.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







26 novembre 2009

Geraldina Colotti : I piani di Washington attraverso Bogotà

 

L'Honduras non diventerà «il nuovo Afghanistan» dell'America latina, ha scritto il giornale El soberano, vicino alla resistenza antigolpista, denunciando le manovre esterne sulla crisi del paese. Per far pressione sui lavoratori - accusa il Fronte di resistenza contro il colpo di stato - gli imprenditori ricattano i dipendenti, minacciando di licenziarli se non mostreranno il dito sporco d'inchiostro dopo le previste elezioni-farsa del 29 novembre (in Honduras si vota con l'impronta). Tramite un'organizzazione padronale, l'usurpatore Roberto Micheletti, protagonista del colpo di stato del 28 giugno, avrebbe già reclutato «osservatori» fra le organizzazioni di estrema destra di ogni paese: «Arriveranno dagli Stati uniti, dall'Europa, dal Cile, dall'Argentina, dalla Colombia e dal Centroamerica». Lo ha assicurato Amilcar Bulnes, presidente del Cohep, il Consiglio honduregno delle imprese private, sulle pagine del quotidiano La Prensa (il cui proprietario è il magnate honduregno Jorge Canahuati, detto «Pepsi»). Per la supervisione di un processo elettorale che deve «instaurare un clima favorevole agli investimenti» sono attesi anche gli ex presidenti Alvaro Arzu (del Guatemala), e Alfredo Cristiani (del Salvador).
Al momento, gli «osservatori» reclutati sarebbero già fra i 300 e i 500, da aggiungere a quelli inviati dall'organizzazione neonazista Uno America e a diversi esponenti della Rete latinoamericana e dei Caraibi per la libertà: un'emanazione della Fondazione libertà, finanziata dalla statunitense National Endowment for Democracy (Ned), e dalla Fondazione per l'analisi e gli studi sociali (Faes), dell'ex capo del governo spagnolo José Maria Aznar. La Uno America, legata alla Cia come l'onnipresente Ned, è accusata dalla Bolivia di aver avuto una parte nel tentativo di assassinio del presidente Evo Morales.



Che la partita del piccolo Honduras non fosse questione interna al paese, lo ha dichiarato il capo dell'esercito golpista, Miguel Angel Garcia, subito dopo il colpo di stato: «L'Honduras e le sue forze armate hanno bloccato i piani espansionistici di un leader sudamericano per imporre un socialismo mascherato da democrazia fin dentro gli Stati uniti», ha detto in televisione. E il riferimento era evidentemente al presidente del Venezuela, Hugo Chavez. D'altro canto, nonostante le dichiarazioni pro-Zelaya del presidente Usa Barack Obama, a orientare la delegazione golpista durante gli incontri che si sono tenuti a San José, in Costa Rica, sotto l'egida paludata di Arias, il 9 luglio, c'erano due consiglieri statunitensi: Bennet Ratcliff (che avrebbe addirittura stilato le proposte degli usurpatori) e Lanny Davis (regista della campagna elettorale di Hillary Clinton contro Obama, prima della cooptazione).
Il lupo perde il pelo ma non il vizio - dichiarano a proposito del Pentagono i paesi progressisti dell'America latina. Secondo Venezuela, Bolivia ed Ecuador, Washington starebbe ridistribuendo le carte per una nuova egemonia sul suo ex «cortile di casa», muovendo vecchie e nuove pedine. Cardine di questa nuova strategia, l'accordo militare fra Colombia e Stati uniti, che mira a stoppare il processo di integrazione latinoamericana e ad approfondire la divisione fra tre blocchi regionali: uno di destra, capeggiato da Perù e Colombia, un altro «socialdemocratico» formato da Brasile,Cile, Argentina e Uruguay (fino a prova contraria, visto il secondo turno elettorale del 29 novembre); e un terzo asse composto dai paesi dell'Alba (l'Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America) composto da Cuba, Bolivia, Venezuela, Ecuador. Paesi contro i quali, dopo l'accordo per l'installazione di 7 basi Usa concesso da Uribe, Washington avrebbe ripreso a ordine piani destabilizzanti attraverso Bogotà. In prima linea, il Dipartimento amministrativo di sicurezza (Das) un organismo di spionaggio politico che dipende direttamente dal presidente della repubblica.
Nella Colombia del narcotraffico e dei paramilitari, che vanta il triste primato mondiale degli assassini di sindacalisti e difensori dei diritti umani (circa 200 all'anno), anche il Das ha potuto agire indisturbato, impastando - come hanno dichiarato i suoi funzionari nei processi e davanti alle commissioni internazionali - in complotti politici, torture e assassinii. Dopo l'arresto di due membri del Das, il governo venezuelano ha recentemente mostrato in pubblico documenti che attesterebbero piani eversivi targati Washington e Bogotà ai danni di Venezuela e Ecuador: il piano Falcon e Salomon. Il piano Felix, invece, riguarderebbe Cuba, e l'infiltrazione di spie e sobillatori mediante l'invio di falsi studenti alla Scuola latinoamericana di medicina, fra le migliaia che Cuba accoglie ogni anno per offrire loro istruzione gratuita.
Base d'appoggio, le zone ricche del Venezuela come lo stato di Zulia, dove il processo di «balcanizzazione» fomenta le spinte separatiste. Le Basi Usa in Colombia - ha detto Evo Morales - servono a costruire «Guantanamo» anche in America latina. E L'Ecuador - pur avendo ripreso le relazioni con la Colombia, interrotte dopo l'attacco militare compiuto ai danni della guerriglia colombiana delle Farc sul suo territorio - ha votato in parlamento una mozione di rifiuto dell'accordo militare Usa-Colombia. E in Venezuela, mentre si manifesta contro le basi Usa, Chavez invia carri armati e truppe al confine con la Colombia.


25 novembre 2009

Domenico Moro : Usa, è vera decadenza ?

 

Alla vigilia del viaggio del presidente Obama in Estremo Oriente, il Sole24ore ha pubblicato un fondo di John Plender. La tesi del rinomato editorialista del Financial Times è semplice: la decadenza degli Usa è meno forte di quanto si creda e la loro egemonia non è realmente in discussione. Secondo il columnist gli Usa non sono condannati a ricalcare le orme della Spagna nel XVII secolo e della Gran Bretagna nel XX secolo, costrette al collasso dall’eccessivo allargamento dei loro imperi. Soprattutto Plender, pur riconoscendo la pericolosità dell’enorme debito Usa (delle famiglie, statale e del commercio estero) nei confronti dei paesi creditori (in primis la Cina) ritiene che: “Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all’altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.” Il punto è che c’è qualche “se” di troppo nel ragionamento di Plender. Invertire la tendenza all’indebitamento è non solo molto difficile, ma contrasta direttamente con i rapporti economici dominanti sia all’interno degli Usa sia tra gli Usa ed il resto del mondo. Se i lavoratori americani si indebitano non è per capriccio ma perché non vi sono altri modi per conservare i loro standard di consumo, che sono condizione necessaria agli alti tassi di profitto delle imprese Usa. Secondo l’Hedrich Center for Workforce Development della Rutger University negli ultimi venticinque anni il salario reale dei lavoratori Usa (la cosiddetta classe media) è crollato. Gli standard di consumo delle famiglie sono stati mantenuti solo grazie all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e all’aumento delle ore di lavoro (negli anni 90, 50 e 60 ore lavorative sono divenute la norma per molti lavoratori). Ma tutto ciò non è bastato e i lavoratori sono stati costretti a indebitarsi con le banche, a loro volta incitate a prestare oltre ogni logica dal governo e dalla Federal Bank mediante un bassissimo costo del denaro. La conseguenza è che il tasso di risparmio delle famiglie è crollato e che in venticinque anni i fallimenti individuali sono cresciuti del 400%. Ciò prima della crisi attuale, dopo il crollo dei mutui nel 2007 la situazione è ancora peggiorata. Contemporaneamente, negli Usa i profitti hanno raggiunto la quota più alta sul reddito nazionale degli ultimi 75 anni. Quale è la ragione di questa apparente contraddizione? La radice delle questione risiede nella tendenza alla caduta del saggio di profitto che si presenta più forte proprio al centro del sistema economico capitalistico, che oggi è negli Usa: quando si raggiunge un alto livello di accumulazione di capitale, l’ulteriore aumento del capitale investito e della produttività non determina una adeguata e proporzionale crescita del profitto. Dal momento che questo, per il modo di produzione capitalistico, è inconcepibile, sul piano interno ne consegue una tendenza alla diminuzione dei salari e alla produzione di profitto senza produzione di merci, cioè mediante una sempre più spasmodica speculazione. Sul piano esterno, si determina una tendenza a sfruttare i surplus di risparmio dei Paesi subalterni e a sostituire il dominio economico con quello militare con l’effetto però di peggiorare la situazione non solo della bilancia commerciale estera ma anche di quella dello Stato. Ma se la massa dei cittadini-lavoratori diventa più povera e lo Stato più indebitato, c’è una minoranza che si arricchisce in virtù di questa situazione, il capitale finanziario che impiega gli enormi flussi di liquidità che arrivano dall’estero, le multinazionali che impiegano lavoratori a salari più bassi in patria e all’estero, le imprese monopoliste e le burocrazie che come parassiti crescono all’ombra dell’indebitamento dello Stato. Pur con enormi differenze, sia la Spagna che la Gran Bretagna hanno attraversato queste fasi, abbandonando la produzione domestica per appoggiarsi sull’impero. La Spagna visse dei prestiti dei ricchi stati italiani garantiti dall’argento che fluiva dalle colonie americane, lasciando deperire la sua base produttiva in Castiglia, e dissanguandosi nelle guerre delle Fiandre nel tentativo di mantenere la propria egemonia. 



La Gran Bretagna compensava i propri deficit commerciali (anche allora con la Cina!), mediante gli enormi surplus commerciali dell’India, sua colonia, e successivamente anche grazie al dominio della finanza mondiale mediante l’egemonia della sterlina. La causa della decadenza degli imperi moderni, quindi, non sta nell’eccessivo allargamento, ma nel parassitismo, che a lungo andare rinsecchisce le radici vitali e produttive del centro imperiale. A questo fenomeno, dato che la produzione capitalistica mondiale è caratterizzata da uno “sviluppo diseguale”, si accompagna l’emergere di nuove potenze economiche che crescono più rapidamente. Quando, dopo la Prima guerra mondiale, gli Usa divennero la prima economia mondiale, passando da debitori a creditori dell’Europa, si capì che l’egemonia inglese e della sterlina dovessero essere sostituite da quelle degli Usa e del dollaro. Cosa che avvenne solo dopo una seconda conflagrazione mondiale con la sconfitta degli altri pretendenti in rapida ascesa industriale, la Germania e il Giappone. Oggi la storia si ripete e Plender prende un granchio citando come esempio di forza il fatto che la spesa militare Usa sia la metà di quella mondiale e molto superiore a quella cinese, specialmente considerando i pessimi risultati della macchina bellica Usa in Iraq e soprattutto in Afghanistan, che si stanno rivelando le Fiandre statunitensi. Gli Usa non possono “imparare” a risparmiare di più né possono semplicemente “deciderlo” i politici. L’indebitamento è oggi condizione necessaria al funzionamento degli Usa e ragione di arricchimento per chi detiene le leve del potere economico. Il vero nodo è che ciò entra in contraddizione con i sommovimenti prodotti dal mercato mondiale, che, accelerati dalla crisi, impongono un trasferimento di ricchezza e di potere a livello mondiale
.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Usa Obama Spagna Gran Bretagna potenza economia

permalink | inviato da pensatoio il 25/11/2009 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 novembre 2009

Joseph Halevi : tra Usa e Cina è un compromesso tra junk-economies

 

La Stampa è stato il giornale italiano che ha meglio colto l'essenza del «deal», l'accordo-intrallazzo tra gli Usa e la Cina che si può riassumere nella traformazione dello slogan maoista «la politica al comando» in «l'economia al comando». Non si tratta però dell'economia in quanto base materiale per generare occupazione e livelli di vita socialmente e ecologicamente decenti. Si è trattato invece dell'incontro tra le due componenti principali di ciò che Loretta Napoleoni ha chiamato, nel suo ottimo libro, «economia canaglia», che diventa tale appunto perché è al posto di comando, plasmando le istituzioni nazionali e le relazioni internazionali. Sul piano produttivo e del consumo, Usa e Cina sono due «junk economies», junk essendo un termine americano per definire il ciarpame. I prodotti junk possono essere nuovissimi come i Suv e l'assurda Hummer - derivata dal veicolo militare Humvee - non a caso recentemente venduta dalla General Motors a una società cinese. I due paesi hanno strutture di consumo e di produzione che escludono il sociale più che altrove. Per ciò che riguarda gli Usa questa tendenza era stata individuata oltre 40 anni fa da John Kenneth Galbraith e da Baran e Sweezy. Ora la «junk economy», il lato materiale dell'economia canaglia, viene istituzionalizzata in quello che si prospetta come un lungo periodo di crisi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa. 



Miopi e noiosi sono gli economisti che vedono nella rivalutazione del remimbi, la moneta cinese nota all'estero come yuan, la soluzione del maggiore squilibrio nei conti internazionali. Al persistente deficit Usa verso Pechino (cioè al surplus cinese) sono indissolubilmente legati gli interessi capitalistici, imprenditoriali e finanziari, statunitensi e britannici, con forti ramificazioni in Europa continentale come in Francia. Quest'ultimo aspetto fa della voce grossa di Sarkozy contro lo svuotamento della conferenza climatica di Copenhagen una vocina in falsetto, emessa solo a fini populistici. La dinamica delle esportazioni cinesi è quella che garantisce al mondo capitalistico una forza lavoro attiva con salari da esercito di riserva. Nel mercato interno i margini di profitto sono molti bassi perché le autorità cinesi favoriscono, attraverso politiche di credito facile e mafiosamente articolato, la nascita di una pletora di imprese in tutti i settori. Ciò crea un grande flusso di produzione finale, un vasto consumo di input come l'acciaio (oltre mezzo miliardo di tonnellate annue), di cemento (oltre un miliardo di tonnellate) e di carbone con «ottimi» effetti ambientali sull'aria e sull'acqua. Ma, data la pletora di aziende, profitti non sarebbero sufficienti all'accumulazione se non ci fosse il mercato estero. Tali guadagni provengono proprio dalla differenza tra i salari monetari cinesi lungo l'arco dell'intera catena produttiva nazionale e i prezzi di vendita all'estero. Da questa differenza vengono ricavati anche una bella fetta dei proventi della società della grande distribuzione, come Walmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere.
Molte di queste sono europee. La trasformazione degli Stati uniti e anche di una parte dell'Europa (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia) in economie di servizi è coerente con il ruolo industriale mondiale della Cina; l'India invece ne è ancora lontanissima. In questo contesto la Cina permette anche la deflazione salariale in Occidente, come ben sanno i sindacati Usa. Gli squilibri Cina-Usa sono quindi vitali agli interessi del capitale globale che vuole la «ripresa» ma non quella salariale.
Essi sono inoltre un aspetto cruciale degli interessi che controllano la cosiddetta ripresa economica, questa volta principalmente statunitense. Con le politiche di Geithner e Summers di salvataggio dei titoli tossici, la ripresa Usa viene fatta dipendere dalla spesa pubblica e da una nuova bolla speculativa. Se Geithner-Summers-Bernanke hanno ricreato le condizioni speculative regalando denari a banche e affini, chi ha permesso il collocamento dei soldi in titoli derivati nuovamente tossici? In primis la Cina stessa, col suo grande rilancio produttivo inquinante che ha invertito la caduta dei prezzi delle materie prime, ha rigonfiato la speculazione sul rischio dei mercati futuri, compresi quelli di fonti energetiche alternative, ha rilanciato le banche di investimento. Le nozze Cina-Usa fanno felici Wall Street, la City di Londra ed anche la Bourse de Paris.


23 novembre 2009

Anna Maria Merlo : Parigi ritorna all'acqua pubblica, mentre noi la consegneremo alla camorra

 

In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione. 



Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.


22 novembre 2009

Angela Pascucci : Obama e la Cina. Tutti insieme disperatamente

 

Potenza taumaturgica del G2. La conferenza di Copenhagen sul clima, data per spacciata a Singapore, è stata riportata a un'esile vita ieri a Pechino. Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao, emersi da due ore e mezzo di incontro sulle sorti dei rispettivi paesi (fatte coincidere con quelle dell'intero pianeta), hanno espresso la volontà di arrivare a dicembre a un'intesa che non sia solo una dichiarazione politica ma un accordo che copra tutti i punti in discussione e che soprattutto «abbia immediati effetti operativi», parole del capo della Casa bianca. Il tanto auspicato accordo vincolante resta morto e sepolto ma da ieri si sono riaffacciate le speranze che a dicembre in Danimarca non si riscaldi ulteriormente l'aria solo con le chiacchiere. Restano le perplessità sul comportamento delle due potenze globali, una in declino l'altra in ascesa e non a caso entrambe in testa alla classifica degli inquinatori globali, che erano state indicate come le maggiori responsabili del flop di Singapore, ma che ieri si sono dilungate in raccomandazioni sulla fisssazione di precisi limiti di emissione e sul finanziamento di piani di aiuto per i paesi in via di sviluppo. 



Quanto a tutto il resto, i due leader mondiali hanno dato lo spettacolo di un doppio monologo scritto dai rispettivi staff, davanti a una affollatissima conferenza stampa convocata solo per ascoltare, essendo che le domande, anche quelle più innocue e precotte, erano state escluse. Ciascuno dei capi di stato ha letto il suo breve intervento. Uno scambio di colpi di fioretto, in realtà, sul comune sfondo dei richiami alla necessità di collaborare. «Viviamo un momento in cui le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per il nostro avvenire comune» ha detto Obama. Dobbiamo «continuare ad adottare una prospettiva strategica e a lungo termine, aumentare il dialogo e lavorare assieme per costruire un rapporto Usa-Cina positivo, ampio e cooperativo» ha fatto eco Hu.
Ciò non ha impedito al presidente americano di toccare il tasto dello yuan e di un tasso di cambio che nel tempo «tenga conto del mercato» e di affermare che certo gli Stati uniti riconoscono che il Tibet è parte della Cina ma auspicano che Pechino riavvii il dialogo col Dalai Lama. Annunciando subito dopo che Usa e Cina riprenderanno presto il dialogo interrotto sui diritti umani. «E' credo fondamentale degli americani che tutti gli uomini e le donne possiedono certi fondamentali diritti umani» e che questi si applicano «alle minoranze etniche e religiose».
Da parte sua, Hu Jintao, che non ha nemmeno menzionato le questioni valutarie, ha toccato un «suo» tasto dolente quando ha sottolineato come «nelle attuali circostanze, i nostri paesi avrebbero bisogno di opporsi e rifiutare il protezionismo in tutte le sue manifestazioni». Quanto alla politica estera, a ognuno il suo protetto, e la questione del nucleare iraniano, per Pechino, si deve risolvere col negoziato. Tal quale come la Corea del nord.
«Non ci si poteva aspettare che le acque si aprissero e tutto si risolvesse in due giorni e mezzo in Cina» ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Robert Gibbs. D'altra parte non si può escludere che il target dei discorsi dei due leader fossero le rispettive audience nazionali. Da una parte i commentatori della Fox che abbaiano dagli schermi attaccando Obama il quale in quesi giorni avrebbe dato, con i suoi toni soft, uno spettacolo di «debolezza». Dall'altra un variegato schieramento cinese che va dai nazionalisti duri e puri a un problematico gruppo di intellettuali e attivisti per i diritti sociali che vede all'opera tutti i giorni il volto più barbaro di questa alleanza col capitale mondiale nelle pieghe più oscure della «fabbrica del mondo». Insieme a una parte di opinionisti cinesi che diffida di un coinvolgimento della Cina a livello più profondo sul teatro dei conflitti globali a fianco degli Stati uniti, adombrando una sorta di «piano» per indebolire la posizione cinese a condizionarne l'azione strategica.
Per ora comunque gli intrecci economici prevalgono. Nel 2005 Robert Zoellick, allora vice segretario di stato oggi presidente della Banca mondiale, affermava «La nostra politica ha avuto un notevole successo: il drago è emerso e si è unito al mondo» e chiedeva alla Cina di diventare un «responsabile stakeholder», qualcosa di più che un'azionista. Il discepolo ha superato il maestro e la la visita di Obama, che oggi chiama Pechino un partner strategico, parla di una relazione Usa-Cina senza precedenti e che nelle sue connessioni sfugge a ogni definizione. Il Quotidiano del popolo in un suo editoriale del 16 novembre la descriveva come una coppia da «gemelli siamesi»: qualunque parte si volesse tagliare, si condannerebbe anche l'altra a soffrire.


21 novembre 2009

Tommaso di Francesco : la Palestina è morta

 

Barack Obama si è detto «costernato» per la decisione del premier israeliano Netanyahu di estendere gli insediamenti di Ghilo, dentro Gerusalemme est, nel pieno dei Territori occupati e in quella parte di città che l'Anp rivendica come sua capitale. E mentre demoliscono le case «illegali» palestinesi.
Per Obama la decisione israeliana inasprisce i palestinesi «in un modo che potrebbe andare a finire molto pericolosamente» perché «la situazione in Medio Oriente è molto difficile e io ho detto ripetutamente e ribadisco che la sicurezza di Israele è un interesse nazionale vitale degli Stati Uniti».
Ma, ha proseguito, «la costruzione di nuovi insediamenti non contribuisce alla sicurezza di Israele, mentre rende difficile la convivenza con i vicini». Resta da chiedersi quanto abbia influito sulla decisione del governo di Tel Aviv l'indefinibile atteggiamento della Casa bianca che in una settimana ha pericolosamente cambiato atteggiamento tre volte. Prima dichiarando che Israele avrebbe dovuto «congelare» gli insediamenti, poi che avrebbe dovuto sospenderne l'edificazione, e infine rimproverando Abu Mazen che poneva come condizione per il dialogo diretto con Israele lo stop alle colonie. È dopo questo ennesimo smacco che Abu Mazen ha annunciato la sua non ricandidatura a presidente, consapevole di non rappresentare più nessuno e di non avere ottenuto nulla delle promesse decennali che riempiono di chiacchiere i summit mediorientali, Road Map compresa. Gli Stati uniti e l'Unione europea - intanto l'Italia e la Nato confermano i trattati militari con Israele - hanno detto no anche all'unica possibilità che rimaneva ai palestinesi: la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina. «Sarebbe grave e fuori luogo» dice Solana sotto minaccia del governo israeliano pronto allora ad «annettersi le colonie». Eppure questa proclamazione sarebbe nel solco di ben due risoluzioni delle Nazioni unite (diversamente da quella del Kosovo, fatta contro l'Onu e nonostante questo sostenuta da molti paesi occidentali) A questo punto i palestinesi non possono nemmeno dichiararsi sconfitti e consegnarsi ad Israele che rifiuta l'eventuale binazionalità del suo stato come un male assoluto, cioè quanto se non più dello Stato di Palestina.

Bibi, Bibi...e a forza di bibere stiamo solo pisciando...

Ormai bisogna prenderne atto di una verità: la Palestina per la quale ci siamo augurati un destino di pace e, soprattutto, per la quale hanno combattuto generazioni di palestinesi, non esiste più. Per essere ancora più espliciti: il processo di pace che prevede due popoli per due stati è inesorabilmente morto. Come confermano anche importanti interlocutori palestinesi moderati e molti osservatori internazionali.
È stato un lento, consapevole avvelenamento delle fonti della mediazione. Con l'isolamento a cannonate di Arafat nella Muqata e la sua «strana» morte nel 2004. E poi con il boicottaggio internazionale della vittoria elettorale, nel gennaio 2006, di Hamas che aveva vinto sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania. Alcune domande: che fine fanno le risoluzioni Onu che impongono a Israele di ritirare le truppe sui confini della guerra del '67? Quale autorità israeliana salirà sul banco degli imputati, dopo le accuse del rapporto Onu sui crimini di guerra contro i civili per i raid aerei su Gaza di dieci mesi fa? Chi racconta più, nell'enfasi narrativa del ventennale dell'89, la vergogna del Muro d'Israele che ruba terre palestinesi e recinta le «vite degli altri»? Che fine fa lo stato palestinese con le sempre più numerose colonie che cancellano ogni pur minima continuità territoriale necessaria ad uno stato? Chi protesta sui diritti umani per diecimila prigionieri politici palestinesi che languono nelle prigioni d'Israele? Chi sa rispondere al desiderio al ritorno di tre milioni e mezzo di profughi palestinesi dispersi come paria nelle baraccopoli del Medio Oriente o in esilio nel mondo?
Obama ha ragione, c'è una sola certezza: finirà «molto pericolosamente». Perché ai palestinesi resta solo la loro disperazione.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Palestina Arafat Nethanyahu Obama Israele

permalink | inviato da pensatoio il 21/11/2009 alle 10:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 novembre 2009

Riccardo Bellofiore e il keynesismo

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.
Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.
Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.

Effettivamente è difficile dire quale sia l'interpretazione da dare al pensiero di Keynes, visto che da essa si sono divaricati due differenti modi di affrontare l'economia : la sintesi neoclassica e l'economia post-keynesiana. Pure è difficile dire quale sia stato il ruolo del keynesismo nel ridisegnare le politiche economiche degli Stati dopo la crisi del 1929.
Il passodi Bellofiore può essere uno spunto di riflessione


14 novembre 2009

Riccardo Realfonzo sul taglio dell'Irap

 Dall'altro lato del governo la politica proposta è delle più insulse. I ministri confindustriali chiedono infatti di allentare il rigore di bilancio nella maniera peggiore possibile: quella del taglio alle imposte che gravano sulle imprese e in generale della contrazione dei costi di produzione. Come se non fosse ormai dimostrato che il taglio del cuneo fiscale è stata, tra tutte, la più inutile e deleteria azione dell'ultimo governo Prodi.



Inutile dire che il Paese avrebbe bisogno di ben altro. Non serve vendere illusioni o proteggere i più ricchi dalla crisi. Servirebbe piuttosto una politica espansiva fondata sul sostegno dei redditi da lavoro tramite una politica fiscale nuovamente progressiva, e sul sostegno della occupazione attraverso investimenti pubblici ecologicamente sostenibili nelle infrastrutture materiali e immateriali.



Fonte : http://www.riccardorealfonzo.com/


sfoglia     ottobre        gennaio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom