dalla denotazione, insieme di costituenti che servono per definire (in tal caso sono “essenziali”) il denotatum. Il denotatum è la versione monadica (intensionale) ed entificata del sinn o dei diversi sinn che ad essa fanno riferimento.Quanto alla tesi di Frege, essa non sembra voler dire la banalità esplicitata da Russell, ma allude forse al fatto che il denotatum è tale solo in quanto concepito in maniera assoluta e isolata, non in relazione ad altro. Altrimenti esso è un sinn, cioè il costituente di un altro denotatum, posto ad un livello linguistico diverso da quello del denotatum complessivo di cui fa parte.Ad es. in “Carlo è il padre di Raffaele” il denotatum è la proposizione, cioè l’evento e la relazione di cui almeno “Carlo” e “Raffaele” sono i costituenti, a partire dai quali si costituiscono i diversi sinn, per cui il denotatum “Carlo è il padre di Raffaele”, in realtà solo ostensibile (intuibile) viene a sua volta descritto nei diversi sinn “Carlo è il padre di Raffaele”, “Raffaele è il figlio di Carlo”, “Carlo e Raffaele sono padre e figlio”.

26.  In questo caso ("Scott è l'autore di Waverley" ) non è invece una copula del tipo S/P, dove si predica un sinn (autore di “Waverley”) ad un denotatum (Scott) ? L’identità di denotazione con una differenza di sinn, si ha invece in “(L’autore di ‘Hamlet’ ) è (il poeta nato a Stratford) o (L’autore di “Lear”) dove di due diversi sinn si afferma l’unicità del denotatum.

27.  A tal proposito Massimiliano Vignolo dice : "Se i sintagmi denotativi si comportassero come i nomi propri allora sarebbero intercambiabili con essi salva veritate. Preso un enunciato in cui occorre un nome proprio: “Giorgio IV voleva sapere se Scott era l’autore di Waverley”, potremmo sostituire in esso il sintagma denotativo “l’autore di Waverley” con il nome proprio “Scott” e ottenere l’enunciato “Giorgio IV voleva sapere se Scott era Scott”. Ammesso che il primo enunciato sia vero, dovrebbe esserlo anche l’altro se la funzione semantica dei sintagmi denotativi fosse identica a quella dei nomi propri. Ma  se è plausibile attribuire a Giorgio IV un interesse su chi fosse l’autore di Waverley, difficilmente possiamo attribuire a Giorgio IV un qualche interesse in un esempio della legge di identità secondo la quale ogni cosa è identica a se stessa. In altre parole, possiamo assumere che Giorgio IV sapesse già che Scott è identico a Scott poiché di certo Giorgio IV conosceva la legge di identità. Ma se le cose stanno così allora escludiamo che Giorgio IV fosse davvero interessato a sapere se Scott era Scott. Dunque, possiamo concedere che l’enunciato “Giorgio IV voleva sapere se Scott era l’autore di Waverley” sia vero e non concedere che l’enunciato “Giorgio IV voleva sapere se Scott era Scott” sia vero. Ma questa ammissione ci porta a concludere che la funzione semantica dei sintagmi denotativi non può essere identica a quella dei nomi propri.” In realtà i problemi circa l'intercambiabilità salva veritate non è collegata tanto alla questione dei sintagmi denotativi, ma a quella  degli atteggiamenti proposizionali per i quali ci può essere mancanza di equivalenza anche tra due nomi che dovrebbero riferirsi alla stessa entità (Es. Marco Tullio e Cicerone). Dunque il puzzle ha bisogno di una teoria più generale che non quella dei sintagmi denotativi di Russell. A tal proposito Vignolo replica che : “…certo che i problemi con la sostituibilità salva veritate emergono nei contesti non estensionali. E che c'è bisogno di una teoria più generale per renderne conto. tuttavia il fatto che tu non possa scambiare un nome proprio con una descrizione definita e mantenere lo stesso valore di verità è sufficiente a provare che il ruolo semantico dei nomi propri e delle descrizioni definite è diverso. Questa considerazione non cambia se dici che i problemi si pongono anche se sostituiamo due nomi propri come "Tullio" e "Cicerone". In tal caso trarremo la conclusione che la funzione semantica dei nomi propri cambia in certi contesti (Frege). Oppure che tutti i nomi propri, tranne quelli logicamente propri sono abbreviazioni di descrizioni definite (Russell negli scritti successivi a "On Denoting"). Ma il fatto rimane che l'impossibilità di sostituire nomi propri con descrizioni definite in tutti i contesti senza alterare il valore di verità mostra che la funzione semantica dei nomi, e cioè avere riferimento, è diversa dalla funzione semantica delle descrizioni definite”. Al massimo in realtà possiamo dire che sia il ruolo semantico dei nomi propri che quello delle descrizioni definite possono variare, ma questo non implica che ci sia una differenza tra alcuni nomi propri e alcune descrizioni definite più rilevante di quella esistente tra diversi nomi propri. In pratica la diversità di ruolo semantico non è collegata strettamente alla presunta diversità tra nomi propri e descrizioni definite. Questo nel caso sia vera la tesi di Frege. Nel caso invece sia vera la tesi di Russell sui nomi,  dobbiamo lasciare alla  tradizione empirista il compito di cercare i nomi propri strictu sensu. Ma non ci si diriga sugli indicali : sono gli scudieri più infedeli che esistano.

28.  Qui c’è il primo errore dove Russell intende il denotatum come oggetto empirico e materiale, ma il denotatum di “Il re d’Inghilterra” non è l’uomo in carne ed ossa. Il riferimento rimane un punto dell’universo del discorso ed il senso filosofico del termine “reale” non ha a che vedere con l’essere in carne ed ossa. “Il re d’inghilterra è calvo” è un’asserzione sul denotatum  “Il re d’Inghilterra” (denotatum che è a sua volta un sinn, essendo “Il re d’Inghilterra”  una descrizione), ma questo denotatum non è l’oggetto in carne ed ossa. Tale identificazione del denotatum è ciò che andrebbe dimostrato o argomentato, mentre qui è ciò che Russell presuppone e che invece Meinong e forse Frege non presuppongono. La differenza tra sinn e bedeutung infatti è che il sinn  è una stringa, mentre il bedeutung è un termine monadico.

29.  In realtà “Il re di Francia è calvo” ha un senso (negarlo sarebbe negare l’evidenza), ma non ha senso dire se sia vera o  falsa (se per verità si intende la F-verità). Tale proposizione è vera o falsa nei mondi possibili in cui “L’attuale re di Francia” esiste. A sua volta “L’attuale re di Francia” esiste in un certo numero di mondi possibili e ad un certo livello di esistenza. In quanto esistente (e nella misura in cui lo è) “L’attuale re di Francia” è un denotatum.

30.  A tal proposito Massimiliano Vignolo dice : "Per il principio del terzo escluso vale che per ogni enunciato E, o E è vero o la sua negazione è vera. Per esempio o “Totti gioca nella Roma” è vero o “Totti non gioca nella Roma” è vero. Consideriamo ora l’enunciato “L’attuale re di Francia è calvo”. Per sapere se è vero dovremmo dividere tutte le persone in due insiemi: l’insieme delle persone calve e l’insieme delle persone che hanno i capelli. Se l’attuale re di Francia si trova nel primo insieme allora l’enunciato “L’attuale re di Francia è calvo” è vero. Se l’attuale re di Francia si trova nel secondo insieme allora l’enunciato “l’attuale re di Francia non è calvo” è vero. Il problema è che l’attuale re di Francia non si trova nel primo insieme e non si trova neppure nel secondo insieme poiché la Francia è una repubblica e dunque non esiste un oggetto che è il sovrano della Francia e ciò che non esiste non può appartenere a alcun insieme. Sembra dunque che dobbiamo rinunciare al principio del terzo escluso che da molti è ritenuto una verità logica. E se è vero che è una verità logica allora non possiamo rinunciarvi.” Ma questo paradosso riguardante il terzo escluso compare anche in proposizioni tipo "La Tour Eiffel è calva" e "La Tour Eiffel non è calva " che sono pure false o insensate entrambe. E dunque questo problema non riguarda solo i sintagmi denotativi ed ha bisogno di una spiegazione più comprensiva (non mi dica che "La Tour Eiffel non è calva" sia vera perchè in questo caso "L'attuale re di Francia non è calvo" sarebbe anch'esso vero)

