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19 aprile 2011

Illogica logica : dimostrazione, sillogismo, necessario

Per Aristotele la dimostrazione (apodeiksis = mostrare a partire da, indicazione fondata su …) è un sillogismo (sunlogismos = unione di proposizioni) con premesse vere. Un sillogismo è un che di necessario (anagkaion = ciò che non si piega [nel tempo], che non si spezza, che non si lascia guidare, Ab-solutus, e che a sua volta costringe, obbliga, estorce e lega a sé, colui che giudica e non è giudicato), ma non è tutto ciò che è necessario.

 

 

 Lo stesso sistema logico di Aristotele, avente come premesse sillogismi perfetti, è un esempio di dimostrazione. Sarebbe poi interessante sapere cosa per Aristotele sia un ragionamento necessario che non sia sillogistico. Una dimostrazione non può essere non sillogistica ?

 


27 agosto 2010

Gennaro Zezza : Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Gennaro Zezza* - 16 Agosto 2010

Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, in un articolo del 2008 sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.

A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (New York Times Magazine, 2.9.2009) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..

In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.

La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, “Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del Levy Institute, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).

Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella Lettera degli economisti, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.

La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.

Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.

*Professore di economia politica nell’Università di Cassino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
[1] L’articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e Antonio Guarino (18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul Sole 24 Ore Paolo Leon (20 luglio), Antonella Stirati (20 luglio) e poi, insieme, Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (26 luglio).
[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.

 

 
 

 

 

 

Gennaro Zezza collabora con il Levy Institute. Si tratta di quegli economisti come Godley che hanno previsto questa crisi con quasi 10 anni d'anticipo, mentre un altro economista che non vedeva di buon occhio i neoclassici, Sylos Labini, cominciava a vederla solo cinque anni prima. Niente però rispetto a signori comeEngle e Becker che proclamavano alla signora marchesa che tutto andava ben. Basterebbe questo per rendere meno sicuri loro signori quando valutano la Lettera dei 100 economisti.


27 ottobre 2009

Senza titolo

 

Dirò come la penso : questo vuol dire per me prendere posizione.

Farò solo delle considerazioni di massima, perché per risolvere giuridicamente chi abbia ragione e chi torto, ci vogliono le vie legali ed in certi casi la polizia postale.

Una cosa la possiamo fare e forse già ci direbbe qualcosa : tutti quanti prendere un appuntamento (tranne Dacia e Cloro, per motivi ovvi) a casa di Sir Percy Blakeney a Como, con Precariopoli e Weblogin (questi due possibilmente con un documento di riconoscimento, giusto per non invitare scrocconi).

Fatta questa premessa sulla questione del metodo per affrontare il merito, dirò poche cose :

La prima è che politicamente io sto con Mario, Korvo, Ladytux e Samie : non darei a Francesconi e Pieroni nemmeno le chiavi di una stamberga, figurarsi la redazione di un metablog che vorrebbe avere una dimensione politica.

Democraticamente ? Loro di democrazia non sanno una mazza. Anche Berlusconi è stato eletto democraticamente. E Berlusconi sa qualcosa di democrazia ?

E tuttavia a me di Kilombo non frega un cazzo. Me ne sono andato quando mi hanno sospeso per aver messo il link ad alcuni articoli di Precariopoli. Da quel momento non ci sono più tornato, nemmeno con il "governo amico". E non ne sento la mancanza. Per cui tutta sta battaglia su Kilombo, quando doveva essere il luogo comune delle sinistre e non il bidone vuoto del conflitto interno a quello che era il centrosinistra, non mi affascina affatto. Ovviamente nemmeno su Kligg vado più. Ma pure perché alla fine perdi più tempo a pubblicizzare un post che a farlo. Come si dice: la cornice è tutto.

La seconda cosa è che, come ho già detto, considero la rete un ponte e non un luogo per nascondermi. Per cui posso capire e ridere con chi fa il troll o il fake per pura goliardia (Ciro Ascione ne ha fatte e ne ha dette e ci ha scritto pure un libro), ma non  con chi si accanisce con l’anonimato o con nick vari su persone che vogliono essere lasciate in pace. Come pure l’iniziativa di fare un sito solo per commentare sarcasticamente i post di un altro blogger mi sembra una perdita di tempo, oltre che una cosa fastidiosa.
Per non parlare di Vebbavalent che è merda purissima.

