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31 dicembre 2010

Mazzetti : la soggettività positiva

Se il punto di partenza delle vicende umane fosse stato una sorta di Robinson Crusoe, teso ad entrare strumentalmente in rapporto con altri esseri umani a fini economici o politici, è evidente  che tutte le capacità che, come specie, gli esseri umani hanno acquisito, si sarebbero linearmente accumulate per somma nel corso del processo di integrazione sociale. La storia non sarebbe l’atto di origine dell’uomo, bensì lo svolgersi di un processo caratterizzato sin dall’inizio dal potere di una piena soggettività. Il problema di come consentire agli individui di divenire individui completi con il quale Marx identifica il procedere verso il comunismo, risulterebbe così essere un falso problema. Se invece la separazione degli individui si presenta essa stessa come un momento dello sviluppo, che si realizza attraverso la negazione ed il superamento di preesistenti legami, nell’ambito dei quali erano state già prodotte non poche capacità, tutto diventa più problematico.

 

Occorre infatti verificare se il modo attraverso il quale gli individui autonomi sono diventati tali non lasci sussistere elementi contraddittori nella forma della loro stessa vita sociale, e se la soggettività da essi conquistata abbia conseguentemente raggiunto una forma matura e corrispondente a ciò che astrattamente si intende con il termine umanità.

Vale a dire che si deve decidere se la definizione dell’umanità dell’uomo debba limitata ad essere svolta in termini puramente negativi o in termini positivi, come misura del grado di costituzione di un mondo realmente opposto a quello puramente animale.

 

 


30 dicembre 2010

Mazzetti : lo scambio ed il gregario

La convinzione largamente diffusa non solo al livello del senso comune, ma anche tra gli studiosi ortodossi di scienze sociali, è cioè che la società sia un qualcosa di consapevolmente e liberamente posto da esseri originariamente indipendenti per realizzare i propri fini individuali. Per dirla con Dahrendorf, che condivide questo travisamento, che persone diverse abbiano dovuto creare istituzioni comuni per sopravvivere e far avanzare il proprio destino.

 

 

Si tratta di una idea assurda : l’uomo infatti non inizia il suo cammino isolatamente, ma piuttosto si isola attraverso il processo storico. Originariamente si presenta come un essere gregario. Lo scambio stesso è uno dei mezzi principali di questo isolamento. Esso infatti rende superfluo il gregarismo e lo dissolve.

 

 


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19 dicembre 2010

Galbraith : la retorica della libertà di scelta

E’ un dato di fatto che i media e i politici esercitino nelle campagne elettorali un’opera di persuasione sugli elettori. Grandi somme sono stanziate a questo scopo, tutt’altro che di nascosto. Ma è ai consumatori, non agli elettori, che si rivolgono le ancor più vaste, costose e sofisticate tecniche di persuasione legate alla gestione del mercato. Nemmeno l’abbinamento a notiziari e programmi di intrattenimento è trascurato, pur di conquistare il favore del potenziale acquirente. Le spese corrispondenti sono considerate normali e contabilizzate come tali. Altrettanto normale è giudicato l’impiego dei migliori e più pagati talenti della musica pop, del cinema e del teatro.

 

 

Per questi professionisti un elevato livello di creatività e compensi altrettanto elevati rappresentano la norma. Non meno dell’elettore ha diritto a diverse opzioni. E alcuni ne approfittano ed adottano uno stile di vita esterno al sistema, che tende ad essere giudicato eccentrico. Ma la possibilità di scegliere e l’uso che se ne fa non diminuiscono, per quanto riguarda il mercato, l’efficacia della persuasione. La teoria e l’insegnamento dell’economia sono ovunque molto lontani dalla realtà, tranne che nelle business school.

 

 

 

 

 

 


18 dicembre 2010

Galbraith : la retorica del consumatore

Cambiare nome al nostro sistema economico è servito a sottolineare la sovranità del consumatore. Parlare di mercato significa affermare che in economia l’ultima parola è di chi ha la facoltà di comprare o non comprare. Ovvero, sia pure con qualche distinguo, è il consumatore a condurre il gioco. Le sue scelte definiscono la curva della domanda. Come le elezioni sanciscono il potere dell’elettore, così nella vita economica la curva della domanda sancisce il potere del consumatore.

 

 

Purtroppo entrambi i termini del paragone celano un non trascurabile risvolto truffaldino.

Nel caso del voto, come in quello dell’acquisto di beni e servizi, esso sta nel sorvolare sulla straordinariamente efficiente e generosamente sovvenzionata capacità di influenzare la capacità di scelta dei cittadini. Soprattutto oggi nell’epoca della pubblicità e della moderna promozione commerciale. Una truffa tollerata dallo stesso insegnamento accademico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


17 dicembre 2010

Mazzetti : sempre di più

Per quanto l’ampliamento attraverso il dominio potesse spingersi avanti, i Romani furono costretti a sottomettere continuamente nuovi popoli per sostenere l’Impero e quanto più il processo di sottomissione procedeva, tanto più i costi crescevano, costringendoli così a sottomettere a sé quasi tutto il mondo a loro conosciuto.

 

 

Il dominio non ha mai potuto prescindere dall’esistenza dei barbari e di nuclei sociali sottomessi che non si piegavano al modo di vita dominante, mostrando così chiaramente che l’organismo in questione costituiva ancora una forma particolare di comunità


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16 dicembre 2010

Mazzetti : la follia del tassista

Il medico che sposa la propria paziente fa scomparire una parte del prodotto sociale mercantile, appunto perché non può più farsi pagare per il servizio che rende quando la assiste. E non può più farsi pagare perché ha instaurato con lei una comunità familiare. Questa relazione contraddice il rapporto di denaro e preclude la possibilità di continuare a praticarlo nell’interazione riproduttiva, che ora include comunitariamente anche quella attività che prima era oggetto di scambio.

 

Invece dal lato opposto il tassista che volesse indagare sulle ragioni che spingono il cliente che prende a bordo ad andare dove va, per valutare se sono abbastanza valide da giustificare l’andata e la prestazione richiesta, verrebbe preso per pazzo. Egli è lì per vendere la sua prestazione e non può quindi, senza entrare in contraddizione con il rapporto che instaura, cercare di influire o anche solo conoscere i particolari scopi personali, la riproduzione individuale del cliente che accompagna. Se ignora questo limite crea un immediato disordine sociale, viola il rapporto di proprietà privata.

 


15 dicembre 2010

Mazzetti : il silenzio del commercio

Nel vendere e nel comperare non c’è alcun parlare degli uomini tra di loro, un riferirsi reciprocamente a se stessi per le persone particolari che sono. La loro relazione, quando c’è, pone al centro dell’interazione qualche altra cosa ed esattamente la determinazione del rapporto quantitativo al quale le due cose debbono essere scambiate.

 

 

Se il valore è già determinato come prezzo, la relazione può essere completamente muta. La particolarità personale degli individui cade al di fuori di essa. Da una tasca esce silenziosamente il denaro corrispondente al valore  che la merce stessa dichiara esserle proprio e, dall’altra parte, ha luogo la consegna dell’oggetto al centro del contratto.


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14 dicembre 2010

Mazzetti : davanti agli occhi

Marx dice che, se non trovassimo occultate nella società così com’è le condizioni ed i rapporti per una società superiore, i nostri tentativi di trasformazione non sarebbero altro che sforzi donchisciotteschi. Il comunismo trova quindi le sue vere radici, il suo principio propulsore, non fuori dal capitalismo, bensì dentro di esso ed è un prodotto di questo modo di vita.

 

 

E’ all’interno di questo modo di esistenza che si sviluppano dei rapporti di produzione e dei bisogni tali che premono verso il suo superamento e la sua trasformazione. Marx dice che, a misura che la storia progredisce, i socialisti e i comunisti non hanno più bisogno di rincorrere le chimere di una scienza rigeneratrice, non debbono più cercare la scienza nel loro spirito, devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portatori.


13 dicembre 2010

Keynes da un punto di vista marxista

Le conseguenze paradigmatiche della rivoluzione marginalista

 

La rivoluzione marginalista ha consumato una cesura storica tale per cui il pensiero dell’economia classica non viene più insegnato né tematizzato nei corsi universitari di economia politica, a meno che non lo si faccia con intento polemico o filologico. Per Marx a questo si aggiunge la valenza politica del suo pensiero, per cui fare riferimento a lui diventa compromettente per il docente che lo fa, dal momento che egli è etichettato, segnato, costretto in qualche modo ad essere considerato parziale e tendenzioso.

Questa vicenda ha portato ad una differenza di lessico, di metodologie e di stili tra l’economia classica e marxiana e l’economia neoclassica da non consentire  nemmeno parzialmente una unificazione scientifica. Da un alto questa può essere una ricchezza (la pluralità di paradigmi), dall’altro un problema (la loro incommensurabilità).

Keynes però ha smosso un po’ le acque, dal momento che analizzando le situazioni di squilibrio e di crisi ha in maniera a volte dissimulata descritto i fenomeni dell’economia riprendendo alcune intuizioni. Quello che si farà allora in questa sede è di analizzare alcuni temi della storia del pensiero economico più recente anche alla luce della riflessione marxista.

 

 

 

Necessaria una riflessione più approfondita sulla natura della moneta

 

La prima considerazione da fare è che in realtà, al contrario della riflessione marxista, in quella contemporanea non vi è una adeguata riflessione sul mistero della moneta, della sua insorgenza nella storia, delle sue proprietà ontologiche, sulla sua creazione da parte delle autorità monetarie.

Ciò non vuol dire che non siano stati scritti libri sulla moneta, ma ogni testo ha colto ed enfatizzato un lato della questione, senza articolare l’analisi in tutti i suoi aspetti.

Senza una riflessione il più possibile completa su un tema come questo non è possibile dare un quadro vero del ciclo economico. Anzi, si incorre spesso in tesi apodittiche come quella di Robertson per cui le imprese possono accedere illimitatamente al credito, quando invece si tratta di un accesso più facile rispetto ad altri soggetti sociali, ma il termine “illimitato” viene usato qui in maniera solo enfatica. Ecco, qui il marxismo ci può aiutare a seguire il ruolo della moneta nella storia, la sua evoluzione al mutare del contesto, la sua strutturale ma dinamica, ambiguità.

 

 

 

Plusvalore e conseguenze inflattive dell’espansione del credito

 

La tesi di Robertson sugli effetti inflattivi del maggior credito alle imprese per investimenti si collega al problema marxiano dell’estrazione di plusvalore. Anche quando apparentemente l’imprenditore abbia dato salari alti ai propri lavoratori e non li abbia eccessivamente sfruttati, la tendenza ad accumulare capitali si esercita in modo tale da rendere questi salari più bassi attraverso l’inflazione. Un liberista direbbe che il problema sono gli alti salari che hanno costretto l’imprenditore a cercare fondi altrove, ma ciò sarebbe vero se l’investimento fosse sempre pari all’eccesso di massa salariale erogato. In realtà il problema è sempre l’anarchia tipica del capitalismo e la corsa all’accumulazione che il carattere individuale ed opaco delle decisioni di investimento comporta. Questa corsa, come Keynes argomenterà, ha effetti imprevedibili e la sua caoticità è la fonte delle crisi successive.

E tuttavia l’indipendenza dell’investimento dal risparmio è solo il velo della lotta di classe attraverso l’inflazione : il capitale non solo si svincola dalla esigenza di redistribuzione, ma la sanziona.

 

 

 

 

 

Keynes e Marx

 

Anche Keynes poi ammette che il movimento dei prezzi comunque permette di vendere tutte le merci poste sul mercato. Questo naturalmente non impedisce la crisi di sottoconsumo, in quanto in questo modo la merce non viene venduta al suo valore. Il sottoconsumo non è la tesi per cui materialmente le merci rimangono a chi le ha prodotte, ma la tesi per cui la realizzazione del valore non si verifica. Questo sembrano non capire i liberisti che criticano la teoria del sottoconsumo.

Keynes senza apparentemente studiare Marx riprende alcuni temi marxiani : Da questa esposizione di Napoleoni del pensiero di Marx c’è l’intuizione fondamentale dei concetti keynesiani di trappola della liquidità (“La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare”)  

e del ruolo delle aspettative delle imprese nella determinazione degli investimenti (“Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione)”).

Inoltre quando Keynes separa le decisioni di risparmio da quelle degli investimenti rielabora l’intuizione di Tugan Baranovskij del carattere anarchico perché atomizzato della produzione capitalistica. E quando dice che quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale e tanto più palesi e stridenti saranno i difetti del sistema economico, egli determina in una sua specificazione la tesi marxiana per cui all’aumento delle forze produttive corrisponde una crisi crescente dei rapporti di produzione.

Infine l’attenzione di Keynes sull’efficienza marginale di capitale e sulla sua curva decrescente ricorda molto la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche l’individuazione dei fattori antagonistici alla progressiva caduta dell’efficienza marginale del capitale (incremento demografico, guerre, progresso tecnologico) ricordano molto Marx. E anche il rapporto tra la curva di tale efficienza marginale e il tasso di interesse.

Keynes però ha evidenziato ad es. le differenti propensioni al consumo legate al reddito e questo è un argomento decisivo per criticare la tesi di Tugan Baranovskij per cui la crisi di sottoconsumo si risolve con un certo grado di investimento. C’è una parte di risparmio che non viene investita né consumata, ma viene tenuta in forma liquida. E questa diventando più grande può essere un fattore di crisi. Inoltre Keynes, come dice Joan Robinson, attacca proprio la relazione necessaria tra risparmi e profitti che sembra accettata anche da Marx. Ma, a mio parere, per farlo deve essere approfondita la natura della moneta nella sua forma di moneta di credito e forse qui va studiata l’interpretazione che di Marx dà Graziani.

Queste novità radicali del keynesismo hanno avuto anche come conseguenza il fatto che le critiche a Keynes e il declino della sua influenza dovuto ai processi storici in corso siano state condivise da parte del marxismo in quanto questo consente una semplificazione del quadro analitico (la fine di ipotetiche terze vie), per quanto con effetti al momento catastrofici per la classe operaia, dal momento che manca (con il crollo del socialismo reale) una credibile teoria della transizione.

 

 

 

 

Il risparmio come fattore di indebolimento della lotta di classe

 

Uno dei fenomeni che ha interessato le società opulente a partire dalla seconda guerra mondiale è stata la possibilità di risparmio da parte anche di frazioni della classe lavoratrice.

Questo è legato alle tesi di Strachey e di Lenin. Quest’ultimo ci spiega (anticipatamente) la tesi di Strachey dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda. Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Strachey per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

La formazione di risparmi individuali più capillarmente diffusi è stato uno dei fattori di corruzione della classe lavoratrice e della formazione di un ceto medio che ha introiettato le aspirazioni e le correlate paure legate alla detenzione di capitale e dunque ha fatto in modo che ad es. nell’attuale crisi la priorità più che l’erogazione di servizi sociali e di sussidi fosse il salvataggio delle banche, in quanto depositarie dei sogni e dell’immaginazione del risparmiatore medio, garanti del fatto che all’interno del flusso caotico dei capitali rimanga qualcosa di identificabile come proprio, nel mentre i processi economici ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Tutto sommato, un mercato di capitali serve a farti nutrire speranze e paure sino in punto di morte e a farti morire sognando guadagni o perdite future, magari in nome dell’affetto per i figli come Papà Goriot o Papà Grandet nell’opera di Balzac.

 

 

 

Il risparmio come consumo futuro

 

Tra i critici di Keynes c’è von Hayek per il quale il risparmio è in realtà consumo futuro. Questa osservazione è per certi versi giusta, ma nel caso di von Hayek è fuorviante in quanto dilaziona soltanto l’equilibrio, non tenendo presente il fatto che tale dilazione non finisce in un punto determinato del tempo futuro, né dunque esclude che i punti in cui si verifica risparmio senza contestuale investimento si possano addensare in determinate fasi temporali e dare luogo a crisi più forti.

In realtà l’approccio di questi liberisti è ideologico in quanto tende a trasmettere un atteggiamento identico verso tutti i momenti recessivi quali che siano, ma non si traduce in pratiche razionali e scientificamente fondate. La complessità diventa una ragione per riesumare le vecchie buone abitudini e non una ragione per passare ad un livello superiore di conoscenza e di prassi. In alcune sue versioni le vecchie buone abitudini vengono declinate con formalismi dal sapore genialoide, ma alla fine si traducono in uno slogan, un proverbio che può confermare l’uditorio o l’elettorato nella propria esistenza, lasciandolo alla fine più fesso di prima.

Inoltre dire come fa Hayek, che il sistema monetario si deve adeguare al sistema reale presuppone che si possa conoscere il sistema reale. Lo schema invece è quello dove il sistema monetario, non per esigenze di pianificazione, ma per esigenza di profitto, cerca di anticipare le svolte dell’economia reale. La produzione di moneta diventa la produzione di una merce come le altre e dunque soggetta all’imprevedibilità delle scelte di produzione.

 

 

 

 

 

 

 

Pastori e greggi

 

Per quanto riguarda il carattere atomistico delle scelte di investimento, c’è da dire che, con il passare del tempo, la molteplicità dei soggetti decisori provoca l’imprevedibilità dell’evoluzione economica per la maggior parte degli operatori, ma tale molteplicità ha solo le briciole del mercato, che è invece è dominato dalle corporations che cercano con alterne vicende di controllare il mercato. Il gregge è falsamente libero, nel senso che soggettivamente si sente libero, ma le sue decisioni non hanno impatto sul mondo esterno, per cui è costretto “per convenienza” a seguire le decisioni dei pastori. Le scelte dei pastori invece hanno ragioni e finalità necessariamente occulte. Sono arcana imperii.

Inoltre come dice Keynes, gli investimenti finanziari non rappresentano un atto di fiducia razionale nel destino di una impresa, ma una scommessa con ritorno più a breve possibile sul fatto che un titolo sia appetito da tutta la platea degli investitori. Alla fine i pastori con la loro enorme movimentazione fanno una sorta di  proposta influente e il gregge si accoda. La decisione di merito non c’è o la si fa in pochi, il gregge si succhia le informazioni che i pastori permettono di diffondere ed elaborare e si comporta di conseguenza. In questo caso si creano le condizioni per cui la nostra influenza potenziale sullo stato dell’economia è nulla, legata a coloro che ci forniscono le informazioni e la loro interpretazione. La vicenda reale di un’impresa viene anticipata e distorta molto tempo prima dalle aspettative indotte che si hanno su di essa. Per cui anche il destino di una impresa viene affidato al capriccio del mercato finanziario a cui essa risponde diventando essa stessa operatore più o meno grande di questo mercato.

Il risultato è l’interessante paradosso descritto da Keynes nella sua metafora del concorso di bellezza, ma si tratta di un paradosso che rispecchia la situazione del gregge e molto poco quella dei pastori. Il paradosso però mantiene un interesse : il conformismo va verso una sorta di iperbole che conferma come il ruolo e le interazioni tra soggetti condizionano la percezione stessa della realtà. Si potesse rovesciare in positivo, probabilmente ci troveremmo con strumenti cognitivi che consentirebbero alla classe di sbrogliare molti dei nodi in cui il movimento operaio si è trovato nel corso della sua storia. Inoltre Questo è anche un modo per cominciare a demistificare l’ideologia che cerca di strutturare l’economia come se fosse una scienza oggettiva e non una prassi intersoggettiva

 

 

 

Keynes e il ruolo degli investimenti

 

Altri limiti dell’impostazione keynesiana sono l’eccessiva enfasi sul ruolo degli investimenti, quando l’incremento degli investimenti spesso risulta in un economia di mercato, per l’irrazionalità sostanziale delle motivazioni che li pongono in essere, solo un tentativo di eludere la crisi di sottoconsumo determinata dallo sfruttamento e dalla diversa propensione al consumo delle classi dominanti rispetto al proletariato.

Keynes dice che un incremento degli investimenti diventa un potente stimolo alla domanda, ma non tiene conto che specularmente esso diventa uno stimolo ancor più forte alla produzione (aumentando la capacità produttiva che, dati gli attuali rapporti di produzione, deve essere messa in opera) e dunque, se esso volesse pur essere una soluzione della crisi, ne diventa in realtà solo una dilazione che rende alla fine la crisi più forte e più gravida di conseguenze.

La fase di eccesso di investimenti è dovuta in realtà alla tendenza a massimizzare il profitto da parte di chi inizialmente regge la competizione del mercato (e con ciò comprendiamo sia i fattori esogeni tanto amati da Denis sia quelli più endogeni di chi riesce a vincere la competizione e a mobilizzare più capitali). La crisi scatta quando tutti questi investimenti si rivelano improduttivi per la minore capacità di consumo legata all’estrazione di plusvalore ed alla conseguenze della lotta di classe scatenata dal capitale (riduzioni salariali, disoccupazione etc)

 

Keynes e la distribuzione del reddito

 

Altro limite di Keynes è il fatto che egli, nonostante molte sue dichiarazioni, cerca di slegare la spesa pubblica (attraverso il debito pubblico) dalla questione della redistribuzione del reddito.

Keynes non ha fatto della distribuzione del reddito un fattore determinante dell'occupazione nella General Theory.

Questo sembra contraddire però la sua stessa consapevolezza che se la propensione a consumare non è molto inferiore all’unità, un incremento relativamente piccolo dell’investimento porterà ad una occupazione piena. Se invece la propensione marginale a consumare non è molto superiore a zero, potrà essere necessario un forte incremento dell’investimento per produrre un’occupazione piena. Nel primo caso la disoccupazione involontaria sarebbe una malattia facilmente guaribile, benché atta a dare disturbi se lasciata svilupparsi. Nel secondo caso può essere meno variabile ma capace di sterilizzarsi ad un basso livello senza spostarsi nonostante gli stimoli. Dunque una cattiva distribuzione del reddito può produrre una disoccupazione più refrattaria, con i soggetti che percepiscono più alti redditi che sono meno propensi al consumo.

Dunque, perché gli stimoli all’economia abbiano effetto sull’occupazione, c’è bisogno di una manovra che redistribuisca il reddito in modo da aumentare la propensione al consumo. La redistribuzione del reddito, lungi dall’essere il risultato delle manovre monetarie, diventa il presupposto perché le politiche di stimolo possano ottenere gli effetti desiderati (questa potrebbe essere una lezione per tutti i liberal che si limitano a manovre monetarie e si prestano inevitabilmente alle critiche dei seguaci di Friedman).

 

 

Keynes e la direzione degli investimenti

 

Keynes ragiona però come se la natura oligopolistica del mercato non sia una eventualità più che probabile e dunque accetta la natura pluralistica delle decisioni di investimento, non solo dal punto di vista descrittivo, ma anche da quello prescrittivo, per cui egli

nega che lo Stato possa occuparsi della direzione che debbano avere gli investimenti (questa posizione è messa forse in questione solo negli ultimi anni). Questo è un limite della sua riflessione che si ripercuote su molti dei suoi epigoni. Da un lato fa pensare che la sua strategia sia tesa solo ad evitare una crisi ad una economia capitalistica, quando invece un maggior controllo ed indirizzo degli investimenti può preparare il terreno a trasformazioni più radicali e rivoluzionarie. Dall’altro lato può portare ad una spesa assolutamente cieca ed in continuo aumento, mancando il vaglio di un controllo più razionale della stessa e dunque associarsi ad un regime politico qualunque (nazista, clientelare) ed essere travolta assieme al regime nel quale sia stata applicata. Mentre il controllo cosciente degli investimenti aumenta il grado di responsabilità politica dei governi, l’interpretazione puramente quantitativa della spesa pubblica deresponsabilizza i governi e li rende schiavi della conquista del consenso puramente a fini elettoralistici.

Infine Keynes ritiene idealisticamente che l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre, ma Denis ha giustamente evidenziato che la matrice delle guerre è più complessa e a conferma va detto semplicemente che nel 1931 il gold standard fu sospeso e nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

 

 


12 dicembre 2010

Mazzetti : restare dentro, uscire fuori

La tendenza spontanea di chi oggi non ha una esperienza immediata della storicità dei propri rapporti, l’abbiamo già accennato e ci torneremo più avanti, è quella di rappresentarsi i processi di trasformazione in chiave di scelte. Da questa rappresentazione scaturisce la convinzione che, se si sceglie di stare nel capitalismo, vi si rimane dentro, mentre se si sceglie di uscirne, si può arrivare fuori. La comunità si presenterebbe così come l’effetto dell’azione di coloro che hanno deciso di instaurare un particolare stato di cose nuovo. Ma questa è una chimera !

 

Il rapporto dentro-fuori è qui elaborato in forma ingenua e non corrispondente alla complessità che lo contraddistingue realmente. Ciò è conseguenza del fatto che, nel tentativo di risolvere un problema, lo si formula in maniera fantastica, attribuendosi un potere che non si ha. Non si tiene cioè in alcun conto l’operare delle dinamiche inerenti alle condizioni date, e si fa illusoriamente tutto dipendere dalla volontà dei soggetti che agiscono.

 

 


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