.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







29 agosto 2008

Praga 1968 : un' interpretazione di sinistra

 

Il quarantennale del '68 inteso come movimento e quello dell'intervento delle truppe del Patto di Varsavia a Praga coincidono; e nelle celebrazioni si confondono, tanto da dare l'idea che ci fosse un nesso stretto fra i due eventi.
Ci fu, in effetti, ma non fu affatto esplicito. Ad esser investita in pieno dalla vicenda cecoslovacca fu, in realtà, solo quella parte del movimento che poi si collegò con il gruppo che allora era ancora nel Pci e che poi dal partito fu radiato, proprio per via di Praga e per le sue eccessive simpatie per la protesta studentesca. Quello che dette vita al manifesto: rivista prima, organizzazione politica e quotidiano poi. Questo.
Fu così perché la tragedia di quell'agosto di 40 anni fa fu soprattutto dei comunisti: erano loro quelli che avevano sperato in una autoriforma del sistema socialista, che avevano con trepidazione seguito passo passo le mosse di Dubcek e poi ascoltato turbati le minacce con cui Mosca le aveva accolte, seguito col fiato sospeso il fragile compromesso di Cerna, sottoscritto a bordo di un treno fermo nella stazione della piccola località alla frontiera orientale della Cecoslovacchia, sui binari seduto un drappello di operai a segnalare che se Brezhnev avesse voluto tradurre prigioniero in Urss il segretario del loro partito lo avrebbero impedito bloccando il convoglio con i loro corpi. Loro che furono sconvolti quando giunse la notizia, quella mattina del 21 agosto, che i carri armati con la stella rossa erano entrati a Praga nello sgomento dei cittadini ancora increduli, fra loro molti di coloro che 23 anni prima li avevano applauditi come liberatori.
Per gli altri, i non comunisti, la vicenda fu diversa: per la destra Dubcek era poco più di una variante comunque da condannare, al pari del comunismo che si ostinava a proclamare.
Sui muri di Praga, l'indomani dell'invasione, non era forse uscita la scritta ironica ma significativa, che invocava non il presidente degli Stati Uniti, ma il capo della rivoluzione bolscevica: «Lenin svegliati, Brezhnev è impazzito!»?
Per gli altri, i nuovi compagni che da un po' di mesi avevano dato vita alla protesta giovanile, la vicenda praghese era lontana: sul comunismo sovietico non avevano mai puntato, essendo nati quando era già degenerato. Non avevano perciò mai sofferto delusioni e neppure mai sperato che di lì potesse venire un'indicazione valida. Di Dubcek, anzi, e in particolare del suo ministro dell'economia, Ota Sik, diffidavano: troppo di destra. Tutt'al più qualche simpatia generazionale per capelloni e chitarristi che con la «primavera» avevano cominciato a circolare anche per le vie di Praga. Di questa indifferenza fanno prova, oltre la nostra memoria, le pubblicazioni di allora, e non solo del movimento italiano: se si eccettua un accenno in un'intervista di Rudi Dutschke, al problema non fu offerta alcuna attenzione (se ci fu, fu postuma).
Quando arrivarono oltre cortina le tesi del 14mo Congresso che il Pc cecoslovacco, già clandestino, aveva tenuto all'interno della grande fabbrica siderurgica Ckd, protetto dai picchetti operai contro la possibile irruzione degli occupanti sovietici e dei loro alleati locali - l'ala del partito fedele a Mosca - le ignorarono tutti. Fu solo il manifesto a pubblicarle in uno dei suoi primi numeri; e non poteva che essere così: al grosso dei primi sessantottini non interessavano e il Pci non poteva interessarsene perché col Pcus, pur critico, non aveva ancora rotto (e anzi a rompere ci mise altri dieci anni e più).
Così come ignorati dagli uni e dagli altri restarono i compagni di Dubceck, molti dei quali finirono esuli. Zdenek Mlynar, Jiri Pelikan, Anthonin Liehm, per citare solo alcuni, in Italia ebbero un solo rifugio: la redazione del manifesto, piazza del Grillo prima, poi via Tomacelli. Anche per questo nella memoria ufficiale quanto accadde in quell'agosto di 40 anni fa è stato alla fine rubricato come l'aggressione comunista a una rivolta promossa dai liberali, quasi che ad ispirarla fosse stato uno dei nostri occidentali governi e non invece, come fu, un tentativo di comunisti, e anzi della legittima leadership del Pcc,per salvare il progetto comunista.
Un tentativo troppo tardivo, quando l'Urss era ormai quella irrecuperabile di Breznev. Ma che forse sarebbe stato ancora possibile se una diversa scelta fosse stata fatta dai partiti comunisti occidentali che, non solo in Italia, erano ancora relativamente forti e avrebbero potuto così offrire un punto di riferimento alle nuove energie che dal '68 emergevano. E che stavano avanzando, spesso più come intuizione che con piena consapevolezza, una critica radicale al capitalismo, di cui il movimento avvertiva con anticipo la crisi, per la sua incapacità di garantire soddisfazione ai nuovi bisogni qualitativi emergenti e di dare risposta alle sfide che la sua distorta modernità stava producendo.
Anche il movimento del '68 - ecco il nesso oggettivo - aveva contribuito, con le sue lotte poi non solo studentesche ma anche operaie, a mutare i rapporti di forza internazionali. Come la vittoria vietnamita che già si delineava; e quella di altri paesi di uno schieramento di Bandung non ancora sotterrato. Non era irrealistico, in quella stagione, pensare a una critica da sinistra al comunismo realizzato, entusiasmarsi per quanto a Praga si stava cercando di fare. Vent'anni dopo quella critica ha fatalmente assunto un altro segno.
Questo tentativo - un'alternativa al modello sovietico, ma sempre comunista - è stata la ragion d'essere del manifesto. Anche in altri paesi ci fu, in effetti, chi, per via di Praga, ruppe con i rispettivi partiti comunisti. Ma in generale furono frange. L'esperienza italiana, sia perché aveva alle spalle il retroterra ricco degli anni '60 e un Pc molto speciale, sia perché la dissidenza interna al partito riuscì a incontrarsi con una parte significativa del '68, è stata un'eccezione.
Neppure noi, lo sappiamo, siamo andati molto lontano. Ma in questo quarantennale di Praga, che per tanti versi è stata il nostro atto di nascita, credo possiamo dire che la nostra storia è stata utile. A tutti. Perché ha tenuto in vita l'ipotesi di un comunismo diverso (per questo, anche, non si è sentito il bisogno di rimuovere la dicitura della nostra testata: «quotidiano comunista»)
Almeno fino ad ora. Adesso non so.Esprimo questa incertezza quando penso a tante cose a cui di questi tempi pensiamo tutti. Ma anche alla desolazione di veder cosa è diventata la Cekia di oggi, il più di destra e beceramente asservito a Bush dei membri dell'Unione Europea.Un paese dove le organizzazioni comuniste - peraltro più forti che altrove - vengono denunciate come illegali, proprio per via di quella parola «comunista», ormai illecita. Senza che venga ricordato che comunista erano Dubceck e i suoi compagni della «primavera di Praga». Per questo non mi pare appropriato dire - come molti oggi suggeriscono - che il '68 praghese è stato la prova generale dell'89. Non era questa la democrazia cui la «primavera» aveva puntato.