Per cui quello che stanno facendo a Tina Galante, come discutere se la sua malattia sia vera o fasulla, sono cose che fanno cagare. E il solo sospetto che a fare una cosa del genere sia uno dei blogger con cui ho avuto contatti mi lascia senza parole. Come può una persona adulta fare certe cose ? Come può perdere del tempo a fare certe cose ? Mi hanno accusato di buttarla sul ridere. Ma come fai a prendere sul serio uno che a quaranta, cinquant’anni fa di queste cose ? Chiunque sia, come si sentirà la sera ? Magari dirà “Ah, a quella Tina Galante l’ho proprio messa a posto …”. Come diceva Trilussa, la felicità è una piccola cosa.

Perciò faccio appello all’intelligenza di chiunque sia per smetterla. Non ha più senso fare satira su Tisbe, se mai ne abbia avuto.

E tuttavia nemmeno mi piace che Tina per amore di polemica faccia riferimento a qualsiasi cosa (tipo una presunta premiazione di Kilombo da parte di Lisistrata) o addirittura si complimenti con Dacia Valent per un post pessimo, dove si propone una sorta di equivalenza tra soldati che muoiono in una guerra dalle indubbie valenze imperialiste con lavoratori che muoiono per infortuni sul lavoro, il tutto per danzare sulla presunta necrofilia di blogger che dovrebbero rispondere di vilipendio di cadavere. Né mi piace che un mio invito sul perché si generino certe beghe senza costrutto (e con la preghiera di non tornare sul merito della questione) sia solo uno spunto proprio per varie accuse reciproche. Poi ci lamentiamo che la Sinistra sta in crisi …

Ma perché siamo meglio dei dirigenti dei vari partiti ?

Per Kilombo abbiamo fatto cose turche, e se fosse per un governicchio che facciamo ci spariamo l’un l’altro ?

Mah…

p.s Cloro mi ha mandato un messaggio su Facebook, intimandomi di non citarla pena maledizioni e fatture varie (oltre gratuite contumelie). Non avevo intenzione di citarla. Ma non sono superstizioso.


