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28 febbraio 2010

Pavlos Nerantzis : la Grecia è un vulcano

 

La Grecia trema. La borsa di Atene è in ribasso, gli scioperi si estendono, le nuove misure proposte dall'Unione europea prima ancora che siano applicate quelle annunciate dal governo ellenico sono vissute come un incubo, la gigantesca morsa di speculazione continua a stroncare il paese. Per quattro ore, mercoledì scorso, il consiglio dei ministri ha esaminato tutte le possibili alternative, senza escludere un possibile ricorso al Fmi in caso «le trattative con Bruxelles non vadano nel modo giusto e la situazione peggiori ulteriormente». Per il momento l'unica soluzione dei problemi rimane all'interno della Ue, ha detto il ministro dell'economia Jorgos Papacostantinou, facendo però notare che «se ci fossimo rivolti al Fmi saremmo ora obbligati a rispettare le identiche misure che ci chiede la Ue, ma avremmo già in cassa 30 miliardi di euro». Da notare che il suggerimento a ricorrere al Fmi è venuto nei giorni scorsi dal presidente russo Dimitri Medvedev, in occasione della visita a Mosca del premier greco, Jorgos Papandreou.



Il capo del governo, di solito moderato nelle sue dichiarazioni, ha alzato la voce con l'Europa. Ciò che il suo governo si aspetta dalla Ue è «un esame serio dell'attuale piano di stabilizzazione e sviluppo, e non discorsi generici e irresponsabili di provvedimenti su ciò che la Grecia deve o non deve fare». Per aggiungere poi che «non stiamo chiedendo denaro ai contribuenti tedeschi, italiani, francesi o di altri paesi», ma «appoggio politico» all' Europa per porre fine alla «speculazione con obiettivi occulti». L'ira di Atene è dovuta in gran parte alle crescenti pressioni per nuove misure di bilancio, alla forte opposizione tedesca nei confronti di una assistenza finanziaria, ma soprattutto al comportamento scoordinato delle istituzioni europee nell'affrontare la crisi greca, che a sentire i socialisti, «avrebbe contribuito ad un peggioramento della posizione economica del paese».
Dall' altra parte Papandreou deve fare i con il malessere dei greci. La maggior parte della gente si rende conto che finora ha avuto i benefici della moneta unica senza pagarne il costo. Che ha sciupato i privileggi dell'entrata nella zona dell'euro e che ora si trova nei guai a causa degli scandali, della corruzione, dell'evasione fiscale, della burocrazia, della mancanza di trasparenza e del clientelismo. I greci, stando ai sondaggi, sono pronti a fare dei sacrifici, ma non sono disposti a subire ulteriori misure draconiane imposte dall'Ue in un momento in cui l'austerità annunciata sta già peggiorando la qualità della vita.
Il congelamento generale dei salari per il 2010, i tagli delle indennità del 10%, la riforma del sistema fiscale, le tasse su sigarette, alcol e benzina, l'elevamento del limite dell'età pensionistica sono misure che non coincidono né con il programma preelettorale del Pasok, né con le promesse di Papandreou fatte appena quattro mesi fa. E se è vero che, nonostante tutto, il premier greco continua ad avere un alto indice di popolarità, non è detto che il clima sarà lo stesso se saranno imposte delle misure aggiuntive per far calare il deficit nel 2010. L'ondata di mobilitazioni di varie categorie proseguirà fino a mercoledì prossimo, quando ci sarà la giornata di sciopero generale proclamata dalla Confederazione dei Lavoratori (GSEE). E il leader dei conservatori, Antonis Samaras, ha aggiunto che il partito della Nea Dimokratia d' ora in poi non sarà a fianco del governo per affrontare la crisi economica.
Tra le misure chieste da Bruxelles c'è anche un aumento dell'Iva di uno-due punti percentuali rispetto all'attuale 19%, un ulteriore taglio ai dipendenti pubblici pari a un mese di salario, ma anche un piano di licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione. «Come faremo ad aumentare l'Iva nel momento in cui le spese per i consumi coprono circa il 75% del pil», dicono al ministero dell' economia? Atene sta facendo di tutto per mettere assieme i 2-2,5 miliardi chiesti dalla Ue, ma l'operazione si sta dimostrando molto difficile per i tempi troppo stretti.


28 febbraio 2010

Dino Greco : paladini del bene o armata delle tenebre ?

 

Quando abbiamo letto della nuova crociata scatenata dal caudillo di Arcore ci siamo chiesti - e ne abbiamo scritto - se questa ennesima rincorsa paranoica non fosse indice di un logoramento, diremmo di un disturbo o di un’alterazione ormai così profondi da sfiorare i tratti di una dissimulata follia.



Solo un anno fa, issandosi sul predellino di un’automobile, Berlusconi aveva fondato quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un partito capace di raccogliere più del cinquanta per cento dei voti, la maggioranza assoluta dei consensi per un potere che pretendeva di diventare altrettanto assoluto. L’egotismo parossistico del gesto e l’intento dichiarato contenevano già, di per sé, qualcosa di inquietante, un’inclinazione molto più che autoritaria, una volontà protesa a ridurre al silenzio tanto gli avversari quanto gli alleati non immediatamente riconducibili alla cerchia ristretta dei suoi genuflessi corifei. Nonostante la fragilissima opposizione incontrata negli uni e la pazienza corriva degli altri, il disegno è entrato in crisi, più per autocombustione che per effetto di una manifesta caduta di consenso o sull’onda di una spinta sociale, forte e continua, che con tutta evidenza non vi è stata e non vi è. E forse, proprio per questo, una parte sempre più significativa dei “poteri forti” si è persuasa della possibilità e dell’opportunità di liberarsi, senza correre soverchi rischi, di un personaggio incapace di rappresentarne gli interessi se non in un quadro profondamente corrotto e avviato verso un rapido disfacimento della legalità democratica, ostico persino al reggimento liberale. Insomma, si è aperta una sfida, tutta interna al blocco sociale dominante. Una sfida al cui esito non si può certo restare indifferenti, e alla quale bisogna prender parte per forzarne i limiti, avendone tuttavia chiare caratteristiche e dinamiche.
Siamo stati più volte tentati, nel passato, di vaticinare la chiusura di una fase. Per poi dover constatare, una volta di più, che Berlusconi riusciva a ridistribuire le carte, a rilanciarsi nel gioco politico, proprio quando sembrava ormai alle corde. Ogni volta, tuttavia, perdendo dei pezzi e vedendo affievolita l’efficacia dei propri proclami da imbonitore, sempre più inadeguati a fronteggiare un malessere sociale difficilmente esorcizzabile esibendo uno sgangherato ottimismo o paventando il ritorno (?) del comunismo che, con riflesso maccartista, egli vede ovunque presente.
Confesso, tuttavia, che l’ultima invenzione, quella propinata ieri ai media con una estasiata Vittoria Brambilla al fianco, sembra davvero uscita da un altro mondo: la fondazione dei «paladini della libertà», una sorta si parva licet di «guardiani della rivoluzione», un corpo di fedelissimi, arruolati personalmente dal premier («dovranno rispondere solo a me») e ingaggiati per impegnare una lotta senza quartiere «contro il male».
Ora, c’è una sola domanda alla quale a questo punto occorre trovare una risposta, perché delle due l’una: o questo delirio da ayatollah nostrano è il seme di una superfetazione terminale che come tale viene avvertita, giudicata e definitivamente neutralizzata, oppure, se ciò non accade, vuol dire che il sogno totalitario dell’uomo è entrato in magnetica risonanza con una parte estesa della società, senza storia e memoria, che ne ha ormai metabolizzato le pulsioni e introiettato la patologia.
La storia del ’900 ci ha riservato drammatiche esperienze, quando sulla sconfitta del movimento operaio si consumò, nel cuore dell’Europa, un gigantesco fenomeno di reazione di massa. Il primo e più importante compito che è davanti a noi consiste nell’impedire che questo progetto si realizzi, che questa deriva si compia.
Si guardi al processo di annichilimento della vita pubblica, al ristagno della partecipazione, all’inaridimento delle fonti della cultura critica, all’implosione della rappresentanza sociale, sostituita da caste privilegiate ed autoreferenziali. E si capirà quanto il rischio di una lunga fase di decadenza sia tutt’altro che remoto.


