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31 gennaio 2009

Rossana Rossanda : la promessa di Obama (ovvero il caso Battisti)

Messaggio direttamente a Caio : la locuzione "Il caso Battisti" è dovuta alla promessa che ho fatto ad una ragazza che mi piace molto di mettere proprio oggi un post sul caso Battisti 

La «Lettera provocatoria» (in Passaggio Obama , Ediesse) di Mario Tronti agli amici del Centro riforma dello Stato contro le aspettative messianiche poste in Barack Obama mi sembra indirizzata più al Partito democratico italiano che al nuovo presidente degli Stati uniti. Obama infatti non si presenta per quel che non è, ha giurato sulla Costituzione del suo paese, si propone di riportarlo al prestigio perduto senza guerra e rimettendone in vigore i diritti politici, non si professa né comunista, né socialista, né socialdemocratico - parole che negli Stati uniti non hanno gran senso. E' un democratico americano che una sola cosa promette: di cambiare la linea di politica interna ed estera di George W. Bush. 




La potrà cambiare come e quanto un eletto del Partito democratico la può cambiare, cioè dentro un sistema capitalistico dove il mercato, parole sue, è imbattibile, ed è l'unico che gli Stati uniti conoscono e cui aspirano. E' molto? E' poco? Non è poco. Il capitalismo ha più facce, nessuna amabile, ma da diversi anni, come scrive Paul Krugman, ne presenta una delle peggiori. Che non è nata con Bush, si è affermata con Reagan. L'asse ne è stato un liberismo selvaggio, già fallito quando lo predicava von Hajek, ma ripredicato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys, seguiti con entusiasmo dal Fondo monetario internazionale, dalle Banche centrali nonché dai trattati della nuova Europa. Lo aveva inaugurato Thatcher nel 1974, con la disfatta dei laburisti, e il crollo dei «socialismi reali» nel 1989 ha indotto ad aderirvi, confusi e pentiti, i partiti che ancora si chiamavano comunisti. E con questo è andato a pezzi quel che restava del «capitalismo benevolo» di marca rooseveltiana e più tardi keynesiana. L'arretramento delle condizioni di vita e della coscienza di sé da parte delle classi subalterne è stato grande, il salto tecnologico che poteva liberarle le ha schiacciate e precarizzate, le loro rappresentanze si sono indebolite e quel che in Europa si intendeva per democrazia - non solo votare ogni quattro o cinque anni ma contrattare salari e essere titolari di diritti di un'altra idea di società si è andato spappolando. Se nel secondo dopoguerra gli stati dell'occidente europeo avevano cercato di gestire il conflitto fra le classi, dalla metà dei '70 in poi, e precipitosamente con l'89, ne hanno disconosciuto fin l'esistenza. Produrre, come ebbe a dire perfino Berlinguer, diventava un valore in sé. Su questo Bush ha poi innestato la «guerra infinita», appoggiandone la gestione interna sul Patriot Act (del quale, detto per inciso, soltanto il manifesto si è accorto subito). Anche l'Unione europea si è fatta su questa filosofia, e quando Bush ha messo sotto i piedi i bei principi dei quali essa ammantava i vincoli di stabilità, concorrenza e competitività, si è dichiarata tutta americana (Francia esclusa). Quel che è accaduto, facilitando il successo di Obama, è che teoria e pratica liberista hanno deragliato con fracassso. Non sono state le sinistre, la classe operaia o le moltitudini a sbalzarle dai binari, ma l'ipertrofia della finanza - perdipiù virtuale quella su cui si è potuto puntare a profitti impensabili negli investimenti produttivi di beni materiali o immateriali. E' cresciuta la speculazione, il denaro diventava merce in grado di moltiplicarsi sul nulla, su crediti inesigibili, sui titoli «tossici» che banche e assicurazioni, dopo aver succhiato al di là di ogni limite i consumatori, si sono rimpallate per anni, prima di dover dichiarare di colpo, nel 2008, una bancarotta di dimensioni inimmaginabili. Ora gli stati attingono ai fondi pubblici, che saranno pagati dai contribuenti, per salvare le banche. Le grandi imprese, a partire dall'automobile, cui vengono meno i consumatori, ne chiedono anch'essi l'aiuto. Quello che pareva una bestemmia, dall'oggi al domani è diventato benefico e sollecitato dalla schiera degli economisti già liberisti. Soprattutto se dato gratis, senza contropartita, salvo nel Regno unito e forse negli Usa. Se a questo crollo della finanza, cui seguono a decine di migliaia, fra poco milioni di licenziamenti e una disoccupazione crescente, Obama riuscirà a metter un freno e ristabilire dei controlli, sarà un bene. Non è detto che ci riesca, ma certo non sono in grado di farvi fronte la classe operaia o le masse, senza più né una memoria né un'organizzazione che non vacilli. Anche se Obama riuscirà a mettere fine alla guerra sarà un bene, e non è detto che ci riesca per l'odio seminato nel Medio Oriente e l'ingiustizia assoluta mantenuta da quarant'anni nel conflitto fra Israele e i palestinesi. Per duro che sia riconoscerlo, c'è una dipendenza dalla potenza militare e ancora economica degli Stati Uniti, e un loro anche parziale mutamento di rotta riapre certi margini. Vorrà tentarlo, Barack Hussein Obama? Riuscirà? Tronti ne dubita e in ogni caso non gli basta. Nel dubitare esagera. Quella cui Obama ha dato voce è una rivoluzione simbolica, la sola che pare possibile ai nostri tempi anche a molti suoi interlocutori del Crs e le rivoluzioni simboliche sono comunque meno difficili di quelle che investono alle radici gli assetti di proprietà e di potere, cui peraltro sono necessarie. Quegli Usa che ora hanno intronizzato Obama avevano votato a piene mani il secondo mandato di Bush, a orrori e menzogne della sua guerra già noti. E' stato necessario che qualcuno svegliasse quel circa 16 per cento di cittadini in più dal sonno astensionista, forse l'eccesso dei morti d'una guerra troppo «infinita», certo un candidato più forte di quanto era stato Kerry e sarebbe stata la sola Hillary. Le prime mosse di Obama hanno confermato, nella chiusura immediata di Guantanamo, di fatto del Patriot Act, e nel mettere il negoziato al di sopra e prima della guerra, che non è un nero sbianchettato. Lo dice anche la chiamiamola così - prudenza dell'Europa e lo spiazzamento non solo di Berlusconi - ha ragione Dominijanni - ma di Sarkozy, per non dire dell'inquietudine di Israele, affrettatasi a lanciare e chiudere la razzia su Gaza finché erano ancora in carica Bush e i suoi. Altro è dire che il passaggio a un capitalismo meno guerrafondaio, più somigliante al «compromesso socialdemocratico», non basta: non basta a Tronti e neanche a me. Ma non è al presidente degli Stati uniti che affiderei una rivoluzione. A me Obama preme perché il suo effetto nella smorta Europa sarà forse di riaggregare le forze di quel vecchio e nuovo proletariato che oggi è preso alla gola ed appare schiacciato. Diversamente da Tronti, io non credo che il massimo di incertezza, sfruttamento e oppressione alimenti di più, se mai l'ha alimentata, una coscienza rivoluzionaria. Al più delle rivolte, che per gli stati sono un problema di ordine pubblico. Né i movimenti sono in grado di sostituire una forza organizzata e capace di egemonia. Essa mi sembra tutta da ricostruire. Come Tronti e, aggiungerei, Rita Di Leo, sono una novecentesca spero non del tutto impagliata: è una definizione che non si vuole affatto scortese di uno degli interlocutori, Mattia Diletti, della «Lettera provocatoria». E' che fra di noi c'è un lessico comune, cambiato nei più giovani. Un paesaggio dice cose diverse se guardato da un geologo, un agronomo, un possidente, un contadino, un pittore. In questi trent'anni gli sguardi sono cambiati più del paesaggio. Non sarebbe grave se non si affrettassero ad escludersi, anzi. Fra Mario Tronti e me, divisi sulla natura dell'agente di un mutamento di fondo dei rapporti sociali, è comune l'attenzione ai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, come ordinatori non unici ma primi di una società. Per i più giovani non è così. Ma di questo varrebbe la pena di discutere.


30 gennaio 2009

Adriano Ascoli : a Gaza non è genocidio ma guerra imperialista

 Mi permetto di dissentire su certi paragoni molto in voga in questi giorni, semplificazioni secondo cui Israele è uguale al nazismo. Non perché voglia scusare in alcun modo i crimini di guerra e la guerra terroristica condotta dalle forze militari israeliane e dai loro comandi politico-militari contro una intera popolazione rinchiusa dentro un gigantesco ghetto, ma perché il paragone mi pare totalmente inadeguato. A meno di non voler equiparare al nazismo pure le altre guerre imperialiste condotte in questi anni nel mondo ed alle quali ha partecipato in modo significaivo pure il nostro paese.



Vorrei ricordare il totale silenzio per la carneficiana di civili colpiti in una sola notte, la scorsa estate, dalle forze georgiane alleate dell'occidente (e sostenute dall'apparato militare e satellitare Usa e israeliano) contro la popolazione osseta (duemila morti in una sola notte, e non una sola parola di condanna qui da noi, se non per la comprensibile reazione russa); vorrei ricordare la guerra di aggressione in Jugoslavia nel 1999 di cui il nostro paese fu tra i principali responsabili, senza che allora si levasse una opposizione di massa significativa, e anzi con la propaganda della missione arcobaleno e della guerra umanitaria vi fu un forte sostegno di massa. La guerra del '99 è culminata con l'occupazione militare del Kosovo, dove continuano a stazionare le nostre forze occupanti e dove centinaia di migliaia di persone sono in fuga da anni. Quelli sono i nostri territori occupati, ma spesso ce lo dimentichiamo pure noi. E potremmo andare avanti con gli esempi: Iraq, Afghanistan e via di seguito. Dunque: siamo nazisti pure noi?
Vorrei ricordare che in un quadro di grande debolezza e di isolamento c'è chi nel popolo di Israele rifuta di partecipare a quella guerra, sfidando le leggi e la disciplina militare di quello Stato, cosa mai successa qui da noi, Ricordo infine la posizione espessa dal Partito Comunista di Israele che chiede una mobilitazione all'estero e plaude al ritiro dell'ambasciatore venezuelano operato da Chavez, come un esempio da seguire per isolare politicamente e diplomaticamente la guerra di Israele contro la popolazione palestinese (ma i giornali italiani e pure le aree critiche spesso non si accorgono di queste posizioni).
Si potrà sostenere che in Israele le posizioni critiche sono esigue, marginali, che alle elezioni vincono le componenti più scioviniste... vorrei ricordare che ci governa Berlusconi, che il centro sinistra operò una politica non meno imperialista e guerrafondaia e fu artefice della prima guerra di aggressione condotta dal nostro Paese contro un Paese vicino. In fondo sulla politica estera e militare la posizione del centro sinistra pare distinta, in parte, solo riguardo al Medio Oriente (vedi interposizione in Libano, vedi posizione di D'Alema), dove forse sono in ballo interessi nazionali diversificati. Tra questi l'ipotesi, che sarebbe da approfondire, della presenza di importanti riserve di gas nel mare di Gaza, cosa che potrebbe gettare una luce differente pure sugli eventi di questi giorni, sulla deriva degli ultimi anni e sul risultato di tutto questo per la causa palestinese e della pace tra i popoli della regione. Una guerra insomma che si rivelerebbe ben più fedele alla classica guerra imperialista e di conquista che non ad altri aspetti peculiari del repertorio ideologico sionista, o del suo strumentale e speculare utilizzo.
Penso che nei prossimi mesi ci sarà molto da riflettere su quanto sta avvenendo, e sulle prospettive possibili per il futuro.


29 gennaio 2009

Marco del Toso :il federalismo fiscale è un attacco alla Costituzione

 Caro Direttore,
il federalismo fiscale presuppone un patto fra diversi,uno sviluppo diseguale fra i diversi territori. Sotto il profilo teorico si fonda, infatti, sull'autosufficienza delle risorse e, quindi, intorno ad una concezione egoistica della redistribuzione economica e sociale delle risorse. La ricchezza, secondo questa concezione, deve rimanere anche dal punto di vista della spesa sociale nel territorio dove essa viene prodotta; anche per questa ragione il Prc si oppose nel 2001 alla modifica del titolo quinto della Costituzione che ha introdotto con l'art.119 tale principio.
La legge delega sul federalismo fiscale approvata dalla maggioranza di centro-destra al Senato conl'astensione del Partito Democratico e dell'IDV potrebbe costituire l'anticamera,quando verranno approvati i decreti attuativi,della distruzione dei servizio sociali e della loro omogeneità su tutto il territorio nazionale. La delega che conferisce al Governo il potere di istituire nuove imposte (siano esse comunali, provinciali, regionali) svuota il Parlamento dei tradizionali poteri impositivi. Inoltre non sono chiari i costi (economici e sociali) di questo nuovo federalismo che solo nelle intenzioni del novello legislatore dovrebbe garantire la riduzione della pressione fiscale.


Una dedica a tutti gli italiani...

E ancora: la Corte Costituzionale oltre a sollecitare la definizione delle materie di competernza esclusiva dello Stato e di quelle concorrenti delle regioni aveva imposto la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni "concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale" e nella legge delega non vi é traccia di questo passaggio. Si configura un neo centralismo regionale in luogo di quello Statale forriero di sprechi e nuovi clientelismi. Il federalismo fiscale, sembra questione astratta ma non lo è. Opponiamoci con forza, in nome dei valori di solidarietà, politica ed economica che la repubblica riconosce e garantisce. (art.2 della Carta Costituzionale).


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29 gennaio 2009

Attivissimo Gnègnè : alla ricerca di bufale

Prima di tutto una preghiera : Cara Cloro, cara Lameduck, la volete smettere ?
Gnègnè voleva parlare del socialismo di Nyerere e voi, sempre per le vostre sciocchezze lo costringete sempre ad occuparsi di voi. Eppure lui non sarebbe proprio il tipo da stare a fare le pulci agli altri. Mica è il tipo da dire "Tu dici cazzate..." a destra e manca, nooooooo...
A lui basterebbe un buon libro sull'amaca, ma voi purtroppo passate il segno e lo costringete a bacchettarvi. Vi sembra bello ? Così lo oberate di lavoro.
Pensate, lui fino a poco tempo fa della questione di Gaza non aveva parlato. E mo' per colpa vostra vi ci è costretto (vi ci...).
In primo luogo finitela di parlare di complotti. Lo sapete che Umberto Eco ha scritto un romanzo di non so quante pagine per evidenziare che i complottisti dicono stronzate ? E lo sapete che nientepocodimenoche Bernard Henri Lèvy ha definito il complottismo una teoria magica ? Uno che difende Israele quando bombarda Hamas, ma attacca la Russia quando bombardano i ceceni ?
Lo sapete che utilizzando la categoria del complotto voi rifiutate la spiegazione più immediata ed economica ? Prendiamo ad es. Bush, perchè mai ha invaso l'Iraq ? Semplice, era stato male informato e credeva che l'Iraq avesse armi di distruzione di massa. Una spiegazione economica che non fa perdere tempo alla gente. L'imperialismo, il complesso militare-industriale  ? Bubbole !
Ma solo un situazionista smidollato può aver parlato di complesso militar-industriale...(ah, è stato Eisenhower...? Siete sicuri ?) E poi si possono fare guerre per lucrare sulla ricostruzione ? Siete delle nevrotiche ! Gli industriali magari auspicano delle guerre, ma fare pressioni su di un governo poi...è fantascienza !



Stai allegro bambino...i conti tornano !!!

Lo sapete che il New York Times farebbe uno scoop e guadagnerebbe miliardi se dimostrasse che Israele non rispetta la tregua ? E questa è una garanzia....peccato che da qualche secolo il giornale sia di proprietà di una famiglia che forse qualche problema ad accusare  Israele lo avrebbe...
(
almeno a leggere un israeliano rinnegato e inquietante), ma perchè voi ragazze vi ostinate ad acquistare Arrigoni a scatola chiusa ? Forse perchè ci sono state violazioni della tregua ? Forse perchè i soldati israeliani hanno sparato ancora ? O perchè sono state utilizzate solo armi al fosforo  o all'uranio impoverito  o bombe Dime ?
E che sarà....
Ma lo sapete che la guerra è guerra ? E, siccome la guerra è guerra, ed è normalmente sproporzionata, non ci state a rompere le scatole con i mille morti di Gaza...Anzi voi luridi palestinesi siete fortunati a morire a centinaia senza poter opporre resistenza, altrimenti...sarebbe stata una strage !
Infatti, come affermano anche Pico De Paperis, il Prof. Aristogitone e altri brillanti docenti (tutti dei paesi con una schiacciante superiorità militare...ma sarà un caso), tale sproporzione e la schiacciante messa in moto di essa non hanno altro scopo che la dissuasione e la prevenzione.
Vogliamo evitare una sanguinosa guerra sul suolo giapponese ?
Buttiamo due bombe atomiche sul Giappone. Due, mi raccomando, non una. Dovessero i Giapponesi pensare che ne abbiamo solo una ?
Ma voi blogger, che volete capire ? Vedete, io, Gnègnè, il Prof. Mankiw, Gary Becker, il Nobel Paul Krugman sono anni che stiamo a fare di questi conti e venite voi tome tome, cacchie cacchie a dirci che non è giusto ?
Perciò, memori del fatto che i mille morti di Gaza sono stati il frutto di una reazione lecita (Richard Falk come tutti sanno è un incompetente) al lancio di razzi Qassam (che domani potranno essere più precisi e sono lanciati già da ora con intenzione di uccidere e dunque passibili di un bombardamento di 20 e più giorni), ritenetevi già assolte quando, alla vista di certe argomentazioni che sono ciniche per amore di verità, voi risponderete alzando il culo per metà dalla sedia e lanciando un bello scorreggione. Questo sarà forse un'arma impropria, ma il diritto internazionale la ritiene un appropriato strumento di autodifesa da certa contabilità morale del cazzo.
Andate, e non lo fate più.




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28 gennaio 2009

Carlo Magi : europee, verso l'inciucio Pd/Pdl. Sbarramento al 4% e sistema misto

 

Alle elezioni europee si andrà con uno sbarramento del 4%. Non è un annuncio ufficiale, non è una decisione raggiunta ma è sicuramente qualcosa di più di una possibilità. Perché ieri un vertice fra Pd e Pdl ha avvicinato molto le parti su questa posizione, perché sono giorni che i due partiti maggiori "inciuciano" sui temi di stretta attualità (federalismo, giustizia e Commissione di vigilanza Rai), perché sotto sotto il sogno di bipolarismo perfetto non è stato del tutto esaurito dalle scorse elezioni politiche.


Che fai, pensi ? Non è da te....

Solo due settimane fa il dibattito sulla riforma elettorale era tornato d'attualità e i nodi da sciogliere erano i soliti noti: lo sbarramento e soprattutto le preferenze. Sul primo versante il Pd ha da sempre caldeggiato il 3%, il Pdl il 5%. In medio stat virtus e il 4% metterebbe d'accordo tutti, Lega e Udc comprese. Chi rimane col cerino in mano? I cosiddetti piccoli, ossia tutti i partiti, a destra e sinistra, che con lo sbarramento hanno già dovuto fare i conti nel parlamento italiano. E infatti ieri non hanno fatto mancare alcuna voce nel coro di protesta che si è alzato un secondo dopo il lancio dell' Ansa che ipotizzava il "grande accordo". Da Paolo Ferrero, segretario del Prc, che attaccava frontalmente il Pd («Per un tale atteggiamento da parte del Pd di Walter Veltroni non ci sarebbe altra spiegazione se non relativa all'intenzione di colpire a morte le sinistre») a Francesco Storace che parlava di «norma canaglia che attenta alla democrazia», il fronte del "no" allo sbarramento si è schierato compatto. Prc, Sd, Socialisti, Verdi, Pdci (che con il presidente Diliberto sono tornati a chiedere a Ferrero l'unità dei comunisti) in trincea, sperando magari di trovare sponda in quella parte del Pd (D'Alema e Rutelli) che invece è contraria a intervenire sulle regole del gioco a gioco quasi iniziato. Certo è che se il 4% fosse confermato si riaprirebbero tutte le opzioni possibili per quanto riguarda le alleanze elettorali. Una carta che le sinistre hanno intenzione di giocare è quella delle giunte locali. Essendo quello del 6 e 7 giugno un election day che unirà europee e amministrative, se venisse cambiata la legge elettorale si andrebbero a ridiscutere anche le partecipazioni nei Comuni e nelle Regioni dove il Pd governa con quella che una volta era l'Unione.
C'è poi la questione delle preferenze che invece divide soprattutto Pd e Pdl (oltre all'Udc). L'idea di Berlusconi, ricalcando il "porcellum" nazionale è quella di andare con liste bloccate, ossia esclusivamente con candidati indicati dai partiti. Un'idea che non convince An né tantomeno il Pd che invece vorrebbe un sistema di preferenza, così come l'Udc. La forma su cui si starebbe ragionando è quella usata per eleggere i delegati del congresso Pdl: possibilità di liste bloccate ma anche preferenze, che sarebbero valide solo se maggiori rispetto alle schede con i candidati proposti dai partiti. Insomma, una bella matassa da sbrogliare nel più breve tempo possibile.


28 gennaio 2009

Perchè una sintesi è neoclassica ?