(Luciana Castellina)


Solo la propaganda arrogante di Bush ha potuto azzardare il parallelo tra l'invasione di Praga del 1968 e il contrattacco militare russo sul fronte georgiano dopo la provocazione di Saakashvili. Ma Bush qui non convince più di tanto. Non la pensa come lui, incredibilmente, nemmeno il presidente ceco di centrodestra Vaclav Klaus che è stato in questi giorni durissimo con la provocazione del leader georgiano. L'imbuto delle ultime guerre, da quella mediorientale a quella caucasica dove il presidente Usa sta infilando la potenza americana e l'Occidente atlantico con tanto di ritrovato ruolo del «nemico storico«, non ha infatti alcun termine di paragone con l'epoca della fine degli anni '60.
Il mondo spartito in due, mentre continuava l'aggressione al piccolo Vietnam, poteva ben sopportare - e Washington, nonostante qualche lacrima all'Onu, chiuse consensualmente gli occhi d'accordo con Brezhnev - che venisse soffocata una svolta politica, forte e popolare, che metteva in discussione i rapporti tra governanti e governati, la separatezza del partito comunista, il ruolo guida dell'Unione sovietica, insomma le fondamenta dei regimi di socialismo realizzato. Ora, per implosione, il Muro di Berlino non c'è più, non esiste più l'Urss e nemmeno la Cecoslovacchia, e tutti i paesi dell'ex Patto di Varsavia non solo fanno parte della ex nemica Alleanza atlantica, ma partecipano come alleati a tutte le guerra americane e dispongono il loro territorio per basi e sistemi contro il ruolo residuo della Russia. Che, dopo aver cancellato i tentativi di rinnovamento socialista di Gorbaciov, torna ad essere potenza militare ed economica e ad esercitare un forte controllo sulle fonti di approvvigionamento di energia dell'area asiatica e caucasica post-sovietica.
Dal conflitto sui destini delle società di transizione post-rivoluzionarie e sulla teoria brezhneviana della sovranità limitata dei paesi dell'est, siamo passati alla virulenza delle guerre post-commerciali sul controllo delle fonti di energia. La differenza non è poca.
E domani contro lo Scudo
È per questo che resta decisiva per la sinistra in tutto il mondo la memoria su quel che resta della Primavera di Praga. Ma la memoria di che, visto che nessuno vuole ricordare la Primavera, mentre al contrario tutti si limitano a parlare dell'anniversario infausto del 21 agosto '68, l'invasione del Patto di Varsavia? Ma delle trasformazioni avviate da Alexander Dubcek, che parlava al mondo del «socialismo dal volto umano», perché non parla nessuno? Forse è drammaticamente vero quello che ci ripete lo storico e biografo di Dubcek, Luciano Antonetti: «Quello che non è riuscito a fare in venti anni il regime di Gustav Husak dopo il soffocamento di Praga '68, è riuscito invece a Vaclav Havel dopo la Rivoluzione di velluto: far dimenticare la Primavera. Per favore non ricordate il 21 agosto, ricordate la Primavera».
Invece, gli inviati delle tv di mezzo mondo si esercitano a fermare scolaresche e a chiedere: «Chi era Jan Palach?». Qualche raro ragazzo risponde, i più non sanno nulla di quell'episodio, quando un giovane, il 16 gennaio del 1969, decise di immolarsi col fuoco come facevano i monaci buddisti a Saigon, contro i carri armati dell'Urss e la cancellazione di tutto quello che la Primavera era stata, ma - secondo le sue ultime parole - anche contro la guerra del Vietnam. Conoscono bene Jan Palach invece i pacifisti che qui, accanto alla sua lapide su Piazza Venceslao, ogni giorno aprono uno dei loro gazebo contro l'installazione del mega-radar a soli 60 km da Praga, parte del sistema della scudo antimissile su cui a luglio il governo di destra di Topolanek ha detto sì e che ha avuto l'assenso anche del governo polacco immediatamente dopo la precipitazione della crisi sudosseta-georgiana sancito in questi giorni dall'accordo a Varsavia con Condoleezza Rice.
Jan Tamas, portavoce del movimento contro lo Scudo, non ha dubbi: «Noi che siamo contro la trasformazione del nostro paese in una base di guerra possiamo considerarci eredi della Primavera». E non basta, perché il movimento Ne Zakladnam, «No alle basi», contrario allo Scudo antimissile ha scelto proprio il 21 agosto per tornare in piazza, spiega Jan Tamas «con una grande catena umana che partirà proprio da piazza Jan Palach per finire davanti al parlamento, con un appello perché i deputati chiamati a ratificare l'accordo sul radar firmato dal premier ceco e da Condoleezza Rice a Praga all'inizio di luglio, votino no». Poi ci sarà un happening anche a piazza Venceslao, con un ricambio di soldati, una specie di teatrino con l'arrivo di soldati tedeschi, cacciati via, poi con l'arrivo di soldati sovietici cacciati anche loro, e alla fine entreranno militari americani che saranno cacciati via anche loro. Ma purtroppo quest'ultima scena non è scontata.
Abuso e uso di memoria
L'ex presidente Vaclav Havel ha deciso di dare su tutto l'argomento del 1968 una sola intervista a Listy, la rivista che fu fondata da Jiri Pelikan, avvertendo in una frase sibillina e distaccata: «A chiunque mi domanderà del '68 a Praga, dirò che è tutto qui dentro». È un'intervista che la redazione della rivista dichiara «indirizzata all'estero» e che poggia la sua analisi su un caposaldo non nuovo dell'interpretazione haveliana: «Non esiste nessuna continuità tra il '68 e l'89». Il fatto è che per Havel, Dubcek è più o meno come Husak, si trattava solo di un passaggio di poteri «da un regime comunista ad un altro» commenta Luciano Antonetti. Sfugge a Vaclav Havel, che anche nel 1967-1968 frequentava più gli Stati uniti che le manifestazioni studentesche a Praga, la straordinaria popolarità tra i giovani della nuova leadership comunista del 1968, le proteste e gli scontri con la polizia perché si affermasse la segreteria Dubeck, i grandi raduni studenteschi con i dirigenti comunisti riformatori come quello oceanico al Parco Julius Fucik, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e quelle per l'uccisione di Che Guevara, come in Occidente.
