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12 agosto 2005

Il futuro delle filosofie

IL FUTURO DELLE FILOSOFIE

 

Crisi della filosofia e pluralità delle filosofie

 La filosofia, in quanto istanza conoscitiva, viene considerata in crisi ormai da qualche secolo (1). Tale crisi è dovuta a due fattori che possiamo considerare concomitanti : il primo è la critica alla metafisica ontologica fatta, con diversi metodi e diversi esiti, in primo luogo da Hume e Kant (2), fino al tentativo, più raffinato e radicale, effettuato nel nostro secolo dal Neopositivismo logico (3). Il secondo fattore è il fatto che la scienza abbia progressivamente  sottratto (almeno in apparenza) alla filosofia tutta una serie di ambiti tematici che le avrebbero consentito di salvarsi dall’attacco portato all’ontologia metafisica (4): si va dal mondo fisico alla vita biologica per finire oggi alla mente ed alla conoscenza stessa(5) ; quest’ultimo ambito sembrava quello residuo e specifico anche agli occhi di molti di quei filosofi che in nome della scienza avevano attaccato l’ontologia metafisica, portando a compimento ultimo quello che si può definire“l’equivoco epistemologico”, e cioè il processo iniziato in maniera sistematica nell’età moderna, grazie al quale si cercava vanamente di ricostituire l’oggetto della conoscenza a partire dagli strumenti della conoscenza stessa, mentre nell’età classica si tendeva a dedurre la conoscenza dall’ontologia (6).

 La filosofia però ha imparato a convivere con questa quasi cronica crisi di legittimazione e ne ha fatto occasione di rilancio , trasformandosi in larga parte in meta-filosofia e cioè in riflessione su se stessa e sul suo principale strumento ed orizzonte di indagine : il linguaggio(7). Da questa prospettiva ad un tempo storica e riflessiva, essa ha riconsiderato la pluralità di sistemi e di visioni-del-mondo che per Kant era stata uno dei principali motivi della sua riflessione critica (8). Tale pluralità non è più motivo di smarrimento, ma occasione di dialogo, di discussione, di arricchimento di tutti gli attori del teatro filosofico. Tutto questo naturalmente, a meno che non ci sia un irrigidimento dogmatico dovuto spesso al fatto che il filosofo tende in quanto tale a difendere un suo ruolo sociale eminente e dunque a parlare ed a predicare da uno scranno accademico, contrapponendosi in un quadro di competizione sociale ad altri pensatori come uno stratega che si prepara alla guerra. Tale impedimento ad un sincero e fecondo confronto è stato immortalato nei suoi esiti spesso ridicoli da Marx in alcune stupende pagine       dell’ “Ideologia tedesca”(9).

La situazione odierna ha diverse premesse  e diversi antecedenti. Dietro l’attuale pluralismo epistemologico e filosofico  si cela nel breve periodo lo stesso hegelismo. Il sistema hegeliano si può infatti ( per la sua circolarità, l’interdipendenza forte tra i suoi momenti e la contraddizione che ne è il motore) rappresentare in una sorta di struttura rizomatica(10). Questo è alla radice delle sue ambiguità, (si pensi ai rapporti problematici tra Idea e Natura, tra Natura e Spirito, tra dialettica ed istanza sistematica, tra metodo e scienza, tra l’immane potenza del negativo e la Totalità conciliata, tra Spirito e Storia, tra Storia ed istanze politico-giuridiche di legittimazione)

ed anche del processo di compimento/dissoluzione(11) che lo ha infine caratterizzato. Ma a dire il vero si potrebbe parlare di una vera e propria “esplosione” del sistema hegeliano, alla maniera di una supernova, che ha proiettato una molteplicità di temi, di momenti, di varianti interne al sistema stesso che da sole hanno poi generato altre prospettive filosofiche indipendenti se non in contrasto con l’hegelismo stesso(12). 

Ma il pluralismo filosofico ha anche radici e ragioni più remote : già la molteplicità delle diverse visioni-del-mondo dei Presocratici (che tanto rendevano perplessi i loro successori in patria ) è un indizio importante. Ma la cosa essenziale a tal proposito è il fatto che, lungi dall’essere miracolo esclusivamente greco, la filosofia si è originata in tre tradizioni tra loro relativamente indipendenti : quella greca, quella indiana e quella cinese.