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31 maggio 2009

Carlo Iannello : a chi serve l'abolizione del valore legale del titolo di studio

 Da alcuni mesi sembra diffondersi con sempre maggiore intensità la richiesta dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio (cfr. Sartori e Giavazzi sul «Corriere della Sera», Manzini su lavoce.info). A me pare tuttavia che tale richiesta sia accolta con un crescente quanto superficiale entusiasmo solo in vista delle sue potenziali dirompenti conseguenze sull’assetto del sistema universitario piuttosto che in base ad un’attenta riflessione sugli effetti concreti che essa determinerebbe.
Secondo i suoi sostenitori, l’abolizione del valore legale dei titoli di studio servirebbe a mettere in concorrenza tra loro le Università e ciò sarebbe il miglior rimedio alle molte inefficienze (dagli sprechi ai concorsi che non reclutano i migliori) di cui oggi soffre l’Accademia italiana. Se il titolo di studio non ha lo stesso valore legale assicurato dalla legge, ma solo quello che il mercato gli attribuisce, ogni università sarebbe costretta ad assumere i migliori docenti, a fare una migliore formazione, a offrire servizi più efficienti agli studenti.
Secondo i suoi sostenitori (cfr. l’articolo del prof. Manzini pubblicato su lavoce.info), l’abolizione del valore legale del titolo di studio avrebbe importanti effetti anche sulle assunzioni nella p.a. oggi inficiate dal valore legale poiché «nei concorsi pubblici, la Pa, costretta a far finta che ogni laureato abbia uguale preparazione, non riesce a selezionare i migliori». Inoltre, sarebbe un beneficio per le stesse famiglie e per gli studenti oggi tratti in inganno in quanto «indotti a pensare che in qualunque università investano le loro risorse, le possibilità di impiego successivo sono le medesime».
Ma davvero queste descritte sono le conseguenze del valore legale del titolo di studio? Davvero questa riforma sarebbe destinata ad avere effetti palingenetici sul nostro sistema universitario? O piuttosto si tratta più verosimilmente dell’ennesima riforma che, in linea con quelle degli ultimi due decenni, finirebbe solo con aggravare i problemi dell’università invece di risolverli?Da una prima riflessione, mi pare che attribuire valore legale ai titoli di studio significhi semplicemente affermare un principio di eguaglianza dei titoli stessi a garanzia di coloro che tali titoli hanno conseguito: tutti i laureati in giurisprudenza possono accedere all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di avvocato, come tentare i concorsi per le professioni di notaio o di magistrato. Ciò non vuol dire tuttavia che i laureati in giurisprudenza diventeranno tutti avvocati, e lo stesso vale per le professioni di ingegnere o di architetto. In secondo luogo, il nostro paese è inserito in un ordinamento sovranazionale, quello europeo, che garantisce a tutti i cittadini la possibilità di prestare il proprio lavoro in qualsiasi Stato dell’Unione e a tale scopo ha elaborato normative specifiche per il riconoscimento a livello europeo del titolo di studio conseguito in ciascuno degli Stati membri. In terzo luogo, il valore legale dei titoli di studio ha un significato concreto per il settore pubblico: se una Pubblica amministrazione vuole assumere funzionari amministrativi con competenze giuridiche è costretta a bandire un concorso al quale devono poter partecipare tutti coloro che hanno la laurea in giurisprudenza; tanto accade per l’accesso in magistratura o per l’accesso alla professione di notaio. Il valore legale del titolo di studio ha la sola funzione di consentire a tutti i laureati l’accesso al concorso. In quarto luogo, quando i concorsi sono seri, spesso accade che, nonostante l’enorme numero di domande, a superare gli scritti sia un numero di persone addirittura inferiore ai posti banditi (vedi ad esempio il concorso in magistratura) e i vincitori e i bocciati provengono dalle più svariate sedi universitarie del Paese, del sud come del nord, da quelle quotate a livello internazionale a quelle meno efficienti. In quinto luogo, la diversa qualità dell’insegnamento è certamente importante per la formazione dello studente ma non è un fattore assolutamente discriminante per l’accesso al mondo del lavoro, sempre nella misura in cui i programmi di studio siano omogenei su tutto il territorio nazionale. Il mondo del lavoro (almeno quello che si basa sul merito) seleziona anche in base ai successivi corsi di formazione, o in base alle esperienze post lauream, per le conoscenze indipendenti dai programmi accademici, per le doti rilevate nel corso di un colloquio o di una prova pratica, per cui non è affatto escluso che un laureato di un’università di provincia possa in concreto superare quello di una delle università più prestigiose. Ciò non toglie, peraltro, che già oggi, gli studenti che ne hanno la possibilità, perché supportati da famiglie benestanti, possono scegliere quegli Atenei che paiono assicurare loro un più facile accesso all’attività lavorativa (fornendo loro maggiori garanzie per il superamento di tutte quelle valutazioni prodromiche all’ingresso nel mondo del lavoro, come esami di stato, concorsi, colloqui per il settore pubblico e, per le professioni, il cd. vaglio del ‘mercato’ ). Da questo punto di vista, l’abolizione del valore legale del titolo nulla modificherebbe, ma servirebbe solo a privare di qualsiasi garanzia chi non potrebbe permettersi le università più “quotate”.
Il valore lega
le del titolo, insomma, non attribuisce alcun privilegio, ma ha solo la funzione di mettere su una posizione di parità formale i laureati, i quali poi dovranno darsi da fare per entrare in concreto nel mercato del lavoro (sia chiaro che io parlo di quella parte trasparente del mercato del lavoro; per quella truccata non c’è riforma che tenga: conteranno sempre le classiche raccomandazioni a prescindere dal valore legale del titolo di studio).
Non riesco a capire quale sarebbe l’aspetto profondamente innovativo della proposta e perché, se il titolo di studio non dovesse avere valore legale, le università si farebbero concorrenza e assumerebbero i migliori docenti, la pubblica amministrazione recluterebbe un personale migliore e le famiglie sarebbero più garantite. Al contrario, questa riforma creerebbe enormi problemi. In assenza di valore legale del titolo di studio, infatti, come si garantirebbe l’esercizio delle professioni liberali, con che criterio si ammetterebbero i giovani ai diversi esami di stato? Se un ente pubblico volesse assumere dei funzionari sarebbe libero di richiedere i laureati di una specifica facoltà, visto che i titoli di studio non sarebbero più uguali? E non sarebbe questo forse addirittura un incentivo ad assumere personale con un curriculum “predeterminato”? In mancanza di valore legale del titolo di studio in Italia come potremmo chiedere all’Europa il riconoscimento dei nostri titoli, nella misura in cui saremmo noi i primi a non riconoscere il valore legale delle nostre lauree?
A me pare che dietro la proposta di abolizione del valore legale del titolo di studio non vi sia altro che la volontà di realizzare un preciso obiettivo: quello di sancire in maniera definitiva il completo abbandono da parte dello Stato del compito di garantire l’istruzione universitaria e la ricerca scientifica. Ciò, peraltro, si badi, è assolutamente complementare alla riforma contenuta nell’art. 16 del d.l. 112 del 2008, conv. in l. 133 del 2008, che prevede la trasformazione delle università in fondazioni, e quindi la loro fuoriuscita dall’apparato organizzativo della pubblica amministrazione. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio si determinerebbe una completa privatizzazione e una assoluta liberalizzazione dell’istruzione universitaria. È chiaro, infatti, che a fronte dell’abolizione del valore legale del titolo di studio lo stato, che quel valore non attribuirebbe più, perderebbe qualsiasi interesse (e qualsiasi obbligo) ad assumersi il ruolo del garante dell’omogeneità del sistema di istruzione universitario in tutto il paese. Una volta abolito il valore legale delle lauree, infatti, a quale titolo lo stato dovrebbe determinare i programmi universitari, stabilire standard qualitativi, disciplinare le procedure concorsuali, addirittura finanziare le stesse università? Si tratterebbe pertanto del definitivo compimento di quel processo in iniziato molti anni fa di arretramento dello Stato da questo suo fondamentale e inderogabile compito sancito dagli art. 9 e 33 cost., sulla base di una malintesa ed ambigua concezione dell’autonomia che è stata interpretata dalla classe politica come sinonimo di fuoriuscita delle università dal bilancio pubblico e da una parte dell’accademia come assenza di qualsiasi controllo sul proprio operato.


