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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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30 luglio 2007

Il tempo dei Mele

 
Crociuzzo: " A me sembra più il tempo delle castagne..."


30 luglio 2007

L'attualità di Feyerabend (1992)

 

La figura di P.K. Feyerabend è sicuramente molto controversa e suscita reazioni differenziate : dall’ammirazione per la provocatorietà del suo pensiero e per le conseguenze libertarie che ne derivano al rifiuto vigoroso dell’indeterminazione in cui il suo anarchismo metodologico sembra gettare l’intero patrimonio culturale della scienza e della filosofia occidentale.



Nell’ambito del decennio dal 1980 al 1990 ed oltre, è stato molto acceso il dibattito tra istanze fondazionali che si ricollegano ad Apel, Habermas e Hosle e quella corrente filosofica che si autoproclama “pensiero debole” e contamina (in compagnia dell’americano Richard Rorty) Heidegger con Wittgenstein elaborando una forma particolarmente urbanizzata di Relativismo.

In questo dibattito Feyerabend è stato con molte buone ragioni annoverato tra i Relativisti e tuttavia tale inclusione non sembra dare del tutto giustizia agli stimoli che la sua riflessione può dare anche a chi intraprenda una costruzione del sapere che conforti l’uomo di questo fine secolo nella sua ostinata volontà di uscire fuori dai periodi bui proprio delle storie individuali e collettive.

Se leggiamo “Contro il metodo”, considerato i suo testo più importante, vediamo che Feyerabend afferma principalmente che:

·        La storia della scienza è molto più ricca delle sue ricostruzione razionalistiche e tale ricchezza e varietà di dottrine, teorie e metodologie va preservata per il bene stesso dell’umanità e della cultura

·        Spesso la scienza va avanti grazie a trasgressioni metodologiche  ed una teoria nuova che soppianta quella vecchia è incommensurabile con quest’ultima cosicché non vi è continuità concettuale nella storia della scienza e dunque neanche progresso.

·        Per capire cosa succede nella storia della scienza vanno superate distinzioni epistemologiche consolidate, come quella tra contesto di scoperta e contesto di giustificazione e quella tra termini teorici e termini osservazionali, dal momento che l’esperienza è intrisa di teoria e di concetti metafisici.

 

 

Non siamo interamente d’accordo con tutte le cose che Feyerabend dice : ad es. c’è qualche difficoltà nel conciliare la tesi dell’incommensurabilità con l’apologia del linguaggio comune fatta nel criticare l’asetticità espressiva della comunità scientifica. Inoltre la stessa utilizzazione di un metodo deve essere consequenzialmente osservata con la stessa tolleranza con la quale si guarda ad una teoria : molte intuizioni metodologiche proprie del ‘600 erano state anticipate da Occam e da Ruggero Bacone, ma solo quando un gruppo di epistemologi (Galilei, Bacone, Newton, gli Enciclopedisti) ha forgiato nel corso dei decenni una vera e propria armatura ideologica, capace di seguire ed anticipare il volano della storia che allora aveva vorticosamente accelerato, tali intuizioni hanno stimolato ulteriori acquisizioni ed hanno potuto dispiegare il loro potenziale euristico e pratico.

Non vogliamo però soffermarci su questo : in tale occasione è più importante vedere il contributo costruttivo di Feyerabend alla filosofia e secondo noi, da questo punto di vista,, egli ha quantomeno intimato un deciso stop alle velleità di certa filosofia che voleva fare la mosca cocchiera della scienza e con questo mandato esterno pretendeva di fare piazza pulita delle tradizioni concettuali che si sono acquisite nel corso dei secoli e che costituiscono un patrimonio culturale con cui non si può non fare i conti. Denunciando il carattere fittizio del ricorso all’esperienza ed ai fatti, Feyerabend, seppure non sempre volentieri, apre la possibilità che alcune irrisolte questioni scientifiche incoraggino una rivisitazione delle categorie e dei concetti teorici che fondano le stesse interpretazioni naturali dell’esperienza. Dunque ci può essere un campo di lavoro fecondo per la riflessione filosofica. A ciò si aggiunge che l’anarchismo metodologico di Feyerabend incoraggia la gente comune a porsi nei confronti del sapere specialistico non in posizione meramente passiva, ma con un atteggiamento critico che le consenta di costringere le comunità chiuse del sapere a porsi il problema del linguaggio comune, della comunicazione sociale dei risultati delle loro ricerche e della  chiarificazione dei propri presupposti concettuali e metafisici.

Dunque con Feyerabend la filosofia entra nel discorso scientifico non in veste di ancella o di stadio evolutivo anteriore, ma come strumento di individuazione delle strutture profonde del discorso scientifico stesso e, nel contempo, come dinamismo teso a scongiurare la chiusura monadistica dei diversi giochi linguistici (Wittgenstein). Questo però riguarda solo il valore teorico delle provocazioni feyerabendiane e non la valenza politica delle stesse : si è pensato, a tal proposito, che l’antimetodologia feyerabendiana fosse solo un momento di ubriacatura sessantottina dell’epistemologia (si pensi che anche Kuhn è stato interpretato in Italia con criteri che furono fatti propri anche dal movimento del ’77) e dunque, in quanto tale sarebbe dovuto essere cancellato, sia volendo affermare un pensiero cosiddetto forte, sia nel tentativo di estirpare il ’68 dall’immaginario politico collettivo. Invece, a nostro parere, il lavoro di Feyerabend rimarrà per molto tempo ancora uno sfondo ineliminabile di ogni percorso di pensiero : in primo luogo esso ci proietta in una dimensione collettiva e transgenerazionale del filosofare, priva cioè della figura eroica del pensatore di genio che sintetizza tutte le dimensioni dell’Essere nella sua visione delle cose. Leggendo Feyerabend si ha l’impressione che ogni sia pur grande filosofia del passato ed ogni nostro pensiero siano tasselli di un processo ben più grande che ci trascende tutti e la cui chiusura non è certo prevista nel breve periodo : nonostante il suo Relativismo egli esemplifica concretamente una comunità illimitata di comunicazione, forse meglio di Apel che cerca a sua volta di fondare e costituire tale comunità.

C’è di più : mai come adesso Feyerabend è necessario : l’Ottantanove è stato forse la giusta fine di una serie di sistemi sociali e politici incapaci di essere nella pratica coerenti con i propri presupposti. Tuttavia esso rischia di essere al tempo stesso il primo atto di una crisi che si presenta inizialmente come crisi culturale : un’ideologia che si affermava in tutti i sensi alternativa a quella dominante in Occidente sembra non trovare più nuovi sbocchi e le terze vie (da quella socialdemocratica a quella terzomondista) sono anch’esse in forte ripensamento. Sul pianeta scende come una cappa soffocante il monopolio di una sola visione del mondo, visione resa più rozza e selvaggia anche dalla mancanza di confronto e di alternative. Ci apprestiamo forse a rinnegare sull’onda di crisi economiche, politiche ed ecologiche, conquiste realizzatesi in più di un secolo di storia; le risposte semplicistiche ed autoritarie ai problemi immani che si presentano in questa fase ricevono sempre più credito.

Mai come durante la Prima Guerra del Golfo ad es. la cultura laica europea ha mostrato la sua mancanza di coraggio morale e la sua incapacità di immaginazione : sia che si fosse a favore, sia contro la guerra, si era non solo praticamente ma anche teoricamente impotenti proprio in quanto tutti quanti pensavano all’interno dello stesso quadro di compatibilità.

Perciò Feyerabend ci serve soprattutto ora :

 

 

  1. Per assicurare una turbolenza vitale attorno alle strutture imbalsamate del nostro sapere e consentire il loro trapasso in forme nuove.
  2. Per garantire la diversificazione delle nostre visioni del mondo al fine di dare più chances di sopravvivenza alla specie umana.
  3. Per guadagnare tempo e consentire lo scongelamento del pensiero paralizzato da decenni di torpido bipolarismo ed evitare che siano i duri fatti, prodotti a loro volta dalla nostra obliqua e maliziosa insipienza, a pensare al posto nostro, così come è stato durante le guerre del Golfo.

 

 

 


29 luglio 2007

Festival cinematografico del Partito democratico

Film in concorso
categoria Remake

1)

DON CAMILLO CONTRO DON CAMILLO

 

2)

 

I VICINI DI CASA

 

3)

NON APRIRE QUELLA PORTA

4)


UN AMERICANO A ROMA

5)



LA VENDETTA DEI SITH




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29 luglio 2007

Il passo dell'oca

Uno dei padri della cultura politica di Alleanza Nazionale pare sarà Konrad Lorenz


29 luglio 2007

E se lo dice lui...(2)

Quando sono generosamente pagati a cottimo, i lavoratori tendono a strafare ed a rovinarsi la salute in pochi anni.
...Se i datori ascoltassero sempre i dettami della ragione e dell'umanità, avrebbero spesso occasione di moderare anzichè incitare l'operosità di molti dei loro dipendenti.


(Adam Smith)




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28 luglio 2007

Bast con questo governo...

Prodi: "Chi era alla porta ?"
Crociuzzo: "Nessuno, solo un gatto...."


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28 luglio 2007

Un commento all'esperimento di Milgram : la libertà non è un dato

Nel contesto reale quelle persone non erano consapevoli di quel che stavano facendo. La dinamica propria della situazione ottundeva completamente la loro sensibilità ed essi delegavano interamente il significato dell'evento all'istituzione nell'ambito della quale esso aveva luogo. La libertà che poteva idealmente essere riferita a se stessi fintanto che ci si immaginava fantasticamente come individui pienamente capaci di confrontarsi con il problema, si dissolveva nel nulla non appena il problema assumeva il suo nornale aspetto di componente della vita pratica, la cui natura problematica era , eventualmente, da percepire e svelare.


Entrati in quel contesto con la convinzione di partecipare positivamente ad un processo produttivo di conoscenza, scoprivano che il contesto stesso si contrapponeva loro come un qualcosa che assumeva tutt'altro significato ma che era anche in grado di procedere per proprio conto.
Ciò avveniva paradossalmente attraverso la loro stessa collaborazione, nonostante questa non fosse più coerente con le loro intenzioni. Non conoscendo il modo in cui fermare il meccanismo, finivano con l'esserne ingoiati.
Nell'affrontare il problema della libertà non si tiene in genere conto della dimensione essenziale delle forme sociali (consuetudini, istituzioni, relazioni, ambiente materiale) attraverso le quali l'azione degli individui necessariamente si estrinseca. Milgram mostrò che, mutando alcune di queste condizioni, mutava anche il comportamento di coloro che partecipavano all'esperimento. Per cui la libertà era legata a queste condizioni più di quanto non fosse connessa con le scelte degli individui.

(Giovanni Mazzetti, Dal comunismo all'agire comunitario, Editori Riuniti)


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27 luglio 2007

Come diventare nazista in poche mosse

  All'inizio degli anni Sessanta uno psicologo statunitense dell'Università di Yale, Stanley Milgram, fece un esperimento che è rimasto della storia : dopo aver allestito lo scenario di un finto esperimento sulla memoria, verificava fino a che punto degli individui sarebbero stati disposti (su sollecitazione di un istruttore) ad infliggere crescenti scosse elettriche ad un'altra persona, formalmente motivate con il bisogno di valutare l'incidenza della punizione sul suo processo di memorizzazione. L'esperimento fu fatto precedere da una serie di interviste dove si spiegava il finto esperimento e le sue finalità e si chiedeva agli intervistati di indicare l'intensità della scossa alla quale prevedevano di rifiutarsi di obbedire. La maggior parte degli intervistati si dichiarò certa di riuscire ad interrompere presto l'esperimento e di rifiutarsi di obbedire già a livelli molto bassi di intensità della scarica elettrica. Non uno solo degli intervistati prevedeva di spingersi oltre i 300 volt. 
Nello svolgimento reale dell'esperimento le cose andarono in maniera ben diversa :  non uno solo dei numerosi partecipanti si fermò prima di aver abbassato la leva corrispondente ai 300 volt. Ed addirittura il 65% arrivè sino in fondo, comminando una scarica di 450 volt. Per aumentare la sensibilità degli attori si decise di ricorrere a delle crescenti proteste da parte della vittima, che era un attore (ai 120 volt la vittima iniziava a lamentarsi, a 150 urlava di voler smettere, ai 270 emetteva grida strazianti mentre dopo i 330 volt non si udivano più voci). Ebbene la percentuale di coloro che si spinsero sino in fondo calò solo al 62,5%, mentre la percentuale di chi si spinse sino ai 300 volt e oltre rimase molto elevata (78 %). Lo sperimentatore osservò che molti benchè obbedienti protestarono ed alcuni soggetti erano assolutamente convinti di fare qualcosa di sbagliato, ma non trovavano la forza necessaria per opporsi.


26 luglio 2007

E se lo dice lui....

 Raramente si sente parlare di intese tra datori, ma frequentemente di quelle tra lavoratori. Ma chiunque desuma da questo che i datori si coalizzano raramente, è altrettanto ignorante delle cose del mondo quanto di questa materia. I datori sono sempre ed ovunque in una specie di tacita ma costante ed uniforme intesa a non aumentare i salari del lavoro al di sopra del loro saggio corrente.....Raramente sentiamo parlare di queste intese, perchè esse costituiscono lo stato normale, cui nessuno presta mai attenzione. Pure i datori formano talvolta particolari coalizioni al fine di ridurre i salari anche al di sotto di questo saggio. Queste sono condotte col massimo silenzio e segretezza, fino al momento dell'esecuzione, e quando i lavoratori cedono, come fanno talvolta, senza resistenza sebbene ne soffrano gravemente, la gente non se ne cura.
A tali intese tuttavia si oppongono frequentemente coalizioni difensive contrarie dei lavoratori.....
Per raggiungere una decisione sollecita essi ricorrono sempre ai metodi più chiassosi e talvolta alla violenza ed all'oltraggio più spregiudicati.....
In queste occasioni i datori sono dal canto loro non meno chiassosi e non cessano di domandare ad alta voce l'assistenza della magistratura e l'esecuzione rigorosa di quelle leggi che sono state promulgate con severità contro le coalizioni di servitori, lavoranti e giornalieri.

(Adam Smith)



A volte gli ideologi del capitalismo di qualche secolo fa sono meno ipocriti di alcuni riformisti del giorno d'oggi, i quali deridono chi parla di complotti e si chiedono a cosa serva il sindacato. 


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25 luglio 2007

Politica : delega o partecipazione ?

 

Studiarella, una cara amica, ha posto nel suo ultimo post  la seguente questione :

 

la politica è anche delega o tutti sono obbligati a partecipare direttamente alla definizione dei programmi? E la partecipazione equivale alla militanza o è atto di vita democratico?

 

Non approfondirò l’argomento, ma esporrò quello che mi viene spontaneamente sulla base di riflessioni sparse :

 

1.      La politica è l’attività somma e specifica dell’essere umano. Essa, intesa come politica democratica, consiste nel confronto tra diversi soggetti, per quel che riguarda diverse visioni della società giusta e diversi punti di vista nella risoluzione dei problemi della comunità a cui si appartiene.

2.      Naturalmente intesa in questo senso non si tiene conto di alcuni concezioni realistiche per cui la politica è semplicemente il conflitto tra diversi interessi e tra diversi gruppi sociali. Ma questo non è l’ordine del giorno :-)).

3.      Intesa in questo senso, essa dovrebbe essere un’attività abituale,  a cui dedicare parte del proprio tempo, come lavarsi i denti la mattina. Naturalmente siamo consapevoli che molti, spesso, non si lavano i denti.

4.    Dunque la politica dovrebbe essere partecipazione il più possibile diffusa alle decisioni. Spesso però ci sono vincoli storici e sociali a questa diffusa partecipazione. Perciò si utilizza l’espediente, il male necessario della rappresentanza. Un rimedio che è esso stesso limite, paradosso, problema. In quanto tale esso vive sotto il segno della diffidenza e va continuamente sottoposto a verifica, a controllo, al punto tale che la restrizione dell’accesso all’elettorato passivo, non deve essere considerata un pericolo per la democrazia come può esserlo la restrizione all’elettorato attivo, soprattutto se questo concerne la fedina penale del delegato. 

5.      Del resto le tangentopoli, per quanto discutibili, dovrebbero essere una sorta di periodico sciacquone della rappresentanza : il rappresentante, dopo tre giorni, puzza. Perciò meglio che vada…in cielo (o affanculo, dipende se siete credenti o no). Certo c’è il rischio della perdita di qualità della rappresentanza o il pericolo di strumentalizzazione (si pensi alle purghe staliniane). Ma questo è un male che a mio parere può essere scongiurato se il turn over della rappresentanza diventa diffuso e costante. Io credo in ultima analisi alla cuoca di Brecht, quella che governa. Non credo che la politica debba essere un mestiere. Anzi credo che in prospettiva la stessa divisione del lavoro debba essere superata. 

6.      Il rappresentante va scelto per le capacità di portare le istanze, già elaborate a livello di base al livello di governo della società. Egli poiché naturalmente il confronto tra visioni politiche ed altre circostanze producono situazioni imprevedibili, ha anche una delega parziale a rielaborare le istanze portate, a trovare sintesi ed a fare compromessi. Ma questo sempre sotto la continua verifica dei deleganti.

7.      Il voto riguarda i partiti e secondariamente gli uomini che devono portare le istanze e le elaborazioni democraticamente elaborate a livello di governo. Dunque non credo a tutti i leaderismi, a tutte le deleghe personalistiche, a tutte le esortazioni a scegliere i nostri candidati etc etc.

8.      Spesso la politica intesa come rappresentanza viene scavalcata dalla partecipazione diretta delle masse alla vita politica ; le manifestazioni di lavoratori, le discese in piazza, l’utilizzo di forme molteplici di intervento sono forme  attraverso cui i deleganti periodicamente sommergono i rappresentanti e li costringono a rivedere le loro decisioni.

9.      E tuttavia la forma militante della politica che spesso ha riguardato le formazioni di sinistra ha limiti fortissimi : già le istituzioni sociali esistenti costringono gli individui a dedicare molto tempo (si pensi alla famiglia o al lavoro).Aggiungere un altro livello (quello di militanza politica) è una forzatura che può durare solo in casi eccezionali. Perciò la battaglia politica deve riguardare soprattutto l’aumento del tempo di vita (dunque il reddito di cittadinanza, dunque la riduzione dell’orario di lavoro), affinché liberamente la partecipazione possa essere più frequente. Bisogna criticare le  forme della politica, così come si devono criticare le forme attraverso cui il tempo di vita dei soggetti viene imbrigliato.


 

 

 

 

 

 

 


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