  In generale il pensiero “occidentale” nelle sue più disparate varianti(13) ha sempre negato le radici anche extraeuropee della filosofia : si è parlato dell’eccessiva commistione tra pensiero orientale e religione, della mancata valorizzazione della razionalità (e della autonomia procedurale del pensiero), dell’assenza di un concetto di realtà esterna al soggetto naturalisticamente intesa, della scarsa valenza intersoggettiva e politica della riflessione e del pensiero. Basta però leggere una qualunque delle storie della filosofia indiana e/o cinese(14) per rendersi conto che le tematiche trattate e le soluzioni proposte rientrano a pieno titolo nella tradizione filosofica (15).

E questo taglia la testa al toro.

 Si può piuttosto tentare di  spiegare perché questa rimozione storica e culturale così diffusa e pervicace : rammentandoci sempre che si va in cerca di un’eredità quando non ci si riesce a guadagnarsi da vivere, in primo luogo va ricordata  l’istanza di legittimazione dell’imperialismo culturale, politico ed economico che le potenze europee e poi il c.d. “mondo occidentale” ha esercitato sui paesi di quello che è stato poi chiamato “Terzo Mondo” ( Hegel è stato uno dei primi campioni di questa tendenza eurocentrica)(16). Conseguentemente a ciò, c’è stata addirittura una rimozione linguistica e culturale tanto che, quando si parla genericamente di “Oriente” si intende comprendere civiltà, culture, storie molto diverse ( come quella egiziana, assiro-babilonese, persiana, indiana, cinese, giapponese, indonesiana, indocinese etc.) in un grande minestrone semantico ( e questo è francamente squallido)(17). Il termine viene in questo modo “usato” (in senso illecito) come cartina di tornasole per la ridefinizione del termine “Filosofia” da parte di un singolo pensatore o di una specifica corrente di pensiero. Così infine esso viene terroristicamente agitato per nobilitare beghe condominiali e censure uterine tra accademici e vari operatori culturali allo stesso modo con cui sotto lo stalinismo si utilizzavano termini come “revisionismo”, “socialfascismo”, “volontarismo” con effetti, ahimè, ben più rilevanti dal punto di vista demografico. La pigrizia mentale ed i pruriti religiosi fanno il resto : si pensi ai manuali di storia della filosofia dove la filosofia indiana e/o cinese non vengono affrontate(18), o se lo sono, vengono trattate in un solo capitolo, magari quello iniziale (19), per cui Chu Hsi, pensatore cinese del XII secolo della nostra era viene prima di Platone o addirittura dei Sumeri e degli Egiziani, e questo alla salute ed alla faccia del senso della storia !

Del resto la tendenza del filosofo a ridefinire ( come abbiamo visto) la Filosofia ad immagine e somiglianza della propria filosofia è forte ed andrebbe sfumata.

 Si parla di filosofia come ragionamento elenctico (20) nel senso che si basa su argomentazioni riflessive che si fondano in ultima istanza sull’elenchos; c’è chi invece parla di razionalità laica in cammino ( ad es. Popper ) : non si nega a tal proposito né la centralità dell’argomentazione apagogica in filosofia o del fascino della ricerca senza fine, ma in questa sede si ritiene che sia più opportuna una definizione a maglie larghe e lasciare alla libertà di pensiero dell’individuo il compito di determinare un percorso che vada bene per se stesso e sia semmai passibile di un confronto con quello degli altri. In tale ottica va segnalato che la filosofia, seppure si strutturi nel corso del suo sviluppo in forme rigorose e con procedure autonome, nasce e continua a nutrirsi in un terreno che si potrebbe definire esistenziale-religioso (21), e cioè nella ricerca di un atteggiamento appropriato nei confronti delle grandi questioni dell’esistenza umana : la bellezza del mondo, lo stupore(22) e la curiosità nei confronti della natura ; il passare del tempo, l’ineluttabilità della morte e del dolore ; il rapporto con gli altri e la forza dei sentimenti etc.

