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28 giugno 2009

Alberto Lucarelli : l'inganno delle fondazioni

 L’art. 16 del decreto-legge n. 112 del 2008, come convertito in legge n. 133 del 2008 attribuisce alle università, o meglio al senato accademico, la facoltà di trasformarsi in fondazioni di diritto privato; si attribuisce a tale organo il potere di cambiare natura giuridica e trasformare l’università da soggetto di diritto pubblico in soggetto privato.

L’incipit del primo comma dell’art. 16 è il seguente: “In attuazione dell’art. 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato”.

Tale disposizione va letta tenendo ben presente l’ultimo comma dell’art. 33 Cost. che recita: “Le Istituzioni di alta cultura, Università ed accademie hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”.



In questo senso, va chiarito che l’autonomia universitaria, nello spirito originario del dettato costituzionale, non può essere inteso come un principio finalizzato a realizzare micro o macro entità accademiche, basate su un sistema di regole arbitrarie, autarchiche e tendenzialmente tese ad assecondare logiche clientelari, dissonanti con la ricerca e l’insegnamento, oltre che foriere di pericolosi disavanzi di bilancio. L’autonomia, piuttosto, va intesa quale requisito meta-giuridico, funzionale e servente al raggiungimento d’altri principi e diritti fondamentali, e pertanto, limitata e incapsulata nel sistema costituzionale; essa non dovrebbe avere quale obiettivo la parcellizzazione del sistema, né la creazione di tanti microsistemi diseguali.

Fino ad oggi, le fondazioni hanno operato al fianco del sistema universitario pubblico, immaginate non per avere carattere sostitutivo rispetto al sistema pubblico, ma piuttosto intese come strumenti finalizzati alla riduzione della spesa e allo svolgimento più efficiente di attività strumentali di supporto alla didattica e alla ricerca, viceversa, nell’ambito della nuova legge, le fondazioni universitarie avrebbero più che carattere di supporto, secondo il modello della sussidiarietà, carattere sostitutivo rispetto al soggetto pubblico.

Subordinare l’autonomia, non soltanto a fondi privati, ma alla governance di soggetti privati, o peggio, a soggetti pubblici che agiscono secondo schemi e logiche dell’autonomia privata, rappresenta l’attacco più vile che si possa fare alla stessa identità costituzionale dello Stato italiano; significa minare alla base la crescita e lo sviluppo di un Paese.

Con la nuova legge, dunque, o il pubblico decide di “giocare” a fare il privato con strutture e risorse pubbliche, non consentendo l’ingresso dei privati, oppure consentendo l’ingresso di soggetti privati nella fondazione universitaria, li trasforma da meri finanziatori esterni a quota-parte proprietari dell’università. Infatti, il II comma prevede che al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie sia trasferita la proprietà di beni immobili, già in uso alle università trasformate.
Ai sensi del I e II comma, il senato accademico, deliberando la propria trasformazione in fondazione di diritto privato e contestualmente adottando lo statuto ed i regolamenti di amministrazione e contabilità (VI comma), a maggioranza assoluta, non soltanto può decidere la dismissione di proprietà pubblica a favore di soggetti privati, o gestire la proprietà pubblica con modelli e finalità privatistiche, ma può altresì rinegoziare, con l’adozione di un nuovo statuto, la governance della fondazione, fissando nuovi criteri di organizzazione e nuovi obiettivi di ricerca ed insegnamento.

Si possono immaginare nuove strategie che con i nuovi assetti proprietari, o con la nuova logica privatistica del pubblico, non potrebbero che essere orientati al mercato ed al profitto. Ciò si verificherebbe, appunto, anche nel caso in cui l’assetto proprietario del nuovo soggetto privato restasse pubblico; mi riferisco ovviamente all’ipotesi in cui l’università effettua una mera trasformazione del suo abito giuridico, o all’ipotesi di aggregazioni pubblico-pubblico (università, regioni, enti locali, società per azioni pubbliche, società a prevalenza di capitale pubblico). Quest’ultima ipotesi favorirebbe una miscela esplosiva tra interessi privati e interessi pubblici oscuri, che si fonderebbero e svilupperebbero sulla base di un patrimonio totalmente pubblico; sorgerebbe un Giano bifronte privo, come vedremo successivamente, di reali ed efficaci controlli. Si sarebbe in presenza di un soggetto in balia delle più volgari pressioni politiche, con buona pace dell’autonomia!

Mentre il passaggio dalla proprietà privata alla proprietà pubblica richiede per il nostro ordinamento giuridico una serie di garanzie per il privato, comunque titolare del diritto all’indennità, bizzarramente, nel caso di specie, il senato accademico, senza obbligo di particolari motivazioni, può decidere la dismissione del patrimonio pubblico (il procedimento tecnicamente si perfeziona con decreto dell’agenzia del demanio). Al soggetto pubblico, ex proprietario, non è riconosciuta alcuna indennità. È bene dirlo, la collettività viene depauperata; un bene comune, realizzato in forza del principio costituzionale della fiscalità generale, viene privatizzato.

La norma sul punto è molto chiara (II comma): le fondazioni universitarie, già enti pubblici, subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarità del patrimonio dell’università. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie è trasferita, con decreto dell’agenzia del demanio, la proprietà dei beni immobili già in uso alle università trasformate.

Quindi, non siamo più soltanto in una logica, più o meno sana, di acquisizione di altre risorse, ma piuttosto in una logica di dismissione di risorse pubbliche, a vantaggio di un soggetto privato, che, con altra veste giuridica, può anche rimanere pubblico. Il nuovo proprietario dei beni e servizi, soggetto di diritto privato, sarà quello che avrà la governance della fondazione universitaria.

Nuovi soggetti e nuovi proprietari andranno sul mercato con agevolazioni fiscali straordinarie, non pagando nulla al fisco e quindi nulla alla collettività (si veda il III comma che prevede che gli atti di trasformazione e di trasferimento degli immobili e tutte le operazioni ad essi connesse siano esenti da imposte e tasse).

La norma (IV comma) tiene a precisare che le fondazioni universitarie sono enti non commerciali, tuttavia possono perseguire scopi di diritto privato, come consentito dalla loro natura giuridica e orientare la loro azione secondo principi di economicità della gestione. Lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica, la libertà d’insegnamento, tutto diventa orientato al principio di economicità; è così possibile affermare che la stessa autonomia sia orientata al principio di economicità.

Va chiarito inoltre che le fondazioni universitarie possono svolgere attività commerciali, pur non essendo assoggettate alle regole proprie degli imprenditori commerciali. In sostanza, l’elemento distintivo degli enti non commerciali è quello di non avere, ad oggetto esclusivo o principale, lo svolgimento di un’attività di natura commerciale, intendendosi per tale attività quella che determina reddito d’impresa. Ciò significa che le fondazioni universitarie, pur dovendosi qualificare per la rilevanza sociale delle finalità perseguite, possono produrre, seppur limitatamente e non come attività principale, reddito d’impresa.

Ai sensi del XI comma dell’art. 16, resta fermo il sistema di finanziamento pubblico. È possibile dunque che risorse finanziarie pubbliche non soltanto siano “depistate” verso soggetti privati, o pubblici che agiscono come un privato, ma altresì siano esternalizzate e a questo punto il controllo sulle risorse pubbliche da parte della Corte dei conti, diventerebbe realmente impossibile.

