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29 febbraio 2008

Le contraddizioni della Cina

 Le condizioni di vita qui rappresentate - quelle di una società schizofrenica, che da un perseguito e sia pur tendenziale ugualitarismo è passata in pochi decenni al massimo di frattura fra i diversi livelli di reddito e di condizioni di vita - per un verso riproducono, nelle linee fondamentali, quanto già conosciamo a casa nostra (la Milano, per esempio, dei molti ricchi-consumisti e dei moltissimi miserabili). Dove chi non è superficiale o accecato vede pure annullarsi il senso di quelle parole: democrazia, libertà, capitalismo, socialismo, welfare, diritti umani, stato, società. Non occorre allontanarsi dai nostri confini per sperimentare come la diffusione di democrazia e libertà possa significare invasione economica e militare di territori altrui; le nozioni di capitalismo, socialismo, interessi di classe siano sostituite da concetti vacui come totalitarismo, «stati canaglia», «il nuovo»; la violazione dei «diritti umani», in un mondo in cui nessuno ne è immune, sia un facile pretesto da parte dei più forti per trovare pubblico consenso all'aggressione; la «comunità internazionale» sia la nuova designazione del club delle potenze maggiori; la resistenza dei popoli contro lo straniero venga confusa col terrorismo; le guerre coloniali vengano chiamate «missioni umanitarie»; l'occupazione dello stato da parte dei potentati economici passi per libertà (degli individui) e sia contrabbandata per «meno stato». Dovunque il medesimo processo di distruzione è in corso - delle nazioni, delle persone, delle cose e dell'intelligenza delle cose - senza che ancora appaia l'inizio di una nuova strada per liberarsi del mostro, che si presenta inafferrabile.
Allora in Cina ha avuto la meglio la colonizzazione - da cui era stata colpita ma a cui pure aveva resistito per secoli, fino alla liberazione nel 1949 - e non saprà dirci più niente di diverso da quanto già sappiamo?
Fino a quando si è guardato all'Asia dal presupposto della superiorità europea e affetti dal vizio che Edward Said ha chiamato «orientalismo», qualsiasi strada alternativa allo sviluppo capitalistico percorsa da un paese asiatico veniva qualificata come mancanza o arretratezza. Anche Carlo Marx considerò la colonizzazione inglese dell'India, sotto questo profilo, un fattore di progresso, via alla penetrazione di contraddizioni più evolute - che quindi avrebbero consentito anche una lotta di classe più avanzata. Perfino in alcuni testi storiografici cinesi degli anni Cinquanta si interpretava la sofisticata economia mercantile e monetaria in alcune province cinesi nel tardo medioevo (grande manifattura, commercio internazionale, esteso sistema bancario, lettere di credito, carta moneta...) come indice di «germi del capitalismo», (purtroppo) non sviluppatisi a causa del sistema politico dispotico, che avrebbe posto freni alla libertà e al progresso. Si trattava di storici culturalmente colonizzati dal marxismo sovietico, che si ponevano anche contro l'ipotesi di Mao Zedong: non «superare» il capitalismo, ma evitarlo. Del resto, non potevano ignorare che in Cina il preminente potere politico dello stato, per quanto dispotico, nel porre freni alla crescita del potere economico privato aveva ripetutamente tutelato la classe lavoratrice fondamentale - i contadini. Della contraddizione fra libertà economica privata e libertà politica più benessere popolare i teorici e i grandi politici cinesi furono consapevoli fin dall'antichità (vedi, per esempio, la Discussione sul sale e sul ferro (74-49 a.C.), resoconto di un dibattito dell'anno 81 a.C. pro o contro i monopoli di stato; per non parlare del grande conflitto intorno alla «nuova legge», cioè al programma di riforme stataliste a favore degli strati popolari promosso nell'XI secolo dal grande statista Wang Anshi).
L'evoluzione dell'economia non è assente nella storia della Cina, a volte con profondi strappi, come quando il dominio mongolo portò in primo piano il commercio e la classe dei mercanti, umiliando i letterati; e non sono assenti le imprese militari, anche di conquista. Tuttavia la linea dominante - durante le maggiori dinastie, quando la classe letterata ha detenuto il potere - è stata la preminenza della politica, e dello stato gestore della politica, sulla sfera economica e su quella militare. Questo orientamento di fondo ha costituito nei secoli una difesa potente contro le spinte distruttive di ogni tipo, esterne e interne. Ha finito col coincidere con la difesa di una civiltà. Non si tratta di cosa del passato, continua nel nostro secolo e nella Repubblica popolare. Il partito-stato, o stato-partito, proprio del «socialismo reale» è intollerabile per i più liberi fra gli intellettuali cinesi di oggi, interrogati da Angela Pascucci. Tuttavia per molti di essi (se si escludono i più occidentalizzati, quelli fiduciosi che in Europa o negli Usa oggi il pluripartitismo e il sistema parlamentare equivalgano alla democrazia) il modo stesso di concepire l'unità del paese e il perseguimento del suo interesse, non disgiunto dalla necessaria difesa degli strati più deboli - la grande maggioranza della popolazione - presuppone una politica forte, che si incarni nelle istituzioni pubbliche e governi l'economia. La stessa concezione ritroviamo, implicita, nella gente del popolo, anche quando è sfiduciata e non aspira più a niente, se non a trovare il modo di sopravvivere. «Oggi si pensa solo al denaro»: è affermato da tutti, ma come un dato negativo: salvo che dalla grande manager sino-americana.
Ma la sfida di oggi non è quella del passato. Il modo di vivere e di pensare del privato imprenditore (la grande manager ma anche il piccolo affarista) e del pubblico consumista ha conquistato le città; il capitale straniero agisce (legalmente e illegalmente) anche attraverso le istituzioni cinesi, specialmente quelle provinciali. Fino a oggi non solo la Cina, ma il mondo intero non ha conosciuto una così potente capacità distruttiva. Gli stessi gestori centrali della politica sembrano consentire alle nuove leggi che impongono di servire l'economia - cioè i potentati economici e finanziari, il capitale globale. Lo stato non può essere più oggi, neppure in Cina, il libero gestore della politica e il garante degli interessi popolari. La contraddizione è interna ed estrema.
Da quanto ci dicono i cinesi di ogni condizione, anche nelle diverse risposte dirette e indirette fornite in questo volume, oltre che dalla ambiguità dei suoi dirigenti e da tanti altri segnali, inclusi quelli che vengono dalla produzione letteraria in prosa e in versi, possiamo affermare che la consapevolezza critica e, d'altra parte, la forza della protesta popolare sono ben presenti. Non è possibile fare previsioni, se non forse questa: la partita non è chiusa e si gioca in Cina più che in ogni altro luogo.


(Edoarda Masi)


29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Augusto Illuminati

 Oltre questi paradossi, è questo il punto in cui esplode il genio ironico di Illuminati: egli andrà ad analizzare, per restituircelo, «il lato oscuro» della forza del '68, quello cioè che è impossibile recuperare da parte dei reazionari. Il lato oscuro: che cosa significa allora? Il lato selvaggio, la potenza di quell'esperienza: quegli anni non vanno misurati in termini di realizzazione storica ma piuttosto in termini di esodo dall'assetto politico che l'Italia aveva trovato dopo la caduta del fascismo. Che cosa significò allora esodo? «Immaginare il comunismo come esperienza presente più che progetto per tappe o bel sogno futuro può condurre a disastri o coprire peregrine velleità esistenziali, ma testimonia altresì in forma intensa la potenza cooperativa consapevole in cui la singolarità si reindividua socialmente in una crisi sistemica. Spinoza ce ne aveva già parlato con il termine equivalente di eternità».

Una vicenda inconclusa? Certamente, se si guarda alla crisi del sistema politico, ci dice Illuminati. Due generazioni tolte di mezzo, ideologie pietrificate, corruzione al posto dell'innovazione: ecco gli effetti perversi del tentativo reazionario di cancellare l'anomalia italiana. E se si guarda poi al progetto ed alla speranza di emancipazione, «qui l'inconcluso del '77 coincide con l'oscura sensazione che il comunismo non sia un concetto andato a male, che insomma nos aeternos esse». Grazie: così si capisce infine che cosa sia l'oscuro lato della forza. È quello che anche il mio bisnonno forse voleva esprimere.

(Toni Negri)


29 febbraio 2008

Proposte giuridiche sugli infortuni sul lavoro

 E' di qualche giorno fa la sconcertante notizia che, secondo un rapporto Istat, nel nostro Paese muoiono in media quattro persone al giorno per incidenti sul lavoro, e il dato è costante dal 2006. Da un'indagine Eurispes si è appreso che dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati 5.252. L'edilizia raccoglie il maggior numero di vittime, circa il 70 %, e non è un caso, dato che in questo settore si assiste a un vergognoso sfruttamento di lavoratori in nero, spessissimo stranieri, aggravato dalla pratica dei subappalti - da eliminare subito -, che spinge a risparmiare non solo sul costo dei lavoratori, ma anche sulla sicurezza, tanto più che si preferisce scegliere maestranze poco preparate e precarie che consentono di gonfiare, anche a scapito della vita e dell'incolumità individuale, i guadagni.
Va evitata la consueta risposta emergenziale, poco meditata, farraginosa e orientata alla consueta ipervalorizzazione dell'intervento penale. Sicuramente la normativa penale in materia va rivista, ma è sul piano della prevenzione, dei controlli efficaci che si combatte questa battaglia per la vita, per la dignità dell'uomo!
Una linea di politica del diritto idonea a combattere questo fenomeno criminale impone la valorizzazione del principio di sussidiarietà dell'intervento penale, di sicura derivazione costituzionale, che spinge alla sperimentazione di forme efficienti di controllo complementari, ridimensionando illusioni panpenalistiche destinate a risolversi in sterili rigorismi repressivi. L'abuso, velleitario, del penale è il sintomo di una radicale sfiducia nei confronti dell'efficienza del controllo amministrativo. Si confida in taumaturgici interventi, ma l'inflazione del penale rende quest'ultimo nei fatti inapplicabile: un telum imbelle.
L'orientamento dovrà essere verso una tutela polidimensionale, che armonizzi la normativa penale con quella civile e amministrativa e si esprima attraverso norme chiare e consapevolmente collegate. Si dovrà puntare sull'accuratezza della legislazione extrapenale, che preveda criteri articolati in materia di requisiti, di obblighi, di meccanismi di controllo.
Il primo, necessario intervento va riservato ai controlli preventivi, presidiati da un'efficace gamma di sanzioni prescrittive, interdittive e pecuniarie, sussidiariamente rafforzati da un controllo penalistico, da modellare secondo gli schemi affidabili del diritto penale «classico». Si dovranno, quindi, ritagliare alcune fattispecie di reato, creandole ex novo o modificando quelle esistenti, da inserire nel codice penale in un apposito capo, dedicato alla sicurezza sul lavoro, al fine di esaltare la significatività dei beni protetti e di agevolare la conoscenza delle norme.
Pur nel quadro di un tendenziale arretramento del diritto penale bagattellare a favore di un ben più efficace diritto sanzionatorio amministrativo, s'impone l'introduzione di una nuova fattispecie penale di sfruttamento della capacità lavorativa che abbia a oggetto la situazione in cui il datore di lavoro sfrutti una condizione di debolezza economica del lavoratore, che induca quest'ultimo ad aderire a condizioni inique: si tratta di un tipo di reato che non è ignoto alla tradizione giuspenalistica italiana. La nuova fattispecie avrebbe come referente empirico - in analogia con l'usura - una condizione di debolezza iniziale, indipendente dall'agire del soggetto attivo, che s'imbatte nella situazione di debolezza e la sfrutta.
De lege lata la disciplina penale in materia di sicurezza sul lavoro risulta insoddisfacente. Andrebbe rivisto il regime sanzionatorio, da ritoccare verso l'alto nei seguenti punti: 1) «omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro» (art.451 c.p.), punita con la reclusione da 15 giorni a un anno o con la multa da 103 a 516 euro; 2) omicidio colposo con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni (art.589 co.2 c.p.), punito con la reclusione da 2 a 5 anni; 3) lesioni colpose (art.590 co.3 c.p.) con violazione delle medesime norme, punite con la reclusione da 3 mesi a un anno o con la multa da 500 a 2000 euro se si tratta di lesioni gravi; nel caso di lesioni gravissime la reclusione va da 1 a 3 anni.
Ma, forse, ancor più pressante appare la revisione della normativa extracodicistica: farraginosa e confusionaria appare quella introdotta dal d.lgs. 19 dicembre 1994 n.758, che ha apportato profonde modifiche alla disciplina delle contravvenzioni in materia di sicurezza e igiene del lavoro, disponendo che tali reati, puniti con la pena alternativa dell'arresto o dell'ammenda, possano essere sanati in via amministrativa dall'organo di vigilanza, tramite apposita prescrizione. Questa soluzione rappresenta un'inutile e fuorviante complicazione. In realtà una corretta tecnica legislativa deve essere orientata alla massima semplificazione: se un illecito presenta un disvalore esiguo la sua sede dovrà essere fin dal principio quella extrapenale. Tanto più che un illecito amministrativo può essere presidiato da una gamma di sanzioni efficaci che possono infliggersi in tempi molto più rapidi di quelli della giustizia penale. E tra le sanzioni di tipo amministrativo si potrebbe ipotizzare una forma di sospensione dall'esercizio dell'attività di amministrazione dell'impresa nei confronti del datore di lavoro, ma senza la chiusura della medesima, bensì affidando l'impresa a un'amministrazione controllata, con devoluzione dei profitti a favore di una cassa per le vittime di incidenti sul lavoro e/o per i loro familiari.
Post scriptum. Qualcosa si dovrebbe anche provare a fare a livello di Ue: infatti, al di là della «sacralità» della difesa della concorrenza, sarebbe auspicabile che le istituzioni europee prevedessero forme di sostegno economico per quelle imprese che, magari decidendo di uscire dal «nero», avessero necessità di adeguare la struttura in termini di sicurezza.

(Sergio Moccia)


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29 febbraio 2008

Granaglie dalle stalle alle stelle : di nuovo lo spettro della fame

 

Tanta domanda, poca offerta. Una regola scontata, in termini economici. Una tragedia, se si parla di cibo.
Il prezzo internazionale del grano, negli ultimi giorni, è letteralmente impazzito. Ieri, al Chicago Board of Trade, ha superato per la prima volta i 12 dollari per bushel (l'unità di misura usata per i cereali, equivalente a poco più di 35 litri). Il giorno precedente era aumentato del 22% in una sola seduta. Un record, ovviamente, di cui nessuno va fiero. Specie per i motivi che l'hanno prodotto; il Kazakhstan ha annunciato di voler mettere delle tasse sulle esportazioni, in modo da ridurre la partenza delle scorte di grano duro verso l'estero (esaurite al 75%). Il paese ex sovietico è tra i pochi grandi produttori-esportatori (insieme a Russia e Ucraina, oltre al Canada), ma se il solo annuncio è in grado di provocare un terremoto simile vuol dire che il mercato è «sotto stress».
Le ragioni, e i segnali, non mancano. Lasciamo da parte - anche se hanno un loro incidenza - il maltempo stagionale in alcune regioni importanti. Anche la Coldiretti, ieri, ha citato fenomeni ben più «strutturali», come i cambiamenti climatici stabili che hanno ridotto le terre coltivate «e un calo delle rese produttive», la domanda crescente di prodotti «di qualità» (latte e carne, per esempio) di alcuni paesi emergenti di grandi dimensioni. Ma anche della stupidissima idea di coltivare aree sempre più ampie per produrre biocarburanti.
E' la chiusura viziosa di un ciclo demenziale: il petrolio pesa per il 95% della produzione agricola e la corsa del prezzo del greggio ha fatto già aumentare di suo i costi. Ma se per la stessa ragione si comincia a rubare terra alla produzione di cibo per darla a un «carburante alternativo», allora non c'è più limite alla corsa dei prezzi. In Italia è diminuita del 15,4 la superficie di terreno a frumento, mentre è aumentata di altrettanto quella a mais. Che può servire sia per l'alimentazione (soprattutto animale), che per i biocarburanti. Risultato: l'import è quadruplicato dal 2000 a oggi. E andrà sempre peggio. Perché la popolazione mondiale aumenta di 80 milioni di persone l'anno; e le terre coltivate (per dare cibo) diminuiscono.
Qui da noi l'incremento dei prezzi dei cereali di base (mais, soia, grano, riso) si riflette nella spesa per molti generi alimentari (latte, carne, pasta, pane), mentre le grandi multinazionali (come Kellogg, Kraft e General Mills) si sono messe da tempo al riparo imponendo contratti di fornitura di lungo periodo (a prezzi, quindi, bloccati). Significa che l'aumento dei prodotti «derivati» (come la pasta, il pane o le merendine) è solo in parte addebitabile all'aumento della materia prima; mentre qualcuno ci sta guadagnando alla grande.
Ma sarebbe fuorviante e stupido addebitare l'inflazione crescente alla sola speculazione, che pure c'è. Il World Food Program dell'Onu è già oggi in difficoltà per mantenere gli impegni presi; e non trova fondi per estendere gli interventi. Josette Sheeran, responsabile del programma, parla di un «nuovo volto della fame», che raggiunge ormai anche quelli che in alcuni paesi in via di sviluppo rappresentano comunque i «ceti medi». Persino al Forum di Davos si è arrivati a capire che la riduzione della disponibilità alimentare (e l'aumento dei prezzi relativi) è tra le principali minacce per l'economia globale dei prossimi anni. Buon appetito

(Francesco Piccioni)


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29 febbraio 2008

Il Sessantotto secondo Marco Revelli

 

Valle Giulia. Era il primo marzo del 1968. La rivolta degli studenti arrivava per la prima volta sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Per la verità il Sessantotto italiano era incominciato qualche mese prima, già dalla fine del '67, quando erano state occupate prima la Cattolica di Milano - un vero e proprio sacrilegio -, poi Palazzo Campana a Torino. Ma le notizie erano rimaste confinate nelle pagine locali. C'erano volute le cariche della polizia in assetto da combattimento, le camionette rovesciate, il fuoco e le pietre, gli arresti e i feriti, perché il sistema dei media si accorgesse della cosa. C'era voluta, insomma, la violenza perché il Sessantotto diventasse un evento mediatico. Le riflessioni sofferte dei cristiani ribelli di Milano, i controcorsi di Torino, più di un mese di studio collettivo e autogestito da parte di centinaia di giovani in rivolta mentale, le «tesi della sapienza» di Pisa, non avevano ricevuto nessuna attenzione al di fuori degli ambienti universitari in sommovimento, né da parte della politica, né da parte dell'informazione. Le immagini (ancora in bianco e nero, allora) delle scalinate di architettura di Roma, invece, esplosero sugli schermi televisivi con la forza di un terremoto.
Il maggio francese
Pochi giorni più tardi, alla metà di aprile, le stesse immagini aprono i telegiornali tedeschi, con i violenti scontri di Berlino, seguiti al grave attentato contro Rudi Dutschke - uno dei leaders del movimento studentesco tedesco - colpito con tre colpi di pistola da un fanatico di estrema destra al culmine di una aggressiva campagna stampa mossagli contro dai giornali della catena mediatica Springer. Poi, è la volta di Parigi, dove ii 2 maggio le autorità accademiche avevano deciso la serrata dell'università di Nanterre, in risposta ad alcune azioni di protesta da parte degli studenti. Era l'inizio del «maggio francese». Il nocciolo duro del Sessantotto. Il suo luogo simbolico, con la Sorbonne in mano agli studenti, il Quartiere latino in fiamme, le barricate sul Boulevard Saint Michel, i Crs, i grandi cortei imponenti, con gli intellettuali - Sartre, Simone de Bouvoir, quelli del «Nouvel Observateur» - a braccetto, in testa, a formare cordone come negli anni Trenta, e il difficile ma incendiario rapporto con gli operai, Flins, Billancourt, i metalleaux della Renault, il servizio d'ordine della Cgt... Tutto insieme. Tutto comnpresso in un solo mese, anzi in venti giorni, con l'apoteosi dello sciopero generale del 20 e 21: tutti fermi, dai musicisti dell'Opera ai taxi, dai ferrovieri alle maestre d'asilo.
Intanto era iniziata, al di là della «cortina di ferro», la Primavera di Praga, e si era innescato il processo che in poco tempo porterà all'invasione sovietica della Cecoslovacchia - 20 e 21 agosto - con i carri armati in Piazza San Venceslao, Jan Palach che si dà fuoco e le sue immagini, terribili, che fanno il giro del mondo, il socialismo reale che muore in diretta, per eccesso d'esibizione di forza.
I pugni chiusi di Mexico City
Quasi contemporaneamente, la rivolta che si accende dall'altra parte dell'Atlantico, nel Messico che si prepara a un altro evento globale, le Olimpiadi, e l'eccidio di Piazza delle Tre culture, gli studenti fucilati dall'alto, dagli elicotteri, sotto gli occhi dei giornalisti di tutto il mondo, fino all'epilogo inatteso, il 16 ottobre: i due atleti neri americani - Tommie Smith e John Carlos - vincitori rispettivamente della medaglia d'oro e di quella di bronzo nei 200 metri piani che, sul podio, alzano il pugno destro avvolto nel guanto nero nel saluto del Black Power. Il gesto costò loro caro: per «vilipendio alla bandiera» e «oltraggio allo spirito olimpico» furono espulsi dai giochi. Ma il loro gesto lasciò un segno indelebile, questa volta sulla falsa coscienza dell'Occidente: era l'onda lunga dell'esplosione seguita all'assassinio di Martin Luther King, il 5 di aprile di quell'anno, con le comunità nere di 110 città americane in rivolta, i ghetti in fiamme, 39 morti, 2500 feriti, 5000 arresti.
Nell'altro emisfero, infine - a completare il panorama globale di quell'anno così denso di eventi da assumere il peso specifico di un intero decennio e anche di più -, l'insurrezione degli Zenga Kuren giapponesi, con l'assedio alle basi americane, retrovie della guerra nel sud est asiatico. E, soprattutto, la rivoluzione culturale cinese, con Mao Tze Tung che invitava a «bombardare il quartier generale» e le guardie rosse che imponevano nelle università le «squadre di controllo operaio», dando l'illusione (oggi sappiamo quanto falsa) di una rivolta antiburocratica e libertaria, di una «rivoluzione nella rivoluzione» in cui soffiasse lo stesso spirito di Parigi o di Praga, di Roma o di Berkeley.
Il Vietnam in casa
Su tutto - a costituirne, per così dire, l'involucro metallico, e a segnare il clima dell'anno - la guerra del Viet-nam: il grande «buco nero» dell'Occidente. Il segno della sua caduta morale, e la ferita aperta nella sua legittimazione etica. E insieme, il segno della sua debolezza sul terreno stesso che gli era più favorevole: quello della forza. Della potenza tecnologica e militare. È il contesto senza il quale è impossibile concepire il Sessantotto. La maledizione di quella guerra segnerà l'anno in tutta la sua estensione, fin dal suo inizio, dal gennaio 1968, quando in corrispondenza del Capodanno buddista, tra il 30 e il 31 gennaio, fu lanciata la celebre «offensiva del Têt» nel delta del Mekong, la quale investì tutte le principali città sud-vietnamite e la grande base americana di Khe Sahn. Da allora, giorno per giorno, il Vietnam entrerà nelle nostre case, con le sue immagini di distruzione, di tortura, di morte, come una sorta di contrappunto costante alla nostra vita quotidiana, con una tacita investitura morale all'opinione pubblica mondiale, chiamata a giudicare quell'orrore reso visibile. Ed i campus, le aule universitarie, le piazze, si trasformarono in pubblici «tribunali delle coscienze», in cui in qualche misura si finiva anche per giudicare noi stessi, e la nostra passività.
Passaggio d'epoca
Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo, con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d'inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla sperficie nella sua dimensione conclamata, e che segna il passaggio - storicamente decisivo e periodizzante - a una spazialità inedita e, appunto, «globale». Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l'impressionante tendenza a «divorare lo spazio», da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all'altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti).
Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro «anno dei miracoli», e un'altra «rottura rivoluzionaria» di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch'essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l'analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. «Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968.
Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo», hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifestolibri). E ciò è senz'altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni «fallite» hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società (nel costume, nell'antropologia, nel contesto culturale e comportamentale), più di tante altre rivoluzioni «riuscite». Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura «spaziale».
Una rivolta globale
Perché il Quarantotto di metà Ottocento fu «mondiale» nel senso che fu caratterizzato in senso forte dall'esplosione simultanea o comunque in rapida successione di una molteplicità di «rivoluzioni nazionali» all'interno di uno spazio internazionale segmentato nettamente in una pluralità di Stati cui si trattava di far corrispondere le relative Nazioni. In questo senso esso inaugurò l'epoca delle «questioni nazionali», e della politica moderna incentrata sul contesto assorbente dello Stato-nazione. Il Sessantotto di fine Novecento, invece, nasce esplicitamente come «rivolta globale»" (o, come si disse allora «contestazione globale»). Assume come proprio habitat naturale uno spazio strutturalmente «globalizzato», indifferente ai confini, alle distinzioni di lingua o di cultura nazionale. Potremmo dire addirittura che esso segna la fine delle culture nazionali. E apre l'epoca della «questione globale»: della definizione del destino del pianeta. Dell'assunzione dell'«Umanità» come soggetto storico e morale di riferimento.
La terra come patria
Mentre il Quarantotto, dunque, aveva attraversato lo spazio internazionale radicando tuttavia le proprie identità nei diversi contesti nazionali, il Sessantotto si costituisce invece ex origine come globalità. Non si comunica per «imitazione» di un altrove, ma per «identificazione» entro una totalità spaziale che è il pianeta. È sulla dimensione-mondo che elabora la propria «geografia mentale», anticipando, per molti aspetti, quella rottura «antropologica» che, quasi un quarto di secolo più tardi, all'inizio degli anni '90, Ernesto Balducci sintetizzerà nell'idea del passaggio dal vecchio «uomo delle tribù», identificato nella dimensione esistenziale nazionale, all'inedito «uomo planetario» mentalmente radicato nello spazio-mondo. E che Edgar Morin esprimerà con l'assunzione, anch'essa senza precedenti, della Terra-patria.
Né stupisce che quella «rottura antropologica»" fosse compiuta allora (o meglio «vissuta») solo da una parte - da uno strato sottile ma enormemente esteso - di popolazione: dai giovani, e in particolare da quelli acculturati, dagli studenti. Che essa assumesse, cioè, una dimensione generazionale, essendo appunto i giovani coloro che esperivano, esistenzialmente, in tutta la sua portatata, la trasformazione radicale del mondo, in un certo senso la sua «palingenesi integrale», nei convulsi, densissimi decenni, seguiti all'orrore globale della seconda guerra mondiale, e segnati da un mutamento tecnologico di portata dirompente.

(Marco Revelli)


Il Sessantotto, contrariamente a quanto scrivono alcuni, può essere ricondotto nella tradizione marxista.
Si tratta della presa di coscienza del fatto che
1) La scienza ed il sapere istituzionalizzato sono forze di produzione asservite al capitale e come tali vanno controllate ed interpretate
2) Sono possibili forme di sviluppo specifiche per i paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Attraverso la lotta per l'ambiente è possibile accedere a tali forme e promuovere percorsi alternativi di emancipazione.
3) La guerra è un'altro processo che attraverso la corsa agli armamenti consente al capitalismo di sopravvivere e dunque va avversata in quanto tale.
4) Il capitale cerca di sopravvivere anche attraverso la crescita indifferenziata dei consumi privati e attraverso il condizionamento dei media. Dunque anche i media e il consumo sono strumenti ed al tempo stesso ambiti di lotta.


29 febbraio 2008

Grillo show

 «Uno scienziato come Veronesi, che va in tv a raccontare che le emissioni di diossina dei termovalorizzatori sono zero, dovrebbe anche raccontare che la sua fondazione è finanziata dalla francese Veolia che i termovalorizzatori li costruisce - racconta Grillo - e quando ci informano che a Vienna ce ne sono tre nel centro abitato dovrebbero anche dirci che i viennesi sono incazzati neri». Una conferenza stampa cominciata con le scuse ai campani da parte di quell'Italia del nord che ama dipingere i napoletani come delle caricature, salvo poi inviare al sud illegalmente ogni genere di rifiuto tossico: «Fate come il Kosovo, staccatevi da Roma». Proseguita poi seguendo la filiera dei rifiuti, il modo migliore per raccontare il capitalismo straccione all'italiana. Fatto di imprese che si fanno disegnare gli impianti per bruciare i rifiuti da maghi del design del calibro di Bertone, come accaduto a Torino, con una canna fumaria altissima circondata da un ascensore per arrivare al ristorante, dove godere la vista sulla città meglio che dalla Mole Antonelliana, «salvo poi mangiare cibo, cadmio e stronzio alla carta». Imprese che spariscono ogni volta che lo stato cancella i finanziamenti del Cip6, come accaduto per l'inceneritore in costruzione ad Acerra, per affrettarsi poi a rimetterli subito prima di lasciare il governo, come ha fatto Prodi, per non irritare le lobby economiche. Circa 48 milioni di euro della bolletta dell'Enel finiti nelle tasche di petrolieri e magnati delle costruzioni. Termovalorizzatori ma anche impianti a biomasse, «impianti cioè che dovrebbero bruciare combustibile naturale, paglia, legno, foglie - prosegue Grillo - salvo poi aggiungere al termine organico anche inorganico, così ci finisce dentro di tutto. Una capitalismo straccione, che si fa finanziare dalle banche, che aprono i cordoni della borsa solo se lo stato concede i Cip6.
Un sistema di smaltimento vecchio, quello che ha portato al disastro campano «pianificato a tavolino dalle banche e dalla Impregilo» prosegue Grillo, che ha prodotto sette milioni di ecoballe non a norma. Per bruciarle tutte ci vorrebbero 10 anni, secondo medici e scienziati per ogni tonnellata incenerita se ne producono due di nano particelle, che dai polmoni e dai bronchi si installano nelle cellule provocando ascessi. «Ho già contattato Renzo Piano, trasformiamo questo monumento all'orrore tecnologico in un museo dello spreco». Perché è solo una questione di spreco: un termovalorizzatore ha bisogno di inghiottire alti quantitativi di immondizia, non tollera una differenziata oltre il 40%, così a Trento la provincia ha organizzato un convegno per raccomandare di non andare oltre quella soglia, «a Grosseto hanno stabilito che conferimenti inferiori al previsto comportano aumenti di tariffa, praticamente un incentivo al consumo - racconta l'esperto in fonti energetiche Maurizio Pallante -. Scegliendo altri sistemi, come il meccanico-biologico, si può riutilizzare, differenziare e immettere nel ciclo naturale sotto forma di materiale per l'edilizia quasi la totalità di ciò che si produce».


(Adriana Pollice)


29 febbraio 2008

Crisi dei mutui e ironia della storia

 Il New York Times, nell'analizzare la situazione dei quasi 9 milioni di mutuatari (oltre il 10% del totale) in difficoltà con i pagamenti, annota che una percentuale così alta non si vedeva dalla Grande Depressione degli anni '30. Il problema è grave per diversi motivi. In primo luogo, il crollo dei prezzi delle case è iniziato nel momento in cui il dibito immobilare era al livello più alto di sempre. Di fatto impedisce di venderle, «intrappolando» milioni di «proprietari precari». Ma anche chi non sta pagando un mutuo va in difficoltà, perché - con i prezzi in caduta - non ha più senso ipotecare la casa per finanziare i consumi. Che infatti diminuiscono, contribuendo a far avvicinare la recessione. Un fenomeno che «innervosisce» una massa crescente di cittadini, abituati da sempre a contare sulla rivalutazione degli immobili. E che avrà un grande peso nella campagna elettorale per la presidenza. La Bank of America è arrivata al punto di proporre la creazione di una nuova agenzia federale per «rottamare» i mutui più rischiosi e traformarli in prestiti garantiti dallo stato. L'amministrazione Bush è notorioamente restia a prendere misure del genere, considerate come «salvataggi» cheb assegnano un ruolo centrale all'intervento opubblico; e preferirebbe «soluzioni guidate dal mercato». Peccato che tutte le proposte che ha fin qui avanzato siano state ritenute sostanzialmente inutili. Lo stesso piano di aiuti (fiscali) approvato di recente, che pure smuove 168 miliardi di dollari, aiuterà - secondo le previsioni di quasi tutti gli analisti - le famiglie a ridurre la dimensione dei propri debiti. Ma non «stimolerà» nessuna ripresa. Forse è soltanto un caso che la crisi più grave del dopoguerra debba essere gestita dalla più ideologica delle amministrazioni statunitensi. O forse è un colpo di coda dell'ormai dimenticata «ironia della Storia».


(Francesco Piccioni)


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29 febbraio 2008

Camp Bondsteel nel Kosovo e Dick Cheney

 La Kellogg Brown & Root, che ha costruito Camp Bondsteel per conto dell'esercito, continua a occuparsi praticamente di tutto, nella base, fatte salve le mansioni strettamente militari. Per effetto di uno dei più costosi contratti mai siglati dal Pentagono , la Brown & Root - questo era il suo nome, in origine - gestisce gli alloggi dei militari, prepara il cibo, fa le pulizie, procura tutte le forniture necessarie e si occupa persino dell'acquedotto e delle fogne.
Questa società, che ha alle sue dipendenze circa un migliaio di ex militari americani e altri 7.000 lavoratori albanesi, rifornisce quotidianamente il campo di oltre 2 milioni di litri d'acqua, fornisce una quantità di energia elettrica sufficiente per una città di 25.000 abitanti, fa 1.200 bucati e cucina e serve 18.000 pasti ogni giorno. Secondo un rapporto pubblicato nel 2000 dal General Accounting Office, l'agenzia del Congresso che si occupa di revisione del bilancio, per i campi Bondsteel e Monteith la Brown & Root ha messo in conto 5,2 milioni di dollari per mobili che l'esercito non sapeva neppure dove immagazzinare, e il personale, nei campi stessi, era così in sovrannumero che gli uffici venivano puliti quattro volte al giorno, mentre per le latrine ci si limitava a tre volte. I soldati in servizio a Camp Bondsteel affermano che sulle loro divise da fatica manca solo una pezza che dica: «sponsorizzato dalla Brown & Root». Questa società fornisce servizi analoghi anche a molte altre basi militari americane, tra cui quelle in Kuwait e in Turchia, e alla nuova installazione di Khanabad, Uzbekistan.
La Brown & Root, nota da tempo in Texas per i suoi agganci politici, fu acquistata nel 1962 dalla compagnia petrolifera e di costruzioni Halliburton. Dick Cheney era segretario alla Difesa quando la Brown & Root cominciò a fornire servizi logistici all'esercito. Secondo un'indagine giornalistica di Robert Bryce, pubblicata sull'«Austin Chronicle», Cheney è il padre della privatizzazione del settore logistico delle forze armate. Il suo obiettivo non era tanto di incrementare l'efficienza, quanto piuttosto quello di favorire il settore privato. (...)
Sotto la direzione di Cheney, la Halliburton è passata dal settantaquattresimo al diciottesimo posto nella classifica delle principali ditte appaltatrici del Pentagono. Anche il numero delle sue sussidiarie con sede in paradisi fiscali offshore è aumentato da nove a quarantaquattro. Grazie a ciò la Halliburton - che nel 1998 pagava tasse per 302 milioni di dollari - ha ottenuto, nel 1999, un rimborso fiscale di 85 milioni. Dopo la seconda guerra in Iraq, con Cheney alla vicepresidenza degli Stati uniti, il Genio dell'esercito ha assegnato alla Halliburton un contratto senza gara d'appalto per lo spegnimento degli incendi dei pozzi petroliferi iracheni. Il contratto era «aperto», senza limiti di spesa e a tempo indeterminato, ed era «a rimborso spese e utile», cioè garantiva alla società il recupero delle spesse e un profitto minimo. Questi contratti sono tipici del modo di operare della Brown & Root e valgono decine di milioni di dollari. (...).


28 febbraio 2008

Marx : la merce come fattore di astrazione

 

Basta uno sguardo per vedere l'insufficienza della forma semplice di valore, di questa forma germinale che matura fino alla forma di prezzo solo dopo una serie di metamorfosi.

L'espressione di A in una qualsiasi merce B distingue il valore della merce A soltanto dal suo proprio valore d'uso, e quindi pone la merce soltanto in un rapporto di scambio con un qualsiasi genere di merce singolo che sia differente da essa, invece di rappresentare la sua eguaglianza qualitativa e la sua proporzionalità quantitativa con tutte le altre merci. Alla forma semplice relativa di valore di una merce corrisponde la singola forma d'equivalente di un'altra merce. Così l'abito, nell'espressione relativa di valore della tela, ha soltanto forma di equivalente ossia forma di immediata scambiabilità in relazione a questo singolo genere di merci, tela.

Ma la forma singola di valore trapassa da sola in una forma più completa. E' vero che mediante essa il valore di una merce A viene espresso solo in una merce di altro genere. Ma è cosa del tutto indifferente di qual genere sia questa seconda merce, abito, ferro, grano, ecc. Dunque, a seconda che quella merce A entra in un rapporto di valore con questo o quell'altro genere di merci, nascono differenti espressioni semplici di valore di quell'unica e medesima merce. Il numero di queste sue possibili espressioni di valore è limitato soltanto dal numero dei generi di merci da essa differenti. Quindi la sua espressione isolata di valore si trasforma nella serie sempre prolungabile delle sue differenti espressioni semplici di valore. Il valore di una merce, p. es. della tela, è ora espresso in innumerevoli altri elementi del mondo delle merci. Ogni altro corpo di merci diventa specchio del valore della tela. Per questo possiamo parlare del valore di abito della tela quando si rappresenta in abiti il valore di questa, e del suo valore di grano quando lo si rappresenta in grano, ecc. " Poiché il valore di ogni merce designa il suo rapporto nello scambio [con una qualsiasi altra merce], noi possiamo parlare di esso come... valore di grano, valore di panno, e così via a seconda della merce con la quale essa viene comparata Questo valore si presenta così per la prima volta, esso stesso, veracemente, come coagulo dì lavoro umano indifferenziato. Infatti il lavoro che lo costituisce è presentato ora espressamente come lavoro che equivale ad ogni altro lavoro umano, qualunque forma naturale possa avere, e sia che esso si oggettivi nell'abito o nel grano o nel ferro o nell'oro, ecc. Quindi la tela sta ora in un rapporto sociale mediante la sua forma di valore non più soltanto con un altro singolo genere di merce, ma con il mondo delle merci. Come merce, è cittadina di questo mondo. E allo stesso tempo è implicito nella infinita serie delle sue espressioni che il valore d'una merce è indifferente alla forma particolare del valore d'uso nel quale esso si presenta.

 



Proprio il fatto che una merce sia comparabile con qualsiasi altra merce, da un lato rende omogenei ed indifferenziati anche tutti i singoli lavori che li hanno generati, ognuno dei quali perde la sua eccezionalità per essere omogeneizzato nel lavoro astratto in generale. Questo lavoro astratto in generale non è che l’astrazione della merce e del mercato. Perché ci sia scambio ci deve essere uno spazio in cui tutto sia comparabile, tutto condivida la medesima sostanza. Questa medesima sostanza è forse la stessa scambiabilità, l’oggettualità delle merci, ma Marx sembra non avvertire il carattere immanente allo scambio di questa generalità ed ha bisogno di dare un contenuto specifico a tale sostanza. La scelta del lavoro come valore sembra essere un aggiunta non richiesta, una ridondanza, un arbitrio, un errore.

L’essere merce non omogeneizza solo il lavoro che ha generato la merce stessa, ma omogeneizza anche il valore d’uso nel quale la merce si presenta (il soddisfare questo e quel bisogno, il servire a questo e a quello)

 


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26 febbraio 2008

La Cisgiordania appartiene ancora ad Israele

 «Occupazione benevola», così per un buon numero di anni le autorità israeliane hanno descritto l'occupazione dei territori palestinesi. E «benevola» senza dubbio lo è stata, ma solo nei confronti dei coloni israeliani che hanno potuto espandersi a piacimento sulle terre strappate con la forza ai palestinesi. L'ultimo rapporto di Peace Now, diffuso ieri, rivela che nel periodo 2000-2007 le autorità di occupazione hanno respinto il 94% dei permessi di costruzione richiesti dai palestinesi nella cosiddetta «area C», ovvero il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo amministrativo di Israele, dove vivono circa 70 mila palestinesi (l'Anp ha piena giurisdizione solo sull'«area A», meno del 20% del territorio). Non solo, ma l'«Amministrazione civile» israeliana ha proceduto, con particolare efficienza, a demolire il 33% delle costruzioni illegali palestinesi mentre si è mostrata «comprensiva» verso l'abusivismo dei coloni. Sono stati emanati in totale 4.993 ordini di demolizione contro i palestinesi a fronte dei 2.900 per le costruzioni israeliane e sono stati abbattuti 1.663 edifici arabi e 199 case israeliane. Vale la pena di ricordare che per la legge internazionale le colonie ebraiche sorte in Cisgiordania dopo il 1967 sono illegali e rappresentano una violazione dei diritti palestinesi.
Peace Now ha calcolato che negli anni presi in considerazione per ogni permesso di costruzione concesso ai palestinesi sono stati emessi in media 55 ordini di demolizione e 18 edifici sono stati successivamente abbattuti. In sette anni ai palestinesi sono state concesse complessivamente 91 autorizzazioni edilizie mentre negli insediamenti colonici israeliani sono state costruite oltre 18.472 case.
«In queste condizioni i palestinesi non hanno alternativa che costruire senza permesso» ha scritto il movimento pacifista «e il 33 per cento di quelle abitazioni, vengono in seguito demolite». Dati che, sottolinea Peace Now, «confermano la discriminazione compiuta dalle autorità israeliane nei confronti dei civili palestinesi: il principio è che in Cisgiordania possono costruire solo i coloni». A riprova delle accuse di Peace Now c'è anche l'atteggiamento del governo israeliano verso gli oltre 100 avamposti eretti autonomamente dai coloni e che sono illegali anche per la legge dello stato ebraico. Ogni tanto il premier Olmert e il ministro della difesa Barak ne annunciano l'evacuazione, ma sul terreno non accade nulla.

(Michele Giorgio)


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