Nella ricerca di questo atteggiamento è importante avere una rappresentazione complessiva che metta insieme ed armonizzi tutte queste istanze(23). La filosofia nasce da questa attività di elaborazione che diverge dalla religione per due fattori essenziali : Le religioni nascono da esperienze, bisogni, narrazioni che sono proprie di una comunità e sfociano in rappresentazioni pubbliche e collettive. In quanto tali esse tendono ad essere soppiantate non tanto dalla filosofia o dalla scienza, quanto dalla politica. La filosofia invece nasce da una riflessione individuale e spesso non ha ( o non pretende di avere) un’ incidenza sociale immediata. Anzi il filosofo tende di preferenza a rifiutare un ruolo sociale ben definito(24) il che lo rende capace di mettere in crisi anche inconsapevolmente l’aspetto socialmente legittimante delle rappresentazioni date della realtà. Inoltre la filosofia nel suo processo di elaborazione segue vie di cui non sempre intuisce o determina gli esiti conclusivi e proprio questo è il momento di maggiore fascino di questa disciplina che vive della tensione, dell’oscillazione tra esigenza religiosa di serenità e di sinecura, lo stimolo della curiosità, dell’avventura nel mare aperto del pensiero e l’esigenza di rigore e di verifica intersoggettiva. Dunque né mera religiosità, né mera ricerca, né mera scienza, ma un’armonia discorde tra queste tre istanze.                    

Anche il problematico presente delle filosofie è gravido di futuro : da un lato si intravedono tentativi di sintesi tra la tradizione analitica e la tradizione ermeneutica (25), dall’altro si cerca di unificare scienze naturali e scienze umane utilizzando nuove categorie ( Piaget, Von Foerster, Prigogine, Thom, Morin)(26) ; vi è infine chi elabora filosoficamente utilizzando in maniera più libera e spregiudicata l’apporto del pensiero orientale(27). La New Age è la versione popolare di quest’ultima opzione.





Filosofia negativa e Filosofia positiva


Oltre queste e magari altre tendenze già in atto, ci sono ulteriori  possibilità di pensiero che vanno indagate. Se ne potrebbero individuare per es. già due tra loro molto diverse ma in un certo senso complementari e che potremmo chiamare rispettivamente Filosofia negativa e Filosofia positiva. Il termine ricorda l’ultimo Schelling e forse non è del tutto un caso. La critica che quest’ultimo faceva al Panlogismo hegeliano da un lato ricorda la querelle che riguarda l’argomentazione apagogica nei suoi molteplici livelli e che dunque rende Schelling ed Hegel come la faccia apparentemente duplice del nastro di Moebius, due gemelli che si oppongono tra di loro ma che sono indissolubilmente legati tanto che varrebbe la pena considerare l’intero Idealismo tedesco ( più che l’hegelismo) un unico percorso filosofico interconnesso ed articolato in diversi momenti. D’altro canto tale critica è la forma generale delle “coupoure” ( rotture epistemologiche) operate poi da Kierkegaard, Schopenhauer e Marx, per cui si può dire che nell’ “esplosione” dell’ hegelismo, Schelling ha svolto la funzione ad un tempo di miccia e di scintilla(28). In questa critica Schelling considerava l’hegelismo una Filosofia Negativa che riguardava cioè il Possibile nella sua astratta purezza, mentre la propria sarebbe stata la Filosofia Positiva che avrebbe tematizzato  l’Esistente nella sua irriducibilità e nella sua primazia. Considerando complementari i due approcci filosofici si può ritenere di poter in un certo senso giocare su entrambi i tavoli, riprendendo la dicotomia armonica tra via ( o teologia) negativa e teologia positiva, oppure tra contemplazione e processione nel Neoplatonismo(29). In questa prospettiva il primo livello è l’ascesa filosofico-metafisica sino alla Contraddizione che è il compimento/dissoluzione di ogni percorso ontologico ; il secondo livello invece è la ricostituzione di un sapere filosofico in quanto prassi all’interno dello spazio ad alta densità di opzioni teoretiche evidenziato dall’emergere della Contraddizione. Ma andiamo per gradi :

La Filosofia Negativa o Ontologia metafisica possiede all’inizio del nuovo millennio uno strumento ormai raffinato dalla Logistica ( Boole, Frege, Russell) dal Neoempirismo ( Wittgenstein, Carnap, Schlick, Neurath) dall’Analisi filosofica ( Strawson, Waismann, Wisdom, Urmson) dalla F. analitica americana ( Quine, Goodman, Putnam, Kripke, Lewis). Dunque essa ha qualche chance in più per aggredire di nuovo i  limiti del linguaggio  ( per dirla alla maniera di Wittgenstein), cercando di farlo in barba ai divieti di Hume e Kant.(30)  Questo programma di ricerca oltre che ricostruire le categorie metafisiche tradizionali(31) ed evidenziare i presupposti ontologici delle diverse e successive teorie scientifiche(32), deve principalmente:

·      prendere spunto dalle antinomie logico-matematiche ( e dalla più generale crisi dei fondamenti della matematica )(33).

·      individuare le analogie tra queste tematiche e le aporie del pensiero metafisico e mistico ( occidentale ed orientale)(34).

·       tentare il superamento  di queste antinomie rispettando il principio di non-contraddizione magari elaborando una ontologia razionalistica dell’Infinito(35).

·      infine riflettere su di un’altra scandalosa possibilità e cioè quella di considerare la Contraddizione chiave per l’interpretazione della Realtà intesa come Totalità Infinita (36).

   Quest’ultima strada è per chi scrive molto affascinante : il principale ostacolo a tale svolta filosofica, al cui orlo si giunge sempre senza fare però ulteriori passi in avanti, è la banalizzazione delle infinite possibilità che la Contraddizione comporta, banalizzazione che è ben espressa logicamente dal teorema dello Pseudo-Scoto (37) : il quodlibet  che sequitur ex contraddictio ( uno scolastico direbbe ex falso oppure ex impossibile) ha un’insipidezza che paralizza ogni buona intenzione. Ci sono a loro volta due possibili rimedi a tale stallo :

Il primo di più lunga lena è un  incontro ancora più forte con le pratiche mistiche e meditative della tradizione indiana e cinese ( religiosamente meno vincolate di quelle della tradizione cristiana)(38) grazie alle quali si potrebbe ipotizzare la possibilità di fare della Contraddizione un’esperienza che va vissuta consapevolmente, e dunque di rendere gioiosa e feconda l’infinità di opzioni che ne conseguono, in modo che la mancanza di senso diventi ricchezza di senso (39).

 Il secondo rimedio consiste appunto in quella che chiameremo Filosofia Positiva. Tale percorso potrebbe partire dal riconoscimento che la Contraddizione è solo il punto più alto della dinamica ascendente della Filosofia Negativa, ma che non può essere confermato (in presenza di regole di deduzione basate sulla non contraddizione) nel prosieguo del percorso filosofico ; di esso rimarrebbe solo una traccia nella consapevolezza  dell’inutilità di una fondazione assoluta e della possibilità di un inizio più debole che rispetti il principio di non-contraddizione e costituisca una prassi del pensiero, una pratica che dia luogo ad una versione coerentista ed elenctica ad es. del sistema hegeliano, formulazione un po’ più formalista e cosmetica del vero e proprio “campo minato” che la Filosofia Negativa aveva tracciato. Tale processo però sia pur più permissivo potrebbe apagogicamente determinarsi solo fino ad un certo punto oltre il quale il meccanismo gira a vuoto perché incapace di darsi un contenuto sufficientemente più concreto senza ricorrere ad una certa empiria, una certa datità. Per questo motivo si dovrebbe a questo punto accettare a livello formale il principio metafilosofico della discontinuità, secondo il quale il discorso filosofico si può interrompere  ( e può ricominciare, aggiungiamo noi) dove e quando si vuole(40). Sempre a livello formale, per evitare nuove banalizzazioni legate a tale principio, si potrebbe pensare alla costituzione tramite “fiat” di nuclei problematici al cui fondo ci sono delle questioni, delle domande la cui formulazione può tentare di vincolare la logica delle possibili risposte(41) . Attorno a tali domande, a secondo della condivisione dei presupposti ad esse impliciti, si può aggregare un numero più o meno alto di strategie filosofiche di risposta : quante più risposte attira una questione, tanto più si costituisce un universo di discorso condiviso, all’interno del quale il conflitto delle interpretazioni può essere regolato. Naturalmente il senso delle domande viene più propriamente elaborato quando l’interpretazione delle variabili interne alle domande stesse viene tratta dal deposito storico, tradizionale, empirico di dati e di problemi che ci sono tramandati o che ci vengono di contro, che a sua volta può essere chiamato orizzonte fenomenologico e cioè la realtà naturalisticamente e socialmente costruita . La natura complessa, articolata ma anche compatta di questa realtà consiste in quel notevole residuo storico(42)che rende possibile una risposta alla radicale domanda di senso che è apparsa provvidenzialmente in una fase già avanzata dell’avventura storica dell’uomo : in realtà al nichilismo dei valori si può dare risposta, proprio perché la crisi è di abbondanza, non di penuria, sia in senso materiale che culturale) e richiede non la creazione di un senso che non c’è, come vuole l’improvvida metafisica dell’Esistenzialismo, ma una scelta forse etica tra opzioni diverse.
Le esperienze, i linguaggi, il lavoro delle diverse scienze naturali ed umane, forniscono il materiale problematico su cui la Filosofia Positiva può lavorare. In tal senso tale filosofia è metodologicamente propedeutica ma temporalmente coestensiva alla prassi di trasformazione in senso marxiano della società. Partendo dalla consapevolezza della natura pratica di ogni linguaggio e della natura espressiva di ogni prassi, la Filosofia Positiva innanzitutto può svolgere una funzione mediatrice tra diversi mondi vitali, tra le diverse scienze positive, e anche tra i diversi linguaggi creandone di nuovi proprio attraverso la mediazione in una sempre emergente ulteriorità. Tale funzione di mediazione creativa ha in questo momento un compito storico importante. Per definirlo vale la pena fare una premessa all’interno del programma di ricerca marxiano ( che può su questa base essere considerato un po’ l’hardware della Filosofia Positiva) : in Marx a volte il processo di formazione del valore non sembra tener in debito conto il ruolo sempre più forte del lavoro morto ( le macchine, ma forse anche la cultura e le istituzioni) la cui formazione ed il cui funzionamento presuppongono processi labour-intensive secondo una forma specifica a scarsa traducibilità linguistica ; in altre parole il lavoro morto si vela dietro un geroglifico consistente nei linguaggi specialistici di hard science o aspiranti tali ( si pensi allo strutturalismo). Grazie a tale geroglifico il proletariato marxiano viene ostacolato nel conseguire quella coscienza ( che non è solo senso di appartenenza e consapevolezza di sé, ma anche conoscenza e progettualità) che lo eleverebbe a soggetto della storia. La Filosofia Positiva deve in questa fase provare a decriptare il geroglifico suddetto per cui la Grundnorm della sua attività deve essere il principio per il quale non esiste sapere che non possa essere comunicato anche al non addetto ai lavori. (43)  In base a questa norma fondamentale, la Filosofia Positiva deve utilizzare la ricchezza di tutte le possibili forme espressive tra cui in particolare quelle dell’arte(44), per avviare processi che consentano via via  l’intertraducibilità di tutti i linguaggi(45). Parte essenziale di questo discorso è come abbiam detto la decodifica del gergo scientifico, dove si affronterebbe il problema che gli scienziati si ostinano a considerare non essenziale e cioè quello del senso della scienza e quello del rapporto tra linguaggi specialistici e linguaggi storicamente comuni(46).

