.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







31 luglio 2005

Sciopero generale in Grecia

GRECIA
Sciopero generale: no alla flessibilità
Uno sciopero generale indetto dai due più grandi sindacati greci, quello dei lavoratori (Gsee) e quello dei dipendenti pubblici (Adedy), ha letteralmente paralizzato oggi la capitale ellenica e tutto il resto del paese. Nella capitale alcune delle arterie centrali sono state percorse da un corteo a cui hanno preso parte poche migliaia di persone, ma che ugualmente ha mandato in tilt il traffico automobilistico. La giornata di protesta è stata indetta contro il cambiamento dell'orario dei negozi, che sarà ormai continuo tutti i giorni, dalle nove del mattino fino alle nove di sera, e per l'abolizione degli straordinari dei lavoratori. Secondo il governo conservatore greco le due misure aiuterebbero la competitività dell'economia greca. Banche ed uffici pubblici sono rimasti chiusi. La compagnia aerea di bandiera ellenica Olympic ha effettuato un solo volo verso ogni destinazione; lo stesso hanno fatto i treni. Le navi sono rimaste attraccate nei porti, mentre ad Atene e nelle altre grandi città i trasporti urbani (autobus, filobus, tram e metropolitana) hanno fatto scioperi di 24 ore. Negli ospedali è stato assicurato solo il servizio di emergenza. Allo sciopero hanno aderito anche i giornalisti. Non sono usciti i giornali, tv e radio non trasmettono notiziari. 
 




permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Scipero ferrovie

L'insicurezza ferma i treni
Sciopero di 24 ore Riesce ancora una volta (la terza) lo stop promosso dal «Coordinamento 12 gennaio», che riunisce delegati Rls e Rsu di tutte le sigle
FRANCESCO PICCIONI
Successo quasi inatteso per lo sciopero di 24 ore dei ferrovieri. Anche per i promotori - il Coordinamento 12 gennaio, costituito dai delegati Rls e Rsu all'indomani della tragedia di Crevalcore, dove morirono 17 persone, tra cui 4 ferrovieri - si è trattato di una gradita sorpresa. La data era «sfigatissima», ci racconta un delegato per la sicurezza (Rls), proprio a ridosso delle ferie estive; quando, fisiologicamente, in tutta la categoria cala un po' la tensione. La stessa circostanza, però, ha svuotato le «riserve di corridori» (le squadre di dipendenti FS disposti a fare i crumiri e a far viaggiare - «correre» - i treni), impedendo a Trenitalia di mettere su rotaia i «due treni su tre» che aveva promesso. I viaggiatori più disinformati che si sono avventurati comunque nelle stazioni, già lunedì sera, trovavano sui tabelloni delle partenze una serie di treni cancellati davvero inattesa.

Eppure i lavoratori hanno garantito tutti i pletorici «servizi minimi» previsti dalla legge, nonché le «fasce protette» per i pendolari. Come i nostri lettori già sanno, la «guerra delle cifre» sulla riuscita degli scioperi trova fondamento proprio in queste «obbligazioni di legge»: se un treno parte perché «protetto», per l'azienda conta come un treno condotto da «non scioperanti», mentre i promotori dell'agitazione lo calcolano - a seconda della dichiarazione del personale viaggiante - come aderente oppure no allo sciopero.

Per il Coordinamento le adesioni viaggiano tra il 60 e il 70%; per Sult e Cub - due sindacati di base che hanno co-promosso l'agitazione - si sta oltre il 70%. Calcoli difficili, come si diceva prima. L'unico criterio valido resta comunque quello dei treni soppressi tra quelli «non garantiti», anche perché - com'è ovvio - il tema della sicurezza è sentito di più dal personale viaggiante e poi, a scendere, dagli addetti alla manutenzione e dagli impiegati. Grossa la partecipazioni dei giovani, spesso precari, dice Savio Galvani (leader storico dei macchinisti), «perché in questa vertenza sono in gioco la precarietà del proprio lavoro, le condizioni in cui si svolgerà nei prossimi decenni, il proprio futuri professionale, la propria salute e la sicurezza di tutti».

Per l'azienda - e le sei sigle sindacali che hanno firmato l'accordo del 22 giugno - la questione sarebbe stata ormai risolta. La riuscita dello sciopero dimostra che - per la categoria - le cose non stanno affatto così. Del resto, per «sicurezza», Trenitalia intende soprattutto l'introduzione del Vacma (il cosiddetto «uomo morto», un pedale che il macchinista deve premere a intervalli regolari, altrimenti il treno si ferma); un sistema che uno studio medico commissionato dalla stessa azienda definisce «causa di uno stress inaccettabile e di uno stato sostanzialmente ipnotico, che aumenta in modo esponenziale il rischio di incidenti»). Mentre i macchinisti chiedono la «ripetizione del segnale in macchina», ossia un segnale posto sulla rotaia che induce automaticamente lo stop del treno quando questo passa oltre un semaforo rosso (l'azienda li sta piazzando sulle linee più a rischio, ma molti locomotori non sono ancora attrezzati per recepire il segnale).