 

31.  Qui bisogna fare delle distinzioni : in primo luogo va detto che ad es. se la classe dei re d’Inghilterra attuali è monadica, un re d’Inghilterra è il re d’Inghilterra (cioè la classe si realizza in un individuo) e perciò non ci troviamo dinanzi a “l’u è un u”, ma più correttamente di fronte a “un u è l’u”. Ora l’u che è l’espressione denotante in questo caso denota  un individuo. Ma ciò non implica che se non denota un individuo l’espressione denotante non denoti alcunché. Tale conclusione già presupporrebbe che un individuo logico all’interno di un universo di discorso sia sempre un individuo materialmente inteso come accessibile ai sensi). Ad es. se la classe di u non è monadica, essa denota una molteplicità di u (es. i due re di Sparta) o se è vuota essa denota se stessa. Inoltre il concetto di classe vuota e cioè di classe che non ha elementi è subordinato (vedi la critica di Russell a Mc Coll) alla concezione empirista e riduzionista dell’esistenza per cui se la chimera non esiste spazio-temporalmente la classe delle chimere è una classe vuota. In realtà ogni classe ha sempre un numero infinito di elementi. Infine se prendiamo l’oggetto “La chimera” esso esiste ad un livello non empirico di esistenza. Ma se mi si domanda “la chimera esistente ad un livello empirico di esistenza” esiste o non esiste, si può rispondere che essa esiste ad un livello non empirico di esistenza. Questa non è contraddizione in quanto in primo luogo “La chimera esistente empiricamente” non è “la chimera” e nemmeno è “la chimera non esistente empiricamente”. In secondo luogo ad ogni enunciato proferito, ad ogni considerazione metalinguistica si aggiunge un altro livello di esistenza (il presente che emerge continuamente e relega continuamente oggetti nel passato) più concreto di quelli precedenti per cui l’empirico è un livello di volta in volta sovrapponentesi, un po’ come il termine “ultimo”. Se ci si riferisce all’ultima proposizione enunciata questa non è più l’ultima proposizione enunciata.

32.  A tal proposito Massimiliano Vignolo afferma :  l’analisi semantica proposta da Russell dice che l’enunciato ‘ il signore anziano vestito di rosso che guida una slitta volante trainata da renne ha portato un regalo a Napolitano la notte tra il 24 e il 25 dicembre 2006 ’  è vero se e solo se esiste uno e un solo signore anziano vestito di rosso cheguida una slitta volante trainata da renne e quel signore anziano ha portato un regalo a Napolitano la notte tra il 24  e il 25 dicembre 2006. La semantica non ci dice se quell’enunciato è vero o falso. Ce lo dice l’esperienza, nostra e di altri, in base alla quale nessuno ha mai incontrato quel signore anziano,nessuno ha mai visto una slitta volante trainata da renne... ecc.”. Ma l'esperienza, si può replicare, è il solo arbitro circa le proposizioni riguardanti l'esistenza di un individuo denotato da una descrizione definita ? O nel caso dell'esistenza matematica basta una dimostrazione ? Anche qui determinati presupposti (empiristici ad es.) non rischiano di non garantire la neutralità iniziale dell'analisi rispetto a diverse opzioni filosofiche ? Cosa ci impone di considerare l'esperienza sensoriale come arbitro di certe asserzioni riguardanti l'esistenza ? Massimiliano Vignolo replica a tal proposito : “I criteri che utilizziamo per stabilire se qualcosa esiste o non esiste dipendono dal tipi di entità delle quali volgiamo stabilire l’esistenza. Nel caso di Babbo Natale, se esiste dovrebbe essere un oggetto concreto spazio-temporale al quale possiamo avere accesso diretto tramite esperienza sensoriale. Dunque in questo caso l’esperienza è il criterio più affidabile che usiamo per stabilire se Babbo Natale esiste oppure no. L’esperienza sensoriale non è l’unico criterio che utilizziamo. Ma nel caso di certi tipi di oggetti, il fatto che nessuno abbia mai fatto esperienza di essi è considerato un dato affidabile per negarne l’esistenza. Ma questo dovrebbe essere accettato d tutti, empiristi e non empiristi. Se non ti va bene nessuno ti vieta di andare in giro a dire che Babbo Natale esiste, dubito che qualcuno ti prenderà sul serio, empirista o meno che sia". Ma in base a che cosa noi possiamo stabilire che l'esperienza è il criterio che va usato per stabilire se esiste Babbo Natale ? In base a che Babbo Natale è un oggetto la cui esistenza va verificata attraverso l'esperienza ? Inoltre può l'esperienza stabilire che Babbo Natale non esiste ? O al massimo può stabilire solo se eventualmente esista ? Vignolo a tal proposito ribadisce che se Babbo Natale esiste allora il nostro accesso cognitivo ad esso sono i sensi: per esempio se esiste lo si può vedere sfreccaire in cielo sulla sua slitta. Per questo tipo di oggetti usiamo l'esperienza come criterio di esistenza. Ma a Vignolo si può replicare che  se viene   Hugh Everett III e dice : " Babbo natale esiste, ma si trova in un altro mondo possibile parallelo al nostro e dunque col cavolo che lo puoi percepire... Lo si sa perchè, che so, qualsiasi oggetto che noi immaginiamo ha almeno un mondo possibile nel quale essere collocato” beh,  che si può dire a Hugh Everett ? Allora il criterio per stabilire se Babbo Natale esiste non è l'esperienza, perchè l'esperienza sarebbe solo il criterio se un oggetto spazio-temporale esiste nel nostro mondo...A tal proposito Vignolo obietta : "Se si ammette l'esistenza di mondi paralleli (e già non so di cosa stiamo parlando), qualsiasi cosa esista in quei mondi non è BabboNatale, perché per definizione Babbo Natale porta i doni nel nostro mondo la notte tra il 24 e il 25 dicembre di ogni anno. Dunque, per ogni cosa x, se x è Babbo Natale, allora x porta i doni nel nostro mondo la notte tra il 24 e il 25 dicembre di ogni anno. Poiché la tesi neo-meinonghiana dice che le cose che esistono nei mondi paralleli non hanno alcuna relazione con il nostro mondo, segue che qualsiasi cosa esista nei mondi paralleli, non è Babbo Natale”. A ciò si può obiettare però che però Babbo Natale potrebbe portare regali ai bambini in un mondo
parallelo simile al nostro (dove ad es. esiste il Natale) e nella
definizione di Babbo Natale non c'è il fatto che i regali li porti proprio a noi. Vignolo a questo punto risponde : "
Si provi a chiedere a un bambino che crede all'esistenza di Babbo Natale, che cosa fa  e chi è Babbo Natale. E si provi a chiedere a un genitore che racconta  la favola di  Babbo Natale ai suoi bambini, che cosa racconta di Babbo Natale.  Si deve desumere che fa parte del concetto di Babbo Natale che se qualcosa è Babbo Natale allora porta i doni ai bambini nel mondo attuale” E tuttavia, replichiamo noi, è possibile pensare che i bambini abbiano accesso ad un altro mondo possibile a cui i padri possono accedere solo per descrizione (come se fossero ciechi) e per questo possono erroneamente inferire che non esista. E se hanno accesso a tale mondo possibile i bambini possono considerarlo come se fosse il nostro mondo attuale (cosa che gli adulti non possono fare) e dire di aver ricevuto i doni da Babbo Natale nel mondo attuale.

