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31 maggio 2009

Valerio Evangelisti : non votate per me, votate per i comunisti

 

Chi ha proposto di candidarmi alle elezioni europee aveva in mente, credo, non solo la mia relativa popolarità quale scrittore di romanzi di genere, ma anche una mia militanza attiva a sinistra che risale agli anni dell’adolescenza. Io ho accettato senza remore perché, secondo me, si sta soffrendo troppo dell’assenza, nelle istituzioni, di una rappresentanza comunista e anticapitalista.
Per temperamento e convinzioni non credo nell’efficacia di una presenza solo parlamentare. Vengo da un percorso – la cosiddetta “area dei centri sociali” – incompatibile con la semplice conquista di seggi e poltrone. Pur convinto che la battaglia decisiva si combatta nella società, nelle lotte di classe, nei movimenti ispirati alla democrazia diretta, trovo grave, sulla scorta di Lenin, che i comunisti non siedano in parlamento, dove farsi portavoce e difensori di ciò che si agita in ambiti non istituzionali. Soprattutto se si parla di Unione Europea.
E’ nella UE che si verificano i ripetuti tentativi di assottigliare gli spazi di democrazia, di sancire il liberismo quale unica forma di regola economica, di assoggettare la classe operaia e gli strati subalterni una volta per tutte. E’ l’Unione che, in presenza di referendum contrari al dispotismo del mercato (Francia, Danimarca. Olanda, Irlanda...), obbliga a ripetere il voto fino a ottenere il risultato auspicato, oppure fa sì che si rinunci al suffragio – vedi Francia – per capovolgerne i risultati per via parlamentare. L’Europa attuale non ha nulla di democratico. E’ lo spazio dei poteri eletti non si sa come e non si sa da chi. E’ un’entità monetaria e non politica. Chi manovra l’euro la governa. Ma chi sceglie il manovratore? Certo non i cittadini, il cui voto è disprezzato e, se fastidioso, costretto a infinite reiterazioni.
Quando l’euro fu introdotto Romano Prodi, responsabile di avere sedotto una sinistra immemore del proprio passato e pronta alla genuflessione, disse una memorabile cazzata. Secondo lui, i prezzi delle merci europee, esposti alla libera competizione, avrebbero teso tutti al ribasso. E’ accaduto l’esatto contrario, ed è facile capire il perché. L’Europa, così come ognuno dei paesi che la compongono, non è omogenea sul piano sociale. Vi sono regioni ricche e regioni povere. Dove la domanda è più bassa, anche i prezzi lo saranno. Non dovrebbe meravigliare un economista serio (ma Prodi lo è mai stato? La sua produzione scientifica è di sconcertante banalità) il fatto che un caffè, a Matera, costi meno che a Milano e molto meno che a Parigi. Né la moneta unica conta alcunché, posto che un barista parigino si guarda dal calibrare i suoi prezzi su quelli di Matera. L’esempio è puerile, ma può facilmente essere esteso all’assieme delle merci, con risultati preoccupanti.
L’euro sarebbe l’esito più brillante dell’azione di governo di Prodi, nei periodi in cui è stato premier. Bel risultato! Sappiamo tutti che un euro non vale le circa duemila lire dichiarate: vale, a essere generosi, la metà. Ciò significa che, dalla costituzione della UE, i salari sono stati ridotti a metà, e così le pensioni e i risparmi. E’ mai possibile che a denunciare un fatto tanto elementare debbano essere Tremonti, la Lega, addirittura Berlusconi? Cioè la destra, interessata, per storica vocazione, a trasferire risorse dai salari ai profitti. Con pieno successo: chi aveva sufficiente denaro da perderne senza danni, e si muoveva con disinvoltura tra le valute, è stato appena scalfito dal cambio di moneta. Chi invece subiva un impoverimento progressivo, ha visto i partiti che avrebbero dovuto salvaguardarlo appiattirsi su Prodi o su altri ex democristiani, fautori entusiasti delle logiche della globalizzazione. Chi mai avrebbe potuto entusiasmarsi per un governo che proponeva, nelle sue punte d’“avanguardia”, privatizzazioni in ogni campo, supporti al grande capitale e guerre quale motore complessivo di sviluppo? Per non parlare di amministrazioni locali censorie, codine, proibizioniste, capaci di costruire muri pur di mantenere i migranti in aree delimitate.
Io non so cosa aspettarmi da un’area comunista e anticapitalista. Pretenderei un’attenzione puntuale ai bisogni delle classi subalterne. Chiederei, per dovere di onestà etimologica, di non chiamare “imprenditori” quelli che un tempo erano, giustamente, definiti “i padroni”. Vorrei che si tornasse a parlare di classi e di lotta di classe. Auspicherei che nessun comunista giudicasse “giusta” una guerra qualsiasi, dovunque combattuta (la Costituzione, in teoria, lo vieta, e quella Costituzione è stata strappata col mitra in pugno... essenzialmente dai comunisti). Esigerei una politica anticapitalista, antimilitarista, antirazzista, antisessista, antiproibizionista, antimperialista, anticolonialista...
Troppi “anti”? Cavolo, cos’altro è il comunismo, se non un “anti”? Ricordo, a costo di annoiare, una frase notissima di Marx. “Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Cioè vive nel presente, nella quotidianità. Può persino cambiare direzione, obbedire a necessità tattiche, sconfinare e ristrutturarsi (vedi il “socialismo del XXI secolo” teorizzato dal compagno Hugo Chávez e da altri dopo di lui). L’importante è l’analisi delle classi, e la fedeltà a una sola. Un compito imposto all’unica opposizione reale, quella con fini egualitari, fin dalla Rivoluzione Francese.
Termino col dire che mai e poi mai il comunismo, l’anticapitalismo o quant’altro dovrebbe mostrarsi debole, fragile, subalterno alle scelte altrui (politiche o culturali). Per parafrasare Nietzsche, l’antagonista è uomo o donna bellicoso, che, quando non lotta contro estranei, è in guerra contro se stesso. Il pacifismo, se non nella forma dell’antimilitarismo, non gli si confà.
Francamente, dei rapporti – veri o presunti – tra Berlusconi e qualche minorenne non mi importa un accidente. E’ roba che lascio ai girotondini. A me interessa una sinistra di classe conscia del proprio humus e capace, finalmente, di non deluderlo. Sulla scia dei partigiani che hanno costruito quanto di buono resta di questa Repubblica.
La falce e il martello nello stemma, i saluti a pugno chiuso, mi sembrano ottimi segnali. Poi la lotta vera si combatte, lo sappiamo, non nelle istituzioni ma nella società. Però questo è un altro discorso.
Alle europee non votate per me. Votate, per favore, per i comunisti e gli anticapitalisti.

PS. Forse qualcuno si aspettava che io collegassi la candidatura alla mia attività di scrittore. No, io vedo le due cose come distinte. Certo, scriverei meglio in un clima meno condizionato dalla destra estrema al governo. Ma il resto del mondo non la considera nemmeno, e io, vagabondo per vocazione (passo in Italia il minor tempo possibile), mi faccio in sostanza gli affari miei. Nel senso che cerco di ignorare l’immondezzaio che è diventato il mio paese e, nel mio lavoro, tento di sognare e fare sognare realtà alternative.


31 maggio 2009

Carlo Iannello : a chi serve l'abolizione del valore legale del titolo di studio

 Da alcuni mesi sembra diffondersi con sempre maggiore intensità la richiesta dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio (cfr. Sartori e Giavazzi sul «Corriere della Sera», Manzini su lavoce.info). A me pare tuttavia che tale richiesta sia accolta con un crescente quanto superficiale entusiasmo solo in vista delle sue potenziali dirompenti conseguenze sull’assetto del sistema universitario piuttosto che in base ad un’attenta riflessione sugli effetti concreti che essa determinerebbe.
Secondo i suoi sostenitori, l’abolizione del valore legale dei titoli di studio servirebbe a mettere in concorrenza tra loro le Università e ciò sarebbe il miglior rimedio alle molte inefficienze (dagli sprechi ai concorsi che non reclutano i migliori) di cui oggi soffre l’Accademia italiana. Se il titolo di studio non ha lo stesso valore legale assicurato dalla legge, ma solo quello che il mercato gli attribuisce, ogni università sarebbe costretta ad assumere i migliori docenti, a fare una migliore formazione, a offrire servizi più efficienti agli studenti.
Secondo i suoi sostenitori (cfr. l’articolo del prof. Manzini pubblicato su lavoce.info), l’abolizione del valore legale del titolo di studio avrebbe importanti effetti anche sulle assunzioni nella p.a. oggi inficiate dal valore legale poiché «nei concorsi pubblici, la Pa, costretta a far finta che ogni laureato abbia uguale preparazione, non riesce a selezionare i migliori». Inoltre, sarebbe un beneficio per le stesse famiglie e per gli studenti oggi tratti in inganno in quanto «indotti a pensare che in qualunque università investano le loro risorse, le possibilità di impiego successivo sono le medesime».
Ma davvero queste descritte sono le conseguenze del valore legale del titolo di studio? Davvero questa riforma sarebbe destinata ad avere effetti palingenetici sul nostro sistema universitario? O piuttosto si tratta più verosimilmente dell’ennesima riforma che, in linea con quelle degli ultimi due decenni, finirebbe solo con aggravare i problemi dell’università invece di risolverli?Da una prima riflessione, mi pare che attribuire valore legale ai titoli di studio significhi semplicemente affermare un principio di eguaglianza dei titoli stessi a garanzia di coloro che tali titoli hanno conseguito: tutti i laureati in giurisprudenza possono accedere all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di avvocato, come tentare i concorsi per le professioni di notaio o di magistrato. Ciò non vuol dire tuttavia che i laureati in giurisprudenza diventeranno tutti avvocati, e lo stesso vale per le professioni di ingegnere o di architetto. In secondo luogo, il nostro paese è inserito in un ordinamento sovranazionale, quello europeo, che garantisce a tutti i cittadini la possibilità di prestare il proprio lavoro in qualsiasi Stato dell’Unione e a tale scopo ha elaborato normative specifiche per il riconoscimento a livello europeo del titolo di studio conseguito in ciascuno degli Stati membri. In terzo luogo, il valore legale dei titoli di studio ha un significato concreto per il settore pubblico: se una Pubblica amministrazione vuole assumere funzionari amministrativi con competenze giuridiche è costretta a bandire un concorso al quale devono poter partecipare tutti coloro che hanno la laurea in giurisprudenza; tanto accade per l’accesso in magistratura o per l’accesso alla professione di notaio. Il valore legale del titolo di studio ha la sola funzione di consentire a tutti i laureati l’accesso al concorso. In quarto luogo, quando i concorsi sono seri, spesso accade che, nonostante l’enorme numero di domande, a superare gli scritti sia un numero di persone addirittura inferiore ai posti banditi (vedi ad esempio il concorso in magistratura) e i vincitori e i bocciati provengono dalle più svariate sedi universitarie del Paese, del sud come del nord, da quelle quotate a livello internazionale a quelle meno efficienti. In quinto luogo, la diversa qualità dell’insegnamento è certamente importante per la formazione dello studente ma non è un fattore assolutamente discriminante per l’accesso al mondo del lavoro, sempre nella misura in cui i programmi di studio siano omogenei su tutto il territorio nazionale. Il mondo del lavoro (almeno quello che si basa sul merito) seleziona anche in base ai successivi corsi di formazione, o in base alle esperienze post lauream, per le conoscenze indipendenti dai programmi accademici, per le doti rilevate nel corso di un colloquio o di una prova pratica, per cui non è affatto escluso che un laureato di un’università di provincia possa in concreto superare quello di una delle università più prestigiose. Ciò non toglie, peraltro, che già oggi, gli studenti che ne hanno la possibilità, perché supportati da famiglie benestanti, possono scegliere quegli Atenei che paiono assicurare loro un più facile accesso all’attività lavorativa (fornendo loro maggiori garanzie per il superamento di tutte quelle valutazioni prodromiche all’ingresso nel mondo del lavoro, come esami di stato, concorsi, colloqui per il settore pubblico e, per le professioni, il cd. vaglio del ‘mercato’ ). Da questo punto di vista, l’abolizione del valore legale del titolo nulla modificherebbe, ma servirebbe solo a privare di qualsiasi garanzia chi non potrebbe permettersi le università più “quotate”.
Il valore lega
le del titolo, insomma, non attribuisce alcun privilegio, ma ha solo la funzione di mettere su una posizione di parità formale i laureati, i quali poi dovranno darsi da fare per entrare in concreto nel mercato del lavoro (sia chiaro che io parlo di quella parte trasparente del mercato del lavoro; per quella truccata non c’è riforma che tenga: conteranno sempre le classiche raccomandazioni a prescindere dal valore legale del titolo di studio).
Non riesco a capire quale sarebbe l’aspetto profondamente innovativo della proposta e perché, se il titolo di studio non dovesse avere valore legale, le università si farebbero concorrenza e assumerebbero i migliori docenti, la pubblica amministrazione recluterebbe un personale migliore e le famiglie sarebbero più garantite. Al contrario, questa riforma creerebbe enormi problemi. In assenza di valore legale del titolo di studio, infatti, come si garantirebbe l’esercizio delle professioni liberali, con che criterio si ammetterebbero i giovani ai diversi esami di stato? Se un ente pubblico volesse assumere dei funzionari sarebbe libero di richiedere i laureati di una specifica facoltà, visto che i titoli di studio non sarebbero più uguali? E non sarebbe questo forse addirittura un incentivo ad assumere personale con un curriculum “predeterminato”? In mancanza di valore legale del titolo di studio in Italia come potremmo chiedere all’Europa il riconoscimento dei nostri titoli, nella misura in cui saremmo noi i primi a non riconoscere il valore legale delle nostre lauree?
A me pare che dietro la proposta di abolizione del valore legale del titolo di studio non vi sia altro che la volontà di realizzare un preciso obiettivo: quello di sancire in maniera definitiva il completo abbandono da parte dello Stato del compito di garantire l’istruzione universitaria e la ricerca scientifica. Ciò, peraltro, si badi, è assolutamente complementare alla riforma contenuta nell’art. 16 del d.l. 112 del 2008, conv. in l. 133 del 2008, che prevede la trasformazione delle università in fondazioni, e quindi la loro fuoriuscita dall’apparato organizzativo della pubblica amministrazione. Con l’abolizione del valore legale del titolo di studio si determinerebbe una completa privatizzazione e una assoluta liberalizzazione dell’istruzione universitaria. È chiaro, infatti, che a fronte dell’abolizione del valore legale del titolo di studio lo stato, che quel valore non attribuirebbe più, perderebbe qualsiasi interesse (e qualsiasi obbligo) ad assumersi il ruolo del garante dell’omogeneità del sistema di istruzione universitario in tutto il paese. Una volta abolito il valore legale delle lauree, infatti, a quale titolo lo stato dovrebbe determinare i programmi universitari, stabilire standard qualitativi, disciplinare le procedure concorsuali, addirittura finanziare le stesse università? Si tratterebbe pertanto del definitivo compimento di quel processo in iniziato molti anni fa di arretramento dello Stato da questo suo fondamentale e inderogabile compito sancito dagli art. 9 e 33 cost., sulla base di una malintesa ed ambigua concezione dell’autonomia che è stata interpretata dalla classe politica come sinonimo di fuoriuscita delle università dal bilancio pubblico e da una parte dell’accademia come assenza di qualsiasi controllo sul proprio operato.


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30 maggio 2009

Loris Campetti : intervista a Ferrero sulla Fiat

 

«I profitti alla Fiat, i tagli ai lavoratori». Può sembrare schematico definire così il modello partecipativo di sindacato che tanto successo sta incassando in Italia. Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero conosce bene quest'ordine di questioni. E conosce la Fiat, dove ha lavorato come operaio il secolo scorso. Perciò, questo suo commento tranchant sull'acquisizione della Chrysler va preso sul serio.

Cosa pensi delle performances di Sergio Marchionne?
L'amministratore del Lingotto tratta con gli stati e i governi, quelli almeno che pongono condizioni alla vendita delle loro società. Negli Usa, e non solo, il governo salva le banche private, con i soldi dei lavoratori utilizzati per evitare che gli speculatori perdano i loro, in conseguenza delle scelte che hanno fatto. E i mille miliardi alle banche non sono considerati assistenza.

In che modo pagano gli operai americani?
Con il salario differito. I fondi pensione, che ora in Chrysler detengono il 55% del capitale, questo sono. Un proprietà pagata con licenziamenti di massa, riduzione drastica della copertura pensionistica e sanitaria, per non parlare dei sei anni di rinuncia a esercitare il diritto di sciopero. Profitti e garanzie di pace sociale alla Fiat, costi ai lavoratori. Il modello di cogestione che comporta la presenza dei sindacati nei cda è l'opposto di quel che serve da noi, se si vuole superare la condizione attuale dei lavoratori trattati come variabili dipendenti del capitale.

La Fiat tratta sì con i governi, ma non con quello italiano.
Esattamente, e concede garanzie a chi giustamente le pretende: garanzie occupazionali, non chiusura di stabilimenti, garanzie ambientali. In Italia, a parte i sindacati, queste garanzie non le chiede nessuno e dunque i nostri lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il conto più pesante, in un'ipotesi di accordo con Opel. Se è vero che mettendo insieme Fiat, Opel e Chrysler si moltiplica per tre la capacità produttiva, è altrettanto vero che la domanda, dentro la crisi che attraversa l'auto, non si triplica di sicuro. In questa logica i tagli rischiano di diventare un fatto automatico. Perché il governo italiano è l'unico, per subalternità confindustriale, a non mettere il becco. Dal canto loro, Cisl e Uil cantano nello stesso coro liberista che aggrega praticamente tutto l'arco parlamentare.

Per fortuna i metalmeccanici. Piuttosto soli, però, anche rispetto alla cosiddetta società civile che sabato a Torino non era in piazza con le tute blu.
Una manifestazione sacrosanta, collocata in un deserto di iniziative sindacali, in un contesto che chiederebbe lo sciopero generale contro le risposte del governo alla crisi.

Resta la solitudine operaia.
Questo ci ricorda che c'è un'egemonia culturale della destra, forte di una mancata risposta politica generale. I conflitti non mancano, li incontro ogni giorno nelle fabbriche e nella società. Quel che manca, insisto, è una risposta generale.

Cosa chiede Rifondazione?
Blocco dei licenziamenti, nessuna chiusura di stabilimenti ed estensione a tutti della cassa integrazione, per evitare la guerra tra poveri.

E per tornare alla Fiat?
Lo stato deve intervenire con investimenti finalizzati alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie incentrate su fonti energetiche eco-compartibili. Serve una riconversione ambientale dell'economia. Se invece la Fiat proseguisse sulla strada dei tagli, servirebbe un intervento ben più consistente dello stato per persenguire una strada diametralmente opposta. In questo senso non mi spaventa parlare di nazionalizzazione della Fiat, pur di salvare l'ultimo importante pezzo industriale del paese, l'automobile, che dà lavoro a più di un milione di persone.

La grande manifestazione di Torino si è però conclusa con l'assalto al palco da parte dello Slai Cobas. Che giudizio ne dai?
Che è un atto inaccettabile, sbagliato, con cui si è tentato di oscurare la manifestazione e il protagonismo dei lavoratori. Se la prendono con la Fiom, in trincea con un'idea giusta di sindacato. Politicamente, quell'azione è stata un favore a chi vuole affossare il movimento. Bisogna operare perché episodi del genere non si ripetano. Per quanto ci riguarda, noi continueremo a lavorare per ricostruire in Italia un'opposizione sociale, politica e culturale.


30 maggio 2009

Roberto Romano, Sergio Ferrari : lo strano aumento degli occupati in ricerca e sviluppo

 Il 24 novembre 2008 l’Istat ha pubblicato l’indagine annuale “La Ricerca e Sviluppo in Italia nel 2006” da cui si osserva un forte incremento del numero dei ricercatori, unitamente a un più contenuto aumento della spesa in ricerca in sviluppo. La crescita del numero degli addetti alla ricerca è pari a 17,1%, mentre la spesa in R&S passa da 1,10% a 1,14% del Pil tra il 2005 e il 2006, con un tasso di crescita pari al 3,6%. Con un incremento relativamente modesto della spesa in R&S si è aumentato il flusso in entrata di nuovi ricercatori. Inoltre, occorre sottolineare che nello stesso periodo il numero degli addetti totali nel sistema delle imprese era diminuito. Nel settore della ricerca la questione è diversa: c’è un aumento dell’occupazione del 17,1% con una crescita della spesa del 3,6%, cioè i nuovi addetti alla ricerca costerebbero molto meno dei precedenti. La struttura produttiva italiana, pur necessitando di nuovi investimenti in ricerca e sviluppo, con difficoltà potrebbe assorbire un aumento del numero dei ricercatori pari al 17%, soprattutto se ciò si realizza nell’arco dello stesso anno.

Questo “prezioso” aumento degli addetti merita, quindi, un approfondimento. L’Istat suggerisce un’interpretazione sull’aumento degli addetti alla ricerca: “la consistenza della spesa per R&S intra-muros delle imprese (nel 2006) è stata influenzata dalla diffusione tra le imprese italiane dell’accesso al beneficio della deduzione dalla base imponibile irap dei costi sostenuti per il personale addetto alla R&S (inclusi consulenti e collaboratori)”.

Di solito gli interventi fiscali a sostegno dello sviluppo hanno un impatto economico molto modesto o comunque non equivalente alle mancate entrate, ma in questo caso la riduzione del costo del lavoro per la ricerca e sviluppo ha fatto miracoli. Questa misura avrebbe trasformato l’indole delle imprese italiane. Tutte si sarebbero improvvisamente impegnate a fare ricerca. Se fosse vero l’effetto “registrato” dall’Istat di questa misura fiscale, si confuterebbe la tesi dell’inefficacia del fisco come strumento di sostegno alla crescita economica. Il credito di imposta realizzato dal governo Prodi sarebbe, quindi, del tutto positivo, anche se in quegli anni e, soprattutto, negli anni successivi il paese ha continuato a crescere meno della media dei paesi europei, con una bilancia tecnologica strutturalmente in passivo.

In realtà, il provvedimento potrebbe aver favorito l’elusione fiscale. L’Istat afferma che “nel 2006 gli addetti alla R&S nelle imprese (in unità equivalenti a tempo pieno) sono aumentati di ben 9357 unità rispetto all’anno precedente. I ricercatori, in particolare, sono aumentati di 2067 unità (7,4 per cento). Ciò ha determinato un incremento assai rilevante della attività di R&S presso le imprese con meno di 100 addetti. In particolare per le imprese con meno di 50 addetti è stato stimato un incremento di spesa per R&S intra-muros, tra il 2005 e il 2006, del 27,1 % con un aumento del personale di ricerca del 60,2 per cento. Per le imprese con 50-99 addetti, tali incrementi sono pari al 60 % per la spesa e al 90,5% per il personale”.

Si tratta di incrementi record, inimmaginabili nemmeno nei paesi scandinavi. Il nostro sistema industriale è in genere un po’ ottuso in materia di ricerca. Difficile credere che il nostro modello d’impresa abbia scoperto un nuovo modello di sviluppo proprio alla vigilia della grande crisi. Se così fosse avrebbe compiuto un salto epocale nella specializzazione produttiva, e senza dare nell’occhio avrebbe cambiato il paese in un paio di anni.

Un’altra ipotesi sostiene che le nostre imprese, per “intercettare” gli sconti fiscali concessi dal governo tramite l’irap, sono state più attente a compilare i questionari Istat e hanno fatto emergere l’esistenza di addetti alla ricerca precedentemente non segnalati.

Se le agevolazioni fiscali hanno “modificato” la rilevazione statistica per la ricerca e sviluppo, potrebbe essere accaduto anche per altri interventi. Ad esempio se l’Italia ha degli investimenti fissi lordi in rapporto al pil pari a quelli fatti dalla media dei paesi europei, ma allo stesso tempo ha una crescita del Pil più basso di almeno 0,8 punti, due possono essere le spiegazioni: la prima è legata alla bassa produttività degli investimenti; la seconda è legata al fatto che alcuni di questi investimenti siano fittizi, più che altro determinati da vantaggi fiscali. Sia nel primo caso e sia nel secondo la situazione sarebbe grave. E se fossero vere in quote variabili entrambe le interpretazioni, cosa possibile, la situazione sarebbe ancor peggiore.



Da Economiaepolitica.it


29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


29 maggio 2009

Stefano Sylos Labini : oligopolio e programmazione. Il ruolo dello Stato nei settori strategici

 Nel settore energetico, in quello bancario, nella telefonia mobile e fissa e nelle assicurazioni oggi esiste una tendenza verso la concentrazione delle imprese, le quali accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali applicando un margine sui costi variabili (lavoro, energia, materie prime, denaro). Ad esempio nel settore bancario in Italia le prime 5 banche controllano circa il 50% del mercato e vi sono intrecci azionari che legano tra loro i vari istituti di credito col risultato di portare gli stessi personaggi a sedere contemporaneamente nei consigli di amministrazione di imprese concorrenti. Da ciò ne consegue che lo scambio di informazioni tra le imprese “concorrenti” è “istantaneo”. Inoltre, i settori dell’energia, del credito e delle assicurazioni sono settori dove la domanda è rigida e i prodotti in molti casi sono omogenei – fornitura di gas, elettricità, benzina, erogazioni di prestiti ed offerta di coperture assicurative – il che accresce ancora di più il potere dei produttori sui consumatori. In questo quadro diventa velleitario appellarsi a processi di liberalizzazione che dovrebbero far aumentare il grado di concorrenza e quindi sostenere l’innovazione e l’efficienza a vantaggio dei consumatori oppure riporre grandi aspettative negli interventi delle Autorità Antitrust. E poi in un libero mercato le imprese sono libere di fissare i prezzi a loro piacimento, come si fa a dire quali sono i prezzi appropriati?

Il credito e l’energia possono essere considerati dei settori strategici perché il loro funzionamento condiziona l’andamento dell’intera economia. Credito ed energia da un lato sono dei “fattori di produzione” i cui costi e disponibilità hanno effetti sullo sviluppo del sistema produttivo e dall’altro lato esercitano un’influenza diretta sul reddito e sui consumi.

E’ necessario allora elaborare nuove forme di intervento dello Stato nei riguardi del settore energetico e del settore bancario per contrastare comportamenti che possono danneggiare il funzionamento dell’intera economia e per canalizzare le risorse finanziarie verso gli investimenti in ricerca e in nuove tecnologie e verso il settore sociale.

Sul piano energetico è opportuno ricordare che l’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione e i più elevati prezzi finali dell’energia tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali e non permette di ridurre le emissioni di anidride carbonica per rispettare il Protocollo di Kyoto e i recenti obiettivi stabiliti in sede europea. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili costituisce anche un’opportunità per rilanciare gli investimenti e per promuovere la crescita dell’occupazione in nuovi settori produttivi.

In una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia attraverso la leva fiscale. In questo quadro, le due aziende energetiche a partecipazione statale, ENI ed ENEL, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nella ricerca e negli investimenti sulle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Questo è un punto critico poiché se guardiamo al settore energetico mondiale vediamo che, nel periodo 2004-2007 di continua espansione della domanda di energia e di forte incremento dei prezzi e dei profitti, le grandi imprese energetiche oligopolistiche non sono state molto propense ad investire in R&S, a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti. Le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre vi sono imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oggi gli obiettivi principali delle imprese energetiche sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le stock options per il management. Al riguardo, è significativo segnalare il caso dell’ENEL che ha accumulato un debito di 50 miliardi di Euro che deriva dalle varie acquisizioni effettuate all’estero proprio durante i due anni in cui il centrosinistra è stato al governo [1], mentre l’ENI ha perseguito una politica di continuo aumento dei dividendi.

Dunque, in una politica di riconversione energetica, l’ENI e l’ENEL dovrebbero aumentare le spese in R&S dai valori attuali che sono inferiori allo 0,3% del fatturato per arrivare ad una quota del 3% e dovrebbero potenziare gli investimenti nell’energia rinnovabile sul territorio nazionale. Una gestione più “politica” dell’ENI e dell’ENEL potrebbe permettere anche di guidare le variazioni dei prezzi finali dei carburanti e dell’elettricità dal momento che queste due aziende hanno un notevole potere di mercato e le loro decisioni condizionerebbero le politiche dei prezzi delle altre imprese.

Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società. Una strada potrebbe essere quella di coinvolgere le banche in un patto con sindacati e imprese sotto la regia del governo affinché le banche si assumano le loro responsabilità e i loro impegni in modo chiaro e trasparente di fronte al paese. Il Patto Sociale tra sindacati, imprese e banche è finalizzato a rilanciare gli investimenti, l’occupazione e la produttività del settore privato ed implica la crescita della dimensione e della capitalizzazione delle imprese.

Per raggiungere tali obiettivi si potrebbe pensare: 1) a tassi sui prestiti collegati con il rendimento degli investimenti e con i risultati aziendali. In questo modo si possono attenuare gli effetti negativi del ciclo sulla redditività aziendale e quindi sull’autofinanziamento che concorre in larga misura a coprire i fabbisogni relativi alle spese per gli investimenti innovativi; 2) all’erogazione di credito a medio termine per gli investimenti con più lunghi tempi di ritorno; 3) al rilancio di quella che è considerata la migliore legge di incentivazione industriale: la legge Sabatini del 1965. Questa legge, che andrebbe estesa anche alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dell’energia e dell’ambiente, consente alle imprese che acquistano i macchinari di pagare in 5 anni con un tasso di interesse di favore e alle imprese che vendono i macchinari di ottenere dalle banche autorizzate il pagamento immediato; 4) a prestiti agevolati e incentivi fiscali per quelle imprese che volessero effettuare investimenti per assumere lavoratori a tempo indeterminato e per acquistare beni capitali avanzati e tecnologie innovative.

In sintesi, energia e credito sono due settori che potrebbero rientrare in una politica di programmazione in cui si cerca di definire degli obiettivi e di trovare i modi per raggiungerli. Si tratta di rilanciare gli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita.

Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto a quelli del Partito Democratico. Il PD (all’epoca DS e Margherita), dopo aver effettuato delle privatizzazioni assolutamente non condivisibili come Telecom e Autostrade, si è inchinato all’ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell’energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Anche gli aumenti della tassazione sulle banche e sulle imprese energetiche comportano dei rischi perché si potrebbero scaricare sui prezzi finali ai consumatori (tassi sui prestiti, carburanti, elettricità), ma hanno avuto il pregio di mettere sotto i riflettori i soggetti che negli ultimi tempi hanno conseguito i profitti più elevati.

In questa situazione desolante le forze di sinistra si presentano deboli e frammentate. Ciò è ancora più paradossale se si pensa alla crisi dell’ideologia liberista e al ritorno dell’intervento dello Stato nell’economia. Per questo è ancora più urgente che tali forze si uniscano per elaborare un progetto politico che sia credibile sul piano economico e che sia in grado di governare lo sviluppo.

Da Economiaepolitica.it


28 maggio 2009

Guido Caldiron : quando la crisi diventa razzismo

 

«I veri responsabili della crisi? Gli ebrei». «Sono la corruzione e l'ingordigia dell'ebreo che hanno messo in ginocchio Wall Street e l'economia americana». «Sono tremila anni che gli ebrei si comportano così, dimostrando di non avere altro Dio fuorché il danaro». «La Sec, la commissione di controllo della Borsa, è imbottita di ebrei complici dei loro amici ebrei farabutti per derubare la nazione». Quando e dove sono state scritte o pronunciate queste frasi: dopo il "Martedì nero" del 29 ottobre 1929 quando "crollò" la borsa valori di New York, a Weimar all'inizio degli anni Trenta, nell'Italia fascista dell'autarchia e delle Leggi razziali? Niente di tutto ciò: questa esplosione di antisemitismo è di oggi, monitorata e raccolta negli Stati Uniti dalle associazioni che si occupano dei fenomeni razzisti e delle azioni dei gruppi della destra radicale. Associazioni che negli ultimi mesi hanno lanciato chiaramente l'allarme: alla crisi finanziaria e alle sue drammatiche conseguenze sociali c'è chi sta rispondendo rispolverando l'intero armamentario del razzismo così come era stato declinato fin dall'inizio del Novecento sia in Europa che negli stessi Stati Uniti.
«Ancora una volta di fronte a un momento di crisi si torna a guardare agli ebrei come ai responsabili dei guai che affliggono la società - spiega a Liberazione Marek Halter, tra le voci più note dell'ebraismo europeo, fondatore nel 1984 a Parigi di "Sos Racisme" - questo accade un po' in tutto il mondo, non solo in Europa e negli Stati Uniti. E' un razzismo che talvolta si maschera di "critica al sistema capitalistico" ma che, come è evidente, nasconde ben altro. E' una storia che conosciamo bene e che sappiamo già dove ha condotto in passato. Di recente mi è capitato perfino che durante un colloquio universitario internazionale un collega si sia rivolto a me dicendomi: "Non ti sembra che gli ebrei si siano approfittati troppo del sistema liberista e si siano arricchiti?". Gli ho risposto che mi sembrava un discorso già sentito, prima che si aprissero le porte di Auschwitz...».
In effetti, già «in Francia, agli inizi del Novecento - ha spiegato Riccardo Calimani in Storia del pregiudizio contro gli ebrei (Mondadori, 2007) -, il movimento antisemita riuscì a coniugare con efficacia il nazionalismo crescente con le esigenze di modernizzazione e di riforma sociale e politica diffuse nei primi decenni del secolo. Questa forma francese di nazionalsocialismo, proiettata verso l'unità nazionale, rifiutava il conflitto di classe, sosteneva, almeno teoricamente, l'integrazione dei diversi gruppi sociali e avversava sia il capitalismo liberale che il socialismo rivoluzionario. Esso apprezzava le idee di gerarchia e di controllo sociale, ma era ostile agli strumenti dell'economia capitalistica, come le banche e la borsa, considerate un'emanazione ebraica, simboli da abbattere. Agli occhi dei seguaci di Drumont gli ebrei erano tutti o dei Rothschild o dei Marx, o capitalisti o rivoluzionari, che puntavano con il loro desiderio sconfinato di potere alla conquista del mondo: erano dei nemici da distruggere. Che il denaro fosse lo zelante Dio di Israele non lo pensavano solo i nazionalsocialisti, ma anche gli utopisti socialisti, da Charles Fourier a Pierrre-Joseph Proudhon».
Così, nell'America del 2009 il razzismo torna a candidarsi a interpretare un malessere sociale diffuso, proponendo dei nemici e dei colpevoli, definiti in base alla cultura o alla religione di appartenenza. L'antisemitismo ritorna inoltre d'attualità dopo anni in cui la polemica contro gli immigrati clandestini ha dominato la scena anche oltre Atlantico. Larry Keller, direttore editoriale del Southern Powerty Low Center di Atlanta, il centro studi antirazzista fondato da Martin Luther King negli anni Sessanta, si è domandato nell'editoriale dell'ultimo numero di Intelligence report (Spring 2009), il quadrimestrale dell'associazione, se «non si finirà per dare la colpa della crisi alle minoranze?». Keller è partito dal clima che si respira nel paese da mesi e si è poi concentrato sull'accusa, rivolta agli organismi bancari federali dall'ultradestra, vale a dire l'aver concesso "troppi prestiti" agli immigrati, in base alla cosiddetta Legge di inserimento comunitario, votata dal Congresso alla fine degli anni Settanta, che incentivava i prestiti e la concessione di mutui alle fasce più basse della popolazione e in particolare agli "ultimi arrivati". Tra i motivi della crisi attuale della finanza americana, i razzisti indicano infatti anche "il peso sostenuto" per aiutare l'integrazione sociale degli immigrati, soprattutto latinos.
Nel suo ultimo rapporto "The Year in Hate" (Un anno d'odio), il Splc ha poi censito in 926 gli "hate group", come vengono definiti negli Stati Uniti i movimenti e i gruppi razzisti o apertamente neonazisti. L'aumento, nell'arco di pochi anni, è stato deciso: nel 2000 simili gruppi si erano fermati a quota 602. Su questa escalation, che si accompagna ad atti di violenza e al moltiplicarsi della propaganda xenofoba, specie in rete, sta pesando ulteriormente il diasagio sociale e le paure causate dalla crisi economica. L'America torna così a respirare il clima che negli anni Ottanta aveva fatto registrare all'estrema destra alcuni successi specie negli Stati rurali del Midwest scossi da una terribile crisi economica: la situazione che era stata all'origine del fenomeno delle Milizie, gruppi paramilitari organizzati su base statale e in chiave anti-establishment. Una situazione descritta da Joel Dyer in Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell'America rurale (Fazi, 2002), che siegava come «mentre le piccole e medie aziende agricole, non più competitive in un sistema di produzione dominato da un pugno di società globali continuano a salire, la rabbia che un tempo provocava tra gli agricoltori un gran numero di suicidi e di violenze familiari trova espressione nelle azioni estreme del movimento che combatte il governo federale». La stessa realtà poi descritta nel 1988 da Constantin Costa Gavras nel film Betrayed (Tradita), interpretato da Tom Berenger e Debra Winger, storia di una agente del Fbi infiltrata nei gruppi dell'estrema destra del Midwest. Dopo la tragedia di Oklahoma City, l'attentato portato a termine da due estremisti vicini all'area delle Milizie che causò oltre 168 vittime il 19 aprile del 1995, l'estrema destra era tornata a essere più che marginale nel panorama politico e sociale americano. Oggi, qualcosa sembra però essere cambiato. E la principale novità è rappresentata dalla crisi.
Il primo segnale di questo nuovo clima era arrivato già ad ottobre con un ampio rapporto redatto dall'Anti Defamation League, la più importante tra le organizzazioni antirazziste sorte nell'ambito dell'ebraismo americano, anche se orientata su posizioni conservatrici. L'Adl aveva pubblicato un rapporto dal titolo "Financial Crisis Sparks Wave of Internet Anti-Semitism" in cui erano elencate una serie di sortite apertamente razziste comparse su siti sia politici che economici: «Internet - segnalavano i responsabili dell'organizzazione che ha il suo quartier generale a New York - si sta riempiendo di segnali di odio che accompagnano ogni nuovo capitolo della crisi economica». Nel suo meeting annuale, che si è svolto a Los Angeles il 21 novembre del 2008 e è stato introdotto dal sindaco democratico della città, Antonio Villaraigosa, figlio di immigrati ispanici, l'organizzazione ha poi ulteriormente definito il pericolo parlando di un "combinato" tra l'elezione del primo afroamericano alla guida del paese, Barak Obama, e il pieno dispiegarsi della più grande crisi economica dai tempi di quella del '29. Per i razzisti americani, organizzati in centinaia e centinaia tra gruppi di attiviti, siti internet e pubblicazioni a circolazione locale ma anche inseriti nel mainstream dell'informazione, gli ebrei tornavano a essere responsabili di tutto: dell'elezione di Obama, "pilotato dalle lobby", come della crisi dei mutui subprimes.
Il riferimento non era casuale e non avrebbe tardato a trovare nuova conferma all'indomani dell'arresto, avvenuto l'11 dicembre del 2008, di Bernie Madoff, ex capo del Nasdaq responsabile di un crack di 50 miliardi di dollari, già tesoriere della Yeshiva University di New York e presidente della Business School di questa università, che è considerata la più prestigiosa istituzione accademica religiosa ebraica d'America. Si calcola, tanto per farsi un'idea delle proporzioni della vicenda, che la dimensione della truffa messa in piedi da Madoff sia almeno tre volte più grande dell'ammanco causato dal crack Parmalat. Proprio Madoff e gli altri protagonisti della finanza ebraica americana sono diventati così i principali bersagli del ritorno di massa dell'antisemitismo nello spazio pubblico statunitense. «Ci deve essere una caverna blindata nel deserto del Negev dove Madoff ha nascosto tutti i soldi rubati all'America per finanziare Israele», è stato scritto su uno dei siti monitorati dall'Adl.
Negli ultimi mesi centinaia «di questi messaggi antisemiti hanno riguardato Lehman Brothers e altri istituti toccati dalla crisi dei subprime e sono stati inviati sui forum dedicati alla finanza», ha spiegato Abraham H. Foxman, direttore dell'Adl. «I messaggi attaccano i giudei in generale - sottolinea Foxman -, alcuni li accusano di controllare il governo e la finanza, di far parte di un ordine mondiale e d'essere di conseguenza responsabili della crisi economica. La storia ci ha insegnato che ogniqualvolta si registra una grossa crisi dell'economia mondiale, c'è una forte ondata di antisemitismo e intolleranza, ed è quello che vediamo in questo momento. I vecchi cliché sugli ebrei e il denaro sono sempre presenti. Come accaduto dopo l'11 settembre, davanti all'incertezza nell'economia e degli avvenimenti mondiali, gli ebrei diventano capro espiatorio». Così su internet sono apparse vere e proprie "liste di ebrei": i nomi di personalità legate all'economia e alla politica americana. Veniamo così informati che sono ebrei il presidente della Fed, Bernanke, come lo era il suo predecessore Greenspan o che una delle principali banche d'affari, la Goldman Sachs, ha nella sua dirigenza molti "cognomi chiaramente israeliti". Insomma, abbastanza, secondo gli antisemiti, per tornare a definire le coordinate del più grande complotto di tutti i tempi: quello che ha per obiettivo il controllo ebraico sull'intero pianeta e che fu pienamente descritto nei Protocolli dei savi anziani di Sion , il falso costruito dalla polizia politica zarista nella Russia dei primi del Novecento.
Lo storico tedesco Wolfgang Benz ha appena riproposto un'analisi dettagliata di quel testo fondativo di buona parte dell'antisemitismo moderno. Nel suo I protocolli dei Savi di Sion. La leggenda del complotto mondiale ebraico , Mimesis (pp. 162, euro 16,00), Benz riflette sia sui successi attuali del documento, «in internet si trovano circa 50mila riferimenti ai Protocolli » che sul loro significato ideologico. «La fantasia secondo la quale forze e potenze dell'oscurità agirebbero dietro le quinte della storia del mondo - spiega il docente dell'Università di Berlino - permette di superare sentimenti di impotenza causati dalle sempre più complesse relazioni globali tra politica ed economia che per i singoli individui diventano sempre più incomprensibili». Così, l'idea che un gruppo di "potenti ebrei" abbia progettato un piano per controllare e sottomere ai propri voleri l'intero pianeta, è stata utilizzata a più riprese da chi aveva fatto del razzismo la sua principale merce politica. «Può essere storicamente interessante sapere che Adolf Hitler, Alfred Rosenberg e Julius Streicher hanno utilizzato i Protocolli come materiale per costruire l'ideologia antisemita nazionalsocialista. Che poi l'americano Henry Ford, il re dell'automobile, durante gli anni Venti del XX secolo abbia utilizzato i Protocolli negli Stati Uniti per imbastire una fanatica propaganda contro "l'ebreo internazionale"», racconta Benz che aggiunge: «Il fatto che verso la metà degli anni Ottanta in Giappone siano state vendute milioni di copie di un libro che predica il mito della cospirazione mondiale ebraica in un paese dove in pratica non ci sono ebrei, e che la chiesa ortodossa russa così come i fondamentalisti islamici si appellino a questa apparente prova della perfidia e della brama di potere degli ebrei, ci insegna che, al di là di qualsiasi analisi filologica, l'uso ideologico dei Protocolli dei Savi di Sion , continua a essere politicamente significativo».
In realtà in molti si sono chiesti se la crisi economica internazionale potrà far riemergere le tentazioni razziste che l'Occidente ha già conosciuto a cavallo del crollo di Wall Street negli anni Venti. Con un rischio in più, quello che i vecchi stereotipi e pregiudizi trovino oggi un terreno fertile nel clima internazionale, nell'evocazione di uno "scontro di civiltà" che tende a rappresentare "le identità" come altrettanti muri. Come ha spiegato Wlodek Goldkorn in La scelta di abramo. Identità ebraiche e postmodernità (Bollati Boringhieri, 2006): «Ammoniva Hannah Arendt che, quando la civiltà entra in crisi, il passato non è in grado di gettare alcuna luce sul futuro. Oggi, siamo in una crisi di civiltà. E gli ebrei, come modello di integrazione riuscita in Occidente, beninteso, dopo la catastrofe nazista (...) sono di nuovo a rischio. Nel recentissimo passato (gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso) la catastrofe della modernità si è rivelata una catastrofe per gli ebrei, togliendo loro i diritti conquistati o concessi dalla modernità. Questa volta forse non arriveremo alla catastrofe (...), ma lo scontro delle civiltà, la guerra postmoderna, sta già togliendo agli ebrei, e a tutti gli esseri umani, uno dei diritti fondamentali assicurati dalla modernità nella sua versione illuminista: il diritto di sciegliersi l'identità». Ma se si pensa a una riedizione del passato, non si è probabilemente in grado di cogliere la sfida rappresentata dal mix inedito costruito in questi ultimi anni. Come ha sottolineato Gabriel Schoenfeld, ne Il ritorno dell'antisemitismo (Lindau, 2005), : «Il razionalismo universale settecentesco percepiva il giudaismo in quanto nemico della sua fede nella ragione; esso sosteneva che la religione della Bibbia ebraica, l'albero da cui nacque il ramo del cristianesimo, era responsabile dell'arbitrario predominio clericale e della supina accettazione europea di una credenza irrazionale. Gli apostoli della tolleranza illuministica non erano affatto tolleranti quando si trattava degli ebrei in carne e ossa: "Nazione di usurai", diceva Kant; vessillifera di una "cecità superstiziosa", secondo il barone d'Holbach. Avendo prodotto diverse sottospecie (la socialista, la populista, la liberale), questo tipo di antisemitismo oggi sta soppiantando la versione destrorsa e si appresta a diventare dominante in Occidente».


28 maggio 2009

Daniela Palma : innovazione a prova di sostenibilità

 

Il dibattito più recente sulla crisi dell’economia mondiale ha portato le tematiche ambientali sotto una nuova luce. Nell’Unione Europea l’approvazione del “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% della domanda finale di energia da fonti rinnovabili ed una riduzione del 20% dei consumi energetici) ha infatti sancito precisi obblighi per gli stati membri quanto al raggiungimento degli obiettivi previsti, e le reazioni dei diversi governi non si sono fatte attendere. La disciplina del cosiddetto “mercato delle emissioni” sul quale il “Pacchetto” va ad incidere è sostanzialmente ripartita tra un “livello europeo”, in cui si definiscono i criteri e le modalità degli scambi delle “quote” consentite per le emissioni dei settori produttivi a maggior impatto ambientale (“settori ETS”, dove l’acronimo sta per Emission Trading Scheme), e un “livello nazionale” in cui si stabiliscono, paese per paese, i vincoli per i rimanenti settori in funzione del livello di Pil pro-capite. Le caratteristiche della struttura produttiva di ciascun paese sono pertanto la dimensione rilevante con cui le politiche di intervento debbono confrontarsi e questo aspetto diventa ancor più cruciale in un periodo, quale è quello attuale, in cui l’industria deve già sopportare i costi di una recessione che si prospetta non breve. Secondo alcuni studiosi e autorevoli osservatori, quali Lord Stern, venuto alla ribalta con il suo “Rapporto sul Clima” del 2006, la situazione non fa sconti in quanto a gravità, ma è pur vero che esistono in essa i germi di nuove opportunità per iniziare a costruire le premesse di una ripresa duratura e, al tempo stesso, rispettosa dell’ambiente. Questa riflessione si sta peraltro facendo sempre più strada in un “sentire comune” e sempre più appare confortata dal cambiamento programmatico propugnato dal Presidente Obama negli Stati Uniti, mentre qualcuno azzarda addirittura a parlare di una “nuova rivoluzione industriale”.
In che senso, allora, è lecito parlare di opportunità offerte dalla “questione energetico-ambientale”?
Benché in forma non sistematica, sempre più si stanno diffondendo i dati che documentano la sensibile crescita dell’occupazione in attività produttive che contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale di origine antropica. L’insieme di queste attività è molto variegato, poiché ciò che qualifica i cosiddetti environmental goods non è l’appartenenza a specifiche categorie merceologiche, ma la finalità della salvaguardia ambientale, rispetto alla quale l’obiettivo della riduzione delle emissioni è divenuto uno tra i più rilevanti. Non sfugge infatti il rilievo assunto negli anni più recenti dalle tecnologie destinate alla produzione di energia da fonti rinnovabili, caratterizzate, diversamente dalle cosiddette tecnologie di abbattimento “a valle dei processi produttivi” (“end of pipe”), dalla specifica capacità di rendere i processi produttivi a basso contenuto intrinseco di emissioni. Una visione dello sviluppo registrato dalla produzione di queste tecnologie è offerta dai dati del commercio internazionale, gli unici che, ad oggi, consentono una rilevazione relativamente puntuale dei beni in questione. Dall’andamento degli scambi mondiali emerge, in particolare, un trend crescente e in accelerazione per questi beni rispetto a quello degli scambi manifatturieri, a partire dal 2002. Il dato del commercio internazionale è inoltre rilevante anche per la sua particolare valenza di indicatore del vantaggio competitivo di ciascun paese. Si tratta di un aspetto cruciale, se si considera la posta in gioco. Le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili stanno infatti assumendo una forte centralità non solo per quanto riguarda le finalità ambientali, ma anche (come si evince dallo stesso “Pacchetto”) per ciò che riguarda la dipendenza energetica dalle fonti fossili, che per i paesi industrializzati rappresenta da sempre un importante vincolo al processo di sviluppo.

Se il problema dell’approvvigionamento energetico e l’urgenza della “questione ambientale” sollecitano la sostituzione di fonti energetiche fossili con fonti energetiche rinnovabili, bisognerà certamente continuare a considerare in che termini la produzione di reddito di ciascun paese sarà gravata dai costi delle nuove possibili opzioni. Questo punto merita di essere sottolineato poiché il riferimento alla “questione ambientale” è spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello allo “sviluppo sostenibile”, che è poi il “motore” della stragrande maggioranza della riflessione contemporanea sul tema dello sviluppo. D’altra parte, che lo sviluppo sostenibile sia concetto ben più ampio è cosa condivisa da tempo e “codificata” a livello internazionale. In ambito europeo la nuova programmazione delle politiche per lo sviluppo è partita nel 2000 dal definire la “strategia di Lisbona” (“fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010”) ed è arrivata a fornire delle “precisazioni” sugli obiettivi di salvaguardia ambientale a Goteborg nel 2001. Quel che è certo è che il perseguimento dell’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” non potrà mai prescindere dal soddisfacimento di sub-obiettivi di ordine economico e sociale, divenendo quindi un arricchimento del concetto di sviluppo, e che ciascun paese dovrà ricercare i presupposti di questo complesso fine nella presenza di assets competitivi all’interno del proprio sistema produttivo.
E’ facile così comprendere come la pressione esercitata dalle esigenze della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la “questione ambientale” porranno sempre più i diversi paesi di fronte a una riconsiderazione della sostenibilità del proprio sviluppo. Ed è in questo senso che la capacità di ciascun paese di “produrre innovazione” diventerà l’asse centrale della “sostenibilità” nella sua accezione più ampia (e corretta).
Il percorso europeo delle “nuove” politiche dello sviluppo da basare sulla conoscenza e sulla capacità di questa di creare innovazione per il sistema produttivo, si è esteso progressivamente e ha iniziato a calarsi nella concreta realtà delle esigenze energetiche e ambientali con obiettivi programmatici a forte orientamento tecnologico e focalizzati a breve sullo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, delineati nel “Set-Plan” della fine del 2007. Questo documento ratifica, in qualche modo, delle linee di azione già intraprese nei maggiori paesi europei che, da qualche anno, stanno dando sempre più spazio non solo ad un uso più intenso di queste tecnologie, ma anche ad un allargamento della produzione di alcune di esse su base nazionale. Le rilevazioni del commercio internazionale forniscono una lettura indubbiamente significativa: sono infatti aumentate le quote sulle esportazioni mondiali di queste tecnologie nei paesi europei “naturalmente” più orientati ad un uso più intenso di energia da fonti rinnovabili, con in testa la Germania che nel 2006 ha superato la quota del 12% sulle esportazioni mondiali (anche se è bene osservare come Francia e Regno Unito siano sempre tra gli esportatori più rappresentativi con quote superiori rispettivamente al 5% e al 2%). Ma per la maggioranza di queste economie il “nuovo” processo in atto non è altro che la modulazione di un percorso di sviluppo tecnologico da lungo tempo avviato e che nell’ultimo decennio ha consentito che l’Unione Europea recuperasse almeno parte dell’ampio divario tecnologico accumulato nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone.
E l’Italia? L’Italia non sembra essere di questa partita (soprattutto nelle tecnologie di nuova generazione, fotovoltaico, solare termico ed eolico, a più forte dinamica di crescita, in cui supera a malapena l’1% in media di quota di export).

E’ di sicuro ancora presto per esprimere un giudizio categorico. Tuttavia è opportuno considerare la prospettiva nella quale il nostro paese sembra proiettarsi. Se la reattività dei paesi europei che già da qualche anno si sono immessi sulla carreggiata della produzione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, iniziando a maturare perfino qualche vantaggio competitivo, deve ascriversi all’esistenza di presupposti di una “base tecnologica” preesistente, relativamente sviluppata e radicata a livello nazionale, l’Italia appare infatti assai svantaggiata. Non solo. Occorre ricordare che da tempo questo svantaggio si è tradotto in una perdita di competitività della sua industria manifatturiera nella quale sempre più hanno pesato i deficit commerciali maturati nei settori high-tech proprio nei confronti dei principali partner europei. Un percorso segnato, questo, e destinato ad acuirsi se si considera che, lungo tutto il processo di sviluppo dal dopoguerra ad oggi, i maggiori paesi industriali hanno incrementato le importazioni di tecnologie, come effetto di un progresso tecnico diffuso alimentatosi anche sulla spinta della globalizzazione produttiva. Diversamente da questi paesi, in cui lo sviluppo di una capacità innovativa ha sostenuto la competitività di produzioni high-tech generando flussi di esportazione compensativi delle importazioni di tecnologia, l’Italia non è infatti riuscita ad adeguare la propria “offerta di innovazione” alla “domanda di innovazione” tipica delle economie avanzate. Queste tendenze, che sono una conseguenza diretta della specializzazione produttiva del paese, stanno cominciando a profilarsi anche nell’ambito delle tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili.

L’opportunità che lo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche può fornire per il rilancio delle economie in crisi a fronte dei compresenti vincoli energetici e ambientali non sembra dunque essere stata in alcun modo equivocata in tutti quei paesi europei in cui è stato avviato un nuovo corso di politica economica “sostenibile”. In Italia, invece, gli ovvi presupposti di tale politica sembrano essere essenzialmente quelli della semplice acquisizione di tecnologie, con significativi riflessi sull’aumento delle importazioni e con il rischio che dalla dipendenza energetica si passi ad una più grave dipendenza tecnologica e, di qui, ad una ulteriore perdita di competitività del sistema produttivo nazionale. Con le ovvie conseguenze che tutto ciò avrebbe in termini di ulteriori restrizioni del mercato del lavoro, di distribuzione del reddito a sfavore dei salari e di conseguente indebolimento della capacità di attivazione della domanda aggregata, prima ancora di arrivare a gravi perdite di occupazione. E questo si che sarebbe davvero insostenibile.


27 maggio 2009

Facciamo fallire il referendum sulle elezioni

 

Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito.
L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano.
A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento.
Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile.
Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini.
Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale.
Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza.
Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e.

Per adesioni scrivere all'indirizzo:
fs.russo@tiscali.it

*** Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni


27 maggio 2009

Lucio Garofalo : la fuoriuscita dalla crisi è nella fuoriuscita dal capitalismo

Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale.

Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super-pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”.

In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

Una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo

Dunque la crisi odierna investe l’apparato politico-economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria.



Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati, generati da un eccessivo sfruttamento materiale dei produttori, ossia degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti e indeboliti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globo-colonizzazione economico-imperialistica che ha generato condizioni sempre crescenti di miseria, sottosviluppo, sfruttamento e precarietà materiali, permettendo o imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro (vale a dire dei salari) su scala planetaria, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili e drammatiche conseguenze in termini di costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, sino al tracollo e al fallimento definitivo del capitalismo su scala globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora.

A nulla servirà l’assunzione di rimedi ormai inutili e tardivi, ovvero di provvedimenti di pura facciata quali, ad esempio, l’autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari, la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali.

Se è vero che i capitalisti sono i principali responsabili della crisi odierna, è altresì vero che nemmeno i politici, servi e funzionari del capitale, possono dirsi estranei o innocenti, anzi.

La demagogia e l’ipocrisia, oltre all’inettitudine e all’improvvisazione messe in mostra dai ceti politici dirigenti, nonché la manipolazione e la disinformazione esercitate dai mass-media ufficiali, sono la controprova e la conferma dell’ipocrisia, dell’inganno e della menzogna insite nella realtà e nella natura stessa dell’economia capitalistico-borghese.

Era già tutto previsto

La principale causa delle crisi economiche che investono periodicamente il capitalismo è da individuare, secondo l’analisi fornita da Karl Marx ne Il Capitale, nel crollo periodico del saggio (o tasso) di profitto. Lo stesso processo di espansione, accumulazione e concentrazione monopolistica del capitale, accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto (tendenziale nel senso che si tratta di una tendenza che entra in contrasto con altre forze e controtendenze intrinseche al sistema economico-capitalistico).

Tuttavia, Marx non esclude altre cause che possono essere all’origine delle crisi. La ragione ultima, che spiega le crisi capitalistiche, risiede nel progressivo impoverimento dei lavoratori e nel crescente indebolimento del loro potere d’acquisto, quindi nel crollo dei consumi delle grandi masse, un dato che contrasta con la necessità, connaturata al sistema capitalistico, di espandere i mercati ed accrescere sempre più il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente anche i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo non può non incidere anche sui profitti capitalistici, che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa, di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia economico-imprenditoriale, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti.

Crisi precedenti e soluzioni

In passato, per scongiurare altre dure recessioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave depressione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Ovvero ha intrapreso risposte in chiave neoimperialistica e neoconservatrice, per difendere e consolidare lo statu quo, ossia l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un mercato di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo molto efficace per conquistare aree in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta soprattutto dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera ecc., fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla valse la lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta da Egitto e Siria contro Israele), che determinò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile.

Fuoriuscire dalla crisi

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico-borghese. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica e concreta, turba non poco i capitalisti (nonché i loro servi e lacchè) del mondo intero. E ciò vale anche per il capitalismo di stato del gigante cinese, che non esita a fare affari e a stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti per schiacciare la concorrenza europea.

Per arginare l’esplosione di rivolte, disordini e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico-imperialistico, ossia ad un lungo periodo di guerre brutali e sanguinose sulla scena internazionale.

Una seria alternativa al capitalismo

Pertanto, l’unica alternativa possibile e praticabile per evitare e scongiurare simili scenari di catastrofica auto-dissoluzione del genere umano, è solo quella di una fuoriuscita globale e definitiva dal sistema politico-economico vigente, retto su un capitalismo ormai franato in una crisi irreversibile e, dunque, destinato al collasso. Ciò significa restituire al lavoro collettivo il valore e l’importanza che gli spetta, recuperare la centralità e il primato del lavoro produttivo e sociale in un assetto economico di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori (chiamatelo comunismo, socialismo, collettivismo o nel modo che vi pare).

Tuttavia, è evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. E' la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l'autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, ovvero sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, ovvero chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare e rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la competitività e la produttività il sistema risulta invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri "quantitativi" (quali, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo di una nazione, o quello pro-capite, ecc.) per calcolare e definire il tasso di eguaglianza e di giustizia sociale, di progresso e di democraticità di un paese.


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