28 febbraio 2010

Claudio Mezzamanica : la produzione è senza capitali

 

Gli oltre 2 milioni di disoccupati, il crollo della produzione industriale e delle esportazioni(-20%) dopo la caduta (-5%) dell'anno precedente. E l'allarme di fine gennaio di Moody's (le banche italiane sono ancora in sofferenza e non attrezzate ad affrontare il 2010) avrebbero dovuto scatenare una discussione allarmata sullo stato del pase. Invece niente. Il solo Draghi va lanciando allarmi sempre più accorati, ma è trattato da insetto fastidioso e, dunque, censurato. Epifani viene giudicato, invece, strutturalmente catastrofista e le sue preoccupazioni sulla occupazione non sono prese in considerazione. Assediato da vicende di puttane, ingiurie alla magistratura, fatti di corruzione grandi e piccoli, il paese è distratto dal suo andare a rotoli. Possiamo parlare di tutto tranne che dell'andamento economico,del dramma del lavoro.
Eppure i tempi si stanno facendo più duri. Lo testimoniano le persone in seconda fila. Nei giorni scorsi il presidente della Unione Industriali di Varese, nella sua relazione agli associati esprimeva la preoccupazione per la divaricazione di interessi tra mondo bancario e mondo industriale. «L'anno appena passato- ha spiegato - ha dimostrato che mondo finanziario e industria sono due mondi completamente distaccati». Un fatto gravissimo che sottointende un percorso difficile di uscita dalla crisi. Una dichiarazione che nessuno ha ritenuto di riprendere. Eppure Graglia ha ragione.



Il più grosso investimento industriale in corso in Italia, infatti non è sostenuto dalle banche italiane bensi dalla Banca Europea per gli investimenti. Suoi sono i cinquecento milioni con cui Alenia farà investimenti in Campania e in Puglia negli stabilimenti che possiede. Senza questo contributo della Comunità Alenia sarebbe al palo. Ma cosa dire di quella media industria del mobile del trevigiano che sta aprendo una fabbrica in Cina con un finanziamento al 100% di banche cinesi? Si badi bene, per vendere mobili in Cina non per esportarli in Europa perché quel mercato è maturo per assorbire quei prodotti ed i costi di spedizione vanificherebbero altri tentativi. Come spiega l'amministratore delegato, con una nuova fabbrica in Cina qui in Italia si ampliano i servizi, si assumono tecnici e designer e si richiedono al territorio nuovi servizi, come i voli per la Cina. E cambia il tipo di occupazione.
Il calo della produzione, quello dell'utilizzo degli impianti e del fatturato implica anche un calo se non la scomparsa degli utili. Come è possibile autofinanziare gli investimenti in questo quadro? Perché se il credito non arriva dal mercato finanziario l'azienda deve trovare al suo interno le risorse. Ma se gli utili non ci sono? Sulla mancanza di utili è ancora piu' preoccupante un rapporto di Unioncamere Lombardia. Nell'anno appena concluso nella regione una azienda su due ha fatto investimenti ma nel complesso sono calati del 2,8%. E il 57% delle aziende dichiara di avere un andamento molto negativo.
Del resto il calo del 38% degli investimenti industriali immobiliari nel 2009 rivela la mancanza di prospettiva del settore. Tale dato è altresi, temperato dall'intervento speculativo dei fondi immobiliari che hanno triplicato il loro fatturato negli ultimi tre anni. Questi fondi attivatisi all'inizio di questo decennio sono sostenuti abbondantemente dalle banche ed operano sul mercato immobiliare, massicciamente anche in quello industriale. Alla fine del 2008 possedevano immobili per 34 miliardi, debiti per quindici, quando solo cinque anni prima possedevano immobili per 3,5 miliardi e debiti per 500 milioni. All'inizio i debiti erano il 15% del valore posseduto ora sono il 50%. Nel 2003 in Italia esistevano 17 fondi immobiliari oggi sono più di 250. Pieni di debiti.
Anche questo fenomeno aiuta a capire dove sono finiti i soldi in questi anni: sono diminuiti quelli a disposizione della produzione, per la ricerca, la formazione e il marketing e si sono concentrati sull'immobiliare. 15 miliardi è la spesa del sistema Italia, in un anno per la ricerca. Spesa pubblica compresa. Come dire nulla.


27 febbraio 2010

Roberto Tesi : collassa l'export italiano

 In cifra assoluta il 2009 non è stato un anno pessimo per il commercio estero italiano, visto che il deficit complessivo è sceso dagli 11,478 miliardi del 2008 a 4.109 miliardi. Ma a leggere dentro la riduzione del disavanzo si scopre che gran parte del merito è della rapida discesa dei prezzi dei prodotti energetici che hanno largamente contribuito alla caduta dei valori delle importazioni crollate del 22%. E il crollo dell'import è stata accompagnato da una caduta altrettanto pesante dell'export sceso del 20,7% rispetto al 2008. La peggiore caduta - secondo i dati Istat - dal 1970. Commenta Guglielmo Epifani: «la spiegazione è che l'Italia, che non ha avuto problemi col proprio sistema bancario e finanziario, poi paga la crisi molto in quanto è il secondo Paese esportatore dell'Ue, assieme alla Germania». E aggiunge: questo implicherebbe una politica industriale che affronti il nodo della crisi che riguarda le imprese manifatturiere e una parte dei servizi: c'è bisogno che il Governo abbia un obiettivo di politica industriale perché non funziona lasciar andare le cose così con una crisi come questa».



Certo, nell'ultimo mese dell'anno rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, si nota un leggero miglioramento del trend: le esportazioni sono diminuite dell'1,9% e le importazioni del 3%. Su base tendenziale il saldo commerciale è risultato così negativo per 123 milioni di euro, inferiore a quello pari a 415 milioni di euro dello stesso mese del 2008. Insomma, saremmo di fronte a una «ripresa» a confronto con le percentuali annue. Ma c'è poco da gioire: il miglioramento è per larga parte una illusione statistica: a dicembre del 2008 l'interscambio con l'estero aveva già imboccato la strada del declino. In ogni caso, un leggero miglioramento c'è: rispetto a novembre, i dati destagionalizzati relativi all'interscambio complessivo presentano a dicembre 2009 un incremento sia per le esportazioni sia per le importazioni con tassi di crescita pari rispettivamente al 4,4% e dall'1,6%. E una conferma arriva dai dati dell'ultimo trimestre: a confronto con il trimestre precedente, i dati destagionalizzati mostrano una flessione dello 0,2% per le esportazioni e una crescita del 2,4% per le importazioni.
Per quanto riguarda l'area Ue nel 2009 rispetto al 2008, le esportazioni sono diminuite del 22,5% e le importazioni del 17,8%. Nello stesso periodo il saldo è stato negativo per 1,791 miliardi, in forte peggioramento dai 9,942 miliardi di attivo del 2008. A dicembre 2009, rispetto allo stesso mese del 2008, i flussi commerciali da e verso l'area Ue hanno registrato aumenti pari all'1,4% per le esportazioni e al 9,1% per le importazioni. Il saldo di dicembre è negativo per 1,396 miliardi, con un peggioramento rispetto a quello di 350 milioni dello stesso mese del 2008. Nel confronto con novembre, a dicembre 2009 si registra, in termini destagionalizzati, un incremento del 3,3% delle esportazioni e del 3% delle importazioni. Negli ultimi 3 mesi, rispetto ai 3 mesi precedenti, i dati destagionalizzati mostrano una crescita dello 0,3% per i flussi in uscita e del 3% per quelli in entrata.
Dall'analisi per area geografica a dicembre le esportazioni nell'Ue sono negative verso tutti i principali partner ad eccezione di Francia, Spagna e Gran Bretagna (rispettivamente +8,6%, +3% e +2,4%). Le importazioni sono invece cresciute da tutti i principali partner commerciali, tranne l'Austria; in particolare si sono registrati incrementi dalla Polonia (+ 30,3%) come effetto del maggior import di autovetture e dalla Spagna (+16,8%). Per attività economica a dicembre esportazioni in forte crescita per i mezzi di trasporto (+ 25,1%) con gli autoveicoli in aumento del 10,6%. Anche nei flussi di importazioni i mezzi di trasporto segnano una crescita consistente(+30,8%) con un +47% per le auto. Per i minerali energetici, nel 2009 le importazione di petrolio greggio rappresentano l'8,2% del totale dei flussi in entrata (10,6% nel 2008), mentre l'importazione di gas naturale pesano per il 5,9% (6% nel 2008). Il saldo commerciale al netto di greggio e gas è positivo per 36,7 miliardi di euro dai 49,9 miliardi del 2008


