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31 marzo 2009

Bruno Bosco : un’ Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie

 L’analisi della crisi finanziaria in atto, ultima di una lunga serie prodottasi a partire dall’inizio degli anni Novanta, rafforza la necessità, che molti economisti non aderenti al mainstream avevano per la verità già delineato da tempo, di rispondere al mutato ruolo della finanza interna ed internazionale.
Questa, da ancella dell’economia reale si è progressivamente trasformata in un autonomo strumento di rischiosa valorizzazione del capitale, con disseminazione sociale del rischio connesso a tale valorizzazione. L’attuale crisi rende evidente che la rischiosità, lungi dal rimanere confinata agli ambiti e ai soggetti consapevolmente partecipi dei mercati finanziari, viene facilmente traslata sulla collettività sia direttamente (si pensi ai pacchetti di prodotti finanziari venduti a ignari risparmiatori) sia indirettamente (attraverso i salvataggi che finiscono per gravare sui contribuenti e sugli utilizzatori dei servizi pubblici). Ciò è particolarmente pesante in relazione ai Fondi Pensione in tutti quei casi in cui le normative che ne regolano la gestione non prevedano idonee salvaguardie e garanzie di rendimento. La recente (ri)pubblicizzazione argentina rappresenta il degno epilogo delle politiche ispirate dal mantra liberista in questo campo. Lo strumento fiscale, all’interno di una più ampia azione di regolamentazione degli strumenti e dei soggetti finanziari, può contribuire a limitare le conseguenze avverse (sul piano della distribuzione e dell’efficienza sociale) della socializzazione del rischio che consegue alla crisi. A tale proposito due recenti proposte statunitensi possono rappresentare un utile punto di riferimento per politiche europee di tassazione delle attività finanziarie.

Due proposte dagli USA

Negli Usa, dove non esiste l’IVA ma viene applicata un’imposta sulle vendite (sales taxes and use taxes – che rappresentano le principali fonti di finanziamento dei governi statali e locali) si è da qualche tempo avviata una discussione sulla possibilità di introdurre un’imposta generalizzata e proporzionale sul valore delle transazioni, reali e finanziarie. Nel 2004 il Congressional Research Service (CRS[1]) la considerava una proposta atta a semplificare il sistema e a ridurre i costi di adempimento e di gestione. Con riferimento all’ambito specifico delle transazioni finanziarie, poi, il CRS riteneva che una simile imposta avrebbe potuto prevenire le transazioni speculative in strumenti finanziari e recuperare indirettamente gettito da attività esercitate in nero.
Più di recente, Jeffrey Frankel[2] ha proposto al Congresso USA di accompagnare l’acquisizione dei titoli tossici (il Trouble Asset Relief Program, TARP) con uno strumento definito “nuovo”: a small tax on securities market transactions; diciamo una versione speciale dell’imposta (generale) sulle transazioni discussa dal CRS. Secondo Frankel tale imposta era, tra le altre cose, fortemente motivata politicamente quale alternativa alle prebende settoriali e localistiche introdotte nella seconda versione, poi approvata, del TARP. In effetti, anche sulla base di esperienze precedenti, Frankel non sembra dare molto peso all’effetto (negativo o positivo) di una simile imposta sulla volatilità dei titoli, ma sottolinea invece il valore politico, e comunicativo, dell’imposta e del gettito che verrebbe ottenuto.

La rivincita della Tobin Tax

Tobin Tax è esplicitamente citata sia nello studio del CRS sia nell’articolo di Frankel.
Nelle intenzioni di James Tobin, premio Nobel per l’economia nel 1978, la Tobin tax avrebbe dovuto colpire un insieme di operazioni di acquisto di strumenti finanziari denominati in una moneta ed effettuate attraverso pagamenti in un’altra moneta mediante l’applicazione, ad ogni operazione, di un’aliquota fissa che poteva collocarsi tra lo 0,05% e lo 0,25% del valore dell’operazione. L’obiettivo fondamentale dell’imposta era quello di gettare dei “granellini di sabbia” negli ingranaggi della finanza internazionale, riducendo la volatilità dei cambi e quindi dando un po’ più di agio alle politiche di aggiustamento macroeconomico (nazionali ed internazionali). In estrema sintesi, l’idea di fondo è che le transazioni di natura non finanziaria si compiono generalmente attraverso un numero di operazioni nettamente inferiore rispetto a quelle di natura finanziaria – e queste ultime attraverso un numero di operazioni ancora minore di quelle poste in essere a fini esclusivamente speculativi – cosicché, solo le seconde verrebbero interessate dall’imposta in modo significativo, nonostante la “bassa” aliquota. Questa indiretta selettività dell’imposta ne è una caratteristica cruciale in quanto sono le transazioni di natura finanziaria (e in particolare quelle di natura speculativa) quelle che rendono volatili i tassi di cambio. Tuttavia, della Tobin Tax possiamo dare una più ampia interpretazione e collocarla all’interno del dibattito sugli strumenti di controllo dei flussi internazionali di capitale (depositi infruttiferi, contingentamento delle esportazioni di capitale, ecc.). In questa più ampia e interessante prospettiva[3], il peso dell’aliquota può certamente essere maggiore fermo restando che l’obiettivo prioritario della tassa non è il gettito ma il controllo sui movimenti di capitale e, per tale via, l’allentamento dei vincoli che le variazioni dei tassi di interesse internazionali pongono alle politiche macroeconomiche di sviluppo e di redistribuzione.
La discussione sulla Tobin tax, avviata negli anni immediatamente successivi alla fine di Bretton Woods, e riavviata dopo le crisi dello SME nel 1992-93 e del peso messicano nel 1994, si è bruscamente interrotta alla fine degli anni Novanta. Nel 1996, il Senatore Bob Dole insieme ad altri tre colleghi presentarono al Senato americano una proposta legislativa dal titolo (abbreviato) “Prohibition on United Nations Taxation Act 1996“. Con tale provvedimento si faceva divieto ai funzionari delle Nazioni Unite o di loro Agenzie di elaborare e promuovere schemi di tassazione internazionale basati sulla Tobin tax. Purtroppo questa proposta di legge conseguì il suo obiettivo e, dal 1996 in avanti, negli studi delle Nazioni Unite non si trova più traccia di proposte ispirate alla Tobin tax. Con il ritorno al governo dei repubblicani negli USA, e di fronte alla globalizzazione apparentemente trionfante e inarrestabile, fino a poco tempo fa la Tobin tax sembrava destinata a rimanere nel libro dei sogni di qualche associazione non governativa.
Tuttavia, la Tobin tax è chiaramente l’antenato nobile delle proposte del CRS e di Frankel da ultimo richiamate e la semplice discussione della loro possibile introduzione rappresenta la miglior risposta che i fatti potevano dare alla politica seguita nel 1996 dal Congresso USA.
Le due proposte brevemente esaminate in precedenza condividono molti degli elementi della Tobin tax, in particolare l’idea di tassare gli scambi, sebbene in modo proporzionale al valore degli stessi, oltre ai redditi che da essi conseguono. Ciò è giustificato dal fatto che la tassazione dei redditi segue degli schemi (ad esempio, la distinzione tra rendimenti fissi e contingenti) che si sono rivelati incapaci di evitare l’elusione fiscale attuabile attraverso i nuovi strumenti finanziari.