Soprattutto, però, chiedono che siano riassunti i 4 ferrovieri licenziati per aver favorito le riprese della trasmissione di RaiTre, «Report», che documentava proprio le carenza di sicurezza sulla rete ferroviaria italiana. E, di conseguenza, anche tutte le misure disciplinari prese contro quei ferrovieri che hanno denunciato, in questi anni, falle evidenti nel sistema. Temi su cui le sei sigle sindacali - sconfessate ancora una volta ieri dai propri stessi iscritti - non hanno speso molte parole, siglando l'accordo di giugno.





permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 21:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Intervista a Moni Ovadia

COMMENTO
Odio e violenza. Altro che Cabala!
MONI OVADIA
Come giudicare la «maledizione cabbalistica» della frustata di fuoco contro Sharon per la sua decisione di ritirarsi da Gaza occupata, da parte dei rabbini, gli stessi, pare, che dieci anni fa organizzarono una eguale «cerimonia» contro il premier Ytzhak Rabin, a pochi giorni dal suo assassinio per mano di un estremista di destra ebreo? In primo luogo a partire proprio dall'occupazione dei territori palestinesi del 1967. E' con la decisione di rimanere in queste terre e di colonizzarle che si è attivato l'incontro fra il nazionalismo e il fanatismo religioso. Una miscela esplosiva e perversa perché fanatismo e nazionalismo religioso sono responsabili di alcuni fra i più grandi disastri della storia dell'umanità. E' a causa di miscele di questo tipo che gli ebrei sono stati tra i popoli che più hanno sofferto. Naturalmente è una depravazione dello spirito della Torah, la legge di Abramo, che invece è un messaggio rivoluzionario di pace, giustizia sociale, fratellanza universale e amore per lo straniero. «Amerai lo straniero» è il comandamento più ripetuto nella Torah: lo straniero che abita presso di te non molestarlo, è come il tuo compatriota, amerai lo straniero come te stesso. E' il comandamento più ripetuto nella Scrittura e alla fine del Levitico. Alla fine dell'annuncio del Giubileo, Dio rivolto agli ebrei disse: davanti a me siete tutti stranieri. Questo è il messaggio della Torah. E come sempre accade ai «messaggi rivoluzionari»- vale anche per il Vangelo - coloro che si oppongono, non potendo contrapporsi alla potenza che il messaggio evoca cambiando il quadro di riferimento del mondo, entrano dentro nel merito per pervertirne il cammino. Questi rabbini - anche se non conosco le loro storie personali - fanno parte del movimento dei coloni, e tra le loro fila ci sono posizioni dichiaratamente fasciste, nazional-fasciste. Il fatto che siano cittadini dello stato di Israele non significa, purtroppo, che non possano essere fascisti. Questo succede quando si dà prevalenza, invece che all'etica dell'umanesimo, al nazionalismo, alla terra, al delirio della zolla. Oltre tutto ebraicamente mi appaiono degli idolatri, perché la Cabala è un metodo ermeneutico, sublime, poetico, elirico e non uno strumento di negromanzia che è proibita severissimamente. E' quindi una perversione totale, una regressione idolatrica che devasta l'ethos ebraico. Idolatria e fascismo, non mi riesce di immaginare niente di più vergognoso. Qual è lo scopo di tutto questo e in particolare di questa corrente? E' il potere, il potere su un'area, è combattere per il dominio. Nessuna domanda di giustizia né di rispetto. Anzi. Con questa depravazione idolatrica si vorrebbe riportare l'ebraismo a prima di Abramo. Abramo per fondare l'ebraismo non fonda una città, esce da una città, è un ripetuto esodo, una uscita. L'identità ebraica si forma nella diaspora, la vera casa dell'ebreo dicono tutti i grandi maestri è la capanna nel deserto, la casa precaria, instabile, che ci fa mantenere la tensione spirituale. Questo invece è ciarpame estremista che coltiva violenza, odio, disseminazione. Nessun popolo ha sofferto di queste cose come hanno sofferto gli ebrei. C'è scritto nella Torah: «Non ucciderai». Cioè il rispetto della vita è al centro dell'ethos ebraico. Invece così si alimenta la pratica della violenza. Lutti e disastri che stanno sotto i nostri occhi.

Ma le persone lungimiranti la sapevano già. Il grande Yeshayahu Leibowitz, sionista fondatore d'Israele, un ebreo credente, religioso, uomo di grandi sentimenti di giustizia e di scienza, lo disse subito: «Usciamo immediatamente da quei territori, perderemo l'anima, perderemo la dignità». Una posizione che è stata ribadita in una lettera memorabile da uno dei padri fondatori del sionismo, dal presidente della Knesset, Avraham Burg. Non è la religione. Anche da Marx è uscito Stalin. E' un'altra questione. Io lo definisco pensiero idolatrico: qualcuno che usa i grandi libri che sono un dono dell'umanità - come la Torah, il Vangelo, il Corano, i manoscritti economici e filosofici di Marx - come idoli, come totem. E non come sapere critico e fonte di continua, rinnovata ricerca che prevede diverse letture. Solo le diverse letture confrontandosi, alzando il livello del pensiero, ci permettono di approssimarci a una verità condivisa.




permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 21:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Alessandro dal lago

EDITORIALE
La civiltà del «prima spara»
ALESSANDRO DAL LAGO
Non sappiamo se il giovane brasiliano ucciso a Londra avesse davvero il visto scaduto. E' quello che ieri ha detto la Bbc. Dio non voglia che questa suoni come una giustificazione della polizia inglese. Ma sta di fatto che l'«errore» che ha fatto tanto «dispiacere» a Blair è tutto tranne che casuale. Jean Charles De Menezes «sembrava» asiatico o medio-orientale (e quindi era sospettabile), aveva un giaccone (e quindi era sospetto) e per di più si è messo a correre alla vista degli agenti (e quindi era colpevole, fino a prova contraria). Purtroppo non gli è stato data nessuna possibilità di dimostrare la sua innocenza. In questo episodio, che è considerato visibilmente trascurabile da tutti (davanti alla minaccia terroristica), c'è una logica terribile, che probabilmente produrrà altre morti «casuali» e non solo a Londra: la sospettabilità. Si è sospettabili, perché si appartiene a categorie «oggettivamente» pericolose in base all'età, all'aspetto (cioè al colore della pelle) e all'abbigliamento. E poiché i sospettabili, in un momento di paranoia collettiva e di priorità fanatica della sicurezza, sono considerati automaticamente pericolosi, diventano colpevoli e si possono abbattere. D'ora in poi, in linea di principio, l'unica protezione di un sospettabile dalla morte immediata è la freddezza delle pattuglie e degli agenti in borghese nelle strade, nei metrò e sui treni. È la stessa logica che presiede al comportamento delle pattuglie americane in Iraq. Nel dubbio, prima si spara e poi si vede.

È inutile che tutti, da Blair a Pisanu (come Bush nei giorni successivi all'11 settembre) si profondano in dichiarazioni tolleranti nei confronti dell'Islam moderato. L'equazione «aspetto medio-orientale uguale islamico uguale potenziale terrorista» è già in vigore, e si capisce che produrrà ancora abusi, sospetto generalizzato, morti «accidentali» e quindi ulteriori inasprimenti di quel senso di ostilità verso l'Occidente che dilaga al di là dei nostri confini e che si dice serpeggi anche tra i più giovani migranti.

Ma il fatto è che il sospetto è talmente generalizzato che ben pochi si interrogano su come noi trattiamo i migranti. Per aver preso le difese di un ragazzo maltrattato dagli agenti - qualcosa che chiunque di noi ha potuto osservare qualche volta nella propria città - un magistrato è stato letteralmente messo alla gogna. Nessuno si chiede se le angherie a cui qualsiasi straniero (anche quelli che ce la fanno) è stato sottoposto da anni e anni - una sospettabilità che precede di gran lunga il terrorismo - non possano alimentare un profondo senso di rivalsa. Se siano cioè gli sbarchi pericolosi, i Cpt, gli arresti facili, i visti negati o protratti all'infinito, il lavoro nero o schiavistico, le pagliacciate razziste ben più significativi del presunto dilagare di una teologia radicale. E se questa non sia la forma occasionale che il risentimento dei giovani stranieri assume in Occidente.

E se quindi le pagine e pagine di elucubrazioni sull'Islam che ci affliggono sui quotidiani siano solo una pigra variante dell'indifferenza in materia di diritto alla vita degli altri che sta diventando una nostra norma culturale. A chi attribuiamo quell'enorme maggioranza di morti civili che in Iraq non sono stati causati dal terrorismo? Al caso? E a chi le innumerevoli morti per mare dei migranti? Solo ai «trafficanti» di clandestini? Alle condizioni metereologiche?

Quella piccola uccisione nel Tube di Londra è un segnale, tra gli altri, della cecità politica e culturale di un mondo che, negando i diritti agli altri, prepara le proprie sciagure.







permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 21:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Il ritorno di Hobbes

Il ritornodi Hobbes
GUGLIELMO RAGOZZINO
«Appuntamento a Samarra». Un racconto dei tempi delle Mille e una notte, ripreso da John O'Hara, lo scrittore americano, si intitola così. A Baghdad, Alì incontra un amico che appare terrorizzato. Interrogato, quello gli racconta di avere incontrato la Morte che lo ha minacciato. «Fuggi di qui, rifugiati a Samarra; torna quando ti chiamerò, tra qualche giorno». L'amico ubbidisce. Fatti pochi passi Alì incontra a sua volta la Morte. «Perché hai spaventato Ahmed?» le chiede. «Ma no, risponde quella. Era un gesto di sorpresa. Ho con lui un appuntamento domani, a Samarra». Come si può vedere, è la storia di Jean Charles de Menezes, il giovane elettricista brasiliano fuggito dal Minas Gerais perché voleva vivere lontano da un ambiente così violento e pericoloso. Rifugiato a Londra. Ucciso con cinque colpi alla testa, da presso, perché non avesse scampo, secondo la legge di Tony Blair, applicata da Jan Blair, il capo di Scotland Yard. Rifugiarsi a Londra per trovare un luogo sicuro ed essere ucciso dalla polizia locale, senza aver fatto niente è davvero un triste destino. Una consolazione postuma viene però da Piero Ostellino che nell'editoriale del Corriere della Sera di ieri, 25 luglio, mostra come anche per il «paradosso morale» di uno stato che spara ai suoi buoni cittadini invece di proteggerli, una soluzione esista. «Se all'intimazione delle forze dell'ordine il cittadino si comporta in un certo modo (non scappa, tiene le mani bene in vista, segue le disposizioni che gli sono impartite) non corre inutili rischi». Tanto meno aggiungiamo noi, se ha avuto l'accortezza di nascere in una famiglia con la pelle chiara, europea; o ariana, come si diceva un tempo. De Menezes invece, incautamente era un latino americano di pelle talmente scura da apparire, ambiguamente, un asiatico. E Ostellino prosegue e conclude: «In caso contrario e se è ucciso, la sua morte non è più un "paradosso morale"».

Sappiamo poco di Thomas Hobbes, se non che diceva ogni tanto «homo homini lupus» e pensava che per evitare la ferinità da lupi degli uomini, occorreva attribuire allo stato il monopolio della violenza. I liberali evoluti, e Ostellino tra essi, hanno poi ritenuto che il potere assoluto del re - dello stato - debba essere condizionato da leggi. A noi che poco sappiamo, verrebbe in mente che le leggi devono soprattutto essere rivolte a trattenere la forza dello stato. Invece altri, ben più liberali di noi, pensano che siano i cittadini a doversi dare regole: per esempio quella di non trovarsi mai sulla traiettoria dei giusti colpi sparati da chi ha il monopolio delle armi.

Da questo punto di vista abbiamo in Italia un'esperienza che può servire ai legislatori romani e padani del pacchetto sicurezza; e perfino i Blair inglesi e la loro regina, Whitehall e compagnia bella, possono ricavarne qualche riflessione sull'uso della forza. In Italia abbiamo avuto la notevole opportunità di studiare e mettere in pratica il nostro Hobbes con la legge Reale (654/75, di cui il prossimo 13 ottobre si celebrerà il trentesimo anniversario). Con la legge Reale - ministro repubblicano, di centrosinistra - polizia e carabinieri potevano sparare, senza poi dover spiegare perché lo avessero fatto. I morti ammazzati, dal 1976 al 1989 furono 237 e 352 i feriti come si può leggere alla pagina 2 del manifesto. Circa 130 persone furono uccise in assenza di reato o per resistenza, oltraggio e analoghe infrazioni che non meritavano la morte.

I morti per causa di terrorismo furono in quegli stessi anni tremendi 124, circa la metà dei morti ammazzati dalle forze dell'ordine, in omaggio a Hobbes. 120 dopo il debutto della legge Reale.

Una ipotesi mai smentita suggerisce che il terrorismo, arrivato in forze dopo la legge Reale, ne sia stato la conseguenza molto più che la causa.






permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Il fallimentare modello sindacale americano

Si apre domani il Congresso della Afl-Cio. E' la finale tra Sweeney e Stern
Sindacato Usa Diventa tutto un Wal-Mart
Da Ford al supermarket Il «vecchio» leader Sweeney contro il rampante Stern. Il primo ha un concetto più classico di sindacato, il secondo punta a un modello «più leggero» e attento al mercato
VITTORIO LONGHI
Ciò che più colpisce del dibattito sul prossimo congresso della centrale sindacale americana Afl-Cio, da domani a Chicago, è il tono monocorde con cui i mezzi di informazione tendono a descrivere lo scontro tra il vecchio leader John Sweeney e il giovane dissidente «scissionista» Andrew Stern. Dal New York Times al Washington post, ai giornali europei, tutti sembrano d'accordo nel definire indiscutibilmente «innovativa» la trasformazione che Stern chiede all'Afl-Cio, insieme ad altre cinque sigle unite nella coalizione Change to win. A Sweeney, invece, tocca la parte del vecchio burocrate sindacale accentratore, legato a un sistema sorpassato, e responsabile del calo degli iscritti (dal 15% del 1995 al 13% attuale) nonché della perdita di potere delle union americane su governo e imprese. Le critiche di Stern, i suoi continui attacchi alla direzione e le minacce di divisione trovano consenso anche nella stampa progressista, infatti, con l'ovvia soddisfazione della destra al potere che non esita a calcare lo stereotipo, assai diffuso nella cultura anglosassone, del sindacato inefficace, quando non inutile o, peggio, corrotto e mafioso. «Farò il tifo per Andy Stern e per tutti gli altri leader che promettono l'uscita dall'Afl-Cio al congresso di questa settimana - ha scritto l'editorialista del Washington Post, Steven Pearlstein - La colpa del declino del sindacato è soprattutto di quei dirigenti che si sono preoccupati più di preservare il passato che di cogliere le opportunità del futuro». Secondo Pearlstein, è nell'interesse dei lavoratori avere «un movimento dinamico, più sensibile al mercato», visto che «un sindacato non è diverso da un'azienda» e gli iscritti vanno trattati come «clienti».

È questa, in sostanza, la visione che i dissidenti riformisti sembrano avere di una moderna organizzazione del lavoro. La loro proposta, avanzata un anno fa alla direzione dell'Afl-Cio, si basa sullo snellimento radicale dell'apparato centrale, su un maggiore spazio di contrattazione delle singole categorie, fino al livello delle singole imprese, contro il tentativo estendere la contrattazione collettiva che invece ha ispirato l'azione di Sweeney nei suoi dieci anni di presidenza.