27 febbraio 2010

Guglielmo Forges Davanzati : la crisi del Mezzogiorno e gli errori del governo

 Allo scoppio della crisi economica, erano in molti a ritenere che i suoi effetti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità nelle aree più ricche del Paese, e che avrebbe colpito in misura modesta il Mezzogiorno. Si badi che questa convinzione non è del tutto scomparsa e che essa continua a sostenere la politica anti-meridionalista di questo Governo. E tuttavia, mentre ancora un anno fa vi era motivo di credere che – essendo meno esposte alla concorrenza internazionale – le imprese meridionali avrebbero sopportato meglio la caduta della domanda mondiale, oggi i dati disponibili segnalano un allarme che sarebbe opportuno non far passare in secondo piano. Secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio, soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno ha investito nel periodo 2008-2009. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nel periodo 2009-2010. Solo l’8,5% investirà “certamente”, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che verranno effettuati nuovi investimenti.

E’ interessante rilevare che la tendenza ad effettuare investimenti nel periodo 2009-2010 prevale nelle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre è meno accentuata nelle microimprese. Il fenomeno può essere spiegato con almeno due considerazioni:
1) per quanto attiene ai mercati di sbocco, va innanzitutto rilevato che le piccole imprese meridionali vendono prevalentemente nelle aree nelle quali sono localizzate, e che la domanda che fronteggiano è bassa e in calo[1]. Ciò dipende fondamentalmente da due fattori. In primo luogo, i consumi complessivi dei cittadini meridionali tendono a ridursi soprattutto a ragione del fatto che i flussi migratori riducono la popolazione residente e, di conseguenza, riducono le spese delle famiglie meridionali rivolte alle produzioni locali. Il rapporto SVIMEZ 2009 segnala, a riguardo, che tra il 1997 e il 2008 sono emigrati dal Mezzogiorno circa 700 mila individui, prevalentemente giovani e con alta scolarizzazione, prefigurando la tendenza allo spopolamento negli anni 2030. In secondo luogo, i consumi tendono a essere sempre meno alimentati dalla spesa pubblica, dal momento che, come rilevato dalla SVIMEZ, la spesa pubblica pro-capite è decrescente nel Mezzogiorno ed è maggiormente rivolta al Nord (10.400 euro circa al Sud contro i 12.300 euro al Nord)[2]. A ciò si possono aggiungere due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, appare rilevante la composizione merceologica della produzione nel Mezzogiorno, concentrata in settori maggiormente esposti alla crisi. In più, vi è ampia evidenza teorica ed empirica in merito al fatto che la produttività del lavoro cresce al crescere delle dimensioni aziendali. Ciò accade soprattutto a ragione del fatto che le imprese di più grandi dimensioni riescono più facilmente ad accrescere la divisione del lavoro al loro interno, generando maggiore specializzazione dei propri dipendenti. Non a caso, come registrato nell’ultimo rapporto SVIMEZ, il divario di produttività fra le imprese meridionali e quelle settentrionali supera i 22 punti percentuali. In tali condizioni, risulta pressoché impossibile reagire al calo della domanda mediante strategie finalizzate a riconversioni produttive che agevolino le innovazioni di processo e di prodotto. Da ciò segue che, riducendosi la domanda interna, le imprese – soprattutto quelle che vendono in loco - sono indotte a posticipare gli investimenti;
2) sul versante dei costi, le imprese meridionali scontano più alte passività finanziarie e/o minore accesso al credito bancario, a ragione del razionamento del credito a sua volta imputabile alle piccole dimensioni aziendali. Minori disponibilità finanziarie, oppure più alti tassi di interesse passivi, comportano un più bassa produzione (e una minore occupazione) e più bassi margini di profitto. In tali condizioni, non è sorprendente rilevare l’elevatissimo numero di fallimenti e di crisi aziendali nel Sud, con conseguente spirale viziosa che fa riferimento all’incremento della disoccupazione alla conseguente riduzione dei salari e della domanda.

A fronte di queste evidenze, il Governo sta agendo nella direzione esattamente opposta a ciò che occorrerebbe fare, varando – anche con la Legge Finanziaria 2010 – provvedimenti di contenimento della spesa pubblica che, alla luce di quanto precedentemente rilevato, molto verosimilmente  penalizzeranno ulteriormente le regioni meridionali, e le fasce più povere dei lavoratori di quelle aree[3]. E’ opportuno chiedersi quali sono le motivazioni che sorreggono questa impostazione. In linea generale, vale quanto rilevato da Graziani[4]: “E’ una regola storica che la politica meridionalistica attraversi fasi alterne a seconda della situazione che domina nel resto del Paese. Quando l’industria del Nord attraversa fasi di espansione, si fanno piani di sviluppo produttivo anche al Sud; quando il Centro-Nord vive le sue fasi di ristrutturazione e di assestamento, per il Mezzogiorno non rimane che una politica di sostegno assistenziale”. E la storia dei rapporti Nord-Sud è stata in larga misura una storia di dipendenze. Con alterne vicende, il Mezzogiorno è stato concepito come mercato di sbocco, come serbatoio di consensi, come fonte di approvvigionamento di prodotti intermedi e di fattori produttivi. Nella fase attuale, sembra che le imprese settentrionali siano soprattutto interessate ad accrescere l’offerta di lavoro in loco, attingendo alle emigrazioni dal resto d’Italia. Dovrebbe risultare chiaro che le emigrazioni impoveriscono il Mezzogiorno, sia a ragione del fatto che lo privano di potenzialità produttive, sia perché riducono la domanda interna, sia perché – nella gran parte dei casi – gli emigrati (per lo più giovani e altamente istruiti) non sono in grado, come accadeva in passato, di ottenere redditi tali da generare rimesse di segno positivo per le famiglie di origine. Accade semmai il contrario, sia per effetto dei bassi redditi reali (e della precarietà dell’impiego), sia per effetto dell’alta propensione al consumo dei giovani meridionali emigrati[5]. Ed è altrettanto ovvio che le emigrazioni, accrescendo l’offerta di lavoro al Nord, contribuiscono alla riduzione dei salari in quelle aree, in un contesto nel quale – anche grazie alle politiche fiscali restrittive del Governo – il Sud non può costituire un mercato di sbocco significativo per le produzioni settentrionali. Né vale la tesi liberista secondo la quale una elevata mobilità del fattore lavoro, rendendolo relativamente scarso nelle regioni più povere, determinerebbe in queste aree un aumento dei salari. Questa tesi potrebbe valere solo a condizione di assumere che la forza-lavoro sia omogenea. Nei fatti, le nuove emigrazioni riguardano individui scolarizzati che competono con lavoratori meno istruiti solo se non emigrano e si collocano, nel Mezzogiorno, in condizioni di sottoccupazione intellettuale[6].

La spirale perversa impoverimento-emigrazioni-impoverimento dovrebbe essere contrastata con ben altri indirizzi di politica economica rispetto a quelli in atto. In primo luogo, se uno (se non il) problema del Mezzogiorno è il ‘nanismo’ imprenditoriale, e la conseguente incapacità delle nostre imprese di attuare innovazioni, occorrerebbe promuoverne il ‘salto tecnologico’, mediante dispositivi normativi che incentivino le aggregazioni fra imprese. In secondo luogo, e con effetti di breve periodo, sarebbe auspicabile una politica di fiscalità di vantaggio, non a favore delle imprese ma delle famiglie meridionali. La ratio di questa proposta risiede in una duplice constatazione. In primo luogo, le politiche di detassazione delle imprese che investono nel Mezzogiorno – attuate negli ultimi anni – non hanno prodotto risultati significativi per quanto attiene all’attrazione di investimenti. Sia sufficiente richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il tasso di crescita degli investimenti ‘esterni’ all’area si è ridotto, rispetto al precedente biennio, e comunque prima del propagarsi della crisi, dal 2.4% allo 0.5%. In secondo luogo, occorrerebbe prendere atto del fatto che la propensione al consumo cresce al ridursi del reddito disponibile, ovvero che le famiglie con più basso reddito sono quelle che, in termini percentuali, destinano una quota più alta a consumi. Una politica di ridistribuzione del reddito a vantaggio del Mezzogiorno, e delle famiglie più povere lì residenti, garantirebbe una aumento dei salari nell’area, con il conseguente aumento dei consumi, del livello di produzione e  di occupazione[7]. Se la domanda aumenta, e la domanda di lavoro viene rivolta a lavoratori altamente qualificati, vi è ragionevolmente da attendersi un ribaltamento del meccanismo perverso che, mediante le emigrazioni, rende il tasso di crescita dell’economia meridionale minore di quello del Nord da circa sette anni, e con ulteriore accelerazione in regime di crisi.


 

[1] Ciò accade anche per le imprese meridionali che lavorano su subfornitura delle imprese settentrionali, dal momento che – riducendosi gli investimenti in quell’area – si riducono gli ordinativi e, dunque, i profitti al Sud.
[2] Si osservi che la minore spesa pubblica nel Mezzogiorno non può essere neppure motivata con un minor gettito tributario in quelle aree, dal momento il rapporto fra gettito e PIL è significativamente più elevato per le grandi Regioni del Sud (Campania, Puglia, Sicilia) rispetto a grandi Regioni del Centro-Nord (Veneto e Toscana). A ciò va aggiunta la peggiore qualità dei servizi pubblici nel Sud. Sul tema si rinvia a G. Mazzola, Il federalismo fiscale e lo squilibrio Nord-Sud, in “StrumentiRes”, I, n.4, novembre 2009.
[3] Sebbene non esistano o non siano stati divulgati dati ufficiali e attendibili sull’argomento, vi è motivo di credere che la linea prudenziale scelta dal Governo sia (anche) finalizzata ad accumulare risparmi per finanziare il federalismo fiscale. Per una spiegazione della linea restrittiva in regime di crisi, si rinvia al mio Il Governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario su questa rivista, e alla bibliografia lì citata.
[4] A. Graziani, I conti senza l’oste, Boringhieri, Torino 1997, pp.155 ss..
[5] A riguardo occorre osservare che la visione mainstream fa ancora propria, in larga misura, l’ipotesi del ciclo vitale, stando alla quale gli individui massimizzano la somma delle utilità derivanti dal consumo nel corso della loro vita, dato il vincolo delle risorse disponibili durante la vita. Da ciò discende che il consumatore tenderà a risparmiare da giovane per poter poi aumentare i propri consumi da anziano. E tuttavia, da diversi anni – e soprattutto in ambito sociologico e nel campo dell’economia cognitiva – è stato messo in evidenza che la propensione al consumo è largamente influenzata da ulteriori e molteplici fattori, fra i quali i dispositivi di autocontrollo, generalmente meno rilevanti per le fasce di età più giovani, giungendo alla conclusione opposta (è verosimile che i giovani abbiano una propensione al consumo maggiore degli anziani). Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D.Kanheman and R.Thaler, Economic analysis and the pshyicology of utility: Applications to compensation polic, “American Economic Review”, May, 1991, pp.341-346.. ?
[6] Per sottoccupazione intellettuale si intende una condizione stando alla quale lavoratori altamente istruiti svolgono mansioni per le quali non è richiesto il titolo di studio in loro possesso. Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, Moneta, istituzioni, distribuzione del reddito, Pensa, Lecce 2005, cap.II e alla bibliografia lì citata.
[7] Un’azione di questo genere andrebbe accompagnata – ed è questo un punto ormai ineludibile – a una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici da parte dello Stato. Non si tratta di una questione di sola giustizia distributiva (argomento pure rilevantissimo, dal momento che anche su questo fronte l’Italia è già divisa in due), ma soprattutto di una questione di efficienza del sistema. Una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici, accrescendo i salari indiretti delle famiglie meridionali, consentirebbe loro di disporre di maggior potere d’acquisto, con conseguenti effetti moltiplicativi sulla domanda interna e, dunque, sull’occupazione. Sul tema si rinvia al contributo di R.Patalano e R.Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, su questa rivista.

 


26 febbraio 2010

Hegel : la superficialità e lo Stato

Dapprima la superficialità par bene che sia compatibilissima, almeno con l’ordine e la quiete esteriore, poiché non viene a toccare, anzi nemmeno a sospettare, la sostanza delle cose. Perciò nulla essa parrebbe avere contro di sé, almeno per parte della polizia, se lo Stato non chiudesse in sé ancora il bisogno di più profonda cultura e di conoscenze, e non esigesse dalla scienza l’appagamento del medesimo.

Qui Hegel giustamente vede nella cultura sofistica un qualcosa di inoffensivo nell’ordine sociale (pensiamo a quanto sia stato coccolato dal consenso craxiano il tema del pensiero debole negli anni Ottanta, sino a quando gli stessi propugnatori si sono accorti della trappola e non hanno sopportato nonostante la mediocrità il triste destino che li attendeva). Inoltre vede, rispetto a tali opinion maker, anche lo Stato svolgere una funzione progressiva. Pensiamo ad es. ad una scuola pubblica che volesse fare sul serio. Quanto ci metterebbe a buttare buona parte dei giornali nella spazzatura ?


