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30 giugno 2008

Veltroni costretto a combattere

Devo confessare di aver avuto un moto di soddisfazione quando ho visto il volto stanco e rassegnato di Veltroni dopo lo showdown di Berlusca alla Confesercenti.
Era il volto stanco di chi sarà costretto a cedere ancora di più pur di raggiungere i propri ridicoli obiettivi politici.
Veltroni rappresenta una classe politica marcita che vuole vendersi a tutti i costi al capitale internazionale. Per farlo deve passare però per il giogo capriccioso di Berlusconi che prima del capitale internazionale deve tutelare il proprio di capitale e  deve inoltre soddisfare tutte le varianti del populismo che ha portato con sè al governo.
Queste operazioni sono un costo eccessivo per Veltroni che deve fare buon viso a cattivissimo gioco. Berlusca non consente loro di salvare nemmeno quel poco di faccia che è rimasta.
L'annuncio di una grande manifestazione per l'autunno sa di necessaria dilazione, ma potrebbe trasformarsi nell'ennesimo fallimento di questo apprendista stregone della politica che sinora ha collezionato solo pomodori e pernacchie.


Che...cazzo ci fa Veltroni in politica ?

La stella polare di Veltroni è l'ipocrisia, ma il Berlusca non vuole nemmeno l'omaggio formale che il vizio fa alla virtù. Berlusca nel suo orgasmo da manipolatore delle coscienze vuole che il vizio sia virtù.
Ed a questa raffinatezza il critico cinematografico Veltroni non ci è ancora arrivato. Ci vuole un vero attore.
 


30 giugno 2008

Hegel : Natura e Spirito

 Si dovrebbe credere che non sia esistito ancora al mondo Stato o costituzione politica ma che ora sia da cominciare interamente daccapo e il mondo morale abbia atteso proprio una tale odierna concezione e investigazione e creazione.
Per la natura si ammette che la filosofia deve riconoscere quale essa è, che la pietra filosofale sta celata in qualche luogo, ma all'interno della natura stessa che è razionale in sè. Il sapere dovrebbe ricercare e comprendere questa ragione presente nella natura reale : la sua eterna armonia, in quanto però sua legge ed essenza immanente.
Al contrario, il mondo etico, lo Stato, la ragione che si realizza nell'autocoscienza non deve godere di questa fortuna. L'universo etico deve essere lasciato in balìa del caso e dell'arbitrio, deve essere abbandonato da Dio. Secondo quest'ateismo del mondo morale, il vero si trova fuori di tale mondo ed anzi esso costituisce problema.





Il problema è : quanto vi è di oggettivo nel mondo morale, giuridico, politico ?
Il fatto che le costituzioni cominciano ad essere create dal popolo (siamo a cavallo tra Settecento ed Ottocento) non ha nessuna importanza ?
La verità del mondo morale è un dato o viene costituita dalla intersoggettività che discute o confligge ?
E se c'è una parte di "dato" riguarda i valori (Weber direbbe la dimensione del "Wirtrational") o i mezzi (Weber direbbe dello "Zweckrational"). L'oggettività riguarda i primi articoli di una Costituzione o quelli che si ritengono i fondamenti delle discipline economiche ?


30 giugno 2008

Berlusconi e il Quirinale

 

Qualcosa è cambiato. Le parole sono quasi le stesse ma non è esattamente lo stesso Silvio Berlusconi quello che ieri, a Bruxelles, è ripartito nel suo assalto alle toghe rosse. È più forte. Ha una maggioranza più larga e più condiscendente. E un'unica opposizione parlamentare che fino a l'altro ieri lo considerava uno statista. E adesso annuncia una manifestazione. A ottobre. Poi c'è l'abitudine. Berlusconi che attacca i giudici è il cane che morde l'uomo, una non notizia. Ma un primo ministro che dal Consiglio d'Europa sostiene che chi lo accusa vuole sovvertire la democrazia italiana è un uomo che mangia un canile. Si nota. Il proclama di ieri a Bruxelles - con le urla, i pugni sul tavolo, la faccia feroce - annuncia l'intenzione di una soluzione finale con i giudici. E' isterico ma molto chiaro: «Nel '94 ho visto sovvertito il voto popolare da una minoranza rivoluzionaria di giudici, ho patito 15 anni di persecuzioni per non farlo più accadere».Non è vero, naturalmente. Nel '94 non sono stati i giudici ma Umberto Bossi a scalzarlo da palazzo Chigi. E quando nel 2001 c'è tornato Berlusconi non si è limitato a «patire» ma ha infilato una serie di leggi per scansare i suoi guai: nullità delle rogatorie internazionali, riforma del falso in bilancio, legittimo sospetto e «lodo Schifani» per garantirsi l'immunità totale. Spesso erano le questioni sollevate nell'aula del processo dagli avvocati del cavaliere che venivano trasformate in leggi della Repubblica. Come adesso, che l'emendamento blocca processi è stato scritto direttamente dal suo difensore. Molti giuristi e costituzionalisti e anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura hanno detto che si tratta di una norma incostituzionale. Il primo giudizio sulla costituzionalità di una legge, anche di una legge di conversione di un decreto com'è in questo caso, è affidato al presidente della Repubblica. Che quindi non dovrebbe firmarla. Per Berlusconi sarebbe un guaio: sta appunto cercando di bloccare rapidamente il processo Mills dove rischia una condanna a sei anni per corruzione in atti giudiziari. Ieri ha detto che gli interessa il principio generale e che non intende avvalersene, che si farà giudicare. Ma lunedì aveva detto il contrario, che la legge è fatta anche per proteggerlo da un ingiusto processo, ed è meglio credere alla versione originale. Anche perché nel frattempo ha ricusato la giudice di Milano giusto per prendere tempo. Vista lamaggioranza parlamentare che le elezioni hanno consegnato al cavaliere la firma nelle mani di Napolitano è l'ultimo possibile rimedio a una legge che, oltretutto, aumenterebbe il caos nei tribunali ed è pessima per lemisure che contiene sulla sicurezza. E' un'arma letale per gli interessi del primo ministro e forse per questo il presidente della Repubblica è dato per molto prudente. Dal Quirinale filtra una specie di rassegnazione per le sguaiataggini del cavaliere. Giorgio Napolitano ha certo in gran cuore la tenuta del «dialogo » tra maggioranza e opposizione e non farebbe nulla per alimentare lo scontro. Apprezzabile proposito politico, ma se non limita la funzione di garante della Costituzione. Dietro l'angolo c'è poi il nuovo «lodo», l'immunità per il premier e le alte cariche dello stato per tutti i reati, anche quelli compiuti prima e lontano dal pubblico ufficio. E' questa la soluzione finale: l'assicurazione che nessun giudice potrà più disturbare. Una legge evidentemente incostituzionale di fronte al principio dell'uguaglianza. Ma una legge che riguarderebbe anche il capo dello Stato. Almeno questa, almeno per questo, presidente, non la firmi.

(Andrea Fabozzi)


30 giugno 2008

La neuroetica

 Immaginiamo una situazione futuribile, ma in realtà già praticabile: un uomo deve decidere se agire in un modo anziché in un altro e le due scelte sono fra loro incompatibili, anzi comportano conseguenze drasticamente diverse. L'uomo non sa decidersi, esita. A questo punto gli viene applicato intorno al cranio un potente macchinario, in grado di registrare l'attività metabolica del suo cervello. Ora il nostro uomo può vedere su un monitor quali aree del cervello si attivano, e con quale intensità, quando riflette alle due alternative fra le quali può scegliere. Pensa all'alternativa A e contemporaneamente vede accendersi, in particolare, due aree cerebrali; pensa all'alternativa B e si accendono quattro aree cerebrali. L'alternativa B sembra coinvolgere un maggior numero di aree cerebrali, perché, così pensa il nostro uomo (dopo aver spento il monitor), forse è quella che ha conseguenze più ramificate, e complesse e dunque imprevedibili. Decide allora per l'alternativa A.
Le conoscenze accumulate dalle neuroscienze sul funzionamento del cervello permettono di analizzare in sempre maggiore dettaglio quel che succede al suo interno quando pensiamo, desideriamo, speriamo e, soprattutto, quando siamo impegnati in una scelta. L'esperimento mentale che abbiamo descritto ci porta in un nuovo campo, quello della «neuroetica», un sapere dai confini assai incerti che «si colloca alla frontiera di neuroscienze e filosofia morale, psicologia, sociologia, pedagogia, diritto», come scrive Laura Boella nel suo Neuroetica. La morale prima della morale (Raffaello Cortina, 2008).
A un primo sguardo lo stesso termine «neuroetica» sembra intrinsecamente contraddittorio; se il campo dell'etica investe necessariamente l'atto di scegliere, quello dell'attività cerebrale, invece, ha a che fare con interazioni chimiche, che si verificano per cause esclusivamente fisiche. Detto altrimenti, per comprendere il funzionamento del cervello non abbiamo bisogno della nozione di scelta. Di fronte alle conseguenze implicate nella conclusione sbrigativa di alcuni scienziati per i quali l'etica ormai non sarebbe più una questione che riguardi la vita giusta, bensì problemi direttamente ed esclusivamente neurologici, uno tra i meriti del libro di Laura Boella sta nel convincerci che si può intendere la neuroetica anche in un altro modo, senza richiedere il sacrificio della filosofia, dei saperi delle scienze umane, e in definitiva della soggettività.
Torniamo all'esperimento mentale dell'uomo che sceglie l'alternativa A. In questo caso, in realtà, non è stato il solo cervello a decidere quale alternativa preferire, né, peraltro, è stata un'entità disincarnata come potrebbe essere (per chi ci crede) la sua anima. Chi alla fin fine ha scelto è comunque la persona nella sua interezza, tenendo conto anche del funzionamento del suo stesso cervello. Stando a quanto scrive Laura Boella, il nuovo sapere contenuto nelle neuroscienze non è detto alluda a un potere estraneo e dispotico rispetto alle nostre esistenze. Introdurrebbe, invece un nuovo fattore che si aggiunge al campo dell'etica, e non pretende affatto di liquidarlo: rispetto a chi vorrebbe trasformare i problemi etici in questioni medico-neurologiche «ben più persuasiva è l'idea che ognuno di noi sia un campo di forze in cui intervengono effetti di potere sociale, economico e culturale, costruzioni simboliche dell'inconscio, meccanismi neurologici e genetici. Questa complessa, certo inquietante, immagine della soggettività non elimina, anzi, paradossalmente, rafforza la questione della responsabilità individuale».
Qui la neuroetica è ancora, pienamente, etica, appunto perché non esclude la «responsabilità individuale». Per capire quali elementi sono in gioco converrà tornare al nostro esperimento mentale. Il nostro uomo, per effettuare la sua scelta tra le due opzioni che gli stanno davanti, deve prima spegnere il monitor. Se non lo facesse cadrebbe in nella situazione paradossale per cui vedrebbe l'attività cerebrale che corrisponde all'osservazione stessa della sua attività cerebrale. In questo caso ogni scelta diventerebbe impossibile, perché verrebbe esclusa dalla spirale autoriflessiva di uno sguardo che osserva l'attività di un cervello che a sua volta controlla quello stesso sguardo che, a sua volta... Chi è, in questo caso, che guarda e chi è osservato?
Quel che si verifica nel paradosso di questo sguardo è che non c'è più posto per chi dovrebbe scegliere; ma senza soggetto non c'è scelta, e quindi non c'è nemmeno etica. Certo, i risultati empirici della neuroetica ci ricordano in ogni momento che non siamo - per riprendere la terribile immagine di Freud riferita all'Io - «padroni in casa nostra».
Ma in quella casa noi viviamo, quello che succede al suo interno ci riguarda, e in qualche misura possiamo anche influenzarlo; per questa ragione, continua Laura Boella, «siamo responsabili fino al punto in cui arriva la nostra capacità di attrarre nella sfera della nostra esperienza, di chi noi siamo, l'insieme di desideri, progetti, significati, vincoli biologici e legami intersoggettivi su cui costruiamo la nostra storia di vita». Rispetto ai maldestri tentativi di alcuni scienziati - per esempio il nobel Kandel con il suo sommario progetto di annettere la psicoanalisi alle neuroscienze - per i quali le nuove conoscenze sul cervello ci permetteranno di risolvere una volta per tutte le interrogazioni filosofiche, il libro di Boella segue un percorso più articolato, che si rivela in realtà l'unico adeguato alla complessità dei fenomeni umani. E c'è anche da dire, in questo senso, che il disagio nei confronti delle tecnoscienze non sempre equivale a un atteggiamento reazionario; al contrario, la scienza, da Marx in poi, è sempre stata considerata une delle alleate principali nel progetto relativo alla emancipazione umana (l'antiscientismo di molta sinistra ambientalista è dunque assolutamente incomprensibile).
Il problema sorge quando la «filosofia spontanea» degli scienziati riduce sbrigativamente la complessità umana a una sola delle sue dimensioni. «Nessuna idea, scientifica o filosofica, della natura umana - scrive ancora Boella - si è mostrata in grado, nel corso della storia, di garantire la convivenza pacifica e il reciproco rispetto fra individui di culture e tradizioni differenti. Ogni generazione, in realtà, ha dovuto tessere da capo la tela dell'umano, cominciare da capo a umanizzare l'umano».

(Felice Cimatti)


30 giugno 2008

Abensour e i rapporti tra democrazia e Stato

 

Questo libro di Miguel Abensour è dedicato in gran parte al commento di un testo giovanile di Karl Marx, La critica del diritto statuale hegeliano, commento che non ha nulla di accademico; il testo di Marx viene sottoposto a un'interrogazione che parte del presente, riattualizzato per rispondere a una nostra questione. Si potrebbe dire, parafrasando Benjamin, che quel testo di Marx conosce per noi l'ora della sua leggibilità. Abensour sceglie di interrogare Marx a partire dalla crisi del comunismo del Novecento, dalla deriva del socialismo reale in burocrazia, dalle forme assunte dal totalitarismo nella prima metà del secolo passato. In tale disfacimento di speranze, è possibile chiedersi cosa sia una «vera democrazia»?
La domanda è meno scontata e retorica di quanto sembri. Pochi termini sono stati così banalizzati, pochi hanno perso in tale misura la carica dirompente e radicale che inizialmente possedevano. Attraverso l'inchiesta sul testo di Marx, Abensour mira in realtà a riproporre tale senso radicale e dimenticato. Lo fa mostrando come l'espressione «Stato democratico» sia in realtà una contraddizione terminologica, come la «vera democrazia» tenda verso il governo condiviso dei «molti»; lo Stato, invece, nel suo stesso principio, tende a sottoporre i molti al dominio di un Uno, forma unificante e organizzatrice.

La signoria e la servitù
La democrazia opera dunque contro le unificazioni formali ed astratte proposte dallo Stato, e che sempre suppongono un rapporto gerarchico di signoria e servitù: e sostiene invece forme di governo politico, in cui venga lasciato spazio al riconoscimento paritario dell'altro. Un riferimento importante, per tale linea di pensiero, è la riflessione di Hannah Arendt e la sua analisi della tradizione consiliarista e comunale; meno obbligato, e per certi versi sorprendente, è quello al pensiero del filosofo francese Emmanuel Lévinas, come se l'«etica dell'alterità», delineata da quest'ultimo, potesse trovare il suo effettivo inveramento solo nell'ambito politico.
Da questo punto di vista procede la lettura di Marx. Il testo marxiano del '43 è in certa misura contraddittorio, esposto a due tendenze divergenti: da un lato la rivendicazione della democrazia come rifiuto dell'Uno statuale e affermazione della pluralità, della decisione condivisa dei molti; d'altra parte tale pluralità rischia di essere identificata con un demos, un popolo nella sua volontà sorgiva e originaria, che fungerebbe da nuovo principio unificante della diversità. La vera democrazia è l'affermazione delle «molte» singolarità che convengono insieme per decidere di volta in volta il loro essere in comune, o il loro disciogliersi in una forma unificante e finale, in cui ogni conflitto è risolto, ogni lacerazione placata in una superiore conciliazione? Intorno a questa tensione e a queste possibilità, entrambe presenti nel testo di Marx, ruota l'analisi di Abensour (e la risposta a tale domanda rinvia indirettamente agli esiti e alle tragedie delle rivoluzioni del Novecento.

La governance del mercato
Che altro è il «momento machiavelliano», di cui tanto si parla in questo libro, se non l'essenza stessa della democrazia e della decisione politica? Il momento machiavelliano non è -o non è solo- un periodo storico, ma una possibilità permanente dell'agire politico, una sua forma a priori, un suo imperativo regolativo. Occorre portare alla luce il conflitto latente nella realtà sociale, sottratto alla visibilità da rappresentazioni smortamente conciliative e ipocritamente «buoniste»; occorre aprire e dar consistenza al conflitto tra i «grandi» ed il popolo; occorre che le soluzioni in cui di volta in volta si risolve questo conflitto non siano gerarchicamente imposte dallo Stato, o rimesse al puro arbitrio dei rapporti di forza.
Oggi si direbbe: le soluzioni non possono essere rimesse a un puro atto di governance o ad automatismi ciechi come quelli del mercato. L'idea di Abensour è che debbano esistere istituzioni democratiche diverse da quelle dello Stato, in cui sia possibile prendere decisioni che riguardano l'essere-in-comune, rispettando la differenza dell'altro, e la specificità dell'ambiente sociale in cui deve essere assunta la decisione. A questo generale decentramento e delocalizzazione della decisione corrisponderebbero le istituzioni consiliari descritte dalla Arendt e di cui Marx ha dato un'anticipazione nei suoi scritti sulla Comune.

Assenza di expertise
È possibile dire qualcosa dello spirito generale che animerebbe queste istituzioni e dell'orientamento, dell'unità di misura secondo cui potrebbero regolarsi. Arendt trova soccorso in un pensatore, che non ha mai scritto una vera e propria «filosofia politica», eppure ha elaborato una notevole teoria del «senso comune»: si tratta di Kant e della sua opera apparentemente più impolitica, La critica del giudizio. Il senso comune, in quest'opera, è «una condizione di possibilità» della comunicabilità universale, l'espressione del voler «essere-in-comune» degli uomini; essi esprimono in tal modo il desiderio di persuadersi reciprocamente e giungere a giudizi universali e condivisi, a un «gusto» collettivamente apprezzato.
Questa universalità è tuttavia il frutto di un'attività intersoggettiva continua, e non il risultato di principi primi inalterabili e prefissati. Kant riserva questo tipo di senso comune al giudizio estetico: ma non è possibile - si chiede Arendt - estenderne il significato all'agire della comunità politica, all'essere «cittadini» di una repubblica comune? D'altra parte, questa persuasione per comunicazione non ha nulla di idilliaco, non è garantita da nessuna expertise e si scontra duramente con i poteri gerarchici effettivamente esistenti. Se il dialogo è al principio della democrazia, esso apre il suo spazio all'interno del conflitto col potere, e la democrazia viene perciò definita da Abensour come costitutivamente e inevitabilmente «insorgente».
Questo concetto rimanda a quello di «democrazia selvaggia» del filosofo Claude Lefort, anch'esso in certo misura derivante da una rilettura di Machiavelli: il dialogo coesiste continuamente col conflitto, perché sempre coesistono in ogni società i «grandi» e il popolo, animati da desideri discordi: quello dei grandi di mantenere e consolidare il proprio potere gerarchico, quello del popolo di partecipare alle decisioni, e dunque di essere libero. Secondo Lefort e Abensour non esiste stato finale della storia, né mai una trasparenza sociale assoluta, in cui tale conflitto e l'antagonismo che esso propone possa aver completamente fine. Sempre, nelle circostanze date, ogni volta diverse e ridefinibili, l'azione politica deve riprendere da capo il suo compito e «insorgere» contro l'irrigidimento dei rapporti servo-padrone che tende a riproporsi; sicchè questa prospettiva, più che a un'idea organica della rivoluzione come fine della storia, è più vicina a quella di una insorgenza permanente, che riproponga, in ogni situazione o «sito» del tempo, l'essere-in-comune contro l'essere-in-Uno.

Nelle cesure della storia
Riprendendo un altro autore assai caro ad Abensour, il Reiner Schürmann interprete di Heidegger, l'azione politica è sempre «situata»: il «sito» dice Schürmann è il luogo dove gli umani possono «con-venire» insieme, rovesciando i rapporti concreti di potere; l'azione politica si radica inestricabilmente e irrimediabilmente alla specificità del sito in cui interviene, è in senso stretto «situazionista». Abensour e Schürmann ritengono l'azione politica «anarchica» in senso letterale e filosofico, perché rifiuta il ricorso a un «Principio primo» di esplicazione dell'agire, a un'arche, da cui deriverebbero per adesione, emanazione o disvelamento, le caratteristiche del giusto agire. «Senza principio», anarchica, l'azione politica segue però rigorosamente la sua unità di misura, e il suo imperativo regolativo: il riconoscimento dell'altro e la decisione discussa in comune con l'altro, di contro all'autorità che come un destino o un opaco immotivabile essere lo stringe alla sua necessità.
L'apertura anarchica della «democrazia insorgente» si rivela al meglio nelle «cesure» della storia, o in quella «dialettica in sospeso», in bilico, di cui anche Walter Benjamin parlava nei suoi ultimi scritti, quando una vecchia forma di potere è in via di sgretolamento e ancora una nuova non ha avuto la forza di imporsi e sostituirla. Allora balena nella mente degli uomini l'idea che forse una vita senza potere sarebbe pure possibile, o almeno che la loro energia costituente potrebbe distruggere le solidificazioni del diritto costituito. S'è già detto come le insorgenze consiliari del Novecento abbiano prefigurato un'istituzione politica non centralizzata nell'unità dello stato e fondata piuttosto sulla pluralità riconosciuta dei «molti». In certo senso, si tratta di un'esperienza politica capace di ritornare costantemente al suo momento costituente, di revocare l'univocità e la permanenza delle forme costituite, con la consapevolezza che questo atto di apertura va riproposto in ogni situazione specifica e non conosce arresto o fine della storia: non è garantito da alcuna fine e da alcun principio.
L'«insorgenza» definisce quei momenti di cesura della storia, in cui - nell'intervallo tra il crollo di un vecchio regime e il costituirsi di nuove istituzioni - si è tentata la via di una simile comunità politica. È in questo eccesso e in questo scarto, che Marx vedeva il significato irripetibile della Comune di Parigi. C'è sempre l'eventualità che la deliberazione comune si irrigidisca in struttura astratta, che l'altro ricada nel medesimo, che i molti vengano ricondotti all'Uno. La democrazia insorgente non è una forma data una volta per tutte, ma l'opera continua di trasformazione dell'essere nell'esistente e nel possibile.

(Mario Pezzella)


30 giugno 2008

I pericoli della direttiva UE contro gli immigrati

 

Nemmeno a Lula piace la direttiva europea sui rimpatri approvata mercoledì a Strasburgo. «È una decisione che contribuisce a creare una percezione negativa della migrazione», ammonisce il presidente del Brasile. E rivolgendosi alle istituzioni europee ricorda come il suo paese abbia «accolto milioni di immigrati che ora vivono pienamente integrati nella società». Non è l'unico, soprattutto in America Latina, a manifestare risentimento per la brutta aria che migranti e rifugiati sono costretti a respirare nel vecchio continente. Le reazioni di sdegno alla «direttiva della vergogna» infatti non accennano a placarsi, e provengono principalmente dalle organizzazioni nazionali e internazionali che lavorano per la tutela dei diritti umani. Ma quali sono esattamente i punti critici di questa legge quadro europea che ogni stato membro deve recepire entro luglio 2010? E le norme italiane, integrate eventualmente dall'intero pacchetto sicurezza, sono compatibili con questa direttiva? Abbiamo rivolto la domanda a tre esperti come Christopher Hein, direttore del Centro italiano per i rifugiati (Cir), Lorenzo Trucco, presidente dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), e Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci.
Tutti concordano nell'individuare due o tre punti particolarmente controversi negli standard minimi che l'Europa stabilisce anche per porre un limite alle legislazioni troppo repressive di alcuni stati membri. «Il primo problema - spiega Christopher Hein - è la possibilità di detenere per via amministrativa un cittadino straniero irregolare fino a 18 mesi. A ben guardare la direttiva stabilisce il limite fino a 6 mesi aggiungendo che solo in casi molto particolari si possa arrivare a un anno e mezzo, ma lascia completa discrezionalità agli stati». L'Italia, d'altra parte, nelle norme riguardanti il «pacchetto sicurezza» inserite nel ddl, ha già adottato quel limite citando l'eventualità che lo straniero non fornisca alle autorità documenti validi. Un caso niente affatto raro: si può facilmente immaginare che nessuno dei disperati naviganti sulle carrette del mare sia in possesso di un passaporto nuovo fiammante. «Ma 18 mesi sono davvero troppi per identificare una persona - aggiunge Filippo Miraglia - tutti quelli che seguono la detenzione amministrativa in Europa sono concordi nel dire che occorrono al massimo 20 giorni, non più di una settimana per la fotosegnalazione e il rilievo delle impronte digitali. Tutti sanno che se l'espulsione non avviene in 20 giorni significa che gli stati d'origine o di transito non intendono collaborare per riaccogliere i migranti». Tanto per fare anche due conti, Miraglia fa notare che, con un tempo massimo di detenzione di 60 giorni come prevede attualmente la legge italiana, «ogni espulsione costa, solo per le spese di gestione dei Cpt, circa 15 mila euro». Ed è per questo, o «per la mancanza di aerei - spiega Lorenzo Trucco - l'Italia non ha mai rimpatriato oltre il 40-44% dei detenuti nei Cpt». «Di positivo però nella direttiva - continua il presidente dell'Asgi - c'è la possibilità di rientro volontario non prevista invece dalla legge italiana, una forma senz'altro meno lacerante e che evita il divieto di reingresso in Europa per 5 anni, un limite davvero troppo alto posto dalla direttiva Ue» e che, secondo Miraglia, «stigmatizza gli immigrati illegali e li trasforma in criminali da escludere». L'Europa ha perfino bocciato la garanzia del patrocinio legale gratuito, sia per la detenzione che per l'espulsione.
Un altro punto, il più odioso e condannato, è l'estensione della detenzione amministrativa e dell'espulsione - verso il paese d'origine o quello di transito - anche ai minori, accompagnati e non. «Questo finora in Italia non è possibile e nemmeno il pacchetto sicurezza lo prevede», sottolinea Hein. Una norma pericolosissima, che «mette in discussione l'articolo 3 della Costituzione considerando i minori stranieri diversi da quelli italiani», fa notare Miraglia. «Non credo perciò che potrebbe mai essere applicata nel nostro paese - sostiene Trucco - anche perché violerebbe la Convenzione internazionale del fanciullo siglata a New York nel 1989». E non solo: secondo l'Arci, «nel caso venisse applicata questa norma contro i minori si potrebbe fare ricorso alla corte di Strasburgo perché tradirebbe lo stesso trattato di Lisbona che ha inglobato la Carta europea dei diritti umani di Nizza».
Ma, conclude Miraglia, «accanto agli elementi concreti c'è un fattore culturale: l'Europa, che non è riuscita a darsi una legge comune sugli ingressi e sul soggiorno degli stranieri, ha trovato invece un unico accordo, solo sul piano repressivo delle sanzioni. Soprattutto per questo, per come è stata pensata e presentata, questa direttiva è una forma di razzismo istituzionale che viene dalla più alta sede della democrazia europea». «Attenzione - ammonisce infine Trucco - perché una volta incrinato il sistema, violati i principi, introdotta una deroga ai diritti, è difficilissimo riparare. Oggi, nei confronti del migrante, mi sembra che si stia autorizzando un diritto speciale». Per tutti, è davvero una pagina buia.

(Eleonora Martini)


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30 giugno 2008

In Argentina la plaza de mayo contro gli agricoltori

 

Medici, professori universitari, impiegati di banca e lavoratori pubblici. Non è stato difficile incontrarli, la fredda sera di mercoledì, nella famosa Plaza de Mayo, nella manifestazione d'appoggio alla presidenta Cristina Fernandez de Kirchner nel durissimo scontro che l'oppone ormai da più di tre mesi ai produttori agricoli che rifiutano l'aumento delle imposte (nonostante i colossali profitti incamerati). Dopo tre giorni di rumorosi cacerolazos degli oppositori nei barrios, specialmente quelli delle classi medio-alte, delle principali città il governo ha cercato la prova di forza simbolica riempiendo la storica piazza, cuore politico del paese.
La partecipazione è stata massiccia: sindacati, strutture del partito peronista, sezioni dei barrios popolari, piqueteros e una presenza significativa di professionisti e settori di classe media che finalmente sono scesi in strada per appoggiare il governo. E poi intellettuali, docenti universitari, artisti, organismi dei diritti umani e altri gruppi sociali che hanno voluto dare il loro «appoggio critico» a Cristina. La sinistra e il centro-sinistra sono divisi e si ritrovano in entrambi i campi.
Martedì la presidenta aveva recuperato l'iniziativa mandando al Congresso un progetto di legge che ratifica l'aumento delle «retenciones» fiscali sulle esportazioni dei prodotti agricoli. I «white farmers» della «Pampa gringa» - che la notte del mercoledì, dopo il discorso di Cristina, hanno deciso di continuare il blocco agrario - sono riusciti ad attirarsi l'appoggio di ampi settori urbani. In un clima di crescente tensione, uno scontro marcatamente classista, tipo quello che divide il Venezuela di Hugo Chavez, è sembrato riprodursi in Argentina, nonostante le grosse differenze fra i due paesi.
Mentre abbandonava la piazza, Enriqueta, impiegata di banca ed ex-militante comunista, diceva che la classe media argentina «è conflittiva e appena la toccano nel protafoglio, reagisce. Ma ci sono anche settori medio progressisti». Quelli venuti in piazza erano lì «per appoggiare il governo di fronte all'aggressività della destra». Ma l'appoggio non era incondizionato. Roberto Molinari, con una bandiera della Madri della Piazza di maggio, diceva che «il governo si sbaglia su molte cose ma sono del tutto d'accordo sulle retenciones e sono qui per appoggiare la democrazia». Dalla città di La Plata erano arrivate la professoressa Silvia e la sua amica Maria Esther per «appoggiare la legittimità di un governo popolare».
Nel suo discorso Cristina aveva echeggiato a Marx: «La storia che la prima volta fu una tragedia si ripete ora come una commedia». Il riferimento era ai cacerolazos e ai picchetti che nel 2001 cacciarono l'impopolare governo del conservatore De la Rua e che ora si ripetono per come parte di un progetto di destabilizzazione.

(Sebastian Lacunaza)


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30 giugno 2008

Il caos kosovaro all'Onu

 

È convocato oggi il Consiglio di sicurezza dell'Onu con all'ordine del giorno il Kosovo e il futuro della missione Unmik che, da oggi, vede la nomina come amministratore dell'italiano Leonardo Zannier. Ci saranno anche il presidente serbo Boris Tadic che ribadisce «il Kosovo è Serbia», e quello kosovaro Fatmir Sejdiu. La questione urge: domenica 15 gennaio è «entrata in vigore» la costituzione dell'indipendenza. Ma è «in vigore» solo per i 40 paesi che l'hanno riconosciuta, mentre la maggior parte degli Stati del mondo, giudicandola unilaterale e di scontro, non l'ha fatto. L'indipendenza divide la Ue, con Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che hanno approvato mentre Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania e Cipro hanno detto no e ora si rifiutano di addestrare il nuovo «esercito» kosovaro. E spaccato resta il Consiglio di sicurezza Onu, con Russia e Cina che oppongono il veto, temendo che diventi l'anticamera per i loro indipendentismi e per gli altri che covano nel mondo, a partire dal Caucaso e dagli stessi irrisolti Balcani.
Nel dramma c'è una responsabilità: è quella dell'Unmik, l'amministrazione locale dell'Onu che, con i suoi rappresentanti (Bernard Kouchner, Michael Steiner, Janses Soerensen e Joachim Ruecker) avrebbe dovuto rispettare la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza Onu che riconosce la sovranità della Serbia. Invece ha avallato una feroce contropulizia etnica contro le minoranze serbe con migliaia di vittime e desaparecidos, la distruzione sistematica di ben 150 monasteri ortodossi, il blocco del rientro dei profughi, la cacciata di 200.000 serbi, rom e altre minoranze. Via via legittimando la secessione di Pristina.
E' lo scenario criminale del quale l'Unmik vuole lavarsi le mani. Così Joachim Ruecker, con l'avallo tedesco e francese, ha cercato alla chetichella di chiuder bottega, autorizzando l'arrivo della missione Eulex, «civile e di polizia» voluta dall'Ue, pur spaccata, per gestire e di fatto imporre l'indipendenza nelle zone serbe. I serbi, tutti, hanno detto no. Allora è entrato in scena il segretario dell'Onu Ban Ki-moon per salvare la faccia dell'Unmik, con due lettere, al presidente kosovaro Fatmir Sejdiu e a quello serbo Boris Tadic, dove annunciava una «riconfigurazione» della missione Onu. Risultato: è caos istituzionale. Si riconfigura Unmik, quindi Ruecker può andarsene quando dovrebbe restare in carica altri otto mesi, ma Russia e Serbia chiedono d'incriminarlo perché voleva azzerare il ruolo dell'Onu; la missione Eulex è la benvenuta ma per intanto è sospesa e ha bisogno «ancora di tempo»; l'Onu è neutrale sull'indipendenza, ma l'Ue la deve gestire; le zone serbe possono dipendere dall'Unmik e non dal governo di Pristina; infine, resta la Nato, ma da chi dipende? A Pristina restano sorpresi della disponibilità a spartire il Kosovo e non accettano quello che tutti vedono. Nonostante l'indipendenza, di Kosovo ce ne sono quattro: stato albanese, zone serbe, aree della Chiesa ortodossa, burocrazie internazionali e Camp Bondsteeel, la più grande base militare Usa d'Europa edificata nel disprezzo della legalità internazionale.
E a Belgrado, dove l'affare piomba nel mezzo della scelta del nuovo governo, prima l'ex premier Kostunica, poi l'ex ministro per il Kosovo Samardzic che annuncia la nascita di «un parlamento serbo in Kosovo», e infine lo stesso Tadic hanno denunciato l'operazione di Ban Ki-moon ricordando che ritengono l'indipendenza di Pristina semplicemente «illegale». E Ban ha fatto ploff.

(Tommaso Di Francesco)


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29 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la crescita basata sulle esportazioni

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

(Riccardo Bellofiore)


29 giugno 2008

Lo sfruttamento del petrolio iracheno

 

La legge sulla privatizzazione del petrolio iracheno è bloccata - giustamente - in parlamento per i notevoli dissensi suscitati dalla proposta ispirata dagli occupanti, ma gli Stati uniti non possono più aspettare e così hanno trovato il modo per aggirarla. Anche perché urge aumentare le esportazioni di 500 milioni di barili al giorno, come farà l'Arabia saudita. Naturalmente non si tratta solo di competizione o di cercare di calmierare il prezzo del petrolio (tanto ci pensano le speculazioni ad aumentarlo) ma di cominciare a far «rendere» l'occupazione. Come? Siccome non è possibile lanciare una gara d'appalto per assegnare lo sfruttamento dei vari pozzi in assenza della controparte irachena (la legge per la creazione dell'ente nazionale dei petroli iracheni è contenuta in quella sulle privatizzazioni), gli Usa hanno individuato quattro compagnie petrolifere che si sono distinte per il lavoro «caritatevole» svolto finora, guarda caso con il ministro del petrolio iracheno, alle quali affidare la modernizzazione degli impianti. Le quattro «sorelle», che vedranno il loro lavoro ripagato in natura, con il petrolio, sono la Exxon Mobil, la Shell, la Total e la Bp. Le stesse che avevano sfruttato il petrolio iracheno dal 1929 al 1972, quando Saddam l'aveva nazionalizzato. E, manco a dirlo, saranno quelle favorite - con questi precedenti «filantropici» - dalle gare d'appalto quando queste saranno possibili, si dice fra un paio d'anni.
D'altra parte, finora, non si trovavano compagnie disposte ad investire ingenti capitali in Iraq per modernizzare gli impianti resi obsoleti da anni di embargo e successivo abbandono da parte dei tecnici iracheni a causa della messa fuori legge del partito Baath, senza la garanzia di poter sfruttare i giacimenti. I problemi di sicurezza sembrano in parte superati almeno a Bassora, nonostante lo scontro tra gli americani (che al confine con l'Iran stanno costruendo una megabase militare) e le milizie sciite. Nel sud infatti si estrae la maggior parte dell'oro nero iracheno. A Kirkuk, il cui status non è ancora stato definito (la città è rivendicata dai kurdi), la situazione è più problematica non solo perché si trova in una zona «contestata» ma anche per i sabotaggi degli oleodotti.
Sebbene la legge per la privatizzazione non sia ancora stata approvata i kurdi, come succede anche in altri settori, hanno cominciato a sfruttare la risorsa che potrebbe rendere il miraggio di un nucleo di stato kurdo una realtà. Peraltro in Kurdistan sono stati scoperti giacimenti che non erano mai stati individuati prima, forse perché Saddam non voleva concedere quest'arma ai «nemici». Quindi non sono solo le quattro compagnie scelte dagli Usa ad aver messo le mani sul petrolio iracheno, in Kurdistan stanno già sfruttando i nuovi pozzi la turca General Enerji , la norvegese Dno e la svizzero-canadese Addax Petroleum. Non solo. In vista delle gare di appalto era già stata selezionata una lista di compagnie «appaltabili», tra le quali vi è anche l'Eni.

(Giuliana Sgrena)


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