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20 luglio 2009

Recensioni del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia"

 

Note a margine del libro “Senza democrazia. Un’analisi della crisi” di Alberto Burgio.

1. Controstoria del neoliberismo e cause della crisi.

Nella prima pagina dell’inserto “Finanza & Mercati” de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 27 maggio 2009 campeggiava questa dichiarazione del banchiere David Renè James de Rothschild: “Governi e banche centrali hanno gestito bene la crisi”.
Di fronte a siffatti tentativi di falsificazione della storia, salutiamo con estremo favore voci critiche come quelle di Alberto Burgio, il cui nuovo libro (“Senza democrazia. Un’analisi della crisi”, DeriveApprodi, Roma 2009) ha il merito di riflettere sulla crisi inserendola in un ampio contesto storico e ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Questo largo angolo visuale, unitamente al confronto tra i caratteri del neoliberismo statunitense ed europeo (figlio della lezione gramsciana di “Americanismo e Fordismo”), è senz’altro uno dei maggiori pregi del libro, che offre al lettore una massa di informazioni di non sempre agevole reperimento.
Nell’elaborare la sua “controstoria” del neoliberismo, Burgio individua le cause di fondo della crisi nella sovrapproduzione di capitale e di merci, all’origine della quale operano le condizioni imposte al lavoro dipendente: deregulation del mercato del lavoro, precarietà e bassi salari. In sintesi: siamo di fronte a una crisi da sovrapproduzione figlia dei meccanismi di riproduzione del neoliberismo.
Secondo Burgio la crisi esplode, e non casualmente, nel momento in cui, dopo una fase di “guerra di posizione” durata circa un ventennio (1980-2001), il neoliberismo sferra l’attacco più duro e feroce alle conquiste sociali e politiche della c.d. “età dell’oro”, ossia dei trenta gloriosi anni che vanno dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70 del novecento, iniziando una intensa “guerra di movimento” (dal 2001 fino al 2008) che ha come obiettivo principale l’asservimento totale e definitivo del lavoro e della forze sindacali agli interessi del capitale.

2. L’umanità davanti a un bivio.

D’altra parte, la portata sistemica della crisi parrebbe indurre la previsione di trasformazioni epocali. Anche sul punto l’analisi di Burgio è puntuale e rigorosa. Bando ai facili entusiasmi. Nessun scontato goodbye al neoliberismo è dietro l’angolo. Secondo l’autore la crisi pone l’umanità di fronte ad un preciso bivio: da una parte, la possibilità che il capitalismo, non soltanto difenda le proprie posizioni, ma le fortifichi e le estenda, trasformando la “rivoluzione passiva” neoliberale dell’ultimo trentennio in una vera e propria “restaurazione conservatrice” (come nella Germania post Weimar), con profonde e gravi conseguenze regressive anche sul piano delle libertà democratiche e dei diritti; dall’altra parte, si profila la possibilità di una “transizione egemonica forte”, ossia di una fuoriuscita dal capitalismo, la cui insostenibilità sociale, economica ed ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti.
Questa seconda possibilità, tutta da costruire, si gioverebbe di taluni elementi di segno progressivo che la crisi sta facendo emergere e che Burgio, con grande puntualità e lucidità, individua nel ritorno alla centralità dello Stato e della politica (dopo anni di primato del mercato); nel ritorno alla centralità della produzione (dopo anni di primato della finanza) e, dunque, nella connessa possibilità di una riemersione “forte” del conflitto capitale/lavoro; nella crisi dell’unilateralismo statunitense e nel connesso spostamento del baricentro degli equilibri geopolitici verso la Cina, l’India e i paesi del sudamerica; ed infine, nell’assunzione, sul piano economico, di una sempre maggiore rilevanza dei fondi sovrani, ossia di ingenti masse di capitale appartenenti a paesi non capitalistici o comunque non asserviti all’occidente (es. Cina, paesi arabi ecc.).
Sugli esiti della sfida, Burgio non si avventura correttamente in alcuna previsione, ben consapevole del fatto che tutto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza in campo, dalla “coscienza operosa, dotata degli strumenti necessari a tradurre in realtà idee, giudizi e volontà” delle soggettività di sinistra e anticapitaliste e dalla loro capacità di sviluppare e mettere a frutto gli elementi progressivi sopra enucleati.

3. Il neoliberismo di “marca americana”: tra indebitamento privato e rivoluzione passiva.

In questo quadro, una delle parti più stimolanti del libro è certamente quella in cui l’autore, rispondendo all’interrogativo “perché non vi è stata difesa?” (al mortale attacco sferrato, a partire dagli anni 80 del novecento, al lavoro dipendente) e utilizzando categorie gramsciane, giunge alla conclusione per cui in Europa, a differenza che negli Stati uniti, il processo di affermazione del neoliberismo non ha assunto la forma di una “rivoluzione passiva”, bensì quella di una pura e semplice restaurazione, e ciò per l’assenza di una costruzione egemonica sul terreno materiale ed economico idonea a soddisfare, almeno in parte, le esigenze dei ceti subalterni.
Secondo una riflessione che Burgio conduce ormai da anni (iniziata quantomeno col suo “Gramsci Storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Laterza, Roma-Bari 2003, e proseguita con “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno”, DeriveApprodi, Roma 2007), ciò che Gramsci chiama rivoluzioni passive sono processi di trasformazione complessi della società caratterizzati da almeno tre elementi essenziali: la direzione dei processi di trasformazione economica, sociale e politica da parte delle classi dirigenti tradizionali; il soddisfacimento parziale delle istanze dei ceti subalterni, con conseguente, sia pur minimo, effetto progressivo; l’assenza di conflitto determinata, da un lato (a), dall’egemonia della classi dirigenti tradizionali e dall’altra (b), dalla debolezza e, in ultima istanza, dal trasformismo, delle forze politiche e sindacali “progressive” che rappresentano i ceti subalterni.
L’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti ha soddisfatto, secondo l’autore, tutti e tre gli aspetti salienti della nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”.
In particolare, l’egemonia delle dottrine neoliberiste si è affermata, oltre (e prima) che sul terreno culturale (manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass media, proposizione di valori e modelli di comportamento ecc.), sul terreno della struttura economica e materiale, attraverso la ricetta economica, favorita da precise scelte governative e del sistema bancario, del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati. Ricetta, questa, che ha permesso alla classe media e anche a strati della classe operaia statunitense di compensare la riduzione dei redditi di lavoro determinata dai processi di sistematico smantellamento del sistema industriale (in favore delle reti finanziarie) attuati dal capitale e di mantenere tendenzialmente stabile il proprio tenore di vita.
Il fenomeno non deve stupire se si pensa che, ad esempio, anche il “fordismo” ha costruito la propria egemonia sul terreno materiale, attraverso la politica degli “alti salari”.
Parafrasando Gramsci si potrebbe dire che negli Stati Uniti l’egemonia neoliberista “nasce dalla finanza (non più dall’industria) e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia”.