25 febbraio 2010

Hegel : la superficialità e la legge

 

E’ questo il principale intento della superficialità : collocare la scienza, invece che nello sviluppo del pensiero e del concetto, più tosto nell’osservazione immediata e nell’immaginazione accidentale. Far dissolvere quindi la ricca membratura dell’ethos in sé, che è lo Stato, l’architettonica della sua razionalità … nella pappa del cuore, dell’amistà e dell’ispirazione …
Con il semplice rimedio casalingo di collocare nel sentimento ciò che è l’opera più che millenaria della ragione e dell’intelletto, è certamente risparmiata ogni fatica dell’intendimento razionale e della conoscenza…
La forma speciale della cattiva coscienza, che si manifesta nella specie di retorica, di cui si pavoneggia quella superficialità, può rendersi osservabile soprattutto nel fatto che essa, dove è più priva di spirito, parla maggiormente dello “spirito”, dove più aridamente parla, ha in bocca parole come “vita” e “iniziare alla vita”; dove più manifesta il più grande egoismo del vano orgoglio, più ha in bocca la parola “popolo”. Tuttavia il marchio proprio che reca in fronte è l’odio contro la legge. Quella coscienza che pone il diritto nella convenzione soggettiva riguarda la legge come la più ostile a sé. La forma del diritto, in quanto obbligo ed in quanto legge, è sentita da quella come lettera morta e fredda e come una pastoia, giacchè in essa non riconosce se stessa, quindi non si riconosce libera in essa, perché la legge è la ragione della cosa e questa non concede al sentimento di esaltarsi alla propria singolarità.



Hegel fa bene ad incutere alla coscienza soltanto soggettiva il rispetto dell’oggetto, ciò che ci giace di contro e che per essere tolto permanentemente, va accettato nel frattempo e conosciuto, nella sua forza vitale e nelle sue profonde radici. E tuttavia il fastidio che la coscienza sente verso la legge che non è stata interiormente verificata è comunque l’intuizione di uno spazio possibile che dalla differenza tra la realtà e la soggettività può portare ad una realtà diversa, solo per se stessi o anche per gli altri.
Hegel fa bene a non dissolvere l’oggettività storica dell’istituzione solo nel sentimento che la rifiuta, eppure è importante che l’istituzione non vada imposta , ma sempre rielaborata da ogni coscienza, altrimenti con il passare del tempo resterebbe un vuoto scheletro.
Hegel fa bene a diffidare di chi nega la realtà solo con le parole, ma farebbe bene ad insegnarci anche a come si comincia a negare qualcosa.


22 febbraio 2010

L’evidenza e la percezione in Schlick

 

L’evidenza ed il regressus ad infinitum

 

Schlick osserva poi che i sostenitori del criterio dell’evidenza nel campo logico argomentano che qualunque cosa si dica, si presuppone sempre ed inevitabilmente che le affermazioni fatte siano evidentemente vere. Quindi non sarebbe possibile rifiutare il criterio dell’evidenza e perciò il rinvio all’evidenza sarà sempre il punto terminale di una chiarificazione epistemologica. Schlick a tale tesi obietta che i fondamenti di ogni sapere non hanno bisogno di essere evidenti perché ci sono e basta. Il ricorso all’evidenza (“x è evidente”) scatena solo un regresso ad infinitum (“è evidente che x sia evidente”) ed inoltre l’evidenza psicologica può accompagnare anche giudizi falsi. A nulla vale per Schlick la distinzione tra evidenza (oggettiva) e certezza (soggettiva) e magari parlare di certezza senza evidenza. Infatti o l’evidenza autentica viene esperita come diversa da quella inautentica (ma in questo caso verrebbe negato lo stato di fatto spiegato dalla teoria dell’evidenza) oppure tale esperienza distinta non è possibile ed allora solo un’indagine successiva (non basata sull’evidenza altrimenti si andrebbe in un circolo vizioso) potrebbe stabilire se ci troviamo di fronte ad una certezza con o senza evidenza.

 

 

Evidenza e verità

 

Schlick osserva pure che gli assiomi di una scienza non debbono far parte dei giudizi immediatamente evidenti : questi ultimi forse sono giudizi percettivi elementari, mentre principi come quello di causalità o del pdnc sono ai massimi livelli di astrazione e collegano concetti ricchi di relazioni, per cui più sono astratti e più sono complicati i processi che ce li rendono presenti. Dunque che i principi logico-conoscitivi siano immediatamente evidenti è una tesi temeraria.

Schlick poi accenna alle modifiche della teoria dell’evidenza per cui quest’ultima non è un mero vissuto soggettivo, ma una proprietà ideale (logica) del giudizio che può essere colta o non colta negli atti reali di pensiero : la teoria così si allontana dal suo punto di partenza e dalla sua specificità. L’evidenza diventa un contrassegno della verità o la verità stessa della proposizione. Ma le obiezioni scettiche valide contro la caratterizzazione psicologica dell’evidenza si trasferiscono pari pari dall’evidenza stessa alla sua relazione con i vissuti soggettivi che devono con la loro comparsa informarci della sua presenza. Schlick dice poi che l’errore fondamentale di questa posizione è di concepire la verità come qualcosa di inerente al singolo giudizio stesso indipendentemente da altri giudizi e stati di cose reali. Ma la verità non è una proprietà immanente del giudizio e la sua essenza invece consiste nelle relazioni del giudizio con qualcosa al di fuori di esso e cioè altri giudizi (proposizioni concettuali) o la realtà (asserzioni di realtà). In tale ambito si presentano stati di coscienza che si possono designare come sentimenti di evidenza, la cui significanza gnoseologica non deve essere però fraintesa.

La teoria dell’evidenza per Schlick è piena di contraddizioni. Essa si origina anche dal fatto che si pensa erroneamente che le verità ed i fatti di coscienza siano di fronte alla coscienza stessa, per cui c’è bisogno di un filtro di verità tra la coscienza e questi dati. Invece in realtà i propri processi di pensiero non sono per la coscienza fatti estranei, ma qualcosa che fa parte di essa stessa, mentre tuttavia si continua a pensare i processi di pensiero come staccati dalla mente ed il loro rapporto lo si definisce una percezione interna, concetto che è molto infelice

 

 

La tesi di Brentano

 

Schlick poi esamina la tesi di Brentano, per cui nel caso della percezione interna, il percepito sarebbe immediatamente inerente alla percezione, mentre nella percezione esterna gli oggetti sarebbero dati alla percezione solo mediatamente attraverso l’ausilio degli organi di senso. Schlick obietta che è stato fatto giustamente notare che, nel caso della percezione esterna, non si tratta di inganni sensoriali, ma al massimo di falsa interpretazione, e tale falsa interpretazione si avrebbe pure nel caso della percezione interna o al contrario sia percezione interna che percezione esterna sarebbero altrettanto evidenti ed infallibili.

Husserl parla invece di percezione adeguata, dove contenuto ed oggetto coincidono, e percezione inadeguata dove invece divergono. Ma Schlick obietta che il contenuto è lì, c’è e questo è tutto e dunque la percezione adeguata sembra essere fuorviante ed avere senso solo in quei sistemi filosofici dove esiste una conoscenza intuitiva e dove la percezione stessa è già conoscenza.

Schlick poi considera la distinzione di Brentano tra percezione interna (l’esser dato) e l’osservazione interna (che per Brentano è illusoria) ed il rifiuto di Brentano dell’inconscio una conferma della sua idea. Schlick aggiunge che, contro la sua tesi dell’impossibilità della distinzione tra un contenuto di coscienza ed il suo essere percepito, la psicologia sperimentale si difende con la teoria leibniziana delle piccolissime percezioni inconsce, per cui vi sono sensazioni e differenze di sensazioni che non vengono avvertite (Kulpe).

 

 

La tesi di Stumpf

 

Anche Stumpf parla ad es. di accordi dove le singole note sono presenti anche se non avvertite nella loro singolarità. Anche il chimico, dice Stumpf, è stato accusato di commettere fallacie nel concludere che nell’acido carbonico sarebbero già contenute le due sostanze che da questo si ottengono successivamente. A tal proposito Schlick obietta che l’acido carbonico non è qualcosa di immediatamente dato, ma un sostrato che sta in qualche modo oltre le sensazioni date oppure è un concetto che designa certe interconnessioni del dato. Lo stesso vale dell’ossigeno e del carbonio che possono essere definiti in modo che adempiano il meglio possibile alla loro funzione. Ma i dati di coscienza non sono lo stesso : un accordo udito non è una cosa trascendente sulla cui proprietà e componenti possano essere fatte queste o quelle supposizioni. Non si tratta di un concetto definibile, ma qualcosa che è semplicemente e su cui non si possono fare ipotesi (queste si fanno solo su oggetti immediatamente dati). Il dato è il reale per eccellenza, che precede tutte le nostre assunzioni. Se nell’udire un accordo la prima volta si ha la sensazione di un suono unitario e la volta successiva si percepiscono in esso più note, allora i vissuti presenti la prima volta sono diversi da quelli presenti la seconda volta.

Schlick infatti dopo ammette che c’è la possibilità di assumere che le sensazioni stesse siano diverse nei due casi, ma aggiunge che l’ipotesi, con cui si vorrebbe ridurre la diversità tra i due casi (una nota o più note) all’intervento di uno specifico atto psichico, è inaccettabile se questo atto lo si concepisce come un semplice avvertire. “Essere avvertito” è sinonimo di essere conscio e non può essere una particolare funzione della coscienza, ma è esso stesso coscienza e non può mai servire a spiegare la differenza tra due stati di coscienza.

Schlick aggiunge che lo sforzo di ritrovare immutati in configurazioni psichiche differenti gli stessi elementi (a volta inavvertiti, a volte consaputi) è un residuo di atomismo psicologico, di un’illecita reificazione che rende le configurazioni della coscienza come composti diversi di elementi immutati. A questa concezione atomistica si obietta che la corrente di coscienza è un vero e proprio flusso eracliteo dove ogni stato-di-coscienza  è un’unità e non è analizzabile come un composto chimico.

Schlick cita Cornelius quando afferma che da un qualsiasi contenuto di coscienza nulla può essere analizzato, senza che qualcosa di nuovo prenda il posto di questo contenuto di coscienza.

Schlick analizza dunque l’argomentazione di Stumpf, secondo il quale, anche se colore ed estensione formano un intero, non è vero tuttavia che l’estensione non si presenti senza il colore in quanto l’estensione al tatto non è colorata. Schlick a questo argomento obietta che la parola “estensione” applicata ai dati di sensi differenti significa qualcosa di diverso nei diversi casi. L’estensione di un colore e quella del tatto non sono dati psichici identici e solo una corrispondenza empirica tra ordinamento di impressioni tattili ed ordinamento di impressioni visive può consentire che i due dati vengano riferiti ad un unico e medesimo ordinamento oggettivo chiamato “estensione”. Le considerazioni di Stumpf non dimostrano la possibilità della distinzione tra la sensazione ed il suo venir avvertita. Con ciò non si è detto niente contro la statuizione delle funzioni psichiche come specifica classe di vissuti. Ciò che si nega è che, tra queste funzioni, ve ne sia una che consista nell’avvertire i contenuti di coscienza. Schlick aggiunge che, se si distingue la sensazione dal suo essere avvertita (in modo che potrebbero esserci sensazioni senza che una coscienza ne sappia nulla), allora le stesse sensazioni sono oggetti trascendenti di fronte alla coscienza (come gli oggetti della percezione esterna), ma una dottrina del genere va qualificata come metafisica, dove le sensazioni sono cose in sé inconsce, così come sono inconsce le cose fisiche. Egli smussa poi la sua tesi, in quanto dice che i processi di appercezione, che si accompagnano ad un dato e attraverso i quali questo dato vissuto viene elaborato, sono designati da Durr come “percezione interna del vissuto”. Per Schlick, se in tal caso non s’intende un cogliere immediato, questi processi di elaborazione derivati dal vissuto non sono contestati, ma non sono percezioni interne, ma appunto appercezioni, dove non è che il vissuto percepito sia contenuto ancora immutato nel vissuto appercettivo, ma si tratta di due vissuti diversi. Egli a tal proposito cita Herbertz che considera la percezione interna qualcosa di non immediato, ma una sorta di riflessione.

 

 

La tesi di Kulpe

 

Schlick critica invece la posizione di Kulpe, secondo il quale percepire un processo psichico equivale ad esserne consapevole, per cui la sensazione pura è inconscia e solo attraverso uno specifico e graduale processo, la coscienza ne prende possesso (Kulpe distingue cinque diversi livelli di coscienza, la cui esistenza sarebbe sperimentalmente provata). Schlick obietta che tale risultato non è desumibile dall’esperimento, ma solo da un’interpretazione parziale dell’esperimento stesso. In tale caso una serie di vissuti diversi viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, ma può essere più correttamente interpretata come una serie differente di contenuti, visto che vissuto e contenuto del vissuto sono una sola e medesima cosa.

Schlick discute il caso citato da Kulpe in cui un soggetto sperimentale riesce a specificare la forma di una figura disegnata, ma non il colore. Essendo questo determinato oggettivamente, Kulpe conclude che il soggetto sperimentale ha avuto una sensazione di colore che non è divenuta consapevole. Schlick obietta che tale conclusione non è valida, in quanto il resoconto di un vissuto è sempre e solo successivo ad esso. Se durante il vissuto, deve esserci stata una sensazione di colore che non c’è più nel corso del resoconto, siamo di fronte al dimenticare e cioè a dati di coscienza così fugaci, che appena sorti sono subito dimenticati.

 

 

La coscienza come teatro e come flusso

 

Schlick conclude la sua ricognizione dicendo che le forme di espressione del nostro linguaggio riposano sul falso presupposto che, di ogni esperire, di ogni essere cosciente faccia parte la triade io/atto/oggetto, così come il percepire presupporrebbe percipiente/percepire/percepito. Anche i termini “dato” oppure “avuto” evocano la contrapposizione soggetto/oggetto.

Schlick aggiunge che il Cogito di Descartes contiene l’insidia di una distinzione tra un Io sostantivo e sostanziale (la cui esistenza è dedotta dal Cogito) e la sua attività (il cogito appunto). Lichtenberg  giustamente secondo Schlick, sosteneva che la giusta deduzione dal Cogito non sarebbe stata “Io penso”, ma “C’è pensiero”.

Schlick aggiunge che nella psicologia noi sempre parliamo come se la coscienza fosse un palcoscenico in cui i singoli elementi psichici fanno la loro entrata dopo essere stati dietro le quinte (il teatro cartesiano di Dennett) per poi farsi ordinare e collegare dalla spontanea attività dell’Io. Per Schlick invece ciò che questi termini descrivono è solo il continuo ed incessante mutamento di qualità che chiamiamo corrente di coscienza (James). In questa corrente ognuna delle fasi è una fase nuova e non contiene realiter nessuna delle fasi anteriori, anche se può essere designata come appercezione di un vissuto precedente. La corrente di coscienza è un processo semplicemente essente, dove l’Io è il suo nesso unitario e non una persona che lo osserva e lo guida. L’esplicita coscienza dell’Io non è un fattore che accompagni costantemente il corso dei processi di coscienza, ma è un contenuto tra gli altri che compare in specifiche circostanze. Schlick termina questa critica elogiando Wundt il quale ha costantemente negato la distinzione tra “coscienza” e processi che costituiscono il contenuto della coscienza.

 

 

L’influenza del formalismo e l’evidenza come proprietà logica

 

Le obiezioni di Schlick ai teorici dell’evidenza come principio epistemologico sono per lo più cogenti e la sua visione anche qui è molto influenzata dal formalismo hilbertiano per il quale bisogna partire comunque da qualche parte e dunque ci sono e ci debbono essere dei presupposti (senza che questi siano accompagnati da evidenza). Nel discutere questo argomento, Schlick è formalista e non empirista e distingue tra presupposti genetici (empirici ed evidenti) e presupposti validativi (astratti e conoscitivamente mediati). In ciò è fondazionalista anche se formalista.

Egli però non spiega in che senso i concetti presenti negli assiomi siano ricchi di relazioni, né spiega come l’astrazione si concili con tale ricchezza. Quest’ultima non si associa al Concreto ?

Quanto  alla tesi dell’evidenza come proprietà logica, Schlick ha ragione nel dire che l’evidenza, divenuta proprietà logica diventa una tesi ridondante e che l’obiezione scettica si ripropone di nuovo senza problemi (la tesi dell’asserzione di Frege potrebbe considerarsi una riproposizione oggettivistica delle tesi dell’evidenza ?). Ma anche la verità come relazione della proposizione con altro pure dà luogo ad un regressus ad infinitum perché tale relazione è un’altra proposizione di cui bisogna rappresentare la verità (e cioè la sua relazione con altro). Come c’è un  regressus ad infinitum dell’evidenza, c’è pure un regressus ad infinitum della verità (“E’ vero che è vero che è vero ,,,”). Inoltre dire che dobbiamo fare  a meno dell’evidenza è impossibile, dl momento che essa è il segnale interiore che ci consente di dare l’assenso nostro ad una qualsiasi tesi. Ed anche quando ci sforziamo di discutere un contenuto che ci pare evidente, la discussione finisce sempre di fronte ad un altro contenuto evidente che dovrebbe supportare o contraddire quello precedente. Schlick però fa bene a ridurre il sentimento dell’evidenza (questo nel paragrafo sulla verificazione) ad un riconoscimento di identità o di equivalenza: in questo modo, magari non volendolo, evidenzia le radici ontologiche (il rapporto tra soggetto e oggetto come Identità) dell’epistemologia. Questa operazione Schlick significativamente la metterà in atto anche per ciò che riguarda l’univocità e la verità. E del resto cosa dovevamo aspettarci da chi dice che la conoscenza è ritrovare l’identico nel diverso ?

 

 

Una possibile teoria dell’evidenza

 

1.      La scienza è costituita da più agenti, ognuno dei quali parte da diversi insiemi di presupposti, alcuni dei quali son condivisi da altri.

2.      Nell’assumere o nel cambiare i propri presupposti gli agenti si basano sul criterio psicologico di evidenza, qualità che può accompagnare diversi presupposti nel corso del tempo.

3.      Il dialogo ed il confronto tra gli agenti può far sì che la qualità dell’evidenza nel corso del tempo si appoggi all’uno o all’altro contenuto.

4.      In tal modo il criterio dell’evidenza rimane quello soggettivo ed intersoggettivo di condivisione dei presupposti, senza che ci sia un circolo vizioso nel criterio di evidenza, dal momento che di volta in volta si può cambiare contenuti.

5.      A tal proposito, quando un’evidenza cambia contenuto essa si coordina con altri contenuti evidenti per integrare i contenuti di evidenza passati all’interno del sistema attuale di contenuti evidenti.

6.      Dunque il criterio dell’evidenza non è logico  ma metodologico, nel senso che i principi analitici (evidenti) si occupano del rapporto reciproco tra altri contenuti evidenti e presiedono alla continuazione e/o sospensione e/o indirizzo della ricerca

 

 

Percezione e fenomenologia

 

Quanto alla tesi di Brentano già parlare di percezione interna è problematico in quanto, se si trattasse di percezione interna del corpo, anche questa sarebbe mediata dai sensi, così come quella esterna. Sia l’accesso sensoriale a degli stati d’animo, sia quello ad oggetti esterni al corpo proprio, hanno una loro immanente certezza (sia pure filosoficamente ingiustificata). Solo se si rapportano i dati di coscienza (che sono i correlati oggettivi delle sensazioni) con gli oggetti astratti della scienza, allora ci possono essere divergenze che vanno appropriatamente tematizzate.

Schlick forse fraintende la tesi di Brentano, anche se ha ragione nel dire che bisogna distinguere tra intuizione (il darsi fenomenologico del contenuto) e percezione (il tentativo attraverso l’intuizione di operare implicite inferenze sugli oggetti). Dunque non è corretto parlare di percezione interna e percezione esterna come se fossero due accessi immediati (e non mediati) agli oggetti.

Quanto alla critica della concezione fenomenologica, altro è dire che i contenuti fenomenologici non vadano sottoposti a filtro (fenomenologia selvaggia), altro è dire che i contenuti fenomenologici siano propri dell’Io, il che è tutto da dimostrare. Inoltre dire che i propri processi di pensiero non sono fatti estranei alla coscienza è una petitio principii.

Infatti cosa porta Schlick a dire che dati processi di pensiero siano propri ?

Inoltre, il fatto che il contenuto ci sia e basta, non implica che possa divergere dall’oggetto cui si riferisce nel rapporto semiotico. Inoltre la conoscenza intuitiva non si contrappone all’interpretazione (che si ha già nel passaggio puramente ideale dalla sensazione alla percezione), ma all’argomentazione (deduzione).

 

 

Flusso di coscienza e riflessione

 

Quanto alle tesi di Stumpf e Kulpe, Schlick ha sostanzialmente ragione, ma va osservato che :

·         Se un dato è irriducibilmente diverso da altri dati, perché un concetto (es. acido carbonico) non deve essere radicalmente differente da altri concetti (es. ossigeno, carbonio) ?

·         Non è vero che sul dato non vengano fatte ipotesi. Già la descrizione di un dato è in realtà un’interpretazione del dato. Vengono in realtà fatte ipotesi sul dato, collegandolo a ciò che non è dato (es. oggetti scientifici). E’ ovvio che qualunque riflessione ed interpretazione del dato diventa anch’essa un dato di coscienza e come tale fa parte del flusso (in un certo senso i concetti e gli universali sono dati scelti a preferenza di altri dati).  Schlick invece nega la possibilità della riflessione e nega che una parte possa rappresentare il tutto, ma così trascura il fatto che, da un certo punto di vista, coscienza e tempo sono processi cumulativi in cui alcuni stati di coscienza (quelli successivi) si riferiscono agli altri (quelli precedenti). Il fatto che la relazione semiotica venga sostituita da Schlick con quella causale, fa sì invece che, nel rapporto tra appercezione e percezione, si tolga alla prima ogni specificità ed ogni valore cognitivo suo proprio.

·         Essere avvertito” significa essere conscio di una ben determinata cosa e non equivale ad essere conscio in generale (come vorrebbe Schlick). Dunque si può avere uno stato di coscienza più o meno sensibile solo a certi processi e questo può spiegare l’apparire o il non apparire di certi dati di coscienza.

·         La scienza spesso ha spiegato differenze tra dati, ricorrendo ad una spiegazione che rende un dato come fenomeno ed un altro dato come apparenza (mancando in questi casi di neutralità). Nella sua critica alla psicologia atomistica Schlick conferma che il genuino empirismo (filosoficamente agguerrito) non ha niente a che fare con la scienza (esplicativamente produttiva), anche se bisogna dire che il flusso di coscienza da lui sostenuto è in realtà infinitamente scomponibile (l’omogeneità corrisponde alla massima differenziazione interna) e dunque analizzabile in infiniti modi (interpretazioni).

·         La tesi che vissuto e contenuto del vissuto siano la medesima cosa è molto discutibile (il contenuto del vissuto ha una portata noematica). Inoltre quando Schlick parla di “una serie di vissuti diversi” che viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, in realtà sta spacciando la sua interpretazione (i vissuti molteplici) per il dato (il cui contenuto per sua stessa ammissione non può essere univocamente determinato)

·         Anche la tesi della dimenticanza (preferita da Schlick alla tesi della mancata percezione) può essere considerata una interpretazione parziale ( e non una descrizione) del medesimo evento.

·         Il nesso unitario ed il soggetto osservante non possono essere la stessa cosa ? Cosa ha di più il soggetto osservante rispetto al nesso unitario ? Ma, soprattutto, come si può togliere “l’Io penso” dalle nostre rappresentazioni ? In realtà l’Io osservante garantisce l’illimitatezza del flusso di coscienza non solo nel tempo, ma anche diciamo così verticalmente, nel senso della infinita gerarchia metalogica. L’Io osservante è l’ulteriorità necessaria del flusso di coscienza, una sorta di garanzia della sua eternità, un deus ex machina che ne consente la perpetuazione anche in assenza di nuovi dati empirici.


22 febbraio 2010

Perchè non vogliamo togliere il termine "comunismo"

Dobbiamo cominciare da Kant. Il deontico Kant. Che si pone il problema di cosa sia stato e sia l'illuminismo.
L'illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso.
E' la nascita della soggettività consapevole di se stessa e capace di darsi le regole e di rispettarle una volta che se li è date.
Nel parlare di comunismo bisogna partire da questo passaggio di stato.
Che è al contempo una fenomenologia dello spirito
Nel Manifesto Marx fa un'operazione analoga e dice "Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?
Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.
Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.
E` ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso
A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese
". 




Siamo ad un ulteriore passaggio di stato. Ad un momento ulteriore della fenomenologia dello spirito, se mai un materialista possa dire una cosa del genere. IL soggetto consapevole adesso è collettivo. E si attribuisce esplicitamente il nome che viene continuamente esecrato e dissimulato. Ed in questa autoattribuzione c'è la esplicitazione del fatto che la realtà vecchia deve essere tolta per fare posto ad una nuova che sta scavando nella storia il suo percorso.
Oltre al suo significato, il termine "comunismo" ha proprio questa sua rimozione che lo rende insostituibile. In questa fase della reazione del capitale a livello mondiale, ancora una volta come nel 1848 si vuole blandire, minacciare velatamente, perchè si abiuri ("sarà per poco, saremo sempre noi")
Ma se accettiamo torneremo indietro nella nostra soggettività a quei tempi durissimi, alla dissimulazione, all'ipocrisia, alla sottomissione.
Il fatto che il nome rimanga è l'atto che contesta tutte questa melassa e che ribadisce un filo rosso che attraversa le vittorie e le tragedie e ci consente di interpretare queste ultime alla luce di una visione articolata che critica, valuta, ma non rinnega, perchè i problemi da cui sono sorte le tragedie non potevano essere rimossi, nè si può pensare che fossero facilmente evitabili dalla soggettività rivoluzionaria. Nè sono evitabili ora. Il nome ci consente di rimettere tutte le questioni al livello di scelta storico-filosofico suo proprio, livello che è il tragico. Quel filo rosso è la memoria storica, che è il fondo da cui attingiamo per evitare i medesimi tragici errori. Rimuovere il nome non ci consente di ripensarli quegli errori. Ci consente solo di farsene impaurire
La reazione ci fa arretrare paurosamente. Ma le ragioni analitiche per sperare rimangono intatte. Bisogna lavorare per costituire una soggettività all’altezza del proprio compito storico. Una soggettività che eserciti quella funzione che l’analisi rende solo possibile. Prima che sia troppo tardi e che la lotta di classe si risolva nella catastrofe per entrambe le classi contrapposte.


16 febbraio 2010

Maurizio Galvani : L'Ue non salva la Grecia

 

Pieno sostegno agli sforzi di Atene per uscire dalla crisi ma niente aiuti finanziari da parte della Ue. Ma senza far conoscere le modalità di intervento. Questa la decisione presa ieri a Bruxelles dai capi di stato e di governo riuniti in un vertice straordinario. In realtà la vera intesa sul da farsi è stata fissata in un minivertice ristretto a Germania, Francia, Bce, il primo ministro greco George Papandreou e al neo presidente della Ue, Herman Van Rompuy.
La cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno fin dall'inizio dettato l'agenda per il salvataggio del paese ellenico, che rischia il fallimento. Per ora l'azione europea si limita a una semplice azione di monitoraggio, giusto per capire se l'allievo sta adottando - e in che modo - le misure per ridurre il debito: almeno il 4% in meno entro il 2010. Il governo del leader socialista Papandreou ha comunque promesso che, a fine 2012, il debito pubblico sarà portato al 3% del Pil (si parte dall'attuale 12%). 



La Ue - insieme alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale - non sborserà nemmeno un euro, ma si limiterà a mettere sotto controllo mensile i piani di «auto-salvataggio» messi a punto dai greci. Il governo ellenico infatti «non ha chiesto alcun sostegno finanziario». Solo se le misure prese da Atene non dovessero rivelarsi sufficienti, i paesi dell'eurozona sono pronti ad aiutare la Grecia con «misure determinate e coordinate per preservare la stabilità finanziaria». Tutt'al più potrebbero essere imposte condizioni draconiane se dovesse essere chiesto un prestito (si parla di 50 miliardi di euro) al Fmi, guidato da Dominique Strauss-Kahn, che - come d'abitudine - pretenderebbe in cambio un taglio netto della spesa pubblica.
Atene ha già annunciato misure drastiche: come il congelamento degli stipendi sotto i duemila euro mensili nel settore pubblico, il blocco del turnover, il congelamento degli interventi pubblici e, soprattutto, un aumento generale dell'età pensionabile fino a 65 anni di età. Il solo annuncio di queste misure ha già provocato l'altro ieri durissimi scioperi in tutto il settore pubblico, ma la protesta si va allargando ormai a tutto il paese. Al confine con la Bulgaria prosegue da circa un mese la lotta degli agricoltori e - per il prossimo 24 febbraio - è stato proclamato lo sciopero generale nel settore privato.
Le caratteristiche del «salvataggio» da parte delle Ue sono dunque molto generiche - Sarkozy ha esplicitamente detto che non verranno precisate - e non hanno affatto eliminato le incertezze aleggianti sui mercati. L'attesa si è quindi spostata sulla riunione dell'Ecofin, martedì prossimo, che dovrebbe dare il via libera alle (non) decisioni adottate nel minivertice, mettendo a punto nei dettagli le modalità di verifica del rigore del governo greco nel tagliare la spesa pubblica.
La Grecia ha un'instabilità finanziaria che l'accomuna ad altri paesi Ue, come Spagna, Portogallo, Irlanda; e, secondo molti analisti, l'Italia. In tutta la zona euro è stata ampiamente superata la quota del 3% del deficit sul Pil - fissata a Maastricht - quale criterio per stare entro la comunità. Le difficoltà sui bilanci (e le incertezze sul «salvataggio») si perciò stanno scaricando sulla moneta Ue: l'euro ieri è sceso sotto l'1,36 sul dollaro, mentre i mercati registrano l'assalto della speculazione sui titoli di stato greci, che continuano a pagare un differenziale (spread) molto alto rispetto alle obbligazioni tedesche. Il governo di Bonn rimane comunque il più restio ad intervenire direttamente, per timore dell'accusa di «far pagare ai tedeschi i debiti dei greci». Ma anche la Francia ha i suoi motivi per metter invece mano al problema: sono proprio le banche francesi, infatti, a vantare l'esposizione più alta sui titoli ellenici.
Il contagio di un possibile default greco viene al momento combattuto con semplici dichiarazioni («un segnale politico molto forte», ha preferito dire Van Rompuy). E le borse del continente non l'hanno presa bene. Tranne Londra, hanno tutte chiuse in leggero calo, tenute a galla da una Wall Street euforica per un semplice rallentamento nelle richieste settimanali di sussidio di disoccupazione.


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