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23 maggio 2009

Orsola Casagrande : il violento Primo Maggio in Turchia

 

Dopo trentadue anni di divieti i lavoratori sono tornati a celebrare il primo maggio in piazza Taksim. In realtà il prefetto di Istanbul Muammer Guler aveva confermato il divieto di manifestare. Ma i lavoratori e i sindacati fin dalle prime ore del mattino si sono riversati a Taksim. Immediatamente la polizia ha attaccato i manifestanti che si dirigevano verso il centro della città. Idranti, blindati e manganelli. Ventincinquemila poliziotti schierati per impedire ai lavoratori di celebrare la loro festa in quella piazza così densa di significati dove nel 1977 trentasei persone persero la vita, uccise proprio durante le celebrazioni del primo maggio. Le immagini delle bandiere rosse che sventolano in piazza fanno venire i brividi. Così come la violenza spietata delle forze di sicurezza. Centootto le persone arrestate, moltissimi i feriti. Scontri pesanti che hanno avuto luogo nelle stradine laterali che portano a Taksim, ma anche in altre città della Turchia. A Diyarbakir, in Kurdistan, pesante il bilancio della manifestazione dei lavoratori. Una violenza che va ad aggiungersi a quella ormai costante che da dopo le elezioni amministrative del 29 marzo (che hanno registrato il successo del kurdo Dtp) non si è mai fermata. 



