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30 novembre 2010

Giovanni Mazzetti : il comunismo non è uno stato di cose (l'astuzia della ragione)

Quando afferma che “il comunismo è la struttura necessaria ed il principio propulsore del prossimo futuro. Ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana”, Marx richiama la nostra attenzione su una distinzione essenziale tra ciò che costituisce il principio dinamico sottostante al processo di trasformazione in corso, che corrisponde a ciò che gli uomini fanno, e i risultati che conseguono da tale processo, che corrisponde a ciò che essi di volta in volta ottengono come processo. Ed è proprio perché è in grado di tenere presente questa distinzione essenziale che Marx nega che la comunità possa essere razionalmente definita come un particolare stato di cose da instaurare.

Egli ha costruito la sua analisi in piena coerenza con un principio enunciato da A. Ferguson “Gli uomini nel seguire il sentimento presente nelle loro menti, sforzandosi di rimuovere le difficoltà o di raggiungere vantaggi alla loro portata giungono a risultati che neppure la loro immaginazione avrebbe potuto prevedere e, come gli altri esseri viventi, procedono sul sentiero della loro natura senza percepirne il fine…ciascun passo ed ogni movimento della moltitudin, persino nelle epoche che si definiscono illuminate, sono compiuti con eguale cecità riguardo al futuro, e le nazioni inciampano in istituzioni, che sono il risultato non voluto dell’azione umana”.

Il comunismo non può, per questo ineliminabile principio dell’azione umana, porsi come disegno da realizzare, senza assumere con ciò stesso una forma irrazionale ed utopistica.

 

Qui Mazzetti fa tesoro della lezione della storia che comunque ha visto conseguenze inintenzionali dell’azione umana. Di questa lezione si fa mentore oggi chi segue von Hayek che vede lo stesso mercato come istituzione che è frutto inintenzionale dell’azione di milioni di esseri umani, ma in realtà gli antecedenti sono Lao-tzè ed Eraclito, gli Stoici, Ferguson, Hegel e Wundt. Si pensi ad Hegel quando dice che la ragione “utilizza ogni cosa e realizza i propri scopi segreti mediante avvenimenti che sembrano agli uomini arbitrari e insignificanti. Essa lusinga gli uomini con l’esca dell’interesse personale e con ciò realizza la propria opera”.

Per un comunista tenere presenti questi limiti è importante, perché ancora con questa metodologia di analisi egli dovrà interpretare il fallimento del socialismo reale novecentesco, nella sua versione autoritaria ed in quella socialdemocratica. E tuttavia il comunista deve elaborare un progetto sia individualmente, sia insieme agli altri, pur sapendo che l’astuzia della ragione lo porterà magari da un’altra parte. Alla risultante impersonale degli interessi e delle passioni, bisogna cercare di sostituire la sintesi intersoggettiva delle  ragioni e delle passioni.

Ribadire la necessità del limite soggettivo è importante, per non cadere di nuovo nel socialismo utopistico. Ma non si può rimanere nell’abbandono nudo e crudo di questa soggettività, ma cercare di costituire nuovi livelli di soggettività, in armonia con il retaggio lasciatoci da Kant in “Cos’è l’Illuminismo” e da Marx nella prima pagina de “Il Manifestoo del paragone tra l'ape e l'architetto

 


23 novembre 2010

Il nostro risciò

Ma non vedete ?

Speravamo che la crisi fosse il momento della verità, il momento in cui il liberismo e il salasso delle classi lavoratrici sarebbe finito.

Invece il capitalismo bastardo e i suoi corifei (tra cui c’è anche il Pd e i sindacati gialli) sta passando dal torto alla ragione, trasformando la crisi da crisi del debito privato a crisi del debito pubblico, con la speculazione che costringe alla resa Grecia e adesso Irlanda.

Gli Stati salvano le banche, e gli investitori (tra cui le banche) affossano gli Stati perché hanno aiutato le banche.

Per cui alla fine le banche saranno salvate dai lavoratori che da loro disperano di avere un prestito qualsiasi. Come i macilenti servi che corrono portando il risciò con i loro padroni impazienti, ma comodamente seduti.

 

Sarebbe interessante domandare, anche agli economisti più schierati, quando il debito pubblico ha cominciato ad andare nelle mani di investitori spesso stranieri, più consistenti e più in grado di muoversi. E se c’è stato qualcuno che allora abbia gridato al lupo. Forse solo Augusto Graziani


17 novembre 2010

La razza e l'origine nera della specie

Due temi interessanti scaturiscono dallo studio della storia genetica delle popolazioni :

  • Il concetto di razza. L’antropologia dell’Ottocento stabilì una relazione tra le differenze cromatiche esistenti tra i popoli e la divisione di questi in gruppi razziali. Ai tre colori fondamentali (bianco, giallo e nero) si associarono i caucasoidi, i mongoloidi e i negroidi. Queste classificazioni razziali non hanno alcun significato biologico : anche per il colore è possibile che le variazioni tra individui della stessa popolazione siano superiori alle differenze tra due presunte razze. Le popolazioni umane sono entità molto instabili e si sovrappongono se solo si considerano geni isolati ed in quasi tutte le popolazioni sono presenti tutti gli alleli, però con differenti frequenze. I confini tra popolazioni diventano sempre meno definibili man mano che si raffina lo strumento di analisi. Attraverso complesse ricognizioni è possibile identificare certi raggruppamenti di popolazioni ma con una validità solo probabilistica. Dai dati genetici emerge un quadro di popolazioni umane essenzialmente omogeneo e progressivo nel variare dei tratti. Dunque anche la genetica conferma l’assurdità di una pretesa superiorità razziale e l’inconsistenza del concetto di razza.
  • L’ipotesi di un origine nera della nostra specie. Se si combinano differenti sistemi biochimici per comparare le diverse popolazioni umane, i risultati mostrano una forte rassomiglianza tra europei ed asiatici, mentre più staccati sono gli africani. I primi due gruppi hanno condiviso un progenitore comune attorno ai 40.000 anni fa, mentre la discendenza comune con gli africani risale a ben 140.000 anni fa. Con l’analisi del DNA si è dimostrato che il più antico DNA mitocondriale moderno è di origine africana ed ha circa 200.000 anni, mentre quello degli altri continenti è molto più recente.  


16 novembre 2010

Genetica e storia delle popolazioni

Grazie alla genetica delle popolazioni è possibile ridisegnare la storia primitiva rintracciando la provenienza delle diverse popolazioni sparse sul pianeta.

Ad es. i dati genetici sembrano confermare le ipotesi paleoantropologiche fino ad un’epoca superiore ai 30.000 anni. In quel periodo si ha un’interessante dato per quel che riguarda i Boscimani e gli Ottentotti un tempo ritenuti i veri aborigeni d’Africa. I valori genetici dicono invece che questa popolazione è intermedia tra l’Africa e l’Asia occidentale. È possibile che essi (detti anche Khoi-san) abitassero in origine le aree dell’Africa orientale dove avvenne l’ibridazione, data la vicinanza geografica con le popolazioni asiatiche. In Africa invece i Caucasoidi (simili agi europei di pelle chiara e cranio arrotondato) arrivarono attraverso la penisola iberica circa 20.000 anni fa : i Berberi sono le rimanenze di tali popolazioni. Arabi e Beduini arrivarono invece in epoche più recenti.

 

 

I dati genetici indicano per le regioni centrali dell’Africa due espansioni indipendenti : una in Senegal occidentale e l’altra tra Niger, Mali e Burkina Faso. Si ebbe poi una spinta migratoria verso sud testimoniata dai dati genetici della Nigeria. La diffusione delle tecniche della metallurgia del ferro, a partire dal secolo VI, permise lo sfruttamento della foresta pluviale attraverso le tecniche di disboscamento. È il momento dell’espansione Bantu (il termine significa “gli uomini”) che hanno rappresentato per l’Africa ciò che il latino e la sua cultura sono stati per l’Europa. Si tratta di un gruppo linguistico più che una popolazione, originatosi tra la Nigeria e il Camerun per poi dilagare in tutto il continente.

L’Africa orientale, dopo che i Khoi-san migrarono a sud, divenne un luogo di forte ibridazione : il Nilo garantiva una penetrazione nord-sud, mentre il Mar Rosso garantiva uno scambio con la penisola arabica. Comunque le mappe genetiche dell’africa non riescono a risolvere il punto dell’origine del tipo negroide, in quanto anche i presunti proto-africani hanno un patrimonio genetico misto. Essi rimangono un mistero genetico.

L’Asia invece è il continente più esteso e complesso per quanto riguarda la genetica. Non esistendo vere e proprie barriere geografiche tra Europa ed Asia è più giusto considerarli insieme un unico continente (Eurasia). I ricercatori suddividono l’Asia in cinque regioni : Vicino Oriente, Asia meridionale, Asia Sudorientale, Africa Nordorientale ed Artico. L’area più omogenea geneticamente è il Vicino Oriente, ciò forse a causa dei 10.000 anni di agricoltura e di sviluppo urbano che hanno permesso una maggiore stanzialità.

Per quanto riguarda l’Asia nel suo insieme, le mappe geniche tracciano un confine abbastanza netto sull’asse est-ovest, con i caucasoidi ad ovest ed i mongolici ad est, mentre questi ultimi si dividono in settentrionali e meridionali. Ci sono prove che in un remoto passato l’Asia meridionale sia stata abitata da popolazioni negroidi la cui origine si può datare tra 100.000 e 50.000 anni fa. Gli europei tendono ad essere intermedi, geneticamente parlando, tra i negroidi ed i mongolici. Gli antenati dei moderni caucasoidi e degli eurasiani del Vicino Oriente possono essersi evoluti sia nell’Africa nordoccidentale, sia in Asia occidentale, sia in Europa meridionale da una popolazione originata in Africa poco prima di 100.000 anni fa. Invece la migrazione di ominidi moderni verso l’Asia sudorientale e l’Australia pare sia avvenuta attorno ai 70.000 anni fa con ipotesi di origine in Africa orientale. Tale migrazione però presuppone una minima capacità di navigazione di cui l’archeologia non ci ha fin ora fornito alcuna prova.

Gli eurasiani invece ebbero una diffusione intensa intorno ai 40.000 anni fa, diffondendo il loro patrimonio genetico in tutte le direzioni (Asia nordorientale, Artico, America, Vicino Oriente, Europa).

Alcune mappe geniche indicano un imprevisto centro di irradiazione nel mare del Giappone ed è noto dai dati archeologici ebbe un picco di popolazione intorno ai 20.000 anni fa.

Lo sviluppo invece delle tecniche agricole circa 10.000 anni fa permise una forte irradiazione di chi abitava in medio oriente in quattro direzioni : a nordovest verso Anatolia ed Europa, a sudovest verso l’Egitto, ad est verso l’Iran e l’India, a nord verso le steppe dell’Asia Centrale.

Alla fine della glaciazione il clima europeo divenne favorevole per l’agricoltura, anche se si riscaldò più tardi che nel Vicino Oriente. In questa nicchia si avventurarono gli immigranti anatolici con semi e zappe, mescolandosi con i raccoglitori locali : le densità maggiori si raggiunsero sulle coste del mediterraneo. Fu così che, oltre alle dotazioni geniche del medio oriente entrarono in Europa i linguaggi cosiddetti indoeuropei originari proprio dell’Anatolia. Analogo sviluppo in periodi più recenti lo ebbero Iran, Pakistan ed India. In questo modo a partire dal lato orientale della Mesopotamia si diffusero verso oriente le lingue dravidiche. Invece il Nord Africa offriva minori opportunità a causa della desertificazione del Sahara iniziata circa 8.000 anni fa.

Le steppe settentrionali dell’Asia non erano favorevoli all’agricoltura, ma diedero spazio all’allevamento del bestiame : popoli pastori nomadi addomesticarono il cavallo e si diffusero a partire da 4.000 anni fa con la massima espansione presso le tribù mongole. Era comunque da alcuni millenni che i pastori nomadi dall’Asia settentrionale organizzavano cicliche invasioni dell’Eurasia esportando i dialetti indoeuropei ed altaici.

Gli sviluppi agricoli e di popolamento dell’Asia orientale furono un po’ diversi a causa dei problemi di acclimatamento dei vari prodotti su latitudini diverse da quelle mediorientali. Il nord della Cina affinò la coltivazione del miglio, mentre a sud si sviluppò quella del riso. Le differenze genetiche tra nord e sud della Cina furono rafforzate da questa separazione culturale. L’unità della Cina si ebbe nella seconda parte del primo millennio a.C., ma portò solamente ad una unificazione linguistica senza interferire eccessivamente con le caratteristiche genetiche delle varie popolazioni.

L’Asia sudorientale rimane differente dall’area cinese, anche se le relazioni tra di esse sono evidenti. Comunque le differenze con le popolazioni cinesi del nord sono più marcate di quelle con le popolazioni del pacifico : i mongolici dai caratteri più estremi si trovano nella Siberia meridionale con una progressiva attenuazione procedendo verso sudest. Se vale l’ipotesi multi regionale, i mongolici hanno tratti molto antichi.

L’Europa ha il maggior numero di dati disponibili per la realizzazione di una mappa genica : sembra che l’uomo moderno a partire dall’Asia occidentale si sia diffuso senza eccessivi mescolamenti in tutta Europa. Dato che le popolazioni dell’uomo moderno si svilupparono durante una glaciazione, è probabile che le anomalie geniche dimostrate in alcune zone della penisola iberica (baschi) e della Francia meridionale derivino dall’isolamento tra le varie aree ghiacciate dell’Europa intorno a 18.000 anni fa. Probabilmente nel paleolitico superiore le lingue europee dovevano essere del tipo rappresentato dal basco e dai dialetti caucasici.

Tra i 10.000 e i 6.000 anni fa entrarono lentamente in Europa le tecniche agricole, attraverso le popolazioni provenienti dall’Anatolia. Fu questo il periodo in cui penetrarono le lingue indoeuropee che soppiantarono completamente quelle caucasiche. In questa fase le mappe geniche mostrano una situazione multi geniche molto regolare che rimarrà stabile per un lungo periodo di tempo. In Europa esistono due gruppi linguistici predominanti : l’indoeuropeo e l’uralico. Le mappe geniche evidenziano una separazione tra queste due popolazioni : l’uralico ebbe origine dalle regioni artiche al confine tra Asia ed Europa. L’origine genetica di questi uomini pare essere un misto di caucasoide e mongolico.

Successivamente all’arrivo degli indoeuropei, si assiste in Europa all’arrivo di una nuova ondata indoeuropea, di una tipologia definita Kurgan, evolutasi a nord del caucaso e del Mar Nero. Lo stimolo per questa seconda invasione fu la domesticazione del trasporto su carri trainati da buoi e cavalli. Nonostante questa seconda ondata l’Europa centrale mostra comunque una generica omogeneità genica.

 


15 novembre 2010

Ipotesi sull'origine evolutiva dell'uomo

L’origine evolutiva dell’uomo moderno non è molto chiara e ci sono due ipotesi :

  • Ipotesi multi regionalista : gli esemplari arcaici derivati direttamente da erectus in Africa, Asia ed Europa avrebbero dato origine a diverse popolazioni di sapiens moderno (compreso il Neandertal). Si tratterebbe di un’evoluzione parallela con una variazione di popolazione molto antica e con tratti riconoscibili che collegano popolazioni antiche e moderne. L’anatomia fondamentale simile delle varie popolazioni dell’uomo moderno verrebbe spiegata da un modello di tipo centro-periferia. Ad es. la grande variazione riscontrata tra gli australiani del Pleistocene e gli aborigeni moderni viene spiegata come il risultato di un evoluzione locale a partire dall’homo erectus dell’Indonesia (centro) combinatasi con la migrazione o il flusso di geni a partire dall’Asia continentale in epoche successive (periferia).
  • Modello arca di Noè che vede derivare tutti gli uomini moderni (Neandertal a parte) da una singola popolazione di età relativamente recente. Le caratteristiche razziali delle moderne popolazioni si sarebbero evolute dopo la speciazione dell’homo sapiens moderno. Questi uomini moderni sembrano aver lasciato tracce molto antiche (120.000 anni fa) in Sudafrica. Da lì sarebbero progressivamente saliti fino in Europa ed in Asia a sostituire l’uomo di Neandertal. A questo punto, intorno ai 35.000 anni fa l’homo sapiens moderno resta l’unico bipede di origini scimmiesche sulla terra.

 

 

Anche nell’antropologia e nella paleontologia ci sono spiegazioni monistiche o pluralistiche. Si tratta di uno schema mentale che si applica spesso

La cosa importante però è che si sostanzi, cioè che l’ipotesi monista si determini (dove ? chi ?) e così quella pluralista (qui l’onere della prova è più pesante).

Quella monista dovrebbe escludere ad es. che il pitecantropo di Giava o il Sinantropo abbiano avuto una discendenza evolutiva

 

 

 


12 novembre 2010

l'Homo sapiens e la plasticità del suo cervello

Un homo sapiens anatomicamente moderno è caratterizzato da una generale gracilità dello scheletro con ossa sottili e muscolatura meno sviluppata dei suoi antenati. Probabilmente questo è il risultato del controllo ambientale ad opera della tecnologia con una forte riduzione delle pressioni selettive dovute a consumi energetici ed al clima. Il massimo risultato con il minimo sforzo.

Il corso di vita dell’uomo moderno prevede la nascita di un’infante inetto, dal cervello non pienamente sviluppato. La maturità cerebrale si ottiene solo al secondo anno di vita, permettendo così una diretta plasticità tra cervello ed ambiente al contrario di quello che avviene per gli altri primati in cui l’intelligenza è geneticamente programmata. La crescita e la dipendenza sono molto lunghe e la maturità sessuale viene raggiunta molto più tardi che non nelle scimmie antropomorfe. L’aspettativa di vita degli umani va bene al di là dell’età riproduttiva. Dunque il lento sviluppo e la sopravvivenza di elementi anziani della specie sono messi in relazione con il valore adattivo della trasmissione culturale intragenerazionale : gli anziani forniscono informazioni avendo la sussistenza garantita dai più giovani. Tale modello umano del corso di vita è tipico dell’uomo moderno e forse non era condiviso dagli ominidi precedenti

 

 

 

Tale processo di indebolimento fisico dell'individuo è collegato alla riduzione delle differenze sessuali rispetto ad altri animali ? La possibilità di un equivalenza maschio/femmina si origina da questo dato evolutivo ?

La plasticità del cervello nasconde anche delle insidie ? Ad es. l’abbinamento televisione/cervello infantile può in pratica togliere a genitori e scuola il controllo dell’educazione della prole ?

 

I bamboccioni sono un risultato ultimo dell'aumento della dipendenza della prole ?

 

Il progresso tecnologico non mette in crisi il modello educativo, togliendo agli anziani la funzione informativa e formativa ?

 


11 novembre 2010

Neanderthal

Le popolazioni musteriane fecero un ampio uso delle caverne come abitazione. Le popolazioni dell’uomo di Neandertal a causa delle glaciazioni non riescono a sopravvivere basandosi esclusivamente sulla raccolta di vegetali e dunque debbono fare sempre più riferimento alla caccia. Data la riduzione delle grandi faune gli uomini di Neandertal non sono più cacciatori di grandi animali, ma devono cacciare una più vasta gamma di selvaggina collocandosi come predatori opportunisti. In passato si è pensato anche ad uno sviluppo di comportamenti simbolici : cannibalismo rituale, sepoltura sul letto di fiori, asportazione del cervello per usi rituali. Ma queste ipotesi sono state gradatamente ridimensionate (il letto di fiori era dovuto alla stagione, il buco vicino all’orbita oculare era causato da fattori naturali). Certo l’uomo di Neandertal faceva uso di ocra e manganese per dipingersi il corpo e talvolta perforava denti ed ossa. Inoltre è stato trovato un individuo neandertaliano che si era spezzato il braccio destro in giovane età, ma che aveva tuttavia raggiunto l’età adulta testimoniando una cura parentale ed un livello di assistenza insospettabili per quell’epoca. In Slovenia è stato trovato un corto flauto in osso con tre buchi di tale periodo, il più antico strumento musicale elaborato conosciuto (a parte i semplici strumenti a percussione).

 

 

L’uomo di neandertal si estingue circa 35.000 anni fa e come ciò sia successo è ancora oggetto di serrato dibattito. Le popolazioni musteriane ad un certo punto vengono sostituite da forme più moderne di homo sapiens probabilmente provenienti dall’Africa : si è pensato ad un genocidio, ad un decremento demografico dovuto alle scelte sessuali delle femmine di Neandertal. Ma l’ipotesi più probabile è che dopo un certo periodo di coesistenza tra le due specie, le strette climatiche hanno selezionato quella tecnologicamente più raffinata e con un incremento demografico più marcato : si tratta dell’uomo di Cro-Magnon, un homo sapiens perfettamente moderno.

 

La glaciazione ha ridotto la ricchezza prodotta in abbondanza dalla natura e costringe maggiormente l’uomo a confrontarsi con risorse scarse. La scarsità di risorse genera la maggiore ampiezza del raggio di azione e la scelta di metodi più cruenti per il conseguimento dei propri obiettivi primari.

Il maggiore freddo consente maggiormente la conservazione del cibo e anche dei morti, per cui compare il culto dei morti stesso

 


10 novembre 2010

Evoluzione delle funzioni linguistiche

Nel frattempo si assiste all’evoluzione delle funzioni linguistiche. Anche gli animali hanno un linguaggio in quanto comunicano informazioni ai membri della propria specie. Molti esperimenti sugli scimpanzé ed i gorilla hanno dimostrato  la loro capacità di astrazione e di formulazione di pensieri attraverso segni o scelte di simboli, ma mai attraverso la fonazione. Il linguaggio parlato degli uomini è di ben altro livello, ed è così tipicamente umano che, se parlate ad un bambino in lui si innesca un’intensa attività cerebrale, con micromovimenti muscolari coordinati in risposta ai suoni delle parole. Anche le funzioni biologiche più elementari vengono sconvolte mentre si parla : varia la frequenza di respirazione e l’anidride carbonica viene espulsa ad un ritmo diverso dal normale. Se si respirasse usando quella frequenza senza parlare, si avrebbe iperventilazione con conseguenti vertigine e stordimento. Se invece si varia il ritmo della portata, non si avverte alcun disagio e si è in grado di emettere parole senza stancarsi mai. Gli studi di linguistica hanno messo in luce che nell’uomo esiste una sorta di programma genetico che adatta l’uomo all’apprendimento del linguaggio parlato, apprendimento troppo complesso perché l’individuo lo possa ricavare esclusivamente dall’ambiente dopo la nascita. Tutto questo indica un programma anatomico che si deve essere evoluto molto anticamente.

 

 

Lo studio della fonazione umana pone particolare attenzione alla posizione della laringe (la cassa di risonanza della voce) nel collo. La sua posizione influenza il modo con cui si respira, si inghiotte e si vocalizza. La laringe dei mammiferi è posta molto in alto nel collo, in una posizione che permette all’animale di respirare e bere contemporaneamente ma inibisce l’attività della faringe, che serve a modulare i suoni emessi dalle corde vocali. Perciò agli animali è impossibile parlare. negli esseri umani, questa configurazione della laringe si ha solo nei neonati, che devono poter respirare mentre bevono il latte materno. Con lo sviluppo, attorno al secondo anno di età, la laringe scende permettendo l’azione della faringe e da quel momento si comincia a parlare chiaramente. Gli anatomisti hanno trovato una relazione tra la posizione della laringe e la forma del basicranio, la parte che poggia sulla colonna vertebrale : un basicranio appiattito corrisponde ad una laringe alta, mentre uno molto arcuato si trova nella specie umana. Il basi cranio degli australopitechi è appiattito, come pure quello dell’homo habilis e dunque essi probabilmente non avevano un linguaggio parlato come il nostro. I resti di homo erectus mostrano chiari segni di incurvamento del basicranio  a partire da 1,5 milioni di anni fa e quindi pare che l’homo erectus sia stato anche il responsabile dell’origine del linguaggio parlato.

 

Mentre negli animali non è possibile parlare, perché deve essere possibile nutrirsi e respirare nello stesso tempo, negli uomini non è possibile nutrirsi e parlare nello stesso tempo. L’uomo forse è ciò che mangia, ma ha bisogno allora di parlare perché ha bisogno di riferirsi a ciò che non è. Il mantra diventa allora il modo di allenare l’uomo a parlare e respirare all’unisono, a meglio tematizzare il non-essere dell’uomo, il suo Ganz Anderes. Mentre nel mangiare l’altro diventa proprio, nel parlare il proprio diventa Altro.


9 novembre 2010

Tecnologia della pietra ed evoluzione

Il perfezionamento della tecnologia della pietra e il comportamento gregario tipico dei primati, consentì ai gruppi di homo erectus di accumulare un sempre maggiore quantitativo di scorte di cibo, mentre il taglio delle pelli portò alla creazione dei primi indumenti per proteggersi dal freddo. L’utilizzo regolare del fuoco consentì invece la costruzione di ripari non occasionali, vere e proprie capanne fatte di vegetali oppure di pietre. Questo ominide diventa in grado di controllare l’ambiente in cui vive : egli diventa predatore pur non avendo zanne ed unghie, non subisce il clima pur essendo privo di pelo e riesce a vivere di notte pur essendo un animale diurno. Il superamento dei limiti anatomici e delle pressioni ambientali consente ad esso di evolversi progressivamente in molte parti del mondo. Fu proprio questa capacità di gestire l’ambiente che gli consentì prima la sopravvivenza e dopo causò la sua estinzione. Il superamento di difficoltà climatiche, la cottura dei cibi, le armi consentivano la sopravvivenza di moltissimi individui che sarebbero stati naturalmente falciati dalla selezione. L’affinamento di culture adatte ad ambienti specifici isolò alcune popolazioni secondo criteri di confini culturali, difficili da superare quanto le barriere geografiche. Si ebbe così la frantumazione di numerose piccole popolazioni di homo erectus, con caratteristiche specializzate. In queste piccolo popolazioni l’evoluzione è più rapida, in quanto i caratteri si fissano con brevi cicli generazionali.

 

Attorno ai 300.000 anni fa in Africa cominciano ad apparire degli ominidi derivati dall’homo erectus che però mostrano caratteri anatomici evoluti nella direzione della nostra specie : sono i primi individui dell’homo sapiens arcaico. Molto probabilmente la nascita di questa specie è stata con origine multi regionale. In Europa i resti di questa specie vengono posti all’interno della categoria homo neanderthalensis (uomo di Neandertal).quest’ultimo risulta essere un mistero : si tratta effettivamente di una sottospecie dell’homo sapiens arcaico o si tratta di una specie a sé, distinta e parallela all’homo sapiens ? La seconda ipotesi sembra farsi strada negli ultimi decenni. La cultura musteriana tipica dell’uomo di Neandertal presenta un totale controllo della fatturazione della pietra. Gli oggetti hanno forme precise e raffinate, con chiara corrispondenza ad utilizzi differenziali : si hanno punte triangolari che possono essere immanicate e trasformate in lance. Le pelli vengono pulite con raschiatoi, gli utensili da taglio sono sottili e bifacciali. Si sviluppa la cosiddetta tecnica di Levallois che ha portato ad enormi vantaggi nella gestione della pietra come risorsa non rinnovabile. Tale tecnica infatti consente di ottenere schegge molto sottili lasciando il nucleo delle selci ancora efficiente per il distacco di altre schegge.

 

In realtà si deve dire che la limitata capacità dell’uomo di incidere nel suo ambiente e il miglior adattamento all’ambiente locale tramite le prime innovazioni tecnologiche e cognitive ha prodotto la frantumazione in piccole comunità isolate. Se l’uomo primitivo in questa fase avrebbe saputo incidere sull’ambiente, si sarebbe potuto più facilmente spostare. Dunque si deve dire che le innovazioni suddette hanno permesso un miglior adattamento al proprio ambiente specifico, ma non una capacità più generale dell’uomo di incidere sull’ambiente.

 

 


8 novembre 2010

Gli inizi dell'evoluzione umana

Secondo alcune teorie paleontologiche l’utilizzo delle mani svincolate dalla deambulazione consentì ad alcuni ominidi di accelerare la propria evoluzione : le mani, oltre a permettere un più rapido approvvigionamento del cibo, con il passare del tempo permise l’uso e la costruzione di utensili. I cosiddetti australopitechi gracidi (africani) innescarono la più grande rivoluzione culturale del regno animale, quella che si chiama evoluzione esosomatica la quale non avviene mediante modificazioni corporee, ma grazie all’utilizzo di manufatti. Questo fu possibile proprio in quanto tali ominidi risultavano incapaci di procurarsi il cibo con la forza, essendo privi di proprietà corporee (zanne, unghie) che consentissero loro di farlo.

 

 

Moltissimi animali fanno uso di strumenti. Ma solo l’uomo riesce ad utilizzare un utensile per fare uno strumento :gli scimpanzé usano martelli di pietra per schiacciare le noci. Ma fu solo un ominide quello che prese una pietra e con questa ne percosse un’altra per trarne una scheggia tagliente ed un nucleo che gli consentissero di sfruttare le risorse della savana. La scheggia pulisce cortecce, sventra tuberi, taglia rami. Il nucleo trita semi, scava il suolo, tagliuzza radici, rompe ossa. L’uso combinato di entrambi sostituisce a meraviglia zanne ed unghie. I più antichi strumenti conosciuti sono alcuni piccoli frammenti di quarzite provenienti dall’Etiopia, e che hanno 2,5 milioni di anni. Essi rappresentano la separazione definitiva tra l’Australopithecus e l’homo. L’Australopiteco africanus è probabilmente l’antenato dell’homo habilis. Quest’ultimo aveva un cervello in espansione contenuto in una calotta cranica tendenzialmente arrotondata, la riduzione delle cavità orbitali e delle dimensioni dei denti ed una maggiore proporzione delle parti del corpo. Molto probabilmente questo ominide faceva uso di un linguaggio gestuale, accompagnato da segnali vocali semplici, ma nel suo cervello c’erano già i presupposti necessari all’evoluzione del linguaggio simbolico attraverso l’uso di parole. Tuttavia l’homo habilis, avendo braccia comunque lunghe rispetto alle gambe, manteneva almeno nelle braccia la capacità di arrampicarsi sugli alberi : da un lato essi usavano strumenti di basalto e quarzite per scavare radici o stanare insetti. Ma al primo segnale di pericolo essi si potevano rifugiare sulle cime degli alberi. Dopo l’homo habilis si sviluppò la specie dell’homo erectus che aveva un volume cerebrale di poco inferiore al nostro però con un cranio basso di profilo e molto allungato all’indietro e con le orbite oculari molto pronunciate, tutte proprietà in controtendenza evolutiva. L’homo erectus è un individuo alto, proporzionato, con un cranio pronunciato ed un fisico robusto. Egli con la tecnologia ereditata dall’homo habilis sarà il protagonista assoluto dell’evoluzione umana, userà il fuoco, indosserà degli indumenti, comincerà a parlare, costruirà capanne e userà strumenti bifacciali. Egli raffinerà la tecnologia della lavorazione della pietra, inventando l’amigdala e cioè un ciottolo lavorato su entrambe le facce e dunque tagliente da entrambi i lati : esso era difficile da usare proprio perché molto tagliente e dunque non veniva usato per scuoiare gli animali o in genere come coltello, ma serviva per scavare radici o per tritare vegetali. L’homo erectus fu anche quello che cominciò ad usare consapevolmente il fuoco, inizialmente non tanto per la cottura dei cibi quanto per sconfiggere il freddo e rischiarare il buio. Probabilmente attorno al fuoco acceso si alimentò la funzione narrativa e dunque si sviluppò il linguaggio parlato e la trasmissione culturale.

 

Il rapporto della mano con la civilizzazione è implicito non solo nei moderni studi antropologici, ma anche nella filosofia di Giordano Bruno e nel nome accadico del territorio che ha visto la culla della civiltà urbana e cioè Sumer (terra coltivata ?) dove sembra esserci la radice sumerica “su (sciu)” che significa “mano”.

Inoltre è’ in realtà controverso asserire che gli animali non si sappiano costruire utensili, in quanto l’esempio dell’uomo primitivo che con una pietra modella un’altra pietra è piuttosto specifico (l’uccello che costruisce un nido, non costruisce uno strumento per consentire la gestazione della uova ?). E’ meglio dire che l’uso della mano consente all’uomo primitivo di costruirsi progressivamente una molteplicità di strumenti il cui uso a sua volta ne implementerà le capacità cognitive e pratiche

 

 

 


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