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30 aprile 2008

Marx e le robinsonate

L’'economia politica predilige le robinsonate  Perfino il Ricardo ha la sua robinsonata. Egli fa scambiare al pescatore primitivo e al cacciatore primitivo pesce e selvaggina, come se fossero possessori di merci, immediatamente, nel rapporto del tempo di lavoro oggettivato in questi valori di scambio. Questa volta, egli cade nell'anacronismo di far consultare al cacciatore e al pescatore primitivi, per calcolare i loro strumenti di lavoro, le mercuriali in uso nel 1817 alla Borsa di Londra. Sembra che i " parallelogrammi del signor Owen" siano l'unica forma di società conosciuta dal Ricardo all'infuori dì quella borghese

Evochiamo dunque per primo Robinson nella sua isola. Sobrio com'è di natura, ha tuttavia bisogni di vario genere da soddisfare, e quindi deve compiere lavori utili di vario genere, deve fare strumenti, fabbricare mobili, addomesticare dei lama, pescare, cacciare, ecc. Qui non parliamo delle preghiere e simili, poichè il nostro Robinson ci prende il suo gusto e considera tali attività come ricreazione. Nonostante la differenza fra le sue funzioni produttive egli sa che esse sono soltanto differenti forme di operosità dello stesso Robinson, e dunque modi differenti di lavoro umano. Proprio la necessità lo costringe a distribuire esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni. Che l'una prenda più posto, l'altra meno posto nella sua operosità complessiva dipende dalla difficoltà maggiore o minore da superare per raggiungere il desiderato effetto d'utilità. Questo glielo insegna l'esperienza, e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e calamaio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli oggetti d'uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso s'è creata, sono qui tanto semplici e trasparenti che perfino il signor M. Wirth potrebbe capirle senza particolare sforzo mentale. Eppure, vi sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore.



Marx da un lato critica le robinsonate, e cioè le pretese ingenue di spiegare in maniera completa sistemi complessi, attraverso la proiezione nel passato dell’assemblaggio di elementi semplici, o più generalmente, attraverso l’utilizzo di modelli. D’altro lato, egli usa quasi per concessione la retorica della robinsonata per argomentare a favore della teoria del valore lavoro. Non si sa se egli parta dall’uomo primitivo o dalle metafore di Smith e Ricardo. L’ipotesi che propone è che per soddisfare tutti i propri bisogni Robinson deve organizzare il suo lavoro in modo da ottimizzare i tempi di tutti i lavori che deve svolgere. Dunque egli deve misurare il tempo di lavoro necessario per soddisfare i suoi bisogni. Da questa ipotesi ne viene sia che la misura del tempo è necessaria per velocizzare il lavoro (e dunque non è ideologicamente neutra) sia che tale ottimizzazione è necessaria proprio perché manca la divisione del lavoro e lo scambio. La misura del tempo di lavoro è necessaria per la pianificazione stessa dei processi economici e tale pianificazione è una necessità di chi regola mercati, scambi e produzioni affinché assolvano la funzione sociale loro affidata. Eppure la misura del tempo di lavoro prima viene sfruttata per la realizzazione del valore (e cioè per la vendita come merci) della grande quantità di beni la cui produzione è al tempo stesso causa ed effetto dell’accumulazione di capitale. Uno strumento di razionalizzazione viene in una prima fase subordinato alla istanza parzialmente irrazionale di accumulazione privata.


30 aprile 2008

Marx e la legge del valore come tempo di lavoro

 Quel che interessa praticamente in primo luogo coloro che scambiano prodotti, è il problema di quanti prodotti altrui riceveranno per il proprio prodotto, quindi, in quale proporzione si scambiano i prodotti. Appena queste proporzioni sono maturate raggiungendo una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla natura dei prodotti del lavoro, cosicchè p. es. una tonnellata di ferro e due once d'oro sono di egual valore allo stesso modo che una libbra d'oro e una libbra di ferro sono di egual peso nonostante le loro differenti qualità chimiche e fisiche. Di fatto, il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attraverso la loro attuazione come grandezze di valore. Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall'azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d'un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Occorre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - compiuti indipendentemente l'uno dall'altro, ma dipendentí l'uno dall'altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro - vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale, perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti, trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, così come p. es. trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa. Che cosa si deve pensare di una legge che può trionfare solo attraverso rivoluzioni periodiche? E' per l'appunto una legge di natura, che poggia sull'inconsapevolezza degli interessati  La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La sua scoperta elimina la parvenza della determínazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la sua forma oggettiva. Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci.

