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14 maggio 2007

Rimetti a noi i nostri debiti.....

Certo Lamiadestra (un tipo che ti fa sentire da Dio...)
in
questo post, ha fatto salaci osservazioni su un mio riassunto di un articolo di Augusto Graziani e Riccardo Realfonzo, riguardante la una possibile strategia contro il debito pubblico.
L'autore del post dice che:

1) "In un contesto dinamico (e vi sono decina di casi empirici che lo dimostrano) il risanamento dei conti pubblici e le politiche di pareggio di bilancio sono le uniche che garantiscono una solida e durevole crescita economica ai Paesi. Sull’anti-socialità di una politica di rimborso del debito, ci sarebbe da ridere: i debiti vanno pagati, prima o poi. Chi oggi è tassato per ripagare il debito ha beneficiato ieri dei finanziamenti concessi da chi il debito lo ha sottoscritto, consentendo allo stato di spendere soldi che non aveva. Non pagare il debito significa trasferirlo da generazione a generazione: è "giustizia sociale" far pagare ai pronipoti gli sperperi dei bisnonni?"

2) "Conti pubblici in disordine sono una bomba con la miccia pronta ad accendersi al primo riscaldamento dell’aria intorno. Lo squilibrio dei conti con l’estero dipende principalmente dalla concorrenza dei Paesi in via di sviluppo: chiudere il deficit commerciale italiano (e dei tanti Paesi occidentali nelle medesime circostanze) vorrebbe dire frenare bruscamente le economie dei Paesi poveri o quasi-poveri. Il deficit commerciale si ridurrà sensibilmente quando il governo cinese smetterà di tenere la moneta nazionale sottovalutata onde spingere le sue esportazioni: la Cina (che tutto è tranne che una democrazia) sta sfruttando deliberatamente i suoi cittadini, costringendoli a sussidiare i consumi dei cittadini dell’Occidente usando l’arma valutaria"

3) "Non mi pare che la "decrescita" sia l’obiettivo del governo Prodi, lo è piuttosto dell’estrema sinistra della coalizione di governo. Non capisco perchè da un lato predicano una cosa e dall’altra sostengono la necessità del contrario. Incoerenti. Di più, per le ragioni spiegate al punto successivo, meno debito pubblico significa più investimenti privati. Ma se aumentano gli investimenti, aumenta il capitale per addetto, e quindi la produttività. Maggior produttività significa salari più alti. Dunque meno debito pubblico significa, in ultima analisi, maggiori stipendi per i lavoratori"

4) "Come è possibile che usare più risorse per la spesa pubblica anzichè per il rimborso del debito possa spingere gli investimenti privati? Che modello economico hanno in mente? In un banale modello "IS-LM", cavallo di battaglia dell’economia vetero-keynesiana, quindi probabilmente a loro gradito, il debito pubblico spiazza gli investimenti privati: per aumentare questi ultimi, bisogna ridurre il debito dello stato. Il meccanismo è semplice: il rimborso dei titoli pubblici da un lato restituisce risorse agli investitori, che possono reinvestirle sui mercati finanziari; dall’altro riduce l’offerta di titoli e quindi ne aumenta il prezzo. Prezzi dei titoli e tassi di interesse sono correlati negativamente: prezzi più alti implicano tassi più bassi, e quindi maggior incentivo ad investire. Quindi per spingere gli investimenti privati la cosa giusta da fare è ridurre il debito pubblico, non certo aumentarlo"

5) "Lo Stato italiano è tra quelli che maggiormente finanzia le università, eppure (salvo rare eccellenze dovute più all’abilità del singolo che non al funzionamento del sistema) la nostra ricerca fa schifo. Lo Stato italiano è stato per decenni proprietario delle società di telefonia, energia, acqua, petrolchimico, alimentare, banche: nessuna di queste è stata in quel periodo ai vertici internazionali per capacità o sviluppo tecnologico. Per quale motivo riprovarci, quando si è fallito già una volta? Il progresso tecnologico è frutto della capacità del singolo di innovare o migliorare l’esistente, non di piani quinquennali di ricerca predefiniti dallo Stato".

Analizziamo le considerazioni di Lamiadestra punto per punto :


A) Citiamo
Emiliano Brancaccio  : " Dall’analisi comparata emerge che, rispetto alla mera stabilizzazione, l’abbattimento del debito richiederebbe strette di bilancio aggiuntive che vanno da 6 miliardi per il 2007 a 54 miliardi per il 2011. Uno scarto già di per sé ingente, che risulta ancor più cospicuo se alla dubbia previsione del Dpef sul differenziale tra costo del debito e crescita nominale sostituiamo quelle dei principali istituti di ricerca. Ad esempio, adoperando le stime del Fondo monetario internazionale il divario tra le due politiche aumenta a 20 miliardi per il 2007 e ad oltre 70 per il 2011. Una tale differenza scaturisce in buona parte dal fatto che il Dpef si basa su una previsione d’inflazione particolarmente bassa. Il che significa che una modesta inflazione attesa non solo può risultare funzionale ad un forte contenimento della dinamica salariale in sede di contrattazione, ma contribuisce pure ad un parziale nascondimento delle effettive restrizioni di bilancio. Ad ogni modo, un così elevato costo sociale dell’abbattimento del debito viene talvolta giustificato affermando che esso è tipico della sola fase di transizione: l’idea è che, una volta raggiunto il valore obiettivo del debito al 60% del Pil, si potranno finalmente trarre i frutti del cosiddetto “risanamento”. Si trascura però di aggiungere che, dopo tanti sacrifici, alla fine il raccolto potrebbe rivelarsi modestissimo. Infatti, il differenziale tra l’avanzo primario necessario a stabilizzare il debito ai valori correnti e quello che permetterebbe di stabilizzarlo al 60% è inferiore al punto percentuale di Pil. Questo significa che, dopo aver subito per circa un ventennio le enormi strette necessarie ad abbattere il debito, si otterrebbero guadagni annui appena superiori a 10 miliardi. Anche attualizzando queste cifre a tassi generosamente bassi, anche trascurando le pesanti ricadute strutturali che è ragionevole attendersi da una tale estensione temporale delle restrizioni, appare evidente che l’emergere di un vantaggio netto dalla politica di abbattimento si perderebbe in un futuro così remoto da risultare pressoché irrilevante: stando ai calcoli non basterebbero infatti tre quarti di secolo per far sì che la somma delle differenze attualizzate tra gli avanzi primari derivanti dalla stabilizzazione e quelli derivanti dall’abbattimento del debito diventi positiva. Ed è bene specificare che tali conclusioni potranno al limite essere rafforzate ma mai controvertite da eventuali, ulteriori incrementi dei tassi di mercato. Il minore aggravio in termini di avanzo primario derivante dalla stabilizzazione del debito al 60% anziché ai livelli correnti verrebbe infatti ampiamente compensato dai maggiori oneri che ci si dovrebbe accollare durante il percorso di riduzione del debito. Pertanto, se anche la Banca centrale europea decidesse irresponsabilmente di accentuare il già consistente scarto tra interessi e crescita, la politica di abbattimento resterebbe comunque la più costosa, probabilmente ancor più di prima. Ma allora, stando a queste evidenze, perché mai si dovrebbe preferire l’abbattimento alla stabilizzazione del debito pubblico? "

Inoltre il fatto che i debiti vanno pagati non ci dovrebbe esimere dal domandarci chi abbia beneficiato del debito e chi lo debba pagare : non mi pare che i lavoratori abbiano granchè beneficiato del debito, nè quindi mi sembra giusto che debbano essere loro a pagarlo, soprattutto in termini di tagli allo Stato sociale.

B) La correzione dei nostri conti con l'estero non necessariamente comprometterebbe la situazione dei paesi del Terzo Mondo, giacchè si tratterebbe di aumentare le nostre esportazioni di prodotti di più alto livello tecnologico, senza dunque fare concorrenza ai paesi in via di sviluppo e senza toccare eccessivamente la loro bilancia commerciale.

C) Le politiche di bilancio restrittivo più che la decrescita promuoverebbero altre iniquità distributive soprattutto in termini di salario indiretto (Stato sociale) e salario differito (pensioni). 
Quanto all'aut-aut tra investimenti privati e debito pubblico cito
Luigi Cavallari :
" Una “teoria” alternativa a quella ortodossa e in grado di spiegarci quanto è successo nei primi mesi di questo 2006 infatti esiste, ed è quella keynesiana. Essa rifiuta l’opinione dominante secondo cui la spesa pubblica avrebbe sempre un effetto depressivo su quella privata, specie per investimenti, e dunque non potrebbe implicare alcun aumento netto del reddito nazionale, ma soltanto un incremento della sua componente pubblica a scapito di quella privata: al contrario, essa spiega che, se la spesa pubblica è finanziata in deficit, costituisce una spesa “addizionale” e non semplicemente “sostitutiva” di quella privata; e poiché quel che per lo stato è “spesa” per qualcun altro è “reddito”, il deficit spending può favorire la ripresa dell’investimento privato e indurre un aumento del reddito nazionale, quindi del gettito fiscale e, per questa via, il ripianamento del debito contratto in precedenza. Se riesaminiamo i fatti di questi primi sei mesi alla luce dell’impianto teorico keynesiano, le anomalie di cui si diceva all’inizio cessano di essere tali: un aumento della crescita e del gettito fiscale è esattamente quanto ci si deve attendere da un bilancio pubblico in rosso in un contesto di non pieno impiego delle attrezzature produttive (ricordiamo che, negli ultimi dieci anni, il tasso di utilizzo degli impianti è stato pari all’82,3% nell’Unione europea e al 77% in Italia). E poiché la previsione del Dpef di un aumento del 5,8% delle entrate fiscali per l’intero 2006 sarebbe ormai compatibile solo con entrate stagnanti (anzi, in lieve calo) per il resto dell’anno, possiamo attenderci - coerentemente, anche qui, con la teoria keynesiana - che l’indebitamento pubblico di quest’anno sarà minore di quello previsto, forse inferiore perfino all’obiettivo concordato con Bruxelles.
Ma la conferma più rilevante della plausibilità della lettura keynesiana arriva dalla buona performance europea. A trainare la crescita sono infatti la Francia (+3% su base annua) e la Germania (+2,4%), vale a dire i paesi che per primi hanno sfondato la gabbia di Maastricht, attestando il loro rapporto deficit/Pil ben al di là del famigerato 3%. Se poi, nel comunicarci il dettaglio delle componenti del nostro Pil e il loro contributo alla crescita, l’Istat dovesse dirci che anche le nostre esportazioni hanno beneficiato della maggior crescita di Eurolandia, verificheremmo alla lettera un’altra implicazione desumibile dalla teoria keynesiana, e cioè che, essendo l’Unione europea un sistema prevalentemente “chiuso” rispetto al commercio internazionale (basti pensare che, per ciascuno dei suoi tre principali membri, ossia Germania, Francia e Italia, il 70% dell’interscambio complessivo avviene con paesi membri dell’Unione), i principali beneficiari “esterni” di ogni espansione della domanda interna dei singoli membri dell’Unione sono principalmente gli altri membri dell’Unione. Come dire che, presi nell’assieme, i paesi membri dell’Unione guadagnano ciò che spendono".

D) Circa il rapporto tra Stato italiano ed università basterebbe dire che la spesa per la ricerca e lo sviluppo nel nostro paese è l'1,11 % del Pil, mentre la Svezia con la forte progressività delle sue imposte raggiunge il 4,27 %

Insomma la situazione è meno semplice di quanto l'ortodossia economica supponga.
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