Ma insieme alle strumentalizzazioni è in corso a Praga anche un dibattito serio, promosso da un'ala che potremmo definire di storici indipendenti, alcuni dei quali protagonisti anche di quella indimenticabile stagione, in particolare da Antonin Liehm e Miroslav Kusy, che sostanzialmente ribadisce un concetto: «La Primavera non è il periodo che va dal 5 gennaio (avvento di Dubcek alla segreteria del Pc cecoslovacco, ndr) all'agosto '68». A cui si aggiunge la dichiarazione provocatoria dello stesso Liehm: «Non si parla dei cambiamenti del '68 perché altrimenti bisognerebbe riconoscere che erano cosa buona». Cambiamenti (rottura del cumulo delle cariche tra partito e stato, abolizione della censura, nascita della democrazia operaia organizzata in una fitta rete di consigli operai che puntava a discutere e controllare i processi economici, federalizzazione del paese, ecc. ecc.) che per Liehm avevano avuto una lunghissima preparazione almeno fin dal 1958, e che allo stesso tempo hanno lasciato un profondo sedimento attuale.
Nella lunga preparazione della Primavera di Praga vanno così annoverati: l'Esposizione universale di Bruxelles (l'inaugurazione dell'Atomium) del 1958, quando la Cecoslovacchia fu invitata da Mosca a «stupire l'Occidente» e decise di trasformare il proprio padiglione in una rassegna dell'immaginario praghese, altrimenti represso in patria, con la Lanterna Magica di Radok e le scenografie di Milos Forman. Tanto da vincere alla fine la medaglia d'oro della rassegna mondiale. Poi, soprattutto, la Conferenza su Kafka di Liplice del 1963 che, con vasta partecipazione internazionale, si concluse praticamente con le parole di Eduard Goldstucker: «Se i confini del socialismo reale non contengono Kafka, ampliamoli»; quindi il congresso degli scrittori del 1967. Avvenimenti che furono il portato del dibattito innescato nel 1956 dallo storico XX Congresso del Pcus. Per Miroslav Kusy in particolare, la Primavera deriva anche da un processo di maturazione interna, una sorta di «lunga primavera» già avviata in Slovacchia dove il regime di Novotny era in crisi già dal 1963, data in cui Alexander Dubcek era diventato segretario del Pc slovacco (i comunisti cecoslovacchi avevano organismi federali).
Una voce inaspettata è intervenuta a sostenere queste posizioni, quella della sociologa Irina Siklova, famosa per la sua identificazione della cosiddetta «zona grigia», quell'area di uomini e donne cecoslovacchi che, pur non appartenendo al Pc cecoslovacco avevano un ruolo di co-responsabilità nel gestire la loro politica. Intervistata alla radio, ha dichiarato che con la fine degli anni Sessanta era nata «la cultura della democrazia» e che da lì ha preso le mosse il sistema democratico e che per questo l'89 deriva direttamente da quel processo.
L'isolamento internazionale
Ma per la sconfitta pesò l'isolamento internazionale. L'Europa atlantica e gli Stati uniti non avevano alcun interesse nell'affermazione di quella svolta, anzi. Aveva un bel gridare dalle Nazioni unite l'ex ministro degli esteri Jiri Hajek - che prima di morire ci parlò dei suoi incontri con Che Guevara a Cuba e a Praga - a chiedere la solidarietà del mondo e quella dei partiti comunisti e socialisti del mondo. Come pesò per lo sviluppo della Primavera l'incomunicabilità dei movimenti tra ovest e est. Su tutti, basta ricordare il viaggio a Praga del leader studentesco dell'allora Germania occidentale Rudi Dutschke nell'aprile '68. Dutschke era arrivato con una folta delegazione di studenti della Freie Universitat di Berlino, parlava nelle assemblee di Rosa Luxemburg, della necessità di recuperare il marxismo delle origini, sosteneva che l'analisi marxiana andava rivista alla luce della nascita di nuove classi, in particolare della nuova produttività e della realtà sociale degli intellettuali, sia studenti che ricercatori. Eppure non si capivano, non comunicavano, perché qui gli studenti erano alle prese con la cappa di nebbia del socialismo realizzato. «Forse - dichiara con rammarico Luciano Antonetti - interlocutori di quei messaggi avrebbero dovuto essere proprio intellettuali marxisti come Jan Potocka e Karel Kosik, che invece in quel momento erano alle prese con la protesta studentesca. Se non addirittura lo stesso Dubcek».
Fu un'occasione mancata, ci racconta Petr Uhl, un altro dei protagonisti della Primavera che non perde occasione per ringraziare e salutare il manifesto nato proprio sulla scia dei mancati cambiamenti nei Pc europei e in particolare in quello italiano, che pure aveva preso le distanze dall'invasione del Patto di Varsavia ma poi aveva dimenticato la Primavera. «Voglio ringraziare ancora il manifesto - ci dice -. ho un amico che adesso ha 80 anni, è uno storico, si chiama Milos Hajek, lui nel '68 parlava solo francese e ha imparato poi l'italiano per poter leggere il manifesto, perché voleva studiare e informare i suoi compagni espulsi dal Pc cecoslovacco su quello che scriveva. Furono espulsi in 500 mila dopo l'invasione del Patto di Varsavia. Io non appartenevo a questo gruppo, però ora quasi mi dispiace non averne fatto parte. In prigione questi comunisti espulsi erano le migliori persone che abbia mai incontrato».
Occasioni perse per la sinistra, forse fantasmi. Come le parole che raccogliemmo del dissidente Eduard Goldstucker, il grande biografo di Franz Kafka: «Che spazio c'è per l'utopia in un mondo in cui dopo il '68 e l'89 regna una democrazia il cui unico scopo è quello di essere usata come legittimazione del marcato per saccheggiare la terra?». Perché per Goldstucker esisteva, doveva esistere, un relazione profonda tra la Primavera e la Rivoluzione di velluto e accusava Vaclav Havel che la negava, ricordando sia che «i rivoluzionari si considerano incredibilmente figli di nessuno», sia che l'intervento militare e la repressione avevano portato una dura e lunga normalizzazione ma avevano anche fatto sì che la società si sforzasse di sentirsi libera «a praticare quel diffuso dissenso che ha costruito l'89». Solo la mancata fedeltà a quello spirito profondo portò alla rottura della struttura federale del paese, unica riforma concreta rimasta della Primavera. La Cecoslovacchia venne spaccata in due a tavolino nel 1993, Dubcek, che l'aveva voluta federale, era morto in un incidente stradale mentre correva a Bratislava per scongiurarne la rottura. I leader nazionalisti Meciar e Vaclav Klaus, attuale presidente ceco, inventarono la Slovacchia e la Repubblica ceca, contro l'opinione pubblica cecoslovacca e senza un referendum popolare.
Come adesso per l'installazione del mega-radar parte del sistema antimissile di Bush che, per tacitare le preoccupazioni di Mosca, ha annunciato che «i russi possono far parte delle truppe che controllano il radar». «Così - commenta Petr Uhl - Bush ha trovato il modo migliore di celebrare la Primavera: dopo 40 anni i russi dovrebbero rientrare a Praga per garantire la sua politica di potenza».