Sul blog di Gnègnè c'è un' interessante recensione da parte del Dark Lord del blog e cioè la studiosa di economia e urbanistica Francesca Laclaire. Tale recensione si occupa della dispensa universitaria di cui è autore Emiliano Brancaccio e cioè l'Anti-Blanchard. Proverò a fare delle osservazioni sulla prima parte della recensione, che tratta in particolare delle categorie usate da Brancaccio per classificare il pensiero di Blanchard . Laclaire dice :
1) Qui conviene fare un po' d'ordine, più che altro mentale (cioè al solo scopo di capire meglio il modello conflittualistico di Brancaccio e quel che dirò fra un momento). Per prima cosa per 'neoclassica' si dovrebbe intendere la
sintesi neoclassica dell'economia Keynesiana e dei modelli di equilibrio (in particolare micro-economici) che è in opposizione all'economia classica. Perché mai si 'dovrebbe' intendere la sintesi neoclassica? Perchè la 'teoria neoclassica' punto e basta NON contiene e neanche sospetta l'idea di macro-economia o di curve AD-AS, di cui parleremo fra un attimo. Una interpretazione 'neoclassica'-punto-e-basta del modello AD-AS, e non si sa perché il 'modello dominante' sarebbe questa interpretazione, è un po' come l'interpretazione classica della meccanica quantistica, che non verrebbe mai in mente alla fisica 'dominante'.
2) 
Inoltre se si critica il 'modello dominante', allora questo è proprio la sintesi neoclassica. Propongo dunque che nel seguito, laddove si dice 'neoclassico' nel saggio di Brancaccio (e non mi spiego perché non dica semplicemente 'dominante', tranne che nel subtitolo) e in questo post, si intenda 'sintesi neoclassica'. Se questo è accettato, allora nella crisi degli anni Trenta gli economisti neoclassici non esistevano neanche, l'idea che bastasse ridurre i salari per ricondurre alla piena occupazione era l'ipotesi classica, smontata da Keynes nel primo capitolo della General Theory, e non è affatto nella sintesi neoclassica, la quale sintesi neoclassica, in accordo con Keynes,  afferma al contrario che il sistema macroeconomico può benissimo essere in un equilibrio stabile corrispondente alla sottoutilizzazione di risorse e soprattutto di occupazione.
3) Le prime due affermazioni, dunque “una riduzione dei salari riconduce alla piena occupazione” e “non occorre una politica espansiva per uscire da quel tipo di crisi” NON appartengono alla sintesi neoclassica. Questo pasticcio di nomi ed etichette, completamente inutile perché bastava come ho detto parlare di 'modello dominante', è un grave problema perché, forse per criticare nel modello dominante una affermazione che questo modello dominante NON fa, cioè forse nel preoccuparsi troppo di dare un nome 'inviso' al modello dominante chiamandolo neoclassico e finendo per attribuirgli le affermazioni associate a quel nome, invece di quelle associate a quel che FA, il critico commette quello che a me pare un grave errore di base (e non credo che sia casuale perché si ripete più avanti, come vedremo).



Le mie osservazioni sono le seguenti :
1) Cos'è la teoria classica a cui sarebbe in contrapposizione la sintesi neoclassica ? Laclaire non lo precisa. Io seguo questa distinzione: chiameremo classici gli economisti come Smith e Ricardo, mentre sono neoclassici economisti come Jevons, Walras e Marshall. La sintesi neoclassica ha come bersaglio polemico Smith e Ricardo? Sembrerebbe di no. Ha come bersaglio polemico Marshall ? Questo è forse oggetto di discussione.
Esiste una teoria neoclassica e basta ? Sarebbe forse meglio chiamarla marginalista, dal momento che da quello che posso desumere dalla scarno materiale a mia disposizione, quello neoclassico non è più una teoria, ma un vero e proprio paradigma. Del resto lo stesso link usato da Laclaire recita : " Today it is usually used to refer to
mainstream economics, although it has also been used as an umbrella term encompassing a number of mainly defunct schools of thought,[6] notably excluding institutional economics, various historical schools of economics, and Marxian economics, in addition to various other heterodox approaches to economics." Dunque sembra essere lecito usare il termine "paradigma neoclassico" come un termine con un contenuto semantico piuttosto ampio (ed è quello che fa Brancaccio). Dunque il fatto che la teoria marginalista non c'entri molto con la macroeconomia non implica che il paradigma neoclassico non sia collegato con quest'ultima, nè che non esistessero economisti neoclassici negli anni Trenta etc etc.
2) Vedere la sintesi neoclassica come una critica del modello dominante (si intende in questo caso la teoria marginalista ?) è, non un'opera di ordine mentale, ma un tentativo di interpretazione molto orientato. A quello che mi risulta, la sintesi neoclassica è stata considerata dai cosiddetti post-keynesiani come un travisamento delle idee di Keynes e del resto gli autori di quella sintesi  non ritenevano necessario l'abbandono delle ipotesi e della visione neoclassica per accogliere il pensiero di Keynes e negavano che il keynesismo fosse fondato su di un paradigma alternativo a quello marshalliano. Dunque la sintesi neoclassica se si accettasse ciò che è stato ora detto sarebbe una critica parziale e del tutto interna al paradigma neoclassico stesso.
3) Dire che l'idea che bastasse ridurre i salari per ottenere la piena occupazione non appartiene alla sintesi neoclassica è anch'esso un tentativo orientato di interpretazione, dal momento che se è vero che Blanchard ad es. ammette che sia opportuna una politica monetaria espansiva, tuttavia, dice Brancaccio : "Il modello AS-AD di Blanchard consente in primo luogo di dimostrare la tipica tesi liberista secondo cui il sistema capitalistico, fondato sul libero operare delle sole forze del mercato, è nella sostanza autosufficiente. Il modello mostra cioè che se anche dovesse verificarsi una crisi economica, l’economia di mercato potrebbe uscirne in modo spontaneo, senza cioè ricorrere necessariamente a una politica di espansione della moneta o della spesa pubblica. Il sistema è in grado infatti di tornare autonomamente al suo equilibrio “naturale”, dal quale la crisi lo aveva temporaneamente allontanato." anche se comunque "E’ bene tuttavia chiarire che Blanchard non condivide una interpretazione così estrema del modello AS-AD. Egli infatti non si spinge al punto di dichiarare che in caso di crisi le autorità politica dovrebbero restare a guardare. Il meccanismo spontaneo insito nel suo modello si basa infatti comunque sulla disponibilità dei lavoratori a ridurre i salari monetari, un fenomeno che dipende da vari fattori di ordine sindacale e politico e che non può certo darsi per scontato. Inoltre, Blanchard ha ben presente che il percorso di rientro verso l’equilibrio naturale tramite i soli meccanismi spontanei della riduzione dei salari e dei prezzi potrebbe rivelarsi molto lungo e tortuoso (magari a causa del fatto che i sindacati potrebbero fare resistenza contro la riduzione dei salari monetari). Egli non ha dimenticato la lezione della grande crisi del 1929, durante la quale proprio la tardiva risposta delle autorità e la pretesa di affidarsi ai soli meccanismi del mercato diedero luogo a una gravissima e prolungata depressione economica.  Ecco perché Blanchard considera l’aggiustamento spontaneo un mero caso di scuola. Nella pratica, se ci si trova in una situazione di crisi descritta dal punto A, egli invita comunque le autorità ad intervenire, in modo da accelerare la convergenza all’equilibrio naturale. In particolare, la sua proposta è che la banca centrale effettui una politica monetaria espansiva". Brancaccio dunque non è affatto inconsapevole della peculiarità della sintesi neoclassica, solo che questa peculiarità non è sufficiente per dire che essa non rientri nel paradigma neoclassico. Il fatto che sia possibile esemplificare un caso di scuola puramente liberista la dice lunga, a mio parere, sulla reale appartenenza degli esponenti della sintesi neoclassica. E del resto qui a pag. 345 viene detto "La disoccupazione tornò così ad essere, nel modello della sintesi neoclassica, un evento eccezionale causato dalla rigidità dei salari o dalla scarsa sensibilità degli investimenti al saggio di interesse... La tesi neoclassica sulla tendenza spontanea dell'equilibrio dei mercati concorrenziali finì con l'essere confermata anche adottando il metodo macroeconomico di Keynes" e qui a pag. 353, parlando di Leijohnfvud si dice : "Nell'approccio della sintesi neoclassica egli ritenne che non si era giunti ad una sintesi come mediazione di due teorie che avevano origini comuni, ma ad un utilizzo arbitrario del linguaggio keynesiano adattato ad una struttura teorica che rimaneva, fin dalle radici, neoclassica". 
Concludendo si potrebbe dire che le teorie del paradigma neoclassico precedenti alla sintesi neoclassica ritenevano necessario e sufficiente abbassare i salari per ottenere la piena occupazione, mentre secondo la sintesi neoclassica per l'equilibrio di piena occupazione è necessario in molti casi abbassare i salari, ma potrebbe essere non sufficiente. Proprio del paradigma neoclassico è dunque la necessità di abbassare i salari per ottenere la piena occupazione, anche se nel caso della sintesi neoclassica c'è obtorto collo una maggiore tolleranza delle lotte dei lavoratori che intendano mantenere una certa rigidità salariale ed un maggiore uso della leva monetaria e/o fiscale : probabilmente pannicelli caldi per la crisi in atto.


27 gennaio 2009

Loris Campetti : colpo basso alla democrazia

 

Sempre più spesso capita che gli anziani si presentino alla cassa del supermercato con la mitica social card per scoprire, con un sentimento più di vergogna che di rabbia, che è vuota. E provate a chiedere a un operaio di terzo livello di Mirafiori in cassa integrazione come fa ad arrivare a fine mese. Al figlio, precario e licenziato, meglio non chiederglielo. Domandate poi a un artigiano come vanno i suoi rapporti con le banche e sentirete che risposta. Il paese reale sta precipitando in una crisi senza precedenti. E cosa fanno il governo, Marcegaglia, Bonanni, Angeletti? Loro, a differenza dei pensionati presi per i fondelli con la promessa di una mancia poi negata, non si vergognano. Anzi, siglano un accordo senza e contro la Cgil che è il sindacato più rappresentativo, dunque contro milioni di lavoratori. Un accordo che peggiora ulteriormente i salari, riducendone il potere d'acquisto. E il prossimo passo annunciato dalla stessa compagnia di giro è l'ennesimo attacco ai pensionati. Quelli umiliati e costretti a vergognarsi al supermercato da chi non prova vergogna.
Ha ragione l'incontenibile ministro Maurizio Sacconi: l'accordo di giovedì scorso che sancisce la morte del sistema contrattuale nato nel 1993 ha un carattere storico. Storico, perché le regole generali che hanno un valore erga omnes non sono condivise ma imposte. Storico, perché redistribuisce la ricchezza nazionale dai salari ai profitti e alle rendite. Storico, perché viene siglato dentro una crisi che travolge il paese reale e presenta ai più deboli il conto delle sciagurate scelte economiche, finanziarie e politiche dei più forti.



Le nuove regole si traducono in poche voci fondamentali: i contratti nazionali perdono di valore così come i salari, e come le categorie sindacali perché tutto passa in mano alle confederazioni; è il trionfo degli enti bilaterali, già oggi un cancro della democrazia nel lavoro, etichettabile sotto la voce consociativismo; si rimanda l'ipotetico recupero salariale ai contratti di secondo livello, quelli a cui solo una minoranza di lavoratori ha accesso. Avranno almeno la decenza di sottoporre le nuove regole al giudizio vincolante dei diretti interessati, i lavoratori dipendenti?
La Cgil non ha cercato la rottura, come recita la vulgata tifosa di politici e media. Al contrario, il segretario generale Guglielmo Epifani ha cercato in ogni modo di evitare uno scontro così duro dentro una crisi economica e sociale epocale. Il fatto è che i padroni e il governo, con qualche nostalgia per gli anni Cinquanta, volevano espellere dal gioco la Cgil sapendo che oggi, a differenza di sessant'anni fa, non solo non c'è il Partito comunista ma neanche si intravede un'opposizione di sinistra. Il lavoro non ha rappresentanza politica, e neanche una sponda. Il Partito democratico che sognava l'unificazione di Cgil, Cisl e Uil, oggi si divide più di quanto lo sia già sull'accordo separato.
A un attacco storico di questa portata si può rispondere solo con una straordinaria mobilitazione democratica. Pur conoscendo le difficoltà economiche e sociali in cui vivono i lavoratori, la Fiom e la Funzione pubblica Cgil hanno indetto uno sciopero generale per il 13 febbraio che si concluderà con una manifestazione unitaria a Roma. E' il primo appuntamento da segnare in agenda, per chiunque abbia a cuore la democrazia. Altri dovranno seguire. Non lasciamo sola la Cgil.


27 gennaio 2009

Giada Valdannini : Zigeunerlager, il campo dei rom

 La furia nazista non risparmiò neppure loro. Sono oltre 500mila i rom uccisi nei campi di sterminio. Ancor prima che Auschwitz venisse liberato, l'eccidio dei figli del vento era già compiuto. La notte del 31 luglio 1944 si conclude lo sterminio della comunità romanì e all'alba del nuovo giorno, non un solo rom viene trovato vivo nello Zigeunerlager, l'area deputata al loro massacro.
Un genocidio pianificato, su cui il silenzio della storiografia pesa come un macigno. Per vari decenni è calato il sipario sulla carneficina dei rom, un autentico Olocausto dimenticato. In pochi hanno riconosciuto loro la tragedia razziale, mentre per taluni si è trattato di una forma di "prevenzione", anche motivata. Sta di fatto che, a oltre 60 anni di distanza, questa pesante rimozione continua a indignare il mondo romanò. E mentre qualcuno sostiene che dietro al mancato riconoscimento si nasconda il problema del risarcimento delle vittime, altri addossano ai sopravvissuti l'incapacità di testimoniare. Contro tutto ciò si sta battendo la Romani Union, l'organismo non territoriale che rappresenta i rom all'Onu. 



La persecuzione di epoca nazista non fu la prima a colpire i rom. Durante l'arco della loro migrazione, dalla natia India al cuore d'Europa, sono molti gli Stati "ospitanti" che mettono a ferro e fuoco le carovane, mentre la Chiesa di Roma li avvia al patibolo con l'accusa di stregoneria. Nonostante ciò, la strage nazista resta senza dubbio di immani proporzioni, ricordando da vicino la Shoah ebraica. I rom, come gli ebrei, vengono uccisi perché considerati una "razza inferiore", indegna di esistere. Ma in più, il Terzo Reich li vuole morti perché «geneticamente furfanti e inclini al nomadismo». Così avviene che in paesi come la Norvegia sopravvive appena qualche famiglia.
Tutto inizia nei primi anni del potere hitleriano, ma già prima dell'avvento del nazismo una legislazione sui rom tenta di controllare e identificare "quest'ibrido zigano". All'epoca della Germania guglielmina e nella Repubblica di Weimar i rom sono costretti al lavoro e privati della libertà di movimento. Già in questi anni, sono numerosi i medici e gli scienziati che si mettono al servizio del Reich per arginare la "piaga zingara". Ma è nel '34 che cominciano gli esperimenti sui rom, quando il ministero degli Interni tedesco inizia a finanziare i centri di igiene razziale e ricerca genetica. E' a quel punto che si affacciano sulla scena le figure inquietanti di Robert Ritter e Josef Mengele, due medici legati a doppio filo allo sterminio dei rom. Di lì a poco viene creato l'Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara e la strada verso Auschwitz è spianata. Nel frattempo tutte le romnià (donne rom) vengono sterilizzate con iniezioni intrauterine di sostanze formaldeidi. Qualche anno dopo, a Buchenwald, gli uomini saranno utilizzati per esperimenti sul freddo e sul tifo, inoculando loro la malattia per poi studiare le reazioni fino alla morte. Procedura che ricalca la concezione dello psichiatra Ritter secondo cui: «La questione zingara potrà considerarsi risolta solo quando il grosso di questi ibridi zigani, asociali e fannulloni (…) sarà radunato in campi di concentramento e costretto al lavoro, e quando l'ulteriore aumento di queste popolazioni sarà impedito». Gli studi di Mengele vertono invece sui gemelli e sui nani. L'ordine impartito al suo assistente, il dottor Nyiszli, è quello di «togliere tutti gli organi di possibile interesse scientifico. (…) Quelli interessanti per l'Istituto di antropologia di Berlino- Dahlem, fissati in alcol e spediti». Cosa che i direttori dell'Istituto apprezzano particolarmente ringraziando «vivacemente il dottor Mengele per il materiale raro e prezioso».
Sebbene i rom non siano esplicitamente menzionati nelle leggi razziali di Norimberga, sono compresi tra i "sangue misto e degenerato" e condotti al massacro. E' con l'intervento di Himmler che la situazione precipita. Il braccio destro di Hitler farà redigere la prima vera legge contro la loro comunità dal titolo: "Lotta alla piaga zingara" e nel 1936 viene spiccato il primo mandato di cattura contro il popolo senza terra. A centinaia sono stipati sui treni della morte, direzione Dachau, Malthausen, Buchenwald e Belzec. Ma ormai, la creazione dello Zigeunerlager è vicina. Entra in funzione nel 1938 e non cessa la sua attività prima di aver sterminato migliaia di rom. Comprende 32 baracche, due blocchi cucina e quattordici edifici in muratura. Una volta entrati, i rom vengono marchiati, rasati a zero, fotografati e lasciati a morire di fame, malattie e freddo. Non prima di esser stati contrassegnati col triangolo nero degli "asociali", affiancato dalla lettera Z di "Zigeuner" (zingaro).
Nel 1943, le cose cambiano. Himmler stesso visita il "campo zigano" e una volta "girato in lungo e in largo, (…) viste le baracche sovraffollate, i malati colpiti da epidemie", dà "l'ordine di annientarli". Un medico ebreo, prigioniero di Auschwitz, racconta: «L'ora dell'annientamento è suonata anche per loro. La procedura è la stessa applicata per il campo ceco. Prima di tutto divieto di uscire dalle baracche. Poi le Ss e i cani poliziotto che li costringono a allinearsi. (…) Li convincono che li stanno portando in un altro campo. Il blocco degli zingari si fa muto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo ». L'ultimo rintocco, prima della morte, è scoccato anche per loro. E a oltre mezzo secolo dal processo di Norimberga, risuonano ancora le parole di Mengele al suo assistente: «Lo sterminio, amico mio, continua sempre, sempre!».


26 gennaio 2009

Ramon Mantovani : Per una svolta positiva nella politica estera Usa non basta il rilancio del multilateralismo

 

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.
Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.
Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni Usa. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall'economia militare in ambito interno ed internazionale c'è stato, con tutta evidenza, l'esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull'espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi "occidentali". L'uso della guerra si è generalizzato come strumento "normale" di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E' quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l'uso permanente della forza.
La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all'Unctad (l'agenzia del sistema Onu preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall'Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell'allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei "paesi emergenti" come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.
In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell'Onu, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della Nato e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell'amministrazione Clinton, la Nato ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l'ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell'amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell'Onu fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l'Onu sarebbe diventata un "ente inutile" se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L'unica controtendenza è stata la missione Unifil in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli Usa sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell'Onu, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all'intervento della Nato, della missione di caschi blu in Bosnia.




Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo altamente significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.
L'aggiornamento della dottrina "multilateralista" è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.
E' parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull'allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la Nato.
Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?
Perché questo è già un fatto indiscutibile.
Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo Usa.
Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell'Onu in tutti i campi e l'abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.
Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del Wto e della Nato sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.
Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.


26 gennaio 2009

Sara Farolfi :Addio al contratto nazionale e anche al diritto di sciopero

 

«Le parti confermano che obiettivo dell'intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale (fondato sull'aumento della produttività, si dice altrove ndr) e l'aumento della produttività...». Le note conclusive la dicono lunga su quelle sei paginette che portano il titolo di «accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali», ma che somigliano piuttosto ad una radicale via d'uscita dalla crisi. Altro che moderazione salariale, come quella degli ultimi quindici anni, l'intesa separata (senza la firma della maggiore organizzazione, Cgil) sul modello contrattuale che manda definitivamente in soffitta gli accordi del 23 luglio 1993, disegna un modello dove il welfare si sposta progressivamente sugli enti bilaterali, e la contrattazione stessa si riduce a ben poca cosa. Al contratto nazionale - cui si potrà derogare, «in tutto o in parte», a livello decentrato - non resta che la garanzia di «una efficiente dinamica retributiva». La contrattazione di secondo livello, su cui tanto rumore è stato fatto, viene indissolubilmente legata alla defiscalizzazione concessa dal governo di turno (e dunque da questa, evidentemente, finanziata). Il diritto di sciopero, infine, viene messo pesantemente in discussione, con una norma che per ora riguarda i servizi pubblici ma che ben presto, a giudizio di molti, rischia di essere esportata anche nel privato.



C'erano una volta gli aumenti...
Il nuovo modello - sperimentale per quattro anni - disegna un sistema comune (contratti triennali) per il pubblico e il privato. Restano i due livelli di contrattazione, ma il contratto nazionale non avrà che «la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori». Nessun riferimento (come era invece nei precedenti documenti) a una tenuta, tantomeno a un recupero, del potere d'acquisto. L'indice armonizzato europeo (Ipca) depurato dei prezzi dei beni energetici, sostituirà il tasso d'inflazione programmata: l'elaborazione della previsione sarà affidata a un soggetto terzo. Stefania Crogi, segretaria generale della Flai Cgil - che probabilmente sarà la prima categoria a dovere affrontare un rinnovo con il nuovo modello - si è già fatta due conti: «Nel biennio precedente avevamo ottenuto aumenti salariali per 108 euro al mese, con il nuovo indice non supereremo la sessantina di euro». Per i metalmeccanici, stessa storia: dai 127 euro di aumento dell'ultimo contratto, si rischia di scendere fino a 40-50 euro in tutto». Tutto, ad ogni modo, sarà deciso a livello confederale, compreso il recupero di eventuali «scostamenti tra inflazione prevista e quella reale effettivamente osservata» (entrambi, naturalmente, depurati dagli aumenti dei beni energetici). Nel settore pubblico le cose vanno persino peggio, con gli aumenti vincolati «al rispetto e ai limiti della necessaria programmazione prevista dalla legge finanziaria».

Un modello centralizzato
Dell'estensione del secondo livello di contrattazione resta ben poco. La contrattazione decentrata resta tale e quale quella di oggi (e cioè una cosa per pochi affezionati). Gli aumenti salariali, anzi, oltre ad essere «collegati al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità e efficienza, nonchè ai risultati legati all'andamento economico delle imprese», vengono legati alla «riduzione di tasse e contributi» concessa dal governo: «la contrattazione di secondo livello - è scritto - deve avere caratteristiche tali da consentire l'applicazione degli sgravi di legge». In ogni caso il secondo livello «deve riguardare materie e istituti che non siano già stati negoziati in altri livelli di contrattazione». Sterilizzata l'autonomia delle categorie: qualora ci fossero problemi nel rinnovo, si prevede l'intervento delle confederazioni. Nulla invece sull'estensione della contrattazione nelle piccole e medie imprese (alle quali non si fa che un vago, e assolutamente non vincolante, riferimento), e nulla anche sull'elemento di «perequativo» (a garanzia di chi non fa contrattazione al secondo livello), fermo restando quanto già definito in specifici comparti produttivi (per i metalmeccanici, per esempio). Ma il colpo basso arriva sul diritto di sciopero: per ora si parla della contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, dove si potranno «determinare l'insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi». Come se il diritto di sciopero fosse un diritto delle organizzazioni sindacali e non del lavoratore o della lavoratrice. Per quanto riguarda la rappresentanza sindacale, le parti dovranno trovare un accordo entro tre mesi.


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