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30 dicembre 2008

Manipolazione : il bombardamento è colpa di Hamas

 Dire che il bombardamento di Gaza sia colpa esclusiva di Hamas è un'alterazione propagandista e veramente da pensiero unico. E' il segno che si è ormai al tempo stesso bugiardi ipocriti e senza vergogna. Basta dare un'occhiata qui   e qui per comprendere che c'era da un anno e mezzo quasi un embargo feroce di Israele che ha messo in ginocchio la città.
Israele è una speranza svanita ed un cadavere putrefatto. Avranno voglia di muovere le loro lobby per condizionare le politiche dei governi. Sono morti e camminano inerzialmente. Stanno irresponsabilmente alimentando l'antisemitismo ma di questo non si preoccupano affatto, perchè l'antisemitismo essi lo leccano come il cane lecca la mano del padrone e lo stringono come il bambino stringe a sè il pupazzetto preferito. Una classe dirigente senza prospettive ha solo l'antisemitismo montante come legittimazione, come il masochista viene giustificato e posto in essere dal suo padrone. Hanno voglia  a bombardare. Ed hanno voglia gli scrittori israeliani liberal a cercare di essere mediani. Somigliano a Christa Wolf che cercava di criticare senza rovesciare il regime della DDR.
Israele è la tomba dell'emancipazione, il sarcofago di coloro che volevano tornare, una madre che ha in sè il cadavere putrefatto dei Territori Occupati, un bambino che a tempo debito (dopo la Prima Intifada e dopo il riconoscimento di Israele da parte dell'Olp) bisognava far nascere e far andare per i cazzi suoi.



Per non  parlare di Fatah e di Abu Mazen. Rido di tutti coloro che pensavano che un grande uomo politico come Arafat fosse l'ostacolo alla pace. Coloro che lo hanno sostituito hanno rilanciato Hamas grazie al loro puzzo di corruzione e di svendita (non che Arafat non fosse corrotto, ma Arafat era un titano al confronto di queste mezze calzette) ed hanno consegnato la causa palestinese all'Islam ed alla sua rabbia. 
Proposte ? Ristabilimento della tregua e fine del blocco commerciale ad Hamas. Trattative segrete con quest'ultima per porre in essere i presupposti di una trattativa alla luce del sole.
E se bombardano con i razzi Qassam ? Pazienza. Magari all'invio di un razzo Qassam si può rispondere con l'invio di un altro razzo Qassam. Questa sarebbe moderazione ! Tanto per compensare i morti di questi due giorni ci vorrà almeno un anno. C'è tutto il tempo per trattare.


26 dicembre 2008

Fausto Co' : un nuovo intervento pubblico nell’economia. Antidoto alla recessione e leva per il cambiamento

 I massicci interventi finanziari a favore delle banche, per impedirne il fallimento e, con esso, anche pesanti conseguenze sui risparmiatori, sembrano aver mandato in soffitta uno degli imperativi categorici del neo-liberismo: lo Stato non deve intervenire nell’economia. All’improvviso si scopre che il modello di produzione capitalistico va salvaguardato anche con massicci interventi di danaro pubblico. Già in questo modo si evidenzia che l’ideologia economica del non intervento dello Stato in economia, in verità, non è mai stata la semplice proposizione di un modello ideale, bensì l’opposizione ad un intervento pubblico nell’economia in qualche modo socialmente caratterizzato, ossia rivolto a riaffermare il primato della politica sull’economia.
Il tentativo di realizzare una politica anticiclica di superamento della recessione e di impedirne la possibile degenerazione in stagnazione, è dunque attualmente caratterizzato dalla messa a disposizione di ingenti capitali pubblici, per salvaguardare l’efficienza del modello, senza metterlo in discussione, anzi, per rilanciarlo nel modo migliore. E’ evidente che la crisi economica costituisce il terreno sul quale lo scontro di classe diventa più acceso, perché il disinvestimento e la chiusura di attività produttive è misura che tende a proteggere il capitale, ma mette sul lastrico il mondo del lavoro dipendente, trascinando con sé tutti coloro che su quel reddito fanno affidamento di vita. Né può essere sottovalutata la circostanza che le politiche di privatizzazione e liberalizzazione praticate nel nostro paese, hanno in realtà creato sacche di monopolio privato e valorizzato comportamenti collusivi e di cartello (si veda quanto accaduto nel settore creditizio, in quello assicurativo o quello petrolifero), generando così sacche di rendita privata a discapito sia dell’occupazione che dei cittadini consumatori.
Il ridimensionamento dell’intervento dello Stato è avvenuto in ogni campo e con modalità differenziate. Gli investimenti pubblici sono caduti verticalmente: nel campo della ricerca in primo luogo, ma poi anche nell’abbandono del terreno della politica industriale, che propriamente significa determinare le finalità e le modalità di svolgimento della produzione. Si è pensato che il vero motore, in grado di orientare le scelte nel campo produttivo, è la massimizzazione del profitto, ritenendo che quest’ultimo sarebbe stato successivamente investito in altre attività produttive, creando così sviluppo. Si è quindi agito di conseguenza: sul piano fiscale e nelle politiche di bilancio pubblico, si è ridotto il carico fiscale sui profitti; con la concertazione, si sono compressi salari e pensioni; nel mercato del lavoro, si sono precarizzati i rapporti di subordinazione; alle imprese sono stati elargiti aiuti di vario genere senza condizioni e controlli. Il risultato è stato un aumento prodigioso dei profitti che, tuttavia, non sono stati investiti nell’innovazione tecnologica e produttiva, creando nuova occupazione, ma hanno assunto la forma della rendita finanziaria, facendo espandere a dismisura la massa dei prodotti finanziari sul mercato globale (dal 1990 fino al 2001 circa duecentomila miliardi di lire sono fuoriusciti dall’Italia). Gli investimenti invece sono caduti, al punto che il tasso di crescita nell’accumulazione del capitale fisso si è attestato in quel decennio sulla media dello 0,2 per cento.


In mancanza di un disegno strategico, il sistema produttivo si è evoluto verso una logica eminentemente finanziaria.
I settori strategici (chimica, farmaceutica, informatica, telecomunicazioni) hanno oggi un ruolo marginale e sono sempre più dipendenti dai grandi gruppi internazionali (oligopoli), mentre quelli rigidamente specializzati sono strutturalmente esposti alla concorrenza dei paesi con più basso costo del lavoro.
Le piccole e medie imprese, prive di autonomia dalla grandi imprese appaltatrici interne e internazionali, hanno perseguito semplicemente una strategia di riduzione continua dei costi, provocando un vero e proprio abbrutimento delle condizioni di lavoro. Dunque, un processo costante di deindustrializzazione, da un lato, e di finanziarizzazione, dall’altro, dell’economia.
Ora, non è automatico che la proprietà pubblica sia di per sé garanzia di perseguimento di obiettivi sociali e di interesse pubblico. Ma non si può certo negare che alcune infrastrutture costituiscono dei monopoli naturali illegittimamente privatizzati. Tuttavia lo Stato detiene numerosi strumenti (fisco, domanda pubblica, spese nella formazione, servizi pubblici), che possono essere utilizzati per agire con efficacia sull’intero sistema economico. In particolare, occorre rilanciare, nella nostra iniziativa politica, l’idea di un grande intervento pubblico, finalizzato ad una riconversione economica, volta progressivamente a “demercificare” la produzione, guardando piuttosto al valore d’uso dei beni e al ripristino dei cicli naturali. Un intervento, anche diretto, nei settori connessi alla tutela della salute e del benessere della popolazione, alla cura delle persone, al risanamento ambientale e del territorio, alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, allo sviluppo delle produzioni pulite e delle fonti energetiche alternative, costituirebbe il volano di un nuovo sviluppo, creando occupazione stabile e favorendo la crescita di una economia più virtuosa. Del resto, l’esperienza italiana ci dice che anche l’utilizzo privatistico del Piano Marshall nella ricostruzione post-bellica, fu un’occasione perduta per dare concreta attuazione ai principi costituzionali contenuti negli artt.li 3, 41 e 43. Il rifiuto di accettare l’idea della programmazione non fu affatto determinato dal prevalere di una cultura liberale, che, costretta al compromesso in sede costituente, si riappropriava del governo dell’attività economica. La vicenda fu complessa. Nel 1956 nasceva il Ministero delle partecipazioni statali e la presenza pubblica nell’attività economica divenne sempre più rilevante, ma, incredibilmente, quel potente apparato imprenditoriale, in realtà, rimase anch’esso estraneo alle previsioni costituzionali. Non fu soltanto l’impresa privata ad opporsi all’attuazione del disegno costituzionale, ma tutto il mondo imprenditoriale, anche pubblico, e furono preferite vie diverse.
La via indicata dalla Costituzione si può così sintetizzare: 1) l’attività economica pubblica e quella privata vengono poste su un piano di assolta parità; 2) entrambe le attività dovrebbero essere assoggettate a programmi e controlli volti a garantire, tramite l’indirizzo e il coordinamento, il raggiungimento di fini sociali; 3) detti fini sono esattamente quelli delineati nell’art.3, ossia la rimozione degli ostacoli economici e sociali che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Resterebbe da aggiungere l’indubbio favore che la Costituzione assegna alla cooperazione, vista come strumento alternativo all’impresa. Nessuna di queste direttrici ha trovato attuazione nell’attività di intervento dello Stato nell’economica, al punto che, il pur consistente fenomeno dell’intervento pubblico nell’economia, realizzato in passato nel nostro paese, in realtà ha travolto i principi costituzionali e, in assenza di un reale intervento di programmazione a fini sociali, ha finito per costruire un’economia c.d. mista per nulla socialmente caratterizzata.
Non vi fu mai, quindi, una programmazione economica e il sistema ben presto degenerò in clientelismo e assistenzialismo. Il vero tratto peculiare dell’intervento pubblico in economia in Italia fu di semplice “fiancheggiamento”. Quando la Costituzione pone sullo stesso piano l’attività economica pubblica e privata, non intende affermare parità di strumenti nell’estrinsecazione dell’attività economica, né estensione all’area pubblica del principio di libertà affermato per l’iniziativa economica privata. L’effetto dell’interpretazione distorta dei principi costituzionali, ovvero della mancanza di volontà politica nella loro corretta applicazione, è stato un intervento pubblico che vestiva sempre e soltanto i panni imprenditoriali e che, in nome della libertà di impresa, diveniva sempre più autonomo e svincolato da scelte politiche, che avrebbero dovuto piegarlo, invece, alla realizzazione dei fini sociali delineati nell’art.3.
Anche in questo campo la Costituzione ci può aiutare nella battaglia politica e, forse, la programmazione a fini sociali ci aiuterebbe ad uscire dalla crisi, quantomeno a limitarne i danni ai lavoratori.


25 dicembre 2008

Forza fannulloni ! Un intervista di Loris Campetti al segretario della Cgil Funzione pubblica

 

«Io dico che l'adesione allo sciopero generale del 12 è stata straordinaria. E' un segnale di fiducia e una speranza di rappresentanza affidata alla Cgil, da utilizzare per rovesciare il clima determinato dalla mancata risposta politica all'emergenza sociale provocata dalla crisi».
Così dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, che denuncia l'oscuramento mediatico dello sciopero. Iniziamo da qui l'intervista, alla vigilia del direttivo nazionale della Cgil che dovrà dare una sua valutazione sullo sciopero e decidere come dare una continuità alle iniziative di lotta.

A leggere i giornali e a guardare la tv, si direbbe che lo sciopero del 12 è stato ben misera cosa.
Prima, durante e dopo lo sciopero le maggiori testate giornalistiche e televisive hanno scelto la linea del silenzio, o al massimo hanno minimizzato l'evento.

Io dico che che nell'industria l'adesione è stata molto alta. Così come nei settori pubblici che seguo io, in particolare nella sanità, pur avendo i lavoratori appena effettuato uno sciopero di categoria e in alcuni casi, come a Brescia dove era stato proclamato uno sciopero provinciale, erano alla terza fermata in un mese. A ogni fermata, 100 euro andati in fumo. Eppure, abbiamo registrato adesioni del 60-70% in settori in cui gli scioperi anche unitari non sono mai stati plebiscitari. Eppure i lavoratori pubblici vivono una situazione difficile, segnalata anche in tante assemblee di preparazione dello sciopero. Non perché non condividano le ragioni della nostra protesta ma per il processo di vera e propria destrutturazione dell'organizzazione e degli stessi servizi pubblici. All'interno, questi processi si accompagnano al taglio delle buste paga per chi ha un contratto stabile e all'espulsione di decine di migliaia di precari. All'esterno, si assiste alla caduta della qualità e della quantità dei servizi pubblici ai cittadini.

Cosa vi chiedono i lavoratori?

Di non essere lasciati soli. Vogliono capire se facciamo sul serio o se invece finiremo per fermarci a mezza strada, mentre la crisi economica precipita provocando un'emergenza sociale.

E come si spiega la vostra scelta di indire uno sciopero e una manifestazione nazionale a Roma insieme ai metalmeccanici della Fiom, il 13 febbraio?

Non è una decisione di oggi, è maturata da tempo. Ha a che fare con la scelta di non lasciare soli i lavoratori che rappresentiamo di fronte al rischio di un'involuzione autoritaria. Come Fp-Cgil abbiamo fatto molte iniziative, presidi, scioperi territoriali. Abbiamo raccolto le firme contro l'accordo separato siglato da Cisl e Uil. Lo sciopero nazionale era stato convocato per il 12 dicembre e poi soltanto sospeso quando la Cgil ha giustamento deciso di farne un momento di lotta generale. Noi abbiamo delle specificità di categoria, abbiamo a che fare con una valanga di accordi separati. Lo sai che la Cisl da sola, senza neanche la Uil, ha firmato un accordo osceno con le case di cura cattoliche che scavalca il contratto nazionale? Abbiamo fatto un volantino listato a lutto per denunciare che è stato ucciso il contratto nazionale. Ci sono settori in cui Cisl e Uil raccolgono oltre il 50% dei consensi, come i ministeri e le agenzie fiscali, negli altri comparti in cui tenteranno di applicare accordi separati dovranno fare i conti con noi. Aggiungo che proprio mentre si rende indispensabile il rafforzamento della rete di protezione pubblica, questa rete si smaglia e si indebolisce. Noi parliamo di arresti domiciliari per il lavoratore malato, dopo gli ultimi provvedimenti del ministro Brunetta che impedisce alle persone in mutua persino di ritirare il certificato medico. E si vuole estendere tale scriteriato criterio anche ai lavoratori privati. Stanno facendo di tutto, governo e organizzazioni padronali, per mettere i lavoratori pubblici contro quelli privati. Ecco le ragioni per cui abbiamo deciso di scioperare insieme ai metalmeccanici.

Eppure, questa vostra scelta ha fatto discutere in confederazione...

Voglio ricordare che nel direttivo della Cgil del 23-24 giugno è stato votato all'unanimità un impegno a fermare il tentativo di isolare i dipendenti pubblici. Aggiungo che a chiunque ci avesse offerto un'alleanza avremmo risposto positivamente. La Fiom, generosamente, si è fatta avanti nonostante esistano problemi di rapporti tra lavoratori pubblici e lavoratori privati e nonostante il fatto che su alcune questioni le posizioni della Fp e della Fiom non siano coincidenti. C'è una cosa fondamentale che ci unisce: pensiamo che a lavoratori diversi debbano essere garantiti uguali diritti. Ti sembra poco?

Dunque, nessuna prova di forza in Cgil?
E nessuna pretesa di autosufficienza o di autonomia. Noi come categoria abbiamo fatto una scelta netta di mobilitazione, obbligatoria se vogliamo onorare il consenso che abbiamo raccolto tra i lavoratori, come conferma la crescita della Fp-Cgil anche nel tesseramento, pur non avendo oggettivamente strappato risultati significativi anche a causa delle scelte separate di Cisl e Uil. La Cgil, dal canto suo, deve definire ruolo e compiti in questa fase segnata dalla crisi e dalle risposte sbagliate del governo, per sostenere scelte di politica economica e sociale all'altezza, sapendo che ancora pende sulla testa dei lavoratori il tentativo di modificare in peggio il sistema contrattuale. Sarà il direttivo della Cgil a fare le scelte di sua competenza. Qualora fossero tali e talmente forti da comprendere tutte le categorie, in un momento di riunificazione delle lotte che non può non seguire una fase di articolazione, ne prenderemmo volentieri atto.

Al di là dell'imbarazzo del Pd nei confronti della Cgil, mi sembra che in generale l'opposizione non costituisca una sponda politica.

La politica, non da oggi, fatica a farsi carico dei problemi concreti dei lavoratori. La disaffezione nei confronti della politica non è che la logica conseguenza. Se crolla la percentuale dei votanti, è un segnale soprattutto rivolto alla sinistra. Manca una risposta alla crisi economica e alle sue conseguenze sociali, sia da parte dell'opposizione parlamentatre che della sinistra extraparlamentare. Da tempo sosteniamo che si perde troppo tempo a discutere di alleanze e se ne utilizza troppo poco a definire i contenuti di un programma di sinistra. Un sindacato che si vuole confederale ha bisogno di una sponda politica. Oggi non c'è, e questo ci apre un problema serio. E lo apre ai lavoratori che percepiscono e ricambiano la distanza della politica.


24 dicembre 2008

Auguri : Il 13 febbraio lo sciopero fa bis

 

Il 13 febbraio assisteremo a un evento inedito in Italia: i dipendenti pubblici e i metalmeccanici faranno in contemporanea il loro sciopero generale e insieme manifesteranno a Roma, contro altri due soggetti alleati, il governo e la Confindustria che dettano all'unisono «le regole di un nuovo modello sociale» e «approfittano della crisi per modificare i rapporti di potere nel paese. E' una risposta sindacale e politica a chi tenta di mettere i lavoratori privati contro quelli pubblici». Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, legge i rischi che si aprono dentro una crisi economica, sociale e politica devastante e ricorda alla Cgil, che il 22 riunirà il direttivo nazionale, che lo sciopero generale del 12 è solo una tappa di un lungo percorso di lotta: «Seguitare il confronto sulla riforma contrattuale sarebbe surreale, i lavoratori non lo capirebbero». La Cgil, aggiunge Rinaldini, «pur con i suoi problemi e le ammaccature, dentro un processo di liquefazione dell'opposizione politica rappresenta un baluardo democratico, un punto di tenuta e un riferimento per il disagio sociale del paese».


Al Capitale manca il cuore o il cervello ?


C'è appena stato uno sciopero generale della sola Cgil con manifestazioni in tutt'Italia di cui si è parlato pochissimo. Che giudizio ne dai?

Nonostante i problemi climatici oltre un milione di lavoratori ha manifestato a sostegno della nostra piattaforma per affrontare la crisi più pesante. Nei posti di lavoro lo sciopero è riuscito, la conferma paradossalmente viene dai grandi media che hanno oscurato la grande mobilitazione. Puoi star sicuro che se lo sciopero non fosse riuscito la notizia avrebbe riempito le prime pagine e aperto i telegiornali. Questo atteggiamento dei media pone un problema delicato: in una situazione così pesante di disagio sociale qualcuno potrebbe pensare che per fare notizia sia necessario compiere atti eclatanti. Non penso naturalmente al terrorismo ma a radicalizzazioni un po' disperate.

Come continua la lotta della Cgil contro le politiche economiche e sociali del governo?

Quello che ci hanno detto i lavoratori in decine di migliaia di assemblee è che bisogna dare una continuità alle iniziative di lotta perché lo sciopero del 12 non si riduca a una presenza di pura testimonianza. Abbiamo una grande responsabilità, accresciuta dalla crisi politica, in particolare delle forze di opposizione.

Siamo di nuovo al ruolo di supplenza politica della Cgil, di fronte al vuoto lasciato dalla liquefazione della sinistra?

Le dimensioni di questa crisi sono finalmente evidenti e nessuno potrà continuare ad accusare la Fiom di catastrofismo. Alla luce degli eventi politici di questi giorni e del clima che determinano credo che la Cgil sia un punto di riferimento per il disagio sociale del paese, persino un punto di tenuta della nostra democrazia minacciata. L'intreccio tra crisi economica e questione cosiddetta morale accentua il distacco della gente, dei lavoratori da questo mondo politico, determinando una miscela inquietante. Il voto abruzzese segnato dall'astensionismo rende credibili i sondaggi, secondo cui anche nelle regioni del nord starebbe letteralmente esplodendo la disaffezione al voto, in termini sconosciuti nella storia italiana del dopoguerra. Dobbiamo ribadire il ruolo di presidio democratico della Cgil che viene caricata di un significato generale, non certo per responsabilità della Cgil, ma perché essa rappresenta l'unica organizzazione di massa e il principale ostacolo alle scellerate scelte di politica economica del governo e della Confindustria.

Lo sciopero del 12 ha messo sotto accusa le politiche di Berlusconi: quelle di Confindustria sono forse migliori?

E' vero che in primo luogo la critica era rivolta al governo. Ma oggi le scelte governative e quelle confindustriali sono inscindibili perché hanno in mente la stessa ipotesi politico-sociale. Hanno un obiettivo esplicito, come dimostra la moltiplicazione degli accordi separati che ormai, dall'industria al pubblico impiego, riguardano l'80% dei lavoratori italiani. L'obiettivo è l'isolamento della Cgil, che con le sue iniziative di lotta ha aperto una nuova fase. Il messaggio è «o stai dentro il modello a cui tendono Berlusconi e Macegaglia o sei fuori».


A chi parla lo sciopero congiunto che avete deciso con la Funzione pubblica per il 13 febbraio? Alla Cgil?

No, lo sciopero generale di otto ore con manifestazione congiunta a Roma di meccanici e pubblici era già stato deciso per il 12 dicembre, poi venne rinviato in seguito alla decisione confederale di fare in quella data uno sciopero generale di tutte le categorie. L'averlo riconfermato serve a dare continuità alle iniziative di mobilitazione della Cgil. La situazione economica e sociale del paese sta precipitando rapidamente e le risposte politiche sono, prima che inadeguate, sbagliate. Due esempi: il documento riservato della Confindustria apprezzato dal governo e che il manifesto ha pubblicato, sul testo unico sulla sicurezza è vergognoso, e l'attacco alle pensioni avviato con la pretesa di alzare a 65 anni l'età per le lavoratrici lascia intendere un'aggressione a tutto campo agli accordi del 23 luglio sul welfare. Vogliono mettere mano ai coefficienti e ai lavori usuranti per stringere le maglie. Come ci attrezziamo ad affrontare questa emergenza? Secondo noi, tenendo insieme le misure di emergenza contenute nella nostra piattaforma - blocco dei licenziamenti, estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori e sospensione della Bossi-Fini - e la lotta contro chi approfitta della crisi per disegnare i profili di un nuovo modello sociale, rendendo strutturale la precarietà, cancellando l'articolo 18, utilizzando lo strumento dei sussidi di disoccupazione. In questo contesto, l'iniziativa unitaria con la Funzione pubblica è tesa a impedire la rottura a cui lavora il governo tra dipendenti pubblici e privati, utilizzando ora gli uni ora gli altri per abbattere i diritti di tutti. Gli accordi separati, infine, mettono al centro della nostra discussione l'esigenza di definire nuove regole sulla democrazia e la rappresentanza.

Ha ancora senso parlare di un tavolo di trattativa con la Confindustria sulla riforma del sistema contrattuale?

Non ha alcun senso. Attraverso gli accordi separati governo e Confindustria stanno cancellando il valore universale dei contratti, cioè l'universalità dei diritti. Puntano a trasferire ogni materia relativa al mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali agli enti bilaterali, in una logica fondata sui patti corporativi, per cui le imprese devono essere negli enti bilaterali e i lavoratori devono iscriversi ai sindacati firmatari. Nell'emergenza vogliono ridisegnare il modello sociale e per la Cgil questo non può essere un terreno di confronto.

Come pensi che un sindacato, per quanto forte e rappresentativo, possa sperare di strappare modifiche importanti senza sinistra e di fatto senza opposizione nel parlamento?

Rovescio la tua domanda: per riaprire una vera discussione politica sui processi in atto è essenziale un ruolo centrale e una tenuta della Cgil. Il percorso opposto non è più possibile
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23 dicembre 2008

Francesco Piccioni : mega sostegno all'auto Usa

 

Non c'è tempo da perdere. La crisi dell'auto Usa non può attendere i tempi della politica parlamentare (il primo «piano di salvataggio» è stato bocciato dai repubblicani del Senato) e il presidente Bush non vuole passare alla storia come colui che ha lasciato morire il settore automobilistico del suo paese solo per fare un dispetto al subentrante Obama. E quindi ha attinto al fondo Tarp (250 miliardi di dollari, la prima tranche del «piano Paulson», ideato per salvare il mercato finanziario) per garantire prestiti a brevissimo termine per General Motors e Chrysler, ormai a un passo della bancarotta. Fondi per le sole auto stelle-e-strisce, non per gli impianti basati sul suolo statunitense.
Tra la prossima settimana e l'inizio di gennaio general Motors riceverà 9 miliardi, mentre Chrysler ne vedrà entrare in cassa 4. Altri 4,5 miliardi andranno a Gm entro febbraio. Ford, il terzo malato grave, non ha invece chiesto nulla, per ora, perché «la liquidità ancora è buona». Ma non è detto che non possa ripensarci. Le condizioni poste dal ministero del Tesoro sono peraltro alquanto stringenti. Entro il 31 marzo le due società dovranno rinegoziare i contratti esistenti con fornitori e sindacati, in modo da dimostrare la capacità di mantenere in vita le aziende. Altrimenti i prestiti dovranno essere restituiti immediatamente. Lo stato avrà in cambio dei warrant legati ad azioni, anche se senza diritto di voto. Ma si riserva di metter mano nella gestione dell'impresa. Il governo avrà infatti il potere di convalidare o no le operazioni di spesa oltre i 100 milioni di dollari (erano solo 25 nel «piano» bocciato); in ogni caso non potranno essere distribuiti dividendi fino a che i prestiti non saranno stati rimborsati (al tasso medio del 5%), ovvero entro tre anni. Anche i manager dovranno fare la propria parte in termini di «sacrifici»: un tetto agli stipendi e niente jet aziendali. Assai peggio andrà per i lavoratori, ovviamente, che vedranno probabilmente svanire sia la copertura sanitaria che quella pensionistica (nel sistema Usa, entrambe queste voci sono a carico dell'azienda, non dello stato).
Gm e Chrysler hanno subito aderito all'offerta di aiuto, promettendo di «rispettare le condizioni di solvibilità finanziaria» poste dal governo. «Sono molto fiducioso sul fatto di poter passare questo esame», ha detto il numero uno di Gm, Richard Wagoner; «dovremo prendere misure importanti. Il gruppo è focalizzato su una rapida realizzazione del piano di ristrutturazione. Sappiamo di avere molto lavoro da fare». Ma l'agenzia Fitch ha intanto declassato i rating di Gm e Chrysler a «C»; spazzatura, insomma. Le due aziende, come primo atto, hanno ripreso le trattative sulla possibile fusione. Un merger che porterebbe sinergie su vasta scala, accompagnate dalla distruzione di decine di migliaia di posti di lavoro. Già oggi Chrysler chiuderà i suoi stabilimenti negli States, per riaprirli sono il 7 gennaio.



La decisione di Bush è stata chiaramente concertata con Obama, che ha invitato le case di Detroit a «fare scelte forti, per non perdere la possibilità di iniziare una ristrutturazione a lungo termine e salvare il settore». Ed è stata anche motivata in chiave strettamente «nazionalistica» dal presidente uscente: «il popolo americano vuole che i produttori di auto sopravvivano e prosperino». In «condizioni normali» Bush avrebbe evitato di interferire con la logica del mercato, «ma queste non sono condizioni normali»: il crollo dell'industria automobilistica «potrebbe aggravare la crisi finanziari in atto».
E nella stessa direzione vanno le mosse allo studio in Francia e Gran Bretagna. Entro gennaio il presidente Nicolas Sarkozy varerà un nuovo programma di «stimoli» all'industria automobilistica, ma nei giorni scorsi ha chiarito - soprattutto con Carlos Ghosn, numero uno di Renault Nissan - che questi aiuti saranno concessi soltanto a chi smette di delocalizzare la produzione. Perché bisogna salvaguardare l'occupazione «francese». Detto fatto, Renault concentrerà nello stabilimento di Cléon la produzione del nuovo motore diesel a basse emissioni R9M; che fino a qualche giorno fa sembrava destinato a Pitesti, in Romania.
Anche Lord Mandelson, ministro inglese del business, ha avviato colloqui con i vertici di Jaguar Land Rover. Qui la motivazione occupazionale è minore (solo 15.000 i dipendenti diretti su suolo britannico, ma con un indotto molto più articolato), mentre prevale la difesa della capacità di ricerca tecnologica «di eccellenza». Notevole anche il fatto che la proprietà dei due prestigiosi marchi non sia più british, ma del gruppo indiano Tata.


23 dicembre 2008

Il conflitto sull'orario di lavoro

In mezzo a tanta crisi ed a tante preoccupazioni qualche nota lieta nella sempiterna lotta di classe può anche scapparci : qualche giorno fa, il Parlamento Europeo a Strasburgo ha respinto una direttiva del Consiglio a Bruxelles contenente la possibilità di alzare in alcuni casi il limite settimanale di lavoro da 48 a 65 ore. E' stato rifiutata anche la distinzione tra impegno attivo ed impegno inattivo (ad es. un turno di guardia medica ) e di conseguenza la possibilità di non retribuire la semplice disponibilità ad essere chiamati a lavorare in caso di bisogno, anche se rimane la possibilità di remunerare tale disponibilità meno dell'utilizzo effettivo della stessa ( tale materia è rinviata alla contrattazione).


 
La Commissione Europea spera in un rilancio di tale direttiva nel prossimo semestre, quando si tenterà una conciliazione tra la Commissione stessa ed il Parlamento, ma possiamo comunque gioire dello stop subito al momento dall'imbecillità arrembante. Nel frattempo è stata data la possibilità per un periodo transitorio di tre anni di operare la deroga respinta in aula, ma con il consenso del lavoratore, consenso nullo nelle prime quattro settimane di lavoro o nei periodi di prova e da rinnovare obbligatoriamente ogni sei mesi.
Bombassei, degno rappresentante dell'idiozia a piede libero, subito ha sbraitato, proclamando tra i lamenti che in questo periodo di crisi bisogna lavorare di più per lavorare tutti e vincere la competizione con i paesi in via di sviluppo. Per fortuna che oggi Sacconi almeno lo ha messo a nanna, dicendo che intende ridurre attraverso accordi tra le parti l'orario di lavoro settimanale nel nostro paese (anche se una equivalente riduzione di salario non scongiurerebbe del tutto l'avvitarsi della recessione)
Ridicolo a tal proposito anche un articolo di Libero dove con la premessa che se lavorassimo di più avremmo lo stesso reddito procapite degli Usa si dice che solo in Italia c'è un orario di lavoro ingessato mentre in Germania più volte in alcune aziende automobilistiche si è accettato un allungamento dell'orario di lavoro per evitare il fallimento aziendale. L'articolista dimentica che gli orari più corti sono prerogativa non della bell'Italia ma dei paesi scandinavi e che comunque l'orario medio in Germania è più corto di quello italiano (37 a 38) e che la Volkswagen veniva (prima dell'allungamento) da un contratto che prevedeva ben 28 ore settimanali per approdare alle 35 ore
Ma ci vuole pazienza, sull'orario di lavoro la partita è così bruciante per il Capitale che la voce del padrone finisce per scimunire i suoi scherani




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22 dicembre 2008

Sacconi : lavorare meno, lavorare tutti. Ma Brunetta ?

Brunetta : "Ma che fai, te ne vai ? Non mi si è ancora rizzato..."



Biondina : "Datemi il cambio !!!! "


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22 dicembre 2008

Marina Forti : le difficoltà del sindacato indiano in una crescita diseguale

 Economia emergente? Gautam Modi, segretario generale della confederazione sindacale indipendente chiamata New Trade Unione Initiative, insorge: l'India, dice, non è poi così «emergente» come si dice. E' vero, negli ultimi anni il Prodotto interno lordo è cresciuto attorno al 9% annuo. «Ma se sconti la crescita demografica attorno al 2%, e un'inflazione superiore al 5% annuo, vedi bene che la crescita reale è ben più modesta». Ed è una crescita assai ineguale, aggiunge Modi.
Eppure, negli ultimi 5 anni l'India ha visto il più grande boom di investimenti della sua storia. Gli stati indiani hanno cercato di attrarre nuovi progetti industriali offrendo alle imprese terreni e infrastrutture a condizioni agevolate, a volte con la formula delle «zone economiche speciali» (per l'export) in cui le imprese beneficiano di sgravi fiscali e altri incentivi. Spesso queste «zone speciali» sono state al centro di polemiche e conflitti.
Ora però l'India si scopre vulnerabile alla crisi globale, e ridimensiona le previsioni: già in luglio l'Economist parlava di 7,6% di crescita media del Pil per il 2008 e 2009, il Fondo Monetario Internazionale ora si attesta sul 6,5%. E Amit Mitra, segretario generale della Ficci, una delle due confindustrie indiane, dice che il 7% sarebbe già un buon risultato, che l'economia indiana riuscirà a raggiungere quest'anno solo se il governo interverrà pompando liquidità nel sistema con un massiccio sostegno al credito (vedi il manifesto, 25 novembre). Intanto i maggiori gruppi industriali rallentano i progetti di espansione. Qualcuno comincia a discutere il modello di crescita tutto puntato sulle esportazioni e sull'outsourcing, esternalizzazione: oltre metà del Pil indiano è fatto dalle information technologies e i servizi relativi, cresciuti del 30, 35% annuo grazie alle istituzioni finanziarie e altre imprese di paesi industrializzati (anglofoni) che hanno delocalizzato in India la produzione di software, la gestione di servizi informatizzati, o i servizi alla clientela (i famosi call centres). Ora anche questo rallenta. 



Un'economia che rallenta non farà che acuire le disegueglianze interne, fa notare il sindacalista. Il problema, dice Gautam Modi, è che in India bisogna distinguere tra il 10% e il 90%. Solo una piccola parte della forza lavoro, dieci persone su cento, è occupata nel «settore formale», cioè ha un lavoro dipendente nell'economia «organizzata», dipendenti pubbici o privati con salario e previdenza sociale. Gli altri sono nel «settore informale», che include dai lavori di fatica al piccolo commercio al lavoro agricolo. Il 60% degli indiani inoltre è occupato nell'economia rurale (ma la parte dell'agricoltura nella formazione del Pil è crollata: dal 40% nei primi anni '80 al 17% oggi).
«Non solo: in questi anni, sempre di più, anche i lavoratori del settore organizzato si trovano a lavorare in condizioni "informali": l'industria chiede sempre meno braccia, e anche nelle grandi fabbriche c'è sempre più lavoro precario. Il caso di Maruti è esemplare».


22 dicembre 2008

Giovanni Mazzetti : la crisi economica in tre atti

Ha ragione Freud quando compatisce gli esseri umani per la loro evidente difficoltà di imparare dall'esperienza. Una difficoltà che si manifesta nel loro essere spesso vittime di una spinta a ripetere coattivamente alcuni comportamenti, nonostante in precedenza abbiano avuto esiti disastrosi. Ma ha ancora più ragione Marx quando sostiene che ogni ripetizione della storia si trasforma quasi inevitabilmente in una farsa. Soffermiamoci, dunque, sulla farsa in corso.
1980-2007 Primo atto, dominato dalla ripresa di quelle pratiche e di quei comportamenti finanziari che, a metà anni '20 negli Usa, avevano dato adito alla più grande crescita del capitale quotato in borsa. Con sconsiderata baldanza sono state progressivamente smantellate le norme e le pratiche, che dopo il disastro degli anni '30, erano state elaborate, proprio per impedire che la speculazione finanziaria finisse, come accadde allora, fuori controllo. Con grande protervia si è ingenuamente ripetuto, come si faceva prima del '29 (vedi Galbraith, Il grande crollo), che, essendo il mondo profondamente cambiato e disponendo di nuovi strumenti analitici e previsionali, il capitale era ormai garantito dal rischio. Per questo Bernard Madoff, con la sua truffa da 50 miliardi di dollari scoperta in questi giorni rifà il verso a Charles Ponzi, con la sua truffa da 10 milioni di dollari del 1920.
2008-2009 Intervenuto il crollo, inizia la replica del secondo atto. Sullo sfondo della bufera borsistica comincia a levarsi il coro delle nenie ossessive di giornalisti, politici, imprenditori, perfino di cittadini qualunque, «sulla necessità che tutti sopportino dei sacrifici». A quel coro si intreccia il contrappunto dei cantori della natura salvifica della crisi, coloro che pensano che essa contribuisca a depurare l'organismo sociale delle tossine accumulate, e che tutto possa risolversi nella reintroduzione delle regole di cui si era preteso di fare a meno. La scena del secondo atto è però popolata anche da personaggi minori, apparentemente indipendenti dal quadro generale. Il Presidente del consiglio, ad esempio, sembra cadere al di fuori della cerchia di coloro che spingono per il ripetersi di riti sacrificali, ma anche di coloro che parlano di una salutare purga. Egli tuttavia incarna un'altra figura della coazione a ripetere, quella di chi non essendo personalmente sfiorato dalla crisi, dice che il sopportarla non è affatto necessario e insiste nel ripetere che è solo questione di agire come fa lui, cioè con «ottimismo». Il problema si sposta così dalla dinamica sociale alla componente soggettiva, trasformando la crisi in un semplice disturbo della personalità di chi la subisce. Il governo, dal canto suo, ha invece agito il quarto ruolo della ripetizione, quello canonico di chi è convinto che il problema esista, ma dispensando degli oboli si possano evitare le sue conseguenze più gravi. Ovviamente, poiché l'elemosina in questo caso è post-moderna, la si deve definire con un termine evocativo e altisonante, non la «carta dei poveri» di triste memoria, bensì una social card ricaricabile.
2009 - ... E' ovvio che se restiamo intrappolati in questa «commedia» siamo fritti. E per evitarlo dobbiamo riuscire a sottrarci dalla ripetizione di quello che è sempre stato il terzo atto rappresentato in occasione delle crisi economiche. Mi riferisco all'intervento di chi, schierato a sinistra, è convinto che la volontà alternativa sia sufficiente per invertire il processo in corso. 



Ritengo che sia piuttosto necessario un vero e proprio rovesciamento culturale, che muova da alcuni punti fermi:
1. L'idea che dei «sacrifici» possano contribuire a risolvere un qualsiasi problema è un'idiozia, e costituisce la spia del trascinarsi nella modernità di una cultura arcaica. Il sacrificio è infatti una rinuncia, una privazione, cioè un atto negativo. Viene in genere associato a un possibile esito positivo, da chi lo concepisce, solo perché il percorso che conduce a quell'esito gli è del tutto sconosciuto. Chi suggerisce di affrontare la crisi sacrificandosi confessa pertanto abbastanza chiaramente di non comprendere quello che sta accadendo, e di sperare di uscirne fuori in una forma mistica. Quando non approda addirittura, come ha fatto il segretario della Cisl, a veri e propri scongiuri, per salvarci da quella che, con grande acume analitico, ha definito la jella. Il fatto che sulla necessità dei sacrifici ci sia un vasto consenso non cancella questo giudizio, perché notoriamente la maggior parte delle persone - anche quelle acculturate - non capisce quasi nulla di economia.
2. Come ha sottolineato Nietzsche, spesso gli esseri umani confondono gli effetti dei fenomeni con le loro cause. Nel nostro caso, poiché la crisi li impoverisce essi desumono che la crisi sia causata da un impoverimento oggettivo, un venir meno delle risorse, al quale non potrebbero sottrarsi. In questa prospettiva, però, la crisi finisce con l'essere evirata della sua componente rivoluzionaria. Infatti, la crisi rappresenta il momento nel quale le argomentazioni ideologiche si dissolvono, e il movimento contraddittorio della società può essere colto con chiarezza. E' vero che, nella crisi, «la società si trova ricondotta a uno stato di momentanea barbarie, perché l'industria e il commercio sembrano distrutti». Ma ciò non accade, perché le risorse sono venute meno, bensì «perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società» (Marx, Il manifesto).
3. Ora, la cosiddetta sinistra ha sin qui fallito nel procedere a questo rovesciamento di prospettiva. Vale a dire che non ha saputo vedere e far vedere quel fenomeno apparentemente paradossale - la povertà determinata dall'abbondanza, descritto da Keynes - dimostrando così di non essere all'altezza del compito che ha ricevuto dalla storia. Ma per «vedere» l'arbitrarietà di una sofferenza sociale bisogna saper individuare gli elementi di trasformazione insiti nella situazione. Sembra che solo adesso, dopo la lunghissima crisi che abbiamo attraversato e al sopravvenire dell'inevitabile disastro, qualcuno a sinistra cominci a ripetere balbettando ciò che la rivoluzione keynesiana rese palese ben 80 anni fa e cioè che «la spesa di un individuo è il reddito di un altro individuo», cosicché senza spesa non può intervenire la creazione del lavoro che manca o la riproduzione del lavoro che c'è. Ma quel che resta della sinistra è lontana mille miglia dal comprendere ciò che è implicito in questo semplice fatto. Per questo urge un'esegesi della crisi. Se qualcuno di coloro che si sono spremuti le meningi per dare un voto alle cosiddette «primarie delle idee», e di coloro che hanno criticato il basso spessore culturale di questa iniziativa, spendesse un po' delle sue energie intellettuali a capire il significato dell'affermazione di Keynes, forse, potrebbe accendersi un barlume di speranza di non dover ripetere coattivamente il terzo atto della farsa.


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


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