(Tommaso Di Francesco)


29 agosto 2008

Negli incidenti ferroviari l'elemento centrale è la manutenzione

 

Alfredo Zallocco è un ingegnere, responsabile da 10 anni del servizio medicina del lavoro presso l'Asl di Prato; prima lavorava nel mitico «privato». Si occupa di igiene e sicurezza e svolge indagini tecniche finalizzate a prevenire gli incidenti.
Quand'è che hai incontrato le Fs?
In un primo momento quando mi sono occupato dell'apertura accidentale di porte, con infortuni mortali di passeggeri e capitreno. Qui a Prato c'è stato il primo processo - con condanna in primo grado di alcuni dirigenti di Trenitalia per omicidio colposo - per le porte che non rimanevano chiuse.
La causa è stata individuata?
Apparentemente, una mancata manutenzione del sistema che doveva bloccare la porta. In seguito mi sono occupato anche del «vigilante» (il «pedale a uomo morto» contestato dai macchinisti, ndr). E abbiamo ottenuto la modifica sulle motrici in transito sulle tratte di nostra competenza.
Cosa avevate stabilito in quel caso?
Che quel sistema era vecchio e violava le norme in termini di stress e fatica del lavoratore, mentre c'erano sistemi diversi, più moderni.
In base alla tua esperienza professionale, quanto incide la manutenzione sugli incidenti?
E' l'elemento centrale negli infortuni mortali praticamente in tutti i settori produttivi. Miete vittime tra i lavoratori che la fanno; per esempio nelle ristrutturazioni edili, tra gli antennisti, sulle linee ferroviarie, o nelle imprese esterne negli impianti siderurgici, come a Taranto. Nel tessile, fino a pochi anni fa, si moriva facendo manutenzione senza fermare le macchine, per non diminuire il profitto; e si rimaneva spesso stritolati. Ma un'alta quota si verifica tra i lavoratori vittime di mancata o non corretta manutenzione, come nel caso della Thyssen Krupp.
Ma uccide anche i passeggeri...
E' un problema generale. Uno può scegliere quale auto usare, e nell'industria automobilistica c'è molta più attenzione per le tecnologie della sicurezza; mentre dove non si può scegliere - come i treni - c'è molta meno attenzione da parte delle aziende. E i lavoratori sono certamente gli ultimi cui si presta attenzione.
Sembra che anche in Fs gli incidenti aumentino. Cosa è cambiato?
Le metodologie di Fs hanno per molti anni garantito a questo paese un livello di sicurezza tra i più alti in Europa. Con la terziarizzazione del lavoro si va a un sempre minor controllo delle procedure da parte delle imprese che prendono gli appalti. Qui il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori diventa fondamentale.
Gli «esternalizzati» conoscono meno l'ambiente di lavoro in cui operano?
Magari lo conoscono perfettamente, ma sono più soggetti al ricatto. Il tempo è denaro, e quando lo si accorcia si rischia di perdere la vita. Dovunque c'è terziarizzazione, il lavoro non è sicuro. Nell'edilizia, il lavoro in nero comporta l'impossibilità di contrastare un datore di lavoro che ti chiede di muoverti in condizioni pericolose.
Nonostante le nuove tecnologie, sembra che in Fs si muoia di più.
Più che i grandi ritrovati tecnologici, c'erano da sempre procedure che nella loro semplicità sfioravano la perfezione. Se si riparava una linea di binari gli operai avevano «avvisatori» a monte e a valle, delegati solo a questo compito. Coi subcontratti può darsi che queste procedure non vengano rispettate appieno. Succede anche coi lavori autostradali, come si è visto di recente. In questi settori si vuole risparmiare soprattutto sul personale.
Quale strada bisognerebbe seguire?
Bisogna dare ascolto ai lavoratori, che sono i veri esperti di come funziona ogni sistema, o ai tecnici che stanno alla macchina. I ferrovieri sono tra i lavoratori più attaccati al loro mestiere e sanno dire chiaro quali sono i problemi. Poi però vanno risolti. Si sta preparando - con i delegati alla sicurezza - un convegno nazionale sui problemi della manutenzione. In quell'occasione dovranno essere i lavoratori a parlare. Loro sanno perché si muore così tanto. Sono loro che hanno usato la macchina e sanno com'è nella realtà.


(Francesco Piccioni)


28 agosto 2008

L'obiettivo di Bush è l'Europa ?

 

Nel marzo di quest'anno, durante la visita a Washington del presidente georgiano Saakashvili, George W. Bush promise che avrebbe fatto di tutto per far entrare subito la Georgia nella Nato. Al vertice Nato di Bucarest (2-4 aprile), Bush ha fortemente premuto in questo senso, non ottenendo però il suo ingresso immediato, perché Germania e Francia si sono opposte, temendo una eccessiva tensione dei rapporti con Mosca.
Gli alleati hanno comunque «accolto favorevolmente le aspirazioni di Georgia e Ucraina a divenire membri dell'Alleanza», dichiarando che già nel prossimo dicembre i due paesi potrebbero entrare nel Map (Membership Action Plan), il programma che prepara l'adesione dei futuri membri. Bush è quindi tornato a Washington con l'impegno degli alleati a far entrare al più presto Georgia e Ucraina nella Nato. Questo, nonostante il chiaro avvertimento di Vladimir Putin, che ha spiegato come la Russia consideri «la formazione di un potente blocco militare ai suoi confini quale una diretta minaccia alla propria sicurezza».
Con l'ingresso di Albania e Croazia, deciso in quello stesso vertice di Bucarest, la Nato si è infatti allargata ulteriormente a est. Il primo allargamento avvenne nel 1999, quando entrarono Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, già membri del Patto di Varsavia; il secondo nel 2004, con l'ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania (già facenti parte dell'Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già membri del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Jugoslavia). Tra breve, oltre a Georgia e Ucraina (già parte dell'Urss), dovrebbe entrare nell'Alleanza anche l'ex-repubblica jugoslava di Macedonia, finora trattenuta sulla soglia dal «no» della Grecia.
La Nato ha «invitato» inoltre Bosnia-Erzegovina e Montenegro (già parte della Jugoslavia) a «un dialogo intensificato con l'Alleanza», fase propedeutica all'adesione vera e propria. Come se non bastasse, al vertice di Bucarest i paesi della Nato hanno approvato il «dispiegamento di installazioni statunitensi di difesa missilistica basate in Europa», attraverso cui gli Usa cercano di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia. Questa ha già annunciato che prenderà delle contromisure, adottando «metodi adeguati e asimmetrici».
Dopo il summit di Bucarest, la collaborazione tra Nato e Georgia si è ulteriormente rafforzata. Il 20 giugno, sette settimane prima dell'attacco georgiano all'Ossezia del sud, il leader georgiano Saakashvili ha visitato il quartier generale della Nato a Bruxelles, dove ha incontrato il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer. Il 23 luglio, due settimane prima dell'attacco all'Ossezia meridionale, due navi da guerra del Nato Maritime Group 2 (gruppo al comando dell'ammiraglio italiano Giovanni Gumiero) visitavano il porto georgiano di Batumi. Nel frattempo iniziava in Georgia la Immediate Response (Risposta immediata) 2008, esercitazione militare con la partecipazione di truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Armenia, durante la quale 1.000 soldati Usa venivano dislocati nella base di Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Contemporaneamente, in Ucraina, si svolgeva l'annuale esercitazione militare Sea Breeze con truppe statunitensi e di altri dieci paesi della Nato.
A questo punto, con l'attacco georgiano all'Ossezia del sud l'8 agosto - che, direttamente o indirettamente, ha avuto luce verde a Washington e Bruxelles - la corda si è rotta. Ma l'intervento della Russia, che la Nato ha accusato di «sproporzionato uso della forza» (dimenticando di aver bombardato la Serbia nel 1999 con 1.100 aerei per due mesi e mezzo), è stato un atto inatteso oppure previsto, se non addirittura voluto?
Ciò che temono a Washington, e cercano di evitare, è un'Europa che, unendosi e acquistando ulteriore forza economica, potrebbe un giorno rendersi indipendente dalla politica statunitense. Ricreare in Europa un clima da guerra fredda è il modo attraverso cui Washington rafforza la leadership e la presenza militare statunitensi nel nostro continente. Tanto a far da scudo in un nuovo confronto con l'Est sono, ancora una volta, gli alleati europei.

(Manlio Dinucci)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. bush usa russia putin georgia ossezia

permalink | inviato da pensatoio il 28/8/2008 alle 22:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 agosto 2008

Ma che diceva la tregua proposta da Sarkozy ?

 

La firma, sull'accordo per mettere fine al conflitto georgiano, c'è. Anzi ce ne sono due, quella apposta dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili venerdi a Tbilisi alla presenza di Condoleeza Rice, e quella siglata dal leader russo Dmitrij Medvedev sulla copia fax inviatagli da Washington dalla stessa Rice, ieri a Sochi. Ma cosa suggellino esattamente, è un piccolo giallo - incerto quanto i tempi del ritiro russo. A sentire Mosca, Medvedev avrebbe siglato un documento diverso da quello accettato da Saakashvili venerdi, dopo 4 ore di colloquio col segretario di Stato Usa. A evidenziarlo è stato ieri il ministro degli esteri russo Lavrov: nel piano firmato dalla Georgia mancherebbe la parte introduttiva, dove è scritto che i principi del documento «sono sostenuti dai presidenti della Russia e della Francia, che invitano le parti a firmare tale documento». Mosca ci teneva molto, anche se poi Medvedev ha finito per dire sì alla versione fax, incoraggiato da Angela Merkel che è andata a trovarlo venerdi sul Mar nero. Il preambolo infatti evidenziava come l'iniziativa di pace fosse frutto anche della diplomazia russa.
Ieri, l'annuncio del sì al piano di pace in 6 punti portato a Mosca giovedi da Sarkozy - i media russi lo chiamano «piano russo-francese» -, è stato accolto con un sospiro di sollievo a occidente. Anche da Washington che lo giudica «un passo che fa ben sperare». Ma non basta a far intravedere la fine della crisi, che al suo nono giorno è sempre più internazionale. Primo quesito: i russi se ne vanno dalla Georgia? Per Mosca, il ritiro «richiederà tempo» (imprecisato), e nelle parole ancora di Lavrov, sarà subordinato a «misure di sicurezza extra» (di che si tratta? non è chiaro), «a causa di problemi causati dai georgiani». la tesi russa è che le proprie truppe siano ancora in giro per la Georgia per garantire la sicurezza dei civili.
Non ci sta Bush, che ieri ha lodato la «giovane democrazia georgiana» e bastonato quella russa: la Russia «deve ritirare le truppe» in modo «rapido». Non parziale, come iniziato ieri in alcune aree e poi stoppato dal generale Novogotsyn con la giusitificazione che i georgiani starebbero ancora operando con «cecchini» e «sabotatori» in Sud Ossezia (mirando tra l'altro al tunnel di Roki, unico collegamento con la Russia); anche a Gori si aspettano cenni da Mosca. Intanto Tbilisi accusava i russi di aver fatto saltare un ponte ferroviario e occupato la città di Khashuri, nodo viario tra la capitale georgiana e il Mar nero. Il comando militare russo con Nogovytsin ieri ha precisato: «i peacekeepers russi non lasceranno mai sudossezia e abkhazia». Per Bush all'opposto, non c'è dubbio che Sud Ossetia e Abkhazia debbano rimanere entro i confini georgiani: «su questo non si discute».
Insomma, quale pace? «Si scordino l'integrità teritoriale georgiana» avvertiva ieri Lavrov. Poco dopo, dall'agenzia France Presse viene fuori una rivelazione che sembra gettare un po' di luce sui temporeggiamenti e i misteriosi movimenti delle truppe russe in terra georgiana. In una lettera inviata a Saakashvili (mostrata ad Afp da un ufficiale), Sarkozy chiarisce che il Punto 5 dell'accordo autorizza le forze di pace russe a effettuare pattugliamenti anche «a qualche chilometro» al di fuori del confine osseto. In territorio georgiano. Escludendo i centri urbani. Le truppe militari federali dovranno ritirarsi invece sulle posizioni del 6 agosto, esattamente come quelle georgiane. Insomma, in attesa dell'arrivo dei peacekeepers internazionali - il cui dispiegamento richiede prima una risoluzione del consiglio di sicurezza Onu - i russi possono «temporaneamente» sconfinare (ma solo con i peacekkepers, almeno in teoria). Il «piano francese» inoltre, non fissa limiti di tempo né di numero per il contingente di pace russo, dice lavrov.
Manovre ad ampio raggio, proprio mentre Varsavia accetta lo scudo Abm degli Usa, e Kiev chiede di essere della partita. Mosca si dice molto preoccupata, ormai con gli Usa la guerra fredda non è più un cliché giornalistico.
Nel frattempo, si pensa alla fisionomia della futura missione di monitoraggio internazionale. Ieri, con una mossa inattesa, il segretario generale dell'Osce, l'organizzazione fino a ieri ritenuta «ostile» da Mosca per il suo lavoro «filo-occidentale» sul territorio ex Urss, ha deciso di inziare il suo viaggio di ricognizione da Vladikavkaz, Nord Ossezia, Russia, per valutare la situazione dei profughi: da Vienna verranno inviati «altri 100 uomini» tra pochi giorni per il mantenimento della pace. E Medvedev si è spinto ad auspicare un maggiore ruolo dell'organizzazione nella soluzione conflitto.
E l'Onu? Ancora fermo, dovrebbe votare una risoluzione per formalizzare il cessate il fuoco nel week end.
Mentre dall'Alto Commissariato per i rifugiati arriva la denuncia: impossibile distribuire gli aiuti umanitari agli oltre 180 mila profughi stimatinella regione, «in preda a un clima di banditismo e illegalità generalizzati».

(Lucia Sgueglia)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Putin Bush Georgia Russia Ossezia Usa

permalink | inviato da pensatoio il 27/8/2008 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 agosto 2008

Sistema pensionistico anglosassone in crisi

 

Sbaglierebbe chi pensasse che solo in Italia e, al più, in qualche altro paese ancora inspiegabilmente arroccato nella difesa e nello sviluppo del welfare pubblico, pensioni e sanità rappresentino un tema sempre caldo. Invero, quasi tutti i paesi sono chiamati a fronteggiare gli effetti dell'invecchiamento, i costi delle passate promesse, le spinte alla privatizzazione e alla riduzione del costo del lavoro. Non fanno eccezione i paesi anglosassoni, a cominciare da Stati Uniti e Regno Unito, che sono alle prese con problemi enormi, che evidenziano tutte le difficoltà e i veri e propri fallimenti del welfare privato cui si affidano prevalentemente. Il caso della sanità statunitense è forse quello più noto: malgrado una spesa complessiva che non ha paragoni in altri paesi (nel 2005 il 15,2% del Pil contro l'8,7% in Italia, secondo i dati Ocse) più di 50 milioni di persone (il 17% della popolazione), risultano prive di assicurazione sanitaria, mentre altre decine di milioni devono fronteggiare coperture sempre più costose e spesso costruite ad arte per abbandonare l'assicurato al proprio destino proprio quando diventa vecchio o malato.
Problemi enormi attanagliano anche il sistema pensionistico. Se il dibattito sulle tendenze della spesa pensionistica pubblica negli Stati Uniti o nel Regno Unito fa sorridere i commentatori nostrani, stante che i problemi sono risolvibili con aggiustamenti minimali ai nostri occhi, questo avviene solo a causa del limitatissimo ruolo che assumono le pensioni pubbliche in quei contesti, dove si suppone che la parte più sostanziosa della pensione arrivi dai fondi privati. E qui nascono i veri problemi: 1) tantissimi lavoratori non sono coperti da fondi privati; 2) i tradizionali fondi a benefici definiti (quelli che danno al lavoratore una certa percentuale del salario per ogni anno di lavoro) stanno chiudendo, quando non fallendo; 3) ai lavoratori vengono offerti solo fondi a contribuzione definita ma spesso non possono permetterseli e sono comunque esposti ai capricci dei mercati, visto che sanno quanto ci mettono, ma quanto otterranno dipenderà dall'andamento dei mercati finanziari.
1) Per quanto riguarda la partecipazione ai fondi pensione, nel Regno Unito, secondo dati ufficiali, nel 2004-2005 il 56% dei lavoratori del settore privato non aveva altre forme di previdenza che quella pubblica. Negli Stati Uniti, i dipendenti membri di un fondo pensione non superano il 50% del totale.
2) Ma anche coloro che ad un fondo pensione sono iscritti non possono dormire sonni tranquilli. Ad essere in crisi sono, in primo luogo, i fondi aziendali a benefici definiti, che offrono al lavoratore una pensione legata al suo salario, da affiancare alla pensione pubblica, di importo minimo e uguale per tutti. Erano tali fondi a dominare lo scenario fino a pochi anni fa, ed erano quelli tipici dell'industria, dei trasporti, del settore pubblico. Il fatto è che benefici definiti significa anche contributi variabili: l'azienda, infatti, regola la contribuzione in base all'andamento dei rendimenti sul patrimonio del fondo pensione in rapporto al valore dei benefici promessi. E qui viene il punto: se i mercati finanziari vanno bene, gli iscritti sono ancora giovani e le regole di calcolo del debito pensionistico flessibili, l'impresa può arrivare a pagare contributi molto bassi, quando non nulli, come avvenuto per buona parte degli anni '80 e '90. Tutto cambia, però, col nuovo secolo: da un lato, riduzione dei tassi di interesse e crisi dei mercati finanziari - da quella del 2001 all'ultima crisi legata ai mutui subprime; dall'altro, crescita dei pensionati e riduzione del numero degli attivi nella grande industria. Il patrimonio dei fondi pensione non può allora più essere considerato in bilancio prevedendo rendimenti annui dell'8,75% (pratica corrente fino a tutto il 2002, anno nel quale il rendimento effettivo fu -8,8%), mentre il debito nei confronti degli iscritti non può più essere eluso, in quanto le pensioni vanno effettivamente pagate.
Emerge così un'enorme sottocapitalizzazione dei fondi pensione. Limitandoci agli Stati Uniti, al 2006 mancherebbero, secondo dati ufficiali, almeno 450 miliardi di dollari per coprire le promesse pensionistiche già fatte (vedi grafico). Non solo: molti fondi pensione iniziano a fallire, complice anche la legge americana, che permette all'impresa di scaricare in tal modo i costi sui lavoratori e sull'assicurazione pubblica che garantisce una parte delle prestazioni: saltano così negli ultimi anni 3.700 fondi pensione, fra i quali quelli di molte linee aeree (United Airlines, US Airways, TWA) e dell'industria pesante (Bethlehem Steel, LTV Steel, National Steel, Weirton Steel, Kaiser Aluminium). La crisi richiederebbe alle imprese di aumentare sostanzialmente i contributi. Ma questo significa aumentare il costo del lavoro e ridurre la competitività. Ne sanno qualcosa Ford e General Motors, le due grandi che hanno finora evitato il fallimento dei propri fondi pensione, sottocapitalizzati nel 2004 rispettivamente per 12,5 e di 10,3 miliardi di dollari, che lamentano costantemente gli elevati oneri che devono fronteggiare per la copertura dei fondi pensionistici e sanitari aziendali.
Se è molto costoso per le imprese chiudere i buchi che emergono, salvo il verificarsi di un nuovo boom azionario che non è però dietro l'angolo, nell'immediato esse possono però congelare i propri fondi, non offrendo più ulteriori benefici previdenziali ai propri lavoratori (soprattutto ai nuovi), ovvero, se proprio qualcosa devono offrire, offrendo solo contributi aggiuntivi a quelli del lavoratore per fondi a contribuzione definita.
Di fatto, il sistema dei fondi a benefici definiti sembra ormai avviato al tramonto: nel Regno Unito nel 2007 il 46% di tali fondi era chiuso a nuovi membri, mentre in un ulteriore 15% anche i membri non potevano più acquisire ulteriori diritti. Negli Usa, i dipendenti in attività iscritti ad un fondo a benefici definiti sono passati dal 35% del totale nel 1980 al 18% nel 2004.
3) Dunque, al lavoratore americano o inglese vengono ormai offerti, al più, fondi pensione a contribuzione definita (gli stessi offerti in Italia), sia a livello aziendale, che di categoria o individuale. Ma, di nuovo, emergono problemi sostanziali. Innanzitutto, le imprese, nel passaggio da fondi a benefici definiti a fondi a contribuzione definita, tendono a ridurre drasticamente i contributi: la Pension Commission inglese valuta che, mentre il tipico contributo nei fondi pensioni a benefici definiti in via di chiusura era del 23% del salario, esso scende al 10% nei fondi a contribuzione definita. In secondo luogo, se nei fondi a contribuzione definita l'impresa, versati i contributi, non ha altri obblighi, chi sopporta interamente il rischio è il lavoratore, la cui pensione dipende dai capricci dei mercati finanziari e che rischia, come molti hanno già sperimentato, in caso di crisi di perdere addirittura buona parte del proprio risparmio pensionistico. Infine, il risparmio nei fondi a contribuzione definita è tipicamente abbastanza «liquido», nel senso che può essere riscattato, anche se con qualche penalità, in caso di bisogno; è quanto sta accadendo in tempo di crisi di mutui a molti americani, il che però significa che solo apparentemente si tratta di risparmio pensionistico.
Insomma, anche in sistemi diversi le sfide del sistema pensionistico sono analoghe. E il caso anglosassone, lungi dal rappresentare un modello funzionale ed efficiente, appare in profonda crisi e indirizzato su una strada (riduzione dei contributi, chiusura dei fondi a benefici definiti, trasferimento dei rischi finanziari sul singolo individuo) dalla quale sembrano destinati a derivare l'impoverimento dei pensionati e l'aumento dell'in-sicurezza sociale.

(Angelo Marano)

L'illuminante articolo di Angelo Marano mostra i motivi per cui nei sistemi europei continentali il complesso di inferiorità che hanno i governanti nei confronti del modello di welfare anglosassone, sia assolutamente fuori luogo.
Tralasciando le evidenti falle della sanità statunitense, anche il sistema pensionistico non se la passa affatto bene. I modelli finanziari di diversificazione del rischio, alla base delle scelte di portafoglio dei fondi pensione, sono ben collaudati e fanno piuttosto bene il loro lavoro, ma hanno per loro stessa natura dei limiti ineliminabili. Con la diversificazione si può infatti eliminare il rischio legato alla volatilità dei singoli titoli, ma non il rischio associato al movimento del mercato finanziario nel suo insieme, il cosiddetto rischio sistemico. Il principio è quello del «mai tutte le uova nello stesso paniere», ma cosa succede se il camion che le trasporta si ribalta? I fondi pensione privati, che garantiscono un reddito a decine di milioni di ex lavoratori e che dovrebbero assicurare una vecchiaia serena a tutti quelli che lavorano oggi, sono per lo più vulnerabili di fronte al rischio sistemico. Tale vulnerabilità potrebbe minare drammaticamente la società tutta, senza la disposizione di un opportuno «paracadute».
Il paracadute nell'europa continentale già esiste: ci pensa lo Stato, così inviso ai neoliberali. Neoliberali che curiosamente sembrano dimenticare di essere nella stessa medesima situazione, grazie alla odiatissima entità statale. Oltreoceano infatti, a Washington, sono ben consci della situazione, e se i fondi pensione sono senza protezione di fronte al crollo del sistema finanziario, nessun problema: il paracadute lo mettono al sistema finanziario, a suon di dollari pubblici. Gli stessi dollari pubblici che pensavano di aver risparmiato lasciando alla «mano invisibile» - che spesso dà degli sganassoni tremendi - la serenità dei pensionati e della società tutta. Fare i conti su chi spenderà di più è cosa ardua, e non immune da distorsioni interessate. Una cosa tuttavia è certa: la bilancia dell'ipocrisia pende da una sola parte.

(Carlo Leone Del Bello)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pensioni previdenza Stato Welfare liberismo

permalink | inviato da pensatoio il 27/8/2008 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


26 agosto 2008

Abbandonato da Dio e dagli uomini

Gianni Alemanno ha detto che i turisti olandesi sono stati imprudenti a pernottare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini. 



Non c'è posto che un fassista non abbia esplorato e riportato sotto l'ala protettrice della Patria...

Ecco, io penso che questa sia una frase sensata da parte di un amico della coppia o da qualunque buon uomo non abbia una carica istituzionale che preveda il controllo del territorio, quello conservato da Dio e pure quello abbandonato. Perchè forse Dio può abbandonare qualche pezzo del comune di Roma, ma la sovranità e l'attività amministrativa e di polizia non sono collant : non prevedono buchi o smagliature se non in casi eccezionali, soprattutto se sulla questione sicurezza proprio Gianni Alemanno ha ridotto i coglioni di tutti gli elettori romani in striscioline sottilissime, evidenziandone la duttilità.
Proprio per questo mi immagino il ritorno dei malcapitati turisti in Olanda, dove un amico dirà loro "Siete stati proprio imprudenti a sostare in quel posto abbandonato da Dio e dagli uomini..e con quel sindaco poi...chi pensate possa proteggere quel pover'uomo ? ".
Ecco, detta così sta proprio bene.


25 agosto 2008

Olimpiadi : alcune considerazioni

Dovendo assistere papà, ho approfittato per vedermi le Olimpiadi. Ecco le mie considerazioni :
1) La questione della Cina mi sembra oziosa : molte sono le nazioni che non rispettano i diritti individuali e il diritto internazionale (compresi gli Usa). Negare le Olimpiadi a tutte quelle che hanno scheletri negli armadi (quando le Olimpiadi dovrebbero essere una sospensione di qualsiasi conflitto e di qualsiasi disputa sul torto e la ragione) escluderebbe dalle Olimpiadi la maggior parte delle nazioni. Paradossalmente le Olimpiadi saranno invece uno strumento forte di cambiamento e di apertura delle idee dei cinesi, almeno di quelli che risiedono nei centri urbani. Da un lato un maggior orgoglio nazionalista, ma dall'altro la curiosità per altri modi di vivere.



2) Mettiamoci la coscienza in pace : il doping non sarà mai sconfitto e la grandezza degli atleti del passato e del presente è legata al doping. Non c'è relazione tra lo sport come è visto in televisione e l'attività sportiva fatta in maniera amatoriale (senza contare che spesso anche quella amatoriale è legata al doping). Quando guardiamo lo sport siamo come quelli che sono incatenati nella caverna di Platone costretti a guardare le immagini riflesse sulle parati della caverna. E' solo illusione e poco più. Questo non vuol dire che non si tratti di atleti che lavorano duramente ed hanno un grande talento. Vuol dire che le loro superlative prestazioni non si concepirebbero senza il doping. Usain Bolt varrebbe ad esempio 10''10 (che è comunque una signora misura) mentre Valery Borzov avrebbe fatto a suo tempo 10"40 (e non 10"14). E questo vale anche per Spitz e Phelps, anche se entrambi hanno una capacità di galleggiamento che l'uomo medio non ha.



3) Fatta questa premessa, la Cina ha sfruttato al meglio il fattore campo, sia nella preparazione tecnico-atletica, sia nelle pressioni ai giudici per quanto riguarda le valutazioni. Si pensi ai tuffi, alla ginnastica, al pugilato (per quanto comunque la loro statura nelle prime due discipline è di assoluto valore, superiore a quella di altre nazioni)



4) Atletica : Giamaica, Kenia ed Etiopia si sono divise la corsa. Usa ed Europa sono stati detronizzati. Bolt ha fatto impressione, ma anche le mezzofondiste keniote (prendono la testa prima dei quattrocento finali e non la lasciano più) e i fondisti etiopi (es. Bekele) che riprendono la tradizione di Yifter e Gebrselassie. La Russia si è difesa bene.