Una proposta per l’Europa

La differenza principale tra la Tobin tax e le imposte sulle transazioni finanziarie sta ovviamente nell’oggetto, che in un caso è limitato alle transazioni in valuta e nell’altro si estende a tutte le transazioni finanziarie, comprese quelle che avvengono senza cambio di valuta. Le ragioni addotte nello studio del CRS e nell’articolo di Frankel sembrano ugualmente valide anche per l’Europa, sebbene questa sia caratterizzata da un tasso di innovazione finanziaria, e da una deregulation del sistema bancario, meno marcati rispetto a quelli americani. Attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali si potrebbe pensare di arrivare ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzate all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Avrebbe, se accompagnata da altre misure (controllo delle cartolarizzazioni dei mutui, sorveglianza sulla gestione dei portafogli dei fondi pensione, ecc.) la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del (magro) budget dell’Unione. Ma, avrebbe anche il vantaggio di correggere in senso equitativo l’attuale sbilanciamento della struttura della tassazione così come questa si caratterizza in quasi tutti i Paesi europei. In Europa, infatti, è alta la tassazione dei redditi, e in parte dei profitti, ma essa penalizza fortemente il lavoro e le imprese a vantaggio dei redditi di natura finanziaria. Se non si intendono trattare le rendite finanziarie in modo sostanzialmente analogo agli altri redditi, allora un riequilibrio (ed un gettito) lo si può ottenere tassando le transazioni che ne sono il presupposto. Infine un’imposta di questo tipo andrebbe nella direzione recentemente indicata da Stiglitz[4] nella sua discussione su crescita sostenibile e politiche di sinistra. La sostenibilità della crescita non riguarda solo l’ambiente naturale ma anche il finanziamento dei consumi (compresi quelli sociali) e della spesa sociale che non può essere perennemente affidato all’indebitamento o limitata da restrizioni di gettito. La spesa sociale ed infrastrutturale deve essere aumentata e per questo occorrono fonti di finanziamento nuove, ad ampia base e diverse da quelle tradizionalmente date da redditi e profitti.


31 marzo 2009

Rosario Patalano : Lehman Brothers. Un contagio strategico ?

 Nel suo discorso di fine mandato come presidente di turno dell’Unione Europea, pronunciato il 16 dicembre scorso davanti al Parlamento di Strasburgo, con la solita franchezza, Nicolas Sarkosy ha affermato che: “La crisi non è nata ad agosto 2007, ma è iniziata quando gli Usa hanno preso la decisione gravissima di lasciare fallire Lehman Brothers” (fonte: Adnkronos).

Non possiamo dargli torto, la crisi finanziaria che si trascina ormai da più di un anno, ha avuto una netta accelerazione dopo il 14 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers ha ceduto alle pressioni che da qualche mese assediavano i suoi titoli a Wall Street, per annunciare l’intenzione di avvalersi della protezione in caso di bancarotta prevista dal Chapter 11 dell’U.S. Bankruptcy Code, gettando così nel panico le borse di tutto il mondo. Dopo l’annuncio del fallimento in un solo giorno tra le due sponde dell’Atlantico sono andati in fumo 825 miliardi di dollari. Secondo i dati della Federazione Mondiale delle Borse nei primi dieci giorni di ottobre sono stati persi dai listini azionari mondiali 4000 miliardi, portando a 25 miliardi di dollari la perdita complessiva rispetto all’ottobre 2007. Solo nei paesi Ocse dall’inizio dell’anno alla fine di ottobre le borse hanno bruciato 15.630 miliardi di dollari, circa il 30% del PIL mondiale.

La scelta dell’amministrazione americana di lasciar colare a picco il colosso Lehman è stata considerata da alcuni commentatori una decisione inspiegabile di fronte al salvataggio del gigante assicurativo AIG effettuato proprio il giorno dopo, al sostegno dato lo stesso giorno dalla Bank of America alla Merril Lynch (pilotato dalle autorità monetarie federali), e ancor più di fronte al doppio salvataggio di Fanni Mae e Freddie Mac, istituzioni specializzate nel campo dei muti avvenuto una settimana prima, e alla scelta compiuta sei mesi prima in favore di un’altra grande banca d’affari statunitense, la Bear Stearns, tenuta a galla dall’apertura di garanzie da parte della Fed, pari a 30 miliardi di dollari. La scelta è apparsa inspiegabile anche allo stesso Richard Fuld, amministratore delegato della Lehman Brothers, che il 6 ottobre scorso di fronte alla Commissione del Congresso Usa, ha ammesso candidamente: “Avrei voluto essere salvato anch’io. Certo ancora non mi spiego perché siamo stati gli unici a non essere salvati. E ciò che mi colpisce è che il venerdì prima del fallimento Lehman e Merryll Lynch erano nelle stesse condizioni”.



Molti influenti commentatori hanno interpretato questa scelta come un banale fatto emotivo, l’errore tipico di un momento di caos finanziario e politico. Questa lettura non sembra tuttavia molto convincente. Facendo attenzione a non cadere in semplificazioni “complottiste”, proveremo allora ad avanzare una diversa congettura sulle ragioni per cui proprio Lehman, e non altri, sia stata abbandonata al suo destino. L’idea, in proposito, è che la decisione di lasciar cadere il colosso finanziario sia stata in parte favorita dalla volontà diffusa nell’establishment americano di estendere più rapidamente il contagio fuori degli Stati Uniti e riaffermare la propria leadership mondiale, minacciata da più parti nell’ultimo anno. Fino al 15 settembre in molti ambienti della finanza e della politica europea questa crisi era stata descritta come esclusivamente statunitense, con limitati effetti in Europa e nei paesi emergenti. A parte le iniezioni di liquidità, la Bce e le altre banche centrali avevano seguito un comportamento non coordinato con le scelte della Fed, privilegiando gli obiettivi interni ancora in buona parte legati alla difesa della stabilità dei prezzi. Ma il fallimento di Lehman Brothers ha rivelato che il coinvolgimento dei gruppi bancari europei e asiatici era molto più ampio di quanto non si credesse. Da qui l’onda della crisi si è propagata su scala mondiale, e con essa anche le varie misure di salvataggio e di nazionalizzazione.

In questa particolare ottica, il fallimento di Lehman Brothers potrebbe dunque esser letto come un’azione temeraria, collocata però nell’ambito di una necessità strategica. Qualcosa di simile, in un certo senso, a ciò che nella terminologia militare si definisce un “rischio calcolato”, in base al quale appare lecito perdere sul campo qualcosa oggi per cercare di ottenere maggiori benefici domani. Lasciando la banca d’affari a sé stessa, gli Stati Uniti potrebbero aver lanciato un duplice segnale, una sorta di invocazione che è pure al tempo stesso una minaccia. E il segnale in effetti è giunto forte e chiaro. Dopo il 15 settembre la crisi, non più americana, è stata realmente percepita nella sua dimensione mondiale. Lo dimostra il primo intervento coordinato dell’8 ottobre scorso della banche centrali di sei importanti paesi con la riduzione di mezzo punto del tasso d’interesse. Un coordinamento senza precedenti, che è stato chiaramente forzato dalla situazione di emergenza e che può essere considerato come una sorta di “disciplina” imposta dalla Fed alle altre banche centrali.

Che sia stata sacrificata proprio la Lehman, la quarta banca d’affari degli Stati Uniti, non è casuale: era il leader mondiale per le cartolarizzazioni dei mutui residenziali gli ormai famosi ABS, Asset Backed Securities e CDO, Collateralized Debt Obligations) e le conseguenze del suo fallimento colpiscono in modo consistente istituti di credito al di fuori degli Stati Uniti. Le “apprezzate” obbligazioni strutturate Lehman, sostenute da un alto rating attribuito dalle più importanti agenzie come Moody’s e Standard’s & Poors, sono finite ovunque negli ultimi anni e hanno costituito l’ossatura delle polizze index liked che sono servite a raccogliere capitali drenandoli verso il mercato americano, affollato di consumatori pronti a sottoscrivere mutui e prestiti per alimentare il loro standard of live da anni ruggenti. Come dimostrano i dati dell’agenzia internazionale di rating Fitch Ratings, la Lehman ha avuto un ruolo essenziale come controparte negli ormai tristemente famosi credit defaul swaps (CDS) soprattutto in Europa e in Asia (su 69 CDS, 31 riguardano l’Europa, 35 l’Asia e solo 3gli USA).

Con la scelta strategica del 15 settembre gli Stati Uniti potrebbero avere esercitato una peculiare azione di contrasto nei confronti delle sempre più numerose minacce alla loro leadership egemonica. Ed è indubbio che il nuovo scenario geo-economico disegnato dall’attuale crisi ha ridimensionato fortemente quelle minacce: la concorrenza economica dell’Unione Europea, la restaurata potenza militare della Russia (esplosa come si ricorderà con la crisi georgiana dell’agosto scorso e con la minaccia di installare propri sistemi missilistici nell’enclave di Kaliningrad, in risposta alla decisione della Nato di militarizzare i paesi dell’ex Cortina di Ferro) e il ricatto dei paesi produttori di petrolio (compreso il pericoloso vicino Chavez) sembrano ormai questioni superate dai fatti. Nelle nuove incertezze che emergono dal dilagare della crisi, gli Stati Uniti riaffermano ormai a tutto campo la loro egemonia, anche con la forza della nuova autorevole leadership appena insediata.

Se, quella che per ora resta solo una congettura, trovasse in futuro dei riscontri documentari, il fallimento della Lehman potrà essere ricordato come l’ultima delle numerose, tragiche e discusse decisioni che hanno costellato l’indirizzo di politica estera dell’amministrazione Bush.


30 marzo 2009

Bruno Perini : per Giulio Sapelli la crisi finanziaria durerà 15 anni

 Un'intervista al manifesto sulle banche? E perché no? Lei lo sa bene, io in politica sono un conservatore e in economia un liberal. Però credo che materia di riflessione su quanto è accaduto ce ne sia da vendere. Anzi, la prima cosa che le voglio dire è che non possiamo cantare vittoria. L'uscita dal tunnel è ancora lontana. La crisi finanziaria durerà almeno 15 anni. Se è vero che i titoli tossici in circolazione sono stati stimati per un valore che è almeno 150 volte il Pil degli Stati Uniti, lei capisce che siamo messi male. Per quanto riguarda la crisi economica, invece, ci vorranno almeno 5 anni». Giulio Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano, è un conservatore tutto d'un pezzo, con le politiche economiche del centro sinistra non è per nulla tenero, è convinto che siano state tutte all'insegna dell'impopolarità, eppure alcune sue proposte che in questa intervista buttà lì come fossero noccioline, potrebbero far saltare i nervi a banchieri e finanzieri. Se fosse per lui ad esempio le stock option andrebbero eliminate quando si tratta di banche. E ancora, a proposito di istituti di credito un dubbio iperbolico ce l'ha: «Ma siamo proprio sicuri che le banche devono essere quotate in Borsa?».



Un quesito non da poco direi. Ci torniamo sulla questione. Ora, mi dica, che cosa ne pensa del tornado che ha investito Stati Uniti, Gran Bretagna e tutta l'Europa occidentale?

Liberiamoci subito di un luogo comune: le banche più intossicate non sono quelle anglosassoni o statunitensi ma quelle tedesche. E comunque il male sta lì, nel sistema bancario. Ho letto molte cose negative sugli hedge fund o sui private equity, ma sono le banche che hanno avuto le maggiori responsabilità. Quali banche? Quelle guidate da top manager che basavano la loro politica sulle stock option. Il vero guaio è che gli istituti bancari si sono trasformati da intermediari finanziari in reti di vendita di prodotti finanziari. Un fenomeno questo che non ha riguardato soltanto gli Stati Uniti o la Gran Bretagna ma anche, tanto per fare un esempio, l'Austria. Il secondo punto dolente di questa crisi è che si è diffusa una cultura del rischio funzionale ai top manager. E' per questo motivo che le dicevo che le stock option bancarie andrebbero abolite.

Forse il punto più critico è che i top manager non giocavano in proprio alla roulette russa ma mettevano sul mercato prodotti velenosi. Non crede?

E' così. Il punto di rottura c'è stato quando le banche hanno messo sul mercato i propri debiti. Fino a quando si mettevano sul mercato semplici obbligazioni tutto andava bene. Ma se quelle obbligazioni vengono vendute assieme a una scatola che contiene mutui subprime a rischio, più altri prodotti finanziari sofisticati e difficilmente decifrabili, allora tutto cambia. Ed è quello che è avvenuto: in un'epoca in cui si parla tanto di trasparenza e di governance ci siamo trovati sul mercato prodotti ad alto rischio ma soprattutto dal contenuto opaco. Ecco il punto. In sè i derivati non sono il diavolo ma se vengono alterati da prodotti strutturati non controllabili allora si muta la natura degli stessi derivati. Sa cosa le dico? Che l'Italia ha resistito a questa tossicità diffusa più di altri paesi perché è dotata di molte banche cooperative e popolari.

Secondo lei si può tornare indietro o queste anomalie sono parti integranti del sistema, sono un punto di non ritorno?

Io credo che sarebbe sbagliato tornare indietro. E forse impossibile. Bisogna continuare a usare questi strumenti finanziari nella normalità. Il mutuo? Non si può erogarlo senza una garanzia minima. Le stock option? Come le dicevo andrebbero abolite nel sistema bancario perché sono uno stimolo al massimo rischio e se le cose vanno male si mettono a repentaglio i risparmi di milioni di persone, non soltanto del top manager. E' anche per questo motivo che le esprimevo i miei dubbi attorno alla quotazione delle banche in Borsa. Forse le banche non dovrebbero essere oggetto di contrattazione borsistica.

Davvero lei pensa che la crisi finanziaria durerà così a lungo?

Se il grado di tossicità del sistema è così alto le ripercussioni saranno inevitabili anche nel medio periodo. Non voglio dire che il sistema bancario e finanziario sarà paralizzato ma certo gli effetti si faranno sentire. D'altronde io credo, a differenza di molti, che la crisi dell'economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria. Eravamo di fronte a una crisi di sovraproduzione, la crisi finanziaria si è sovrapposta non è stata la causa. Molti si chiedono che fare. Io non sono convinto che il proliferare della legislazione possa risolvere i problemi che ereditiamo dalla crisi. Sono piuttosto convinto che si debba tornare a un'etica degli affari. Non escludo un forte sistema di vigilanza ad esempio da parte della Banca d'Italia ma senza una nuova etica degli affari è difficile arginare alcuni fenomeni.


30 marzo 2009

Giuseppe Travaglini : le cause della crisi nell'economia reale

 

Nel dibattito sull’attuale situazione economica internazionale ci si interroga spesso sulle cause prime della recessione. Elementi di natura finanziaria e reale si intrecciano, difatti, così fittamente da rendere difficoltoso il tentativo di dipanare e ordinare i fattori economici e istituzionali che alimentano il domino della crisi mondiale.
Tanto che la difficoltà di sciogliere il nodo della relazione tra crisi finanziaria e reale si è manifestata in un iniziale immobilismo e nella successiva indecisione dei governi di scegliere il capo della corda da cui risalire la crisi, come se vi fosse il dubbio sulle cause alla base della recessione, siano esse di natura finanziaria piuttosto che reale. In questa prospettiva, oggi è divenuto più chiaro che, al di là del disordinato e spesso truffaldino operare dei mercati finanziari dell’ultimo decennio, alcune responsabilità nel manifestarsi della crisi sono di natura reale e riconducibili essenzialmente a due fenomeni: (1) il crescente squilibrio tra i disavanzi del conto corrente delle bilance dei pagamenti, che lega i paesi economicamente avanzati a quelli di nuova industrializzazione o produttori di petrolio; (2) il mutamento della distribuzione del reddito a scapito del lavoro, che ha agito da detonatore dei processi di indebitamento.
Guardiamo più da vicino a cosa è accaduto nelle maggiori economie mondiali tra il 1996 ed il 2008. Negli Stati Uniti il deficit commerciale è cresciuto enormemente fino a raggiungere la soglia del 4.5% del Pil. Una dinamica simile si è registrata nelle principali economie europee ed extra europee, ad eccezione della Germania. A livello mondiale il valore aggregato dei deficit deve essere esattamente compensato dagli avanzi commerciali dei restanti paesi. Così non sorprende che all’emergere di questo disavanzo commerciale abbia fatto da contraltare l’avanzo dei paesi esportatori di petrolio e di nuova industrializzazione come la Cina e l’India. E’ invece sorprendente il fatto che il risparmio si sia generato nelle economie emergenti in misura tale da far parlare il governatore della Fed Ben Bernanke di un vero e proprio Saving Glut (eccesso di risparmio).
Qual è stata la conseguenza di questa offerta di risparmio per i flussi internazionali di capitale? La contabilità nazionale insegna che il saldo delle partite correnti è necessariamente identico alla differenza tra il risparmio e gli investimenti nazionali. Ad ogni deficit commerciale corrisponde quindi un eccesso d’investimento sul risparmio nazionale. Così, il crescente risparmio dei paesi emergenti è entrato nel circuito internazionale finanziando l’investimento dei paesi industriali con disavanzo commerciale, che sono divenuti contemporaneamente importatori netti di merci e di risparmio. Questo fenomeno ha avuto una dimensione non paragonabile a quella dei decenni precedenti, anche facilitato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale. La conseguenza è stata l’accumulo di un debito netto notevole verso l’estero nelle economie avanzate, e la formazione di un eccesso di risparmio globale associato a bassi tassi di interesse di lungo periodo. Così negli ultimi quindici anni è diminuito il risparmio nazionale nei paesi economicamente avanzati, con una conseguente esposizione in termini di indebitamento verso il resto del mondo.
Il disequilibrio esterno delle partite correnti si è riflesso in un corrispondente squilibrio finanziario interno. Se, per esempio, guardiamo all’Italia, la controparte del disavanzo commerciale è stata il deficit pubblico a cui si è affiancato quello crescente delle imprese. Le famiglie italiane invece detengono ancora oggi ricchezza netta, anche se in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nell’ultimo decennio infatti la caratteristica più saliente è stata una dinamica dei consumi delle famiglie superiore a quella del reddito disponibile, che è progredito con grande lentezza, sicché il risparmio si è costantemente ridotto. La diminuzione della quota del risparmio è stata inoltre accompagnata dal crescente indebitamento per sostenere i consumi.
Per riassumere. Sovrabbondanza di risparmio nei paesi emergenti, e sua asimmetrica distribuzione a livello mondiale, diminuzione della propensione al risparmio nelle economie industrializzate, e crescente indebitamento strutturale delle stesse hanno caratterizzato il quindicennio appena trascorso. Oggi, il superamento della crisi, oltre alla ridefinizione di “regole” internazionali, richiede il riequilibrio dei bilanci (pubblici e privati) con leva finanziaria è elevata. Tuttavia, la riduzione dell’indebitamento nasconde un paradosso. Essa implica un riequilibrio tra risparmio e consumi che nel breve periodo può aggravare la recessione perché un risparmio crescente contribuisce a deprimere il consumo e gli investimenti, avvilendo ulteriormente la produzione e l’occupazione. L’apparente assurdità di voler superare la crisi sostenendo i consumi risiede nel timore di cadere nel “paradosso della parsimonia” secondo cui un aumento del risparmio nel breve periodo può portare ad una minore crescita della produzione.




A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo. Il consumo non dipende solamente dal reddito corrente, ma anche dalla ricchezza e dalle aspettative sul reddito futuro. La prima è in contrazione per la caduta dei valori di borsa e di quelli immobiliari, e tende perciò a deprimere il consumo. La seconda riguarda le aspettative sui redditi presenti e futuri sull’arco di una vita. Qualunque cambiamento che riduce in maniera permanente i redditi attesi futuri ha l’effetto di abbassare la domanda aggregata corrente. Inoltre, poiché anche l’investimento delle imprese dipende dai profitti attesi, se esse anticipano una recessione prolungata dei consumi si riduce l’accumulazione, con addizionali effetti negativi su produzione e occupazione. Oggi, la domanda aggregata non può essere alimentata da indebitamento aggiuntivo. D’altra parte, la formazione di nuovo risparmio privato avrebbe effetti recessivi nel breve periodo. I consumi devono perciò essere sostenuti dalla crescita del reddito disponibile, che nelle attuali condizioni economiche può derivare da uno spostamento della distribuzione del reddito a favore del lavoro.
Per affrontare quest’ultimo punto, è bene partire dall’osservazione che negli ultimi quindici anni si è registrato a livello mondiale uno spostamento della distribuzione dai redditi dal lavoro ai profitti. Se misuriamo la quota del prodotto nazionale che va ai redditi da lavoro si osserva un evidente declino dagli inizi degli anni Novanta ad oggi in tutte le economie avanzate. In Italia lo spostamento negli ultimi dieci anni è stato particolarmente evidente (8 punti di Pil pari a circa 120 miliardi dalle retribuzioni ai profitti), ma è comune a tutti i paesi dell’Europa a 27. Gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada sperimentano un’evoluzione simile; in Francia e nel Regno Unito la distribuzione si è mantenuta inizialmente stabile, per cambiare a svantaggio del lavoro negli ultimi anni. Naturalmente, la riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto nazionale implica l’aumento corrispondente della quota del reddito nazionale a favore dei profitti.
L’aspetto controverso di questo mutamento è che esso è avvenuto in un’epoca in cui i tassi di attività e di occupazione sono tornati a crescere dopo il decennio Ottanta di diffusa disoccupazione. In Italia il tasso di occupazione è cresciuto a ritmi sostenuti. Tra il 1995 e il 2008 si sono creati tre milioni e mezzo di posti di lavoro. La crescita dell’occupazione è conseguenza diretta della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro varate a livello comunitario e nazionale che hanno accresciuto la flessibilità del rapporto lavorativo. Oggi in Italia sono più che raddoppiate le posizioni temporanee: alla fine del 2008 l’insieme dei lavoratori a termine, interinali e a progetto sfiorava i tre milioni. E poiché per circa il 90 per cento di questi lavoratori il contratto è temporaneo con scadenza entro un anno, essi sono esposti ad un rischio particolare in quanto la loro posizione lavorativa ha natura prociclica.
Il successo delle riforme del mercato del non è stato dunque completo. Infatti, l’aumento dei livelli occupazionali è avvenuto attraverso l’utilizzo di forme contrattuali transitorie, ed a questi nuovi posti di lavoro non è corrisposto il parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni. Questo fatto è comune a tutte le economie avanzate, ma è particolarmente evidente in quelle europee. Vale la pena di rilevare che questo risultato dipende in maniera determinante dal modo in cui la flessibilità del mercato del lavoro è stata interpretata delle imprese ai fini dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico. La scomposizione della produttività del lavoro nelle sue due componenti legate al progresso tecnico e all’accumulazione per occupato testimonia che questo rallentamento è dovuto al minore contributo del capitale per lavoratore e alla frenata del progresso tecnologico. In altri termini, la crescita della produzione è stata in gran parte trainata da quella occupazionale piuttosto che dall’accumulazione e dalla tecnologia.
Se ne può dedurre qualcosa circa le conseguenze della maggiore flessibilità e della globalizzazione del mercato del lavoro sulla crescita e sulla distribuzione del reddito? E’ sovente sostenuto che ad una maggiore flessibilità del lavoro corrisponda un’occupazione più produttiva che consente alle imprese di allocare in maniera efficiente il lavoro attraverso l’innovazione del capitale e delle tecnologie. I fatti appena ricordati ci dicono però che le cose sono andate in maniera diversa. Essi suggeriscono che la maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una bassa produttività e un minore progresso tecnologico. In altre parole, l’accumulazione di capitale è stata prevalente nei settori tradizionali con ridotto valore aggiunto, bassa produttività e scarsa competitività internazionale.
Insomma, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unita alla rimozione di barriere al libero movimento internazionale dei capitali, e al mutamento tecnologico ha finito per schiacciare i redditi da lavoro nei paesi avanzati. La competizione internazionale tra aree economiche è avvenuta sul costo del lavoro, e la mobilità dei capitali e dei flussi finanziari ha richiesto una forte moderazione salariale nei paesi economicamente avanzati per trattenere le attività produttive al suo interno. Oltre ciò, la riduzione del prezzo relativo tra lavoro e capitale ha trattenuto le imprese nei settori produttivi ad alta intensità di lavoro. L’effetto ultimo è stato quello di ridurre le capacità di crescita potenziale dell’economia con riflessi negativi sul prodotto procapite, sulla produttività e sulle retribuzioni. Ne è seguito il cambiamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro, e, un crescente indebitamento interno delle economie avanzate che è andato di pari passo con il maggiore indebitamento esterno per sostenere la domanda aggregata.
A quale conclusione arriviamo? Dai primi anni Novanta la deregolamentazione dei mercati del capitale e del lavoro ha diminuito il potere di mercato dei lavoratori con l’effetto di abbassare il loro “salario di riserva”. L’occupazione è cresciuta, mentre rallentava la dinamica delle retribuzioni. Il contributo dei redditi da lavoro alla crescita dei consumi è stato modesto, e accompagnato dal crescente indebitamento. Ma i mali non vengono mai da soli, e la ricomposizione dell’occupazione verso i settori produttivi con ridotto valore aggiunto, ha avvilito la produttività e l’accumulazione con una conseguente riduzione del rapporto capitale-lavoro, pur accrescendo la quota dei profitti. Oggi, le decisioni di spesa incorporano le attese pessimistiche circa gli andamenti futuri dei redditi. La recessione in corso e gli alti livelli di indebitamento lasciano dubitare sulla possibilità di rilanciare a breve la crescita.
La crisi attuale ha dunque radici reali e finanziarie. Su quelle finanziarie si è già scritto molto. Sulle cause reali la riflessione è ancora in corso. Qui abbiamo indicato una possibile interpretazione. La crescita degli anni Novanta è stata realizzata nelle economie avanzate importando risorse reali e finanziarie dall’estero; è stata accompagnata dallo spostamento nella distribuzione del reddito; è stata sostenuta dalla deregolamentazione del mercato internazionale dei capitali e del lavoro; è stata “gonfiata” dall’indebitamento; infine, è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria che ha reso instabile il sistema economico mondiale.
Guardiamo ancora ai fenomeni reali. Da una parte ci sono i paesi emergenti con avanzo commerciale e risparmio netto positivo. E’ auspicabile (anche se poco credibile) un riequilibrio esterno attraverso l’impiego delle risorse reali e finanziarie a loro disposizione che rientrano nel circuito degli scambi internazionali. La domanda così finanziata potrebbe contribuire al riequilibrio dei Global Imbalances riducendo l’indebitamento nelle economie avanzate in un contesto di domanda aggregata espansiva. La maggiore richiesta di merci dall’estero avrebbe l’effetto di sostenere la domanda nelle economie avanzate, dando fiato alla produzione e agli investimenti e riequilibrando i saldi finanziari esteri.
Alcune difficoltà naturalmente permangono. Per esempio, nel regime monetario dell’euro i meccanismi di riequilibrio sono complicati. Oggi i paesi aderenti alla moneta unica registrano un deficit nelle partite correnti, tranne la Germania; ma il saldo consolidato di tutti questi paesi è positivo. Così mentre il deprezzamento del tasso di cambio sarebbe la naturale conseguenza dei deficit, con vantaggio per le merci europee che diventerebbero relativamente meno costose rispetto a quelle estere a parità di prezzi, si assiste ad un apprezzamento della valuta europea con crescenti difficoltà per le iniziative commerciali e la competitività dei paesi come l’Italia.
Ovviamente, il processo di riequilibrio esterno richiede anche un riequilibrio interno del reddito nazionale a favore del lavoro. Tuttavia, in un sistema economico aperto agli scambi internazionali non circolano solo le merci, ma anche i fattori produttivi. E anche se uno di questi ha una mobilità relativamente bassa vi sarà la tendenza ad omogeneizzare la sua retribuzione a livello mondiale. E’ questo il caso del costo del lavoro che risente direttamente della globalizzazione del mercato del lavoro, e indirettamente della crescente mobilità dei capitali. Così, il riequilibrio nella distribuzione del reddito a favore del lavoro richiede un nuovo “patto sociale” che non può limitarsi alle singole economie, ma che deve essere disegnato a livello internazionale con un coordinamento delle politiche dei redditi, pena il fallimento di ogni tentativo.


29 marzo 2009

Pasquale Voza: a proposito di Di Vittorio

Sul piano del senso comune, anche (se non soprattutto) in riferimento alle coscienze giovanili, quella che si potrebbe chiamare la cultura diffusa del revisionismo ha finito coll'imporre un Novecento seccamente semplificato e "liberato" della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato, che si può ricondurre ad una nuova forma di "americanismo", inteso come terreno esemplare di caduta netta di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell'uno e dell'altro. E ciò, in generale, si sposa bene con l'estetica televisiva imperante, con i suoi codici e il suo linguaggio, con il suo pervasivo potere sovradeterminatore di spettacolarizzazione. Ebbene, ad onta delle generose e insieme acute considerazioni dell'attore Pierfrancesco Favino (presenti nell'intervista rilasciata a "Liberazione" sabato scorso), si deve dire che la fiction televisiva, Pane e libertà , incentrata sulla figura di Giuseppe Di Vittorio, è profondamente connotata da un'epica mèlo, che non ne costituisce solo la cifra stilistica ma ne diventa il vero contenuto («lo stile è la cosa», diceva a suo tempo De Sanctis).
Tuttavia ciò non toglie, anzi rende ancora più necessario, che si torni a riflettere criticamente sulla straordinaria esperienza politica, culturale, umana del grande dirigente sindacale, sugli aspetti e i significati della sua lezione. Lo scrittore lucano Carlo Levi ebbe a dire che Di Vittorio «era una figura rara, di chi aveva conservata intatta la sua prima natura, il modo di porsi nel mondo di un bracciante».



Questa notazione sulla conservazione intatta della prima natura è utile, in qualche modo, per comprendere un nodo essenziale della storia di Di Vittorio, il suo passaggio dal sindacalismo rivoluzionario al comunismo e insieme la sua capacità di far rivivere dentro di sé la spinta fondativa di quella prima esperienza in forme del tutto peculiari. Gramsci, già nell' Ordine Nuovo , ma poi ancora più decisamente nei Quaderni , criticava severamente il sindacalismo teorico (espressione con la quale egli intendeva riferirsi anche al sindacalismo rivoluzionario), e lo giudicava una forma di catastrofismo, l'altra faccia del liberismo economico e politico, con cui di fatto condivideva la separazione di economia e politica, ma con una funzione politica opposta, dal momento che, volendo essere l'ideologia di un gruppo subalterno, esso finiva col perpetuarne la condizione di subalternità. Ma è anche vero che lo stesso Gramsci, al tempo di Alcuni temi della quistione meridionale , aveva affermato che il sindacalismo rivoluzionario era «l'espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco con la borghesia e per un blocco coi contadini e in primo luogo coi contadini meridionali».
Ebbene la lotta, la passione tenacissima di Di Vittorio per la democrazia sindacale si nutriva, in forme nuove, di quell'antico spirito di scissione. Il famoso episodio dell'accordo che, inviso ai lavoratori, fu stracciato da lui con un deciso, "clamoroso" gesto simbolico, ci parla di questo, di una idea di democrazia sindacale come terreno di connessione organica dei lavoratori, come terreno fondamentale di soggettivazione politica, di «comprensione critica di se stessi» (Gramsci), di formazione della coscienza politica (e sarebbe altresì da interrogare la sua visione dei rapporti tra la forma-partito e la forma-sindacato). Si tratta certamente di una lezione assai viva oggi, nel tempo delle democrazie oligarchiche, delle derive neo-corporatiste e concertative del movimento sindacale, della frammentazione atomistica della società, nel tempo in cui i processi di soggettivazione critica e antagonistica sono quasi uccisi, resi impossibili dalla dilatazione tendenzialmente totalitaria del capitalismo post-fordista.
In una fase storica difficilissima, tra il '49 e il '50, Di Vittorio e la Cgil elaborarono e proposero il "Piano del Lavoro" per tentare una fuoriuscita politica dallo stato di isolamento e di repressione in cui versavano il movimento operaio e il sindacato. Ma esso fu soprattutto - come osservò Trentin in un convegno del '75 - «il tentativo di saldare tutta la tematica dell'unità sindacale con un disegno di ricomposizione dell'unità di classe intorno a obiettivi che costituissero un'alternativa positiva alla rottura lacerante dell'equilibrio politico e sociale preesistente». Quella di Di Vittorio fu, insomma, una peculiarissima, "drammatica" e radicale internità al mondo del lavoro e al movimento operaio: ciò motiva e spiega, fino in fondo, l'autonomia dalla posizione del suo Partito e la condanna dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel '56: egli affermò solennemente che «il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale».
Vorrei concludere con un episodio emblematico, che racchiude la figura e l'opera di Di Vittorio. Ne ha parlato Bruno Trentin, nel 1992, in occasione del centenario della nascita. Era il congresso della FSM nel 1954. Di Vittorio era relatore su "Problemi e obiettivi dei movimenti sindacali nei paesi del terzo mondo": la sua relazione aveva incontrato un dissenso quasi insuperabile in tutti i sindacati dei paesi dell'est e anche nei sindacati di tradizione comunista di molti paesi occidentali. La «bestemmia» - ricorda Trentin - era quella di parlare di un grande sindacato protagonista con una grande funzione dirigente nazionale, laddove in tutti i continenti, alla testa non poteva che esserci il partito mentre il sindacato non poteva che venire dopo.
Per replicare a questo dissenso, egli si rivolse ai delegati al congresso, ai tanti lavoratori del terzo mondo, dell'Africa, dell'Asia, dell'America latina e, chiamandoli a rispondere al suo appello, disse: «Vedo davanti a me tante facce, vedo dei neri, vedo di quelli che sono proprio neri neri; vedo dei bianchi, dei gialli, dei mezzi neri come me, ma tutti insieme, con voi, siamo il sindacato di domani». Il congresso esplose in un grandissimo applauso liberatorio: forse era stata la sua «prima natura» (di cui aveva parlato Carlo Levi), e la comprensione critica di se stessa, a suscitargli quelle parole.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


28 marzo 2009

Matteo Bosco Bortolaso : l'America intossicata

 

Soldi pubblici e privati per comprare gli «asset tossici» responsabili della crisi economica. Per Timothy Geithner, segretario del tesoro americano, la formula magica per uscire dal pantano creato dai mutui subprime è un mix di aiuti di Stato e di investimenti bancari.
Ieri il ministero dell'economia, finito nell'occhio del ciclone per lo scandalo dei manager che si pagavano bonus dorati con i soldi pubblici, ha presentato il suo de-tox plan, il piano per comprare gli asset tossici chiamato in gergo tecnico Public-Private Investment Program. Le borse hanno apprezzato e trascinato all'insù i listini, Wall Street compresa.
Come suggerisce lo stesso nome, il programma prevede di usare contributi statali e soldi privati per comprare gli asset. Per il momento, le risorse stanziate complessivamente saranno circa 500 miliardi di dollari. Successivamente, però, il piano potrebbe gonfiarsi fino a mille miliardi di dollari, arrivando al famoso trilione di dollari di cui si era parlato nei giorni scorsi. Degli iniziali 500 miliardi, un centinaio arriveranno dal governo di Washington, che attingerà al programma per salvare le banche già approvato sotto George W. Bush alla fine dell'estate, il Troubled Asset Relief Program (Tarp), che stanziava complessivamente 700 miliardi di dollari.
Secondo Geithner, che ieri ha firmato un lungo editoriale sul Wall Street Journal, il programma creerà un mercato per gli asset tossici che al momento è inesistente. In questo modo, a parere del segretario del Tesoro, si potrà migliorare il valore di questi asset, le banche saranno più propense a prestare soldi e verrà ridotta la mole di perdite degli istituti di credito.
Ieri il presidente Barack Obama si è detto «molto fiducioso» sul piano Geithner, perché è «assolutamente necessario» e «va nella direzione giusta». Obama ha aggiunto comunque che il piano «non sbloccherà il credito in una notte», perché «il sistema finanziario è ancora fragile». «Sarà un elemento critico per la ripresa - ha detto il responsabile della Casa Bianca - me la strada è ancora lunga».




L'approccio, sostengono al ministero del Tesoro, è «superiore alle altre alternative, anche a quella di acquisto diretto degli asset tossici da parte del governo». Se il governo agisse da solo, dicono, «i contribuenti si assumerebbero tutto il rischio di questi acquisti e il rischio addizionale di pagare troppo gli asset».L'ipotesi opposta, cioè lasciare tutto nelle mani dei privati, farebbe piombare gli Stati Uniti in un malessere simile a quello che colpì il Giappone negli anni Novanta, almeno secondo l'editoriale di Geithner, che scrive: «Sperare semplicemente che queste banche si possano liberare degli asset tossici rischierebbe di prolungare la crisi ripetendo l'esperienza giapponese», cioè una recessione senza crescita.
Tre i principi di base del piano. Primo, «massimizzare l'impatto di ogni dollaro dei contribuenti» che investono indirettamente pagando le tasse. Secondo, »condividere tanto i rischi quanto i profitti con il settore privato». Terzo, «fissare il prezzo partendo dal settore privato, così da ridurre le probabilità che il solo governo paghi troppo gli asset tossici».
Il piano prevede la creazione di due meccanismi, uno per l'acquisto dei prestiti e l'altro per l'acquisto di titoli legati al settore immobiliare.Il primo si chiama Legacy Loans Program. Tesoro e la Federal Deposit Insurance Corp. (Fdic), l'agenzia federale di garanzia sui depositi, cercheranno di attrarre capitali privati per l'acquisto dei prestiti offrendo garanzie e aiuti. La Fdic condurrà l'asta per i prestiti. Il miglior offerente avrà accesso al Public-Private Investment Fund e ai suoi finanziamenti per effettuare gli acquisti.
Obiettivo del secondo meccanismo è far ripartire il mercato di questi titoli legati al mercato immobiliare, consentendo alle banche di liberare capitali per aprire nuovamente i rubinetti del credito.
Il piano Geithner è stato bocciato senza appello dal premio Nobel per l'economia Paul Krugman, che preferirebbe un controllo pubblico delle banche più esposte. La formula magica, secondo Krugman, è questa: Washington deve «garantire numerosi debiti delle banche e nel contempo acquisire il controllo delle banche realmente insolventi, per ripulirne i conti». Krugman non è il primo - e non sarà certo l'ultimo - critico del ministro del Tesoro. Alcuni avevano chiesto le dimissioni di Geithner per aver saputo, senza reagire immediatamente, dei bonus dorati assegnati ai manager della compagnia assicurativa Aig con i soldi statali. Il presidente Obama, in un giro di interviste, ha sempre difeso Geithner senza esitazioni. Ma le discussioni sugli stipendi stellari torneranno presto d'attualità con il nuovo piano.


28 marzo 2009

Riccardo Chiari : Piaggio lacerata sugli integrativi

 

Dodici assemblee in quattro giorni alla Piaggio di Pontedera, da lunedì scorso e fino a domani, di fronte a circa duemila operai e un migliaio di impiegati. Con da una parte la Fiom Cgil, compatta, che spiega il perché del suo «no» all'ipotesi di accordo integrativo. Una bozza di intesa firmata invece dalle altre sigle sindacali metalmeccaniche, che a loro volta si battono per il «sì» al referendum fra i lavoratori, fissato all'inizio della prossima settimana. Clima caldo, insomma, nella più grande fabbrica del centro Italia. Riscaldato ulteriormente dalla decisione dell'azienda di convocare mini assemblee degli impiegati, proprio mentre si svolgono quelle organizzate da Rsu e sindacati. «Un chiaro comportamento antisindacale - osserva Maurizio Landini della Fiom nazionale - nel solco di quanto il management Piaggio ha già fatto nel corso delle trattative per l'integrativo, per dividere i lavoratori». Il giudizio di Landini è anche quello del segretario generale Gianni Rinaldini, che annuncia: «Se alla Piaggio l'azienda dovesse persistere nelle sue iniziative, la Fiom darà corso alle conseguenti azioni legali a tutela dei diritti dei lavoratori. Perché ci troviamo di fronte a una evidente operazione volta a esercitare una pressione inaccettabile sullo svolgimento democratico del voto».
Secondo la Fiom, l'accordo per l'integrativo pone condizioni ancora peggiori dell'offerta fatta da Piaggio nell'ottobre scorso. Un'offerta all'epoca rifiutata dalla Rsu e da tutte le organizzazioni sindacali. Ma Landini sul punto puntualizza: «Per noi non è in discussione quanto ottenuto, unitariamente, nel corso delle trattative fino all'ottobre scorso. In altre parole su ambiente di lavoro, sicurezza, relazioni sindacali, e sull'organizzazione della produzione che comprende sia l'inquadramento dei lavoratori che l'occupazione con l'entrata definitiva dei contrattisti a termine, l'ipotesi di accordo è ok». Quello che alla Fiom non va giù sono le parti dell'integrativo che riguardano gli orari di lavoro e i salari. Più in dettaglio, sul primo punto Landini osserva: «Sulla turnistica, l'azienda intende applicare un modello di orario su 17 turni e non più su 15, con il sabato lavorativo. Il tutto dimezzando la percentuale della 'banca delle ore', che fino ad oggi prevedeva l'esenzione fino al 12% degli operai su ogni linea, mentre nella nuova bozza di accordo la percentuale si riduce al 6%».
In quanto agli stipendi, la Fiom sul punto è chiara: «Nell'ipotesi di integrativo in discussione ci sono meno soldi a disposizione dei lavoratori di quanto la stessa azienda aveva proposto in ottobre, al momento della rottura, unitaria, delle trattative. In pratica la bozza di accordo prevede per il 2008 un aumento di soli 51 euro lordi. Mentre per quest'anno e per i due successivi, in teoria, gli aumenti dovrebbero andare da 400 euro a 650 fino a mille euro nel 2011. Ma sono tutte cifre legate in pratica alle variabili sul premio di risultato. Insomma non solo sono pochi soldi in assoluto, ma sono anche legati a indicatori di produzione fissati dall'azienda».



Di questo si sta discutendo in Piaggio nelle assemblee. Durante le quali la Fiom fa anche due conti: «Dal sito ufficiale Piaggio - chiude Landini - vediamo che i bilanci consolidati segnalano guadagni netti per 170 milioni di euro negli ultimi tre anni. Poi che Roberto Colaninno e i due più importanti dirigenti Piaggio nel 2008 hanno guadagnato, in tre, 2.5 milioni. Infine che le stock option per i manager Piaggio sono costate all'azienda circa 7 milioni di euro».


28 marzo 2009

Sara Farolfi : salviamo la Indesit

 

«La famiglia deve restare unita, nel bel paese che è l'Italia». In apertura del corteo la vicenda Indesit diventa una storia, e non solo un'impresa, di famiglia: «Lo sai che nostra sorella lavastoviglie è costretta a emigrare in Polonia?», dice il frigorifero alla lavatrice, «non lo permetteremo...», replica la cucina. Dalla provincia di Caserta, dove mille e cento operai producono più di un milione tra lavatrici e frigoriferi all'anno, sono partiti giovedì sera per arrivare in tempo, «ci siamo pagati il viaggio, ci è costato».
Una coltre di incredulità sembra rivestire ancora tutta la vicenda. La grafica di un cuore spezzato ricorre negli striscioni che ieri hanno attraversato Torino, manifestazione nazionale di tutto il gruppo Indesit organizzata dai sindacati (Fiom, Fim e Uilm) per dire no alla delocalizzazione in Polonia. «Non vogliamo il divorzio tra Indesit e None, vogliamo un'altra possibilità», «noi ti portiamo sul trono (su una lavastoviglie di cartone siede Maria Paola Merloni ndr) e tu ci abbandoni», hanno scritto negli striscioni. Non ha fiatato ieri Maria Paola Merloni, la deputata del Pd che è anche consigliera e azionista dell'azienda. In rappresentanza 'democratica' c'era l'ex ministro del lavoro, Cesare Damiano che getta acqua sul fuoco delle polemiche: «Non mi interessa il proprietario, ma il destino di 600 lavoratori e rispettive famiglie». 




Si possono congelare i lavoratori licenziati ?

Il dado sembra tratto, la paura contagiosa. Merloni (Vittorio) ha deciso di smettere la produzione di lavastoviglie nello stabilimento torinese di None per portare il tutto a Radomsko, in Polonia. Tra costo del lavoro, tasse e energia, «il 15% circa di risparmi», dice Maurizio Landini (Fiom). E non è tutto, perchè circola il sospetto che gli accordi con il governo polacco prevedano soldi in cambio di assunzioni, che aprirebbe un problema politico non da poco, «un incentivo a licenziare fatto con soldi pubblici, europei».
«Non siamo abbastanza competitivi», ha detto l'azienda il 5 marzo scorso, e quindi tanti saluti. «I polacchi possono anche produrre a meno ma noi più produttivi di così non possiamo essere, questo è sicuro», spiega Pietro, arrivato da Caserta: «Se questo è il concetto di efficienza che hanno, allora da domani possiamo chiudere tutti». Non è tanto la Polonia a fare paura, l'impero Merloni (17 mila dipendenti in 18 siti produttivi in diversi paesi) lì era già presente, e in forze. Neppure le delocalizzazioni, che già ci sono state. Mai una chiusura però, è questo che sconcerta.
«Può toccare anche a noi, tutti a Torino», hanno pensato i 600 operai che a Comunanza (Ascoli Piceno) fanno lavatrici. Come anche Giuseppe e Antonio, entrambi vicini alla quarantina, che invece lavorano all'Iveco. Maria Luisa è delegata della Fim Cisl nello stabilimento di Alpacina, provincia di Ancona. I numeri sono da capogiro anche lì: 640 operai a costruire forni e piani cottura a incasso. «Da noi hanno spostato in Polonia le cucine economiche - racconta - Finchè portano fuori prodotti che commerciano lì posso capire, se la mia azienda vende di più all'estero ha più soldi poi da investire, qui però stiamo parlando di un'altra cosa».
A None infatti di investimenti ne erano stati fatti eccome. «Quattro linee nuove l'anno scorso, una nuova piattaforma delle vasche, zona bar e, avevano promesso, spogliatoi con doccia... Dicevano che volevano investire...», dice Stefany, trentaquattrenne arrivata a Torino dall'altra parte dell'oceano e assunta alla Indesit nel 2003. «In Polonia ci finivano i vecchi modelli, a None si fa l'alta gamma, assicurava l'azienda». Anche i polacchi hanno conosciuto a None. «Sono stati qui da noi sei o sette mesi per imparare a fare le macchine vecchie... Gli abbiamo insegnato noi il lavoro, per poi scoprire che là erano già pronte tre linee nuove». I rapporti? «Freddini», dice Rino. «Ma nessuna guerra tra poveri, il lavoro c'è sia per gli italiani che per i polacchi, il governo però deve pensare prima a noi», conclude Stefany. «Noi non siamo contro i polacchi - spiega Marianna, 32 anni - Indesit è un marchio italiano, siamo contenti che abbia stabilimenti all'estero, ma prima veniamo noi, prima devono pensare alla nostra nazione».
«Volevamo un'Europa migliore», è la lavastoviglie di cartone che avvolge il corpo di Carmelina, 29 anni, assunta da dieci e già due figli. Anche Stefano c'è stato in Polonia a insegnare il lavoro a operai polacchi. Non lavora alla Indesit, ma in un'azienda dell'indotto che conta 78 dipendenti e che la proprietà americana ha deciso di chiudere. Ironia della sorte, per andare in Polonia. «Ho conosciuto polacchi che guadagnano 300 euro al mese, e mi dicevano di non riuscire a pagarci neppure l'affitto con quei soldi. Non c'è sindacato, assunti o licenziati a seconda dei bisogni dell'azienda... Ora prenderanno il posto nostro, e io dopo vent'anni di lavoro mi trovo così, sulla strada».
Fiom e Fim e Uilm dicono no alla chiusura e chiedono l'apertura di un tavolo nazionale. Di una cosa Giorgio Airaudo, segretario torinese della Fiom, è convinto, «che quel che perdi oggi non lo recuperi più».


28 marzo 2009

Fabrizio Salvatori : le previsioni dell'Ires

 

La ripresa? Un punto all'orizzonte che si allontana sempre di più. E anche i numeri della conferenza stampa di ieri organizzata dall'Ires-Cgil a corso d'Italia riconfermano questa sensazione. Come risponde il premier Berlusconi? «Non conosco i dati. E quindi non commento».
Se il 2010 era la data più probabile per il "fine corsa" della depressione economica, per l'Italia non sarà così, anzi. Da qui a quella data, l'Ires-Cgil prevede un milione di disoccupati e un prodotto interno lordo ridotto al -4% complessivamente. Ovviamente, sul banco degli imputati c'è la lentezza con la quale il Governo italiano sta rispondendo all'emergenza, e anche certe caratteristiche "strutturali" del mercato del lavoro, leggi flessibilità: il tasso di disoccupazione nel 2010 rischia infatti per la Cgil di salire fino al 10,1% ed anche nelle ipotesi più ottimistiche di arrivare al 9%. Ciò comporterebbe una perdita di 1 milione di posti di lavoro tra il 2007 e il 2010: solo nel 2009 si prevede infatti un calo di mezzo milione. I nuovi disoccupati, calcola l'Ires, porteranno il totale dei senza lavoro a 2,3 milioni nel 2009 e a 2,6 milioni nel 2010 (2,2 milioni nell'ipotesi più ottimistica). Il tutto mentre si allarga a 3,4 milioni di persone l'area della cosiddetta instabilità occupazionale: quel mondo di dipendenti a termine e di collaboratori vari su cui incombe di più il rischio di perdita di lavoro. 



«Sui possibili interventi sull'occupazione il Governo risponde che non ci sono le risorse ma con la nostra proposta fiscale si potrebbe avere 1 miliardo e mezzo di euro in più l'anno», dichiara Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, che è pronto ad illustrare le proposte di intervento del sindacato. Proposte che hanno origine da quella tassa di solidarietà che prevede un aumento dell'aliquota dal 43% al 48% per i redditi che superano i 150mila euro. Il provvedimento dovrebbe dare un gettito di un miliardo e mezzo, da redistribuire su tre inteventi fondamentali, a metà tra rinforzo degli ammortizzatori sociali per i dipendenti classici e di nuove tutele per gli atipici. Per prima cosa, il sindacato propone di estendere l'indennità di disoccupazione, che attualmente (secondo i dati del 2007) copre il 26,6% dei disoccupati, ad una platea allargata rispetto alle normative vigenti che include coloro i quali hanno versato contributi tra 17-51 settimane (stimabile al 35% del totale dei disoccupati). Secondo la Cgil la platea aggiuntiva di beneficiari dell'indennità è di 191 mila disoccupati, per una spesa aggiuntiva stimata di 663 milioni di euro.
La seconda proposta della Cgil riguarda il sostegno al reddito dei collaboratori, un intervento che coinvolgerebbe 171 mila lavoratori. La proposta prevede l'estensione ai redditi lordi annui compresi tra 1000 e 20mila euro, per un importo pari al 40% dell'ultimo compenso annuale (3200 euro importo medio del bonus). Si allarga così la platea a circa 95 mila collaboratori disoccupati in più, con una spesa aggiuntiva di circa 427 milioni di euro. L'ultima proposta della Cgil riguarda l'ampliamento degli importi massimi mensili Cigo, Cigs e indennità di mobilità. In particolare: da 886,31 a 1086,31 euro per i lavoratori in Cig con retribuzione lorda mensile inferiore a 1917,48 euro e da 1065,26 a 1265,26 euro per i lavoratori in Cig con retribuzione lorda mensile superiore a 1917,48 euro. Il sindacato sostiene che, ipotizzando una distribuzione delle retribuzioni con il 70% sotto e il 30% sopra i 1917,48 euro mensili, il costo aggiuntivo sarebbe di 678 milioni di euro. In base a queste proposte, che utilizzerebbero il ricavato della tassa di solidarietà per estendere misure straordinarie di sostegno al reddito contro la crisi ad una platea più ampia dei potenziali aventi diritto, la Cgil stima una spesa complessiva di 1768 milioni di euro.
Tornando all'analisi macroeconomica, nello specifico, dopo il calo dell'1% nel 2008 la Cgil si attende un drastico ribasso del Pil nel 2009 che dovrebbe raggiungere il 3%. Nel 2010 la diminuzione dovrebbe ridursi ad un -0,1%, portando la somma del triennio ad un -4%. La stima dell'Ires-Cgil è peggiore della più pessimistica stima fatta dal Res che nel triennio prevede un calo totale del 3,4%, derivante da una riduzione del Pil dello 0,8% nel 2008, del -2,5% nel 2009 e del -0,1% nel 2010. Per il 2009 il calo del Pil calcolato dai diversi istituti economici e istituzioni europee varia dunque da un -1% dell'Ocse al -2,5% del Res e all'oltre 3% del Ires.
Sui numeri, la vastità e la gravità della crisi economica in corso, commenta il segretario del Prc Paolo Ferrero, «la Cgil ha ragione a lanciare l'allarme e il premier Berlusconi mente».
«Proprio per questo non servono le elemosine una tantum, come quelle proposte dal Pd - ha aggiunto Ferrero - ma misure che aggrediscano le cause vere e profonde della crisi: patrimoniale, tassazione delle rendite, tassa di successione e, più in generale, più tasse ai ricchi con l'aumento strutturale delle aliquote, per aumentare salari e pensioni e garantire il salario sociale a tutti i disoccupati».


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