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29 aprile 2009

Boccaccia mia statti zitta....

Leggendo un dispaccio Ansa sulle candidature di Rifondazione e Pdci (che voterò a queste Europee) non mi posso però esimere dall'esprimere il mio disappunto : Rifondazione aveva espresso il suo impegno (e per quanto la riguarda lo ha assolto) di non candidare segretari, per non presentare candidati specchietti per le allodole (cosa che partiti preistorici come il Pdl e l'Italia dei Valori non hanno proprio preso in considerazione). Sapevo che Diliberto scalpitava ed alla fine è riuscito a presentarsi come capolista al Centro. Ferrero (come si vede dalle dichiarazioni) ha incassato per carità tipicamente valdese.



E' dal 1998 che avevo nostalgia dei piccoli padri cossuttiani. A questo punto devo sperare che questo rimanga un laico cartello elettorale. Altrimenti la sopravvivenza elettorale ci costerà piccinerie... grandi come una casa...comune.


28 aprile 2009

La litania degli specialisti

E' incredibile come, alla vista di uno stronzo, molti volan come mosche.
E' successo a Gnègnè che nella querelle televisiva tra Brunetta e Bignardi, abbia subito bastonato la seconda, il cui peccato, a dir la verità, mi sembra (a vedere parte del filmato) lieve (sempre partendo dal presupposto che non si può pretendere molto da lei e dall'altro presupposto che io non la vedo quasi mai).  Mi sono premunito di vedere dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati gli articoli di giornale raccolti dal 1998 ad oggi che abbiano come riferimento Giacomo Brodolini. Gli articoli sono tre :
uno di Guglielmo Epifani, uno di Nerio Nesi, l'ultimo di Sergio Romano. Renato Brunetta, a vedere i 670 (!) articoli conservati, non ha dedicato alcuna pagina di giornale a Giacomo Brodolini.  Lo ha riesumato giusto per fare il saccente l'altro giorno.
Probabilmente, per il nostro ministro, Brodolini è un grande patriota, famoso per aver dato il nome ad una fondazione di cui Renato Brunetta è stato presidente. Sarebbe interessante vedere anche se Brunetta abbia bacchettato il suo compagnuccio Vittorio Feltri, che su Brodolini
pure sembra sia inciampato.
Il fatto è che molti forzuti del web pensano che la cultura si possa accompagnare all'arroganza ed alla maleducazione. E questo è un triste segno dei tempi. In quasi tutte le comparsate che ho visto del ministro Brunetta, egli non si differenzia punto dai vari Vito, Schifani, Sgarbi, Taormina nell'interrompere continuamente l'interlocutore, nell'offendere, nell'applicare meccanicamente le peggiori trovate retoriche per affermarsi nella tenzone televisiva. Con la Bignardi non ha fatto eccezione.


Citato da Gnègnè ? Voglio tornar in galera...

Gnègnè poi ha citato Gramsci. Il tema è interessante, ma a mio parere trova risposta nel fatto che chiunque, di fronte ad un tema che ha conseguenze rilevanti per la propria vita, prova su questo tema a farsi un'opinione con il tempo, le informazioni e le metodologie che ha a disposizione. E tende a comunicare ad altri l'opinione che si è fatta. I giornalisti non sono da meno. Di fronte a questa cultura fai-da-te non c'è da scandalizzarsi. Se la si reputa insufficiente si partecipa al dibattito pubblico e si cerca di raffinarla nel concreto, se si ritiene di esserne capaci. Non c'è scorciatoia metodologica o censura che possa avere effetti migliori.


27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


26 aprile 2009

Roberto Croce : la sicurezza sul lavoro come bene disponibile

 A pochi mesi dall’entrata in vigore di un provvedimento così articolato e complesso come il nuovo Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81) è possibile procedere a un primo bilancio sul suo stato di attuazione.
Al di là dei tanti proclami e delle tante buone dichiarazioni di principio, è possibile così scoprire come la materia che doveva costituire il nodo centrale delle nuove misure previste in tema di salute e sicurezza sul lavoro, ossia la valutazione dei rischi, sia rimasta ad oggi pressoché inattuata.