4. Neoliberismo europeo e trasformismo della sinistra: un’ipotesi di mera restaurazione?

Secondo Burgio in Europa il processo di affermazione del neoliberismo avrebbe avuto invece una dinamica differente in quanto non sarebbe stato determinato dalla costruzione di un impianto egemonico operante (già) sul terreno delle condizioni materiali dei ceti subalterni e, quindi, non sarebbe stato sostenuto da elementi di relativa progressività sul piano del soddisfacimento delle esigenze economiche dei subalterni. Tale conclusione muove dalla constatazione (esatta) per cui nei paesi europei (si pensi all’Italia) la ricetta del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati non ha operato, così impedendo l’affermazione della pur effimera base materiale dell’egemonia costituita dal coinvolgimento del lavoro dipendente nella speculazione finanziaria.
L’assenza di conflitto nell’affermazione del neoliberismo, secondo l’autore, sarebbe da imputarsi esclusivamente alla sua egemonia culturale (e non materiale) e al trasformismo delle forze politiche e sindacali di sinistra, pronte a saltare sul carro del vincitore e a recepire acriticamente i principi e i dogmi del nuovo vangelo economico.
Secondo tale ragionamento, il processo europeo di affermazione del neoliberismo sarebbe stato peggiore di una rivoluzione passiva, in quanto privo di quei minimi effetti di relativa progressività per i ceti subalterni che caratterizzano ogni forma di rivoluzione-restaurazione. Ci saremmo, pertanto, trovati in presenza di una pura e semplice restaurazione.
Pur condividendo l’impianto generale e l’analisi del libro, sul piano critico, ciò che, forse, può essere eccepito alla stimolante riflessione di Burgio è l’assenza di una ipotesi di ricerca tendente ad individuare l’esistenza di vie proprie e originali (“non di marca americana”) che in Europa l’egemonia neoliberista potrebbe avere sviluppato (anche) sul terreno materiale ed economico.

5. Il “caso italiano” e la funzione del debito pubblico.

Con riferimento all’Italia, ad esempio, ciò su cui bisognerebbe interrogarsi è la natura e la portata della forza egemonica sul terreno materiale della scelta di conferire in tutto il trentennio neoliberista - al di là dei tanti proclami ideologici sulle virtù del libero mercato (la “fanfara” neoliberista) - permanente centralità al debito pubblico (in luogo del debito privato). Quest’ultimo aspetto avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento da parte dell’autore, e ciò anche in considerazione delle dimensioni socio-economiche del fenomeno. Si consideri che secondo i dati forniti da Luigi Pasinetti in un noto saggio pubblicato nel 1998 con il titolo “The myth (and folly) of the 3% deficit/Gdp Maastricht parameter” sul “Cambridge Journal of Economics”, nel caso dell’Italia, il debito pubblico è per la stragrande maggioranza (tra l’80 e il 90%) posseduto da soggetti residenti.
Come gli studi dello stesso Pasinetti dimostrano, una cosa è il giudizio sul processo di accumulazione passata del debito pubblico e altra e ben diversa cosa è la funzione che il debito pubblico svolge una volta formatosi. Il debito pubblico offre due facce della medaglia. Da un lato, è una passività per lo Stato (e, attraverso, lo Stato, per l’intera comunità), ma, dall’altro, rappresenta un insieme di attività finanziarie per il singolo individuo o le singole istituzioni (private o pubbliche) che ne detengono il possesso, permettendo loro di trasferire nel tempo il proprio potere di acquisito. Non esistono dubbi sul fatto che una tale funzione, nella misura in cui determina un effetto di spiazzamento delle attività finanziarie private a favore di quelle pubbliche, svolga un ruolo molto importante quale fattore di (relativa) maggiore stabilità finanziaria di un sistema. In altri termini, se si considera l’indebitamento totale (debito pubblico più debito privato), quei paesi (come l’Italia) che hanno un elevato debito pubblico mostrano un indebitamento privato decisamente più basso. Il che potrebbe essere una delle ragioni per le quali in Italia gli effetti della crisi non sono stati così devastanti come in paesi a elevato indebitamento privato quali gli Stati Uniti.

6. Ipotesi di lavoro.

Bisognerebbe chiedersi se la politiche del debito pubblico del trentennio neoliberista (ma analogo discorso si potrebbe forse fare, nonostante il contrario avviso dell’autore, per le politiche dei redditi e di concertazione introdotte con gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993 e che oggi, non a caso, Confindustria e governo Berlusconi si apprestano a smantellare con l’opposizione della sola CGIL) siano state solo finzioni sovrastrutturali o abbia portato concreti vantaggi materiali, sia pure minimi e transitori, ai ceti più deboli, così costituendo l’equivalente “di marca italiana” e sul terreno materiale, dei transitori ed effimeri vantaggi concessi ai ceti medi e agli operai americani attraverso il facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa. La transitorietà dei vantaggi materiali è, infatti, un dato comune anche alle ricette neoliberiste statunitensi. Basti pensare all’inferno nel quale il facile accesso all’indebitamento privato ha condotto oggi milioni di famiglie americane.
Se l’ipotesi di lavoro qui sommariamente abbozzata fosse fondata (debito privato sta agli USA come debito pubblico sta all’Italia) la categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere recuperata anche per qualificare il neoliberismo di casa nostra. Il che non dovrebbe stupire né scandalizzare, ove si consideri che, per Gramsci, persino il fascismo, pur differenziandosi dal fordismo, era una “rivoluzione passiva” in virtù della componente corporativa che introduceva embrionali strutture di Stato Sociale.
La ricostruzione qui suggerita, infine, avrebbe il pregio di coordinarsi perfettamente con le ipotesi dell’autore circa gli sviluppi futuri della “crisi”, dando conto, con coerenza, della possibilità di involuzione, anche sotto il profilo delle garanzie democratiche di libertà, degli assetti politici ed istituzionali dei paesi occidentali, in termini di passaggio da una fase, per l’appunto, di “rivoluzione passiva” a una fase di vera e propria “restaurazione conservatrice”. Ragionando diversamente il possibile “salto di qualità” in termini di risposta regressiva delle classi dominanti non risulterebbe allo stesso modo apprezzabile.

Roberto Croce

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Il libro di Alberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro è di agevole e piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte, infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo storico 1945 -1975, noto come i «trenta gloriosi». Il nodo centrale della ricostruzione storica è l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una dimensione sociale eliminandone la congenita instabilità e di come si è poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista sia in Italia che in Europa.
Tutto ciò sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume però si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi più coraggiosa e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica. L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la domanda che Antonio Gramsci si pose sul perché Mussolini avesse vinto; insomma perché, in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava? Su cosa si è basato il consenso di massa ottenuto, dai Bush, dalla Thatcher, da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto originario di Gramsci di «rivoluzione passiva», cioè di processi di trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per Gramsci le rivoluzioni passive, così intese, sono «restaurazioni progressive», vi è cioè la capacità delle classi dominanti di fare i conti con importanti processi di trasformazione della società. Così definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso è pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia manca la condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa, della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne offre un'opportunità.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di un'opportunità per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a sinistra, di una nuova fase di «pensiero desiderante che scambia la congettura per previsione e la previsione per analisi», in favore di un realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettività e la democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di sviluppo, riassumendo quanto già elaborato dai saperi critici che a sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalità del capitalismo.