 


Qui già c’è una parziale correzione della tesi arbitraria di Marx circa il lavoro come fondamento del valore. Tale equivalenza pienamente dispiegata è il frutto di una progressiva integrazione dei diversi mercati e delle diverse economie. Marx continua a considerare lo scorrere della storia come rivelazione di una verità antecedente e questo è un residuo dell’arbitrio e dell’errore di cui abbiamo parlato. Si tratta invece della necessità di uniformare le procedure di misura del valore reciproco delle merci data la sempre maggiore integrazione delle economie locali e data la nascita dello Stato moderno che avoca a sé la facoltà di emettere moneta e dunque i mezzi di intermediazione economica. La teoria del valore lavoro è proprio una delle versioni con cui si cerca al tempo di spiegare, di accelerare, di regolare i processi in corso.


29 aprile 2008

Il business mondiale dell'agricoltura

 Dopo avere spolpato il mercato immobiliare americano la finanza si butta sulle materie prime alimentari, e sono guai. L'aumento globale della popolazione, la crisi ambientale e la follia dei biocarburanti sono ottime notizie per la finanza speculativa che approfitta dell'occasione per spostare le proprie fiches su altri tavoli. Come ha scritto Roberto Capezzoli sul Sole 24 ore «Il flusso di denaro che proviene dagli hedge fund è tale da sommergere e alterare, per periodi più o meno lunghi, le tendenze tradizionalmente legate al clima, alle dimensioni dei raccolti e alla propensione al consumo». Il risultato, oltre ai soliti enormi profitti dei soliti noti, è l'impennata del prezzo dei prodotti alimentari di largo consumo come frumento, soia e soprattutto il riso che dà da mangiare all'Asia, dove risiede metà della popolazione mondiale. Chi criticava da anni il modello incentrato sul mercato globale è servito: i paesi più liberisti, quelli che hanno destinato le proprie terre alla produzione di colture destinate all'export - e hanno firmato accordi commerciali vincolanti in tal senso - sono anche i più penalizzati. Paradossalmente chi è rimasto indietro nel magnifico e trionfale cammino verso l'integrazione globale dei mercati è favorito: l'agricoltura familiare basata sulle produzioni tradizionali destinate all'auto-sussistenza dovrà combattere contro le calamità di sempre, ma almeno darà qualcosa da mettere nel piatto.



A chi andrà storta la Grande Mela ?


A leggere le notizie delle ultime settimane c'è da aver paura. In Messico, Argentina, Egitto, Marocco, Niger, Mauritania, Senegal e Sierra Leone, ci sono già state le prime rivolte del pane, mentre manifestazioni contro i rincari si sono tenute nelle Filippine, in India, in Indonesia e perfino in alcuni ricchi paesi del Golfo - come Arabia Saudita e Kuwait. Spaventati, i rispettivi governi stanno cercando di correre ai ripari: alcuni, come i paesi produttori di petrolio che sono importatori netti di cereali, hanno ulteriormente tagliato i dazi. Altri, come la Cambogia, l'India e le Filippine, ma perfino un grande produttore come il Vietnam, stanno restringendo le esportazioni per rimpinguare le scorte. In Africa, dove i governi non sono in grado di determinare la propria politica alimentare - che viene decisa a Bruxelles o a Washington - e dove la terra migliore viene destinata a coltivare i prodotti per le nostre tavole, la bolletta alimentare è salita del 50 %. In un continente cronicamente afflitto dalla fame e dalla malnutrizione ha l'effetto di una bomba atomica, meno spettacolare ma altrettanto devastante.
I fan della globalizzazione sono rimasti spiazzati e preferiscono non commentare questa valanga di misure protezionistiche che, assicurano i governi, sono temporanee. L'importante è tranquillizzare i guardiani del dogma che siedono al Fondo Monetario: nessuno vuole mettere in dubbio la bontà di un modello basato sulle monoculture industriali e sull'accesso al mercato internazionale, quello stesso mercato che per vent'anni ha spinto al ribasso il prezzo dei generi alimentari rovinando i produttori, e che ora lo spinge al rialzo rovinando anche i consumatori poveri. Ai sindacati contadini che da anni presidiano i grandi vertici economici chiedendo di salvare, insieme al loro posto di lavoro, anche la sovranità alimentare, i superburocrati del Wto hanno sempre opposto un netto rifiuto. Il vero sviluppo - ci è stato ripetuto in tutte le lingue - è garantito solo dalle produzioni industriali destinate all'esportazione e senza l'integrazione con il mercato del Nord del mondo non c'è speranza. L'autosufficienza alimentare, così come la protezione delle industrie nazionali o delle piccole imprese contro lo strapotere delle multinazionali, è stata liquidata come un'eresia. Le colture tradizionali sono state sostituite da quelle che tirano sul mercato globale: semi omologati, certificati e brevettati fatti apposta per un'agricoltura drogata di chimica, il più possibile meccanizzata e connessa con la lunga - e inquinante - filiera che porta dritto agli scaffali dei nostri supermercati. Nel frattempo i contadini, diventati salariati delle grandi piantagioni industriali, non coltivano più il cibo che consumano e devono, come noi, acquistarlo. E quando i prezzi salgono sono dolori.
Non ci sarebbe momento più propizio per riformare questo modello. Invece veniamo rassicurati che le misure protezionistiche di questi giorni non dureranno esattamente come - ci viene detto - sono misure temporanee i "prestiti ponte" concessi alle banche rovinate dal gioco dei subprime.