La gravità di tale circostanza non potrà sfuggire ove si rifletta sul fatto che mediante la valutazione dei riscDecreto legge n. 207 del 31.12.2008 hi, il datore di lavoro individua le caratteristiche della propria realtà organizzativa e produttiva al fine di scegliere le misure idonee a costruire un modello di prevenzione adatto a garantire la sicurezza e la tutela dei propri lavoratori e di quanti, a vario titolo, intervengono od operano nell’ambito del contesto organizzativo aziendale.
Non è un caso che “la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” compaia al primo posto nell’elenco delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro previste dall’art. 15 del nuovo Testo Unico.
Nonostante l’assoluta rilevanza della materia in questione (o, forse, sarebbe più esatto dire a causa della sua indiscussa centralità), l’art. 306 del decreto legislativo n. 81, in deroga al principio generale di immediata efficacia dell’intero Testo Unico, aveva rinviato l’efficacia delle norme riguardanti l’attività di valutazione dei rischi (e delle relative disposizioni sanzionatorie) al decorso del termine di 90 giorni dalla data di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.
Ma la storia dei rinvii, purtroppo, non finisce qua.
E infatti, su pressione delle lobbies imprenditoriali presenti in maniera trasversale nel Parlamento, il comma 2 bis dell’art. 4 della legge 2 agosto 2008 n. 129 (intitolata “Conversione di legge, con modificazioni, del decreto legge 3 giugno 2008 n. 97, recante disposizioni urgenti in materia di monitoraggio e trasparenza del meccanismo di allocazione della spesa pubblica nonché in materia fiscale di proroga dei termini”) ha disposto un ulteriore differimento dell’efficacia delle disposizioni in tema di valutazione dei rischi al 1 gennaio 2009.
A pochi giorni dallo scadere della fatidica data, il governo di centrodestra è intervenuto nuovamente sulla materia con l’art. 32 del Decreto legge n. 207 del 31.12.2008 (intitolato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”) concedendo alle imprese un ulteriore differimento del termine in questione fino al 16 maggio 2009 “con riferimento alle disposizioni di cui all’art. 28, commi 1 e 2 del medesimo decreto legislativo, concernenti la valutazione dello stress lavoro-correlato e la data certa” del documento di valutazione dei rischi.
Quest’ultimo aspetto del rinvio è particolarmente grave e insidioso.
E’, infatti, evidente che concedere una proroga fino al 16 maggio 2009 per ciò che concerne la “data certa” del documento da elaborare a conclusione dell’attività di valutazione dei rischi equivale a concedere alle imprese (fino a tale data) una fin troppo agevole “via di fuga” dall’adempimento tout court dell’obbligo di aggiornare ed integrare il documento di valutazione dei rischi secondo le nuove prescrizioni introdotte dagli artt. 28 e ss. del Testo Unico.
La certezza della data del documento è componente essenziale della garanzia di svolgimento dell’attività di valutazione dei rischi.
Il differimento al 16 maggio 2009 disposto dall’art. 32 del Decreto Legge n. 207 ha, inoltre, riguardato la disposizione che vieta le visite mediche “in fase preassuntiva” nonché la disposizione che obbliga le imprese alla comunicazione all’Inail o all’Ipsema dei dati, per fini statistici e informativi, relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, mentre, a fini assicurativi, delle informazioni relative agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a tre giorni.
Dal sintetico quadro fin qui esposto, la desolante conclusione a cui si può giungere è la seguente: una materia di rilievo costituzionale (art. 32 Cost.) quale la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stata sistematicamente declassata a bene “disponibile”, a mero oggetto di scambio e di mediazione con le imprese, le cui potenti lobbies sono state persino in grado di congelare l’efficacia di una importante riforma legislativa per quasi un anno.
Non può, infatti, sfuggire ad alcuno che, così facendo, lo Stato ha garantito (e sta continuando a farlo) alle imprese per l’arco di un intero anno l’assenza di controlli da parte degli organismi ispettivi competenti in una materia così delicata quale la “valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” dei lavoratori.
Per avere una idea della gravità delle omissioni qui denunciate è sufficiente riflettere sul numero degli infortuni e dei morti sul lavoro nel nostro paese dall’inizio del 2008 fino al 22 dicembre: 1.027 morti, 1.027.436 infortuni, 25.685 invalidi (fonte dati: articolo 21).
Siamo di fronte a una guerra “a bassa intensità” che ha ucciso oltre 8.000 lavoratori dal 2001 a oggi e che comporta un costo sociale di circa 42 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil).
Ora, invece di potenziare le misure di prevenzione e di vigilanza, lo Stato ha deciso di ritirarsi dalla scena per un anno proprio nella materia che doveva costituire uno dei nodi centrali delle nuove misure previste in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Si tratta a nostro giudizio di concessioni gravi innanzitutto dal punto di vista delle loro implicazioni culturali. Si direbbe, riflettendo su tali produzioni legislative, che la sicurezza del lavoro sia materia sulla quale, in un’ottica di scambio, sia possibile chiudere gli occhi o (quantomeno) stare a temporeggiare.
Che nell’anno di grazia 2009, nel bel mezzo di una ennesima recrudescenza delle morti bianche, si accordi tolleranza nell’adeguamento alle norme poste a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori è cosa indegna di un paese civile.
La non conversione in legge da parte del Parlamento dell’art. 32 del potrebbe essere un modo (sia pur tardivo) per rimediare.


25 aprile 2009

Siamo tutti resistenti ?

Prendo in prestito il titolo dal Domenicale del Sole-24 Ore, dove Emilio Gentile commentando un testo di Mario Dal Pra sulla guerra partigiana, fa alcune considerazioni che si inseriscono nel pensiero unico bipartisan che si sta affermando in questo periodo storico nel nostro paese. Ovviamente non sono d'accordo con molte delle cose che dice Gentile.
In primo luogo il suo desiderio di chiudere un'epoca nella storia della coscienza politica italiana, fatta di contrapposizioni spesso retoriche per approdare ad uno stato in cui ogni giudizio sia pronunciato con intendimento storico, ebbene questo desiderio mi lascia perplesso.
Perchè presuppone positivisticamente una storia di fatti o di documenti a cui (anche qui retoricamente) si contrappone una storia ideologica che sarebbe stata sin qui portata avanti. Non è stato così, non sarà così. Perchè già è discutibile un giudizio storico che non sia contaminato dalla progettualità politica, o quanto meno dalla razionalità rispetto ai valori.
Nè mi convince la tranquillità con cui gentile cita De Felice per cui non è possibile negare l'importanza del movimento di liberazione. Perchè tale negazione non si realizza nel livello del ricordo celebrativo, ma molto più pericolosamente nella riflessione che si sta facendo sulla nostra Costituzione, Costituzione che è il parto attuale e duraturo della Resistenza e della Liberazione.
Nè sono d'accordo sulla valutazione negativa del concetto (Gentile parla anche qui di mito) della Resistenza tradita, che sarebbe stato usato per avvalorare posizioni di rottura con l'ordine democratico (qui Gentile condivide un ragionamento di Giorgio Napolitano). Questo per due motivi : il primo che l'uso di un concetto finalizzato ad azioni immorali non svaluta il concetto ma semplicemente l'uso che ne è stato fatto e di cui rispondono in concreto coloro che hanno operato con effetti moralmente rilevanti. Estendere in questo caso in maniera nebulosa l'ambito della responsabilità  serve a soffocare il dibattito politico sulla Resistenza e sulla Costituzione, non certo a liberarlo da certe pastoie. Il secondo motivo è che le organizzazioni terroristiche cosiddette di sinistra hanno avuto almeno una velleità per quanto distorta di comunicare le proprie ragioni e dunque di porsi nello spazio pubblico. Proprio per questo sono state identificate e debellate. Nel frattempo a distanza di decenni noi non sappiamo gli autori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, anche perchè altre parti politiche si sono nascoste dietro il garantismo, la reticenza se non l'omertà e nessuno ha portato neanche una velleità di giustificazione del proprio operato nello spazio pubblico. E questo non per modestia o per consapevolezza morale, ma per vigliaccheria e per volontà di perpetrare l'intento doloso nascosto dietro queste azioni. Allora più che di criticare la Resistenza tradita, sarebbe il caso di indagare con più determinazione sul tradimento della Resistenza che è evidente in tutto quello che è successo in questi decenni. 



Anche perchè, come ho già detto, il tradimento della Resistenza non è un concetto paranoico, ma ciò che si evince (attraverso un'interpretazione criticabile come tutte le interpretazioni) dagli eventi che si sono succeduti, ma anche dalla storia della nostra Costituzione materiale, storia che da molti che non hanno niente a che fare con il terrorismo è stata vista come una storia di una spesso consapevole disapplicazione. Una disapplicazione che poi è stata sbolognata come prova del fatto che la Costituzione va rivista. E nel dibattito attuale sulla Costituzione, tale ipocrisia è palpabile anche nei ragionamenti di quelli che la Costituzione la dovrebbero difendere : la contrapposizione tra prima e seconda parte della Costituzione (la prima inviolabile dei principi, la seconda caduca delle istituzioni) è anch'essa retorica, dal momento che non pone come primo nodo problematico quello del rapporto di coerenza tra le due parti, un rapporto che potrebbe porre non pochi dilemmi a chi voglia intraprendere in buona fede tale opera di riforma (per quelli in malafede la coerenza basta salvarla con comunicati stampa fatti ad hoc).
Non continuo nell'esegesi dell'articolo di Gentile : basta vedere come il suo intendimento storico si schianta sulla visione manichea che ha del Partito comunista Italiano, inteso come mero manipolatore del mito. Ma voi avevate creduto alle sue buonissime intenzioni ?
In ultimo, faccio notare come nella Repubblica che si dovrebbe reggere sul lavoro, da un lato le morti bianche si buttano, dall'altro la Fiat a Mirafiori voleva che si lavorasse lo stesso il giorno della Liberazione, scatenando un putiferio. Ciò a dimostrare che a fronte delle celebrazioni bipartisan (condite da combattenti della Repubblica sociale in buona fede, manco fossero Arjuna nel pieno del suo dilemma morale), si avverte un calpestìo quotidiano degli ideali nati dalla Resistenza, rumore di fondo che ormai copre l'assoluta mancanza di informazione che caratterizza il dibattito politico che si svolge nel nostro paese


25 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : il lato nero del profitto

Il Ministro Sacconi dichiara, in ogni occasione possibile, che il lavoro nero va contrastato con tutti gli strumenti possibili, in primo luogo con l’attività di vigilanza e repressione. Si tratta dello stesso Ministro che ha voluto il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, il cui primo obiettivo consiste nel ‘semplificare’ l’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione. Non soltanto si è in presenza di norme che oggettivamente favoriscono il ricorso al lavoro nero, ma si è di fronte a una inversione di tendenza – difficilmente giustificabile - rispetto a quanto si è cercato di fare nel recente passato, soprattutto per impulso della CGIL, mediante l’adozione di “indici di congruità” finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori, che hanno dato buon esito laddove sono stati sperimentati. Nel corso degli ultimi anni, si è potuto riscontrare il simultaneo aumento delle dimensioni dell’economia sommersa, in Europa e in Italia, e dei profitti. Il Fondo monetario internazionale stima che, nell’Unione europea, sono circa 20 milioni gli individui coinvolti in attività irregolari, che in Italia una percentuale di lavoratori oscillante fra il 30 e il 48% si colloca in segmenti di mercato ‘nascosti’ e che tale percentuale è di molto aumentata nel corso dell’ultimo decennio. Disaggregando il dato, si rileva, su fonte CENSIS, che il tasso di irregolarità si assesta intorno al 20% nel Mezzogiorno, in aumento rispetto ai primi anni 2000, a fronte di una media del 9% al Nord, dove subisce una pur lieve flessione.  Al tempo stesso, la BCE registra che i profitti complessivi in Europa sono aumentati dai circa 7 milioni di euro nel 1999 ai quasi 13.000 milioni nel 2007. Paiono sufficienti questi dati per destituire di fondamenta la tesi liberista secondo la quale l’intera economia sommersa costituisce causa di concorrenza sleale nei confronti dell’economia regolare e, dunque, comprime i profitti delle imprese che rispettano la normativa vigente. Ciò può portare a ritenere il sommerso – o almeno una sua porzione significativa – come semmai funzionale alla riproduzione capitalistica, per diverse ragioni. In primo luogo, soprattutto tramite esternalizzazioni, le imprese formalmente regolari riescono ad approvvigionarsi a più bassi prezzi di prodotti intermedi; il che consente loro di ridurre i costi di produzione, acquisendo quote di mercato a danno delle potenziali concorrenti, e soprattutto, delle imprese concorrenti formalmente e sostanzialmente regolari. In secondo luogo, data l’inesistenza di vincoli di orario di lavoro nell’economia sommersa, le imprese che operano in quel contesto riescono a ottenere ritmi di produzione superiori alle imprese che fronteggiano tali vincoli e, dunque, possono produrre in tempi più brevi e consentire alle imprese formalmente regolari di vendere prima delle proprie concorrenti, acquisendo – anche per questa via – quote di mercato e profitti. Si può anche notare che il crescente ricorso all’economia sommersa è strettamente connesso all’intensificazione dei processi concorrenziali, quantomeno nel senso che l’aumento dell’intensità competitiva – in larga misura derivante dall’accelerazione dei movimenti internazionali di capitale - stimola la crescente necessità di farvi fronte mediante l’acquisizione di profitti di breve periodo.

 

Vi è di più. Per quanto specificamente attiene al sommerso da seconda busta paga, in un’economia nella quale è significativamente elevata la trasmissione di informazioni, e nella quale dunque gli effetti di emulazione giocano un ruolo non secondario, l’aumento delle disuguaglianze – caratteristica delle economie OCSE almeno dell’ultimo trentennio – connesso all’ostentazione dei consumi, tende a generare un aumento dei consumi desiderati da parte dei ceti meno abbienti, il cui soddisfacimento si rende possibile per il fatto che le imprese irregolari hanno costantemente necessità di forza-lavoro da sottopagare.
L’Italia e, ancor più il Mezzogiorno, sperimentano una crescita delle dimensioni dell’economia sommersa maggiore rispetto alla media OCSE. Se è osservabile che il sommerso ha natura pro-ciclica, la variabilità delle sue dimensioni rispetto al PIL si spiega essenzialmente alla luce dei diversi modelli di sviluppo, nel senso che le economie che competono mediante strategie di compressione dei costi di produzione - ed è il caso dell’Italia - sono quelle nelle quali è vitale disporre di un bacino di manodopera da utilizzare in modo irregolare. E tali strategie sono strettamente associate alle piccole dimensioni aziendali. Può essere sufficiente ricordare, a riguardo, che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il 95% delle imprese meridionali occupa meno di 9 dipendenti. Letta in questa prospettiva, la tesi che vede nel sommerso meridionale un segno di ‘vivacità imprenditoriale’ – così che si ritiene che non debba essere contrastato – getta luce sul fatto che il sottosalario pagato ai lavoratori irregolari è comunque una componente della domanda interna e, per questa via, contribuisce alla realizzazione monetaria dei profitti, quantomeno di entità maggiore rispetto al caso in cui il sommerso venga significativamente ridimensionato. Si tratta di una tesi che, se ben maschera le ragioni strutturali che rendono il sommerso funzionale alla riproduzione del sistema, presenta seri vizi logici e che, messa alla prova dei fatti (vedi i contratti di riallineamento), si è rivelata fallimentare. Innanzitutto, non si capirebbe per quale ragione le imprese irregolari, in un futuro che non è dato prevedere, intraprendano più o meno spontaneamente un processo di regolarizzazione, dal momento che il mercato non dispone di meccanismi endogeni tali da rendere conveniente l’emersione spontanea. In secondo luogo, questa tesi regge sulla proposizione implicita - per nulla neutrale sul piano etico-politico - secondo la quale è preferibile tollerare l’ingiustizia oggi per avere (forse) maggiore crescita economica domani, piuttosto che sanzionare ciò che oggi è illecito.
Non è un fatto nuovo che, nei periodi di recessione, le imprese cerchino di recuperare i propri margini di profitto avvalendosi di ogni possibile strategia, anche violando le più elementari regole formali e morali. E’ semmai un fatto abbastanza nuovo, e allarmante, che il nostro Governo non solo le lasci fare, ma crei i presupposti normativi perché l’irresponsabilità sociale d’impresa diventi la norma.


24 aprile 2009

Luciano Del Sette : un caso di cantiere selvaggio

 

Questa è una piccola ma eloquente storia di mala edilizia, simile a tante che ogni giorno vanno in scena nei cantieri delle città. Storie che si aprono e si chiudono in alto, lungo le facciate dei palazzi, sopra la testa della gente che cammina per strada e non può vederle, e se magari anche le vedesse, non ci farebbe caso. Storie a volte ancora più nascoste dalle reti davanti ai tubi Innocenti e alle passerelle di legno, tese per arginare la polvere e i detriti dei calcinacci. Questa è una piccola storia di mala edilizia, mascherata dietro i cartelli previsti dalla legge, l'impianto antifurto, la recinzione di plastica rossa che delimita l'area dei lavori. E resa ancor più incredibile e spudorata dal luogo in cui si è appena svolta: il centro storico di Torino.
L'indirizzo è via Cavour 7-9, a pochi metri da via Lagrange, ripavimentata e pedonalizzata di fresco per farne la nuova regina dello shopping nella capitale sabauda. La casa è un edificio d'epoca brutalmente e forse abusivamente sopraelevato di due piani negli anni '70 del secolo scorso. Due piani che nulla hanno a che vedere con le architetture originali: un lungo balcone grigio su cui affaccia una fila di porte a vetri e, sotto il tetto, una serie di finestre altrettanto grigie. Proprio il tetto deve aver creato non piccoli problemi al condominio, visto che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, è stato necessario provvedere a ripararlo. L'accesso al tetto da parte degli operai dell'impresa incaricata è possibile soltanto montando un'impalcatura esterna: strutture fatte di tubolari, su cui poggiano lunghe passerelle fatte di assi di legno con alle spalle molti pesi sopportati negli anni. Cinque piani di impalcatura, che raggiungono almeno una quindicina di metri di altezza da terra. È un intervento abbastanza rapido, affidato a un piccolo gruppo di operai. Visto così, il cantiere sembra in perfetta regola: recinzione protetta sul marciapiede, cartello che indica le attrezzature obbligatorie per chi lavora (dal casco alla cintura di sicurezza, passando per le calzature e i guanti protettivi), segnali di divieto di accesso ai non addetti ai lavori. 



Alla voce "Soccorsi di urgenza" lo spazio per il relativo numero di telefono è però rimasto in bianco. Anche il cartello dei responsabili dell'intervento risulta a norma, con i cognomi del progettista, del direttore dei lavori, dell'assistente tecnico. Il responsabile della sicurezza viene indicato nell'architetto Rossetto. Due giorni fa, finiti i lavori, si cominciano a smantellare le impalcature. E due giorni fa, l'autore di questa cronaca apre la finestra di un appartamento al terzo piano, proprio davanti al cantiere, a pochi metri di distanza. Apre la finestra e rimane impietrito. Uno degli operai sta smontando, in alto, al quinto livello, i tubolari di ferro. Li sbullona con una grossa chiave inglese, li appoggia sulle assi traballanti e sconnesse delle passerelle, e quando ne ha radunato un numero sufficiente, li lega a una fune che sale e scende grazie a una carrucola. Tutto questo avviene senza che l'operaio indossi il casco e senza alcuna imbragatura che lo assicuri nel caso in cui un gesto brusco o un imprevisto gli possano far perdere l'equilibrio. A terra, un collega (anche lui senza casco) raccoglie il carico, che cala oscillando pericolosamente, e potrebbe benissimo precipitare sulla testa dei passanti prima di arrivare a destinazione. Ma c'è di più, molto di più. Basta uno sguardo appena attento per notare la totale mancanza di scalette per accedere ai vari livelli delle impalcature. E allora, come si fa? Si fa così, anzi lo fa l'operaio addetto allo smontaggio: una volta sbullonate le strutture di un livello, si aggrappa a un tubolare verticale e scende al livello inferiore. Qui, appoggia i piedi su un tubolare orizzontale, sotto c'è il vuoto, e fa scivolare dall'alto le assi per allestire una nuova e precaria passerella.
Alle sei del pomeriggio l'operaio, che ha iniziato il turno alle nove, è arrivato dal quinto al terzo livello. Sulla sua faccia e nei suoi gesti rallentati si legge tutta la fatica di un lavoro svolto in condizioni tali da rendere fatale anche il più piccolo errore. Un segmento di tubolare, con i suoi raccordi, è rimasto incastrato tra le colonne di un balcone, non vuole saperne di venire via. E allora bisogna impugnare con più forza la grossa chiave inglese, farla lavorare con una mano, mentre l'altra cerca un appiglio che dia un minimo di sicurezza. Ci vogliono cinque minuti buoni perché il problema si risolva. Cinque minuti, e poi a casa, ben lontano dalla centralissima via Cavour. Ieri mattina, alle nove, il cantiere ha riaperto. Chi scrive era già affacciato alla finestra, la macchina fotografica pronta. L'operaio, lo stesso del giorno prima, è arrivato. Ha indossato i guanti protettivi, il casco non c'era. Ha buttato uno sguardo verso l'alto, si è aggrappato a un tubolare dell'impalcatura e ha cominciato a salire. Poi, più su, mettendo i piedi sulla ringhiera di un balcone, si è issato a forza di gambe e di braccia fino a raggiungere la passerella di assi di legno al terzo livello. E ha ripreso il suo lavoro.
Capelli neri e ricci, pelle scura, baffi e barba corta, il suono delle poche parole scambiate con il collega tre livelli più sotto, dicevano senza ombra di dubbio che era un nordafricano. Con buone probabilità lavoratore irregolare quanto il cantiere aperto in una via della Torino chic. Ma questo, e altro ancora, bisognerebbe chiederlo all'architetto Rossotto: secondo il cartello, ma soltanto secondo il cartello, responsabile di una sicurezza che, nelle vie delle città, dove i cantieri di restauro sono all'ordine di ogni giorno, diventa una dichiarazione formale, una regola che si può fare a meno di non rispettare. La regola, quando si muore di lavoro magari cadendo da un'impalcatura, è quella della tragica fatalità.


24 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : quando le morti bianche non sono un problema

 L’Italia è il Paese europeo nel quale si muore di più sul lavoro. L’ultimo rapporto Censis segnala che il numero di incidenti sul lavoro è, nel nostro Paese, il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” (ad esempio quelli avvenuti nel tragitto casa-luogo di lavoro), sebbene non siano rilevati in modo omogeneo in tutti i Paesi europei, si registrano – nell’ultimo anno - 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. E si tratta di un problema strutturale. Al 2004, l’Eurostat riporta che, in termini assoluti, l’Italia fa registrare 944 vittime contro le 804 della Germania; l’Italia conta un numero di vittime sul lavoro in rapporto alla popolazione per centomila residenti pari 1,62 contro una media UE dello 0,97; in termini di occupati si calcola una percentuale di 4,21 vittime contro il valore medio europeo del 2,24 per centomila lavoratori. Recenti ricerche condotte presso l’Università del Sannio, in particolare da Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, hanno messo in evidenza che le ‘vittime per unità di prodotto’ ammontano, in termini percentuali, allo 0,68 in Italia a fronte dello 0,36 in Germania. Eppure, a fronte di questa evidenza, autorevoli esponenti di Confindustria continuano a sostenere che la numerosità degli incidenti sarebbe in Italia circa uguale a quella registrata in Germania.



Alcuni esponenti del Governo, e non pochi commentatori vicini a Confindustria, ritengono che gli infortuni siano responsabilità dei lavoratori, poco attenti a utilizzare le misure di sicurezza che pure le imprese mettono a loro disposizione. E le recenti campagne televisive del Governo riflettono esattamente questa impostazione, rendendo esplicito che la causa delle morti bianche sta nella scarsa informazione dei lavoratori sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza, assumendo che questi esistano e siano efficaci. E’ una congettura piuttosto singolare, almeno nel senso che attribuisce ai lavoratori un’attitudine masochistica, o una propensione al rischio talmente alta da mettere a repentaglio la propria salute per un presunto eccesso di fedeltà all’azienda. A ben vedere, e come è stato mostrato, fra gli altri, da Riccardo Realfonzo sulle colonne del Corriere della sera, l’elevato numero di incidenti in Italia deriva dal fatto che la struttura produttiva delle nostre imprese è tipicamente associata all’utilizzo di tecnologie di retroguardia. E’ ben noto che le imprese italiane – di dimensioni medio-piccole - cercano di fronteggiare la concorrenza internazionale comprimendo i costi di produzione, a fronte del fatto che le proprie concorrenti competono innovando. Comprimere i costi significa ridurre i salari nella misura del possibile, avvalersi di lavoro precario, ridurre le spese di formazione, ricorrere al lavoro irregolare e, non da ultimo, accrescere l’intensità del lavoro mediante l’accelerazione dei tempi di produzione. Ora, appare del tutto evidente che in prima istanza accelerare i tempi di produzione, con tecnologie di retroguardia, non può non determinare un aumento della probabilità di incidenti. In più, la precarizzazione del lavoro, che ‘disciplina’ gli occupati mediante la minaccia di licenziamento, contribuisce certamente ad aggravare il problema: se il rinnovo del contratto è subordinato a un elevato rendimento, è chiaro che l’intensità del lavoro tende ad aumentare. Ma l’aumento dell’intensità del lavoro – nelle condizioni date – può significare, e – come si è visto – significa, ulteriore aumento della probabilità di incidenti.

Occorre poi prendere atto che la sequenza di effetti che porta agli infortuni non parte dalle politiche aziendali di compressione dei costi. Queste ultime, a loro volta, sono state accentuate – negli ultimi anni - dagli indirizzi restrittivi delle politiche fiscali e monetarie, in ambito nazionale ed europeo. In primo luogo, gli elevati tassi di interesse – per effetto delle scelte ‘conservatrici’ della BCE – e il razionamento del credito, soprattutto nel Mezzogiorno, accrescendo le passività finanziarie delle imprese e/o riducendo la possibilità di espandersi, incentivano, di fatto, il ricorso alla precarizzazione, al lavoro irregolare e all’aumento dell’intensità del lavoro, in una condizione nella quale – è necessario ribadirlo - la propensione a innovare è sostanzialmente nulla. In secondo luogo, le politiche fiscali restrittive, riducendo la domanda interna, costringono ulteriormente le imprese a ricorrere a strategie di compressione dei costi per mantenere almeno inalterati i propri margini di profitto. Se il neoliberismo – pur rivisto e corretto alla luce della crisi in atto - riconosce la necessità di una maggiore regolamentazione dei mercati, non può ancora rimuovere il tabu delle politiche fiscali espansive: così come non può rimuovere i tabu della regolamentazione del mercato del lavoro, della lotta al sommerso, delle azioni di contrasto alle morti bianche. In questo contesto, non appare singolare la proposta del Ministro Castelli di escludere dal computo delle ‘morti bianche’ quelle che non si verificano direttamente in azienda, ma che, per esempio, si determinano per spostamenti durante la giornata lavorativa. Per lui non vale l’obiezione che si tratta comunque di erogazione di forza-lavoro: a rigor di logica, se l’argomento di Castelli fosse accettato, la morte di un operaio inattivo ma presente sul luogo di lavoro non sarebbe un incidente sul lavoro. Per Castelli, come per Confindustria, non sono più gli incidenti sul lavoro a costituire un problema: lo è semmai la metodologia utilizzata per calcolarli. Il funereo rimpallo di cifre che ne deriva – o soltanto il semplice tacere - serve a evitare di ‘legare le mani’ alle imprese, lasciandole così libere di non investire sulla sicurezza sul lavoro, e – cosa di non poco conto - a ridurre le spese per gli indennizzi.


23 aprile 2009

Luigi Cavallaro : un contratto precario per tutti ?

 Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2], e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?



Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.

[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.

9 Commenti


  1. Giuseppe Pappalardo scrive:

    Ho letto il libro di Boeri e Garibaldi e devo notare come in questo articolo dell’ottimo Cavallaro la critica si appunti solo su un aspetto della proposta complessiva dei due autori. Infatti, la proposta centrale è accompagnata da altre due proposte come il salario minimo e il salario sociale. Insomma siamo d’accordo o no a generalizzare lo strumento di protezione sociale costiutuito da un’indennità di disoccupazione decente? Rendere tale strumento universale, unico, trasparente. Non hanno forse ragione Boeri e Garibaldi quando fanno notare la cd. trappola della povertà? Non occorre fare chiarezza in tutte questa concerie di norme che fanno preferire ad un povero di restare povero?
    Grazie per l’attenzione.

    Risposta di Cavallaro:
    Per trasformare l’attuale indennità di disoccupazione in un sussidio che soccorra in ogni caso di inoccupazione non c’è necessità alcuna di istituire ad un “contratto unico” come quello proposto da Boeri e Garibaldi: si deve e si può pensare a un contratto unico che però non implichi alcun abbassamento delle tutele sul lavoro e si può e si deve pensare ad una qualche forma di reddito di cittadinanza per chi non abbia un lavoro. Ne riparleremo. Grazie per il commento.


  2. Rosario Santucci scrive:

    Interessante, documentata opinione critica. Sarebbe opportuno ampliare il discorso focalizzando l’attenzione sul modo di raccordare esigenze economiche e tutele del lavoro, spostando il discorso sulle flessibilità gestionali compatibili con il rispetto dei diritti sociali fondamentali del lavoratore. Temo che l’attuale crisi industriale porrà problemi più ampi (licenziamenti collettivi e ammortizzatori sociali) rispetto ai quali emergerà uno spettro che si aggira nel sistema di relazioni sindacali italiano: l’assenza o l’inadeguatezza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali.

    Cavallaro risponde:
    Concordo nel rilievo che la crisi industriale porrà problemi rispetto ai quali emergerà l’assenza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali. E’ un tema di cui ci occuperemo anche con proposte specifiche. Grazie per il commento.


  3. Nino Magazzù scrive:

    Praticamente si evince che Boeri e Garibaldi (sostenuti da Giavazzi) vogliano barattare il sussidio ordinario di disoccupazione con la precarietà per tutti. Insomma, vogliono istituire il modello danese (libertà di licenziamento + sussidio). Manca però il terzo pilastro, la politica attiva del lavoro, che costa.
    Inoltre, come sostenuto al parlamento europeo dai rappresentanti danesi, tale modello non è compatibile con la diminuzione della pressione fiscale ed in Danimarca funziona poichè questo paese è un piccolo ponte tra il mercato tedesco e quelli propriamente scandinavi, con il tasso d’occupazione più alto d’Europa ed un tasso di disoccupazione tra i più bassi.
    Insomma è un paese economicamente concentrato (come la nostra Lombardia, per fare un esempio).

    Credo invece che l’unica cosa auspicabile sia l’abrogazione della collaborazione (continuativa o a progetto non fa differenza) che è un mostro giuridico che spaccia per “pseudo-imprenditori” lavoratori dipendenti, l’inserimento di un’indenità nella sopravvissuta somministrazione a tempo determinato ed una forte limitazione (quantitativa e di tempo) della reiterazione dei contratti a tempo determinato.

    Se poi si vuole introdurre il sussidio ordinario di disoccupazione, che vale sui 12 miliardi di euro, che lo si faccia, ma senza barattare.

    Non posso che concordare con l’articolo.

    P.s.

    Inoltre il punto è che la diminuzione della quota salari/Pil conseguenza della precarizzazione può aumentare la domanda di lavoro solo in un’economia aperta neomercantilista. Con l’avvento delle economie emergenti che mangiano settori maturi (vedi l’abbigliamento) ed iniziano a dare corda in quelli della meccanica una politica deflazionista del salario può non produrre una diminuzione della disoccupazione.

    Cavallaro risponde:
    La collaborazione coordinata e continuativa senza vincolo di subordinazione è sempre esistita e sempre esisterà; il problema è costituito dalla frequente dissimulazione di un rapporto di lavoro subordinato sotto le mentite spoglie di una collaborazione coordinata e continuativa ed è agevolato da talune norme che oggettivamente la favoriscono. Ne riparleremo – unitamente al tema dei contratti a termine – nel quadro di una proposta complessiva sulle forme della collaborazione all’impresa che presenteremo prossimamente. Grazie per il commento.


  4. francisco genre scrive:

    Mi sembra che ci sia un fraintendimento in questo articolo. Boeri e Garibaldi si riferiscono alla formazione professionale svolta in azienda, da cui nasce il gap tra insider e precari che, essendo meno professionalizzati, possono essere lasciati a casa senza problemi. Probabilmente è vero che gli outsider sono più istruiti, ma oggi un laureato in facoltà umanistiche è già tanto se trovo posto in un call center.
    In bocca al lupo per il sito!

    Cavallaro risponde:
    Se oggi un laureato (e non solo in discipline umanistiche) fatica a trovare un posto che non sia in un call center dipende dalla qualità della specializzazione produttiva del nostro sistema industriale, che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale. Si tratta di personale che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, per cui la “formazione in azienda” non potrà quasi mai rappresentare un incentivo per l’imprenditore a stabilizzare il contratto. Grazie per il commento.


  5. Lorenzo Zoppoli scrive:

    Sono abbastanza d’accordo con la critica di Cavallaro al contratto unico, che in un recente scritto ho considerato un uso singolare delle categorie giuridiche a fini di edulcorazione delle statistiche socio-economiche (v. Il contratto a termine e le trappole della precarietà, in europeanrights.eu, newsletter 10/08). Ciò detto, è vero però che, nel quadro attuale italiano, quella proposta non va demonizzata, potendo costituire un percorso lungo il quale ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti e contrattini nati negli ultimi dieci anni e buoni soprattutto per chi, avendo validi uffici del personale o bravi consulenti del lavoro, vuole cumulare strumenti negoziali di contenimento del costo del lavoro e di sfruttamento dei soggetti più deboli sul mercato (ma sempre con il rischio di qualche disavventura giudiziaria). Probabilmente un contratto unico - davvero unico per tutte le imprese - che contenga certamente, dopo qualche anno di prova, maggiori garanzie di stabilità per i lavoratori, potrebbe essere un interessante strumento di semplificazione anche per le imprese più piccole. Nello scritto citato, ritengo ad esempio meritevole di considerazione la soluzione delineata nell’ultimo contratto collettivo per la somministrazione di lavoro.
    Approfitto comunque per rallegrarmi con Riccardo Realfonzo e tutti gli altri per la bella idea di questa nuova rivista online, augurandomi che riusciate a promuovere sempre dibattiti su temi così generalmente importanti ed utili anche per confronti interdisciplinari.

    Cavallaro risponde:
    Che occorra ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti nati negli ultimi dieci anni è affermazione sulla quale concordo. Che si debba farlo con un contratto unico che preveda “qualche anno di prova” (cioè qualche anno senza la stabilità reale garantita dall’art. 18) è tutt’altra questione, ed è qui che – ripeto – si appunta il mio dissenso. In un sistema produttivo che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale, che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, è infatti altamente probabile che l’allungamento del periodo di prova possa risolversi in un incentivo a sbarazzarsi del lavoratore prima che scatti l’obbligo della stabilizzazione. Grazie per il commento.


  6. Francesco Pirone scrive:

    Come è stato notato, la proposta Boeri-Garibaldo si completa con una revisione importante degli ammortizzatori, sulla quale l’articolo di Cavallaro non si sofferma abbastanza: l’introduzione di una forma di sussidio di disoccupazione non categoriale e di un reddito minimo garantito secondo un principio di cittadinanza. Si tratta di strumenti che proteggono i lavoratori nelle transizioni tra occupazioni temporanee (flexysecurity), ma naturalmente non sono capaci di garantire adeguati livelli d’inserimento lavorativo e sociale a lavoratori “deboli” come quelli con bassi livelli di professionalizzazione oppure in età più avanzata (gli over 45). Qui entrerebbero in gioco le politiche attive del lavoro che, tuttavia, non possono certamente risolvere il problema occupazionale in aree come quelle delle regioni meridionali dove il problema è un livello insufficiente di domanda di lavoro. Insomma, per farla breve, il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie. L’assenza, tuttavia, di un sistema di ammortizzatori sociali adeguato al livello di flessibilizzazione dell’occupazione (avviata nel lontano ‘97), resta un punto critico cruciale da affrontare.

    Cavallaro risponde:
    Sono d’accordo nel rilievo che il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie, come appunto quelle discusse criticamente nell’articolo. E ribadisco che non c’è alcun motivo teorico né alcuna evidenza empirica che suggeriscano che la precarizzazione dell’universo mondo del lavoro dipendente sia un prerequisito per la necessaria riforma del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Grazie per il commento.


  7. Fernando D'Aniello scrive:

    Ho letto l’articolo di Cavallaro e lo trovo estremamente condivisibile.
    Vorrei però chiedergli qualche ulteriore riflessione non tanto sul libro di Boeri e Garibaldi quanto piuttosto sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro.
    Non sono un giuslavorista, ma devo dire che negli ultimi anni mi ha convinto il lavoro della Commissione Supiot e della proposta dei diritti di “prelievo sociale”.
    Supiot, in sostanza, ritiene che sia necessario definire un livello minimo di diritti e tutele da assegnare a tutti i lavoratori ed un’evoluzione progressiva, fatta per cerchi concentrici rispetto al “nocciolo duro” iniziale, definita sulla base non solo dell’anzianità ma anche della tipologia di lavoro svolto.
    L’idea nasce dalla constatazione che non si possa più definire tutto come lavoro subordinato ma che occorra inventare sistemi flessibili per disciplinare contesti diversi e spesso estremamente “precari”. Penso, ad esempio, al mondo della ricerca Universitaria: in tal senso interessante mi sembra la sentenza Raccanelli della Corte di giustizia Europea, sullo status del dottorando di ricerca (sentenza del 17 luglio 2008, Causa C-94/07). Cercao di restare nei limiti di un commento in un forum e mi fermo qui.
    Grazie per l’attenzione e complimenti per la rivista e per il sito.

    Cavallaro risponde:
    Interverremo senz’altro in futuro con ulteriori riflessioni sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro, anche con riferimento alle proposte della Commissione Supiot. Mi sembra però importante ribadire che la differenziazione del regime giuridico tra le varie forme di collaborazione all’impresa e nell’impresa deve poggiare non su presunte correlazioni tra riduzione delle tutele e aumento dell’occupazione, di cui non c’è alcuna evidenza empirica, ma su presupposti oggettivi legati alla natura della collaborazione stessa. Grazie per il commento.


22 aprile 2009

Antonella Stirati : la condizione economica dei lavoratori

 

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1] ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti. I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata, mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it


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