«Siamo passati dall'economia della General motors a quella di Wal Mart - ha dichiarato Stern in un'intervista al mensile The Nation - e la coscienza della classe operaia che c'era nel secolo scorso oggi non esiste più, accade qui come nel resto del pianeta». Illustrando i punti del suo programma di rinnovamento, ha spiegato: «Noi insistiamo per sviluppare comitati aziendali più forti che abbiano reale autonomia e potere di contrattazione, senza dover seguire le linee dettate dalla centrale».

Altro grosso motivo di scontro con Sweeney è quello politico, sulla destinazione delle risorse raccolte dal sindacato: Stern vorrebbe un minore coinvolgimento con il partito democratico, di cui l'Afl-Cio è naturale cinghia di trasmissione nonché maggiore sostenitore economico e organizzativo, ma soprattutto chiede più fondi per il tesseramento alle federazioni. Il nodo cruciale della scissione, infatti, sembra essere proprio la restituzione di metà delle quote che le federazioni oggi versano alla centrale unitaria, quelle destinate alle campagne per le nuove iscrizioni.

Stern è forte anche del fatto di presiedere uno dei pochi sindacati che hanno accresciuto il numero delle adesioni negli ultimi anni, quello dei servizi, Service emplyees international union, lo stesso da cui veniva anche Sweeney. Il Seiu oggi conta il maggior numero di iscritti all'interno dell'Afl-Cio, circa duemilioni, e questo ha contribuito non poco a schierare anche le altre federazioni dalla parte di Stern: quella degli alimentari e del commercio United food and commercial workers, quella delle costruzioni Carpenters, uscita dalla centrale già da tempo, quella degli agricoltori United Farm Workers, quella dei tessili Unite here, e anche quella dei camionisti Teamsters presieduta da James Hoffa junior, figlio dell'omonimo sindacalista, che sostiene apertamente George Bush. Insieme, anche se distanti politicamente, le sei federazioni rappresentano circa cinque milioni di iscritti e la loro eventuale separazione dalla centrale, che complessivamente ne conta 13 milioni, sarebbe comunque un duro colpo per Sweeney, che continua a invocare l'unità e i rischi politici di una scissione. Ma Stern è determinato e, se la direzione non accetterà le sue proposte, è pronto a costituire già in autunno una nuova organizzazione. «Questo congresso era l'occasione per inaugurare la modernizzazione del sindacato - ha dichiarato ieri Stern - Invece i dirigenti dell'Afl-Cio hanno scelto di tornare indietro, a una struttura fatta di 57 sindacati che in molti casi si sovrappongono, hanno scelto di liquidare ogni proposta innovativa per non interferire con alcuni interessi consolidati e per garantire lo status quo».

Eppure, sotto la guida di Sweeney il sindacato ha fatto progressi importanti, anche se non ha raggiunto gli obiettivi che si era prefisso. La scelta, ad esempio, di avere al suo fianco, come vice-presidente, Linda Chavez-Thompson, dimostra un'apertura alla rappresentanza delle donne ispaniche sempre più presenti nell'organizzazione e una diversa sensibilità nei confronti dei migranti. Lo sforzo politico di mobilitare i lavoratori in favore di Gore prima, e Kerry dopo, ha comunque ottenuto risultati: «Sono fiero di ciò che abbiamo fatto in campo politico - ha detto Sweeney, sempre a The Nation - Nonostante la diminuzione di iscritti al sindacato, infatti, siamo stati capaci di portare ai nostri candidati quattro milioni di voti in più dal 1992 al 2004».

Con la vittoria dei democratici, il presidente dell'Afl-Cio in realtà sperava di acquisire un peso politico tale da riuscire a riformare la legge sulla rappresentanza sindacale, che ora impedisce alle organizzazioni che non raggiungono il 50% delle adesioni di essere riconosciute dalla legge, perciò non consente di associarsi e di contrattare liberamente. Nella frammentazione delle sigle che si contendono iscritti, spesso con pratiche al limite della legalità, Sweeney ha anche tentato di imporre piattaforme comuni di contrattazione, spingendo i vari sindacati a non accettare condizioni salariali e di lavoro inferiori a quelle stabilite dalla centrale. A livello locale, l'Afl-Cio ha avviato un lavoro intenso di relazione con le comunità locali, nell'ottica di una partecipazione democratica, dal basso, alle scelte delle amministrazioni. Nel contesto internazionale, invece, il sindacato ha cercato di svincolarsi dal rapporto stretto con il governo, che per troppi anni ne ha condizionato negativamente il comportamento. Non mancano, infatti, gli esempi di come la centrale sia stata usata per finanziare indirettamente attivisti politici e sindacali strumentali agli interessi del governo e delle multinazionali Usa (dall'Argentina degli anni '70, ai casi più recenti del Venezuela e dell'Iraq).