(Sabina Morandi)


28 aprile 2008

Grazie Romaaaaaa.....

Sarò uno stalinista che vuole il tanto peggio tanto meglio, ma , compagni e compagne, ho avuto un orgasmo.
Pensando a Rutelli che faceva lo sbruffone in conferenza stampa, ahò....
Ma soprattutto pensando a Veltroni, questo apprendista stregone che ha in pochi mesi ottenuto due risultati di merda (il primo con il plauso dei suoi accoliti), lacerando il centrosinistra e contribuendo alla cancellazione parlamentare di una pur debole e velleitaria Sinistra radicale.
Ho seguito questa sua parabola, tremando ai suoi esordi, bestemmiando per ogni suo intervento, scongiurando gli amici democratici e democrats (versione apparentemente più radicale dei primi, che però si rimangia durante le elezioni tutto quello che ha vomitato tra un'elezione e l'altra) di non starlo a sentire.




Ebbene eccoci qua. Molti elettori di sinistra si sono astenuti, non fidando nè nei proclami antifascisti di maniera, nè nei rifondaroli che ancora si accucciano sotto i cuginastri in cerca di qualche poltrona di sapore locale.
Ora qualcuno seguirà ancora le mezzeseghe che professano il blairismo mediterraneo, pensando che il rinnovamento deve ancora far sentire i suoi effetti di lungo periodo.
Io faccio alla sinistra tiepida un ultimo appello : MANDATE A CAGARE IL VOSTRO LEADER !!!


28 aprile 2008

Mercato speculativo e guerre del pane

 Immaginate che per qualche malaugurato evento scoppi un incendio nel Parco Nazionale d'Abruzzo. Cosa pensereste delle autorità se si mettessero a dissertare sul riscaldamento globale invece di provare a spegnerlo? Certo, non si può negare che l'aumento delle temperature favorisca gli incendi, ma mettersi a discutere di riduzione delle emissioni invece di mandare i pompieri sarebbe considerato folle e criminale. E' esattamente quello che sta succedendo da quando il prezzo del petrolio ha cominciato a salire: all'ennesimo record - siamo ormai sui 120 dollari al barile - ecco che i vecchi temi cari all'ambientalismo vengono rispolverati in chiave sviluppista. L'esaurimento dei combustibili fossili - il famoso picco petrolifero - viene sbandierato per chiedere la riconversione delle colture agricole alla produzione di energia mentre la preoccupazione per l'aumento delle emissioni inquinanti viene cavalcata per rilanciare il nucleare. E' vero: il petrolio è destinato ad esaurirsi come tutte le risorse non rinnovabili (che non si rinnovano, quindi finiscono) ma se si vuole spegnere l'incendio degli attuali aumenti bisogna considerare ciò che sta accadendo sui mercati finanziari oggi, e non cosa accadrà sul pianeta fra venti o trent'anni.



In realtà le fiamme che stanno spingendo il mondo nel gorgo della recessione economica sono le stesse che consumano i salari dei poveri alle prese con lo spaventoso aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le rivolte del pane, che pensavamo archiviate con il Secolo breve, scoppiano da Haiti a Giakarta, ovunque le produzioni locali sono state distrutte dalla frenesia del mercato globale. Riso, grano, mais e soia sono diventati, esattamente come il petrolio, oggetto di speculazione di quei capitali senza scrupoli - gli hedge funds - che prima hanno razziato sul mercato immobiliare e poi si sono rivolti altrove. I capitali in fuga dai subprime si sono riversati sui futures alimentari (prodotti finanziari che scommettono sui prezzi futuri) scambiati nella borsa di Chicago, facendo letteralmente lievitare i prezzi ben prima che l'idiozia dei biocombustibili pretenda il suo contributo.
Allo stesso modo i capitali si sono riversati sui prodotti energetici: prima di essere venduto ogni barile di petrolio viene scambiato migliaia di volte fra traders che non hanno nulla che fare con il mondo dell'industria petrolifera o energetica, aumentando in modo esponenziale di prezzo a ogni passaggio. I traders ci guadagnano e gli automobilisti - e i camionisti, i produttori, i consumatori eccetera - piangono.
Normalmente, quando il mercato si fa troppo "nervoso", la borsa ha un metodo infallibile per arginare i danni: per preservare il mercato azionario dalle avventure speculative i titoli di determinate compagnie possono venire sospesi per eccesso di rialzo o di ribasso - come è avvenuto con l'Alitalia più volte nelle ultime settimane. Per quale motivo, invece di rischiare la recessione globale, non si sospendono almeno le contrattazioni più avventate - come le varie opzioni o scommesse sui prezzi futuri del grano o dell'oro nero? E perché, invece di distribuire cibo per fronteggiare la carestia globale - mandando in rovina i contadini poveri che non troveranno più acquirenti per i loro prodotti - non si sospendono le contrattazioni su questi vitali prodotti? Non stiamo parlando ovviamente di togliere dal mercato le derrate alimentari ma di impedire lo scambio di titoli che con la produzione effettiva non hanno nulla a che fare.
Impossibile? Utopico? Niente affatto. Stupisce se mai che alle nostre latitudini nessuno ne abbia ancora parlato. Un segnale in questa direzione viene dalla borsa di Addis Abeba: nel primo mercato azionario dell'Etiopia, inaugurato questa settimana, i futures sulle derrate alimentari sono tassativamente proibiti. Certo, è una borsa piccola, povera e per di più statale - la Ecx di Addis Abeba è infatti a capitale pubblico - ma, proprio per questo, può dire ad alta voce quello che altri fanno in sordina. L'India ad esempio, che di mercati azionari ne ha ben tre - e considerando la crescita economica del popoloso paese sono realtà finanziarie di tutto rispetto - ha sospeso gli scambi di futures alimentari per ben due volte nel gennaio del 2007. Iniziative che sono destinate ad avere ben poco impatto sui prezzi finché rimangono isolate - cioè finché le speculazioni possono continuare a far salire le tariffe andando a puntare le loro fiche altrove - ma difficilmente si potrà arginare la crisi globale senza mettere mano alle follie della finanza.

(Sabina Morandi)



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28 aprile 2008

Marx e il valore come geroglifico del lavoro

 Gli uomini dunque riferiscono l'uno all'altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Quindi, quando il Galiani dice: Il valore è un rapporto fra persone - " La ricchezza è una ragione fra due persone " - avrebbe dovuto aggiungere: rapporto celato nel guscio di un rapporto fra cose.Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l'arcano del loro proprio prodotto sociale, poichè la determinazione degli oggetti d'uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio.
La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell'umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva dei carattere sociale del lavoro. Quel che è valido soltanto per questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indipendenti l'uno dall'altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella scoperta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci: cosa definitiva come il fatto che la scomposizione scientifica dell'aria nei suoi elementi ha lasciato sussistere nella fisica l'atmosfera come forma corporea.



La tesi di Marx è che il carattere sociale dei lavori umani indipendenti tra loro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano in astratto e assume la forma della comparabilità tra merci diverse.
Non ci sarebbe cioè tale comparabilità se non ci fosse la possibilità di astrarre tra i diversi lavori il lavoro umano generalmente inteso.
Questa tesi è al momento arbitraria : la comparabilità delle diverse merci può essere dovuta a tanti caratteri comuni delle merci stesse e non obbligatoriamente al fatto che sono frutto del lavoro umano e sono misurabili in tempo di lavoro.
Marx qui ancora pecca di ontologia del fondamento e come ogni buon presocratico azzarda la sua ipotesi : non è l’acqua, non l’aria, non il fuoco, ma il lavoro.
Qui Marx sembra non contestualizzare la stessa teoria del valore lavoro e questa appare essere ancora un’ideologia che dovrebbe fondare una pretesa e non un’ipotesi che descrive quello che sta succedendo.


25 aprile 2008

Senza futuro non c'è memoria : la liberazione oggi

Non voglio parlare del passato.
Domenica scorsa sono stato invitato ad un convegno a Carditello, nella zona nord della provincia di Napoli (in prossimità del casertano) dall'Azione cattolica locale. Già avevo partecipato ad un'altra iniziativa di un'altra comunità ecclesiale. Per farmi partecipare si offrono anche di fare compagnia a papà mentre sono via.
Qui la Chiesa svolge il compito che una volta era del grande Partito comunista : crea tessuto sociale, diffonde valori che non sono quelli selvaggi della prevaricazione, dello spreco, dell'ostentazione, dell'illegalità. Forse l'esenzione dall'Ici permette di muovere qualche soldo in più, ma stavolta sono bene spesi.
La palestra è piena, saranno un'ottantina o un centinaio di persone : si parla di camorra,di come i mezzi di comunicazione hanno trattato la questione della monnezza, del lavoro nero, del "cavallo di ritorno", della responsabilità individuale.
Oltre me, c'è il sacerdote della parrocchia che fu di Don Peppino Diana, c'è un comandante dei vigili urbani. 



Don Peppino Diana

All'inizio del convegno ci sono poche domande, pochi interventi. Poi il ghiaccio si rompe e magari ci si sfoga anche un po'. Ma è tutto guadagnato.
Un parroco alla fine parla di testimonianza, di martirio, della necessità di mettere il gioco la vita in questa battaglia. Mi rendo conto che non parla solo agli iscritti alla'Azione Cattolica ed alla loro istanza di fede.
E' proprio vero : chi farà politica qui seriamente dovrà mettere in conto la possibilità di morire.
E qui non si tratta di un Stato identificabile, con le sue divise e le sue caserme.
L'avversario è anche una mentalità, diffusa e maleodorante come la patina di olio fritto che ti avvolge quando esci da certe pizzerie.
Ora e sempre Resistenza.


25 aprile 2008

Parole e pietre

Una riunione del Consiglio di sicurezza è stata interrotta perchè l'ambasciatore libico ha paragonato la situazione di Gaza a quella dei lager nazisti.
Le parole fanno più male delle pietre.....pardon, delle bombe.
Forse perchè i destinatari delle parole non sono quelli delle bombe.



Per questi micetti , una volta passate le bombe, figuratevi cosa possano fare le parole....

Altrimenti, beh, ci si accorgerebbe che la bilancia è un po' starata.


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23 aprile 2008

Franco Modigliani visto da Emiliano Brancaccio

 Le ragioni dell' interesse per Modigliani vertono essenzialmente sul carattere ambivalente del pensiero di Modigliani, sempre a metà strada tra un anti-conflittualismo a tratti persino arcigno e un riformismo di stampo keynesiano che toccava, in alcune circostanze, punte di sorprendente radicalità. Questa doppia matrice politico-culturale ha del resto sempre trovato un raffinato sostegno nell'analisi teorica di Modigliani, quella "sintesi neoclassica" tesa all'assorbimento dell'eresia keynesiana nell'alveo del pensiero ortodosso. In particolare, grande importanza in questa cornice teorica veniva assegnata al rapporto tra quantità di moneta e livello del salario monetario. Quest'ultimo, per Modigliani, determinava in modo sostanzialmente univoco il livello generale dei prezzi, data l'ipotesi di un mark-up (ossia un margine) fisso sul costo del lavoro o addirittura crescente al crescere della produzione. Il rapporto tra moneta e salario indicava perciò la quantità di moneta espressa in termini di potere d'acquisto, una grandezza che per l'economista del MIT andava sempre collocata a livelli tali da garantire un andamento soddisfacente della domanda effettiva, e quindi anche della produzione e dell'occupazione. Ecco dunque spiegata la fortissima avversione di Modigliani nei confronti prima della Bundesbank e poi della nascitura Banca centrale europea, colpevoli a suo avviso di praticare una politica monetaria eccessivamente restrittiva e di impedire per questa via la riduzione degli elevati tassi di disoccupazione continentali. Ma ecco spiegata anche l'ostilità di Modigliani nei confronti del conflitto e delle rivendicazioni sociali. Il giusto compito dei sindacati e dei partiti della sinistra doveva essere, al contrario, quello di assicurare che il salario non superasse un livello compatibile con la massa monetaria esistente, ed inoltre che non generasse mai una crescita dei prezzi tale da pregiudicare la competitività delle merci nazionali e il relativo equilibrio dei conti con l'estero. Questa peculiare visione del ruolo della sinistra, che tanti dubbi e polemiche suscitò da più parti, venne apertamente sostenuta da Modigliani fin dagli anni ‘70: ne è testimonianza un rapporto riservato sulla crisi economica italiana commissionatogli nel gennaio 1976 dal Dipartimento di Stato americano e pubblicato per la prima volta nel volume a cura di Asso. Nel documento Modigliani sostenne apertamente l'ipotesi di ingresso del Partito comunista nelle compagini di governo. Si trattava di una posizione controcorrente rispetto a quelle prevalenti nell'Amministrazione statunitense. Tuttavia secondo l'autore essa era giustificata dalla certezza che soltanto il Pci e la CGIL fossero in grado di convincere la classe lavoratrice ad accettare la compressione del costo unitario del lavoro che egli reputava indispensabile per riequilibrare i conti esteri e ridare fiato ai profitti. Questa opzione, come è noto, si sarebbe ben presto rivelata impraticabile, per l'uccisione di Moro e più in generale per le ramificate ostilità verso la politica di "solidarietà nazionale". Ma Modigliani non cambiò mai idea e diversi lustri dopo, in uno scenario internazionale completamente mutato, le sue proposte giunsero a conquistare il centro della scena politica italiana: dopo la crisi del '92 egli si ritrovò infatti ad assumere il ruolo di massimo ispiratore della stagione della "concertazione", una linea di indirizzo fondata sulla partecipazione della sinistra politico-sindacale al governo del paese e sul rigido controllo della dinamica salariale.



Il successo delle tesi di Modigliani è stato dunque eccezionale, sia sul piano accademico che politico. Non sono tuttavia mancate critiche autorevoli e talvolta durissime nei confronti dell'impianto teorico dal quale egli faceva scaturire le sue proposte. In particolare, verso la fine degli anni '70 alcuni economisti di ispirazione marxista e keynesiana, dichiaratamente scettici nei confronti della sua "sintesi neoclassica", puntarono il dito sull'ipotesi di un livello fisso o addirittura crescente del mark-up rispetto al costo del lavoro. Una tale assunzione, si badi, dà luogo a delle importanti implicazioni politiche: essa infatti stabilisce che di norma, traducendosi interamente in aumenti proporzionali dei prezzi, le rivendicazioni salariali siano esclusivamente foriere di inflazione e di declino della produzione, e siano quindi da ritenere inutili dal punto di vista distributivo e dannose sul piano occupazionale. Secondo i critici, tuttavia, l'ipotesi di Modigliani non trovava alcun valido riscontro empirico, data l'estrema variabilità dei differenziali tra prezzi e salari. Sul piano teorico, poi, l'ipotesi appariva come un vano tentativo di riabilitare il vecchio legame funzionale neoclassico secondo cui l'occupazione può crescere solo a seguito di una riduzione del salario reale; un legame che era stato radicalmente messo in discussione dalla critica di Sraffa alla teoria neoclassica del capitale. Nella interpretazione dei critici, insomma, il mark-up dato o crescente costituiva un postulato privo di valide giustificazioni, se non quella di voler riaffermare il primato della dottrina delle compatibilità capitalistiche sulla logica alternativa che vedeva nel conflitto sociale una prassi razionale e addirittura potenzialmente virtuosa.
Il flame degli anni '70 tuttavia durò poco. Le critiche marxiste e keynesiane alla "sintesi", per quanto logicamente fondate, non riuscirono ad imporsi nel dibattito teorico-politico e vennero ben presto messe ai margini. Basti notare, a questo riguardo, che l'ipotesi di un mark-up dato trova ancora oggi largo seguito tra gli economisti del mainstream neoclassico, e si pone addirittura alla base del manuale di macroeconomia di Olivier Blanchard, uno dei più venduti al mondo. Si può con ciò ritenere che nel corso del tempo il pensiero di Modigliani abbia acquisito un tale consenso da costituire oggi una indiscussa ortodossia? La risposta è negativa. E questo non tanto per le mai sopite critiche di parte marxista, quanto piuttosto per una certa distanza che sembra essersi pian piano formata all'interno stesso del mainstream, tra l'impianto concettuale del maestro e le linee di indirizzo teorico-politico dei successori, inclusi alcuni dei suoi ex allievi e seguaci. Questi ultimi sembrano infatti aver compiuto una sorta di scrematura del pensiero dell'economista del MIT, aderendo in pieno al suo intransigente anti-conflittualismo salariale, ma scartando la sua visione keynesiana del bilancio pubblico. Un esempio in tal senso è offerto ancora una volta da uno scambio epistolare: quello del 1993 tra Modigliani e Padoa-Schioppa, pubblicato anch'esso nel volume a cura di Asso e avente per oggetto la situazione del bilancio pubblico italiano. Modigliani e Padoa si trovano in disaccordo in merito alle tremende strette di bilancio di quegli anni, considerate letteralmente "assurde" dal primo e necessarie dal secondo. Ma soprattutto essi si dividono in merito alle determinanti degli elevati tassi d'interesse dell'epoca. Per Modigliani, i tassi elevati dipendevano essenzialmente dalla marcata inflazione interna, dal deficit dei conti esteri e dal conseguente rischio di cambio; per Padoa, invece, il problema verteva sul paventato pericolo di una crisi fiscale dello Stato. Ebbene, per quanto le analisi teoriche e gli stessi test statistici sulla sensibilità dei tassi d'interesse ai conti esteri e ai conti pubblici abbiano sempre dato ragione a Modigliani, bisogna ammettere che oggi la vulgata in materia risulta pressoché dominata da una visione alla Padoa Schioppa. Con la conseguenza che oggi in Italia quasi tutti, anche a sinistra, tengono gli occhi fissi sui livelli del deficit e del debito pubblico, preoccupati magari di verificare che essi rientrino nei famigerati limiti di Maastricht (dei quali Modigliani non smise mai di denunciare la totale inconsistenza analitica). Si tratta di un atteggiamento infausto, del modo migliore per lasciarsi sorprendere dagli eventi: infatti, se proprio una crisi dovesse sopraggiungere, con buona probabilità essa ci piomberebbe addosso a causa non del debito pubblico ma del deficit estero. A differenza di molti suoi successori, di questo Modigliani fu ben consapevole. Restano invece forti dubbi sulla reale efficacia della compressione salariale, che egli considerò sempre lo strumento decisivo per mettere sotto controllo l'inflazione e i conti esteri. I lavoratori italiani hanno infatti lungamente seguito la via dei sacrifici indicata dal padre nobile della moderazione salariale. Ma oggi, pur con retribuzioni tra le più basse d'Europa, la tendenza del paese al deficit estero rimane strutturale.


22 aprile 2008

Il declivio del capitalismo italiano

 Il padronato si lamenta, batte i piedi in terra, ed egli dovrà sempre più spesso accorrere, rassicurare e promettere. E' questo in fondo il prezzo da pagare per diventare il delfino di quei centri del capitalismo italiano che poco si fidano di Berlusconi, e che tuttora puntano su un sostanziale pareggio elettorale e sulla grande coalizione per sperare di rovesciare l'Italia come un calzino. Ma perché mai i capitalisti italiani stanno così insistentemente alzando la posta? Come si spiega questa fretta, questa specie di voglia sessantottesca al contrario, che li spinge a "volere tutto", persino magari l'impossibile? Verrebbe immediato rispondere che si sentono forti, blanditi e vezzeggiati, e che di conseguenza intendono battere il ferro della politica finché è caldo. Questa spiegazione è in parte corretta, ma coglie solo aspetti superficiali del comportamento padronale, senza indagare sulle sue determinanti profonde. E' pur vero infatti che Confindustria si trova oggi più che mai al centro della scena politica nazionale. Ma il punto chiave è che questa centralità politica si verifica in contemporanea con una palese marginalizzazione economica del capitalismo italiano all'interno del quadro europeo e mondiale. I padroni nostrani non sono certo in braghe di tela, beninteso: molti di essi continuano a macinare ingenti profitti. Ma la distanza relativa tra i loro guadagni e quelli medi del capitale internazionale cresce a vista d'occhio.
Basti guardare all'andamento dei costi per unità di prodotto all'interno dell'Unione monetaria europea. Essi vistosamente divergono tra loro, con l'Italia e gli altri paesi del Sud Europa sempre più in affanno rispetto alla Germania e alle altre economie trainanti. I nostri capitalisti vedono quindi sempre più deteriorarsi le loro quote di mercato e questo, a lungo andare, comporterà la loro uscita dal mercato o il loro assorbimento tramite acquisizioni estere. Col risultato, in questo caso, che nella catena europea del valore aggiunto ai lavoratori italiani spetterà sempre di più la parte della fatica e delle briciole. E' bene chiarire che qualche indizio rilevante, in questo senso, ci è dato persino dall'assetto bancario, che al fondo delle cose riflette i limiti dell'industria sottostante: nonostante le poderose centralizzazioni dei capitali avvenute in Italia negli ultimi anni, il rischio di take-over esteri rimane elevato per più di un gruppo nazionale. E c'è da scommettere che Draghi non muoverà un dito per mantenere la testa pensante del capitale finanziario entro i confini nazionali.



Lo strabismo del Pd....


Questo ed altri segnali indicano in sostanza che i capitalisti italiani stanno progressivamente scivolando dal vecchio ruolo di capitani d'industria a quello molto meno edificante di modesti rentiers, possessori di quote di minoranza del capitale globale. Il che in fin dei conti non può meravigliare. Questa tendenza riflette l'arretratezza del nostro sistema produttivo, caratterizzato soprattutto da capitali piccoli, frammentati e polverizzati, contraddistinti da una bassa produttività e da un infimo potere di mercato rispetto ai giganti europei. Altro che "piccolo è bello, dunque". La lezione di Marx è sempre valida: il capitale tende a concentrarsi e a centralizzarsi, e i proprietari minori e periferici sono destinati a farsi da parte. Ovviamente, una così poco gradevole prospettiva dipende anche dalla inadeguata risposta che si è data nel tempo a questi problemi. Per anni i capitalisti nostrani hanno preteso di tamponare le loro debolezze strutturali esigendo dalla politica mani libere al fine di ridurre al minimo le retribuzioni e di intensificare al massimo gli sforzi produttivi dei lavoratori. Ebbene, il risultato di questa greve linea di indirizzo è oggi sotto i nostri occhi. Ci ritroviamo infatti con dei salari tra i più bassi d'Europa e con un numero di vittime per unità prodotta tra i più alti del continente. Eppure, nonostante l'elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, registriamo in ogni caso una perdita sistematica di quote di mercato e una tendenza inarrestabile al deficit con l'estero. I padroni italiani insomma hanno fallito, e con essi la politica che li ha assecondati. Verrebbe a questo punto naturale attendersi un cambio di rotta, ed invece ci ritroviamo alle prese nientemeno che con Waltindustria, vale a dire con una simbiosi ancor più stringente tra capitale e politica, per lo più finalizzata a reiterare la vecchia strategia del passato. Il professor Giavazzi del resto dovrebbe saperlo: le evidenze empiriche di cui disponiamo ci dicono chiaramente che l'eventuale abolizione dell'articolo 18 - o addirittura di tutto lo Statuto dei lavoratori - non avrebbe alcun effetto di rilevo sui tassi di disoccupazione o sulla dinamica della produttività nazionale, mentre darebbe luogo a un ulteriore indebolimento della capacità contrattuale dei dipendenti e quindi a una ancor più vistosa compressione dei salari. La solita minestra di sempre, insomma.

(Emiliano Brancaccio)


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