 

 

1.      Hume, David - Trattato della natura umana - in - Id. - Opere vol. I - Laterza, Roma - Bari 1987 pp. 5-10.

2.      Per un esposizione di queste critiche v. Kalinowski Georges - L’impossibile metafisica - Marietti, Genova pp. 11-72.

3.      L’apice di questa pars destruens si è avuta con Carnap, Rudolf - L’oltrepassamento della metafisica attraverso l’analisi del linguaggio - in AA.VV. - Il Neoempirismo - UTET, Torino 1969 pp.504-532.*

4.      Molti pensatori hanno messo in relazione la crisi della Filosofia con il forte progresso delle scienze. Per tutti valga Piaget, Jean - Saggezza ed illusioni della filosofia - Einaudi, Torino 1975 segnatamente pp.52-135.

5.      Per quanto riguarda la ricomprensione dell’epistemologia all’interno della scienza stessa v. Quine, Willard van Orman - La scienza e i dati di senso - Armando, Roma 1987  e  Churchland Paul M. - La natura della mente e la struttura della scienza - Mulino, Bologna 1992 soprattutto pp. 115-209. Per un’analisi parzialmente critica di tali tesi v. Vassallo, Nicla - La naturalizzazione dell’epistemologia - Franco Angeli, Milano 1997.

6.      Per quanto riguarda una critica all’istanza epistemologica come procedura di legittimazione dell’attività filosofica si veda ( con opposte motivazioni e esiti altrettanto diversi ) Maritain Jacques - Riflessioni sull’intelligenza - Ed. Massimo, Milano 1987 p.27-86   e  Rorty, Richard - La filosofia e lo specchio della natura - Bompiani, Milano 1983.

7.      Tale importanza del linguaggio e del discorso meta-filosofico è ben analizzata negli studi di Franca D’Agostini che consigliamo a chi vuole avere un quadro chiaro, coerente e abbastanza completo della filosofia del nostro secolo. In particolare D’Agostini Franca - Breve storia della filosofia nel ‘900 - Einaudi, Torino 1999 e Id. - Analitici e continentali  - Raffello Cortina Editore, Milano 1997.

8.      Kant, Immanuel - Critica della ragion pura - Laterza, Roma-Bari 1981 pp. 15-19.

9.      Marx, Karl   Engels, Friedrich - L’ideologia tedesca - Editori riuniti, Roma 1993 pp. 3-6.

  Che poi Marx coinvolgesse in un giudizio complessivamente negativo tutta la filosofia a sfondo metafisico del passato, cercando una via d’uscita dalla pura teoresi è un esito di una non ancora pienamente raggiunta riflessione metafilosofica, per il qual motivo la pluralità delle filosofie diventa origine di una sorta di paralisi dell’agire*.

10.  Sul rizoma come modello di strutturazione del sapere Deleuze, Gilles e Guattari, Felix - Mille piani - Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1987 vol. I pp. 3-36 ;  Eco, Umberto - L’antiporfirio - in AA.VV. - Il pensiero debole - Feltrinelli, Milano 1983 pp. 52-80. Sul carattere aperto della filosofia hegeliana  Geraets Theodore F. – Lo Spirito assoluto come apertura del sistema hegeliano – Bibliopolis, Napoli  e Id – La logica di Hegel tra religione e storia – Guerini e ass. Milano 1996

11.  Il primo a teorizzare un certo esito del sistema hegeliano è stato Haym ; la tesi delle filosofie post-hegeliane come esito anche filosofico del compimento/dissoluzione dell’ hegelismo è ripresa da Lowith Karl – Da Hegel a Nietzsche – Einaudi, Torino 1949. L’ultima versione di tale teoria è in D’Agostini Franca – Breve storia… op. cit. – pp. 6-8.

 

12.   Si pensi al marxismo che accetta la Storia e la Dialettica, ma rifiuta l’Idea e forse la Filosofia intesa teoreticamente, oppure allo storicismo che accetta lo Spirito e la Storia della Filosofia, ma rigetta la Naturphilosophie ed il Sistema, oppure ancora Kierkegaard e Nietzche , che accettano l’esigenza del Concreto e il senso della Realtà, ma rifiutano la conciliazione del Logos

 

13.  es. Hegel George Wilhelm Friedrich - Lezioni sulla storia della filosofia - La Nuova Italia, Firenze 1981 vol. I pp. 110-166 ; Zeller Eduard, Mondolfo Rodolfo - La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico - La Nuova Italia, Firenze 1967 Parte I vol. I pp. 1-99 ;  Heidegger Martin – Cos’è la Filosofia ? – Il Melangolo, Genova 1981 pp. 13-17 ; Maritain Jacques - Elementi di filosofia - Massimo ed., Milano 1988 pp. 41-54 ; Preti, Giulio - Storia del pensiero scientifico - Mondadori, Milano 1975 pp. 5-32.

 

14.  AA.VV. ( a cura di Sarvepalli Radhakrishnan ) - Storia della filosofia orientale - 2 voll. Feltrinelli, Milano 1978 ; Fung yu lan - Storia della filosofia cinese - Mondadori, Milano 1990.*

 

15.  Scharfstein Ben Ami – “Il dubbio alle loro due case!” La cecità occidentale nei confronti delle filosofie non occidentali – in AA.VV. – Filosofia analitica e filosofia continentale – ( a cura di Cremaschi Sergio ), La Nuova Italia, Scandicci 1997 pp. 253-282.

 

16.  Schulin, Ernst – L’idea di Oriente in Hegel e Ranke – Liguori, Napoli 1999; Goody, Jack – L’Oriente in Occidente – Mulino, Bologna 1998 pp. 9-22; Di Meglio, Mauro- Lo sviluppo senza fondamenti – Asterios, Trieste 1997 pp. 67-98.

 

17.  AA.VV. ( a cura di Gabriella Sanna e Antonella Capasso) – Orienti e Occidenti. Confronti e corrispondenze tra mondi e culture – Fahrenheit 451, Roma 1997.

 

18.  Reale Giovanni – Storia della filosofia antica – Vita e pensiero, Milano 1991; Copleston, F.C. – Storia della filosofia – Paideia, Brescia 1978-1983*

 

19.  La più meritoria è ( a cura di Dal Pra Mario) – Storia della filosofia – Vallardi, Milano 1975-78 che dedica due voll. alla filosofia orientale (purtroppo sono quelli iniziali). C’è poi ( a cura di Geymonat Ludovico)- Storia del pensiero filosofico e scientifico- Garzanti,Milano 1970-78 che dedica un solo capitolo cronologicamente più centrato.*

 

20.  Hosle Vittorio – Hegel e la fondazione dell’Idealismo oggettivo – Guerini e associati, Milano 1991; Apel, Karl-Otto – Discorso, verità, responsabilità – Guerini e ass.,  Milano 1997;   Stelli, Giovanni – La ricerca del fondamento – Guerini e ass., Milano 1995.

 A tal proposito è opportuno replicare alle osservazioni di Enrico Voccia sulle mie tesi circa tale argomento (v. Nobile, Italo – Esiste verità? -  e Voccia, Enrico – Elogio della verità -  entrambi gli articoli in Porta di Massa V fascicolo, Napoli 1998 pp. 4-12 ) : a mio parere Voccia, che afferma l’esistenza in tale situazione di una contraddizione non pragmatica bensì sintattica, già considera dato quello che il panlogista cerca di conseguire con l’argomentazione apagogica ; il fatto che ci sia in tal caso una contraddizione pragmatica e che una contraddizione pragmatica sia equivalente ad una contraddizione  sintattica è l’essenza dell’argomentazione apagogica e tale argomentazione può essere contestata dal nichilista. Si trattasse di una contraddizione sintattica nessuno oltretutto svilupperebbe un’argomentazione complessa come l’elenchos ( tenendo presente che non ci troviamo di fronte ad un teorema che implica la negazione di un assioma, per cui sarebbe plausibile pensare ad una dimostrazione che espliciti una contraddizione nascosta), a meno che quest’ultimo argomento non possa essere considerato una sorta di terapia linguistico-filosofica ( a  la Watzlawick ) ; di fronte ad una così solerte e premurosa invadenza mentale varrebbe a questo punto la pena di ricorrere alla famosa formula : “medice, cura te ipsum !”. Tranquilli comunque: la legge 180 in Italia salva tutti, nichilisti, relativisti e panlogisti!             Sulla complessità dell’elenchos basti leggere Pagani, Paolo – Contraddizione performativa ed ontologia – Franco Angeli, Milano 1999. Sul carattere pragmatico della contraddizione relativistica Apel Karl-Otto – Il logos distintivo della lingua umana – Guida, Napoli 1989 p. 87.

 

21.  Jaeger, Werner – La teologia dei primi pensatori greci – La Nuova Italia, Firenze 1962.

 

22.  Famosa è la tesi del Protreptico di Aristotele sull’origine della filosofia; per quanto riguarda posizioni che richiamano tale tesi: per Schelling v. Pareyson, Luigi – La domanda fondamentale – in Annuario filosofico 8, Mursia, Milano 1993 pp. 28-34; per Wittgenstein su tutto valga la prop. 6.44 del Tractatus.*

 

23.  Piaget , Jean – Op. cit. – pp. 24,56,129,224,234.

 

24.  Per la filosofia occidentale valga l’imbranataggine di Talete in Blumenberg, Hans – La caduta del protofilosofo – Pratiche ed., Parma 1983; per quella orientale Zhuangzi 17.81-84 in Graham, Angus- La ricerca del Tao – Neri Pozza, Vicenza 1999 p. 236. 

 

25.  Oltre i già citati Hosle e Apel, si vedano Ricoeur, Paul – Filosofia e linguaggio – Guerini e ass. Milano 1994,  Tugendhat Ernst – Introduzione alla filosofia analitica – Marietti, Genova 1989, D’Agostini. Franca – Logica del nichilismo – Laterza, Roma - Bari 2000. Infine il testo già citato AA.VV. –  Filosofia analitica e filosofia continentale – La Nuova Italia, Scandicci 1997.*

 

26.  Un ottimo sunto tematico in D’Agostini, Franca – Analitici e Continentali – cit.  pp. 472-498.*

 

27.  Radhakrishnan, Sarvepalli – La religione nel mondo che cambia – Ubaldini, Roma 1967;  Murti, T.R.V. – La filosofia centrale del Buddhismo – Ubaldini, Roma 1983; inoltre Tarca, Luigi – Elenchos. Ragione e paradosso nella filosofia contemporanea – Marietti, Genova 1993 pp. 389-391 e infine si attende la storia comparata della filosofia del già citato Ben Ami Scharfstein che dovrebbe intitolarsi “ From Uddalaka to Kant” .

 

28.  Per l’influenza del tardo Schelling sul pensiero successivo v. il succinto Bausola, Adriano – Friedrich W. J. Schelling – La Nuova Italia, Firenze 1975 pp. 17-25 e 38-48.

 

29.  Carbonara Cleto – La filosofia di Plotino – Ferraro, Napoli 1954 pp. 285-295 e 313-322.*

 

30.  Kalinowski Georges – Op. cit. – pp. 117-198 e Marsonet, Michele – La metafisica negata – Franco Angeli, Milano 1990.

 

31.  Rivetti Barbò, Francesca – Essere nel tempo. Introduzione alla filosofia dell’Essere, fondamento di libertà – Jaca Book Milano 1990; Emiliani Alessandro – Da gli enti finiti al Superente infinito e personale che conosce ed ama – ESD, Bologna 1992.*

 

32.  Antiseri Dario – Filosofia analitica e semantica del linguaggio religioso – Queriniana, Brescia 1974 pp. 101-115.*

 

33.  Odifreddi Piergiorgio – Il vangelo secondo la scienza – Einaudi, Torino 1999; Toth, Imre – Aristotele ed i fondamenti assiomatici della geometria – Vita e Pensiero, Milano 1997.

 

34.  Rucker Rudy – La Mente e l’Infinito – Fratelli Muzzio ed. Padova 1991.

 

35.  Cantor Georg – La formazione della teoria degli insiemi – Sansoni, Firenze 1992 pp. 127-131.

 

36.  Chang Garma C. – La dottrina buddhista della Totalità – Ubaldini, Roma 1974; Matte Blanco Ignacio – L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bilogica – Einaudi, Torino 1981.

 

37.  Malatesta Michele – Dialettica e logica formale – Liguori, Napoli 1982 pp. 51-60.

 

38.  Per rendersi conto di questo si veda l’immagine che un fenomenologo cristiano si fa della mistica e come di conseguenza valuti le religioni orientali: Van der Leeuw Gerardus – Fenomenologia della religione – Boringhieri, Torino 1975 p. 394 e pp. 488-496.

 

39.  Per una soluzione mistica della banalizzazione adombrata dal Teorema dello Pseudo- Scoto v.  Cusano Nicola – La visione di Dio – Mondadori, Milano 1998 oppure Suzuki Daisetz Teitaro – Saggi sul  Buddhismo Zen – Ed. Mediterranee, Roma 1977 vol. II pp. 15-207; per una soluzione ermeneutica del problema valga la tesi dell’ infinito Palinsesto di Imre Toth in Id. – Op. cit. pp. 60-66.

 

40.  Wittgenstein, Ludwig – Filosofia – Donzelli, Roma 1996 pp. 43 e 75.

 

41.  Sulla centralità della domanda in filosofia si veda, oltre le opere note di Gadamer e Popper, il tentativo di unificazione di Antiseri, Dario – Teoria unificata del metodo – Liviana, Padova pp.210-216.

 

42.  Sulla natura di questo deposito cognitivo vale anche l’ermeneutica Gadamer, HansGeorg – Verità e metodo – Bompiani, Milano 1983 pp. 312-437.*

 

43.  Nobile Italo – La lotta di classe contro il linguaggio canonico delle scienze – Nuove Ricerche metodologiche 56-58, Napoli 1997 pp. 7-10*

 

44.  Per la natura cognitiva dell’arte v. Goodman, Nelson – I linguaggi dell’arte – Il saggiatore, Milano 1976; senza contare la sempre stimolante e controversa Estetica di Benedetto Croce.

 

45.  Sulla possibilità di traduzione reciproca di diversi linguaggi sono interessanti i tentativi di  Carnap: soprattutto valga Carnap, Rudolf- La sintassi logica del linguaggio – Silva, Milano 1961.*

 

46.  Nonostante l’impegno, la sensibilità, l’umorismo ciò vale anche per il dibattuto saggio Sokal, Alan e Bricmont, Jean – Imposture intellettuali – Garzanti, Milano 1999. *

 

           




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