In ogni caso, il movimento sindacale americano è in un momento di indubbia crisi, per il calo di consenso e di credibilità tra i lavoratori e di pressione sulle istituzioni e sulle imprese. Basti pensare che negli anni '50 era sindacalizzato un lavoratore su tre, mentre oggi non si arriva a uno su dieci. Anche la direzione attuale concorda sul fatto che non esistono solo fattori esterni, come gli attacchi dell'amministrazione Bush o anche la filosofia neoliberista del governo Clinton. Le cause sono in buona parte interne, infatti, ed è il modello sindacale americano nel suo insieme che andrebbe ripensato. Le critiche avanzate da Stern avrebbero potuto avviare una vera, nuova fase di analisi, ma questa divisione sembra destinata solamente a indebolire non solo l'Afl-Cio ma l'intero movimento del lavoro.




permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

La democrazia incompiuta di Israele

INTERVISTA
La democrazia incompiuta di Israele
Parla lo studioso israeliano Ilan Pappe, autore di Storia della Palestina moderna, edita da poco per Einaudi. «Una strategia diffamatoria per chi non condivide la linea ufficiale sul sionismo»
MICHELE GIORGIO
Docente di storia all'università di Haifa, Ilan Pappe è autore di numerosi testi e fra l'altro della recente Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, pubblicata in Italia per Einaudi: anche nel nostro paese si comincia così a conoscere l'opera di un accademico molto stimato in Europa ma che non gode di buona fama in Israele dove le sue critiche impietose del sionismo e della storiografia ufficiale suscitano scandalo e reazioni forti. Pappe, un attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Con lui abbiamo parlato del suo lavoro, delle difficoltà che incontra nella sua attività accademica, della libertà di pensiero in Israele e, naturalmente, anche della politica del governo Sharon a pochi giorni dall'inizio dell'evacuazione delle colonie ebraiche di Gaza. Lo abbiamo intervistato nel suo ufficio dell'università di Haifa.

Professor Pappe, lei è uno degli storici israeliani più noti e apprezzati all'estero, e i suoi lavori sono stati tradotti in molte lingue. Nel suo paese invece lei è considerato un nemico pubblico, un alleato dei palestinesi e degli arabi, un accademico da tenere a distanza. Per quale ragione?

Il trattamento che mi viene riservato in Israele è la conseguenza delle conclusioni alle quali è giunto il mio lavoro di ricerca, che sono profondamente diverse da quelle della maggior parte degli storici del paese. È la mia critica del sionismo, o meglio di alcuni suoi aspetti, che fa saltare i nervi a coloro che mi criticano. Non è, come pensano molti, una questione legata alla mia condanna della politica dei governi israeliani verso la questione palestinese. Molti miei colleghi pensano, scrivono e dicono le stesse cose ma non mettono in discussione il sionismo come faccio io. Ecco perché sono nel mirino di tante persone, sia ai vertici dell'establishment politico sia nella mia università. Lo stesso comunque accade anche ad altri colleghi che condividono le mie posizioni, come Tania Reinarth. Di loro però si parla molto meno e io, paradossalmente, posso considerarmi «fortunato».

In questi ultimi anni molti israeliani hanno puntato l'indice contro il sionismo. Perché lei viene preso di mira?

Per la mia definizione del sionismo come progetto coloniale, responsabile della pulizia etnica avvenuta (nel 1948-49, ndr) a danno dei palestinesi. In Israele non c'è una democrazia compiuta. Ci sono argomenti che rimangono un tabù, verità ufficiali che nessuno deve mettere in discussione altrimenti scattano le punizioni e talvolta si arriva alla diffamazione. Ad esempio, è stata accolta con disgusto la mia proposta di sanzioni internazionali contro Israele sino a quando questo paese non consentirà ai palestinesi di vivere liberi e indipendenti, proprio come si fece nel caso del Sudafrica razzista. Sono stato attaccato duramente, e non sono mancati anche gli insulti. Allo stesso tempo ho ricevuto lettere di approvazione da parte di molti israeliani, a conferma che la società di questo paese è viva e capace di mettersi in discussione anche se resta in gran parte prigioniera del mito, dell'ideologia, del nazionalismo.

Da anni gli storici ebrei, non solo in Israele, si combattono tra di loro. È uno scontro senza esclusione di colpi che talvolta è persino arrivato nelle aule dei tribunali. Sul ring in questo momento ci sono il suo amico Norman Finkelstein e un accanito difensore di Israele e del sionismo come Alan Dershowitz. Come giudica questa guerra che dura ormai da una quindicina di anni, ossia da quando si sono affermati i cosiddetti «nuovi storici» israeliani?

In genere, in questi casi, si tende ad affermare che il confronto di idee è positivo e testimonia il pluralismo esistente nel mondo accademico israeliano. Ma le cose non stanno così: la libertà alla quale si fa riferimento, qui esiste solo in parte. Ogni giorno ci troviamo di fronte al tentativo di delegittimare e diffamare chi mette in dubbio la verità storica ufficiale sulla genesi dello Stato ebraico - che, fatto non secondario, deve continuare ad essere accettata soprattutto all'estero per mantenere costante il sostegno internazionale a Israele. In genere le cose vanno così: se un docente di una università straniera critica troppo Israele, allora viene accusato di antisemitismo. In Israele, come nel mio caso, l'accusa è quella di tradimento. Si usa nei confronti degli studiosi israeliani non allineati la stessa strategia di diffamazione adottata verso i palestinesi di Israele che osano denunciare le discriminazioni che subiscono nonché la politica del governo. Il pluralismo di idee, sebbene sia ufficialmente garantito, di fatto è soggetto a limitazioni importanti che, a mio avviso, pongono dubbi sull'effettivo carattere democratico di Israele.

La scorsa primavera gli accademici britannici hanno attuato per alcune settimane il boicottaggio della sua università e di quella di Bar Ilan (Tel Aviv) aprendo un periodo di polemiche accese tra sostenitori ed oppositori di quella decisione. Lei è stato accusato di aver invocato quel boicottaggio in risposta all'ostilità crescente dei docenti dell'università di Haifa nei suoi confronti.

Si tratta di un'affermazione del tutto falsa. Il boicottaggio accademico di Haifa, Bar Ilan e delle altre università israeliane era in discussione in Gran Bretagna già dal 2002, quando l'esercito israeliano distrusse metà del campo profughi di Jenin. I colleghi britannici mi domandarono tre anni fa se ritenevo legittimo l'isolamento degli atenei israeliani. Risposi di sì perché, come ho spiegato prima, ritengo il boicottaggio uno strumento di pressione su importanti settori della società israeliana che rifiutano di prendere in considerazione la violazione dei diritti dei palestinesi. Nel caso di Haifa i colleghi britannici non hanno valutato solo i miei problemi nello svolgimento del lavoro, ma anche le discriminazioni nei confronti degli studenti arabi. Nel caso di Bar Ilan non dobbiamo dimenticare che questa università sostiene un college nella colonia ebraica di Ariel, quindi nei Territori occupati, in violazione delle risoluzioni internazionali. In ogni caso la decisione presa dal mondo accademico britannico non ha avuto vita lunga: i sostenitori di Israele, non solo in Gran Bretagna, in poche settimane hanno avuto il sopravvento e l'isolamento delle due università è stato revocato.

Contro il boicottaggio delle università di Haifa e Bar Ilan, si era espresso anche Sari Nusseibeh, il rettore dell'università palestinese di Al-Quds (Gerusalemme).

Nusseibeh è libero di pensare ciò che vuole. Io mi limito a dire che come accademico dovrebbe tenere conto che le università palestinesi da anni di fatto sono soggette quotidianamente a un boicottaggio israeliano che si attua attraverso i posti di blocco che spesso impediscono a studenti e docenti di raggiungere gli atenei e molte altre misure restrittive. Purtroppo Nusseibeh e buona parte dei palestinesi continuano a essere molti ingenui nei riguardi del sionismo. Dopo tanti anni non hanno ancora compreso gli obiettivi di questo movimento.

Veniamo alla attualità politica. I coloni ebrei stanno attuando una protesta senza precedenti nella storia di Israele allo scopo di impedire l'evacuazione degli insediamenti colonici di Gaza e di altri piccoli centri nel nord della Cisgiordania. Il governo Sharon da parte sua si dice determinato ad attuare il ritiro a metà agosto. Lei cosa prevede?

Le aspettative sono minime. Sharon in realtà vuole un trauma, desidera che il mondo veda una società israeliana spaccata in due, in modo che in futuro la comunità internazionale non chieda a Israele di ritirarsi anche dalla Cisgiordania. Dopo il ritiro da Gaza cambierà molto poco sul terreno perché Sharon ha in mente di annettere a Israele circa il cinquanta o il sessanta per cento della Cisgiordania. I palestinesi per ora non possono far altro che ingoiare un piano che non hanno sottoscritto, sono impotenti di fronte a ciò che accade e inoltre, credo, non si rendono pienamente conto delle intenzioni di Sharon. Tra qualche mese sarà tutto più chiaro e a quel punto la situazione potrebbe riesplodere di nuovo, con conseguenze gravissime per i due popoli. In tutto ciò la sinistra sionista è assente e i suoi leader non fanno altro che seguire Sharon, senza sollevare dubbi e proporre alternative. In questo clima non si può essere ottimisti e si ha il dovere di continuare a denunciare ciò che accade per tentare di costruire un futuro finalmente diverso.






permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Apologia

Da Strasburgo l'invenzione dell'«apologia»
Da maggio una Convenzione in seno al Consiglio d'Europa fornisce una confusa definizione del nuovo reato Diciannove firme in pochi mesi, tra cui quella italiana nel giugno scorso. Ma per la ratifica sono necessarie modifiche alle legislazioni nazionali
LUCA TOMASSINI
Pomeriggio del 21 luglio. In una Londra per la seconda volta sconvolta dalle bombe, presso la residenza del Primo ministro inglese a Downing street, un incontro da lungo tempo previsto aveva comunque luogo. L'Associazione dei funzionari di polizia (Acpo) proponeva direttamente a Tony Blair una lunga serie di proposte di modifica della esitente legislazione per la lotta al terrorismo. Tra queste l'introduzione dell'«istigazione indiretta a commettere atti terroristici», presentata in un comunicato diffuso successivamente come necessaria per permettere la ratificazione da parte della Gran Bretagna della Convenzione sulla prevenzione del terrorismo approvata in seno al Consiglio d'Europa nel maggio di quest'anno. E per meglio chiarire i suoi scopi l'Acpo aggiungeva che «l'introduzione di tale delitto allargherà significativamente gli scopi del reato di istigazione. Esiste una tendenza europea verso una legislazione di questo tipo della quale vorremmo essere un partner chiave».