Francesco Garibaldo



Una guerra contro il lavoro. La rivincita del capitale sulle conquiste sociali del ciclo precedente. E’ questa, in definitiva, la cifra con cui Alberto Burgio legge ed interpreta – nel suo ultimo libro – la grande trasformazione neoliberista degli ultimi 30 anni. Avvincente come un romanzo e documentato come un atto d’accusa, si legge nella quarta di copertina. Vero! Con un’attenzione scrupolosa alle cifre, Burgio ricostruisce con chiarezza genesi e geografia di un disastro. Un crollo mondiale, concomitante e irrefrenabile, del Pil, della produzione industriale, del credito a imprese e famiglie, dei consumi e dell’occupazione. Esplosa per l’insolvenza dei lavoratori sottopagati o disoccupati, la crisi si dispiega aggravando precarietà e disoccupazione. Le conseguenze socio-economiche di ciò sono prevedibili e dirompenti, laddove l’entità delle risorse necessarie al contrasto assume proporzioni tali da scardinare ciò che resta delle retoriche rigoriste che questa crisi hanno concorso a determinare. La situazione italiana è, se possibile, ancora più drammatica. Debito pubblico, salari, precarietà, disuguaglianza, famiglie povere. L’effetto del keynesismo delinquenziale dell’establishment nazionale degli anni 80-90, eversivo in alcune sue componenti e capace di dilapidare alcuni fra i settori strategici del nostro sistema industriale. La società si dissolve nei suoi estremi: senza legge in alto, senza diritti in basso. Non si fa politica industriale e dell’innovazione ma la colpa di tutto viene scaricata sul costo e sulla produttività del lavoro. Della Costituzione democratica e fondata sul lavoro non rimane che una parvenza.
Il contesto in cui matura questa rivoluzione conservatrice è quello della globalizzazione neoliberista. Le conquiste degli anni 60-70 vengono messe fra parentesi e il capitale è ora in grado di restaurare il ciclo storico precedente. Con una valutazione che da sola richiederebbe un supplemento di analisi, Burgio ritiene che tale smottamento sia dovuto non poco alla fine dell’URSS, concepita come riferimento fondamentale e termine di paragone con cui il capitalismo è stato costretto a misurarsi. Una tesi alla Hobsbawm. D’accordo, ma fino a quando? E a quali costi per quei popoli sottomessi? Di certo però c’è che a partire dagli anni 80 il capitale si prende la sua rivincita. Cerca lo scontro campale e vince (controllori di volo USA, minatori inglesi, operai Fiat e non solo da noi). Luoghi e attori della democrazia vengono via via espropriati di ogni potere reale, che si concentra nelle mani di una tecnocrazia globale fatta di multinazionali, operatori finanziari e società di rating.
Ma perché il mondo del lavoro subisce così pesantemente senza reagire? L’analisi di Burgio è gramsciana: questioni di egemonia e di rivoluzione passiva. I mutamenti del lavoro dissolvono le condizioni che avevano favorito l’ascesa operaia laddove, con un controllo pervasivo dei media, il capitale si riappropria di una egemonia culturale, foriera di una vera e propria svolta antropologica.
Il degrado italiano, per parte sua, è anche figlio del degrado della sinistra, che introietta con zelo esagerato le teorie della governabilità e della modernizzazione su cui la incalza l’avversario. Se oggi siamo un paese intossicato e assuefatto a tutto è anche a causa del vuoto lasciato a sinistra. Fra le sue cause recenti vi sarebbe per Burgio un antico vizio nazionale: il trasformismo. La fine del PCI e la concertazione sindacale rappresentano, ai primi anni ’90, gli eventi che per Burgio marcano il passaggio di fase. L’A. è ben conscio del carattere epocale entro cui, anche da noi, maturano le cause dell’arretramento. E tuttavia, scrive, c’è sconfitta e sconfitta. E ad andare perduta è stata, prima di tutto, l’autonomia culturale e strategica. Ci si carica dell’interessa nazionale ma col risultato di avallare, in un paese iniquo e incline all’illegalità, un risanamento pagato tutto dal mondo del lavoro. Troppe concessioni, in sostanza, senza contropartite per il mondo che si vuole rappresentare.
A questo punto la replica non può che essere: qual’era l’alternativa? Si potevano aggirare i vincoli della nostra collocazione internazionale? All’estero è andata tanto diversamente? Era ipotizzabile la conservazione del PCI? E quanto a lungo? E che dire di un’alternativa antagonista a relazioni industriali già estenuate dalle sconfitte degli anni 80? La lotta infatti c’era stata, ma la si era persa e a più riprese. E questo Burgio, forse, non lo sottolinea abbastanza.
Di contro però, nessun protagonista di questi anni può chiamarsi fuori rispetto al disastroso bilancio politico e sociale che è sotto gli occhi di tutti. Che non ci fossero veramente alternative va’ argomentato e provato, sul piano storico e politico, alla luce di ciò che ne è derivato. E quest’onere è tutto di chi quelle scelte ha voluto e perseguito. In questo Burgio ha perfettamente ragione.
Oggi, con la crisi, possono effettivamente aprirsi nuove opportunità. Ma quali? La ricetta di Burgio, intellettuale e militante comunista, è un ritorno all’organizzazione e all’antagonismo sociale. Un ripristino dell’impianto classista laddove egli stesso deve ammettere una tendenziale estinzione delle classi sociali, sia pure come esito regressivo in atto Il ceto medio scompare forse come classe in sé, ma la sua soggettività (stili, valori, culture) resiste alla crisi materiale che la attanaglia. La sua proletarizzazione economica non prelude affatto, crediamo, ad una sua proletarizzazione socio-politica. Piuttosto è il proletariato che ci pare “cetomedizzarsi” sul terreno della soggettività.
C’è poi l’obiettivo di un ricompattamento politico, in grado di riportare a sintesi una soggettività oggi dispersa, precarizzata e colonizzata ideologicamente. Ma in che modo? Ciò che per il momento ci tocca constatare è che sotto la spinta potente delle retoriche populiste, in Italia come in Europa, prende corpo una drammatica secessione di massa da quel poco che è rimasto di tutte le ideologie novecentesche del movimento operaio. Del resto, se di svolta antropologica si è trattato, si capisce come il compito che abbiamo di fronte risulti a dir poco titanico.

Salvo Leonardi

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Da ormai dieci anni, dai tempi di Modernità del conflitto e attraverso il recente Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno , tutti pubblicati da DeriveApprodi, Alberto Burgio si impegna in un intenso corpo a corpo con i problemi della composizione, della soggettività e della lotta delle classi nella modernità capitalistica con i metodi e il rigore dello studioso messi al servizio di una militanza politica e intellettuale esplicitamente assunta. Questo suo ultimo lavoro - Senza democrazia. Per un'analisi della crisi , (DeriveApprodi, Milano 2009, pp.288, euro 15) - si propone di fornire ai lettori gli strumenti per comprendere l'attuale situazione del mondo del lavoro e della sinistra e per spiegare come i conflitti ineludibili che sorgono in luoghi e momenti diversi non riescano a collegarsi e a farsi rappresentare efficacemente. Senza democrazia : il titolo denuncia la situazione prodottasi nelle nostre società, nelle quali i soggetti implicati nei conflitti in passato definiti di classe non riescono a determinare le scelte generali. La grande speranza che il suffragio universale aveva aperto fin dal 1793, che le minoranze privilegiate sarebbero state accerchiate dalla volontà delle maggioranze consapevoli dei propri diritti sembra oggi illusoria.
In questi anni non sono mancate analisi lucide e rigorose della crisi e del rapporto fra la finanziarizzazione e la perdita di potere dei lavoratori organizzati. Non pochi economisti denunciano lo scandalo della costante riduzione dei salari in tutto il mondo capitalistico ma criticano anche la pura indispensabile richiesta di politiche di redistribuzione della ricchezza, proponendo invece vere e proprie politiche industriali. D'altra parte molte analisi sulla potenza dell'immaginario, abbinata a quell'invenzione della tradizione di cui le Leghe sono diventate esperte - che sono state messe in campo per spiegare la peculiarità del dominio esercitato dalla destra italiana nell'ultimo ventennio - trascurano spesso la contraddizione in ultima istanza e finiscono per limitarsi a una battaglia anche coraggiosa nel campo del costume, del quotidiano, dell'etica, o della contestazione del dominio biopolitico.
L'analisi di Burgio ha l'ambizione di analizzare le classi e le loro possibili soggettività dentro la crisi del capitalismo finanziario globale. Nei primi capitoli riassume e sistematizza le vicende della finanziarizzazione dell'economia e della politica di guerra della presidenza Bush, l'esplosione della "bolla speculativa" immobiliare, l'insolvenza generalizzata delle classi lavoratrici trascinate in una politica di credito al consumo che si era manifestata già nella crisi del '29. Ma per comprendere gli effetti sociali di questi processi utilizza la categoria gramsciana di "rivoluzione passiva" e l'applica al nostro presente. Specialmente nel quarto capitolo, "Egemonia e rivoluzione passiva", Burgio spiega i comportamenti collettivi di tanta parte del mondo del lavoro che in Europa e negli Usa come l'effetto dell'introiezione da parte della sinistra politica delle ragioni dell'avversario e dunque della superiorità del mercato capitalistico - che ha ben diverse finalità e razionalità - nel rispondere in ultima istanza ai bisogni economici, sociali e simbolici di tutti. A un capo di questo processo, l'implosione dell'Urss che «come ebbe a scrivere Guy Debord, ... tolse alle democrazie occidentali ogni incentivo alla virtù» e ai lavoratori organizzati, dall'altro il paradosso tragico dei fondi pensione.
La globalizzazione mercantile e finanziaria ha prodotto la ristrutturazione oligarchica dei centri di decisione. Le delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i mutamenti dell' organizzazione del lavoro hanno contribuito a provocare una disgregazione corporativa della società, in cui il conflitto delle classi fondamentali è ideologicamente riletto come frizione, come concorrenza fra ceti e gruppi. Tale lettura è uno degli effetti della "rivoluzione passiva". A questo proposito, un passo del volume va raccomandato in particolare all'attenzione e lo cito quasi interamente: «Il mutamento trasformistico della sinistra italiana... è avvenuto nel segno della "scoperta della complessità" che ha indotto dirigenti politici e sindacali a dismettere la prospettiva classista». Contro letture riduttive e caricaturali, Burgio rivendica invece la modernità creativa del marxismo, per leggere le difficoltà attuali dei lavoratori e dei partiti che ad essi fanno riferimento ma anche per individuare le possibilità di un nuovo modello di sviluppo che ridia ad essi la capacità di autolegittimarsi anche soggettivamente. In un capitalismo in cui - come dice la presentazione editoriale del volume - «le forze produttive sociali si sono sviluppate in misura tale da surclassare le capacità metaboliche del capitalismo, che non è stato più in grado di metterle pienamente in valore e di alimentarne lo sviluppo in forme socialmente progressive» il volume permette di mettere meglio a fuoco una strategia, di lungo periodo, di emancipazione sociale.

Maria Grazia Meriggi


18 luglio 2009

Saverio Ferrari : le camicie verdi dal fascismo alla Lega

 

Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l'onorevole Domenico Gramazio della direzionale nazionale di An così commentò la notizia: «Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l'allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell'Msi».
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L'assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all'interno del Bottegone. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell'occasione Mario Gionfrida, detto "er gatto" (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.



Tornando al 1996, il 15 settembre Umberto Bossi dichiarava l'indipendenza della Padania, minacciando il ricorso a vie non democratiche. Il 22 settembre, come filiazione delle Camicie verdi, decideva anche di istituire la Guardia nazionale padana, suddivisa in cinquanta compagnie e dedita all'«esercizio del tiro a segno come motivo di aggregazione sociale».
Erano gli anni in cui ai magistrati ricordava che «una pallottola costa solo 300 lire». L'ex senatore Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega, solo qualche anno fa in un'intervista a Claudio Lazzaro che stava appunto girando "Camicie verdi", un film-documentario uscito nel 2006, raccontò come lo stesso Bossi lo avesse istigato a organizzare manifestazioni eclatanti, ben più del semplice bruciare il tricolore nelle piazze. «Bossi mi chiamò all'una e mezza di notte - ribadì Marchini - mi disse di sparare ai carabinieri, che le Camicie verdi dovevano essere pronte a sparare». Seguirà a fine gennaio 1998 la richiesta di rinvio a giudizio del procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia per tutta la dirigenza della Lega e una ventina di Camicie verdi. I reati: attentato contro la Costituzione e l'integrità dello Stato, oltre a formazione di associazione militare a fini politici. Un processo mai fatto.
Sarà forse un caso, ma la camicia verde come uniforme fu anche adottata in Europa nel secolo scorso da alcuni dei principali movimenti fascisti. Tra loro, le Croci frecciate ungheresi, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy, un ufficiale ultranazionalista. Lo stemma ricordava la bandiera nazista: un cerchio bianco, su sfondo rosso, con all'interno al posto della svastica due frecce disposte a forma di croce. Strutturate come un ordine religioso invocavano la benedizione del cielo per la loro crociata «contro gli ebrei e i bolscevichi». Alleati dei nazisti, costituirono nell'ottobre del 1944 un governo fantoccio in Ungheria sotto la guida di Szalasy, autoproclamatosi «Reggente della nazione», deportando migliaia di ebrei nei campi di sterminio. Almeno 15 mila, invece, secondo gli storici, gli ebrei direttamente massacrati in quei mesi dalle Croci frecciate a Budapest.
Assai simile all'esperienza ungherese fu la Guardia di ferro rumena, movimento fanatico e antisemita fondato nel 1927 da Cornelius Zelea Codreanu. Nel gennaio del 1941, in un tentativo di colpo di Stato, le bande paramilitari della Guardia di ferro, con tanto di camicia verde, fecero irruzione al quartiere ebraico incendiando case e sinagoghe. Al termine trascinarono al mattatoio comunale centinaia di sventurati. Molti di loro furono sgozzati, simulando una cerimonia kosher, altri decapitati. I corpi furono successivamente appesi ai ganci da macellaio. «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l'ambasciatore degli Stati uniti in Romania. Tra loro anche una bambina di cinque anni appesa per i piedi.
Movimenti fascisti a sfondo mistico-religioso che percorsero l'Europa, come furono anche i Verdinazo (Vereinigung dienst national-solidaristen) o Associazione dei solidaristi fiamminghi, fondata negli anni Venti da Joris van Severen, il cui progetto era di riunificare il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e le Fiandre francesi, riportando la ruota della storia al tempo dell'impero di Carlo V. Dotata di milizie con camicia verde, originò anche un corpo parapoliziesco che collaborò con i nazisti. Storie terribili e lontane, chissà se conosciute dai dirigenti leghisti.


18 luglio 2009

Lettera a Giorgio Napolitano

 

Caro Presidente Napolitano, sono un vecchio italiano ebreo, figlio di antifascisti, nato 79 anni fa nell'Italia fascista, bandito nel 1938 in quanto ebreo da tutte le scuole del Regno d'Italia. Sull'atto integrale di nascita a me intestato, che si conserva negli archivi dell'anagrafe di Milano, sta ancora oggi scritto a chiare lettere «di razza ebraica». Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. È un provvedimento che, in palese violazione dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. 



Si pensi, ad esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà sì che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione. Per buona sorte, le garanzie previste dai costituenti Le consentono, caro Presidente, di correggere questo e altri simili abusi. Anche in omaggio alla memoria delle migliaia di vittime italiane del razzismo nazifascista Le chiedo di non promulgare un provvedimento che, ispirato nel suo insieme a una percezione dello straniero, del «diverso», come nemico, mina alla radice la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri, rischiando di alterare in modo irreversibile la natura stessa della nostra Repubblica.

Bruno Segre


17 luglio 2009

Vittorio Macrì : un altro colpo per la Sardegna. L'Eni si disimpegna da Porto Torres

 La determinazione assunta lo scorso 7 luglio dall’ENI di fermare gli impianti del petrolchimico di Porto Torres è gravissima per le pesanti ricadute che avrà sia sul piano occupazionale, con 3.500 lavoratori tra diretti e indiretti che dal primo agosto si troveranno a casa, che per l’ intero sistema economico sardo. L’ENI punta ancora una volta ad andar via da un territorio, quello sassarese in questo caso, lasciandosi alle spalle non solo devastazione economica e sociale, ma anche migliaia di ettari di terreno devastati dal punto di vista ambientale, in cui serviranno anni di lavoro e massicci investimenti economici per poterli risanare e riconvertire ad altri scopi produttivi. Dunque un altro territorio rischia il tracollo, così come sta accadendo nel Sulcis-Iglesiente, dove dopo la fermata degli impianti dell’Eurallumina più niente si è mosso; gli investimenti che dovrebbero garantire la ripresa produttiva dopo un anno di fermata degli impianti non si vedono; i lavoratori con le loro famiglie, dell’Eurallumina, così come quelli di tante altre aziende in crisi, Otefal, Rockwool, Portovesme srl (solo per citarne alcune) e di tante imprese dei servizio e delle manutenzioni, si trovano soli e pieni di problemi improvvisi e inaspettati. I pochi che hanno la “fortuna” di avere regolarmente i soldi della CIG o della mobilià (sia straordinaria o in deroga), non arrivano alla fine mese; tanti altri che non hanno ricevuto ancora, da mesi, neanche un euro, dai cosiddetti “ammortizzatori sociali” si trovano nella disperazione più nera. I tanto annunciati interventi di sostegno al reddito per le famiglie di questi lavoratori, che la Regione ha fatto a più riprese per bocca del suo presidente, ad oggi, non se ne vede l’ombra. Così come tutti gli impegni che Berlusconi e Cappellacci hanno assunto prima delle elezioni: sull’industria, le infrastrutture, i servizi ecc, si sono rivelati puntualmente delle misere menzogne. Anzi stanno facendo di peggio, cercando di affossare quanto di buono è stato fatto o messo in cantiere dal precedente governo regionale di centrosinistra. Lo sanno bene, per esempio, ad Arbatax e Tortolì, sia i cassaintegrati della ex-cartiera che i numerosi disoccupati che avevano riposto nel polo nautico (finanziato con soldi veri e che avrebbe dovuto dare lavoro a circa settecento persone) una possibile prospettiva e una speranza per il futuro dell’Ogliastra, ed ora tutto viene messo in discussione per manifesta incapacità dell’attuale governo di centro-destra. 



Cappellacci se avesse dignità dovrebbe solo vergognarsi! L’inerzia della sua giunta e la subalternità agli interessi del “libertino” di Arcore stanno mettendo in ginocchio l’intera Sardegna. La maggioranza che governa la Regione in questi primi quattro mesi di avvio di legislatura si è distinta (oltre che per avere approvato una manovra di bilancio totalmente inadeguata alla situazione, ma passata, purtroppo nel silenzio dei media e delle parti sociali) solo per le discussioni e le litigate sugli assetti, sostituendo già qualche assessore e annunciando nuove modifiche nell’esecutivo per l’autunno. Un teatrino vergognoso che terrà occupati i “nostri” governanti per tutta l’estate, mentre si prepara un autunno difficile per migliaia di famiglie. Tutto questo è favorito da un’opposizione in Consiglio Regionale quasi del tutto assente, divisa e debole. Incapace di interpretare e organizzare in movimento e in proposta politica il grande malessere che si vive nei territori dell’isola.
Sono questi alcuni dei motivi che spingono il PRC della Sardegna a sostenere e partecipare, con uno straordinario impegno, lo sciopero generale dei lavoratori dell’industria, indetto per oggi dalle organizzazioni sindacali regionali confederali e di categoria. Uno sciopero annunciato da tempo, tanto che la decisione dell’ENI a tre giorni dalla giornata di lotta suona quasi come una provocazione. I sardi, dopo il disastroso risultato elettorale per il centrosinistra alle elezioni regionali del febbraio scorso, si sono distinti nelle recenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo per avere bocciato le forze del centrodestra nel segreto dell’urna. Bene, ma adesso è il momento che vengano bocciate le politiche del centrodestra, a viso aperto, nelle piazze dell’isola


17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


16 luglio 2009

Cinzia Gubbini e Giacomo Russo Spena : una giornata di repressione

 

Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.



Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati. Cinzia Gubbini
ROMA
Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.
Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati.


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16 luglio 2009

Sergio Cesaratto : l'Italia s'è destra

 Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è una motivazione sovente richiamata. Ma forse tale influenza, certamente ingombrante, è un risultato non la causa, e i motivi sono più strutturali, nella composizione sociale del paese. La base elettorale della DC era assai complessa, in una certa misura interclassista, e basata sulla spaccatura del lavoro dipendente fra tute blu, comuniste, e pubblico impiego, bianco. Il PCI annoverava fra le sue fila anche molti artigiani, che si sentivano allora vicini agli operai, mentre sono ora lontani dalla sinistra. Oggi le cose sono infatti cambiate. Le indagini dei politologi ci spiegano che il lavoro dipendente tende ancora a votare a sinistra, ma non tutto, lo fa soprattutto quello del settore pubblico, che ha perduto molti dei privilegi accordatigli dalla DC, quello più istruito e con reddito medio-alto. I politologi affermano con grande certezza che la base elettorale di Berlusconi consiste principalmente di casalinghe (queste caratterizzate da bassi livelli di istruzione) e di lavoro autonomo, ma oscillanti fra i due schieramenti sono anche il lavoro dipendente esecutivo e meno istruito, e i disoccupati[1]. In un mutamento genetico che è lo specchio del cambiamento dei valori dominanti, i giovani istruiti hanno teso a votare a destra nelle ultime elezioni . Lasciando da parte quest’ultimo gruppo, la questione è che lo zoccolo duro di Berlusconi, casalinghe e lavoro autonomo ha nel paese una ampiezza sconosciuta a nord delle Alpi.



La tabella mostra come sia il tasso di attività che quello di occupazione erano nel 2007 assai più bassi in Italia (62,5% e 58,9%, rispettivamente) che nell’Europa a 15 (71,8% e 66,8%), Spagna inclusa. Se si considera poi la solo componente femminile (50,6% e 46,8% in Italia contro 64,6% e 59,5% nell’UE), si capisce come attraverso Mike Bongiorno Berlusconi possa facilmente plasmare la mentalità di milioni di casalinghe poco istruite. Ma indipendentemente dalla televisione, è la stessa condizione di casalinga con il suo portato di isolamento che non favorisce la consapevolezza dei problemi e la maturazione politica. Per molti versi la medesima cosa si può dire per i maschi disoccupati, inoccupati o occupati in lavori precari. La medesima tabella mostra come rispetto a una media europea del 15,8% di lavoratori autonomi, nel nostro paese la quota sale al 26,4%. Senza volerlo demonizzare, il lavoro autonomo è costituzionalmente portato a un atteggiamento più individualista e meno solidale, ciò che si manifesta palesemente con l’elevata evasione fiscale fra esso annidata, tranne usufruire in maniera opportunistica dei servizi pubblici. In sintesi, in Italia lavorano in pochi, e la quota di quelli che lavorano consiste in maniera anomala di lavoratori autonomi. Una radice della debolezza della sinistra è certamente in questo.

Se questa è la fotografia, quali strategie si prefigurano per la sinistra, quali alleanze? Il tema delle coalizioni è tradizionale nella sinistra, da Gramsci all’esperienza socialdemocratica svedese basata sul sodalizio del partito operaio con quello dei contadini. In un articolo, già opportunamente discusso su E&P da Nicolò Bellanca, Cristiano Antonelli[2] ripercorre le politiche delle alleanze proposte o attuate dalla sinistra nel passato, e propone per il futuro che le nuove professionalità relative alla cosiddetta società dell’informazione diventino nuovo punto di riferimento (p.23), non attardandosi a difendere, da un lato le produzioni “fordiste” (p.14), e dall’altro le rendite che si annidano nel pubblico impiego (p.20). Le nuove professioni sembrano invero una base sociale un po’ ristretta per l’ambiziosa sinistra di orientamento “liberalsocialista” basata su una “coalizione per la crescita” propugnata da Antonelli; così come la sua apologia del passaggio a una società dei servizi - che in Italia sembra fatta di call center più che di terziario avanzato - in luogo della tradizionale manifattura (pp.13-17) appare contraddittoria con l’esaltazione della capacità di esportazione della piccola-media industria manifatturiera italiana, seconda in Europa, ci ricorda l’autore, solo a quella tedesca (p.18)[3]. Tuttavia, il richiamo di Antonelli alla necessità di pensare a coalizioni progressiste è importante, pur nella poco incoraggiante struttura socio-produttiva italiana sintetizzata nella prima parte di questo articolo. D’altronde un proposta politica di sinistra che sia concreta (ammesso che la sinistra sia interessata a questo, cosa che v’è da dubitare), deve puntare a difendere degli interessi e non altri. In questo senso si tratta di capire meglio la struttura del lavoro autonomo, distinguendo fra parassitismo (i topi nel formaggio di Sylos) e professionalità rilevanti per la competitività del paese; comprendendo come si possa recuperare il consenso nel mondo dell’artigianato e della piccola impresa, e così via. Il grande timore di questo mondo è riassumibile in una sola parola: tasse. Si può dire qualcosa di sinistra che consenta tuttavia un recupero di consenso in questa direzione? E alla casalinga di Voghera la sinistra può dire qualcosa di interessante (e farsi capire)? E come venire incontro alle paure del lavoratori indipendenti che sfuggono all’egemonia della sinistra - per esempio nei riguardi dell’immigrazione in maniera equilibrata? l dibattito è aperto: politologi e studiosi del sistema fiscale si facciano avanti[4].


15 luglio 2009

Costantino Cossu : l'inchiesta sul summit fallito alla Maddalena

 

Nel palazzo del municipio, alla Maddalena, su un piccolo basamento è esposta una della palle di cannone con le quali Napoleone bombardò l'isola nel febbraio del 1793. Bonaparte aveva appena 24 anni ed era luogotenente dell'ammiraglio Colonna Cesari, un corso. I francesi arrivarono con ventidue navi e seicento uomini per occupare la Sardegna. Ma furono costretti alla ritirata dalla resistenza della marina sabauda comandata dal duca Vittorio Amedeo III . La chiesa di Santa Maria, invece, palle di cannone della repubblica francese non ne conserva. Custodisce, però, un crocifisso che Horatio Nelson lasciò in dono prima di salpare per Trafalgar a combattere e sconfiggere la flotta francese, nell'ottobre 1805. Il duca di Bronte rimase per un anno intero, con le sue navi, nel mare dell'arcipelago. Pensava che quel gruppo di isole al largo dell'estremo lembo nord orientale della Sardegna fosse strategicamente più importante di Malta. In questi giorni, la chiesa di Santa Maria è buia e fresca, silenziosa e vuota. E in municipio c'è solo gente che sbriga pratiche. Turisti, zero. Chi viene in queste isole per passarci le vacanze non sa niente della loro storia. Cerca sole e mare, nient'altro. Traghetti a pieno carico, case in affitto e alberghi sold out, come ogni anno, come sempre. Doveva cambiare tutto, qui. Non è cambiato niente. La rivoluzione mancata si chiamava G8, il vertice dei potenti della terra che Renato Soru e Romano Prodi avevano deciso di tenere sulle sponde dove Garibaldi venne a morire. Il summit serviva, nelle intenzioni dell'ex governatore della Sardegna e del leader dell'Ulivo, a far partire un meccanismo virtuoso che avrebbe dovuto portare alla riconversione turistica dell'economia dell'arcipelago, sino a due anni fa dipendente dalle attività legate alla presenza dei sommergibili nucleari della Us Navy. Ad aprile, all'ultimo momento, Berlusconi ha sparigliato le carte trasferendo il summit in Abruzzo. È però alla Maddalena, non all'Aquila, che stanno i motivi veri del trasloco improvviso. La solidarietà verso le popolazioni colpite dal terremoto accampata dal governo di centro destra, è solo facciata. Dietro c'è altro. Faccende sulle quali lavora la magistratura.


Lo scorso 7 maggio L'espresso rivela che la procura di Firenze sta indagando sui costi degli appalti alla Maddalena per le opere in programma per il vertice abortito. E che anche Bertolaso, commissario delegato per il G8, ha avviato una procedura interna. «Un provvedimento - scrive Roberto Gatti sul settimanale - seguito dalla decisione del Consiglio dei ministri di chiedere per decreto il taglio retroattivo dal primo marzo delle maggiorazioni alle imprese per le lavorazioni su più turni, dei premi di produzione e la riduzione del 50 per cento dei compensi per le prestazioni professionali destinati a progettisti, esecutori e collaudatori. Maggiorazioni, premi e compensi confermati da almeno 16 tra ordinanze e decreti voluti, firmati o proposti dal governo e dalla Protezione civile. Un dietrofront che limita (di poco) i danni per le casse statali, ma anche le possibili responsabilità giudiziarie di funzionari e controllori, tuttora da identificare, che prima avrebbero avvallato le spese e ora stanno lavorando per contenerle. Letta così la decisione di Silvio Berlusconi di trasferire il vertice a L'Aquila, non è solo un atto d'affetto e un doveroso impulso al risparmio. È anche una via d'uscita necessaria. Forse bastava una formulazione più moderata dei preventivi e dei contratti. E i soldi per l'evento sarebbe bastati».
E poi c'è la procedura d'infrazione aperta dalla Ue contro l'Italia per la mancata applicazione, nella progettazione e nell'esecuzione delle opere previste alla Maddalena, delle direttive comunitarie sull'impatto ambientale. Protezione civile e ministero dei lavori pubblici, però, non se ne danno grande preoccupazione. Come dimostra il fatto che all'hotel super lusso progettato dall'architetto Stefano Boeri e affidato alla Mita Resort del gruppo Emma Marcegaglia, la presidente di Confindustria, si è aggiunto un altro spazio di circa settemila metri cubi, che nel progetto di Boeri non era previsto.
La Mita Resort è stata l'unica società a presentarsi all'appalto per l'assegnazione in affitto della mega struttura che avrebbe dovuto ospitare il G8: un hotel a cinque stelle, il palazzo delle conferenze, il centro delegati da diecimila metri quadri. Più trentamila metri di verde e, soprattutto, il porto turistico. Un complesso che doveva diventare il cuore del progetto di rilancio turistico della Maddalena. Per venderlo sul mercato della vacanze di lusso la Mita Resort contava sul formidabile lancio pubblicitario del vertice. Ma la decisione di spostare il summit all'Aquila ha rotto le uova nel paniere. E per compensare del danno la Marcegaglia, il governo Berlusconi non solo ha deciso di lasciarle costruire altri settemila metri cubi, ma ha anche allungato il periodo di affitto da trenta a quarant'anni, per complessivi 65 milioni di canone. Un prezzo di assoluto favore, se si pensa che hotel, porto e tutto il resto sono costati allo stato e alla regione Sardegna 209 milioni e 589 mila euro. Un'operazione pesantemente in perdita per le casse pubbliche.
Quando esci dalle mura settecentesche di Santa Maria, il caldo ti assale, appena mitigato da un maestrale sottile. Le strade della Maddalena sono intasate dal traffico dell'estate. A Santo Stefano, dove prima c'erano i sommergibili Usa, ora la marina italiana progetta di riprendersi le caverne sotterranee per farne depositi di munizioni. Sulla sponda opposta, il parallelepipedo firmato da Boeri si getta sul mare, lucido di acciaio e di cristalli. Ancora e sempre militari e resort per ricchi, vacanzieri milionari che il fantasma di Lord Nelson non potrà di certo inquietare. Ma neppure quello del suo rivoluzionario antagonista Bonaparte, che a vent'anni, in nome della libertà, coprì l'isola di palle di cannone e fu sconfitto da un duca di Savoia.


15 luglio 2009

Antonella Stirati : contenuti e rischi sulla riforma della contrattazione

 Il 15 aprile Uil e Cisl, ma non la Cgil, hanno sottoscritto un accordo per l’attuazione delle linee di riforma della contrattazione già da tempo in discussione e indicate in un documento sottoscritto nel gennaio scorso. Vediamo gli elementi di novità di questo accordo rispetto a quello del 1993, che ha finora regolato la contrattazione tra le parti, per poi riflettere su alcuni dei suoi possibili effetti sul salario reale e produttività.

I principali contenuti dell’accordo

Quadro generale

Come già nell’accordo del 1993, si prevedono due livelli di contrattazione, uno nazionale ed uno aziendale oppure territoriale, ma viene ora stabilito che non si possa contrattare sulla stessa materia in entrambi i livelli.
La durata di validità dei contratti viene portata da due a tre anni per entrambi i livelli di contrattazione. Durante il periodo di discussione sul rinnovo, per una durata di sette mesi, è prevista una “tregua” sindacale e non dovranno essere indetti scioperi. La stessa norma si applica, per un periodo di tre mesi, nella fase di rinnovo dei contratti aziendali.
E’ prevista la derogabilità da quanto stabilito nel contratto nazionale in aree territoriali interessate da crisi aziendali o per finalità di sviluppo economico delle aree stesse.
Spetterà inoltre alla contrattazione collettiva definire forme di bilateralità volte al funzionamento di servizi integrativi del Welfare, che saranno incentivate da benefici fiscali – in altri termini, potranno essere costituiti enti aziendali e sindacali per la gestione, ad esempio, di fondi pensione integrativi o altri servizi.

Adeguamento dei salari all’inflazione

Questo aspetto rimane affidato alla contrattazione nazionale, come già in precedenza. Il riferimento non sarà più però all’inflazione programmata, ma alla inflazione prevista elaborata da un “soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza e affidabilità” sulla base dell’andamento dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (IPCA), depurato dall’andamento dei prezzi dei beni energetici. Tale inflazione prevista verrà applicata non alla retribuzione di fatto dei lavoratori, ma ad un valore computato sulla base dei salari contrattuali.
Lo stesso “soggetto terzo” dovrà verificare allo scadere del contratto l’entità della eventuale differenza tra inflazione prevista ed effettiva. Se tale differenza è “significativa” e quindi dovrà essere recuperata, verrà deciso da un “Comitato paritetico interconfederale”. L’eventuale recupero si applicherà ai soli minimi tabellari.

Contrattazione di secondo livello

Già l’accordo del 1993 prevedeva che la contrattazione a livello aziendale dovesse consentire di contrattare incrementi del salario reale legati a incrementi della produttività. La contrattazione aziendale ha però sinora riguardato solo una minoranza di imprese, per lo più di grandi dimensioni. Questo accordo si propone di incentivare ed estendere il ricorso alla contrattazione aziendale attraverso benefici fiscali e contributivi sulla parte del salario contrattata in azienda, a condizione che questa sia costituita da un premio variabile e agganciato ad un qualche indicatore della produttività, redditività, o efficienza dell’impresa stessa.
Per i lavoratori che allo scadere del contratto non avranno ottenuto alcun reddito aggiuntivo rispetto al salario contrattuale il contratto collettivo nazionale dovrà prevedere un importo “di garanzia retributiva” che verrà corrisposto al termine del periodo di vigenza del contratto.



Quali sono le possibili conseguenze del nuovo quadro di regole contrattuali?

Dal punto di vista del quadro generale che si prospetta gli aspetti che suscitano preoccupazione sono la sospensione del diritto di sciopero nella fase di rinnovo del contratto; la derogabilità da quanto previsto dal contratto collettivo, con la possibilità che accordi locali causino uno scivolamento generalizzato al ribasso dei salari rispetto al contratto collettivo nazionale; la gestione congiunta di servizi, che secondo alcuni potrebbe prefigurare un cambiamento della natura e funzione del sindacato stesso.
Per quanto riguarda il recupero dell’inflazione, il cambiamento dell’indice è volto a fornire una stima più realistica dell’andamento dei prezzi, ma non sembra di grande impatto: a marzo 2009 l’IPCA è 108,4, mentre l’indice sinora utilizzato (FOI), è 107,7 (con base 2005=100). Un elemento positivo può essere visto nella sostituzione dell’inflazione programmata – che appunto programmaticamente è stata inferiore a quella effettiva – con l’inflazione prevista. Questa viene però depurata dagli effetti delle variazioni dei prezzi dei beni energetici. Così, la perdita di potere di acquisto e l’onere di evitare che aumenti del prezzo dei beni energetici si traducano in inflazione ricadono per intero sui lavoratori: nessun vincolo analogo infatti viene prospettato per quanto concerne l’aumento di prezzi e tariffe. Gli incrementi legati all’inflazione prevista e il recupero di eventuali divergenze tra questa e l’inflazione effettiva non vengono applicati all’intera retribuzione ma alla sola parte corrispondente a valori contrattuali. Il recupero della differenza non è garantito e avviene con ritardo, dato l’allungamento del periodo di validità dei contratti. Complessivamente quindi, l’accordo non garantisce la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori (cfr anche
l’articolo di Roccella del 19 dicembre 2008).
La presenza di benefici fiscali e contributivi tende a favorire il secondo livello di contrattazione in alternativa a quella nazionale - anche se è difficile dire in che misura possa davvero estenderlo a una platea molto ampia di lavoratori, vista anche la piccola dimensione delle imprese italiane. I benefici fiscali hanno però un prezzo in termini di perdita di progressività e di volume delle entrate fiscali e contributive (e quindi possono preludere a successivi tagli delle prestazioni pubbliche) senza che vi siano reali garanzie che essi vadano davvero a beneficiare anche i lavoratori. Infatti, se prima un incremento di salario effettivo netto di, poniamo, 50 euro ne costava all’impresa 90 al lordo del cuneo fiscale, con le nuove regole non c’è alcun motivo di escludere che l’impresa decida di erogare, ed i lavoratori riescano ad ottenere, solo ed esattamente lo stesso incremento netto di 50 euro, ma senza (o con minori) costi aggiuntivi per l’impresa. Si promette ai lavoratori un alleggerimento fiscale sui salari (di cui ci sarebbe grande bisogno), ma in realtà, per il modo in cui esso è disegnato, ai lavoratori potrebbero, alla fine, toccare soltanto i tagli della spesa pubblica.
La prevalenza del livello di contrattazione aziendale poi tende a determinare un aumento delle differenze tra lavoratori, con un peggioramento relativo delle condizioni dei lavoratori più deboli senza con ciò favorire un miglioramento assoluto di quelle degli altri[1]. Inoltre, insieme alla norma sulla derogabilità, rende la capacità contrattuale dei lavoratori estremamente vulnerabile a condizioni sfavorevoli, come l’elevata e crescente disoccupazione che vedremo nel prossimo futuro, mentre l’elemento di “garanzia retributiva” previsto dal contratto collettivo nazionale, appare inadeguato (su questo punto si rinvia
all’articolo di Roccella).
Colpisce poi molto che l’accordo vincoli “il salario di produttività” ad essere contrattato in azienda e a configurarsi come premio variabile. Perché la logica economica sottostante a questo è in stridente contrasto con gli obiettivi che si dice di voler perseguire.
L’aumento di produttività che è davvero rilevante per la competitività delle imprese (che si afferma di voler promuovere) è un aumento che possiamo definire strutturale, legato cioè a innovazioni tecniche e organizzative, o di qualità del prodotto. Agganciare il salario a tali cambiamenti strutturali significa stabilire incrementi permanenti del salario reale ad essi collegati. Ed è infatti proprio questo tipo di legame tra salario e produttività, da realizzare a livello settoriale o aggregato, non di singola azienda, che è stato spesso proposto da autorevoli economisti[2], in quanto rappresenta allo stesso tempo un incentivo per i lavoratori a collaborare ai processi innovativi e un elemento di equità distributiva, e favorisce l’equilibrio tra produzione e domanda di beni a livello macroeconomico. Ma se il legame salari-produttività si realizza a livello di singola azienda gli effetti sono perversi, in quanto ciò consente alle imprese meno innovative di restare sul mercato grazie alla possibilità di pagare salari più bassi, invece che essere costrette dalla concorrenza ad adeguarsi agli standards delle imprese più efficienti.
Insistere sul carattere aziendale e variabile del premio implica una logica volta a collegare i salari alle variazioni cicliche della produttività dovute alle fluttuazioni della domanda dei prodotti, oppure alle variazioni di produttività dovute ad una intensificazione dell’impegno e dei ritmi di lavoro a parità di tecnologia utilizzata. Tutto ciò con la conseguenza di spostare, del tutto impropriamente, dall’impresa ai lavoratori i rischi legati alle fluttuazioni cicliche e l’onere di migliorare la competitività.
Il nuovo sistema di regole non appare quindi in grado di perseguire i suoi obiettivi dichiarati, e cioè di creare le condizioni per l’aumento dei salari reali e della competitività delle imprese, e sembra piuttosto che, se si affermasse, potrebbe determinare effetti esattamente contrari.


14 luglio 2009

Stefano Liberti : la guerra tra poveri nelle township

 

Abdallahi ancora trema dalla paura quando pensa alla pallottola che gli ha sfiorato la spalla. «Era tardo pomeriggio. Stavo nel negozio riordinando la merce e ho sentito lo sparo. Subito dopo, ho visto il sangue. Per fortuna mi hanno colpito solo di striscio». Mentre parla, questo ragazzo dal fisico affilato che dalla Somalia meridionale si è trasferito nella township di Gugulethu, a un quarto d'ora di macchina dal centro di Cape Town, abbassa gli occhi a terra. A tratti ansima. E si guarda intorno intimorito. Abdallahi se l'è cavata con una corsa all'ospedale e una bendatura. «Oggi, posso dire che mi è andata bene». Meno bene è andata a due suoi connazionali - Omar Josef e Hazim Amad - rimasti uccisi pochi giorni dopo nell'incendio divampato improvvisamente nel loro negozio alle tre del mattino. I due stavano dormendo come sempre all'interno del locale e sono stati sorpresi dalle fiamme. Vicino ai loro resti inceneriti, sono state trovate un paio di taniche di benzina.
Quelli di Abdallahi, di Omar, di Hazim, non sono casi isolati: a Cape Town, nell'ultimo mese, c'è stata una recrudescenza di attacchi contro gli stranieri, soprattutto di cittadini del martoriato paese del Corno d'Africa. Altri due commercianti somali sono rimati feriti in un assalto a Delft, un quartiere al di là dell'aeroporto, e un negozio sempre gestito da somali è stato dato alle fiamme, questa volta senza provocare vittime, nella gigantesca e derelitta township di Khayelitsha. «Siamo nel mirino di bande organizzate e la polizia non fa nulla per proteggerci», si infervora Hussein Omar, responsabile nella regione del Western Cape della Somali Association of South Africa. «Ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare commercio, teniamo aperti più a lungo i nostri negozi e manteniamo i prezzi più bassi, sempre avendo un profitto».



La guerra per il commercio rischia di rinfiammare le township, dopo l'esplosione di violenza del maggio dell'anno scorso, quando folle inferocite hanno preso d'assalto negozi e case degli immigrati in tutto il Sudafrica, con un bilancio di almeno 62 morti, 150mila sfollati e un numero imprecisato di feriti e di donne stuprate. Una fiamma xenofoba che ha sconvolto il mondo, soprattutto perché scatenata da persone nate e cresciute durante il regime razzista dell'apartheid. «Oggi siamo ancora in pericolo», tuona Omar Hussein, che si divide tra il suo lavoro di tecnico informatico e il ruolo di capo della comunità. «La situazione a Gugulethu è esplosiva. Lo abbiamo detto ripetutamente alla polizia, ma loro non fanno nulla».
Una cultura dell'impunità
Da qualche settimana questa township di Cape Town, che non è neanche tra le più disastrate, è sotto tutti i riflettori. A metà giugno, un uomo non meglio identificato ha recapitato a tutti i commercianti somali del quartiere la fotocopia di una lettera scritta a mano in un inglese approssimativo, in cui dava loro una settimana di tempo per «abbandonare l'area». La lettera con l'ultimatum proveniva dal Gugulethu Business Forum, una sorta di associazione dei commercianti locali, che accusano gli stranieri di essere «disonesti». I somali si sono rivolti alla polizia, che ha cercato di mediare. Ma intanto, a macchia di leopardo, hanno cominciato a verificarsi attacchi contro gli stranieri anche in altre township, e non solo a Cape Town. «Il problema è che si sta sviluppando una vera e propria cultura dell'impunità. Quando i commercianti somali vengono uccisi e la polizia non muove un dito, si diffonde l'idea che chiunque può fare ciò che vuole ai somali e non subirà alcun processo», sottolinea ancora Hussein Omar. La polizia ha classificato tutti gli attacchi contro gli stranieri, avvenuti dopo la fine «ufficiale» dell'ondata di violenze dell'anno scorso come «fatti di criminalità comune». Sia le forze dell'ordine che i politici resistono a pronunciare la parola «xenofobia», temendo un drammatico danno d'immagine proprio nel momento in cui il paese si prepara a ospitare la Coppa del mondo dell'anno prossimo ed è completamente proteso verso il grande evento.
«Loro dicono che sono fatti di cronaca comune, ma intanto non indagano. Nessuno è stato accusato. Noi abbiamo fornito un identikit dell'uomo che ci ha dato la lettera. È conosciuto nel quartiere. Ma la polizia non lo cerca», accusa Abdirrahman Aweys, portavoce dei commercianti somali di Gugulethu. Che aggiunge: «Gli altri venditori ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare affari. Ma la cosa più grave è il razzismo della polizia, che ci considera cittadini di serie b». Da quando è partita la lettera ed è scaduto l'ultimatum, per il momento senza ulteriori danni, ci sono stati diversi incontri tra i commercianti somali e quelli locali, anche con la partecipazione delle forze dell'ordine, ma la situazione è rimasta in una specie di stallo.
«La guerra dei prezzi ha fatto esplodere delle tensioni già presenti all'interno del quartiere», afferma Mncedisi Twalo, un attivista locale che ha assunto una funzione di mediazione tra i due gruppi. «Non è la prima volta che si verificano episodi di intolleranza. Già negli anni scorsi la comunità somala è stata presa di mira», racconta Twalo, mentre si prepara a condurre l'ennesimo incontro di mediazione.
Il compromesso mancato
All'interno di un centro sportivo di Gugulethu, una trentina di persone stanno sedute guardandosi in cagnesco. Ai giornalisti è vietato l'ingresso. Da fuori, si sentono discussioni infervorate. Dopo un paio d'ore, esce il commissario e sostiene che «tutto è stato risolto, hanno trovato un accordo». Poi si eclissa senza rispondere alle domande. Passano pochi minuti e si aprono le porte ai media. La tensione è alle stelle. «Abbiamo trovato un compromesso sui prezzi», annuncia Twalo. Poi partono le domande. I commercianti locali sembrano a disagio. Non rispondono. Finché uno di loro sbotta: «Avevate detto che i giornalisti sarebbero rimasti cinque minuti». I media sono invitati a uscire di nuovo. Dopo un po' compare Omar Hussein. Ha la faccia scura, ma l'espressione sicura di chi sa il fatto suo: «Vi dicono bugie per non far esplodere il caso sulla stampa. Temo che sarà difficile trovare un accordo. Ma se pensano di cacciarci, si sbagliano di grosso. Ne abbiamo viste talmente tante in Somalia che quello che accade qui è una barzelletta».


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