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29 ottobre 2010

Hansen, Samuelson ed Hicks

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 

 

Questi suggerimenti furono ripresi dall’economista americano Paul A. Samuelson la cui equazione significa che il reddito nazionale di un certo periodo n è uguale al consumo sommato all’investimento totale e che questo consumo e questo investimento sono determinati dalla situazione e dall’evoluzione precedenti di tale reddito stesso. Risolvendo l’equazione si dimostra che una spesa governativa costantemente rinnovata viene ad ingenerare un reddito nazionale, il cui ammontare subisce delle oscillazioni : esso aumenta durante la fase della prosperità, poiché l’investimento risulta stimolato dal precedente sviluppo del reddito nazionale. Ma dato che il ritmo di incremento di quest’ultimo non può non diminuire e ciò determina l’arresto della crescita del reddito nazionale e poi il suo regresso.

Il modello di Samuelson è stato utilizzato dall’economista inglese J. R. Hicks il quale intorduce l’idea che l’ampiezza delle fluttuazioni è limitata dall’esistenza di una particolare barriera costituita dal pieno impiego delle forze di lavoro. Secondo Hicks i modelli matematici non fanno mai apparire le fluttuazioni dei prezzi dei beni che pure sono un fenomeno caratteristico del ciclo. Bisogna allora per comprendere quest’ultimo, ammettere che nella fase di prosperità l’investimento superi il risparmio, in virtù della creazione di credito da parte delle banche. Il che determina il rialzo dei prezzi. Dopo un certo periodo però le banche vengono indotte dalla riduzione dei loro coefficienti di liquidità ad elevare il saggio dell’interesse e ciò esercita un azione deprimente sull’investimento che cade ad un livello inferiore al risparmio : così la produzione si contrae e regredisce, mentre i prezzi si abbassano.

Sembrerebbe che i paesi capitalistici dispongano ormai di strumenti adeguati,  tali cioè da permettere loro di prevedere l’evoluzione della congiuntura, onde agire su di essa e condizionarla. In realtà l’effettiva portata di modelli è più ridotta. In primo luogo la molteplicità dei modelli costituisce un elemento di insormontabile incertezza per chi voglia utilizzarli, al punto che i politici a volte manifestano anche un dichiarato scetticismo nei confronti delle elaborazioni dei teorici. A volte è possibile una integrazione tra modelli diversi, ma in questo modo si possono venire a stabilire equazioni così complicate che non sarebbe possibile trovarne la soluzione teorica. Perché i modelli teorici possano essere adoperati per prevedere l’evoluzione della congiuntura, bisognerebbe conoscere le grandezze che intervengano nelle equazioni utilizzate in modo più preciso. Ma per quanto i diversi lavori di contabilità nazionale hanno consentito di realizzare notevoli progressi sul terreno del calcolo delle quantità globali, rimangono pur sempre dei gravi margini di incertezza. Ad es. l’investimento netto di un periodo determinato (grandezza fondamentale nell’equazione di Kalecki) e l’investimento autonomo (essenziale nell’equazione di Samuelson sono conoscibili in maniera molto approssimativa in quanto di fatto indistinguibili da altre grandezze con le quali sono intrecciati nei processi concreti.

 


28 ottobre 2010

Le tesi di Kalecki

In questi anni in cui l’area socialista si era estesa e le lotte anticoloniali si erano acuite, ci sono stati degli studi che cercano di utilizzare gli strumenti analitici di Keynes allo scopo di costruire un modello dell’evoluzione di un’economia di mercato da cui poter trarre precise indicazioni sulle cause della crisi periodica di sovrapproduzione ossia della recessione. In tal modo si pensava che sarebbe dovuto diventare possibile intervenire tempestivamente e non solo per portare rimedio alle crisi, ma anche per impedire che scoppino.

 

 

Uno dei primi modelli matematici è quello di Michail Kalecki, il quale parte dal presupposto che l’investimento dipenda dai saggi di profitto previsti, i quali a loro volta dipendono dal saggio corrente del profitto : più il profitto è grande e più l’attrezzatura in capitale esistente è piccola, più grandi saranno i saggi di profitto attesi dai nuovi investimenti. Kalecki utilizza anche lui la teoria del moltiplicatore e sostiene che i profitti dipendono dagli investimenti, poiché il risparmio dei capitalisti deve essere uguale all’investimento. Contemporaneamente sostiene altresì che occorre un determinato  volume di profitti perché venga a formarsi una data quantità di risparmio. L’autore ammette infine che l’attrezzatura esistente dipende dall’investimento realizzato in un precedente periodo di tempo. L’idea di Albert Aftalion sulla funzione del tempo necessario alla costruzione delle attrezzature sta evidentemente al centro di una simile spiegazione e Kalecki la combina con l’ida classica dell’influenza del saggio del profitto sull’investimento e con la teoria del moltiplicatore. Kalecki però riteneva che la propensione al risparmio fosse solo il rapporto tra risparmio stesso e profitto, in quanto pensava che il risparmio fosse solo opera dei capitalisti.

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 


27 ottobre 2010

Denis : la concorrenza monopolistica

Sia le conclusioni di Harrod che la teoria di Kaldor, per l’attenzione data ai processi decisionali delle imprese rivelarono un punto debole nell’analisi di Keynes che andava approfondito : il processo di formazione dei prezzi. Keynes non aveva proposto sostanziali cambiamenti in questo campo alla teoria neoclassica e aveva in modo implicito accolto la tesi che i produttori subissero i prezzi. Nella fase dello scambio gli stessi soggetti che determinavano l’andamento delle principali grandezze economiche apparivano semplici recettori di meccanismi e di decisioni impersonali sui quali non potevano esercitare alcun potere. Bisognava proseguire perciò lungo la strada degli studi sulla concorrenza monopolistica intrapresi da Kalecki, Chamberlin e Joan Robinson. Questi contributi confermavano l’esistenza di un potere decisionale degli imprenditori capitalistici i quali oltre ad avere la responsabilità di stabilire cosa e quanto produrre, potevano in particolari condizioni di mercato fissare anche i prezzi. I mercati furono così distinti in due grandi categorie : quella dei mercati concorrenziali o flex-price nei quali i prezzi si formavano nel modo previsto dalla teoria tradizionale e quella dei mercati monopolistici o di concorrenza imperfetta o fix-price, nei quali i prezzi erano amministrati dalle imprese tenendo conto di due variabili : il costo di produzione normale e il margine di profitto (mark-up) che consentiva di finanziare l’espansione dell’attività produttiva. Posta questa distinzione l’analisi fu portata verso un maggiore approfondimento delle scelte imprenditoriali  relative alle componenti del prezzo nei regimi di concorrenza imperfetta.

 

 

Le conclusioni raggiunte rafforzarono le tesi di Keynes sulla centralità delle decisioni di investimento anche avendo come termine di riferimento la singola impresa. Infatti il costo normale fu collegato al grado di utilizzazione atteso della capacità produttiva (confermando l’opinione di Keynes che i cambiamenti della domanda del breve periodo non avessero una influenza diretta sul prezzo perché le imprese adeguavano l’offerta mantenendo fissi i prezzi). Il margine di profitto invece fu fatto dipendere dalle strategie di crescita delle imprese nel lungo periodo e dall’eventuale maggiore convenienza dell’autofinanziamento rispetto al finanziamento esterno. Le decisioni delle imprese sui prezzi furono così collegate alle decisioni di investimento e viste come il risultato di calcoli di convenienza che investivano la previsione della domanda del bene veduto, il presumibile saggio d’interesse medio del mercato e il prevedibile andamento dei salari.

 

 


26 ottobre 2010

Le tesi di Nicholas Kaldor

Anche nello studio della distribuzione gli studiosi post-keynesiani assegnarono una priorità netta alle decisioni di investimento degli imprenditori, considerate ancora una volta autonome e svincolate dalle decisioni di risparmio. Kaldor, richiamando tesi di Keynes e Kalecki, sviluppò la teoria del moltiplicatore come teoria della distribuzione nell’ipotesi che i percettori di profitto e di salari avessero propensioni al risparmio diverse. Secondo loro in un sistema economico in condizioni di pieno impiego, se le propensioni al risparmio degli imprenditori capitalisti e dei lavoratori sono diverse, allora le decisioni di investimento, oltre a determinare il livello della produzione e dell’occupazione, sono anche la causa principale della distribuzione del reddito tra profitti e salari. Nell’opinione di Kaldor la classe degli imprenditori capitalisti nel suo insieme era depositaria di un potere ancora più ampio di quello ipotizzato da Keynes, poiché dalle sue decisioni dipendevano non solo la quantità di prodotto da consumare e da accumulare, ma anche le quote di prodotto spettanti al salario ed al profitto. La tesi di Keynes a cui Kaldor si ispirava era quella per cui se gli imprenditori decidono di spendere una porzione dei loro profitti in consumo, il risultato è un aumento di profitti ottenuti dalla vendita di beni di consumo per un ammontare esattamente uguale alla somma dei profitti che sono stati spesi in quel modo. Ne deriva perciò che qualunque quota dei profitti gli imprenditori destinino al consumo, l’incremento di ricchezza resta invariato. I profitti come fonte di incremento del capitale per gli imprenditori sono un orcio di vedova che non si vuota mai, qualunque porzione del suo contenuto venga destinato ai lussi della vita. Un aumento del consumo degli imprenditori aumenta i loro profitti totali di un identico ammontare per cui i capitalisti guadagnano ciò che spendono e i salariati spendono ciò che guadagnano.

 

 

Kaldor afferma che il saggio di profitto dipende dal saggio dell’investimento e dalla propensione al risparmio dei capitalisti. Per Denis però la relazione causale va invertita giacchè il saggio dell’investimento lungi dall’essere la causa del livello raggiunto del saggio di profitto ne è al contrario la conseguenza. Forse Kaldor era consapevole di questa obiezione e forse per questo ha costruito un modello in cui alla spiegazione della distribuzione si associa quella dello sviluppo economico. In tale modello Kaldor sostiene che il saggio dell’ammortamento e quello del risparmio sono entrambi funzione di quella parte del reddito nazionale che va ai profitti. Con la sua analisi Kaldor cerca di indicare contemporaneamente il tasso d’investimento, il saggio di sviluppo e la parte effettiva dei profitti nel reddito nazionale, dunque cerca di spiegare perché una determinata economia si sviluppi ad un certo ritmo e perché il reddito nazionale vi si distribuisca secondo certe proporzioni tra profitti e salari. Per fare questo però, secondo Denis, egli rovescia la relazione causale precedente determinando il tasso dell’investimento a partire dal saggio di profitto e dalla quota dei profitti nel reddito nazionale. Inoltre nella sua analisi il processo che conduce all’equilibrio è del tutto diverso da quello descritto da Keynes. Per quest’ultimo quando il risparmio normale è superiore all’investimento, vi è contrazione della produzione e si entra in una fase recessiva. Nel modello di Kaldor invece si assiste semplicemente ad un ribasso dei prezzi con una contestuale modificazione nella distribuzione dei redditi. In altre parole questo modello sembra ignorare completamente i fenomeni di espansione e di recessione.

Secondo Graziani il caso della Gran Bretagna, afflitta da una debolezza cronica nella bilancia dei pagamenti, spinse Kaldor ad applicare alle economie aperte il suo modello di distribuzione del reddito, formulando il famoso circolo virtuoso delle esportazioni : un aumento delle esportazioni, ottenuto anche mediante una svalutazione, consente di espandere la produzione : grazie ai rendimenti crescenti, i costi unitari cadono e la maggiore competitività consente di guadagnare ulteriore terreno nei mercati esteri, creando un avanzo nella bilancia commerciale. Poiché un avanzo esterno equivale ad un investimento e gli investimenti determinano i profitti, gli imprenditori ricevono ulteriori stimoli ed il processo si riproduce. Di qui il favore con cui Kaldor considerò sempre la gestione dei cambi esteri come strumento per il controllo della produzione e dell’occupazione. Kaldor fu anche il primo a riconoscere che, nel caso dei paesi in via di sviluppo, nessuna politica dei cambi potrebbe far nascere dal nulla una struttura industriale inesistente : la protezione doganale sia pure temporanea del mercato diventa allora necessaria. Kaldor secondo Graziani non ritenne mai che le autorità monetarie possano controllare la quantità di moneta : non possono espanderla, perché maggiore quantità di moneta implica maggiore credito bancario e le imprese potrebbero rifiutare di indebitarsi ; non possono ridurla perché distruzione di moneta implica un rimborso effettuato da un impresa a corto di liquidità. Kaldor auspica una politica di tassi di interesse moderati, non tanto allo scopo di stimolare le decisioni d’investimento, quanto per evitare la formazione di una classe di rentiers improduttivi. Il problema acquista rilievo ancora maggiore in relazione al debito pubblico, perché tassi elevati aggravano l’indebitamento dello stato.

 


25 ottobre 2010

La teoria della crescita di W. Fellner

Per William Fellner invece l’analisi va in parte rovesciata : l’investimento non è più determinato dall’incremento del reddito nazionale ed è l’incremento di quest’ultimo che è invece determinato dall’investimento. In effetti si ammette che si viene a realizzare lo sviluppo equilibrato, solo se la capacità di produzione esistente viene normalmente utilizzata. Se si vuole che l’equilibrio economico si mantenga, bisogna che il reddito nazionale aumenti della stessa percentuale ogni anno. Ma se il coefficiente di capitale rimane il medesimo, l’ammontare del capitale investito aumenta allo stesso ritmo del reddito nazionale. In questo modello l’incremento di quest’ultimo è una semplice conseguenza di quello dell’investimento. Dunque la condizione del mantenimento dell’equilibrio è in ultima analisi la crescita dell’investimento ad un saggio costante. L’economia può sfuggire alla sottoccupazione della capacità produttiva solo se gli investimenti ed il reddito nazionale aumentano ad un ritmo determinato. A veder bene si tratta della confutazione della tesi di Keynes intorno alla possibilità di mantenere l’economia capitalistica in uno stato stazionario. In realtà per Fellner poiché vi sono dei risparmiatori, vi devono essere anche degli investimenti. E poiché questi aumentano la capacità di produzione, anche il reddito nazionale deve crescere. L’economia capitalistica se vuole evitare il collasso è condannata allo sviluppo.

 

 

Fellner inoltre non condivide l’idea di Keynes ed Hansen secondo la quale gli squilibri, provocati da una insufficienza sostanziale e cronica dell’investimento previsto, potrebbero essere eliminati, nel quadro del sistema dell’impresa privata, grazie al finanziamento attraverso il deficit di bilancio. Infatti Fellner sostiene che le istituzioni di una economia di profitto perdono la loro funzione essenziale se il processo di sviluppo è sostenuto principalmente dall’investimento pubblico. Egli sostiene dunque che lo sviluppo equilibrato dell’economia dipende dall’incremento degli investimenti privati. Ma questi a loro volta dipendono dall’efficienza marginale del capitale e cioè dai guadagni che si possono ottenere dagli investimenti addizionali. Questa efficienza marginale però diminuirebbe rapidamente e ne risulterebbe compromesso lo sviluppo degli investimenti, se non venisse ripristinata di continuo dalle innovazioni tecniche e dai progressi nell’organizzazione negli affari. Così l’equilibrio dinamico dipende in ultima analisi dalla capacità del sistema di ingenerare un flusso sufficiente di miglioramenti tecnici ed organizzativi.


22 ottobre 2010

La teoria della crescita di Harrod

Il passo iniziale nella costruzione di una teoria post-keynesiana fu compiuto da Harrod con un saggio sulla teoria della crescita. Seguirono per quanto riguarda la distribuzione un articolo di Kaldor e un testo di Joan Robinson. Infine Kalecki chiarì la relazione tra crescita economica e distribuzione del reddito.

Harrod nel passare da una teoria statica ad una dinamica si trovò di fronte a due problemi : spiegare il modo in cui il sistema economico, ipotizzata una posizione iniziale di equilibrio, raggiungeva in seguito ad uno stimolo esterno una nuova posizione di equilibrio ; individuare inoltre le cause che erano all’origine del passaggio da una posizione di equilibrio ad un’altra. La sua soluzione ad entrambi i problemi fu il cosiddetto modello di Harrod-Domar. L’ipotesi iniziale del modello fu la definizione del duplice effetto che ogni atto d’investimento produceva nel sistema economico. Dal lato dell’offerta risultava accresciuta la capacità produttiva, mentre dal lato della domanda si verificava un incremento per la spesa dei redditi percepiti dai produttori. Poiché nel sistema keynesiano l’investimento è soltanto un mezzo per generare reddito, il sistema non tiene conto del fatto ben noto che l’investimento aumenta anche la capacità produttiva. Questo carattere duale del processo d’investimento rende molto più promettente l’approccio alò saggio di sviluppo di equilibrio dal punto di vista del capitale (investimento) : se l’investimento aumenta la capacità produttiva e genera anche reddito, esso ci fornisce entrambi i lati dell’equazione la cui soluzione è probabile dia luogo al saggio di sviluppo richiesto. La crescita in equilibrio si verificava (e questa è la seconda ipotesi degli autori) se l’effetto dell’investimento dal lato della domanda derivante dall’azione del moltiplicatore determinava un incremento del potere di acquisto di importo pari all’effetto che l’investimento dal lato dell’offerta determinava sull’incremento della capacità produttiva. Veniva fatta l’ipotesi che il risparmio ad un determinato momento fosse una frazione del reddito percepito nel periodo precedente. Un’altra ipotesi era che l’investimento derivasse dall’incremento del reddito e da un parametro che misurava le aspettative degli imprenditori. Da queste ipotesi e dal loro sviluppo matematico il tasso di sviluppo in equilibrio poteva essere inteso come il saggio di sviluppo che si sarebbe verificato se la propensione al risparmio e il rapporto tra capitale e prodotto avessero raggiunto i valori desiderati o previsti dagli imprenditori. In caso contrario il sistema non avrebbe raggiunto valori di equilibrio tra domanda aggregata ed offerta aggregata. Il limite massimo di espansione del sistema, posto dalla crescita della popolazione, dalle risorse naturali e dalle conoscenze tecniche avrebbe definito il tasso di sviluppo naturale. Una situazione ideale sarebbe stata quella dove il tasso di sviluppo in equilibrio e il tasso di sviluppo naturale avrebbero coinciso con il tasso di sviluppo effettivo.

 

 

Harrod presuppone come Keynes che la condizione dell’equilibrio economico sia l’eguaglianza tra l’investimento ed il risparmio normale. Ma la sua formula ci propone di ammettere che l’investimento sia legato all’incremento del reddito nazionale e che invece il risparmio dipenda dall’ammontare del reddito nazionale stesso. Il saggio d’incremento del reddito nazionale viene deciso dai capi delle imprese e le decisioni di questi ultimi sono indipendenti da quelle relative all’investimento ed al risparmio. Bisogna secondo lui che l’economia si sviluppi ad un certo ritmo, ma la realizzazione del saggio di incremento desiderato rimane del tutto aleatorio in una economia di mercato lasciata a se stessa.

 


21 ottobre 2010

I postkeynesiani : variabili reali e variabili monetarie

Il terzo argomento che indusse gli allievi di Keynes a parlare di cambiamento di paradigma fu la relazione tra le variabili reali e le variabili monetarie. Tra Keynes e la teoria marginalista c’era una diversità di opinioni sul ruolo che la moneta svolgeva nel meccanismo di riproduzione della ricchezza. Nella teoria marginalista l’aspetto reale era dominante e la moneta svolgeva una funzione neutrale o strumentale, come mezzo di pagamento che agevolava le contrattazioni. Da questa idea di fondo scaturivano alcune conseguenze inevitabili :

·         Le forze che governavano la riproduzione e la circolazione della ricchezza erano identificate nella scarsità delle risorse e nei gusti dei consumatori

·         I rapporti di scambio fra le merci risultavano indipendenti dall’esistenza della moneta e il possesso di capitali monetari non conferiva alcun potere particolare

·         Infine risultava impossibile attribuire una caratterizzazione istituzionale ai soggetti economici poiché le decisioni di spesa dei consumatori avevano lo stesso peso delle decisioni d’investimento dei produttori

Nella teoria di Keynes invece la relazione tra aspetto reale ed aspetto monetario risultava invertita : il possesso di moneta era il fine ultimo della produzione e la circolazione dei beni era il presupposto, il mezzo per accrescere la ricchezza monetaria. La moneta pertanto giocava un ruolo attivo fin dalle prime fasi della produzione e,  oltre ad essere uno strumento per la circolazione era anche riserva di valore. Una riserva che consentiva di salvaguardare l’integrità del capitale in momenti di recessione e che conferiva potere : il potere di orientare la produzione mediante il flusso di investimenti nella produzione dei beni di consumo o di beni di investimento ed il potere di influire sulla distribuzione del reddito mediante il movimento dei prezzi che scaturiva dalla differenza tra volume dell’investimento e volume del risparmio. Dunque per gli allievi di Keynes teoria marginalista e teoria keynesiana erano il frutto di diverse visioni delle relazioni di produzione e distribuzione, sia per le ipotesi prescelte, sia per i risultati analitici raggiunti. Per proseguire lungo la strada indicata da Keynes bisognava assumere le nuove ipotesi e colmare le lacune di una costruzione teorica che risultava utile solo per la soluzione di problemi del breve periodo. Tre argomenti su cui bisognava puntare per estendere la rivoluzione keynesiana erano la teoria della crescita, la teoria della distribuzione e la teoria dei prezzi


20 ottobre 2010

I postkeynesiani : risparmio ed investimento

Una seconda inversione causale fu individuata dagli allievi di Keynes nel legame che univa le decisioni di investimento alle decisioni di risparmio. Nella teoria tradizionale era chiara l’ipotesi dell’esistenza di occasioni di investimento costantemente superiori al risparmio disponibile. Le decisioni d’investimento avevano un limite alla loro realizzabilità nelle decisioni di risparmio. Il saggio d’interesse svolgeva la funzione di selezionare i progetti d’investimento più profittevoli e di equilibrare per questa via la domanda e l’offerta di capitali mutuabili. Keynes spezzò anche questo legame teorico e sostenne da un lato che le decisioni di risparmio dipendevano essenzialmente dall’ammontare di reddito percepito (e solo in misura minore dal saggio d’interesse) e dall’altro che le decisioni d’investimento (da cui scaturivano i redditi dei soggetti) trovavano un limite nelle aspettative di profitto prima che nell’altezza del saggio d’interesse.

 

 

La formazione del risparmio poi non limitava il credito che le banche erano in grado di concedere. Le variazioni del saggio d’interesse dunque non erano in grado di rendere equivalenti la domanda e l’offerta di fondi mutuabili e le decisioni d’investimento non erano condizionate dalla preventiva formazione di risparmio ma erano essenzialmente autonome. Anzi le decisioni d’investimento, essendo all’origine della formazione del reddito, erano la causa principale della formazione del risparmio.

 

 


19 ottobre 2010

I postkeynesiani : la caduta della domanda effettiva

Non mancarono tuttavia dissensi da parte di quegli studiosi che avevano intravisto nelle ipotesi adottate per la costruzione delle curve IS-LM un sostanziale abbandono di Keynes ed un ritorno agli schemi di un equilibrio economico generale ed alla legge degli sbocchi di Say.

Del resto molti discepoli di Keynes non avevano mai convenuto sulla possibilità di integrare la teoria keynesiana nella cornice neoclassica. Le argomentazioni portate avanti da questi postkeynesiani riguardavano tre temi d’indagine : la funzione svolta dalla domanda effettiva, il ruolo autonomo degli investimenti, il ruolo della moneta e del credito.

 

 

Gli allievi di Keynes ritennero che il loro maestro avesse colto la ragione di fondo della grave disoccupazione degli anni ’30, individuandola nella caduta della domanda effettiva. Questa diagnosi però era il frutto di un modo di intendere le relazioni industriali moderne molto diverso da quello implicito nella legge degli sbocchi di Say. Nell’ipotesi di Keynes infatti i produttori non spingevano l’offerta a livello di massima utilizzazione degli impianti lasciando poi al mercato il compito di fissare il prezzo in funzione di una domanda che avrebbe assorbito l’intera produzione. I produttori invece valutavano il possibile livello della domanda (condizionati dalle aspettative) e, solo dopo questa valutazione, decidevano il grado di utilizzazione degli impianti e la quantità di manodopera da occupare. Il cambiamento di paradigma si evidenzia dal fatto che in Keynes la relazione tra offerta e domanda era invertita : era infatti la previsione della domanda a generare il livello della produzione e dell’offerta e non il contrario come era teorizzato dalla dottrina marginalista.


18 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : domanda di moneta ed inflazione

Il secondo argomento della teoria keynesiana che gli studiosi della sintesi neoclassica ritennero di dover sviluppare andando oltre le ipotesi della teoria generale fu la domanda di moneta. Keynes aveva sostenuto la instabilità della domanda di moneta nella componente speculativa. Un volume consistente di attività finanziaria in situazioni di instabilità dei mercati di borsa era destinato a suo parere a forme di investimento speculativo che attribuivano scarsa rilevanza al valore reale delle azioni. Ciò induceva altri operatori a comportamenti imitativi e ad ondate di acquisti e vendite che non avevano alcun legame prevedibile con le variazioni del saggio d’interesse. La politica monetaria in alcuni casi risultava inefficace perché i detentori di capitali in attesa di forme d’investimento redditizie preferivano detenere moneta in forma liquida. Gli studiosi della sintesi affrontarono invece il tema da un’altra angolazione. Essi giudicavano maggiormente rilevanti le valutazioni del presente piuttosto che le previsioni del futuro e ciò indusse a vedere nella domanda di moneta speculativa una scelta di portafoglio che i soggetti effettuavano valutando i guadagni e i rischi propri di ogni specie di titolo, compresa la moneta. La determinazione dell’ammontare della domanda di moneta speculativa in relazione alle variazioni del saggio d’interesse finì con il derivare da un problema di massimizzazione dell’utilità in relazione alla scelta tra moneta e titoli o tra titoli di diversa natura ed in considerazione dei rendimenti e dei rischi connessi a tale attività. La relazione definita instabile da Keynes tra domanda di moneta speculativa e saggio d’interesse, fu di nuovo ricondotta nell’ambito della stabilità.

 

 

Infine il terzo argomento che gli studiosi della sintesi approfondirono fu la spiegazione dell’inflazione. Per Keynes l’inflazione era il risultato di un eccesso di domanda sul mercato dei beni di consumo che non poteva essere annullato mediante un incremento della quantità offerta, data la piena utilizzazione dei fattori produttivi. In altri termini l’inflazione risultava essere la manifestazione dell’incapacità del sistema produttivo di assecondare incrementi della domanda. Se però si accoglieva la tesi di Keynes bisognava infatti trarre due conclusioni di non poco conto :

·         Che l’inflazione da eccesso di domanda poteva verificarsi solo dopo aver superato la barriera della piena occupazione

·         Che prima di aver raggiunto siffatta barriera ogni eccesso di domanda avrebbe indotto un incremento di occupazione e di produzione e non un incremento dei prezzi

Vennero gradualmente alla luce così due problemi connessi alla trattazione del problema dell’inflazione : il fatto che lo stesso Keynes sottolineasse la tendenza delle economie capitalistiche a permanere in condizioni di equilibrio di sottoccupazione collocava in secondo piano il problema teorico dell’inflazione. In secondo luogo risultava teoricamente non ammissibile la coesistenza di disoccupazione ed inflazione. Phillips sulla base dello studio di due serie statistiche (le variazioni percentuali dei salari nominali ed il tasso di disoccupazione) verificò empiricamente l’esistenza di una relazione fra le due variabili : ne risultò un fatto stilizzato (la relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari nominali). In realtà la relazione individuata era già stata scoperta ed utilizzata da Marx per dare ragione del carattere ciclico dello sviluppo capitalistico ed appare intuitivamente chiara la somiglianza della tesi di Phillips con la teoria sull’esercito industriale di riserva che collegava le variazioni del salario e dell’accumulazione al numero dei disoccupati. Tuttavia era mancata una spiegazione convincente capace di legare le dinamiche del mercato di lavoro e l’andamento dei prezzi. Lipsey sostenne che il caso descritto da Phillips poteva essere ricondotto al funzionamento di un mercato del lavoro concorrenziale. La stretta correlazione tra le due variabili mostrava che il lavoro, come ogni altra merce, aveva un suo prezzo di equilibrio determinato dal volume delle quantità di lavoro offerte e domandate. La disoccupazione non era altro che il risultato di un offerta di lavoro eccedente le richieste di mercato (circostanza che determinava una minima forza contrattuale dei lavoratori) e la piena occupazione il risultato di una domanda di lavoro superiore all’offerta. Samuelson e Solow si avvalsero della relazione individuata da Phillips per sostenere la tesi secondo la quale se si voleva raggiungere la piena occupazione bisognava accettare un tasso di inflazione elevato. A loro avviso era sufficiente assumere che l’aumento generale dei prezzi fosse uguale all’aumento dei salari meno l’aumento della produttività del lavoro. Se questa ipotesi aggiuntiva risultava praticabile la curva di Phillips mostrava la relazione tra il tasso di crescita dei prezzi (non più solo dei salari) e il tasso di disoccupazione consentendo di individuare così per ciascun tasso di disoccupazione il corrispondente tasso di aumento dei prezzi. Si consentiva così alle autorità politiche una possibilità di scelta tra diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Tuttavia ci furono anche severe critiche a questa correlazione : negli anni ’70 si mostrò in alcuni paesi una estesa disoccupazione in concomitanza con alti tassi di inflazione (stagflazione). E comunque la curva di Phillips rappresentò lo sviluppo teorico più significativo del keynesismo poiché consentì di superare il punto debole esistente nel modello della sintesi sui rapporti tra dinamica del mercato del lavoro e andamento dei prezzi. Alla barriera della piena occupazione come limite rigido oltre il quale un eccesso di domanda avrebbe innescato un processo inflazionistico venne sostituito un limite mobile che spiegava le ragioni per cui l’inflazione poteva sorgere anche in presenza di una disoccupazione frizionale.

Il modello IS-LM secondo Brancaccio trascurava le relazioni dirette tra domanda di merci e prezzi ed ammetteva pertanto la possibilità che il sistema economico, lasciato a se stesso, rimanesse incagliato in uno stato di disoccupazione permanente. La soluzione del problema venne fornita da Patinkin il quale diede sostegno teorico all’idea che una prolungata caduta dei salari e dei prezzi potesse determinare almeno in linea di principio l’aumento di domanda necessario ad assorbire i disoccupati. Le conclusioni di Patinkin permisero dunque di ricacciare la disoccupazione keynesiana nel novero dei fenomeni transitori ed al limite trascurabili

 

 

 

 

 


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