Le forze dell'ordine in questi giorni sono sotto i riflettori per la morte di un giovane di appena sedici anni, rimasto ucciso durante una operazione «antiterrorrismo» proprio a Istanbul, nel quartiere di Bostanci. Un militante di un gruppo di sinistra legato al Pkk è stato ucciso dopo uno scontro a fuoco durato cinque ore. Oltre a lui sono morti un poliziotto e il giovane passante. Per il prefetto Guler, l'operazione «è stata un successo». Nel confermare il divieto a manifestare a Taksim, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito che la richiesta dei sindacati era «irragionevole. «La piazza - aveva detto - non è adatta a manifestazioni di massa». Durissimi i commenti dei sindacati al nuovo rifiuto. Sami Evren, presidente di Kesk (lavoratori del pubblico impiego) ha sottolineato che «ormai la discussione sulle celebrazioni del primo maggio sono state ridotte a discussioni sugli scontri che puntualmente si verificano. Questa è diventata politica dello stato che continua deliberatamente a ignorare le richieste dei lavoratori». Quanto alle obiezioni sull'inadeguatezza di piazza Taksim, Evren ha ricordato che il cinque aprile scorso la piazza è stata concessa per una manifestazione della polizia. Migliaia di poliziotti si sono concentrati nella centralissima piazza cittadina. «Ma naturalmente - ha concluso Evren - quando la richiesta è dei lavoratori, la risposta è un'altra». La crisi economica intanto continua a pesare sulla già non brillante economia turca. E in più in queste ultime settimane si sono nuovamente intensificati i bombardamenti nel Kurdistan iracheno e in quello turco. Ankara nonostante le pressioni (seppure timide) da più parti per una soluzione negoziata alla questione kurda, continua a bombardare e a parlare il solo linguaggio della guerra. E questo, naturalmente, in termini economici costa. La guerra infatti si mangia una fetta consistente del budget della difesa. Il primo maggio per il governo è stato giorno di lavoro: Erdogan infatti ha annunciato il suo rimpasto di governo. Il consulente speciale del premier, Ahmet Davutoglu, è stato nominato ministro degli esteri.
Quest'anno sulla festa dei lavoratori e sulla repressione nei confronti del sindacato e di chi cerca di organizzarsi grava anche una nuova importante sentenza della Corte europea per i diritti umani. Il 21 aprile scorso infatti la Corte ha condannato la Turchia per comportamenti anti-sindacali. Diversi lavoratori erano stati vittime di provvedimenti disciplinari dopo che avevano comunque aderito e partecipato a uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato Kesk.


23 novembre 2008

Il patto di stabilità deve essere superato. Intervista a Riccardo Realfonzo

 

Qualcuno ricorda quando si incalzava da sinistra il governo Prodi chiedendo un'intelligente spesa pubblica, un aiuto a salari e pensioni per favorire una fase espansiva della domanda e una stagione di innovazione ambientalista e tecnologica per le nostre imprese? Bene. Ora queste sono le cose che a parole tutti dicono servirebbero per uscire dalla crisi (almeno la prima e l'ultima, perché di salari continuiamo a parlare solo noi). In quella stagione prodiana alcuni economisti lanciarono un appello per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil che avrebbe potuto rappresentare l'inizio di un new deal italiano.
Il promotore di quell'appello è il professor Riccardo Realfonzo, classe 1964, direttore del Dipartimento di analisi dei sistemi economici e sociali all'Università del Sannio. Un prof. con la dote della chiarezza e il cuore a sinistra, senza per questo staccarlo dalla testa. Uno di quelli che vorremmo andasse in tv (l'abbiamo visto a Ballarò) perché rende comprensibili cose che gli esperti di solito fanno diventare molto difficili. A lui abbiamo chiesto di spiegarci a che punto siamo della crisi passata da tempesta finanziaria, a carestia bancaria, a recessione per tutti, e di valutare gli interventi realizzati o promessi dai governi. In attesa di un'altra Bretton Woods... 



Ma era proprio indispensabile mettere pesantemente mano al portafoglio pubblico per "salvare le banche" (iniezioni di liquidità, garanzie, interventi diretti e indiretti per ricapitalizzare)?

E' necessario interrompere il meccanismo di propagazione della sfiducia, che colpisce in primo luogo i lavoratori tramite distruzione dei posti di lavoro e dei piccoli risparmi. Ma questo non significa affatto che si debba iniettare denaro pubblico a costo zero, magari acquistando obbligazioni bancarie o azioni senza diritto di voto, in modo da lasciare assolutamente invariati gli assetti proprietari e strategici del capitale bancario privato. Con la scusa di tamponare la crisi di fiducia si stanno facendo passare provvedimenti iniqui, che non solo non puniscono ma addirittura sembrano salvaguardare i responsabili del dissesto finanziario.

Negli Usa alcuni commentatori insospettabili scomodano addirittura la definizione "socialismo dei ricchi" per richiamare l'antico detto della socializzazione delle perdite private, ma possibile che in questo intervento pubblico nessuno chieda conto di un decennio di profitti record per banche e finanza?

Infatti. I "salvataggi" dovrebbero perseguire l'obiettivo dell'interesse collettivo. In altre parole, tutti gli interventi dello Stato dovrebbero prevedere sia la rimozione del management responsabile della passata gestione sia la modifica degli assetti proprietari e di controllo, dal privato al pubblico. Ci vorrebbero delle nazionalizzazioni non mascherate, insomma. Qualcosa si è mossa persino in Gran Bretagna, in questa direzione. Ma il governo italiano - al di là di qualche dichiarazione roboante - sembra volersi muovere in tutt'altra direzione.

Ma quanto peserà la crisi bancaria sull'andamento macroeconomico per il 2009?

Peserà molto. Dopo che i titoli subprime hanno fatto il giro del mondo e abbiamo assistito ad episodi clamorosi, come la messa in liquidazione del colosso Lehman Brothers, la fiducia tra le banche è venuta ad incrinarsi gravemente. Il che ha portato ad una forte crescita dei tassi sui crediti interbancari e dunque ad una seria difficoltà delle banche nel procacciarsi liquidità. Un situazione complessa, soprattutto se si pensa che le principali banche hanno enormi quantità di obbligazioni in scadenza e debbono necessariamente rifinanziarsi. Come conseguenza di tutto ciò le banche hanno fortemente contratto le concessioni di credito. Insomma, il mercato del credito bancario si è fermato. Ma il processo economico capitalistico non si mette in moto senza l'iniezione di liquidità garantita dai finanziamenti bancari, e quindi alla fine l'intero sistema si inceppa. Basti pensare che negli USA nell'ultimo anno si sono già persi un milione e duecentomila posti di lavoro.

Esiste un paragone storico possibile di questo mega-intervento di salvaguardia del mercato creditizio?

La storia economica ci può aiutare a capire questa crisi o è tutto nuovo?
Molti si sono lanciati in improbabili confronti con la crisi del '29. In realtà ci sono ampie differenze tra la realtà attuale e quella di ottant'anni fa. Occorrerebbe rendersi conto, tra l'altro, che oggi la finanziarizzazione dell'economia è molto più spinta di allora, e questo è un aspetto di maggiore debolezza dei sistemi attuali. Per contro, lo spazio occupato dall'economia del settore pubblico sul Pil è molto maggiore rispetto ad allora, e questo conferisce più stabilità al sistema. Ma un grande elemento comune con la depressione degli anni'30 c'è ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi.

Ovvero lavoratori e famiglie hanno poco da spendere...

Certo. Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito in Europa e negli USA ad una forte compressione dei salari. In qualche fase i salari si sono ridotti persino in termini assoluti ma sempre, costantemente, si è ridotta la quota del prodotto complessivo attribuita ai salari, con tutto vantaggio per le rendite e i profitti. È stata questa compressione salariale a determinare un forte ristagno della domanda. E intanto il capitalismo ha continuato a sfornare merci senza che ci fosse una domanda adeguata ad "sparecchiare i mercati", come dicono gli economisti. L'espansione del credito al consumo negli USA per un po' ha avuto proprio questa funzione: assorbire l'eccedenza di merci prodotta nella parte industrializzata del mondo. Ma si trattava di una domanda "drogata" che, come abbiamo visto, è rapidamente venuta meno. Tutto ciò significa che alla base di questa crisi vi è un conflitto distributivo.

Dalla crisi del '29, mi pare, si uscì con un pacchetto di iniziative tra cui un ruolo importante ebbe la spinta all'industria bellica in vista della seconda guerra mondiale. Quale intervento si può immaginare oggi?

Occorre regolamentare i mercati, ridimensionando la finanziarizzazione dell'economia. Ma ciò non basta. Sul piano europeo occorrerebbe rivedere drasticamente il quadro di Maastricht, ridando fiato alle politiche pubbliche espansive, sia per quanto attiene alle politiche di bilancio sia a quelle monetarie. In Italia occorrerebbe abbandonare il falso dogma del "risanamento" delle finanze pubbliche e varare un piano di politiche industriali di ampio spettro, finalizzato a sostenere la domanda e a favorire un salto tecnologico e dimensionale delle nostre imprese. E poi bisognerebbe invertire radicalmente marcia rispetto alla stagione della precarietà e del contenimento dei salari. Come dicevo prima le deregolamentazioni del mercato del lavoro e l'attacco al potere contrattuale dei sindacati, in Italia e nel mondo, hanno gravi responsabilità nella crisi attuale.

Sarebbe un'uscita da sinistra dalla crisi o buon senso macroeconomico?

Sarebbe una via di buon senso uscire da sinistra dalla crisi. È chiaro che le cose che dicevo poc'anzi non sono politicamente neutre. In economia non esistono ricette neutre. In alternativa si potrebbe disastrosamente spingere per una uscita da destra dalla crisi, comprimendo ulteriormente i salari, i livelli di attività del sistema e continuando a ignorare le compatibilità ambientali. E magari anche con un rilancio in grande stile delle spese militari. Sono scenari apocalittici, ma con un mondo del lavoro sempre più privo di rappresentanza non possiamo considerarli scenari inverosimili, purtroppo.

L'Europa nei giorni scorsi ci ha indicato in parte e timidamente qualcosa che assomiglia a un green deal ovvero sforare i parametri per investimenti pubblici in tecnologia e produzione verdi. E' un timido inizio?

Sono le crepe che vengono alla luce. Si palesa l'insostenibilità economica e sociale di un quadro restrittivo come quello di Maastricht. Ormai anche alcuni tra i vecchi apologeti del Patto di stabilità cominciano a pensare a un qualche sistema di deroghe. E i governi locali delle tante periferie d'Europa si trovano costretti ad assumere delibere che superano di fatto gli accordi di bilancio, come ad esempio è accaduto recentemente in Campania. Ma non si tratta di emendare un po' il palinsesto europeo. Come dicevo prima, occorrerebbe incamminarsi su una nuova strada del tutto nuova.

Come sai gli studenti sono stati tra i primi ad accorgersi che la crisi rischiano di pagarla i soggetti sociali più deboli. Tu sei un docente giovane per l'università italiana, cosa pensi dell'Onda e cosa credi dovrebbero chiedere gli studenti affinché l'università cambi davvero?

Gli studenti dell'Onda mi piacciono, io sono dalla loro parte. E penso che siano la prima buona notizia dopo tempi bui. Cose da chiedere ce ne sarebbero a iosa, basti pensare che la spesa pubblica per l'università italiana è scandalosamente bassa rispetto alle medie europea e Ocse. Non credo però che si possa ottenere qualcosa di significativo dal governo attuale. Piuttosto mi auguro che il movimento cresca e che si saldi alla insoddisfazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Per il momento auspico che lo sciopero generale del 12 dicembre diventi un momento di incontro e di coesione tra lavoratori e studenti. In una realtà sociale frammentata come quella attuale, ricucire una tela di rivendicazioni comuni può essere molto importante.


29 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : Lo stato è intervenuto anche nel «neoliberismo»

 Il New Deal decollò solo quando l'economia stava toccando il fondo, e perché la crisi si era approfondita, senza essere controllabile nei modi sino allora consueti. Oggi è ancora possibile intervenire prima dello sfascio. Ma proprio perchè l'atterraggio duro non si è ancora verificato con virulenza sull'economia reale, sull'occupazione e nella realtà sociale, e siamo nel mondo dell'incertezza e della paura, le resistenze sono molte. Ad eccezione del Fmi - che per una volta sta perorando l'espansione della spesa - le misure finora adottate sono del tipo cash for trash, per sostenere le banche senza un impegno a spendere.
Le interpretazioni correnti sono preda dei luoghi comuni dell'ultimo trentennio. Se va bene, si legge la crisi come la fine un liberismo «sfrenato», la campana a morto della «finanziarizzazione», il ritorno dello «Stato». Il neoliberismo viene interpretato per come ama presentarsi, non per come si è davvero incarnato. La rivoluzione monetarista prima, l'era reaganiana poi, la new economy, si sono mosse in un «pieno» di politica economica. Qualcosa che a ben vedere affonda le sue radici nello stesso New Deal e nell'epoca «keynesiana». Come - sul terreno dell'economia internazionale - gli organismi del «consenso di Washington», la Banca mondiale e il Fondo Monetario, sono un parto di Bretton Woods, così la finanziarizzazione, l'esplosione dei derivati e dei mezzi finanziari di distruzione di massa, persino la sussunzione reale del lavoro alla finanza, sono figli delle istituzioni del New Deal; che salvò la finanza dal risentimento popolare e, separandole dalle banche commerciali, rinforzò le banche di investimento. Nel dopoguerra la finanza ha rotto gli argini delle regolazioni, così come i capitali hanno infranto i controlli che li imbrigliavano, dentro l'incubatore keynesiano, senza però mai tornare a un mitico laisser faire. E questo proprio perché il potere della finanza non era stato affatto colpito a morte da Roosevelt. L'intervento pubblico non se ne è mai andato. Senza capire questo, non si comprende il «nuovo» capitalismo e la sua crisi.
Negli Stati Uniti, dagli anni Trenta almeno, finanza e Stato sono stati sempre più intrecciati. La stessa integrazione nel «sogno americano» ha richiesto l'inserimento nel circuito finanziario dei lavoratori, attraverso i fondi pensione e i mutui ipotecari, sino a che, grazie ai subprime, si sono annessi anche gli strati poveri e precari. La deregolazione della finanza è proceduta sulla gamba di una ininterrotta riregolazione. In questo modo il primato della finanza, che negli anni Ottanta ha distrutto il movimento dei lavoratori degli anni '60 e '70, dagli anni Novanta ha promesso anche consumi e abitazioni a tutti. Il risparmiatore «maniacale» (e ora «terrorizzato») e il consumatore «indebitato» sono l'altra faccia del lavoratore «traumatizzato»; e sono i prodotti di un «intervento pubblico» molto attivo.
Solo chi è stato cieco rispetto a questa realtà del rapporto di classe può essere stato spiazzato dal mutamento delle politiche monetarie, passate dalla restrizione monetaria degli anni '80 alla inondazione di liquidità dell'ultimo quindicennio. Solo chi non ha compreso la capacità di questo meccanismo perverso di produrre da un lato crescita, sia pure instabile e insostenibile, e dall'altro occupazione e integrazione, sia pure precaria e incerta, si può stupire che la crisi di legittimazione ed economica avvenga senza una reazione di mobilitazione sociale e di lotta all'altezza della sfida. Proprio la compressione del salario nella distribuzione e la frantumazione del lavoro nella produzione - causa ultima della crisi - sono all'origine della inclusione delle «famiglie», grazie al miracolo della «riduzione del rischio» e alla «facilità del credito». E su ciò si sono retti i modelli neormercantilistici in giro per il mondo.
Per queste ragioni, come non meraviglia l'attivismo sul terreno della provvista di liquidità, o della stessa riduzione di imposte, non sorprende neanche che di fronte alla crisi finanziaria nessuno si sia mostrato «ideologo». Più la crisi si aggravava, più l'armamentario del vecchio New Deal è stato saccheggiato senza problemi dai neoliberisti. Di questo armamentario ha presto fatto parte l'intervento in prima persona dello Stato: la sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell'immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, l'estensione delle garanzie sul credito bancario.
La lezione della Grande Crisi, almeno in questo senso, è stata appresa: non solo agire come prestatore di ultima istanza (perché, come scrive De Cecco, lo era diventato sempre più di prima istanza), ma anche come market maker di emergenza, che si sostituisce - più che si integra - col mercato stesso: sino a statalizzare pressoché integralmente, anche se temporaneamente, il canale del credito. La possibile (non certa) esplosione del debito pubblico non fa paura, e verrà comunque utilizzata, se non come realtà come timore, come argomento per comprimere la spesa pubblica sociale. Tra gli esiti possibili un capitalismo autoritario (in fondo, in Cina i problemi sembrano alquanto minori).



Ad essere spiazzati sono stati i social-liberisti e gli economisti che si vorrebbero «critici», che per molto tempo, come dischi rotti, hanno ripetuto i mantra della regolazione di mercati liberalizzati, gli uni, e dell'invocazione del conflitto distributivo e del ritorno del «keynesismo» gli altri. Al punto che, di fronte alla dura replica dei fatti, hanno dovuto progressivamente inseguire, e la sinistra si limita all'invocazione generica dello «Stato» e dell' «intervento pubblico». Che non ne se ne sono mai andati, cambiano solo forma.


25 ottobre 2008

Messaggio provvisorio : problemi su Il Cannocchiale

Non riesco a rispondere ai commenti ai miei post.
Non riesco nemmeno a visualizzare i commenti.
Che cacchio sta succedendo ?
A Cannocchià', che stai a diventà, Cannulicchio ?


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6 ottobre 2008

SOS Antiracisme

 Adolf Hitler : "Io credo che sia esagerato definire i campi di sterminio un fenomeno di razzismo. Abbiamo sterminato infatti anche i comunisti tra i quali c'erano decine di tedeschi puri."



Adolf Hitler : "Non credo che l'epiteto 'sporco ebreo' sia un epiteto razzista. L'insulto è contenuto nel termine 'sporco', mica nel termine 'ebreo' "



Adolf Hitler : "Gli Italiani non sono razzisti. Non è scritto nel loro DNA. Per essere razzisti bisogna lavorare sodo. Loro appena hanno dell'immondizia la mandano a noi per incenerirla"


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