In ogni caso, la norma è ambigua, in particolare nella parte in cui si afferma che il finanziamento pubblico costituisce elemento di valutazione a fini perequativi. Ciò vuol dire che saranno destinati maggiori finanziamenti pubblici alle fondazioni universitarie con minori finanziamenti privati, o significa l’esatto opposto come i recenti meccanismi di co-finanziamento fanno pensare?

Si conferma il principio del co-finanziamento, già introdotto dalla legge n. 537 del 1993, che tuttavia assume connotati assolutamente diversi, allorquando il soggetto che decide è un soggetto privato, o falsamente pubblico, che non necessariamente rivolge tutti i suoi interessi all’interno dell’assetto universitario o comunque che può rivolgere i propri interessi verso settori della ricerca, tali da determinare profitti indotti al mondo dell’impresa, o comunque fortemente collusi con il mondo della politica.

In teoria, con beni di ex proprietà pubblica e con risorse principalmente, se non esclusivamente pubbliche, le fondazioni con proprio statuto possono decidere di porre in essere strategie aziendali, lobbistiche, corporative, pseudo politiche, di stampo neo-feudale, anche diversificate rispetto alla mission originaria di una struttura universitaria. Risorse pubbliche e tasse di iscrizione potrebbero essere orientate verso lidi ed obiettivi non riconducibili al perseguimento di interessi generali; il tutto, evidentemente, in contrasto con l’art. 3, con l’art. 9 e con l’art. 33 della Costituzione.


27 giugno 2009

Valentino Parlato : intervista a Luciano Gallino

 

Questa crisi della sinistra è una crisi italiana, con Berlusconi, oppure è europea?

Direi che, seppure con molte differenze tra un paese e l'altro, è una crisi europea che ha molte forme. Basti pensare al caos del Partito socialista francese o alla deriva verso posizioni di centrodestra del labour britannico o dei socialdemocratici tedeschi. Nell'insieme direi che è una sindrome europea.

Negli anni '70 questa sinistra era forte in Italia e in Europa. Quali possono essere le cause di questa crisi? La miopia dei dirigenti?

Il crollo dell'Unione sovietica è stato un fattore di grande importanza, non foss'altro perché ha rafforzato fortemente il centrodestra e la destra. Teniamo presente che le conquiste dei lavoratori tra gli anni '60 e '70 - salari decenti, prolungamento delle ferie, sabato festivo, servizio sanitario nazionale, nel nostro paese come in altri - sono stati possibili anche perché la classe egemone vedeva con grande preoccupazione l'Urss, naturalmente per il suo peso sulla scena mondiale ma anche per quello che poteva significare come sostegno - ideologico oltre che materiale - ai partiti di sinistra dell'occidente. Caduta l'Unione sovietica, la destra ha preso forza e fiato e le sinistre si sono trovate un po' l'erba tagliata sotto i piedi. C'è un altro aspetto che in parte spiega la sconfitta, cioè il totale fraintendimento da parte delle sinistre, dei partiti socialdemocratici in particolare, del processo di globalizzazione. Mi riferisco allo scambio che è effettivamente avvenuto fra l'Occidente che ci ha messo capitali e tecnologia, e la Cina, l'India ecc. che ci hanno messo la manodopera pagata una miseria. Non hanno capito, quindi sono caduti in una prospettiva che io chiamo adattazionista: la globalizzazione c'è, perciò non resta che adattarsi ad essa. Che significa aver perso la partita ancor prima di cominciare.

Ma non ci sono anche un cambiamento nel mondo del lavoro e una perdita di importanza di esso, la fine del fordismo, la società post-industriale... si può dire una società post-industriale?

No, per due motivi. Intanto l'industria continua ad essere un settore di grande importanza in tutte le economie sviluppate. In secondo luogo i modelli di organizzazione dell'industria, messi a punto nell'arco di un secolo dall'industria manufatturiera, sono stati applicati anche ad altri settori. L'agroindustria, la ristorazione rapida, i call center utilizzano modelli di organizzazione del lavoro che sono quelli inventati un secolo fa.

Secondo lei il terziario si è industrializzato?

Gran parte del terziario ha adottato modelli organizzativi dell'industria che si fondavano, e in gran parte ancora si fondano, sull'imperativo taylorista: voi lavorate, noi pensiamo.

C'è una frase di Marx che ogni tanto viene citata: «Lo sfruttamento del lavoro vivo diverrà una ben misera base per lo sviluppo generale della ricchezza». C'è una perdita di valore nel lavoro?

Certamente sì. Perché a partire dalla fine degli anni 70 si è avuta una straordinaria finanziarizzazione dell'industria e dell'attività produttiva in generale. Quindi si sono sempre più sviluppate tecnologie complesse per produrre denaro mediante denaro, scartando per quanto possibile il passaggio attraverso le merci o facendo fabbricare le merci dai cinesi o dagli indiani. Quindi la produzione di denaro per mezzo di denaro ha portato con sé - e per certi aspetti è stata anche scientificamente cercata - la svalutazione, la sottovalutazione del lavoro manuale, del lavoro industriale. 



Non potevano resistere dei partiti, il Pci soprattutto, che già avevano preso le distanze dall'Unione sovietica? Sono stati «capitolardi»?

Debbo dire, con mio rincrescimento, che sono del tutto d'accordo con questa interpretazione. La capitolazione dei partiti comunisti è stata precipitosa, e per certi aspetti inconsulta, anche se il crollo dell'Urss è stato un trauma colossale. Che il socialismo realizzato avesse crepe profonde si sapeva da tempo. Temo quindi che la definizione di «capitolardi» sia azzeccata.

Insomma, a questo punto le sinistre hanno rifiutato l'identità passata ma non si sono date una identità nuova.

Certo, perché - l'ho detto all'inizio - non avevano capito nulla del processo di globalizzazione. Non avevano capito che la globalizzazione è un aspetto di una guerra di classe globale. È una espressione che da noi fa saltare sulla sedia, anche molti a sinistra. Ma io la prendo da un libro che ho sul tavolo, un libro americano che si intitola The global class war di Jeff Faux, fondatore dell'Economic Policy Institute, che da buon americano liberal non teme di usare le parole che occorre usare, cioè conflitto di classe. Mentre le nostre sinistre hanno rimosso l'idea stessa di classe sociale.

Cosa fare per tornare forti e protagonisti?

Dall'89 sono passati 20 venti anni. Quello che si è smontato in vent'anni non è che si possa rimontare in poco tempo. Sicuramente un recupero della teoria critica, intesa non soltanto come recupero dei francofortesi che, comunque, avevano molte cose da dire. Ma anche come capacità di analizzare a fondo il processo dell'economia globale, come ad esempio sanno fare molti centri studi liberal americani, perché se uno vuol capire qualcosa finisce che deve passare di lì. Gran parte del nostro centrosinistra è molto più a destra dei liberal americani, quindi bisognerebbe partire dall'analisi delle classi, da una analisi seria del processo di globalizzazione.

Adesso Bertinotti dice confluiamo nel Pd.

Il Pd è certo un aggregato un po' singolare. Debbo dire che nelle conferenze, nei seminari che faccio, negli incontri ai quali sono spesso invitato anche dal Pd, scopro che molti interlocutori sono di sinistra. È vero che sapendo che io sono di sinistra c'è una sorta di pre-selezione, comunque credo che nel Pd ci sia davvero una componente di sinistra.

Però il confluire nel Pd non mi parrebbe una soluzione.
E per esempio l'unificazione fra Sinistra e libertà e Rifondazione... a me non convince. Non potrebbero mettersi insieme e cercare di definire un programma di sinistra, sulla base di un programma poi unificarsi, mettersi d'accordo...

Sì. Credo che la partenza dovrebbe essere l'analisi, la critica, l'opposizione intellettuale, gli approfondimenti e un programma. E poi su questo vedere come ci si può aggregare. Però da qualche parte bisogna pur cominciare.

Dovrebbero smettere di litigare...

E sì, questo fa veramente cascare le braccia.

L'ultima domanda. Io faccio questa intervista e chiedo articoli per aprire una discussione sul che fare della sinistra. Come si rinnova e si unifica la sinistra? È utile che il manifesto cerchi di diventare un forum di questa discussione?

Direi di sì, anche perché non ce ne sono altri. Il manifesto si vede, gira, è letto. Inventarsi nuovi forum, nuovi mezzi di comunicazione mi pare - oggi come oggi - molto difficile. È chiaro che le voci, gli umori, le sensibilità sono molto diverse, quindi bisogna restare assai aperti. Però mi pare che lo spazio ci sia e che in ogni caso qualunque sforzo di allargarlo può essere utile.

Il tuo è un contributo a questo lavoro e ti ringrazio molto.


27 giugno 2009

Stefano Cristante : l’Università denigrata, tra carenze e propaganda

 Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “Il dossier dei professori: non siamo peggio degli altri” (occhiello: La ricerca - Il confronto di sei docenti milanesi: in Germania molti più corsi e Italia davanti alla Spagna nelle classifiche).
Nell’articolo si dà brevemente conto della ricerca diretta da Marino Regini dell’Università di Milano, di cui oggi esiste un primo corposo abstract
in rete.
Cosa dice il rapporto? Si tratta in sostanza di una comparazione tra l’università italiana e quelle dei principali paesi europei. La ricerca istituisce dei confronti su materiali rinvenibili pubblicamente, tentando di motivare con chiarezza eventuali diversità organizzative. Prendo solo alcuni esempi: uno relativo al numero di università per Paese e uno al numero dei corsi di studio (dalle tabelle ho eliminato le esaustive note di lavorazione per esigenze di spazio, ma sono entrambe perfettamente leggibili sul citato pdf via web).

In questo caso è visibile che il numero delle nostre università è nettamente inferiore a quello dell’Inghilterra (senza contare i Colleges) e della Germania (senza contare le Fachhochschulen) e molto simile a quello della Francia (che però ha in aggiunta un grande numero di Grandes Ecoles). Il dato si modifica leggermente nel numero di istituti per milione di abitanti, ma senza rappresentare un’inversione di tendenza.

Da questa tabella si evince che il numero dei corsi somministrati dalle università italiane è consistente, ma che i principali sistemi universitari europei si trovano in situazioni molto simili (nel caso della Germania, considerata patria di eccellenze universitarie il numero dei corsi è decisamente superiore al nostro).
Ne emerge un quadro che ha poche attinenze con quanto propagandato da altre fonti. Naturalmente ciò non significa affatto che l’università italiana vada difesa a spada tratta o, peggio ancora, che i problemi vadano nascosti. Si tratta piuttosto di correttezza di impostazione. Come si può leggere nell’introduzione di Regini al già citato rapporto, “L’università italiana è indubbiamente malata (…) Rispetto a tali gravi carenze il nostro sistema universitario non può, e a nostro parere non deve, essere difeso, ma deve al contrario essere aiutato a compiere un profondo rinnovamento. Ma l’università italiana è stata al tempo stesso denigrata dalle polemiche recenti scatenate da esponenti del ceto politico, da taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi, e soprattutto dai media”.
Difficile non dare ragione al rapporto Regini. Mouse alla mano, è possibile rintracciare velocemente la fonte di molte cifre sentite nei talk show televisivi oppure lette nelle pagine dei giornali. Si tratta del sito
www.governoberlusconi.it. E’ sufficiente selezionare dalla barra del menù dei “temi caldi” la voce università, da cui è possibile accedere agli “approfondimenti”, che rappresentano la summa delle cifre e delle osservazioni utilizzate dagli esponenti del governo e delle forze che lo sostengono da quando è scoppiato il putiferio sui decreti Gelmini e sulla legge 133, e che hanno avuto grandissimo spazio nei media. Nel primo link (università italiana – sprechi accertati -parte prima) sono evidenziate affermazioni inesatte o false o incomplete. Facciamo alcuni esempi. Si afferma in apertura che l’università italiana produce meno laureati del Cile. Eppure nel 2007 in Italia ci sono stati 301.298 laureati, in Cile 87.405. Più avanti si scrive che “Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze dei ragazzi, aumentando la spesa in maniera inaccettabile”. Eppure sul sito del Ministero dell’Università si legge: “(…) per ciascun docente italiano vi sono circa 5 studenti in più rispetto alla media europea e alla media OCSE (21 studenti per docente in Italia contro i 16 della media UE e OCSE)”. Rispetto ai colleghi di Spagna e Giappone, che sono i Paesi in cui tale indicatore assume uno dei valori più bassi (11 studenti per docente), un docente italiano ha un carico superiore di circa 10 studenti.
Più oltre si proclama che in Italia esistono 94 università più 320 sedi distaccate in posti non strategici. In realtà, le università sono
87, 274 il totale dei Comuni sedi di didattica universitaria. Più avanti si legge che 327 facoltà non superano i 15 iscritti. In questo caso si fa una (non piccola) confusione tra “Corsi di laurea” e “Facoltà”. La stessa confusione che fecero Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in un articolo del lontano 27 dicembre 2006. (Che il governo si serva dei giornalisti anti-casta per snocciolare le proprie cifre? E perché proprio attraverso un articolo di quasi due anni fa?).
Poco più avanti si afferma che “Ci sono 37 corsi di laurea con 1 solo studente”, ma nel materiale specifico della pagina “sprechi accertati – seconda parte” ne vengono citati esplicitamente solo 13.
A seguire il sito governativo propone tre affermazioni inesatte (“In Italia abbiamo 5500 corsi di laurea, in Europa la metà”; “nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500”; “170.000 materie insegnate rispetto alle 90.000 della media europea”). Come sappiamo dalla ricerca dei docenti milanesi i corsi in Italia sono 5960, ma sono ben più della metà della media europea (così come le materie insegnate). Inoltre non si tiene conto in alcun modo che dal 2001 ad oggi è entrato in vigore il sistema 3+2, che ha portato alla moltiplicazione ineluttabile dei corsi per soddisfare i due ordini di livello (laurea triennale e laurea magistrale).
In un altro link del sito (“sprechi accertati nel mondo della ricerca”) c’è una lista nera di progetti finanziati attraverso il dispositivo del Prin. In testa c’è la ricerca pluricitata nei salotti televisivi su “L’approccio multidisciplinare alla conservazione dell’asino dell’Amiata”. Personalmente non credo che da parte di un non specialista sia semplice stabilire se, negli studi zoologici, rivesta una qualche importanza questa ricerca. Di sicuro, per quanto riguarda l’ambito delle scienze sociali, non sembra deducibile alcuna stigmatizzazione dei progetti inseriti nella lista nera del governo Berlusconi come “Gli effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull’uso della città italiana contemporanea”, oppure “Italiani e Francesi visti dal di dentro: Identità Nazionale, Multiculturalismo e Immigrazione”. In quest’ultimo caso la sinossi del sito governativo recita: “Esaminare in modo più approfondito il ruolo dell’identità nazionale nel modellare gli atteggiamenti verso gli immigrati e, specificatamente, il ruolo dei Musulmani e dell’Islam nelle percezioni dell’opinione pubblica sulle principali questioni relative all’immigrazione. Esaminare la percezione di sé stessi e degli altri negli immigrati e nei cittadini nati in un paese diverso dalla Francia e dall’Italia e residenti in uno di questi due paesi”. Francamente non mi pare si tratti di un argomento irrilevante.
Presentare i dati e valutare la ricerca universitaria come fa il governo significa evidentemente prefigurare un’unica soluzione efficace: di fronte all’eccezionale proliferazione di sedi, di corsi e di materie e alla inconsistenza della ricerca l’unico strumento corretto sarebbe la mannaia del ministro Gelmini. Poco importa che la soluzione si basi su dati falsi o inesatti. Poco importa, evidentemente, che la proposta del governo sia l’esatto contrario di una logica di riprogettazione razionale e di nuovi investimenti che appare invece la linea seguita in tutti gli altri Paesi europei.
Con l’approvazione in tempi rapidi della conversione in legge del noto decreto governativo 180 nonostante l’enorme ondata di contestazione di fine 2008 (e mettendo alla votazione la sordina della fiducia) il governo forse auspica che cada rapidamente una sorta di oblio sulla situazione universitaria, agevolato dalla convinzione che l’opinione popolare voglia fare piazza pulita. Non riformare l’università pubblica, ma azzerarla in poche stagioni. Ma allora, se questa è la convinzione governativa, perché truccare e manipolare i dati?


27 giugno 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'università che piace a Confindustria

 Con la conversione del decreto-legge n.180 sul “diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”, l’onda controriformatrice del duo Gelmini-Tremonti si abbatterà sull’Università pubblica con una decurtazione del fondo di finanziamento ordinario che dai 702 milioni di euro nel 2010 raggiunge nel 2011 gli 835 milioni. Coperta dalla retorica del merito e dal vincolo dei conti pubblici in ordine, origina da un’impellente necessità di larga parte del sistema industriale italiano: dequalificare e depotenziare il sistema formativo per disporre di manodopera già ‘disciplinata’ al momento della laurea e, dunque, già in quella fase ben disposta ad accettare condizioni di sottoccupazione e bassi salari. Nulla a che vedere, dunque, con la lotta al nepotismo. D’altra parte, individuare una ‘casta’, nell’Italia degli ultimi anni, sembra essere una buona strada per guadagnarsi da vivere, speculando sul populismo diffuso. Dispiace vedere che uno studioso influente come Roberto Perotti si sia prestato a questo facile gioco, andando ad analizzare le omonimie presenti nelle maggiori Università italiane, e scoprendo – cosa che nessun accademico negherebbe – che purtroppo il nepotismo negli Atenei italiani è diffuso. Lo studio di Perotti (accessibile nel sito on-line lavoce.info) trascura un elemento di buon senso, ovvero il fatto che – soprattutto in ambito scientifico – è piuttosto ragionevole pensare che, almeno in alcuni casi, il figlio di un professore abbia un vantaggio posizionale in Università rispetto al figlio di un non cattedratico, se non altro per il fatto di essere cresciuto in un ambiente che gli ha fornito gli strumenti culturali per affrontare gli studi e la ricerca scientifica. D’altra parte, la storia della scienza è ricchissima di omonimie. E stupisce che quasi nessuno faccia pubblicamente notare che l’Italia è familista a partire dalla sua imprenditoria, e che la stessa imprenditoria privata, peraltro largamente sussidiata dallo Stato, premia, di norma, tutto fuorché il merito. Il che evidentemente non significa legittimare l’esistente nelle Università italiane: significa semmai opporsi a quegli attacchi al sistema formativo pubblico che sembrano motivati non da nobili finalità moralizzatrici, ma dal più prosaico obiettivo di ridistribuire risorse a vantaggio degli Atenei privati.




L’OCSE certifica che l’Italia, al 2007, spende circa duemila euro in meno per studente rispetto alla media europea, e l’ultimo rapporto Almalaurea stima che – fatto pari a 100 il reddito percepito da un neolaureato italiano nel 2001 - nel 2007, con il medesimo titolo di studio, si guadagna 92. Lo stesso rapporto accerta che, a un anno dal conseguimento del titolo, solo il 45% dei laureati di primo livello risulta occupato, a fronte di un tasso di occupazione dei laureati pre-riforma superiore di circa 9 punti percentuali. A un anno dalla laurea il lavoro stabile riguarda 39 laureati su cento, con una retribuzione mensile netta pari in media a 993 euro. Si consideri anche che nel 2003 un laureato italiano guadagnava annualmente in media 2.500 euro in più rispetto a un diplomato di scuola media superiore, mentre, ad oggi, lo stipendio di un diplomato si avvicina al 90% di quello di un laureato. L’ “indice di qualità del lavoro svolto”, che cattura la percezione della coerenza delle competenze acquisite rispetto a quelle richieste in azienda, calcolato in un intervallo 0-100, oscilla, in media, intorno al valore di 50.
E’ già quindi in atto un processo di ‘adeguamento’ delle retribuzioni sui livelli più bassi, che configura il preoccupante amplificarsi della sottoccupazione intellettuale: acquisita la laurea, si lavora per mansioni non adeguate alle competenze acquisite, con bassi salari, o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. Al 2007, sono 240.000 i laureati meridionali emigrati, dei quali 120.000 si dichiarano emigrati permanenti. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende, in primo luogo, dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea. In secondo luogo, soprattutto per effetto della comparazione dei redditi e della tipologia di impiego fra laureati di generazioni diverse, riducendosi i salari della generazione passata si riduce il salario di riserva della generazione presente, ovvero la minima retribuzione che si è disposti ad accettare per una data tipologia di impiego. Il ‘laureato scoraggiato’ entra così a far parte dell’ampia platea di lavoratori sottopagati, ritenendo, peraltro, che la sua condizione sia da imputare ai lavoratori più anziani perché più protetti. Vi è ben poco di nuovo in questa storia: la segmentazione della forza-lavoro è una condizione essenziale per la riproduzione capitalistica, così come il divide et impera lo era per la sopravvivenza dell’impero romano.
E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per sporadiche eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. In più, la delegittimazione e il depotenziamento del sistema formativo pubblico serve anche a indebolire i segnali di status tradizionalmente connessi al titolo di dottore, così da ridurre ulteriormente le aspettative di reddito e poter impiegare forza-lavoro qualificata per bad jobs. In fondo, si tratta della presa d’atto da parte del nostro sistema produttivo di ciò che lucidamente e di recente ha messo in evidenza Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 10 novembre: ovvero che siamo ben lontani dall’essere una società post-industriale, fondata sul sapere, nella quale come tanta letteratura degli anni della new economy ha inteso far credere il principale input è la conoscenza. Il corollario – per nulla irrilevante – è che continuare a scommettere sulla competitività dei nostri prodotti mediante deflazioni salariali, anche ottenute tramite la dequalificazione del titolo di studio, mentre la produttività del lavoro è in crescita relativa nei Paesi centrali del continente con i quali competiamo, è un’opzione a dir poco miope per la considerazione piuttosto ovvia che l’alta qualità del lavoro è un presupposto essenziale per la crescita economica e il recupero della competitività internazionale dei nostri prodotti. Non ci troviamo però di fronte a qualcosa di nuovo nella storia del nostro capitalismo, dove, come già scriveva Arturo Labriola agli inizi del Novecento, “ciò che interessa è avere non tanto buoni operai, quanto operai buoni”.


26 giugno 2009

Marco Sferini : dalla parte del popolo iraniano

 

Ho avuto un interessante scambio di opinioni alcuni giorni fa con un giovane compagno, uno di quelli che mettono grande impegno nella quotidianità della lotta sociale e politica. Uno di quelli che alle due di notte è appunto capace di parlarti di Iran, sommosse popolari, imperialismo, teocrazia e libertà negate.
Riccardo tentava di convincermi, senza peraltro che io ne fossi convinto, che Moussavi non è un rivoluzionario e che sta anzi contrastando la giusta posizione internazionale iraniana: l’antimperialismo, l’antiamericanismo.
Tanta passione merita attenzione e, per questo, mi sono impegnato con lui in una partita di battute e controbattute via chat che si è prolungata per oltre venti minuti.
Ne è venuto fuori un quadro secondo cui io sarei stato una specie di radicale di sinistra e lui, invece, un comunista fedele ai principi del leninismo o giù di lì. Non so se Riccardo mi leggerà qui, ma voglio dirgli anzitutto che quella conversazione impersonale che abbiamo avuto mi ha fatto molto riflettere e, riguardo la questione iraniana, ho tratto le seguenti riflessioni…
Penso che i comunisti, e in particolare Rifondazione Comunista, debbano trovare sempre la direzione in cui volgersi sulla bussola dell’oggi proiettato velocissimamente nel domani. I fatti di Teheran sono caotici sia nelle espressioni di piazza che nel ritmo in cui si susseguono. Così come sono altrettanto veloci le fucilate che i Pasdaran riversano senza alcuna discriminazione e distinzione di sorta su chi meglio gli capiti a tiro. Nelle poche immagini che sono arrivate dalla capitale sciita, abbiamo potuto vedere una ragazza morire dopo essere stata centrata al petto da una di quelle fucilate. Il sangue si è sparso sul suo volto fino a coprirlo mentre intorno le si accalcava una folla che malediceva gli ayatollah, i Guardiani, i Pasdaran e ogni potere che in quel momento stava nelle strade a reprimere una giusta protesta. I comunisti devono sapere e dire che questa è la parte dalla quale stanno: quella di chi muore solo per aver reclamato il diritto di parola, di contraddizione, di contestazione.



Rosa Luxemburg per una vita ha detto e scritto che il comunismo è anzitutto libertà dal bisogno per i proletari, ma è anche una società in cui non può essere negato il dissenso che vuole migliorare quella stessa società, perché altrimenti altro non è che una sterile polemica.
Ecco, io credo che gli iraniani che a centinaia di migliaia sono scesi e ancora oggi scendono per le strade e nelle piazze della loro capitale non siano degli sciocchi servitori di un altro padrone, di un Moussavi che è stato anch’egli promotore di azioni tuttaltro che nobili.
C’è nella rivolta una richiesta di superamento della teocrazia di Khamenei e del suo dispotismo che lega le donne all’osservanza delle leggi coraniche e gli uomini alla rigida interpretazione del ruolo di maschi più che mariti, di sentinelle più che di fidanzati.
Ma c’è tutta una società che è difficile poter identificare con i confini del pensiero politico di Moussavi. La folla gli si raduna intorno perchè oggi è lui il simbolo della resistenza ad ogni costo al potere di Ahjmadinejad che è emanazione non delle elezioni, ma del consenso di Alì Khamenei e della sua potente corte teocratica.
Nel dare il nostro sostegno e la nostra simpatia alla grande protesta popolare non costruiamo nessun sillogismo che possa dire di attribuire questi sentimenti al candidato moderato alla presidenza dell’Iran.
La nostra storia ci insegna che laddove c’è un oppresso, ebbene lì stanno concentrate le nostre attenzioni e la nostra voglia di poter fare qualcosa di materialmente tangibile per prestargli aiuti, per dargli soccorso.
Ciò non significa, come mi replicava benevolmente polemico Riccardo, che all’improvviso diventiamo amici dell’imperialismo nel momento in cui contrastiamo un governo, un regime teocratico che, contro gli espansionismi economici e bellici americani, volge il suo interesse al petrolio di Hugo Chavez. E se Ahjmadinejad stringe la mano del presidente venezuelano, ciò non vuol dire che il primo sia diventato un socialista o che il secondo sia diventato un teocrate.
I semplificazionismi rischiano sempre di raffazzonare anche i perimetri delle vicende più palesi, meno articolate e semplici da individuare.
Per questo, a Riccardo e a quelle compagne e compagni che hanno avuto un brivido quando Rifondazione Comunista ha promosso una manifestazione davanti all’ambasciata di Teheran in Italia, dico che non siamo diventati dei radicali pannelliani, che siamo fermamente consapevoli della parte dove stare e da dove continuare a provare a lavorare per un mondo senza teocrazie, senza imperialismi e senza più i tanti bivi che ci vengono posti innanzi.


26 giugno 2009

Fabio Amato : sostegno alla rivolta, non a Mousavi

 

L’Iran, dal 12 giugno, è scosso da manifestazioni senza precedenti. Migliaia di giovani e non solo, sono scesi in piazza contro elezioni secondo loro truccate, sfidando persino i divieti della guida suprema e la certezza della brutale repressione. Sono motivati da un desiderio di cambiamento che va ben al di là delle promesse del candidato Mousavi, impropriamente definito moderato o riformista dai media occidentali. Media dalla memoria corta, o proprio senza memoria. Mousavi, il “moderato”, non è un personaggio esterno al regime degli Ayatollah, ma una delle sue varianti. E’ stato primo ministro negli anni 80, quelli della repressione del regime khomeinista nei confronti delle forze politiche di opposizione, secolari, laiche e progressiste. Fra questi i comunisti, decimati, fucilati a migliaia dal “moderato” Mousavi. E’ stato il primo ministro che ha gestito l’affare Iran-Contras. Per questo viene spacciato come moderato, in quanto la categoria di moderato, in occidente, si applica a coloro i quali sono disponibili a fare affari, non alla democrazia o alla libertà, variabili del tutto dipendenti dagli interessi delle potenze occidentali, che si applicano a seconda dei casi. Vedasi i “moderati” Mubarak, Ben Ali, o i governanti Sauditi. Le elezioni iraniane, per tentare di fare un esempio improprio, ma che dà il senso delle distanze reali fra i due maggiori contendenti alla Presidenza della Repubblica, assomiglierebbero ad una scelta, in Italia, fra Gasparri e Schifani. A voi la scelta su chi definire riformista o moderato tra i due. Varrebbe la pena di farsi massacrare per uno dei due? No, evidentemente. 



E’ quindi ben altro ciò che muove questa rivolta, che sfugge di mano anche a chi magari pensava di usarla per un regolamento di conti interno al regime. Fra i Palazzi del potere della Repubblica islamica si è aperto uno scontro che sullo sfondo delle manifestazioni di questi giorni sta ridefinendo la mappa del potere interna al regime. In cui le chiavi sono nelle mani della guida suprema, al Khameini, incalzato dal potentissimo Rasfajani, alla guida dell’assemblea degli esperti, l’organismo che potrebbe, secondo l’ordinamento della Repubblica Islamica, rimuovere Khameini. Per questo non è facile prevedere come finirà questa rivolta. Se basterà un accordo di vertice a mettere fine alle mobilitazioni, lasciando che tutto si risolva nel perimetro della teocrazia, o se le rivolte intaccheranno in modo irreversibile il  carattere del regime degli Ayatollah. Non a caso in queste ore si cerca di dividere coloro i quali manifestano per un disappunto riguardante i brogli, e coloro che, invece, definiti provocatori, aspirano ad un radicale cambiamento del regime e della sua natura teocratica. Se è vero che nelle mobilitazioni emerge una frattura anche sociale, fra la popolazione urbana, la classe media e il resto del paese, sarà il comportamento dei lavoratori, dei più poveri del Paese a decidere le sorti di questa rivolta, la più imponente dai giorni della rivoluzione ad oggi. Lo sciopero generale è la carta che si tenterà di giocare per saldare la popolazione delle città con il resto della Persia. Non sarà semplice, poiché, come ricordava un saldatore in un reportage su Repubblica del 12 Giugno: «Voi venite da Teheran nord e non potete capire». «Ahmadinejad ha aumentato del 50% le pensioni. Mio padre ora riesce a campare con 458mila tuman (380 euro). Prima ne prendeva 270mila. Ha permesso agli artigiani di venir curati gratis in caso di infortuni sul lavoro». Ahmadinejad inoltre è un baluardo dei militari, dei pasdaran, che hanno goduto, a scapito del clero sciita, dei benefici donati loro dal loro uomo alla presidenza. E’ stato però anche protagonista di politiche economiche che hanno creato aumento dell’inflazione, della disoccupazione, producendo non pochi conflitti e resistenze in questi anni, fra cui lo sciopero dei bazari. Ma le ragazze e i ragazzi che manifestano per le strade di Teheran, non sono mossi da forze esterne. Questa esplosione di rabbia nasce all’interno della società iraniana, una società molto più complessa e articolata di quanto si pensi. Aspirano a poter rompere la gabbia di un potere religioso che soffoca qualsiasi istanza di libertà. Di liberarsi da una democrazia controllata e da un regime in cui l’ultima parola spetta non al popolo, ma al clero.
Non si tratta, per le forze progressiste e comuniste, di schierarsi con uno o l’altro dei contendenti dello scontro elettorale. Si tratta di sostenere il popolo iraniano, nella sua legittima ribellione contro il regime teocratico.


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25 giugno 2009

Cesare Pavese : la cena triste (parte seconda)

Sono rimasti uva e pane sul tavolo bianco
Le due sedie si guardano in faccia deserte.
Chissà il solco di luna che cosa schiarisce
col suo lume dolce, nei boschi remoti.
Qualche volta alla riva dell'acqua un sentore,
come d'uva, di donna ristagna sull'erba
e la luna fluisce in silenzio.
Compare qualcuno
ma traversa le piante incorporeo
e si lagna con quel gemito rauco
di chi non ha voce
e si stende sull' erba e non trova la terra :
solamente gli treman le nari.
Fa freddo all'alba
e la stretta di un corpo sarebbe la vita
Più diffusa del giallo lunare
che ha orrore di filtrare nei boschi,
è quest'ansia inesausta.



Poesia terribile. Mortale. L'acqua, la luna e la terra sono simboli del femminino. Ma Pavese sente che il femminino lo rifiuta, come madre che non allatta il figlio. La luna ha orrore di filtrare nei boschi, la terra si ritrae. E Pavese è quest'ombra vegetale pervasa da un'ansia inesausta e la poesia è il suo gemito rauco... di chi non ha voce. Pavese qui è già uno spettro disperato.


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25 giugno 2009

Il Prc sulla situazione iraniana

 

Oggi, 17 giugno, presso la direzione nazionale del PRC, il segretario nazionale del PRC Paolo Ferrero ed il responsabile Esteri Fabio Amato hanno incontrato una delegazione dei Guerriglieri Fedayn del popolo iraniano, forza di opposizione e di resistenza al regime di Teheran, guidata da Ali Ghaderi, responsabile esteri dell'Organizzazione.
Nei prossimi giorni il Prc proseguirà gli incontri con le altre forze dell'opposizione e si mobiliterà per sostenere la lotta del popolo iraniano. Si tratta di una vera e propria esplosione di tensioni che in realtà da tempo attraversano la società iraniana e che in questi ultimi anni si sono manifestate anche attraverso una crescita significativa nella mobilitazione dei lavoratori e degli studenti.



Il fatto che il paese sia sottoposto a una guida religiosa con poteri praticamente illimitati rappresenta il principale ostacolo alla democratizzazione del paese. Noi sosteniamo le richieste del popolo iraniano , ha dichiarato Ferrero, e chiediamo che il governo italiano si attivi immediatamente per evitare ulteriore repressione e per garantire la piena incolumità per coloro che stanno dimostrando in tutto l'Iran. E' necessario creare le condizioni per lo svolgimento di nuove elezioni democratiche, a cui possano partecipare tutte le forze politiche, incluse quelle democratiche e secolari, escluse e bandite dal regime.
In questo momento molto duro per il popolo iraniano chiediamo a tutte le forze democratiche italiane, alle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti, di sostenere il movimento iraniano, moltiplicando gli atti di protesta a supporto della lotta democratica del popolo iraniano.


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25 giugno 2009

Alessandro Figà Talamanca : gli errori della "Gelmini-Giavazzi" sui concorsi universitari

 Tra i molti problemi che dovrebbe affrontare il sistema universitario italiano, quello delle procedure dei “concorsi” di prima e seconda fascia, sembrerebbe, a priori, uno dei meno importanti. Questi concorsi, infatti, riguardano, in massima parte promozioni di docenti ultraquarantenni e ultracinquantenni che già insegnano all’università. Certamente le promozioni sono molto importanti per i diretti interessati, le loro famiglie, i loro amici ed i loro sostenitori accademici. Ma non sembra proprio che abbiano la stessa importanza per gli studenti o la società in generale. L’esito del concorso può modificare lo “status” e lo stipendio dei vincitori, ma non la loro funzione di docenti all’interno del sistema universitario. Inoltre, normalmente, tutti i candidati ragionevoli usufruiscono di diverse opportunità di competere per ottenere una promozione. L’esito di un concorso che a qualcuno appare “ingiusto” è spesso corretto in un concorso successivo. Per fare un esempio (apertamente reso pubblico dall’interessato in
www.renatobrunetta.it/documenti/new/2e.pdf) il  Ministro Renato Brunetta, non promosso ad ordinario in un concorso molto controverso degli anni novanta, ebbe modo di far valere i suoi meriti in un concorso successivo.
Eppure sono i “concorsi”, specialmente quelli di prima fascia, che infiammano l’animo degli interessati e dei loro sostenitori, e che danno luogo a discussioni, che assumono il carattere di vere e proprie guerre di religione.
Dobbiamo osservare, a questo punto, che sarebbe un gran brutto segno se tutti fossero d’accordo in un ambito così opinabile come è quello dei giudizi sul valore dei contributi scientifici. Vorrebbe dire che prevale un “pensiero unico” difficilmente compatibile con il vero progresso della scienza e della cultura. Un giudizio ragionevolmente sicuro sul valore di un contributo scientifico può essere dato, con poche eccezioni, a distanza di diversi decenni dal conseguimento del risultato. Non è un caso che i premi Nobel vengano spesso attribuiti a settuagenari per risultati conseguiti quando erano trentenni. I giudizi sul valore di contributi recenti sono invece più incerti e quindi più discutibili.
Una discussione accesa sugli esiti dei concorsi è quindi fisiologica, ed anche opportuna, se ristretta all’ambito degli esperti. E’ anche naturale che questi esiti possano essere previsti e criticati in anticipo da chi è interno al sistema. Infatti le valutazioni concorsuali riguardano “pubblicazioni” che sono appunto pubbliche, e le diverse opinioni in merito alla validità delle ricerche possono trovare maggiore o minore credito nella comunità scientifica destinata ad esprimere le commissioni. Per quanto strano possa sembrare a chi non riflette sulla natura di un concorso universitario, è ben possibile che l’esito di un concorso, o di una analoga valutazione per una promozione in ambito internazionale, sia noto con grande anticipo rispetto al suo svolgimento.
E’ invece un’anomalia, credo solo italiana, che un professore, deluso dal prevedibile esito di concorsi per la sua disciplina, si appelli al governo perché blocchi attraverso lo strumento del decreto legge (che la Costituzione riserva ai “casi straordinari di necessità ed urgenza”), oggi con la fiducia convertito in legge, i concorsi già banditi ed in procinto di essere svolti per tutte le discipline, anche quelle per le quali egli non può sapere nulla.  Ancora più strano è che il governo si affretti, nel giro di pochi giorni, ad accogliere l’appello e che il parlamento assecondi senza molte obiezioni questa stranezza. Perché di questo stiamo parlando: di un provvedimento che, sui concorsi universitari,  recepisce l’appello di Francesco Giavazzi, un simpatico economista di  Milano. Questa legge dovrebbe infatti passare alla storia come legge Gelmini-Giavazzi dai nomi del ministro proponente e del professore suggeritore.



Veniamo ora però al merito della legge, dopo questa necessaria introduzione. Cominciamo con un aspetto positivo. L’innovazione di prevedere solo professori di prima fascia nelle commissioni per i concorsi di ricercatore, è certamente positiva. E’ sperabile che, in tal modo, questi concorsi, che sono gli unici veri strumenti per il  reclutamento, acquistino un carattere nazionale e internazionale. Il commissario designato dalla facoltà dovrà confrontarsi con due colleghi dello stesso rango. Saranno quindi incoraggiate le domande provenienti da chi non appartiene alla stretta cerchia degli allievi del “membro interno” della commissione. Forse si scateneranno  “guerre di religione” (un buon segno, come ho già detto) anche per questi concorsi, che finora erano stati avvolti da un clima di omertà, in base al principio “cujus regio ejus religio”, applicato a piccoli feudi accademici. Certo, sarebbe stato meglio eliminare anche l’ipotesi di un “membro interno” delle commissioni, come è da anni richiesto da una associazione sindacale (ANDU) che raccoglie molti ricercatori universitari. Ma sicuramente è stato fatto un passo avanti.
Diverso è invece il giudizio sulle innovazioni introdotte per i concorsi di prima e seconda fascia. Non parlo del passaggio dal sistema elettivo (per i 4/5 delle commissioni) al sistema misto, di elezioni seguite da sorteggio. Questo passaggio potrebbe modificare le dinamiche interne delle comunità scientifiche dando  luogo a diverse aggregazioni, alleanze e competizioni. I risultati, almeno a medio termine, non sarebbero modificati di molto: dipenderebbero, come sempre, dal livello dei candidati e, poiché stiamo parlando, in massima parte, di candidati “interni”, dal livello raggiunto dalla comunità scientifica di riferimento. Del resto abbiamo già avuto per quasi venti anni commissioni scelte in base a questo sistema misto.
Il problema, invece, è che, sul piano tecnico, le disposizioni della legge Gelmini-Giavazzi non stanno in piedi. Per ogni concorso già bandito di prima e seconda fascia (considerati assieme) bisognerebbe eleggere 12 professori ordinari. Dall’insieme complessivo degli eletti verrebbero sorteggiate le commissioni. La Camera, nel ratificare il decreto, si è accorta che l’elezione di un così alto numero di professori poteva risultare impossibile per un piccolo settore, e ha saggiamente disposto che quando il numero dei professori ordinari è insufficiente, si proceda direttamente al sorteggio. Non ha però fatto il passo ulteriore di prevedere il sorteggio anche nel caso in cui il numero dei professori ordinari è sufficiente, ma non si raggiunge un numero sufficiente di eletti. Facciamo il caso di un settore scientifico disciplinare che conosco bene: quello dell’Analisi Matematica. In questo settore i professori ordinari e straordinari sono 280, godrebbero dell’elettorato passivo 231 professori (tolti cioè 30 straordinari e 19 membri interni). Con 15 concorsi di seconda fascia e 4 di prima, già banditi, bisogna eleggere 228 professori. Possono 280 elettori eleggerne 228? A priori nulla lo vieta. Ma la partecipazione al voto per le commissioni di concorso si è attestata nel passato al 60%.  E’ improbabile comunque che votino più di 200 professori. Si vota in genere per colleghi noti. Chi è noto ad una persona sarà noto anche a due o tre altre persone. In pratica i voti, quando espressi, si concentreranno su un centinaio di persone note. Eppure secondo la legge almeno 228 persone dovrebbero essere votate per essere sorteggiate. La stessa situazione si verifica, in misura più o meno grave in tutti i settori della matematica, e presumibilmente in molti altri settori. Chi è responsabile di questo pasticcio? Certamente non il professore ispiratore. Non solo egli aveva originariamente chiesto il puro sorteggio ma è così lontano dal rendersi conto del problema, che ha proposto che non siano eletti per il sorteggio professori che non sono più molto attivi nella ricerca.
Possiamo dire che è responsabile il Ministro? Anche lei aveva portato in Consiglio dei Ministri la proposta di puro sorteggio. E’ responsabile dunque il Ministro Brunetta che, a quel che si è saputo, avrebbe chiesto, in Consiglio dei Ministri, di introdurre la elezione prima del sorteggio? Ma Brunetta ha fatto una proposta politica che doveva essere messa a punto sul piano operativo dai tecnici. Allora è colpa dei tecnici? Quali tecnici? E come, se il decreto, approvato un venerdì, doveva essere pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale prima di lunedì, per bloccare, secondo gli ordini impartiti dal prof. Giavazzi, le elezioni delle commissioni?
Ritorniamo quindi alle considerazioni iniziali. Un simpatico professore, un po’ superficiale, ha tutto il diritto di pensare che la mancata promozione dei suoi allievi o dei candidati da lui sostenuti, configuri un “caso straordinario di necessità ed urgenza” ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, per il quale sia opportuno e costituzionalmente lecito, intervenire con un decreto-legge, ed ha certamente diritto di esprimere questo parere su un quotidiano. In un paese normale, però, il Governo dovrebbe agire con continuità secondo una politica chiara non soggetta ad improvvisazioni, sostenuta da analisi tecniche sulle effettive possibilità di applicare le disposizioni che si propongono.
Gli errori della legge Gelmini-Giavazzi in tema di concorsi saranno corretti in qualche modo. Ma la lezione dovrebbe essere appresa e meditata. Le risse concorsuali dei professori sono fisiologiche, ma non dovrebbero interferire nell’attività legislativa. Inoltre, visto che non esiste un sistema di concorsi a prova di errore, il Ministro dovrebbe vigilare perché siano sempre assicurate le possibilità di correggere gli inevitabili errori, attraverso successive opportunità offerte ai candidati perdenti. In altre parole, indipendentemente dal sistema di formazione delle commissioni, dovrebbe essere assicurato un flusso costante (anche se modesto) di concorsi per promuovere il personale docente. E’ quello che, miracolosamente, è avvenuto negli ultimi dieci anni, dopo anni di arbitrarie sospensioni dei concorsi. Speriamo che la legge Gelmini-Giavazzi non sia un segnale che si vuole interrompere questo flusso.


24 giugno 2009

Dino Greco : Gm: il capitale fallisce? Viva il capitale!

 

La prima fase della grande riorganizzazione dei poteri capitalistici, nel settore dell'auto, si è dunque conclusa. La Chrysler alla Fiat, la Opel alla Magna, la General Motors, passando per il lavacro di un fallimento pilotato ma non per questo meno clamoroso e simbolicamente eclatante, nelle mani dello Stato nord americano, protagonista di un altrettanto spettacolare quanto inedito processo di nazionalizzazioni. Si è notato - a ragione - che queste vicende sono state caratterizzate da un prepotente ritorno della politica, del ruolo degli stati, assurti a protagonisti di fronte al più colossale disastro, industriale non meno che finanziario, del modo di produzione capitalistico che la storia contemporanea ci abbia consegnato. Abbiamo tuttavia già osservato come la via d'uscita intrapresa sia ben lontana da una riconsiderazione critica, di natura sistemica, capace cioè di affrontare, in termini davvero nuovi, diremmo: rivoluzionari, il tema della proprietà sociale, vale a dire di una presenza non puramente ornamentale (come in Chrysler) dei lavoratori nel governo e nella proprietà dell'impresa. Il capitale ha fallito: viva il capitale. Questo, con tutta evidenza, è l'epilogo (scontato?) di una crisi e di una risposta alla crisi medesima, che pare reiscriversi totalmente nel paradigma preesistente. Lo rivela il fatto che l'intervento pubblico resosi inevitabile per salvare il salvabile, è tuttavia dichiaratamente inteso come provvisorio e transeunte. Una scialuppa di salvataggio che lavoratori e contribuenti calano in mare per salvare se stessi. In attesa che un altro bastimento raccolga i naufraghi e riprenda la rotta.




Il fatto è che il movimento operaio e le forze della sinistra giungono del tutto impreparate - perché devastate da una sconfitta storica tutt'altro che metabolizzata - a questo default del capitalismo internazionale, a questa manifesta crisi dell'ideologia mercatista. E che, dopo l'89, dopo il crollo dell'Urss e il tramonto del modello imperniato sulla programmazione centralizzata e sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, la ricerca si è totalmente arrestata.
Il solo modello possibile e pensabile, incardinato sul monolite liberista, continua ad essere quello che oggi registra la propria bancarotta, ma che, paradossalmente, si erge a terapeuta di se stesso, senza doversi misurare con opzioni radicalmente diverse. Dando prova di un'invidiabile disinvoltura pragmatica, i protagonisti ed ideologi dell'ordine sociale esistente, stanno medicando e restaurando, con il soccorso di fantastiche risorse pubbliche, il convoglio deragliato. Si riallineano binari e traversine, si proverà anche (forse) ad escogitare qualche dispositivo di sicurezza, ma l'ordine economico fondato sulla competizione dentro mercati in contrazione, dunque retto sull'imperativo che recita mors tua vita mea , non sarà neppure scalfito. E il tema cruciale di cosa e come produrre continuerà a rimanere un'aporia romantica, perché consegnato non all'autogoverno dei produttori associati, e neppure a libere e democratiche istituzioni, ma ai detentori del capitale e alle tradizionali logiche che presiedono alla sua più rapida remunerazione. L'Europa ha evidenziato, una volta di più, la propria impotenza politica, l'incapacità di intervenire nel confronto con un progetto proprio, capace di evitare la contrapposizione concorrenziale fra Paesi membri dell'Unione. Né, forse, era immaginabile il contrario, considerato il tratto smarcatamente liberista delle sue politiche economiche e sociali. La stessa Confederazione Europea dei Sindacati, la Ces, non è riuscita ad elaborare lo straccio di una posizione unitaria, tale da scongiurare il riprodursi di un conflitto fra sindacati e fra lavoratori, ciascuno rinchiuso in una difesa autistica - e perciò fatalmente perdente - del proprio particulare . Quanto all'Italia, questa Italia da operetta, governata da saltimbanchi, con un premier che si comporta come un novello Jean Bédelle Bokassa a luci rosse, è riuscita a restare in ermetico silenzio lungo tutta la durata del negoziato in cui era coinvolta la sua più importante impresa manifatturiera. Tutto è stato delegato alla Fiat e al suo più che volitivo manager. Nessuna condizione è stata posta a salvaguardia dell'occupazione e degli stabilimenti italiani. Neppure quando è a tutti parso evidente che la continuità di quei siti industriali e delle persone che vi trovano lavoro era (ed è) posta a repentaglio. Nessun ascolto è stato prestato al sindacato che ha rivendicato, ancora oggi senza successo, la convocazione di un tavolo di negoziato. Nessun interesse nazionale è stato difeso o semplicemente rappresentato nei confronti delle altre potenze entrate pesantemente in gioco. Nelle dinamiche internazionali, che pure non promettono nulla di buono, spicca, ancora una volta, una miseria tutta italiana, un provincialismo che racconta di una regressione, di una subalternità culturale e politica che stiamo pagando cara. Come lavoratori e come Paese.


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