Un buon esempio di come lotta al terrorismo non significhi solamente migliorare le capacità di reazione e prevenzione delle forze dell'ordine, ma anche perseguire nuovi e più larghi obiettivi attraverso istituzioni internazionali quali il G8, l'Unione europea e, appunto, il Consiglio d'Europa.

Con i suoi 45 paesi membri, quest'ultimo nasce come organizzazione finalizzata alla tutela dei diritti fondamentali (i suoi principali strumenti sono la Convenzione europea sui diritti dell'uomo del 1950 e la Corte di giustizia di Strasburgo che veglia sulla sua applicazione) e riunisce tra gli altri tutti i membri dell'Unione europea e gli Stati Uniti (nel ruolo di «osservatori»): una sede naturale, dunque, per l'armonizzazione attraverso trattati delle rispettive normative antiterrore.

Approvata nel maggio scorso, in pochi mesi la Convenzione sulla prevenzione del terrorismo è stata firmata da 19 stati: nessuno dei «grandi» tranne Italia (lo scorso 8 giugno), Gran Bretagna e naturalmente gli Usa, con tra gli altri Danimarca, Finlandia, Polonia, Spagna e Svezia. Di essi, ad ogni modo, neanche uno ha ancora provveduto alla ratifica, che il trattato condiziona alla effettiva introduzione nelle legislazioni nazionali del reato di apologia di terrorismo.

E proprio a questo, il vero cuore del Trattato, si riferiva l'Acpo nel suo documento.

Ma cosa significa «apologia»? E cosa significa «terrorismo»? Riguardo la prima l'articolo 5 del Trattato recita: «distribuzione, o comunque diffusione, di un messaggio al pubblico, con l'intento di incitare alla perpetrazione di un atto di terrorismo, qualora tale condotta, perorando atti specifici o meno, causi un pericolo che uno o più di tali atti siano compiuti». Una formulazione inquietante ma persino precisa a confronto con quella fornita nella prima versione del testo: «la pubblica espressione di apprezzamento, supporto o giustificazione di uno o più atti terroristici». Non va meglio per il secondo, così descritto nel preambolo: «atti che abbiano l'obiettivo, per la loro natura o il contesto, di intimidire seriamente una popolazione o costringere illecitamente un governo o una organizzazione internazionale a intraprendere o non intraprendere qualunque tipo di azione (sic!) o seriamente destabilizzare o distruggere le fondamentali strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali di un paese o di una organizzazione internazionale». E è importante notare che quest'ultima definizione coincide quasi letteralmente con quelle della Decisione quadro sulla lotta al terrorismo dell'Unione europea (2002) e del ministro Pisanu nel suo «pacchetto».

Che l'introduzione del reato di apologia di terrorismo fosse uno degli obiettivi principali del Consiglio d'Europa e non solo lo si era capito fin dal novembre 2002, quando un Gruppo multidisciplinare creato dopo l'11 settembre 2001 lo include tra le priorità di una ricerca i cui risultati sono stati resi pubblici nel giugno del 2004. Attraverso un questionario agli stati membri veniva poi accertato che su 46 solo 3 (Danimarca, Francia e Spagna) prevedevano leggi specifiche ma soprattutto tra le risposte emergevano le preoccupazioni di alcuni di essi per le connesse minacce alle libertà di espressione e di stampa.

Preoccupazioni che hanno tra le altre cose spinto, così si legge in un rapporto del febbraio 2005, «numerose delegazioni» a chiedere e ottenere due essenziali modifiche al testo della Convenzione. In primo luogo la già citata riscrittura della definizione di apologia (ma la maggior parte dei paesi dell'Unione non la riteneva necessaria) e infine, significativamente, l'introduzione di un punto 7 del preambolo che specifica come il Trattato non sia «inteso incidere su principi affermati nelle legislazioni nazionali riguardanti le libertà di espressione e di associazione».

Comunque, nell'arco di tempo di un anno si è passati da una situazione in cui l'apologia di terrorismo era solo eccezionalmente prevista negli ordinamenti nazionali ad una in cui l'intera Ue ne sostiene formalmente l'introduzione, anche se forse senza lo stesso zelo del governo e della polizia inglesi.

La Convenzione costituisce quindi uno dei risultati più «avanzati» nel tentativo perseguito dagli USA e certamente dai membri europei del G8 di estendere i reati di terrorismo fino a coprire atti preparatori o di «sostegno».

E se si aggiungono al quadro i tentativi ad ogni livello di allargare indiscriminatamente la raccolta e la conservazione di ogni tipo di informazione ad una sempre più vasta platea di «soggetti pericolosi» (vedi ancora il «pacchetto» Pisanu, si parva licet), è difficile resistere al dubbio che nel mirino invece di qualche ago potrebbe finire l'intero pagliaio.





permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Progresso e piccioni

Prima bastava un saltello e i piccioni volavano via
Oggi per quanto li insegui, affrettano solo il passo




permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


31 luglio 2005

Goethe sulla pazienza degli innovatori

Chi si dedica alle scienze deve soppportare prima dei ritardi e poi delle anticipazioni.
Dapprima la gente non dà valore alcuno a ciò che si tramanda;
dopo si comporta come se tutto ciò che le si tramanda le fosse già noto




permalink | inviato da il 31/7/2005 alle 20:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     giugno   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10  >>   agosto
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom