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28 febbraio 2009

Vittorio Bonanni : intervista al magistrato del lavoro Sergio Mattone. «Un attacco al sindacato e alla libertà dei lavoratori»

 Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione. Una carta che questo governo più volte ha dimostrato di ignorare, se non di volerla cambiare tout court . E' lecito dunque chiedersi se anche in questa occasione la grave limitazione di un diritto inalienabile possa ledere la massima legge della Repubblica. Lo abbiamo chiesto a Sergio Mattone, magistrato, presidente della sezione lavoro della Corte di Cassazione. «Va ricordato innanzitutto - dice il giurista - che il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è stato già regolato in senso limitativo da due leggi: una del '90 e un'altra del 2000. Quindi ora, quasi alla scadenza del decennio, arriverebbe questa terza legge che aggiunge in negativo alcuni elementi che incideranno sul pluralismo sindacale. Il primo aspetto preoccupante è quello per cui uno sciopero può essere proclamato soltanto dai sindacati che siano rappresentativi del 50% dei lavoratori. Ora già questo è un elemento di novità perché pone una distinzione che prima non esisteva tra i sindacati di maggiori dimensioni e quelli che hanno un seguito più modesto. D'altra parte in mancanza di un sistema che regoli la rappresentanza sindacale, perché non esiste se non nell'impiego pubblico, non si comprende francamente come si possa pervenire a stabilire quale sia l'indice di rappresentatività dei sindacati. Per gli altri, quelli minori, che appunto non raggiungono il 50%, lo sciopero è consentito a condizione che vi sia un referendum preventivo.




Che il governo ora si preoccupi di consultare i lavoratori appare strano, non le pare?

E infatti c'è una contraddizione. Se consideriamo che da parte del centrodestra c'è sempre stata una forte opposizione all'idea di referendum risulta molto strano che questa modalità si introduca proprio riguardo il diritto di sciopero. Quello che non viene introdotto per la convalida dei contratti collettivi spunta adesso singolarmente per quanto riguarda la proclamazione di una fermata dal lavoro. Ci chiediamo inoltre se questa normativa che si vuole introdurre sia contraria all'articolo 40 della Costituzione. Non so se possiamo dire se sia incostituzionale. Certamente è uno strumento che tende a limitare il diritto di sciopero al di là di quelli che sono i limiti tradizionali.


Non introduce, inoltre, un elemento di discriminazione tra lavoratori del pubblico impiego e del settore privato?

In realtà il problema è un altro. Questo disegno di legge riguarda i servizi pubblici essenziali. Però c'è un riferimento anche alle aziende che non gestiscono questi servizi. Nel senso che è già sancito il divieto di forme di sciopero o di altre forme di protesta lesive dei diritti costituzionalmente tutelati, ovvero dirette a recare un danno irreversibile all'impresa. Quindi se è vero che per ora si introduce un complesso di regole che riguardano come dicevamo i servizi pubblici essenziali, è altresì vero, come spesso avviene, che una regola via via finirà ad estendersi oltre l'ambito originario. C'è già qualche norma che va in questa direzione. E' chiaro che in tutto questo c'è un attacco al sindacato in quanto strumento del conflitto. Voglio ricordare che lo sciopero veniva definito da tutti, a cominciare da Piero Calamandrei, un diritto pubblico di libertà, strumentale al diritto al conflitto e quindi substrato stesso del diritto di organizzazione sindacale.


Un'altra norma che rende molto perplessi è la necessità di una preventiva adesione allo sciopero da parte dei singoli lavoratori. Che cosa ne pensa?

Questa adesione preventiva può essere pericolosa perché vengono ad essere individuati preventivamente dei singoli lavoratori nei confronti dei quali si eserciterebbe automaticamente la pressione del datore di lavoro perchè desistano dallo sciopero stesso. Vorrei inoltre tornare un momento su questo punto del referendum per dire che condizionare lo sciopero delle organizzazioni dotate di minore rappresentatività all'espletamento di una consultazione significa introdurre un grosso ostacolo perché un referendum richiede una procedura burocratica. E poi pensavo anche che certi scioperi vengono proclamanti anche sotto l'emozione di un evento importante, clamoroso. E non vedo come in certi casi si possa indire od espletare un referendum prima di proclamare lo sciopero stesso. Insomma significa far perdere allo sciopero la sua capacità di intervenire in un momento caldo del conflitto sociale. Quindi nel suo complesso non mi sentirei di dire che la Corte Costituzionale un giorno possa dichiarare illegittima questa norma, però certamente si tratta di un complesso di regole che vanno a limitare un diritto nei pubblici servizi. Tra l'altro è inutile dire che avviene in un momento di grave fragilità delle organizzazioni sindacali dopo l'accordo separato.




permalink | inviato da pensatoio il 28/2/2009 alle 17:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 febbraio 2009

Castalda Musacchio : Fiat, Pomigliano scende in piazza per il lavoro

 

«Il lavoro è dignità non carità». Si sfila, si sfila in un corteo che si è snodato per tutta Pomigliano. Dietro lo striscione che ha aperto la manifestazione, i gonfaloni di Acerra, Castello di Cisterna, San Giorgio a Cremano, Camposano, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, Pompei, Brusciano, Marano. Il perché, lo spiega il sindaco Antonio Della Ratta: «L'eventuale chiusura di questo stabilimento Fiat non riguarda solo Pomigliano d'Arco ma l'intera provincia di Napoli». E così, accanto agli operai, alle famiglie, agli studenti, ci sono le suore dell'oratorio salesiano, le operatrici sociali del Don Bosco, i rappresentanti del laboratorio artistico culturale «don Carlo Carafa» di Mariglianella. Arriva tra gli applausi il vescovo di Nola Beniamino Depalma. E al passaggio del corteo si serrano le saracinesche, si tirano fuori le bandiere dai balconi, tutti gli esercizi commerciali sono rimasti chiusi a dimostrazione che quella di ieri è stata - come sottolinea non senza orgoglio Gianni Rinaldini, il segretario generale della Fiom-Cgil - «la prima grande manifestazione di popolo, la protesta di un'intera comunità». Dario Fo e Franca Rame hanno inviato i loro messaggi di solidarietà. Enzo Gragnaniello, Gino Rivieccio, Tony Cercola, Enzo Avitabile sono solo alcuni degli artisti che si sono uniti a «una causa che è di tutti noi». 



Ieri, a Pomigliano, c'è stata «la prima grande risposta sociale alla crisi» annota Rinaldini. E sventolano le bandiere della Fiom, della Fim, della Uilm, dell'Ugl, della Fismic, dei Cobas ma anche di Rifondazione, di Sinistra democratica, dei Comunisti italiani. «Una protesta così - continua Franco Bruno della Fiom - non si vedeva dal 1964. Questo dovrebbe far capire al governo che ogni intento di fermare i lavoratori è vano». La risposta di Pomigliano è stata quella corale di un'intera cittadinanza di fronte alla gravissima situazione determinatasi nella filiera dell'auto; ma, soprattutto, a causa di quella Cassa integrazione ordinaria attuata dalla Fiat nello stabilimento intitolato a Giambattista Vico.
I programmi di Cassa integrazione - spiegano dalla Fiom-Cgil - arrivano fino al 19 aprile. Negli ultimi mesi gli operai hanno lavorato, nei casi migliori, una settimana al mese. Il che significa per circa 20mila famiglie (5mila dipendenti della Fiat Auto e oltre 15mila dell'indotto, ndr) sopravvivere con poco più di 750 euro al mese. «Come si fa? Come possiamo farcela?» dicono le donne in piazza. «Vogliamo un piano industriale» gridano gli operai. «Pomigliano non si tocca» si legge sui cartelli portati in spalla. O ancora: «Sono stato deportato con un accordo sindacale al reparto confino di Nola».
«Cosa dice questa manifestazione?» si chiede Rinaldini. «Credo dica due cose», spiega. «Primo: chi pensa di chiudere Pomigliano se lo tolga dalla testa. Secondo: la nostra forza è nell'unità di tutti i lavoratori del gruppo Fiat». E' chiaro, il settore dell'auto è in crisi, e Pomigliano non gode degli incentivi previsti dallo Stato per altri stabilimenti. «La General Motors - annota ancora il segretario Fiom - è sull'orlo della bancarotta. Per questo non si possono mettere i lavoratori gli uni contro gli altri». E, precisa, debbono essere tre gli obiettivi. Il primo, relativo agli ammortizzatori sociali, per chiedere che si torni a rialzare l'erogazione della Cig fino all'80% della retribuzione. Il secondo: è che anche la Fiat faccia la sua parte, vale a dire investa di più nel Gruppo. Terzo: «Vogliamo un negoziato vero. Un negoziato con l'azienda, con il Governo» conclude Rinaldini. La Fiat - urlano i lavoratori - debbono spiegare quali sono le "mission" dei singoli stbailimenti. E il Governo deve convocare un incontro. «Scajola - dicono dalla Cgil - ha detto di voler convocare i sindacati per il 10 marzo». Eppure, ai diretti interessati non è ancora giunta alcuna notizia. Del resto, è noto, che, per far fronte alla domanda di "Grande punto" a metano sostenuta dagli incentivi del Governo, la Fiat ha deciso di distaccare nello stabilimento di Melfi 300 lavoratori di Pomigliano e di portare da 16 a 24 ore lo straordinario che sarà svolto nella fabbrica lucana in due giornate di sabato. A dare la notizia è stato il segretario generale della Basilicata della Fim-Cisl, Antonio Zenga.
Zenga, che ha parlato di «doppia notizia positiva» per la Fiat di Melfi, ha detto che si tratta di «un altro segnale incoraggiante, che va in controtendenza rispetto a quanto si profilava solo poche settimane fa. Gli incentivi stanno funzionando - ha concluso il dirigente della Fim - e il mercato si sta lentamente riprendendo». Non per Pomigliano però, dove la situazione è diversa e ben più complessa.
Le notizie che giungono dall'azienda certo non rassicurano.
L'ultima, anticipata dalla Fismic, è che tutto lo stabilimento di Mirafiori si fermerà nelle prime due settimane di aprile per la Cassa integrazione. Il provvedimento interesserà circa 6mila lavoratori delle Carrozzerie, delle Presse e delle Costruzioni e Stampi. «Questo dimostra - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - che gli incentivi sono utili, ma non risolutivi. La Fiat non può sottrarsi alle sue responsabilità e a un confronto, mentre il governo deve incalzare l'azienda sugli impegni che riguardano il Paese, la tutela di tutti i siti produttivi e i nuovi prodotti per il futuro dell'occupazione». Ed è proprio questo quello che chiedono i lavoratori di Pomigliano. «Questi operai - commenta Paolo Ferrero, Prc - chiedono chiarezza e risposte sul loro futuro. Il governo e la Fiat devono darle e immediate. Non si può scaricare su loro il prezzo della crisi. Per questo oggi - continua - sarò a Torino nella protesta indetta dalla Cgil per la "marcia per il lavoro e in difesa del contratto"».
Il rintocco delle campane delle chiese della cittadina del napoletano segue con ritmo cadenzato il passaggio dei manifestanti. Il corteo si snoda lentamente per le strade della città. Uno sciopero - dicono anche dalla "Rete28Aprile" - che è stato davvero generale, "nel senso antico", con tutte le fabbriche, le attività, i negozi chiusi, un segno che la lotta dei lavoratori Fiat «può vincere».


28 febbraio 2009

Michela Valeri : tagli alla Thyssen, no dei sindacati

 <<No» secco dei sindacati metalmeccanici e delle Rsu della Tk-Ast di Terni all'ipotesi di 1.500 esuberi avanzata - secondo la Fem, il sindacato europeo di settore - dal cda dalla Steel, la società che controlla Thyssen Krupp, per le aziende tedesche del gruppo, con ristrutturazioni in vista anche nei siti italiani e francesi. In una nota congiunta, Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil, Fismic e Ugl, insieme alle Rsu del gruppo Thyssen Krupp Acciai speciali Terni e delle aziende che lavorano in appalto, «respingono con fermezza ogni ipotesi che possa riguardare eventuali e ulteriori riorganizzazioni e ristrutturazioni con esuberi di lavoratori nelle diverse aziende del gruppo». Riconfermano «la piena validità delle intese e degli accordi sottoscritti nelle settimane scorse per le modalità di gestione della cassa integrazione come strumento per affrontare la crisi economica e produttiva che investe le produzioni del gruppo, nella difesa dei livelli occupazionali e salariali». I sindacati di Terni, inoltre, «ritengono gravissimo ed inaccettabile quanto sta accadendo in Germania», anche per le «eventuali ricadute che potrebbero interessare altri siti europei e, per l'Italia, la Berco di Ferrara e la Tk-Ast di Terni». Sono infine gli stessi sindacati ad annunciare per martedì prossimo il previsto incontro con l'amministratore delegato di TK-Ast, Harald Espenhahn, per la verifica della situazione aziendale.
Più in generale sulla crisi, la Cgil è tornata ad attaccare il Governo e la sua politica dei rinvii. «Ritengo che il governo ha pensato di affrontare la crisi senza spendere, e peggio ancora senza un'idea in testa», ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, concludendo un convegno sul Mezzogiorno a Brindisi. «Questo governo - ha proseguito - è molto algido, pontifica molto ma non sta vicino alle piccole e medie imprese». «Perchè aspettare febbraio - ha aggiunto riferendosi ai settori in crisi, in particolare a quello dell'auto - non si potevano decidere gli aiuti a novembre? perchè arrivare sull'orlo del precipizio?». E la politica dei rinvii sembra non avere termine. Ieri il Cipe ha posticipato ogni decisione sulla ripartizione delle risorse per le opere pubbliche. 



Critico il giudizio del sindacato.
«L'ennesimo rinvio della decisione del Cipe sulla ripartizione delle risorse destinate alle infrastrutture conferma il fatto che il Governo non tiene in dovuto conto la gravità della crisi e gli effetti che produce sull'economia e sui lavoratori del settore edile, una gravità che invece richiederebbe interventi urgenti e tempestivi», ha affermato il segretario generale della Fillea Walter Schiavella. «Inoltre, se venissero confermate le anticipazioni apparse in questi giorni sugli organi di stampa ed alcune affermazioni del Ministro Matteoli nel merito delle scelte che assumerà il Cipe, saremmo di fronte a decisioni non solo tardive, ma insufficienti nella entità delle risorse e soprattutto nella effettiva disponibilità di cassa per il 2009, oltrechè squilibrate nella definizione delle priorità delle opere da realizzare, che finirebbero per l'ennesima volta per penalizzare il Mezzogiorno», ha aggiunto. Per Schiavella, infatti, non ci sarebbe traccia «di quelle opere davvero in grado di migliorare la qualità della vita delle comunità del territorio, come l'alta velocità sulla tratta Napoli Bari, la 106 jonica, la circumetnea, mentre si ripropongono cattedrali nel deserto come il Ponte sullo Stretto di Messina». Buon viso e cattivo gioco da parte del sindaco di Milano Letizia Moratti, per possibili ripercussioni sull'Expo. «Non sono assolutamente preoccupata - ha affermato a margine dell'inaugurazione dell'anno dello sport a Milano - ho parlato a lungo con il ministro Matteoli il giorno prima della riunione del Cipe e sono felicissima di quello che verrà portato al prossimo Cipe». Letizia Moratti ha voluto inoltre precisare che l'annullamento della seduta del Cipe è stata legata soltanto alla improvvisa scomparsa della sorella del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. «Come sapete il Cipe è stato spostato - ha detto il sindaco di Milano - per un lutto del presidente del Consiglio e non per altri motivi».


28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


27 febbraio 2009

Augusto Rocchi : la deriva di Vendola

 In merito all'intervista rilasciata da Nichi Vendola al Corriere della Sera di oggi ("I voti moderati servono, guardiamo all'Udc") mi preme sottolineare due aspetti



Il primo è che la ricostruzione di possibili accordi programmatici a livello di alleanze amministrative tra sinistra e Pd è la linea che il Prc ha scelto ma a partire dai contenuti programmatici, argomento che rende questa verifica alternativa a ogni ipotesi di alleanza con l'Udc.

Il secondo punto è che avevo capito che i compagni usciti da Rifondazione per dare vita al Movimento per la sinistra aveva fatto questa scelta per costruire una sinistra di alternativa rinnovata.
Prendo atto che invece andranno alle prossime elezioni europee alleati con il Partito socialista e che, a livello locale, pongono il problema dell'alleanza con l'Udc. Che cosa li differenzia, a questo punto, dal Pd? Nulla




permalink | inviato da pensatoio il 27/2/2009 alle 22:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 febbraio 2009

Fabrizio Salvatori e Mauro Ravarino : partono nelle fabbriche i gruppi di acquisto

 

Una borsa della spesa di 25 euro con prodotti alimentari di prima qualità. E' l'iniziativa che la Fiom ha deciso di promuovere oggi danti ai cancelli della Fiat di Mirafiori, dando così il via al Gruppo di acquisto solidale delle Presse-Mirafiori. "Il paniere della quarta settimana" verrà distribuito, in base a una lista di prenotazione, dalle 13,20 alle 14,30, durante il cambio turno, alla porta 15 di Mirafiori, in corso Settembrini. La stessa iniziativa verrà replicata mercoledì 25 febbraio alla Viberti di Nichelino.
«L'iniziativa, promossa dalla Fiom, è una prima risposta alle difficoltà dei lavoratori di arrivare alla "quarta settimana" - si legge in un comunicato - e vuole essere un modo per sollecitare la riscoperta della solidarietà negli acquisti». Gli aderenti, che in questa prima fase sono già un centinaio, hanno infatti la possibilità di acquistare, al prezzo di 25 euro, un paniere di beni acquistati direttamente da produttori locali, che comprende tre tipi di carne, latte, stracchino, parmigiano, gorgonzola, uova, mozzarelle.
Giorgio Airaudo, segretario provinciale Fiom: «In un questa fase di crisi, con i redditi dei lavoratori falciati dalla cassa integrazione, è indispensabile costruire delle reti di solidarietà nella migliore tradizione del movimento operaio, sull'esempio delle società di mutuo soccorso. Presto questa iniziativa verrà estesa ad altre aziende e ad altri prodotti perché anche così non si lasciano soli i lavoratori».
Nell'ambito della distribuzione del paniere, sempre alla porta 15, continua la raccolta firme per chiedere l'adeguamento dell'indennità di cassa integrazione all'80% dell'ultima retribuzione. La Fiat, intanto, ha comunicato ai sindacati di aver annullato la settimana di cassa integrazione prevista a Mirafiori per la Mito dal 23 al 27 febbraio e la seconda settimana di marzo per la Mito e la Multipla a Mirafiori. Inoltre è stata anche annullata la prima settimana di marzo di cig prevista a Termini Imerese e a Melfi.
Sugli ammortizzatori sociali le polemiche, tuttavia, ancora non sono chiuse.
«Non conosciamo ancora il contenuto esatto ma una cosa è evidente: la cifra stanziata è troppo bassa», ha detto ieri il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, commentando il via libera al decreto per l'assegnazione alle Regioni e alle Province autonome delle risorse per finanziare gli ammortizzatori sociali in deroga. Un decreto che per Fammoni arriva «con molto ritardo e sulla base delle pressioni da noi esercitate e che stanzia una cifra troppo bassa, meno di un quarto delle risorse già disponibili». Ovvero, continua in una nota, «una media di 7 milioni a Regione che sarà esaurita rapidissimamente e che in alcune realtà potrebbe non essere neppure sufficiente per sanare i casi sospesi di gennaio e febbraio, scaricando tensioni sulle Regioni».



Un conto è mangiar poco, talvolta può anche far bene. Ma mangiare male, invece, è sempre cattiva cosa. E la crisi economica porta i lavoratori a rinunciare, oltre che alla quantità, anche alla qualità del cibo. Allora perché - si sono detti alle Presse di Mirafiori - non provare a mangiare bene, senza spendere un capitale? Anzi, pagando meno del solito, perché se alla quarta settimana non ci si arriva già con lo stipendio pieno, figuriamoci in cassa integrazione.
Le possibilità ci sono: basta abbattere i costi di distribuzione, pubblicità e quant'altro. Come fare? Andando direttamente dal produttore, magari in campagna. E così, per la prima volta in una fabbrica metalmeccanica è nato un Gas, un gruppo di acquisto solidale. Gli operai si sono autorganizzati e la scorsa settimana hanno raccolto le prenotazioni per il paniere. La Fiom ha dato supporto non solo logistico: «Non ci rifugiamo nel mutualismo - ha spiegato il segretario Giorgio Airaudo - la lotta contrattuale continua, pure quella per la difesa del posto e a sostegno del reddito. Ma in questa fase così critica è indispensabile costruire delle reti di solidarietà nella migliore tradizione del movimento operaio».
Ieri davanti alla porta 15 di Mirafiori è stata la volta del debutto per il primo paniere di prodotti alimentari. Quello della quarta settimana. C'era un po' di ansia da esordio e anche qualche fotografo a immortalare l'evento. Ecco il camion frigo per il cambio turno: un bacchetto e fuori le buste della spesa. Tre tipi di carne, latte, stracchino, parmigiano, gorgonzola, uova e mozzarelle. E arrivano i primi lavoratori. Beppe è dal 1987 in Fiat, «uno degli ultimi assunti» precisa. Fa il delegato e ha aderito al Gas, che qua chiamano Gasp, perché ci mettono al fondo l'iniziale di Presse: «Il gruppo nasce per venire incontro a chi paga sulla propria pelle il prezzo della crisi ed è un modo per riscoprire la solidarietà negli acquisti». Era da tempo che alle Presse stilavano un grafico sugli indici dei prezzi al consumo diffusi dall'Istat. Fatti due calcoli, hanno notato che si poteva risparmiare, senza rinunciare alla qualità. In un supermercato lo stesso paniere varia dai 31 ai 56 euro, un cesto Gasp ne costa invece 25. I fornitori sono, per ora, la Centrale del latte di Alessandria e Asti e la cooperativa Sapori 4 Cascine.
In un angolo c'è Fortunato, 49 anni: da 31 lavora in Fiat e da 6 è in cassa integrazione. Di crisi, se ne intende. Sta in disparte, ha in mano la busta paga, quella di gennaio e quella di dicembre. Cinquecentosettanta euro di differenza, tra l'una e l'altra. Nell'ultimo mese ha lavorato, mentre sotto Natale è rimasto a casa, prendendo 700 euro: «La rotazione prevista per legge - mi spiega - non è mai applicata in modo regolare, sempre a svantaggio di qualcuno. Dal 2003 avrò fatto 9 mesi di servizio. Il problema è che la forbice tra salari e costo della vita si allarga sempre di più e se non avessi i miei genitori a darmi una mano, con 360 euro al mese di mutuo, non saprei come campare». Non conosceva il «paniere», la vede come una buona idea, ma non si sbilancia. Silvia sorride di più e si avvicina con la sua borsa: «Tanto di cappello alla Fiom, ora però voglio assaggiarli questi prodotti prima di dire come sono». Sempre alla porta 15 è continuata la raccolta firme per chiedere l'adeguamento dell'indennità di cassa integrazione all'80%. Come dice Antonello: «A una crisi straordinaria chiediamo al governo provvedimenti straordinari». Alle due e mezza si smonta tutto. Elisa, da trent'anni in Fiat, è contenta del risultato: «Ormai siamo un centinaio». La stessa iniziativa sarà ripetuta mercoledì alla Viberti di Nichelino.


27 febbraio 2009

Intervista a Giorgio Lunghini :«Tasse progressive e pagate da tutti. Solo così può ripartire l'economia»

 

La proposta della Cgil su una tassazione dei redditi superiori ai 150mila euro che passi dal 43% al 48% continua a far parlare di sé. Tra gli altri, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni va giù piuttosto duramente bollandola come una «proposta demagogica». In alternativa, un «impianto complessivo per riconquistare la progressività, ovvero che ciascuno paghi per quello che ha».
Il concetto della progressività è al centro dell'intervista che il professor Giorgio Lunghini ha rilasciato a Liberazione.

La questione fiscale, volente o nolente, è al centro del discorso sulla ripresa economica. Eppure questo Governo continua ostinatamente a non prenderla in considerazione, da nessun punto di vista.
Dubito che questo Governo prenda in seria considerazione un intervento sul fisco. Vorrei anche aggiungere che la questione fiscale non è urgente per via della crisi in atto. E' urgente innanzitutto per questioni costituzionali. La Costituzione della Repubblica italiana detta regole estremamente precise su questo tema. La struttura deve essere di tipo progressivo. E' una vecchia e consolidata tradizione liberale secondo la quale è opportuno che ci sia una certa uguaglianza di partenza e la progressività delle imposte.

Cosa pensi della proposta della Cgil?
Credo che l'uscita di Epifani sia stata quanto mai opportuna ma sbagliata dal punto di vista tecnico perché suona come tassiamo alcuni ricchi e trasferiamo questo reddito ai poveri, che sono tanti. E' vero che la stessa proposta è stata fatta in Inghilterra, ma personalizzare il prelievo fiscale è un errore. Quello che occorre è una vera lotta all'evasione fiscale. Su un punto bisogna essere chiari, e cioè che l'evasione è un crimine. Un crimine che si sostanzia nella sottrazione di servizi pubblici da parte di chi non paga le tasse. Questa quota di tasse non pagate a fronte di parità di spesa dello Stato si trasferisce su chi ha meno mezzi di sussistenza e paga ugualmente le tasse.

Oggi quale è il profilo del fisco italiano da questo punto di vista?
La progressività fiscale si ferma oggi ai redditi nell'ordine dei 50-60mila che sono un buon reddito ma non è certamente il reddito dei ricchi.

Ogni colta che esce una proposta di tassazione sul patrimonio si scatena una bagarre infinita. Perché?
Imposta sul patrimonio non è quello che la gente in generale pensa, ovvero che si tratti di una cosa terribile. Rientra in un disegno di fisco che cerchi di rimediare alla iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza in modo da mettere le persone in condizioni decorose e tendenzialmente uniformi. Un Governo come quello attuale dovrebbe pensare non solo a non aumentare la spesa pubblica ma anche a come aumentare le entrate, ovvero con la lotta all'evasione fiscale, una ragionevolole progressività e, terzo, un qualche tipo di imposta patrimoniale.

Ci sono esempi positivi che partono da questa impostazione?
Prima di tutto ci sono i risultati storici nelle grandi democrazie scandinve dove le aliquote sono all'80 per cento. Negli Usa, poi, l'evasione fiscale porta in galera
Non si tratta di cose scandalose, sono semplicemente liberali. Oggi di veri liberali non ce ne sono più.

Oggi il nodo resta quello di una forte crisi dei redditi e quindi dei mercati interni. L'economia sembra essere tornata a una crisi di sovrapproduzione.
Non c'è mai sovrapproduzione di merci. Semmai se ne producono poche di merci rispetto ai veri bisogni degli individui. Il vero punto è che la domanda è insufficiente. E i redditi sono bassi. Se i redditi sono bassi una politica fiscale dal punto di vista del prelievo è molto ragionevole e opportuna.

E quindi l'intervento fiscale...
Taglio delle aliquote nelle fasce inferiori e aumento di quelle superiori. In poche parole si deve contribuire in progressione alla fascia di reddito di appartenenza. Le aliquote dovrebbero crescere al crescere del reddito. In questo modo ci sarebbe una redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri cosa che fra l'altro farebbe aumetnare la domanda.

Quale è lo stato dell'evasione fiscale
Bassa e decrescente. Ci sono delle ragioni culturali. In Italia l'evasione non è considerata cosa peccaminosa. I politici approfittano di questa situazione e l'assecondano consentendogli di non pagare le tasse. Era stato introdotto dal Governo Prodi un provvedimento sulla tracciabilità degli assegni. E così tanti altri provvedimenti. L'evasione fiscale volendo si potrebbe contrastare. Visco ci aveva provato ma non ci è riuscito.


26 febbraio 2009

Serena Salucci : stretta di Brunetta sui precari nella Pubblica Amministrazione

 

Non hanno ancora vinto la loro battaglia, ma da ieri hanno qualche speranza in più di riottenere il loro posto di lavoro. Anna, Laura e Valentina, tre delle undici centraliniste interinali dell'Ospedale di Legnano licenziate a settembre, erano giunte a Roma mercoledì mattina con gli occhi coperti da una benda nera, per partecipare al presidio dei precari della Pubblica Amministrazione organizzato sotto Palazzo Madama dall'RdB Cub. «Siamo bendate - avevano spiegato - perché il nostro futuro non esiste, non lo lo vediamo più. Vogliamo chiedere spiegazioni direttamente al ministro Brunetta, perchè secondo la sua legge non possiamo più riavere il nostro lavoro». Ieri mattina hanno continuato il loro "sciopero del futuro" sotto la sede del Ministero della Funzione Pubblica finché non sono state ricevute dallo staff del Ministro.
Dopo un rimpallo di responsabilità, durato mesi, tra l'azienda sanitaria lombarda e il ministero, finalmente si è acceso un lumicino. Secondo i funzionari che hanno ricevuto le lavoratrici, esiste la possibilità di deroga al famigerato art. 49 della legge 133 che fissa il limite di tre anni per l'utilizzo dei lavoratori precari da parte della Pubblica Amministrazione: è sufficiente che l'Ospedale formuli un quesito da inviare a Roma per la predisposizione di un provvedimento ad hoc. Tolte le "bende", le ragazze hanno fatto ritorno a casa, con la certezza di un appuntamento per il 4 marzo prossimo al Ministero, sempre che l'Ospedale di Legnano lavori perché la vicenda si concluda positivamente. 



Quel che è certo per ora, è che la storia delle centraliniste "spogliarelliste", che si erano messe provocatoriamente all'asta su You Tube per un posto di lavoro, rappresenta solo l'inizio dell'effetto devastante dei provvedimenti del governo su migliaia di precari del pubblico impiego. La preoccupazione cresce con l'avvicinarsi del passaggio alle Camere del Disegno di Legge 1167, il collegato alla finanziaria che nell'articolo 7 inserisce una revisione drastica della disciplina sul ricorso al lavoro flessibile all'interno degli enti pubblici. La norma, definita "ammazzaprecari" dai sindacati di base, mette definitivamente un punto alle procedure di stabilizzazione iniziate nella Pa a seguito delle finanziarie del 2006 e del 2007. Il termine perentorio fissato per tutte le conversioni e le assunzioni dei precari è il 30 giugno 2009. «Tecnicamente fino a quando il Ddl 1167 non entra in vigore - sottolinea Carmela Bonvino, resposabile RdB per il precariato - le amministrazioni possono far riferimento alle vecchie norme e stabilizzare i tempo determinato fino alla copertura per le carenze di organico, e per i cococò la trasformazione a tempo determinato. Ora non solo vengono abrogate tutte le norme, ma le amministrazioni che hanno fatto il passaggio da cococò a tempo determinato non avranno più la possibilità di fare il secondo passaggio e assumere i lavoratori. Soprattutto negli enti locali la situazione rischia di diventare critica, perché la lentezza burocratica non consentirà di completare le procedure. Finiti i tre anni si è fuori». Per questo cresce la mobilitazione dei precari degli enti pubblici. L'unica promessa strappata con il presidio dell'altro giorno, che chiedeva alla cancellazione dell'articolo 7 del progetto di legge, è quella dei senatori dell'Italia dei Valori che nel passaggio in Commissione Lavoro presenteranno alcuni emendamenti, nessuna risposta da Pd e nessun sostegno per ora dai sindacati confederali. È quindi probabile che l'"ammazzaprecari" andrà avanti senza ostacoli. Ieri, dopo il passaggio indenne del Ddl in Commissione Affari Costituzionali del Senato, Brunetta ha espresso la ferma intenzione di arrivare alla votazione in Senato martedì prossimo.


26 febbraio 2009

Mariangela Maturo : il padrone esce allo scoperto

 Questo è un attacco alla democrazia e al diritto costituzionale di un imprenditore di entrare a casa sua», tuona Gianbattista Lomartire, avvocato di Silvano Genta, padrone rottamatore della Innse Presse, la fabbrica di Milano prima autogestita e poi difesa con un presidio permanente da 49 operai. Dopo lunghi mesi di lotta, Genta non si era mai presentato in pubblico. La sua versione dei fatti si intuiva dai tavoli di contrattazione che saltavano uno dopo l'altro (a un paio di incontri al ministero neanche si era presentato). Per lui anche la proposta di una ditta bresciana, la Ormis, disposta a rilevale l'azienda è sempre stata «francamente inaccetabile». Gli è sempre interessato solo rivendersi i macchinari e chiudere dopo che si era intascato gli aiuti di stato per rilevare la fabbrica. La lotta determinata di questi lavoratori lo ha costretto ad uscire allo scoperto e ieri mattina ha parlato al Circolo della stampa di Milano.
Fuori gli operai si facevano sentire: «Giù le mani dalla Innse». Dentro, l'avvocato lamentava i danni subiti dal suo cliente, che ha in corso una causa legale con la Aedes, immobiliare proprietaria del terreno cui Genta non ha pagato l'affitto. L'immobiliare Aedes, quasi fallita, sta per vendere il terreno, un cambio della guardia che potrebbe mettere Genta ancora più nei guai. Ma la colpa per il suo avvocato è tutta degli operai, che non se ne vogliono andare. Per cacciarli e potersi rivendere i macchinari (preziose presse di ghisa) Genta si è presentato più volte davanti ai cancelli dell'Innse con la polizia che ha caricato i lavoratori. «Ho visto i bulloni, le chiavi inglesi nelle mani degli operai, non le cariche», è la voce del padrone. Un padre di famiglia gli risponde togliendosi il cappello, un bernoccolo sulla testa brizzolata dimostra il contrario. Genta e avvocato insistono: qualunque proposta è naufragata per colpa delle «maestranze indisponibili a qualunque altra soluzione che non prevedesse la permanenza in loco». E su questo ha ragione, questi operai volevano continuare a far funzionare una industria che ha mercato, hanno autogestito e mandato avanti commesse e produzione, hanno trovato un acquirente, difeso i macchinari e cercato l'appoggio di sindacati e politici. Sono diventati un simbolo della crisi della Milano dell'Expò dove contano i profitti sui terreni, non l'economia reale e men che meno la vita dei lavoratori.



Genta lo sa: «Il caso Innse è diventato il simbolo di una ipocrisia pseudo sindacale, per interesse politico in spregio alla realtà e al rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti (come se il lavoro non fosse tra questi, ndr). L'opposizione è avvenuta ben oltre le legittime procedure: è stato posto in atto un assedio illegittimo. Si è cercato lo scontro chiamando a raccolta la Sinistra antagonista e i centri sociali». E' vero. Anche per questo adesso gli operai della Innse sono meno soli, altre 13 fabbriche della zona stanno chiudendo, i lavoratori che prima erano restiì ad esporsi li appoggiano mentre politici e sindacalisti si stanno svegliando.


25 febbraio 2009

Pietro Ancona : Veltroni e il fallimento della democrazia plebiscitaria

Da il Pane e le Rose 

Una riflessione può farsi a partire dalle dimissioni di Veltroni ma che riguarda la cosidetta "modernizzazione"della democrazia così come l'abbiamo conosciuta e praticata nel corso di tutti gli anni a partire dalla Costituzione. Credo che tirate le somme, per quanto le regole della democrazia prima delle recenti riforme fossero a volte macchinose e rallentassero il processo decisionale, tutt'ora sono preferibili a quelle innestate dal populismo e dal plebiscitarismo attuale. 



Prendiamo ad esempio le primarie e l'elezione di Veltroni con conseguente formazione di un organismo di circa tremila persone (nessuno sa chi siano e probabilmente non si conoscono tra di loro e molti sono sconosciuti al Partito). Alle primarie per l'elezione di Veltroni hanno partecipato (si dice) tremilioni e mezzo e persone. Se la democrazia è numero non c'è dubbio che l'investitura di tremilioni e mezzo di persone sia più suggestiva della elezione di uno dei vecchi Comitati Centrali del PCI e del Consiglio Nazionale della DC. C'è da osservare che tremilioni e mezzo di persone hanno votato in un'ottica truccata dalla assenza di reali contendenti se consideriamo che la Rosy Bindi partecipava per sua stessa ammissione per una propria scelta personale di identificazione nel nuovo gruppo dirigente del PD. La nomina dei tremila è stata una conta nel territorio, il prodotto dei rapporti di forza tra i seguaci di alcuni leader nazionali, personaggi della provincia che si sono piazzati al seguito o addirittura in rappresentanza di un potente oligarca. Ci sono eletti fedeli o fedelissimi di Veltroni, altri di Fassino, altri di D'Alema, Rutelli e cosi via. La politica non c'entra quasi niente! C'entra la benevolenza del leader nazionale verso il suo protetto che diventa per via di questa investitura un "potente", un capo bastone, una persona di quelle che contano specialmente quando si debbono scegliere i candidati che poi sono gli "eletti" per elezioni politiche prive del voto di preferenza, quando si debbono scegliere tutti gli uomini per le cariche nella amministrazione locale rigidamente lottizzata non solo tra i partiti ma anche dalle fazioni dei partiti.

Le dimissioni di Veltroni hanno messo a nudo l'inganno della neodemocrazia praticata a sinistra (cosa assai grave) in un Paese in cui il Presidente del Consiglio ha creato un suo Partito-azienda ove naturalmente non c'è mai stato nè mai ci sarà un congresso dal momento che non si saprebbe come fare, in cui c'è in corso una crisi della sinistra comunista, dei socialisti, dei verdi. Quale sarà il procedimento che porterà alla elezione del nuovo segretario e degli organismi dirigenti? Non sappiamo neppure se i tremila delle primarie siano ancora tutti nel PD e naturalmente le decisioni saranno prese dai capibastone nazionali delle varie fazioni dell'ex DS e dell'ex Margherita.

La neodemocrazia leaderistica ha prodotto danni enormi anche nella pubblica amministrazione. Viene arrestato il Presidente della regione Abruzzo e l'intero Consiglio Regionale viene sciolto e si indicano nuove elezione per eleggere il nuovo Presidente e tutto il Consiglio.. Lo steso dicasi per la Sardegna. Si tratta di una norma che paralizza il ruolo delle assemblee generali elettive che vengono legate alla sorte del Presidente. Perchè un Consiglio regionale si deve dimettere se muore, si dimette, succede qualcosa al Presidente della regione? Si annulla la distinzione tra potere di controllo, potere legislativo e potere esecutivo. La carica di consigliere regionale o comunale diventa in qualche modo una emanazione del Presidente della regione o del Sindaco. Un capovolgimento della democrazia in cui il controllato (presidente) diventa controllore e dante causa.

Erano molto ma molto più serie le norme che presiedevano alla formazione degli organismi dei partiti e delle pubbliche amministrazioni prima della ubriacatura generale di modernismo, di innovazione, di plebescitarismo. Un iscritto al PCI o al PSI che votava in Sezione valeva molto di più, era assai più importante, di un anonimo partecipante ad una primaria fasulla di tre o quattro milioni di persone. Il suo voto contava e si discuteva a fondo sulle qualità della persona da eleggere sia per il Comitato Direttivo della Sezione, sia per altre cariche. Il Partito era una cosa seria specialmente nel suo Comitato Centrale che era capace di discutere per giorni e giorni scelte politiche che oggi vengono assunte velocemente ma anche spesso con leggerezza. Tutto è cominciato dallo scioglimento del Comitato Centrale del PSI e della sua sostituzione con quello che Rino Formica definì una "corte di ballerini e nani". La qualità del dibattito e della democrazia italiana sono peggiorati. Le riforme della pubblica amministrazione hanno diffuso il virus dello oligarchismo nel vasto corpo dello Stato. Si è invertito il rapporto tra elettori ed eletto. L'Oligarca è diventato talmente potente da essere addirittura temuto da coloro che gli stanno vicini.

La riforma politica e la riforma amministrativa hanno degradato la qualità della democrazia italiana. Molte norme introdotte dalla riforma Bassanini si sono rivelate veri e propri cavalli di troia ed hanno fatto degenerare una pubblica amministrazione magari vecchiotta ma certamente assai più accettabile di quella odierna fatta di distanze siderali tra managers e comuni funzionari. I due processi di volatilizzazione dei partiti a vantaggio degli oligarchi e di riforma delle leggi elettorali e della struttura delle amministrazioni hanno fatto degenerare la democrazia italiana che è diventata quasi virtuale ed ha invertito il rapporto tra base e vertice. La base intesa come comunità di elettori o di cittadini non conta più niente. Tutto si consuma nelle stanze frequentate dagli oligarchi che sono privi di qualsiasi controllo, si stabiliscono gli stipendi che più aggradano,
insomma fanno quello che vogliono.

Non propongo il ritorno al Partito "pesante" ma credo che si debba trovare modo di restituire alle comunità di base il potere di scelta. Primarie di migliaia o milioni di persone sono il contrario della democrazia. Si svolgono in silenzio precedute da comizi dei candidati. La democrazia è discussione delle situazioni, scelta,
valorizzazione del bene comune. Insomma, è il contrario del punto in cui siamo giunti dopo venti anni di riforme demolitrici di un sistema vecchio ma rispettoso della libertà e del diritto di partecipazione dei cittadini.

La democrazia è la capillare partecipazione di quanti vogliono partecipare al processo decisionale, elettivo,
politico.

Pietro Ancona


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