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31 ottobre 2008

Felice Cavallaro : Il 1929 può accadere di nuovo ?

 

Il 24 ottobre 1929 Wall Street crollò. La sua caduta segnò l'avvio di un massiccio processo deflazionistico che ebbe il proprio culmine nell'inverno di quattro anni dopo, quando a causa dell'incapacità delle famiglie e delle imprese di onorare i propri debiti implose l'intero sistema finanziario americano. Nel frattempo, la crisi aveva varcato l'oceano e - complici le politiche economiche restrittive imposte dal ritorno al Gold standard - si era pesantemente abbattuta in Europa: anche qui nessuno aveva più soldi per far fronte ai propri debiti, e il reddito e i prezzi caddero in un collasso generale, mentre la disoccupazione toccava punte del 30 per cento.
Quasi settant'anni dopo, la domanda se una catastrofe del genere potrebbe ripetersi fa sempre più spesso capolino tra quanti sbigottiti osservano un «lunedì nero» succedersi all'altro, sia pur con l'intervallo di qualche timido «rimbalzo». Trapela perfino nei pensosi commenti di coloro che, non più tardi di pochi mesi fa, ancora scommettevano sulle meraviglie della «nuova finanza» ed esortavano i lavoratori a giocarsi in Borsa il trattamento di fine rapporto.
La maggioranza dei benpensanti anela a derubricare l'accaduto a frenesia speculativa, «esuberanza irrazionale». Dovremmo a loro avviso distinguere un capitalismo «buono», fatto di imprese, lavoratori e banche come negli spot della Gialappa's, da un capitalismo «cattivo», infestato da rapaci finanzieri, paradisi fiscali e anglicismi come se piovesse. Meglio ancora, dovremmo considerare la pioggia di asset backed securities, collateralized debt obligation e credit default swaps come uno di quegli «eccessi» che si accompagnano all'irrequietezza della gioventù - «l'età della turbolenza», come recita il titolo dell'ultimo libro di Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve e pentito mentore della pioggia di liquidità che ha gonfiato di codesti «titoli tossici» i portafogli delle istituzioni finanziarie mondiali.


Greenspan in un momento di intensa riflessione

Dimenticano costoro che il 1929 non fu un episodio sfortunato in un quadro di magnifiche sorti e progressive del capitalismo. Lo spiegò assai bene Hyman P. Minsky (un economista americano il cui nome si ode nuovamente pronunciare in questi giorni, benché sia morto senza Nobel e quasi dimenticato nel 1996), quando individuò la variabile decisiva per il funzionamento dell'economia capitalistica nella «relazione critica» tra gli impegni di pagamento in contante e le entrate di contante, e suggerì che gran parte dell'attività d'investimento derivasse da rapporti di finanziamento in cui il debito a breve aumentava perché l'interesse sulle somme prese a prestito eccedeva il rendimento delle attività che esse andavano a comperare.
«Finanziamento alla Ponzi»: così Minsky chiamò questa modalità di approvvigionamento di denaro da parte delle istituzioni capitalistiche. Alludeva a un finanziere di Boston, Charles Ponzi, che nel 1920 riuscì a gabbare 40.000 persone promettendo di far fruttare esponenzialmente i loro risparmi, ma tacendo che i rendimenti sarebbero venuti dagli investitori che essi stessi fossero riusciti a reclutare. Come in una catena di sant'Antonio.
Il buco provocato da Ponzi fu stimato in circa 140 milioni dei dollari attuali. Se consideriamo che il Fondo monetario internazionale ha (prudenzialmente) stimato in 1.400 miliardi di dollari le perdite bancarie dovute allo scoppio della bolla dei mutui subprime, ci vuol poco a concludere che quella che abbiamo vissuto negli ultimi vent'anni è stata una replica in grande stile delle tecniche di finanziamento in voga nei «ruggenti anni '20». E che la responsabilità primaria dell'accaduto va ascritta al carattere intrinsecamente speculativo dell'investimento capitalistico, che è stato semplicemente esaltato dalla privatizzazione e deregolamentazione del settore creditizio, dalla diffusione della «banca universale» e dalla rimozione dei vincoli alla libertà di movimento dei capitali.
Un nuovo '29 potrebbe dunque ripetersi? Quando, nel 1982, Minsky ripubblicò quel suo saggio che appunto s'intitolava Can "It" Happen Again?, osservò che l'economia dei suoi tempi era diversa da quella del 1929 a causa delle dimensioni enormemente più grandi del settore pubblico: non appena la congiuntura avesse picchiato verso il basso, infatti, la presenza di quest'ultimo avrebbe provocato cospicui disavanzi del bilancio pubblico e, stante l'obbligo della banca centrale di finanziare l'aumento del debito nazionale, l'eventuale crisi di liquidità sarebbe stata facilmente riassorbita.
Vent'anni di furia liberalizzatrice ci hanno privato quasi del tutto di quella consapevolezza e di quegli strumenti. E che in un così drammatico contesto le priorità del Partito democratico siano la riduzione delle tasse e la salvaguardia dell'indipendenza delle banche può stupire solo chi ha dimenticato che di quella furia il cosiddetto centrosinistra fu di gran lunga il più coerente interprete.


30 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : La ricetta contro il «crack dei crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale

 La lezione più profonda del New Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi - sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt. Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro, dentro una più netta rottura con la logica capitalistica.



Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva prolungata stagnazione.
Scrivemmo che le banche centrali erano arrivate al capolinea. Ci sono rimaste, continuando a lanciare soldi alle private senza successo. Il dogma dominante è non mettere soldi in mano alle persone che devono spenderli per consumi, o alle istituzioni pubbliche che possono spenderli dentro un disegno di modifica della qualità di produzione e occupazione. Tutto ciò chiarisce l'improrogabilità di massicci provvedimenti di sostegno ai debitori ultimi e compratori primi, con rilevanti riduzioni di tasse su bassi e medi salari, sostegni sui mutui, e così via. Ma non ci si può fermare lì: si deve procedere non verso una spesa pubblica anticiclica «generica», ma verso una spesa diretta e «mirata» dello Stato.
La dimensione europea è quella adeguata. Qui, dentro una segmentazione valutaria che può rendere credibile una politica di controlli di capitale, molte cose sarebbero possibili. Sta saltando di nuovo il Patto di Stabilità: si deve chiedere che le spese in conto capitale (in senso ampio) vengano escluse dai parametri, e così quella spesa statale che sostiene l'attivazione di uno sviluppo diverso. Si può pensare, in modalità tecniche da definire, a una sorta di «consolidamento» dei debiti pubblici dell'area, trasformandoli in proprietà, mentre contemporaneamente si lancia un finanziamento per programmi di intervento infrastrutturale: siamo in un momento in cui lo Stato è il solo garante della «fiducia». A questo scopo si possono mobilitare anche le riserve auree dell'Unione, senza aver paura di rimuovere il tabù del finanziamento monetario del disavanzo.
E' possibile l'istituzione di una banca europea di finanziamento che si articoli nei vari paesi dell'Unione. Ancora su scala europea, è necessario impedire che gli squilibri delle bilance dei pagamenti diventino un vincolo implicito operativo, con impatto reale. Quella banca deve poter allora agire da clearing union, «riciclando» gli avanzi di parte corrente intraeuropei. Si romperebbe così con il miope neomercantilismo che frantuma il vecchio continente e rende miopi e contrastanti le politiche economiche. Da tempo avvertiamo che una crisi dal lato del debito pubblico o dal lato degli squilibri commerciali si può materializzare, non autonomamente ma di rimbalzo: per l'impatto asimmetrico sull'Unione della crisi finanziaria globale derivante dall'insostenibilità reale del «nuovo capitalismo». La probabilità ora è aumentata.
Una strategia d'urto sull'architettura istituzionale europea è propedeutica a una politica della spesa pubblica aggressiva non solo nella entità ma soprattutto nei contenuti. L'idea di partenza è elementare. Un diverso profilo strutturale delle economie europee, in primis l'Italia, richiede un impegno finanziario forte e compresso nel tempo per cambiare il «paradigma» delle economie. Solo lo Stato può promuoverlo, e la crisi ha ricreato una «finestra» in cui l'azione pubblica può sfruttare, o produrre cooperativamente, bassi tassi di interesse a suo favore. Occorre però individuare le grandi questioni inevase della società: partire dalle domande dove massima è l'interconnessione tra le problematiche economiche, ecologiche, e di genere, e dove la risposta passa per la promozione di attività ad alta intensità di lavoro e alta tecnologia.
Ci limiteremo a pochi cenni, del tutto insufficienti e preliminari. Un ente energetico europeo può definire politiche industriali e rapporti con i paesi produttori, dentro un grande piano ambientale a livello micro e mesoeconomico: il che richiede finanziamenti delle trasformazioni a livello delle imprese, usando leggi e incentivi come anche penalizzazioni. Garibaldo ricorda da tempo un altro tema, la mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via ICT del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbane. Va poi rivisto radicalmente il sistema dei trasporti, privilegiando quello su rotaia rispetto a quello su gomma, o quello aereo low cost. E' urgente la risistemazione dei bacini idrici e delle coste. In tutti questi casi, una vera «emergenza», si deve poter accedere ai fondi strutturali, applicando una legislazione di protezione e di sussidio analoga a quella degli Stati Uniti verso le industrie militari. Discorsi che possono essere estesi all'acqua, all'istruzione, alla sanità: a tutti quei bisogni pubblici o semi-pubblici che devono diventare il riferimento di una nuova classe di prodotti e servizi. In un'ottica del genere, il lavoro non può essere precario o mal pagato.
Solo la lotta può spostare gli assi di priorità, non gli schemi astratti di politica economica. Un «programma» non si improvvisa, è frutto di un lavoro collettivo. Non si parte però se non si hanno le idee chiare sul come stanno le cose e sul come iniziare il cammino: se non si attivano, insieme, lotte e immaginazione programmatica. Ma i più atterriti e ammutoliti sono proprio i sindacati, gli unici che potrebbero fare qualcosa vista l'attuale inesistenza della sinistra sul piano europeo.


29 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : Lo stato è intervenuto anche nel «neoliberismo»

 Il New Deal decollò solo quando l'economia stava toccando il fondo, e perché la crisi si era approfondita, senza essere controllabile nei modi sino allora consueti. Oggi è ancora possibile intervenire prima dello sfascio. Ma proprio perchè l'atterraggio duro non si è ancora verificato con virulenza sull'economia reale, sull'occupazione e nella realtà sociale, e siamo nel mondo dell'incertezza e della paura, le resistenze sono molte. Ad eccezione del Fmi - che per una volta sta perorando l'espansione della spesa - le misure finora adottate sono del tipo cash for trash, per sostenere le banche senza un impegno a spendere.
Le interpretazioni correnti sono preda dei luoghi comuni dell'ultimo trentennio. Se va bene, si legge la crisi come la fine un liberismo «sfrenato», la campana a morto della «finanziarizzazione», il ritorno dello «Stato». Il neoliberismo viene interpretato per come ama presentarsi, non per come si è davvero incarnato. La rivoluzione monetarista prima, l'era reaganiana poi, la new economy, si sono mosse in un «pieno» di politica economica. Qualcosa che a ben vedere affonda le sue radici nello stesso New Deal e nell'epoca «keynesiana». Come - sul terreno dell'economia internazionale - gli organismi del «consenso di Washington», la Banca mondiale e il Fondo Monetario, sono un parto di Bretton Woods, così la finanziarizzazione, l'esplosione dei derivati e dei mezzi finanziari di distruzione di massa, persino la sussunzione reale del lavoro alla finanza, sono figli delle istituzioni del New Deal; che salvò la finanza dal risentimento popolare e, separandole dalle banche commerciali, rinforzò le banche di investimento. Nel dopoguerra la finanza ha rotto gli argini delle regolazioni, così come i capitali hanno infranto i controlli che li imbrigliavano, dentro l'incubatore keynesiano, senza però mai tornare a un mitico laisser faire. E questo proprio perché il potere della finanza non era stato affatto colpito a morte da Roosevelt. L'intervento pubblico non se ne è mai andato. Senza capire questo, non si comprende il «nuovo» capitalismo e la sua crisi.
Negli Stati Uniti, dagli anni Trenta almeno, finanza e Stato sono stati sempre più intrecciati. La stessa integrazione nel «sogno americano» ha richiesto l'inserimento nel circuito finanziario dei lavoratori, attraverso i fondi pensione e i mutui ipotecari, sino a che, grazie ai subprime, si sono annessi anche gli strati poveri e precari. La deregolazione della finanza è proceduta sulla gamba di una ininterrotta riregolazione. In questo modo il primato della finanza, che negli anni Ottanta ha distrutto il movimento dei lavoratori degli anni '60 e '70, dagli anni Novanta ha promesso anche consumi e abitazioni a tutti. Il risparmiatore «maniacale» (e ora «terrorizzato») e il consumatore «indebitato» sono l'altra faccia del lavoratore «traumatizzato»; e sono i prodotti di un «intervento pubblico» molto attivo.
Solo chi è stato cieco rispetto a questa realtà del rapporto di classe può essere stato spiazzato dal mutamento delle politiche monetarie, passate dalla restrizione monetaria degli anni '80 alla inondazione di liquidità dell'ultimo quindicennio. Solo chi non ha compreso la capacità di questo meccanismo perverso di produrre da un lato crescita, sia pure instabile e insostenibile, e dall'altro occupazione e integrazione, sia pure precaria e incerta, si può stupire che la crisi di legittimazione ed economica avvenga senza una reazione di mobilitazione sociale e di lotta all'altezza della sfida. Proprio la compressione del salario nella distribuzione e la frantumazione del lavoro nella produzione - causa ultima della crisi - sono all'origine della inclusione delle «famiglie», grazie al miracolo della «riduzione del rischio» e alla «facilità del credito». E su ciò si sono retti i modelli neormercantilistici in giro per il mondo.
Per queste ragioni, come non meraviglia l'attivismo sul terreno della provvista di liquidità, o della stessa riduzione di imposte, non sorprende neanche che di fronte alla crisi finanziaria nessuno si sia mostrato «ideologo». Più la crisi si aggravava, più l'armamentario del vecchio New Deal è stato saccheggiato senza problemi dai neoliberisti. Di questo armamentario ha presto fatto parte l'intervento in prima persona dello Stato: la sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell'immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, l'estensione delle garanzie sul credito bancario.
La lezione della Grande Crisi, almeno in questo senso, è stata appresa: non solo agire come prestatore di ultima istanza (perché, come scrive De Cecco, lo era diventato sempre più di prima istanza), ma anche come market maker di emergenza, che si sostituisce - più che si integra - col mercato stesso: sino a statalizzare pressoché integralmente, anche se temporaneamente, il canale del credito. La possibile (non certa) esplosione del debito pubblico non fa paura, e verrà comunque utilizzata, se non come realtà come timore, come argomento per comprimere la spesa pubblica sociale. Tra gli esiti possibili un capitalismo autoritario (in fondo, in Cina i problemi sembrano alquanto minori).



Ad essere spiazzati sono stati i social-liberisti e gli economisti che si vorrebbero «critici», che per molto tempo, come dischi rotti, hanno ripetuto i mantra della regolazione di mercati liberalizzati, gli uni, e dell'invocazione del conflitto distributivo e del ritorno del «keynesismo» gli altri. Al punto che, di fronte alla dura replica dei fatti, hanno dovuto progressivamente inseguire, e la sinistra si limita all'invocazione generica dello «Stato» e dell' «intervento pubblico». Che non ne se ne sono mai andati, cambiano solo forma.


28 ottobre 2008

Le tre piaghe dell'Università : tagli, mercato e baroni

 

Studenti, dottorandi e lavoratori dell'università hanno almeno tre ottime ragioni per protestare. Il governo taglia fondi nonostante l'Italia sia il paese Ocse che investe meno nell'università. Il sistema non funziona, non produce laureati. In più, è viziato dai privilegi e dal nepotismo dei baroni. E il mercato italiano non investe in ricerca, produce disoccupazione intellettuale e condanna gli studenti alla precarietà.
Contro il governo
La spesa totale per le università in Italia nel 2005 ammontava a 16.700 milioni di euro. Lo stato contribuisce per il 67%, le tasse degli studenti per l'11,7%, altri enti pubblici e privati per il 35%. Le famiglie investono nell'educazione universitaria 1.379 milioni di euro (+35% dal 2000 al 2005), 380 milioni nel caso delle università private (+40%). La spesa media di iscrizione è 730 euro per le statali e 3 mila per le private. La spesa universitaria in rapporto al Pil è pari allo 0,9%, rispetto a una media dei paesi Ocse dell'1,3. Si tratta della più bassa d'Europa. Mentre in Corea il rapporto è pari al 2,4%, in Canada al 2,8% e negli Usa al 2,9%. Anche rispetto alla spesa pubblica totale, l'Italia è ultima con solo l'1,6% destinato all'università (media Ue 2,8%). Per ogni studente italiano lo Stato investe 8.026 dollari, contro una media Ocse pari a 11.512. I tagli Tremonti-Gelmini non fanno che aggravare pesantamente la situazione.
Solo per il taglio dell'Ici, all'università arriveranno 467 milioni in meno. Nel giro di 5 anni il governo prevede una riduzione del fondo di finanziamento ordinario alle università pari all'1,5 miliardi su un totale di 7,4 miliardi (-10,3%). Si passerà da 63,5 milioni di tagli nel 2009 fino a tagli di 455 milioni nel 2013. Inoltre è bloccato il turn over delle assunzioni. Solo il 20% del risparmio dovuto ai pensionamenti potrà essere reinvestito in assunzioni: un'assunzione ogni 5 pensionamenti. Eppure in Italia i professori non sono tanti, 29 studenti per ogni docente, contro una media Ue di 16,4. La manovra del governo è una mazzata mortale per gli atenei italiani che rischiano il fallimento. Paradossalmente non basterebbe neppure aumentare le rette. Per legge le tasse non possono superare il 20% del fondo di finanziamento ordinario, e siccome il governo taglia proprio questo fondo, taglia anche il potenziale aumento delle tasse.



Contro i baroni
Se ne parla pochissimo: i professori universitari hanno un privilegio raro che li accomuna a parlamentari, magistrati e alti gradi dell'esercito (d'altronde in parlamento ci sono molti prof). Il loro stipendio non è regolato da un contratto nazionale di lavoro ma aumenta in modo automatico ogni due anni. Non importa se il datore di lavoro, ovvero lo stato, abbia più o meno disponibilità, o se l'università produca bene o male. Loro, comunque, hanno il diritto di guadagnare di più. Un docente dopo 15 anni di carriera guadagna una media di 29.287 euro all'anno contro una media Ocse di 37.832 e un media Ue di 38.217 (un prof tedesco arriva fino a 50.119 euro l'anno), ma mentre un lavoratore italiano «non accademico», oltre a guadagnare meno di un pari grado tedesco deve sottostare alla contrattazione, gli stipendi dei prof lievitano motu proprio. E' proprio questo meccanismo a far saltare il banco. Gli stipendi infatti costituiscono ben l'88% del fondo ordinario elargito dallo Stato. Con i tagli questa percentuale è destinata ad arrivare fino al 90%-100%. Un docente ordinario della Statale di Milano guadagna in media 3.654 euro al mese, un associato 2.660 euro al mese, un ricercatore 1.838 euro (ma parte da 1.00 euro). Gli scatti per i prof salgono dell'8% ogni due anni nei primi anni di carriera, del 6% dopo qualche anno, e del 2,5% a fine carriera. A questi va aggiunto un aumento annuo medio del 2,5-3%. Il governo non intende più farsene carico e li scarica sui bilanci degli atenei. Lo slogan più riuscito degli studenti in protesta è «La vostra crisi non la pagheremo noi»: di certo la crisi non la pagheranno i loro professori. Mentre le retribuzioni dei prof salgono per magia, i lavoratori non docenti solo da un mese possono usufruire del contratto firmato nel 2006 e il governo già gli riduce lo stipendio tagliando i compensi accessori del 10%.
Gelmini, inoltre, ha rinviato sine die la costituzione della «Agenzia nazionale della valutazione dell'università e della ricerca» progettata ma non realizzata dall'ex ministro Mussi. Significa che i prof potranno continuare a lavorare senza controllo, e senza alcun controllo saranno anche le modalità di reclutamento dei giovani in una situazione di concorsi spesso viziati da nepotismo. E i tagli colpiscono in modo indiscriminato senza tenere conto delle differenze tra atenei e senza nessuna valutazione della proliferazione spesso sconsiderata dei corsi. Un ordinario ha l'obbligo di dedicare 350 ore alla didattica all'anno, 250 ore se non è a tempo pieno, ma in questo caso può fare anche altri lavori come professionista. E' vero che poi esiste, o esisterebbe, il lavoro di ricerca (secondo un criterio fissato dalla Ue un prof lavora in tutto fino a 1512 ore l'anno) ma, in assenza di meccanismi di valutazione, tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
Il risultato è che la produttività dell'università italiana è pessima. Nonostante 305 mila nuovi immatricolati, per un totale di 1 milione e 130 mila iscritti, l'Italia è l'ultima in Europa per numero di laureati con solo il 13% nella fascia di età tra 24 e 65 anni (media Ue 24%; Usa 38%, Giappone 41%). Rispetto all'Europa siamo sotto di 3,5 milioni di laureati. Il 20% degli immatricolati abbandona al primo anno. Il 50% non arriva alla laurea. Anche se da quando esiste la laurea breve le cose sono leggermente migliorate, i fuori corso nel 2006 erano ancora il 66% dei laureati. E l'università italiana attrae solo l'1,7% di alunni stranieri (contro l'11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l'8% della Francia). I sistemi di reclutamento hanno formato una classe docente, vecchia e maschia. L'università italiana è l'ultima in Europa per il numero di donne docenti (solo il 32%) che scende fino al 17% nel caso dei professori ordinari. Mentre ben il 55% dei prof ha più di 50 anni e gli ordinari sopra i 60 anni sono il 45%. E' vero che i nostri laureati sono più bravi degli studenti stranieri e i nostri dottorandi fanno ottima figura all'estero. E anche per quanto la ricerca l'Italia vanta ottimi esempi. Ma il sistema nel suo complesso è in pessime condizioni. Il governo se ne fa scudo, non fa nulla per migliorarlo (la riforma annunciata dalla Gelmini finora è un mistero). Il gioco è semplice, accentuare tutti i possibili difetti dell'università pubblica per giustificare il taglio delle risorse e premiare le università private.
Studenti, ricercatori e personale tecnico sono circondati da un parte dai privilegi della casta e dall'altra dai tagli del governo.
Contro il mercato
Dietro i difetti degli accademici si nasconde un sistema economico che non obbliga l'università a migliorarsi perché non la ritiene utile. Il mercato italiano non richiede laureati. Il tasso di disoccupazione tra 25 e 64 anni è più alto della media Ue per i laureati mentre è più basso per i diplomati. L'Italia è l'unico paese europeo in cui i disoccupati laureati sono più dei loro pari-età diplomati. A un anno dalla laurea solo il 53% trova lavoro (per un guadagno medio di 1000 euro) e ben il 48% è precario, mentre a cinque anni dalla laurea trova lavoro l'85%, con un stipendio medio di soli 1.300 euro e ben il 17% è ancora precario. Rimane forte il meccanismo ereditario e classista delle professioni: il 44% degli architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% dei giuristi ha un figlio laureato in giurisprudenza, il 41% vale per i farmacisti, il 39% per medici e ingegneri. Non solo. Il sistema industriale, inoltre, non attrae fondi privati. Si tratta di un sistema di piccole e medie imprese che continua a preferire la produzione di prodotti a basso valore aggiunto che non richiedono sviluppo tecnologico. Si preferisce risparmiare sul costo del lavoro, piuttosto che investire in ricerca, istruzione e università. «Pensare che siano i privati a salvare le casse degli atenei, significa non vedere la realtà del nostro sistema produttivo - spiegano gli amministratori di un ateneo - i privati qui non li vedi neppure in fotografia». Significa che per cambiare l'università, non basta opporsi ai tagli di Tremonti e alla casta dei professori, ma addirittura bisogna cambiare il mercato.
Contro tutti
Tanti giovani che in questi giorni protestano hanno mille altre ragioni per non gradire il mondo che gli viene servito, dall'ambiente, alla guerra, dalla casa alla famiglia. Che se ne rendano conto o meno, per cambiare l'università bisogna cambiare questo mondo. Il '68 è servito? No, manca lo scontro generazionale. Il '68 è un fantasma che aleggia sulle teste degli studenti esponendoli alla sensazione del dejà vu e alla coazione a ripetere gesta di altri tempi. Rimane il feticcio di una generazione che fu ribelle e che ora o è saltata sul carro del vincitore o pretende che già a venti anni ci si debba sentire vecchi, sconfitti e rassegnati. Ma anche le crisi di coscienza del secolo scorso non le dovrebbero pagare gli studenti. 0'9% È la quota del Pil
che l'Italia spende per l'università: la più bassa dei paesi Ocse. E Tremonti vuole tagliare un altro miliardo e mezzo in cinque anni

(Giorgio Salvetti)


28 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : questa crisi e il '29

 

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime). 



Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal - la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi.
Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale.
L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government.
Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica 1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione.
L'ANNIVERSARIO
Viene proprio a proposito: domani è l'anniversario del tremendo «giovedì nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù tutti a dire: «E' la crisi più grave dopo il '29». Si può essere d'accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il primo «crack» veramente «globale».
LA DEPRESSIONE
Anche chi aveva bandito la parola - estremo esorcismo - ora si ritrova a pronunciarla: recessione. Come allora, nel '29. Solo col passare del tempo venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione. Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario, ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa. Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d'anni cominciò a riversarsi sull'economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine, anche sull'occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari, privi persino di ammortizzatori sociali.


25 ottobre 2008

Messaggio provvisorio : problemi su Il Cannocchiale

Non riesco a rispondere ai commenti ai miei post.
Non riesco nemmeno a visualizzare i commenti.
Che cacchio sta succedendo ?
A Cannocchià', che stai a diventà, Cannulicchio ?


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25 ottobre 2008

Salva l'Italia

Ne sono sicuro. Quello di Veltroni sarà oggi un grande successo.
Water avrà il suo bagno di folla.



Ecco, mo' ci ho pure er coperchio...


Ma, trattandosi di Water, più che di un bagno di folla, si tratterà di un grande sciacquone.
E l'acqua, nonostante eretici scienziati, non serba memoria.
Altrimenti come si sopporterebbe la prossima ondata di merda ?


24 ottobre 2008

La parola d'ordine negli Usa : spalmare la ricchezza

 

Ci mancava l'Ocse a dare un giudizio definitivo sull'amministrazione Bush. Il rapporto sulla distribuzione del reddito pubblicato ieri non fa che confermare quello che tutti ripetono: il sogno americano è a rischio, l'idea di un futuro radioso per le prossime generazioni in crisi. Gli Stati Uniti, infatti sono il terzo Paese Ocse dove le diseguaglianze sono cresciute di più negli ultimi venti anni - i primi due sono Turchia e Messico, non esattamente il tipo di nazione con cui gli States sono abituati a paragonarsi. Dal 2000 ad oggi la distanza tra ricchi e poveri è aumentata ad un ritmo più rapido che in passato. Sono aumentati gli anziani poveri e leggermente diminuiti i bambini poveri, il 10 per cento più ricco è più ricco di dieci anni fa, il 10 per cento più povero è più povero che altrove. Ovvero, la distribuzione del reddito è cambiata verso l'alto. Un fenomeno questo che risale agli anni 80, fino ad allora la forbice dei redditi era come la nostra. Dal 1980 la tendenza si è invertita. E lo Stato non ha potuto né voluto, intervenire per redistribuire il reddito.
E' in questo contesto che ci si avvia alle elezioni. «Spalmare la ricchezza» è il nuovo modo in cui McCain-Palin spiega il programma «socialista» degli avversari. La verità sta altrove, ma la crisi di Wall street ha finalmente fatto emergere la situazione di un Paese dove le differenze si stanno accentuando e la middle class sente mancare il terreno sotto i piedi. Per discutere delle conseguenze della crisi e dei programmi dei candidati, la Columbia University ha organizzato due forum. Al primo partecipavano il finanziere-filantropo George Soros, l'economista Nouriel Roubini, professore a Nyu e Jeffrey Sachs, direttore Dell'Earth institute alla Columbia e portavoce dell'Onu per gli Obbiettivi del millennio. Nella seconda sala si confrontavano i due consiglieri economici delle campagne presidenziali, Austan Goolsbee per Obama e Douglas Holtz-Eakin per McCain, interrogati da economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz.



Soros, il coccodrillo della finanza : prima mangia e poi piange...

Roubini e Soros hanno dalla loro il fatto di aver avvertito della crisi, chiesto regole, quando la bolla speculativa si stava ancora gonfiando. L'economista si è addirittura meritato il nomignolo di Doctor Doom, Dottor Catastrofe, il principale nemico dei Fantastici 4. Due anni fa venivano presi in giro, oggi non più. Se Soros non fa previsioni per il futuro («Dipende dal voto e da quanto i risparmiatori saranno presi o meno dal panico, ma non vedo un nuovo '29»), Roubini non si smentisce: «La domanda è, quanto sarà lunga e dura la recessione, non se e quando entreremo in recessione». Per Sachs, la colpa della crisi è di Greenspan: «Si è ostinato a tenere bassi i tassi di interesse». A proposito di povertà, Sachs spiega che questa crisi tocca l'economia reale più che non quella della new economy. «Allora molti piccoli investitori persero molto. Stavolta la bolla è durata più a lungo, i marchingegni finanziari sono più improbabili e il debito accumulato dalle famiglie più alto» (c'è di mezzo la casa, non solo gli investimenti). E per finire «stavolta sono coinvolti gli istituti di credito, l'olio che fa girare il motore, delle grandi, come delle piccolissime imprese o delle famiglie». Sachs fa anche qualcosa che somiglia ad un appello al voto: «Il 16 per cento del Pil finisce in spese sanitarie, militari, nelle pensioni e per finanziare il debito. Lo Stato raccoglie il 17 per cento di tasse, qualcuno mi spieghi, se le abbassiamo ancora come faremo le infrastrutture o ci occuperemo della povertà».
Se tra finanzieri ed economisti, il dialogo è vivace, tra i consiglieri dei candidati tutto è già sentito. Goolsbee e Holtz-Eakin si scambiano accuse. Le ricette sono le solite: Goolsbee rilancia i tagli fiscali alla middle class e un piano di investimenti per il lungo periodo, Holtz-Eakin spiega che il cuore dell'America è il piccolo business e che per salvarlo bisogna tagliare le tasse. Anche ai più ricchi. Si parla delle case, delle regole, del deficit fuori controllo. L'impressione è che il clan Obama eviti di usare parole d'ordine tipo New Deal per non rischiare e che quello McCain abbia scelto che l'utlima spiaggia è ricompattare quel che resta della base evangelica (con Palin) e di quella conservatrice, con i discorsi sull'economia. Certo, i dati Ocse danno una mano a quelli che vogliono spalmare la ricchezza. Gli altri hanno perso su tutta la linea.

(Martino Mazzonis)


24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


23 ottobre 2008

Obama al capezzale della nonna

Obama : "Nonna, ma che denti grandi che hai...."


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