33.  Altro tema legato a quest’ultimo è quello dei personaggi della letteratura. A tal proposito Massimiliano Vignolo asserisce che “se  prendiamo la descrizione “l’eroe greco morto per una ferita al tallone”,  questa è certamente una descrizione definita. Se applichiamo la teoria di Russell viene trasformata in “esiste uno e un solo eroe grecomorto per una ferita al tallone”.     Le condizioni di verità di un enunciato come “l’eroe greco morto per una ferita al tallone amava Patroclo” sono che esiste uno e un solo individuo che era un eroe greco morto per una ferita al tallone e quell’individuo
amava Patroclo. Queste condizioni di verità non sono soddisfatte poiché l’Iliade
è una finzione letteraria e Achille non è mai esistito. Dunque l’enunciato
“l’eroe greco morto per una ferita al tallone amava Patroclo” è falso
secondo Russell. Però ,si dice che c’è un problema: se il professore di epica ci
interroga chiedendoci se è vero che l’eroe greco morto per una ferita al tallone amava Patroclo, e noi rispondiamo che è vero, superiamo l’interrogazione se
invece rispondiamo che è falso siamo sanzionati con una insufficienza.
Una soluzione a questo problema è dire che ogni volta che parliamo di ciò
che avviene in una finzione letteraria è come se premettessimo a ciò che
diciamo una formula del tipo “nella finzione letteraria si dice che...”. Dunque il
professore vuole sapere se è vero che nella finzione letteraria si racconta
che esisteva uno e un solo individuo che era un eroe greco morto per una ferita
al tallone e che quell’individuo amava Patroclo”. Il professore non vuole
sapere se è esistito davvero quell’individuo e se amava davvero Patroclo. Se
rispondiamo con l’asserzione dell’enunciato “l’eroe greco morto per una
ferita al tallone amava Patroclo” è come se rispondessimo con l’asserzione
dell’enunciato “nella finzione letteraria de l’Iliade si racconta che
l’eroe greco morto per una ferita al tallone amava Patroclo”. E questo enunciato è
certamente vero, ma ciò che lo rende vero è l’esistenza di un certo testo e non l’esistenza di Achille. Altra cosa è parlare dei personaggi letterari in quanto tali. Se diciamo che Achille è l’eroe omerico più ammirato dagli studenti liceali, stiamo
parlando di un personaggio di finzione e cioè di una entità astratta. I personaggi
fittizi sono entità astratte come le canzoni, o i programmi di computer. La
musica scritta su uno spartito può essere eseguita, e l’esecuzione è un
evento concreto spazio-temporale. Ma la struttura musicale è una entità astratta
non riducibile all’insieme delle sue esecuzioni. Se personaggio letterario
“Achille” è una entità astratta, allora non ha la proprietà di amare
qualcuno o di essere un coraggioso guerriero poiché solo persone in carne e ossa
possono avere tali proprietà. Se quindi usiamo il nome “Achille” per riferirci al
personaggio letterario, l’enunciato “Achille era un coraggioso guerriero” è
falso, dato che una entità astratta non può essere un guerriero.
Occorre distinguere il discorso che facciamo all’interno della finzione
letteraria dal discorso che facciamo sulla finzione letteraria. Nel primo
caso, per esempio, diciamo che Achille era un coraggioso guerriero. In questi
casi, ciò che diciamo è come se fosse sempre preceduto da “nella finzione
letteraria si racconta che...”. Nel secondo caso parliamo dei personaggi di finzione
come entità astratte, l’esistenza delle quali sopravviene all’esistenza degli
autori, dei libri, dei lettori, dei critici letterari, dei maestri e dei
professori di scuola ecc. Per esempio diciamo che Achille è il personaggio
più ammirato dagli studenti liceali. Ciò che diciamo è vero se e solo se esiste
un testo nel quale un personaggio si chiama “Achille” e quel testo è insegnato
a scuola e studiato dagli studenti e gli studenti prediligono quel
personaggio a tutti gli altri che compaiono in quel testo ecc. Ma, ripeto, i personaggi fittizi non hanno le proprietà che gli scrittori attribuiscono loro nella
finzione letteraria. Il personaggio fittizio “Achille” non è coraggioso.
Non può esserlo dato che è un’entità astratta
”. Per rispondere alle tesi di Vignolo prendiamo il caso del film "Il gladiatore" e proviamo a rovesciare i presupposti del ragionamento. L'enunciato "Marco Aurelio morì per cause naturali" non è un enunciato vero in quel contesto. Esso è vero, ma ciò che lo rende vero è l'esistenza di certi testi di storia e non il fatto che Marco Aurelio sia davvero morto per cause naturali. Quando diciamo "Marco Aurelio morì per cause naturali" è come se dicessimo "Nella finzione letteraria dei libri che definiamo di storia si racconta che Marco Aurelio sia morto per cause naturali”. Insomma, a parte l'uso dell'avverbio "davvero” (che mi ricorda il termine "really" in “Mi ami?” di Ronald Laing), cos'è che ( filosoficamente e non preteoricamente) consente di dire che Achille non sia esistito?  Inoltre cosa c'entra l'esistenza di un testo con il fatto che "Il greco
morto per una ferita al tallone amava Patroclo"? Il fatto che noi leggiamo
il testo cosa c'entra con "Il greco morto per una ferita al tallone amava
Patroclo" ? Se cioè noi non accettiamo l'esistenza di un ambito semantico in
cui alcuni oggetti (narrativi, immaginari, pensati, ipotizzati) hanno una
certa accezione di esistenza, come possiamo spiegare il fatto che "leggiamo"
un testo ? O che il testo "descriva" una guerra o "parli di..." ? Poi l’analogia di Vignolo tra un personaggio letterario ed altri tipi di entità astratta non è appropriata. Dunque una canzone non è bella, ma bella solo la sua esecuzione ? E se la migliore esecuzione di "Felicità" di Al Bano mi fa vomitare ? Oppure gli spaghetti alle vongole non mi piacciono, ma mi piacciono alcune loro esemplificazioni ? Quelli fatti da mia madre sì, ma non quelli di Carluccio ? Ci sono versioni (o esecuzioni) non coraggiose di Achille ? Gli spaghetti alla carbonara sono un'entità astratta ? Anche Paolo Rossi è un entità astratta ? Dal momento che ci sono più entità che hanno questo nome ? Ma tutto questo che c'entra con l'esistenza e la non esistenza ? Insomma a me pare che Achille sia un guerriero coraggioso del poema di Omero. E si può dire che Achille esista nell'universo narrativo di quel poema. E non so se sia mai esistito nel mondo possibile nel quale esistiamo anche noi.  Massimilano Vignolo a tale osservazione obietta che “
Nessun personaggio letterario ha la proprietà di essere un mercante. Solo persone in carne e ossa (forse alieni e un domani robots) possono essere mercanti ma non un personaggio letterario, poiché i personaggi letterari sono entità astratte e nessuna entità astratta può commerciare,
Ciò che rende vero poi  l'enunciato su Marco Aurelio sono i fatti della storia non l'esistenza dei libri di storia. La finzione letteraria, proprio perché finzione non descrive nulla. Non è scritta con lo scopo di descrivere il mondo, di dire cose che siano vere del mondo Russell accetta che uno possa dire che Achille esiste, se con questo vogliamo dire che nella finzione letteraria dell'Iliade si narra che esiste un guerriero così e così. ” . Tuttavia a questa tesi si può obiettare che Antonio è un mercante veneziano (e non è un usuraio). E' un uomo in carne ed ossa (tanto è vero che Shylock vuole una libbra della sua carne)e non uno spettro (come ad esempio il defunto re di Danimarca nell'"Amleto"). Non è un uomo in carne ed ossa per noi, per il nostro livello di realtà, ma questo non è filosoficamente rilevante, nè è rilevante per negare che abbia predicati. Una concezione come quella russelliana rischia di essere assunta da quelle persone dabbene che, quando ad es. due amici parlano della morte commovente del protagonista di "Philadelphia", si affrettano a dire che quello in realtà si chiama Tom Hanks ed è vivo e vegeto.  Vignolo replica che “Ciò che rende vero poi  l'enunciato su Marco Aurelio sono i fatti della storia non l'esistenza dei libri di storia. La finzione letteraria, proprio perché finzione non descrive nulla. Non è scritta con lo scopo di descrivere il mondo, di dire cose che siano vere del mondo. Russell accetta che uno possa dire che Achille esiste, se con questo vogliamo dire che nella finzione letteraria dell'Iliade si narra che esiste un guerriero così e così ”. Il problema per Vignolo però è che senza una pregiudiziale (ma Vignolo direbbe preteorica) definizione di esistenza come si distinguerebbero i fatti della storia da quelli della finzione letteraria, quando entrambi sono attinti dalla lettura di libri ? Quello che voglio dire è che qualsiasi criterio "scientifico" per la cosiddetta verifica di certi enunciati presuppone sempre una definizione pregiudiziale di esistenza che compromette la neutralità dell'analisi filosofica che da questi esempi vuole prendere spunto. La letteratura viene chiamata finzione solo perché si presuppone (pregiudizialmente)una certa definizione di esistenza. Nei romanzi ci sono descrizioni di paesaggi a volte corrispondenti con paesaggi sensorialmente accessibili, a volte con paesaggi accessibili solo con l'immaginazione. Per cui dire che la finzione letteraria non descriva nulla mi sembra quanto meno strano. Un anti-russelliano potrebbe dire che simmetricamente "Marco Aurelio sia esistito" si può dire nel senso che nella finzione letteraria della storia di Dione Cassio si narra che sia esistito un imperatore così e così. Preciso ancora : se parliamo di filosofia della storia, possiamo presupporre una definizione di esistenza e basarci sui metodi di verifica delle discipline storiografiche. Se parliamo di filosofia della scienza, possiamo considerare i metodi scientifici di verificazione come dei punti di riferimento. Ma se come Russell vuol fare parliamo dell'esistenza, degli oggetti e dei predicati, delle condizioni di verità, non possiamo presupporre allegramente che la storia parla di fatti e la letteratura di finzioni, ma penso che dobbiamo descrivere fenomenologicamente gli oggetti come si danno (nella percezione sensoriale, nell'immaginazione, nel pensiero etc etc). E avere una concezione più estesa dell'esistenza. Vignolo a questo punto osserva che si puo parlare benissimo di ciò che accade entro una finzione  letteraria. Si può dire: "entro la finzione letteraria, cinematografica,  mitologica ecc. si  narra che una certa persona che si chiama X si ammala ecc."  Inoltre per Vignolo lo storico non scrive finzioni, tanto è vero che non è libero di scrivere  qualsiasi cosa gli passi per la testa, mentre un romanziere è libero di inventare tutto ciò che vuole. A tali osservazioni si risponde che quando noi ci emozioniamo alla vista di un film, non pensiamo  proprio a fare questa premessa ma ci facciamo direttamente  coinvolgere nella situazione dell'universo narrativo ivi descritto.  Oltre tutto il termine "finzione" è solo relativo al livello di  esistenza che noi prendiamo come riferimento. "Finzione" non ha un  connotato ontologico, ma solo relazionale come "A destra di..."  Il principio di realtà non ha una rilevanza ontologica, ma  unicamente etica. Inoltre lo storico deve parlare di questo mondo possibile (il  nostro), mentre uno scrittore può scegliere un mondo possibile a piacere tra i tanti cui ha accesso con l'immaginazione. Vignolo in un ultimo tentativo afferma che: “… non ci emozioniamo perché confondiamo la realta con il film. Nessuno spettatore in sala dirà che ciò che viene proietato è una descrizione vera della realtà (a meno che non si tratti di un documentario) Inoltre gli storici commettono errori ed e' sensato parlare di storici che commettono errori, ma non è sensato parlare di romanzieri che commettono errori ( tranne nel senso banale di un romanzi storico, "storico" appunto, nel quale di dice una falsità storica)” .A questa ultima obiezione si replica che la distinzione tra finzione e realtà si ha proprio solo quando chi parla non è coinvolto ed emozionato. Inoltre la differenza tra storico e romanziere si ha solo perchè uno storico si riferisce ad un mondo possibile a cui abbiamo accesso sensoriale (e dove è dunque lecito parlare di verifica di una proposizione). Questo non succede nel caso del romanziere. Comunque anche in quest'ultimo caso, noi possiamo notare incongruenze nella narrazione e dunque ipotizzare che lo scrittore abbia commesso un errore.

34.  Russell poi incrocia la questione degli oggetti inesistenti con quella della verità dell’implicazione data la falsità della premessa, ma tale collegamento non è ben dimostrato. In realtà se fornendo comunque una denotazione (come fa Meinong) si finisce per incorrere in oggetti contraddittori, parlare di espressioni denotative non denotanti non implica ugualmente una contraddizione ? La forza dell’argomento di Russell contro Meinong sembra legata al fatto che non può esistere tutto ciò che è oggetto di pensiero in quanto esisterebbero oggetti contraddittori o coppie contraddittorie di oggetti. Specularmente però sarebbe sempre possibile per ogni oggetto che ci viene presentato il livello d’esistenza o il mondo possibile ad esso appropriato in modo da evitare che la contraddizione da apparente diventi reale. Inoltre la contraddizione deriva sempre dall’uso improprio di termini come “esistente”, “reale”, “empirico” termini che sono relazionali e che vengono sempre scambiati per attributivi (relazioni e attributi sono comunque predicati). Si potrebbe dire che con la teoria di Meinong così rivisitata si moltiplicherebbero enti e livelli ontologici sine necessitate. Questo però (se sia sine necessitate) va valutato rispetto agli obiettivi che ci si propone : la scienza può avere bisogno di ridurre le entità, ma l’ontologia ?

35.  Ma le denotazioni meramente convenzionali non portano egualmente alle contraddizioni evidenziate in Meinong ? Convenzionali o no, non si tratta sempre di denotazioni ? Inoltre “L’unico figlio del tal dei tali che ha dieci figli” è un oggetto contraddittorio ed in quanto tale è una classe nulla o ha un livello basico (livello zero) di esistenza. Sarebbe la classe dei figli se si dicesse “Il figlio del tal dei tali” giacchè “Il” non vuol dire “L’unico” , ma uno qualsiasi dei figli del tal dei tali che però va ulteriormente determinato (in pratica il figlio del tal dei tali è sempre “il figlio che…” e dunque una variabile che va saturata). Poi, dire che un oggetto contraddittorio esiste ad un livello basico, è meglio che dire che sia la classe nulla, giacchè nella classe nulla si finiscono per annullare le differenze tra i diversi oggetti inesistenti (v. Vignolo), mentre tali differenze rimangono tali nel livello basico di esistenza (l’Essere oppure l’Insieme di tutti gli insiemi)

36.  La domanda è : come fa Russell ad elencare tutti gli individui che sono calvi e tutti gli individui che non lo sono? Perché Russell è convinto di non trovare l’attuale re di Francia in nessuna delle due liste ?In realtà entrambe le proposizioni sono vere in due diversi mondi possibili, nessuno dei quali è identico al nostro.Infine questo è un caso in cui il principio del terzo escluso non è valido.

37.  “Io penso dunque sono” è più evidente di “io sono il soggetto di una proposizione, dunque sono”, non per quel che riguarda la sussistenza di un oggetto, ma per quanto riguarda la sua esistenza fenomenologica, in quanto ad ogni negazione dell’io corrisponderebbe un pensiero che diventa una manifestazione dell’io. Ammettere comunque sempre l’essere di un soggetto grammaticale può portare a volte a contraddizioni. Negare l’essere di un soggetto grammaticale porta sempre a contraddizioni.

38.   Dunque la differenza tra sinn e denotatum equivale (come già detto) alla differenza tra diversi livelli di linguaggio (oggetto e metalinguaggio). Ma Russell da un lato sembra ridurre la distinzione tra sinn e denotatum a quella tra segno e significato. La questione è però più complessa. D’altro canto che il denotatum  sia senza virgolette non implica che tale denotatum esista nel senso ristretto di “essere nello spazio e nel tempo”.

39.  Non sarebbe meglio dire “l’espressione denotativa C” ? Questo evidenzia un problema: dato che C ad una riflessione si rivela sempre come “C”, è possibile differenziare C da “C” ? E se tale differenziazione è possibile, come è possibile articolarne la relazione ? Come è possibile metterli in relazione ? Da qui tutte le opzioni epistemiche di modernità e postmodernità ?

40.  Perché Russell considera C la denotazione e non il denotatum ? La denotazione e cioè il complesso denotante non è “C” e cioè il sinn ? O quantomeno il tendere del sinn al denotatum ? Perché nel lessico tendono a confondersi complesso denotante, processo denotativo e oggetto della denotazione ?

41.  Osservazioni sull’ “Elegy di Gray”

·        Il sinn denota il denotatum e la relazione è di denotazione (denoting o referring). Ma nel metalinguaggio il sinn è denotatum

·        Se “C” è un’espressione denotante “C” è il sinn di C, ma il sinn di C non è il sinn  della denotazione, ma il sinn del denotatum C.

·        Russell dice che il significato, il sinn del primo verso dell’Elegy di Gray è il sinn di “Batte la squilla il dì che si fa scuro”. A mio parere non dovrebbe essere così, ma potrebbe invece essere così : ci sono due relazioni, quella tra sinn e denotatum e quella tra segno, significato e stato di cose. Quella tra sinn e denotatum è quella tra ‘L’autore di Waverley’ e ‘Scott’. Quella tra segno, significato e stato di cose è quella tra “Scott”, ‘Scott’ e Scott, cioè tra il nome Scott, il significato, il noema Scott e l’evento (l’individuo Scott).

·        Perciò ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’ è il sinn del denotatum “Batte la squilla il dì che si fa scuro”, ma il significato de “Il primo verso dell’Elegy di Gray” è ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’. Lo stato di cose cui si riferisce “Il primo verso dell’Elegy di Gray” è sempre “Batte la squilla il dì che si fa scuro”.

·        Esiste il significato di una proposizione o di una locuzione, ma non v’è il sinn di una proposizione. Il sinn è sempre sinn di un denotatum e spesso il sinn è una locuzione proposizionale (es. “colui che ha scritto ‘Waverley’ ”). Tutti gli enunciato hanno un significato distinto ma possono avere uno stato di cose comune a cui fanno riferimento. Alcuni significati fanno da sinn ad altri significati che sono i loro denotatum.

·        Dunque esiste il significato di “Il primo verso dell’Elegy di Gray” che è ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’, il quale a sua volta è il sinn di “Batte la squilla il dì che si fa scuro’ che è a sua volta l’evento cui si riferisce “Il primo verso dell’Elegy di Gray” e “La frase “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ”.

·        Altro è il sinn di  un denotatum, altro è il significato di un enunciato : “Batte la squilla il dì che si fa scuro” in quanto enunciato ha il significato ‘Batte la squilla il dì che si fa scuro’, mentre come denotatum ha il sinn ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’.

·        Invece “Il primo verso dell’Elegy di Gray” in quanto locuzione ha come significato ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’, ed è denotatum del  sinn ‘la frase scritta a pagina x del libro di Russell’. Sia “Batte la squilla il dì che si fa scuro” sia “il primo verso dell’Elegy di Gray” sono poi stati di cose a cui fanno riferimento le locuzioni “La frase “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ” e “La locuzione “Il primo verso dell’Elegy di Gray” ”

·        Il significato di “Il primo verso dell’Elegy di Gray” non è il significato di “Batte la squilla il dì che si fa scuro”. “Batte la squilla il dì che si fa scuro” è lo stato di cose cui si riferisce “Il primo verso dell’Elegy di Gray” e “Il verso “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ”, mentre ‘Il verso “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ’ è il denotatum de ‘Il primo verso dell’elegia di Gray’

·         Il significato del primo verso dell’Elegy di Gray non è il significato de “Il primo verso dell’Elegy di Gray”, ma è il significato di “Batte la squilla il dì che si fa scuro”. Tuttavia ‘ La proposizione “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ’ è il denotatum de ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’.

·        Russell dice che bisogna distinguere tra il significato di C e il significato di “C”. Ciò vale però solo se C è un enunciato e “C” è l’enunciato il cui significato diverso da quello di C è il sinn del significato della proposizione metalinguistica che si riferisce a C.  E comunque quando si parla di un enunciato è sempre meglio parlare di “C” p se lo considera come oggetto di (“C”).

·        Russell poi sbaglia a dire che il significato di “C” è lo stesso di “C” da solo, in quanto “C” è un enunciato, mentre ‘C’ è un significato. Russell sbaglia anche a dire “La denotazione di C”, giacchè se C è “C” non c’è una denotazione di “C”, ma c’è una denotazione di ‘C’, se ‘C’ è il significato di una locuzione che indichi un concetto (se dunque ‘C’ è un concetto che si riferisce ad un denotatum , un sinn di un denotatum). Ma non c’è denotazione di un enunciato, ma solo denotazione da parte di un sinn o riferimento da parte di un enunciato.

·        “Il primo verso dell’Elegy di Gray” non ha denotazione, ma ha significato ( ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’) e riferimento (“Batte la squilla il dì che si fa scuro”), mentre ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’ è il sinn de ‘La proposizione “Batte la squilla il dì che si fa scuro” ’ ed è il significato di “Il primo verso dell’Elegy di Gray”, riferimento di “Il significato di “Il primo verso dell’Elegy di Gray” ” e denotatum di ‘significato di “Il primo verso dell’Elegy di Gray” ’

·        Il rapporto sinn-denotatum è tutto interno alla dimensione semantica e non ha a che vedere né con gli enunciati né con gli stati di cose.

·         Russell nota come a livello metalinguistica si confonda la relazione tra sinn e denotatum : ci sono due possibili risposte a questo dilemma : la prima è quella elaborata nelle osservazioni precedenti che distingue tra il significato di un nome o di un enunciato e il sinn di un denotatum. L’altra è quella di analizzare quello che succede a livello metalinguistico dove se il sinn = significato, comunque il sinn è il denotatum della proposizione metalinguistica che ha a sua volta un altro sinn. Es. ‘Lo zio di Carlo’ ha come denotatum Giovanni (in realtà ‘Giovanni’, ma ciò metterebbe in mora la tesi che sto sostenendo). Esso è un concetto, ed a sua volta il denotatum di ‘il noema di “Lo zio di Carlo” ’.

·         Mentre un oggetto (o un argomento)  può essere denotatum di un concetto (il sinn), quest’ultimo può essere denotatum solo di se stesso per cui ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’ denota ad un tempo se stesso e (“Batte la squilla il dì che si fa scuro”), e ciò in quanto ‘Il concetto ‘Primo verso dell’Elegy di Gray’ ’ è lo stesso che ‘il primo verso dell’Elegy di Gray’

·         E questa è un’altra versione (predicativa) del paradosso del rinvio ad infinitum delle relazioni, versione che ripresenta il paradosso, ma cerca anche di risolverlo hegelianamente.

·         Si può dire anche che ‘La stella della sera’ è sinn che denota Espero (o ‘Espero’), ma ‘Il predicato di Espero’ è il sinn il cui denotatum è ‘La stella della sera’. Per cui il sinn del sinn è la relazione tra il sinn e il denotatum : il predicato del predicato è la relazione tra predicato e oggetto.

·         Il paradosso che evidenzia Russell è causato anche dal fatto che egli non distingue tra enunciato e proposizione, tra segno e significato. L’enunciato che ha il sinn ‘x’ come denotatum non ha come sinn il sinn ‘x’. O no? “ “ x” ” si differenzia da “x” ?

·        Mentre  un enunciato su un oggetto è diverso da quell’oggetto, il sinn di quell’oggetto si differenzia da esso ? Questo si può mettere in collegamento con la teoria dei livelli di esistenza : quello che noi chiamiamo denotatum è solo il sinn a cui noi colleghiamo un’esperienza empirica e perciò sembra distinguersi da tutti gli altri sinn. Appena però cerchiamo di prendere come denotatum quello che noi consideravamo sinn, la differenza comincia a non avvertirsi più : l’oggetto viene hegelianamente riassorbito nel concetto. Una volta messe le virgolette, ne puoi mettere infinite, il risultato è lo stesso.

·         Si può anche dire che il denotatum è l’oggetto che ha un livello d’esistenza simile a quello dell’enunciazione, mentre il sinn è l’oggetto che ha un livello d’esistenza diverso da quello dell’enunciazione ed in quanto tali i sinn sono indistinguibili tra loro (anche se i loro livelli di esistenza possono essere reciprocamente differenti : quelli che io considero livelli diversi di esistenza ad es. per Meinong fanno tutti parte dell’insieme degli oggetti sussistenti)

·         Si può dire che la distinzione tra sinn e denotatum è la distinzione tra due livelli di esistenza di cui uno è legato a ciò che si considera effettivamente reale e l’altro a ciò che concerne il livello noematico. Si tratta di una differenza più fenomenologia che ontologica.

·        Russell rende pure più confuse le cose, designando delle proposizioni come C e dunque non facendo capire se si tratta dell’enunciato, del significato o del denotatum, per cui C è “Batte la squilla il dì che si fa scuro”, mentre “C” è “Il primo verso dell’Elegia di Gray”. In realtà qui Russell fa una confusione tra livelli diversi e cioè l’enunciato “Batte la squilla il dì che si fa scuro”, il noema ‘Batte la squilla il dì che si fa scuro’ , l’evento particolare per cui in un dato momento  suonano le campane al momento del tramonto, l’enunciato “Il primo verso dell’Elegy di Gray” e il noema ‘Il primo verso dell’Elegy di Gray’ che è a sua volta il sinn il cui denotatum è l’enunciato suddetto “Batte la squilla il dì che si fa scuro”..

·        Dunque i significati senza riferimento diretto ad oggetti si riferiscono indirettamente ad essi come sinn (concetti) a denotatum. Il livello semantico è quello più propriamente ontologico. Il livello del riferimento è quello dell’esistenza spazio-temporale. Il livello del denotatum è quello dell’oggettualità

·        Che il sinn possa costituire un termine di riferimento o un denotatum presupporrebbe un altro significato di un altro sinn che medi tra sé e l’enunciato. Come si fa ? E’ questa la difficoltà rilevata da Russell in tanta confusione. C’’è da dire che ad un enunciato non corrisponde direttamente né un riferimento né un denotatum. Il riferimento è proprio del significato, mentre il denotatum è proprio del sinn. Il denotatum è l’oggetto, la sostanza aristotelica a cui tutte le altre categorie (i sinn) fanno riferimento. Il sinn è il concetto (funzione) di Frege che si può collegare a diversi denotatum così come un denotatum raccoglie diversi sinn. Il sinn è insaturo rispetto al livello dell’esistenza spazio-temporale, ma completo rispetto al suo livello di esistenza.

·        “Scott era l’autore di Waverley” equivale a “L’autore di Waverley denota Scott”. Se essa è vera “L’autore di Waverley” si riferisce a Scott. Ed ha senso dire “Scott era Scott”

·         Se “denotazione” sta per esistenza o riconoscimento d’esistenza, ogni sinn è denotatum da un segno per conto proprio e la denotazione è funzione del segno e non del sinn. Al massimo si può dire che incidentalmente ogni sinn può avere correlato un’entità spazio-temporalmente esistente

·        Se invece per “denotazione” si intende una descrizione sostantivata, queste sono solo un sotto-insieme degli oggetti sussistenti, cioè quel sottoinsieme di funzioni che ingrediscono con i nomi propri a formare proposizioni predicative o che da sole formano funzioni preposizionali. Ma la questione della denotazione in tal caso non ha niente a che vedere con l’esistenza, la sussistenza e l’extra-essere di Meinong.

42.  Altro è dire che la denotazione dell’”autore di Waverley” sia Scott, altro è dire che “L’autore di Waverley” non possa essere soggetto di una proposizione e non sia un’entità con un suo livello di esistenza. Che sia così è dato dal fatto che, in situazioni epistemicamente indefinite (quando non sappiamo ad es. che l’autore di Waverley sia Scott) noi usiamo proposizioni come“L’autore di Waverley era un uomo” e non lo potremmo fare se “L’autore di Waverley” non fosse un’entità autonoma ad un certo livello di esistenza ed invece un complesso insaturo solo ad un altro livello di esistenza. Il processo (ed il progresso) conoscitivo sarebbe impossibile se non ci fossero altri livelli ontologici a cui far riferimento per approssimarsi al livello ontologico conoscitivamente intenzionato.

43.  In realtà per quanto (B)  implichi (A), (B) non ha lo stesso significato di (A). “L’autore di Waverley era un uomo” implica “Una e una sola entità ha scritto Waverley”, ma non dice esplicitamente questo.

44.  “Scott è identico ad x” è improprio giacchè almeno in italiano “identico” spesso non è “lo stesso”, ma equivale solo a “indiscernibile da..”Inoltre “Scott” è solo un nome proprio o indica un individuo ? E cos’è un individuo ?Inoltre “Scott è l’autore di Waverley” e “Scott è quell’ x che ha scritto Waverley o quell’unica entità che ha scritto Waverley” non sono la stessa cosa ?“Quell’entità che…” non è un’altra espressione incompleta ? Cos’ha di meglio “Quell’entità che…” rispetto all’autore di Waverley  ?Infine nell’esempio sopraccitato (F) no è pleonastica rispetto ad (E) ?

45.  Russell fa di “L’autore di Waverley” un predicato, ma così impedisce o priva di senso enunciati come “L’autore di Waverley era un uomo”. Inoltre rende più complicata la proposizione “Scott era l’autore di Waverley”, trasformandolo in un’identità tra due soggetti, uno dei quali ha comunque un rapporto predicativo con “L’autore di Waverley”.  Cioè se Scott non è direttamente l’autore di Waverley, lo è quell’ “x”  identico a Scott ? Perché a questo punto non proporre invece di “Scott è l’autore di Waverley” il bando di espressioni come “L’autore di Waverley” e proporre di sostituirle con espressioni del tipo “Scott e solo Scott ha scritto Waverley” ?

46.  Qui Russell si ricorda che “C” è un enunciato e non una proposizione (sinn) e ci presenta questa come una soluzione del problema, senza invece pensare che togliere sinn all’espressione “C”, significa confondere di nuovo senso e denotatum, giacchè un’espressione che non ha denotatum finisce per non avere nemmeno sinn, oppure un sinn senza denotatum finisce esso stesso per svanire. Tale confusione ha finito per favorire l’estremismo neopositivista che alle proposizioni senza riferimento empirico finivano per togliere anche il significato (senso).Inoltre in che senso “L’autore di Waverley” è stato scomposto o disciolto ?“Esiste una ed una sola entità che ha scritto Waverley” è solo l’espressione esplicita di “L’autore di Waverley”, ma non risulta esserne una scomposizione né tanto meno una dissoluzione,“L’autore di Waverley è Scott” diventa “ ( un x che ha scritto Waverley) esiste ed è Scott” e cioè “L’autore di Waverley esiste ed è Scott”. Tale traduzione ha senso se vogliamo sapere se “L’autore di Waverley è Scott” sia una proposizione correlabile ad altre vere nel nostro mondo possibile e/o al livello di esistenza dell’enunciato proferito. Oppure essa ha senso nell’evidenziare che per ogni espressione denotativa oppure ad ogni nome corrisponde un x esistente almeno ad un livello minimo di esistenza.

47.  La “semplice” soluzione di Russell si rivela un paradosso ulteriore, dove un enunciato viene assolutamente privato del suo senso apparente e dove non c’è più corrispondenza tra struttura logica e struttura grammaticale. In realtà Russell evidenzia la possibilità di tradurre un enunciato in altri enunciati e, grazie a questa traduzione, evidenzia le proprietà degli oggetti occorrenti in tali enunciati. Questo è l’unico uso corretto delle parafrasi russelliane.

48.  Russell incoerentemente da un lato nega significato alla locuzione “L’autore di Waverley”, ma dall’altro lato ammette la verità di inferenze dalla sostituzione dell’ “autore di Waverley” con “Scott”, premunendosi col dire che tale sostituzione è un’apparenza verbale. Ma in entrambi i casi la sua posizione è aporetica : o la sostituzione è effettiva è non si vede come un termine significativo (un nome proprio) possa sostituire una locuzione senza significato autonomo, oppure la sostituzione è fittizia ed allora non si vede come, da una proposizione, con all’interno una locuzione senza autonomo significato possono essere elaborate inferenze vere. O almeno va spiegato come ad un sintagma grammaticale di una proposzione comunemente giudicata significativa non corrisponda alcunché sul piano logico.Inoltre “Giorgio IV desiderava sapere se Scott era l’autore di Waverley” non può assolutamente voler dire “Giorgio IV desiderava sapere se uno e soltanto un uomo aveva scritto Waverley e se Scott era quell’uomo”Infine c’è da chiedersi perché nel linguaggio formale le ambiguità del linguaggio comune sembrano sparire.

49.  Osservazioni su “Il re di Francia è calvo” :

·        Se la proprietà F appartiene a più termini, allora “C ha la proprietà f” non è falsa, come non è falsa “Il cane è un animale” oppure “Il cane ha un olfatto migliore di quello dell’uomo”

·        “E’ falso che ci sia un individuo il quale è ora re di Francia ed è calvo” non esclude “C’è un individuo il quale è ora re di Francia e non è calvo”, in quanto si esclude solo che ci sia un individuo che sia al contempo l’attuale re di Francia e non sia calvo

·        Quello di Russell è uno stratagemma sofistico che si basa già su di una definizione riduttiva di esistenza : la tesi di Meinong è proprio quella che sebbene ad un soggetto si possa negare l’esistenza, non si possa però negare la sussistenza: come pure la tesi di Frege è che un’espressione denotativa ha sempre e comunque senso e perciò la negazione di esistenza non è a tal proposito decisiva.

·        E’ facile sfuggire alla legge del terzo escluso trasformando una proposizione del tipo “A è B” e “A non è B” in proposizioni del tipo “x è A e B” e “x non è A e B”, giacchè mentre “x è A e B” è una singola proposizione, “x non è A e B” nasconde in sé tre proposizioni. Ma questa è una soluzione o è un sofisma ? In realtà “A è B” presuppone che “ ci sia un x che sia A”. Ed allora la soluzione è trovare l’universo di discorso (es. un romanzo) dove tale proposizione abbia un senso (nell’accezione di “avere un contesto che si armonizzi logicamente con essa”). La soluzione del rompicapo da parte di Russell è rifiutare l’universo di discorso nel quale l’alternativa acquista senso. Questo però vuol dire violare il principio del terzo escluso, senza fare drammi.

·        Dire che ci sia una differenza fondamentale tra “C’è un individuo che è ora re di Francia e non è calvo” e “E’ falso che ci sia un individuo il quale è ora re di Francia ed è calvo” e ciò a causa della differenza tra occorrenza primaria e secondaria, è un sofisma (la differenza reale è spiegata nel punto IV ). In realtà non c’è differenza sostanziale tra “Giovanni è arrivato” ed “E’ vero che Giovanni è arrivato” anche se nel primo caso l’occorrenza di “Giovanni” è primaria, mentre nel secondo caso è secondaria.

 

 

50.  Osservazioni su “La differenza tra A e B”:

·        Russell conviene col fatto che ogni proposizione presuppone una dichiarazione di esistenza, ma inferisce erroneamente che una proposizione, che pare avere senso, non ne ha se non esiste il soggetto della proposizione stessa. Invece la tesi dei differenti livelli di esistenza permette di evitare l’aporia di proposizioni che in linguaggio naturale sembrano avere senso ed in linguaggio formale no. Ciò in quanto ogni proposizione presuppone una dichiarazione di esistenza nel senso che ogni soggetto grammaticale di qualsivoglia proposizione si riferisce ad un’entità che ha almeno un grado minimo di esistenza. Ad es. “La differenza tra A e B” ha una denotazione (nel senso russelliano) se c’è una differenza tra A e B al livello d’esistenza dell’enunciato proferito. Invece “La differenza tra A e B” non ha denotazione se la differenza tra A e B esiste ad un livello inferiore di quello dell’enunciato proferito.

·        Russell ha ragione nel dire che anche un’azione (“La terra gira intorno al sole”) ha un correlato ontologico (“La rivoluzione della terra intorno al sole”)

·        Riflettendo sul paradosso del Sinn evidenziato da Russell parlando di C e “C” vale la pena distinguere tra la locuzione enunciativa  “L’attuale re di Francia”, il sinn ‘L’attuale re di Francia’ e il denotatum e cioè l’attuale re di Francia. Si potrebbe dire a tal proposito che “L’attuale re di Francia” denoterebbe l’attuale re di Francia. Il problema è che l’attuale re di Francia (il denotatum) essendo comunque una frase scritta (anche senza virgolette) è in realtà “L’attuale re di Francia”. Ed è per questo che, se vogliamo denotare il sinn, non troviamo l’enunciato adatto o dobbiamo usare strumenti macchinosi come “L’attuale re di Francia” o [il sinn de”L’attuale re di Francia”] oppure ancora, come diceva Platone “L’Idea di…”. Per cui “L’attuale re di Francia” a livello semantico (o intralinguistico) denota l’attuale re di Francia, ma  a livello semiotico denota se stessa e cioè la locuzione enunciativa “l’attuale re di Francia”, mentre l’attuale re di Francia intralinguisticamente è denotato dall’”attuale re di Francia” o dall’ ‘attuale re di Francia’, mentre a livello semiotico  è denotato dall’attuale re di Francia (senza virgolette), che a sua volta non denota niente di intralinguistico, altrimenti finirebbe per denotare non l’attuale re di Francia, ma un altro enunciato. Ma tutto ciò non accadrebbe anche se volessimo denotare non il sinn, ma l’enunciato giacchè se l’enunciato “L’attuale re di Francia” denota l’attuale re di Francia, da cosa potrebbe essere denotato “l’attuale re di Francia” ? Per cui da un lato sarebbe meglio distinguere in questo modo : a) (“L’attuale re di Francia”) denota “L’attuale re di Francia” ; b) (‘L’attuale re di Francia’) denota ‘L’attuale re di Francia’ ; c) (l’attuale re di Francia) denota l’attuale re di Francia. Ma in tal caso “L’attuale re di Francia” non sarebbe “(l’attuale re di Francia)” ? Magari si potrebbe dire che “L’attuale re di Francia” sta per l’enunciato in quanto denotato mentre (L’attuale re di Francia) sta per l’enunciato in quanto denotante, E magari si può dire che non può essere un senso (sinn) a denotare qualcosa, ma è sempre un’enunciato a denotare e dunque è un enunciato apposito a denotare il sinn (‘L’attuale re di Francia’)

·        “L’attuale re di Francia non è calvo” implica “L’attuale re di Francia ha in capelli” ? “Un tavolo non è calvo” implica “Un tavolo ha i capelli” ? In realtà il rompicapo può essere riprodotto anche con soggetti grammaticali corrispondenti ad oggetti esistenti, ma per i quali l’alternativa esce fuori dalle acquisizioni del senso comune. Dunque non c’è bisogno della tesi di Russell per risolvere il rompicapo stesso. Cioè non c’è bisogno di ipotizzare inesistente un soggetto grammaticale per sfuggire a certi dilemmi che sembrano violare il principio del terzo escluso.

 

51.  Osservazioni sulla prova ontologica :

·        In che senso un’espressione è denotativa se non denota niente ? Sembra denotare ? E che significa “sembra” in tale contesto ? Vorrebbe denotare ? E cosa significa “vorrebbe” in tale ambito ? Si vorrebbe con essa denotare ? Ma uno scrittore non vuole attribuire esistenza ai suoi personaggi, ma l’esistenza è implicita nell’uso di espressioni denotative (che dunque “denotano” sempre…), alle quali non bisogna operare una verifica se denotano effettivamente, ma solo una verifica per individuare il livello di esistenza a cui si riferisce un’espressione. La denotazione è implicita già nell’enunciazione, mentre la denotazione cui si riferisce Russell, è solo un tipo particolare di denotazione dove il livello di esistenza del denotatum è lo stesso dell’enunciato.

·        Russell poi rovescia in maniera sofistica la situazione : egli dice che “Il quadrato rotondo è rotondo” significa “C’è una ed una solo entità x che etc.” e in questo casi questa è una proposizione congiunta falsa (dal momento che è falsa una di esse). Il problema è che Russell presupponendo che è falsa “C’è un x che è rotondo e quadrato”, presuppone quel che vuole dimostrare e cioè che non ci sia un livello qualsiasi di esistenza di un’entità x che sia rotonda e quadrata, mentre le tesi di Meinong e Mc Coll aprono (pur senza dichiararlo esplicitamente) verso questa possibilità.

·        In realtà un meinongiano traduce anch’egli “Il quadrato rotondo è rotondo” così come fa Russell, ma presupponendo che la proposizione sia vera, conclude che in un certo senso anche “Esiste una ed una sola entità x che sia rotonda e quadrata” possa essere vera.

·        Cosa intende poi Russell per “C’è una ed una sola entità x che è rotonda e quadrata” ? Se c’è vuol dire “esiste”, “Il quadrato rotondo è rotondo” non presuppone tale proposizione. Se invece vuol dire “sussiste”, allora per Meinong “Sussiste un oggetto x che è rotondo e quadrato” è una proposizione tranquillamente vera.

·        Perché per Russell “esiste una …ED UNA SOLA…entità..” ? Tale esclusività non sta da nessuna parte…E se si dicesse “I quadrati rotondi sono rotondi” ?

·        A proposito della prova ontologica Russell dice che manca la prova della premessa “C’è una ed una sola entità x che ha tutte le perfezioni”. Ma questa non è la conclusione della prova ? Inoltre questa proposizione iniziale non è anch’essa molecolare ? E cioè scomponibile in “Esiste almeno un’entità”, “Una delle entità esistenti ha tutte le perfezioni” e “Nessun’altra entità ce le ha”. Quale parte di questa premessa molecolare va dimostrata ? Quella dell’esistenza ? Quella dell’avere certi predicati ? Quella sull’unicità ? Russell questo non lo precisa.

·        In realtà la prova ontologica vuole dire che almeno il livello di esistenza naturalistico e storico (il Reale hegeliano) è equipotente con il livello base di esistenza (l’Essere) e cioè che il livello di esistenza base esiste a sua volta a livello dell’enunciato (o meglio che tutto ciò che esiste a livello base esiste anche a livello dell’enunciato proferito). La tesi di Meinong dice invece che qualsiasi proposizione dichiarativa presuppone la presenza dell’oggetto cui ci si riferisce almeno a livello minimo di esistenza. Russell confonde il “c’è” in “C’è uno ed un solo x…” con il livello di esistenza che lui ritiene rilevante (es. quello empirico e naturalistico), mentre in questo caso il “c’è” si riferisce al livello minimo di esistenza.

·        L'argomento dice Russell può essere addotto per dimostrare validamente che tutti i mèmbri della classe degli Esseri perfettissimi esistono; si può anche dimostrare formalmente che questa classe non può avere più di un membro; ma, assumendo la definizione della perfezione quale possesso di tutti i pre­dicati positivi, si può dimostrare quasi altrettanto formalmente che la classe non ha neanche un membro. Il numero degli elementi di qualsiasi classe è infinito. Diventa finito se al tempo stesso è presente in un livello di esistenza che non sia quello base. Cioè è finito o nullo il numero degli elementi di una qualsiasi classe che si trovano in un livello di esistenza N(base) + M(diverso da zero). La prova ontologica dice invece che un ente che ha tutte le perfezioni se esiste almeno a livello minimo, allora è presente anche in tutti gli altri livelli di esistenza (“Il Tutto in Tutto” del “Parmenide” di Platone)

52.  La teoria di Meinong non è una teoria contraddittoria, ma una teoria coerente che parla anche di oggetti contraddittori e ne teorizza in pratica la loro presenza ad un livello minimo di esistenza. Inoltre si potrebbe dire che “L’attuale re di Francia” non è un oggetto contraddittorio e la tesi di Meinong fin quando non include oggetti contraddittori non rischia di cadere in contraddizione. In terzo luogo com’è pensabile una classe che non contiene elementi ? Di cosa essa è classe ? E se non ci sono individui irreali cos’è “L’attuale re di Francia” ?E se è un’espressione denotativa che non ha significato autonomo come possiamo dire che “L’attuale re di Francia non esiste” ? In realtà la soluzione di Russell opera una limitazione troppo forte ed arbitraria per il linguaggio naturale e nega significato ad espressioni del linguaggio naturale che hanno invece un significato condiviso se non da tutti, almeno da alcuni membri delle comunità umane.

53.  Nel rielaborare le definizioni matematiche alla luce della sua teoria si vede tutta la sofisticheria di Russell: sarebbe come dire che non è vero che 4 = 6-2, ma che tuttavia 5x4 = 5 x (6-2). Ma se sostituendo (m-n) con un’altra stringa di simboli io ottengo due proposizioni di cui la prima significa l’altra, perché mai quella stringa di simboli che abbiamo immesso non dovrebbe essere il significato di (m-n) ? C’è da dire poi che la definizione di (m-n) non può sostituirla in tutte le occasioni (non ad es. nel mezzo di un’operazione). Perciò è meglio dire che il significato di (m-n) è la sua versione metalinguistica (o meglio la sua versione in linguaggio naturale). Inoltre quella descritta da Russell non è un’implicazione, ma un’equivalenza (se e solo se c’è un numero x…allora c’è un numero x…), ma allora perché non ammettere che (m-n) ha un significato autonomo e questo significato è “Il numero che aggiunto ad m dà n” ?

54.  Non si capisce qual è la relazione tra l’utilità della relazione di identità e la teoria della denotazione di Russell. In secondo luogo l’uso di a = a in logica è allora un vezzo, uno sfizio aristocratico ? Russell rivendica da un lato il fatto che in “Scott è l’autore di Waverley” non si tratta di semplice identità tra due termini, ma d’altro lato traduce subito tale enunciato nella congiunzione tra un evento ed una semplice identità tra due individui Il tutto senza contare il fatto che

I)                   l’identità tra individui non è meno problematica di quella tra un nome ed una descrizione

II)                l’identità tra questi due individui si verifica attraverso altri tipi di inerenza 

 

55.  Osservazioni su teoria della denotazione e conoscenza diretta e indiretta :

  • Come è che l’espressione denotativa è inserita in una proposizione che non la contiene come costituente ? Cosa vuol dire “essere inserita” ? Cosa vuol dire “essere costituente” ? In che forma i costituenti dell’espressione denotativa sono contenuti nella proposizione senza però costituire l’espressione denotativa ? Russell su tale questione mi sembra vago.
  • Come abbiano cognizione diretta dei costituenti di un’espressione denotativa ? Essi allora non corrispondono ai sintagmi grammaticali a cui invece dovrebbero corrispondere ? E se questa corrispondenza invece c’è, a quale cognizione diretta corrispondono i sintagmi sincategorematici di un’espressione denotativa ?
  • Che significa avere cognizione diretta di una proposizione ? Sapere forse per cognizione diretta se essa sia vera o falsa ? E tale mancanza di cognizione diretta presuppone la non-esistenza degli oggetti noti per descrizione ? O cosa ?
  • Ma allora “Tizio ha una mente che ha queste proprietà” non equivale a “La mente di Tizio ha queste proprietà” ? Oppure “la mente di Tizio ha queste proprietà” non equivale a “La mente in questione (A) ha queste proprietà” ? Qui la tesi di Russell solleva più problemi di quanti non ne risolva.
  • Nel caso della mente di Tizio quest’ultima ha un livello di esistenza x  (forse la sussistenza di Meinong o un’esistenza immaginaria) e può avere un livello di esistenza (x + n), corrispondente al livello di esistenza degli oggetti della fisica mentre non ha un livello di esistenza ( x + n + m) corrispondente al livello fenomenico di esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




permalink | inviato da il 9/4/2007 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa

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