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29 novembre 2007

Giovanni Mazzetti : l'errore del politicismo

Invece di misurarsi con il problema di come conquistare la forma di una forza pratica, capace di mediare positivamente giorno per giorno, nella vita empirica, nel lavoro produttivo, nei rapporti personali, la formazione di una nuova base sociale coerente con i propri presupposti; invece di procedere finalmente nella direzione del superamento della proprietà privata,il comunismo sviluppava una ipertrofica illusione che la politica fosse la forma dell'attività e del pensiero capace di riassumere efficacemente in sè l'universalità, ed in quanto tale costituisse la chiave per la transizione ad una nuova società.



Per il fatto stesso di aver cercato il proprio potere unicamente sul terreno della politica, i comunisti hanno fatto assumere al loro movimento la natura contraddittoria di un mero tentativo di conquista del timone dello Stato, conquista dalla quale sarebbe dovuta taumaturgicamente sgorgare una società nuova. Si è cioè ignorato che, come la borghesia aveva praticamente e gradualmente rivoluzionato la vita quotidiana per secoli, prima di porre apertamente il problema del potere politico, così la comunità ha bisogno di essere pazientemente prodotta giorno per giorno prima di riuscire ad assumere una forma generalmente condivisa in modo consapevole. E che ogni tentativo di invertire questo processo, proprio perchè pone come motore del cambiamento la mera volontà, è per sua stessa natura, ideologico 

(Giovanni Mazzetti,
Dal comunismo all'agire comunitario, Editori Riuniti)


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29 novembre 2007

Pirandelliana : lo scialle nero

Parve che tutti provassero un gran piacere nel far pubblicamente strazio dell'ammirazione, del rispetto per tanti anni tributati a quella donna; come se, tra l'ammirazione ed il rispetto, di cui non la stimavano più degna, e il dileggio, con cui la accompagnavano a quelle nozze vergognose, non ci potesse essere posto per un po' di commiserazione...




Povero Gerlando, faceva compassione, così grosso, così duro, così ispido, con un libro aperto davanti. Il padre doveva sudare una camicia , certe mattine, per scuoterlo dai saporiti sonni profondi, di porcellone satollo e pago, e avviarlo ancora intontito e barcollante, con gli occhi imbambolati, alla vicina città : al suo martirio.


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29 novembre 2007

I sindacati rovineranno l'Italia e la camorra la salverà

La destrutturazione del contratto nazionale avallata dai sindacati in via di unificazione sarà una catastrofe dal momento che aumenterà l'ineguaglianza dei redditi su base territoriale, come già argomentato nel blog di Crisieconflitti. Alla iniqua distribuzione delle risorse prelevate dal fisco tramite il federalismo si aggiungerà questa ulteriore forma di espropriazione dei poveri per dare ai ricchi. 



L'unica forza che si può opporre a questo processo è la stessa che violentando il territorio e la salute dei cittadini del meridione sta svolgendo la sua accumulazione primitiva. Si tratta della camorra e delle delinquenza organizzata che in maniera sempre più diretta ed immediata troverà rappresentanza nelle istituzioni. Chissà se si spingerà sino ad avere un proprio partito. Se sarà così tra quindici anni ci troveremo a gestire una secessione che partirà dalle regioni meridionali, con punte di violenza che la Lega non si sognava proprio di  raggiungere


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28 novembre 2007

Rifondazione non può fare di più

Rispetto il tormento interno di Rifondazione. I suoi errori sono più lontani nel tempo e nella fase attuale è difficile fare di meglio. Io da tempi non sospetti sostengo l'esigenza di costituire un nuovo soggetto politico comunista, dal momento che Rifondazione non può e non vuole portare più avanti il programma di ricerca e di prassi comunista. Questo nuovo partito comunista dovrà basarsi sul lavoro sul territorio, consolidare la sua base sociale e cominciare lentamente e molecolarmente a costituire la base sociale di una possibile trasformazione. Tuttavia nella situazione data la scelta di far cadere il governo Prodi  deve essere attentamente soppesata, perchè non tutti gli scenari sono uguali. Rifondazione ha fatto bene ad accettare il protocollo così come è stato partorito dal governo e dovrà pazientemente aspettare che questo protocollo venga trasformato in legge e dia luogo ai suoi effetti, quali quelli di fare andare in pensione quei lavoratori che con lo scalone della legge Maroni sarebbero andati in pensione tra qualche anno.
Solo dopo che questo si sarà avverato si dovrà effettuare una scelta. E questa scelta va fatta dopo l'analisi degli scenari possibili : quale sarà lo scenario macroeconomico ? La crisi dei subprime farà sentire i suoi effetti ? Il governo Prodi ha i presupposti per continuare a governare così com'è ? Bisognerà elaborare in chiarezza e verità un nuovo programma con coloro che hanno in pugno questa maggioranza (Dini, Mastella, Di Pietro) e a cui non fa specie se il centro destra va al potere ? O bisogna far finta che il programma di governo sia sempre lo stesso e cercare a forza di spintarelle di farlo rispettare ? Bisogna accettare l'allungamento di questa maggioranza al centro e sperare di incidere un pochino anche in essa o bisogna mollare ? E se si molla, lo si deve fare a condizione che si vada a nuove elezioni o bisogna accettare che si faccia una sorta di grande coalizione in salsa italiana ? Tra le tante teste del drago di destra, il  maggior nemico oggi è sempre Berlusconi o è Walter Veltroni ?



Questo deve chiedersi Rifondazione, mentre si va a fondere dopo dimagrimento nella Cosa Rossa e mentre molti di noi non rinnoveranno la tessera. Questo deve chiedersi, perchè ormai non può chiedersi più niente. Il comunismo, di nuovo spettro, veleggia più leggero e diafano verso altri lidi.
Ci saranno molte ragioni materiali perchè acquisti corpo molto presto.


26 novembre 2007

Politica industriale e comunisti

Un post del buon Mario si collega polemicamente al mio sunto dell'articolo di Luigi Cavallaro sul Manifesto di qualche giorno fa. Mario si domanda giustamente (in relazione all'ipotesi di cambiare la politica industriale del nostro paese) a fronte di un contesto economico che ama la deregolamentazione e la flessibilità, chi dovrebbe guidare questo processo?
La seconda è: a vantaggio di chi e, cosa non secondaria, secondo quale ordine gerarchico di interessi?



Per rispondere a queste domande, bisogna fare una premessa : i comunisti debbono partire da un'analisi delle circostanze storiche concrete nelle quali si trovano ed elaborare progetti e strategie a partire da queste analisi. L'idea di cambiamento di politica industriale parte dal presupposto che l'ambito di azione di partiti e forze lavoratrici presenti in Italia sia ancora prevalentemente un ambito nazionale. In attesa di costituire reti, alleanze, soggetti, istituzioni che rappresentino i lavoratori a livello globale ed abbiano un'incidenza operativa (ricordo che la tanto detestata Cgil ha un ruolo di traino nel tentativo di dare maggiore unità d'azione al resto dei sindacati europei), bisogna esplorare le opportunità di lotta a livello nazionale e sperare che tali opportunità esistano. Gli economisti che fanno elaborazione in questo senso ritengono che sia possibile giocare sui tempi della globalizzazione e dunque cercare di contrastarla/regolarla/gestirla con risultati più efficaci. Gli esempi seguiti sono quelle democrazie che in Europa meglio hanno conservato il proprio Welfare a fronte delle dinamiche della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche.Ciò non toglie  che bisogna prepararsi anche ad una situazione in cui gli effetti congiunti della globalizzazione e delle innovazioni dispiegheranno tutti i loro destrutturanti effetti.
Nel frattempo ogni guerra ha diversi fronti e diverse strategie che si sovrappongono ed interagiscono. Quindi va perseguito anche questo indirizzo, che si integra bene con la resistenza (laddove ci sia) dei lavoratori alla precarizzazione e ai bassi salari, giacchè ne costituisce la parte propositiva. La risposta a chi sia l'attore di questa strategia è la seguente : lo Stato deve promuovere una politica industriale, un partito comunista deve dare questo ruolo allo Stato sulla base della resistenza dei lavoratori a politiche deflazionistiche. Dunque si deve partire sempre dalla resistenza nei luoghi di lavoro. Ma questa resistenza lungi dall'essere fine a se stessa (come in prospettive più massimalistiche) ha quanto meno una proposta fattibile, almeno in linea di principio.


26 novembre 2007

La filosofia e il non-lavoro

 

Per Pitagora ci sono tre tipi di uomini, come ci sono tre categorie di persone che vanno ai giochi olimpici. La classe più bassa è formata dalle persone che vanno a comprare o a vendere; poi ci sono quelli che gareggiano per la gloria ed, infine, i migliori sono quelli che vanno semplicemente a vedere. La purificazione più perfetta è quindi la scienza disinteressata e, ad essa, si dedica l’autentico filosofo che si è completamente liberato dai vincoli della natura.

 

Che cosa si addice a un uomo povero che vi ha fatto del bene e che ha bisogno di tempo libero per la vostra istruzione? Non c'è nulla che si addica di più, cittadini ateniesi, di una pensione nel Pritaneo; (35) [e si addice] molto di più a lui che a chi di voi abbia vinto alle Olimpiadi con cavallo, biga o carro da corsa; perché quest'ultimo vi fa credere felici, mentre io vi faccio [36e] essere felici davvero, e lui non ha bisogno di sostentamento, mentre io sì. Se dunque devo chiedere quello che merito secondo giustizia, [37a] mi sia assegnata questa pena: mangiare nel Pritaneo.

(Platone, Apologia di Socrate)

 

 

 

Molti perfezionamenti sono dovuti all’inventiva dei costruttori di macchine, da quando la loro costruzione è diventata compito di una particolare professione; e taluni a quella dei cosiddetti filosofi o uomini di speculazione, la cui occupazione non è di fare, ma di osservare ogni cosa. Essi per questa ragione sono spesso capaci di combinare insieme le proprietà degli oggetti più distanti e disparati.

(Bernard de Mandeville)

 

 Molto di rado lo stesso genere di persone inventa arti e migliorie e   investiga la ragione delle cose: l’investigazione è per lo più comunemente praticata da gente pigra ed indolente, che ama starsene appartata, odia gli affari e si diletta di speculazione; mentre nelle arti e nelle migliorie nessuno riesce più spesso degli uomini attivi entusiasti e laboriosi, come quelli che mettono mano all’aratro, fanno esperimenti e danno tutta l’attenzione alle cose che stanno facendo.

 (Adam Smith)



 

 

Uno degli scopi del  reddito di cittadinanza è di liberare tempo, di fare tempo vuoto, un tempo che per la maggior parte dei casi sarà dissipato. E’ il tempo della filosofia, e del momento in cui la filosofia dovrà chiarire a se stessa se avere un ruolo, se dover mettere in crisi la logica dei  ruoli, se dover diventare livello collettivo e politico di elaborazione. Sarà una nevrosi collettiva, una traversata nel deserto, un desiderio sempre risorgente di delega e di semplificazione arbitraria, una navigazione in mare aperto. Si berrà molta acqua salata. Molti annegheranno. Ma forse verrano anche idee buone.

 

 


25 novembre 2007

Pavese: colline che si sovrappongono al mare ( il corpo di una donna?)

 

Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.

Alla sera, che l’acqua si stende slavata e sfumata nel nulla

L’amico la fissa e io fisso l’amico e non parla nessuno…

L’amico ha i suoi sogni

(sono un  poco monotoni i sogni allo scroscio del mare)






Dove l’acqua non è che uno specchio

Tra un’isola e l’altra di colline

Screziate di fiori selvaggi e cascate

…si contempla, guardando il bicchiere

A innalzare colline di verde sul piano del mare…

 
(Cesare Pavese)


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25 novembre 2007

Logica : le origini

 

Aristotele è il fondatore della logica ? Certo, egli è il primo che la tematizza (esplicitamente e oggettivamente) come “ciò con cui si lavora, lo strumento (organon), ciò che permette lo svolgimento di una funzione, il metodo”. Ma Bochenski sulla base delle tracce nei dialoghi di Platone e sull’esistenza della scuola Megarica, retrodata la nascita della logica a Socrate.

William e Martha Kneale notano scritti che evidenziano l’uso del ragionamento inferenziale che sono spesso di molto precedenti (risalenti allo sviluppo della geometria in Grecia o quanto meno alla filosofia degli Eleati).
 




A mio parere proprio negli Eleati si nota,
nel tentativo di fugare il pericolo della dialettica eraclitea degli opposti, la statuizione di una legge ontologica che sia legge anche del discorso (l’isomorfismo tra realtà, pensiero e discorso è una tesi eraclitea) e lo sviluppo del ragionamento per assurdo che partendo dai presupposti dell’avversario ne svela l’incongruenza.

Se Aristotele è il vero e proprio fondatore della logica come disciplina a se stante, i prodromi di questa operazione sono gli Eleati.


25 novembre 2007

Ciociole 12 (Il mondo visto da Crociuzzo e Addolorata)

Sex Tax

Addolorata : "Anche le prostitute devono pagare le tasse..."
Crociuzzo: "L'accertamento fiscale sarà col guanto o senza ? "

Incastrato

Addolorata: "Aggressore di una donna rimane incastrato..."
Crociuzzo: "La donna ora lo vuole portare all'altare ? "


Borse, vite e copricapi

Addolorata: "Coppola è stabile in ospedale..."
Crociuzzo: "Baschetto e cilindro invece sono in lieve discesa..."


L'archeologia secondo Rutelli

Addolorata: "Ritrovata la grotta di Romolo e Remo..."
Crociuzzo: "Hanno scoperto anche il rogito firmato dai due gemelli ? "




QUESTO ED ALTRO SU MINIMIMEDIA



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24 novembre 2007

Sinistra : andiamo al sodo

 

Niente di meglio se non un articolo di Luigi Cavallaro per capire qual è il compito della sinistra italiana in questa fase : oltre le diatribe sulla cosa rossa, Cavallaro prende spunto  dal Quinto Rapporto dell'Enea, "L'Italia nella competizione tecnologica internazionale", da poco edito da FrancoAngeli e dice che dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.




La perdita di competitività del nostro Paese
, continua Cavallaro,  nell'industria manifatturiera non ha accennato a ridursi, aggravando lo squilibrio fra la crescita delle esportazioni e quella, assai più sostenuta, delle importazioni.
E non perdiamo solo nei settori high-tech, ma anche in quelli a medio-bassa tecnologia, a conferma che non ci può essere alcun recupero competitivo in questi ultimi fintanto che il sistema economico resta arretrato nei primi.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2005 la variazione degli investimenti fissi lordi è stata in Italia non solo inferiore a quella europea, ma anche negativa: è piuttosto l'implicazione necessaria delle tendenze di fondo del nostro sistema produttivo, in cui l'effetto cumulato della minore spesa in ricerca e sviluppo ammonta, negli ultimi sei anni, a oltre cinque punti di Pil, l'80% dei quali attribuibili - è bene sottolinearlo - alla minor spesa delle imprese
.

Cavallaro fa anche un piccolo excursus  e dice che durante gli anni '80 e fino alla prima metà degli anni '90, le ripetute svalutazioni della lira hanno consentito alle imprese di azzerare lo svantaggio competitivo accumulato con l'estero. Ma dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con l'ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica, il giochetto è diventato impossibile e l'unico rimedio che si è trovato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da recuperare sul versante del suo costo d'uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei nostri prodotti.

Si è innescata così una spirale perversa e potenzialmente senza fine: non c'è riduzione dei costi che possa reggere alla morsa dell'apprezzamento dell'euro, da un lato, e dei salari da fame dei paesi emergenti, dall'altro. E se non si aggredisce il perverso intreccio fra un sistema di imprese gestito su base familistica e votato alla nicchia o alle rendite da monopolio e una congerie di politiche pubbliche sostanzialmente accomodanti (a cominciare dai finanziamenti a pioggia), ci si ritroverà volenti o nolenti a stare al governo solamente per contrattare quanta e quale precarietà infliggere al lavoro salariato. Prova ne sia che, dopo essere state gratificate dieci anni fa dal pacchetto Treu, quattro anni fa dalla legge 30 e un anno fa dalla riduzione del cuneo fiscale, le nostre imprese, per bocca dei giornali di cui sono proprietarie, hanno plaudito all'ennesima "prova di responsabilità" del sindacato confederale, che - novello Pangloss - ha sottoscritto e perfino rivendicato un accordo che detassa gli straordinari e renderà possibile perpetuare ad libitum i contratti a termine. Il tutto mentre negli ultimi cinque anni le retribuzioni medie dei lavoratori sono scese di dieci punti percentuali, come emerso dalla ricerca dell'Ires-Cgil di cui dava notizia questo giornale il 20 novembre scorso.

Cavallaro riassume anche tutta la rassegnazione rabbiosa di molti che a sinistra sopportano i luoghi comuni del neocentrismo e termina dicendo che precarizzazione del lavoro e compressione salariale, conviene rimarcarlo, sono semplici equivalenti funzionali delle svalutazioni competitive, come tali destinate ad essere vanificate in tempi sempre più brevi per essere rimpiazzate da nuove e analoghe richieste. A sostegno delle quali, naturalmente, ci verranno spacciate per analisi incontrovertibili le stesse identiche chiacchiere che da un pezzo si leggono sui giornali e si odono nei salotti televisivi. Eminenti professori spiegheranno che la colpa della nostra specializzazione produttiva è della scarsa formazione dei nostri lavoratori (come se un ingegnere nucleare potesse trovare un posto di lavoro in una società dedita alla pastorizia). Illustri esperti pontificherano sulla necessità di privatizzare quel poco che è rimasto in mano pubblica e ridurre a tappe forzate il nostro debito (come se non si potesse puntare sulla stabilizzazione del debito pubblico in rapporto al Pil e destinare il sovrappiù di risorse così ottenuto ad interventi di politica industriale volti a modernizzare la nostra struttura produttiva). Autorevoli sindacalisti magnificheranno i vantaggi della riduzione delle tasse ai lavoratori (come se cento euro in più di busta paga potessero ripagarli dei servizi pubblici che bisognerà tagliare per finanziare lo sgravio fiscale). E illuminati editorialisti elogeranno tutto ciò come sinonimo di svecchiamento culturale e capacità di innovazione politica.

Il dibattito a sinistra è come organizzare una base (che c’è e ce lo ha detto la manifestazione del 20 Ottobre) ed elaborare una strategia sociale collegate a questa analisi.  


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