5) Il Nuoto : record mondiali a iosa grazie alle nuove tute. Phelps pigliatutto. Italiane brave, italiani molto meno, ma pretendere che Magnini rimanesse sula cresta dell'onda in una disciplina che vede sempre nuovi talenti era troppo. Mellouli ha rotto un tabù.




6) Arti marziali, lotta , boxe : l'esigenza giusta di attenuare la violenza, ne fa degli sport molto ritualizzati. Lo judo somiglia ad una contrattazione sindacale, il taekwondo sembra il tiro a segno, la lotta libera una partita di scacchi, il pugilato un esercizio di contabilità. Non è un caso che i campioni di boxe tendano a non fare professionismo : il pugilato dilettante è altro sport rispetto a quello professionistico (Cammarelle con i suoi K.O.T. è stato una felice eccezione, ma anche lui rimarrà dilettante) Rimane il rimpianto delle ultime olimpiadi senza casco : Montreal 1976 con i K.O. di Stevenson e di Leon Spinks (che divenne ridicolo da professionista), e i funambolismi di Ray Sugar Leonard e Howard Davis. In questa Olimpiade sono stati eclissati gli Usa e Cuba (che ha molto sofferto complessivamente con solo due medaglie d'oro e un sacco di argenti)


7) Sport di squadra : si sono ben comportati gli Usa (oro basket uomini e donne, volley uomini e argento pallanuoto donne e uomini, volley donne) e anche il Brasile. Italia a picco



8) Sport di valutazione (ginnastica, tuffi, nuoto sincronizzato, scherma). Hanno ovviamente dato luogo a maggiori polemiche. Quella sulla moviola da parte della Vezzali francamente patetica :uno strumento che ti dà più informazioni lo critichi perchè rende le decisioni più complesse ? Quando poi sono gli atleti a chiederne spesso l'uso ?



9) Ciclismo : quello su pista egemonizzato dagli anglosassoni. Cavendish è la punta di lancia di una generazione di pompati alla grande. Chissà se li beccheranno mai o se saranno salvati come il grande Armstrong. Ma, come già detto, nessuno fa eccezione, nemmeno quel fenomeno di Bolt



9) Tra quattro anni a Londra : il sindaco reazionario da poco eletto è una vescica obesa e maleducata (lo avete visto alla chiusura di Pechino ? Sembrava un Fonzie idrocefalo...). E' la nuova Inghilterra : multietnica ma provinciale al tempo stesso. La Thatcher e Blair hanno ucciso
l'understatement


24 agosto 2008

Terroristi alla Casa Bianca

 

Obama                                                     Biden                                        Laden




permalink | inviato da pensatoio il 24/8/2008 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


22 agosto 2008

Anestetica della politica : la deriva di regime di Zhang Jimou

Zhang Jimou è un regista che mi piace molto, soprattutto quando vuole dare un affresco di quel mondo contraddittorio che è la Cina contemporanea (Storia di Qiu Ju, Non uno di meno), ma anche quando rappresenta tale contraddittorietà attingendo alla storia antica più o meno mitizzata (Hero, La Città Proibita). Perciò sono rimasto meravigliato quando ho visto il riassunto della sua intervista ad un quotidiano cinese, riassunto da cui traspare un caso che spesso si è verificato in Europa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quello cioè dell'artista che cerca di proiettare il titanismo e il gigantismo spesso così suggestivi dalla dimensione dell'arte a quella della politica. Jimou sembra pensare che la dinamica sociale virtuosa sia analoga alla coreografia o anche ad un'orchestra sinfonica.
Tale proiezione è spesso falsante e pericolosa, perchè presume che il carattere demiurgico dell'arte possa essere trasferito alla politica, senza contare che l'arte ha a che fare con il possibile ed il soggettivo, mentre la politica ha un ambito più ristretto e al tempo stesso più concreto, legato com'è alla dimensione materiale ed alla intersoggettività. E vale comunque sottolineare che quando l'arte stessa si concretizza nella tecnica e nel lavoro collettivo (come ad es. avviene in un'opera di regia cinematografica) deve rispettare tutte quelle regole che devono presiedere alla gestione dei rapporti intersoggettivi (dunque le tutele del lavoro etc etc)
Operando senza riflessione critica questa proiezione, Zhang diventa come dice Luigi Manconi nel commento a tale intervista riportata, un corifeo di regime ed un apologeta del capitalismo selvaggio di Stato della Cina popolare, regime che consente di manipolare persino grandi masse per raggiungere gli effetti estetici desiderati. Anche Manconi però compie un errore abbastanza usuale ed altrettanto pericoloso e cioè quello di collegare tale infelice intervista alla categoria semplicistica del "dispotismo asiatico", categoria che ha incoraggiato solo a fare confusione ed ha costituito un comodo alibi per chi non volesse studiare le civiltà extraeuropee in dettaglio e nella loro specificità.



La ragazza del boss

In realtà l'atteggiamento di Zhang è proprio di una mentalità che trova alcuni picchi nel capitalismo cinese, ma che in realtà è ben distribuita in tutto il globo mondializzato : quanti registi occidentali non la pensano allo stesso modo circa i diritti sindacali ? Quanto deroghe si concedono ai registi con i loro set, agli scienziati con i loro team, ai medici famosi con le loro equipe, agli architetti con le loro maestranze, ai politici con i loro informali codazzi, ai maestri con i loro apprendisti, alle associazioni con i loro volontari ? Chi andrebbe a fare le pulci a tutti costoro soprattutto in tempi di paura di fuga di cervelli ? E, senza andare tanto lontano, chi crede davvero che nei luoghi di lavoro si rispettino i diritti umani quando spesso andare al cesso in una fabbrica o in una filiale aziendale viene spesso considerata una pericolosa azione sovversiva ?

Scandalizziamoci per Zhang, ma facciamoci anche un esame di coscienza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. diritti cina occidente gong li zhang jimou

permalink | inviato da pensatoio il 22/8/2008 alle 9:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


21 agosto 2008

Tennis da tavolo : le legioni straniere

Per contrastare il dominio cinese nel tennis da tavolo, le altre nazioni hanno dato fondo ognuna al proprio autoctono vivaio di potenziali campioni. 


"Tra poco a Tremonti e Bossi faremo il culo a mandorla..."

Facciamo qualche esempio :
La Polonia ha presentato Qian Li e Jie Xu
L'Austria Weixing Chen, Qiangbing Li e Jia Liu
La Repubblica dominicana Ju Lin, Xue Wu e Lian Qian
L'Italia Wenling Tan Monfardini
La Spagna Yanfei Shen, Zhi Wen He e
Fang Zhu
L'Australia Stephanie Xu Sang, Miao Miao e Jian Fang Lay
Gli Usa Jun Gao e
Chen Wang
Il Lussemburgo Xia Lian Ni
La Francia Li Fang Xian
I Paesi Bassi Jie Li e
Jiao Li
La Turchia Melek Hu e
Chem Zeng
La Croazia
Ruiwu Tan
La Germania Jiaduo Wu
Il Congo Fen Yang
Il Canada Mo Zhang
L'Argentina
Song Liu





sfoglia     luglio   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5  >>   settembre
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom