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31 marzo 2010

Sara Farolfi : gli occhi di Mediaset sulla rete Eutelia

Di Domenico Lo Jucco, il nuovo amministratore delegato della società fantasma Omega, si perdono le tracce all'inizio del nuovo millennio. Il suo curriculum però è di quelli che non mentono, e soprattutto che non possono passare inosservati. Lo Jucco - gavetta in Publitalia al fianco di Marcello Dell'Utri, tra i fondatori del partito azzurro, poi sottosegretario all'interno nel primo governo Berlusconi - è stato infatti tesoriere di Forza Italia, il cassiere di Silvio Berlusconi, uno dei suoi uomini più fidati. La sua nomina ai vertici della scatola vuota che ha acquisito l'ex ramo It di Eutelia (Agile) ancora non risulta dalle visure camerali della camera di commercio, ma è stata rivelata dai custodi giudiziari a cui il tribunale fallimentare ha affidato a inizio anno la gestione dell'ex Eutelia. Un uomo di fiducia di Berlusconi a capo di una società fittizia, la cui catena di controllo riporta in uno scantinato di Londra dove hanno sede i due fondi (Restform limited e Anglo Corporate Management) che controllano Libeccio. Per Libeccio (srl domiciliata all'aereoporto di Cagliari, come risulta dalle visure camerali) il pm di Milano Francesco Greco ha chiesto l'istanza di fallimento.


Che ci sia un'interesse di Mediaset per i 14 mila chilometri di fibra ottica di Eutelia non è un mistero. A scoprire qualcosa di più sono stati gli attivisti di Clash City Workers. La loro inchiesta (disponibile su YouTube) parte proprio dall'interesse strategico di Mediaset per la fibra ottica, e ci riporta negli scantinati londinesi della Restform Limited e Anglo Corporate Management. I due fondi, che operano in Italia dal 2002, hanno comprato e venduto in questi anni diverse società (quasi sempre fittizie con poche migliaia di euro di capitale sociale). Quando esplode il caso Eutelia sui media nazionale, a novembre scorso, i due fondi decidono di disfarsi delle partecipazioni detenute in una società, la Pf real Estate, l'unica delle partecipate che dichiara a bilancio una cifra credibile (due milioni di euro circa). A comprarla sono niente meno che tre ex manager di Fininvest e Mediaset: Giuseppe Renzo Ciocchetti, Andrea Locatelli e Marco Bogarelli. I tre «sono nel cda di Milan Channel, gestiscono il brand Milan e curano la vendita dei diritti Tv del campionato di calcio di serie A e B». Marco Bogarelli risulta anche essere socio in affari di Tarak Ben Ammar, il finanziere franco tunisino, ex consigliere di amministrazione di Mediaset, che siede attualmente nel cda di Telecom e Mediobanca. Liberata da Pf Real Estate, Omega è diventata effettivamente una scatola vuota, pronta per il fallimento (e pronta a farne pagare le conseguenze a circa 10 mila lavoratori).
Ma le cose forse non sono andate come previsto, e i suoi piani, con la nomina del nuovo amministratore delegato, sembrano cambiati. Non è questo il momento di fallire, e sono in molti a dare per certa la concessione del concordato preventivo da parte del tribunale fallimentare di Roma (presso cui i sindacati hanno chiesto lo stato d'insolvenza). Attraverso il concordato la società ritornerebbe in pista, a debiti praticamente azzerati e al riparo per un po' di tempo da ogni ulteriore richiesta di insolvenza. Sulla decisione del presidente del tribunale fallimentare di Roma, che ha dato tempo a Omega fino al 31 marzo per presentare tutta la documentazione, avrebbero pesato «le fortissime pressioni del governo», denunciano i lavoratori. Rinviare il fallimento di Omega andrebbe a vantaggio di chi oggi ha interesse per la rete in fibra di Eutelia. La società aretina è un'azienda praticamente decotta e sommersa dai debiti: se Omega fallisse ora (a neppure un anno dall'acquisizione di ramo d'azienda), sarebbe molto facile per un giudice ottenere se non il rientro del ramo d'azienda (Agile) all'interno di Eutelia, una consistente monetizzazione che potrebbe affossare definitivamente la societa della famiglia Landi. Gioca a favore di questa ipotesi il fatto che, nei giorni scorsi, sia stata la stessa Omega a pagare gli stipendi a una trentina di lavoratori Agile di Cosenza. «Se la società non fosse sicura di rientrare presto in pista non avrebbe sborsato circa 70 mila euro», sostengono i sindacati. Chi per ora ha pagato questa crisi sono i lavoratori, da mesi senza stipendio. Da mesi chiedono il mantenimento degli impegni presi dal sottosegretario Letta. Impegni mai rispettati, e forse la ragione inizia a trovare qualche spiegazione.


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30 marzo 2010

Aldo Garzia : Olof Palme e il socialismo democratico

Gli Editori Riuniti University Press hanno inviato in libreria Olof Palme e il socialismo democratico, un'antologia di scritti e discorsi del leader svedese. Si tratta di un piccolo evento editoriale perché è la prima volta che quei testi sono tradotti in italiano. Del «modello svedese» si è discusso appassionatamente in alcuni cenacoli della sinistra italiana degli anni Settanta. Anche la personalità politica e di statista di Palme ha incuriosito a lungo, prima che una mano tuttora misteriosa premesse il grilletto nella notte del 28 febbraio 1986 uccidendolo all'uscita di un cinema mentre si apprestava a fare ritorno in metropolitana nella sua residenza accompagnato dalla moglie. Dopo quel delitto politico, l'oblio è tornato a dominare il dibattito italiano sulla socialdemocrazia svedese, che intanto declinava priva del suo leader di maggior prestigio. Destino d'oblio capitato pure a personaggi del calibro del tedesco Willy Brandt e dell'austriaco Bruno Kreisky che - come Palme - avevano cercato di far risorgere la socialdemocrazia europea negli anni più bui della «guerra fredda». Chi voleva documentarsi su quella fase, aveva a disposizione in italiano solo un libro del 1976 (Quale socialismo per l'Europa, edizioni Lerici), introdotto da Gaetano Arfè, che raccoglieva un carteggio tra Brandt, Palme e Kreisky che si interrogavano sul passaggio d'epoca di quegli anni. Avendo scritto l'unica biografia in italiano di Palme (Editori Riuniti, 2007), posso testimoniare l'assoluta assenza di fonti perfino sui suoi incontri con Enrico Berlinguer a Roma nel 1983 e nel 1984. Ora il lettore può farsi finalmente una opinione sulle idee-forza di uno straordinario protagonista della scena europea prima che cadesse il Muro di Berlino. E può orientarsi sui riferimenti politici contenuti nei testi tradotti grazie alla puntuale introduzione di Monica Quirico, curatrice e ideatrice del libro.

Gli interventi raccolti in volume sono per lo più discorsi tenuti in occasioni pubbliche, ma sufficientemente significativi del linguaggio e della politica di Palme. Emerge innanzitutto la sua fiducia nella democrazia politica ed economica come fucina di consenso e trasformazioni. Del resto, la storia del welfare svedese si basa sul ruolo attivo degli operai e dei sindacati in un sistema di cogestione delle imprese all'interno di una economia di mercato regolato. È quella stessa tradizione che porterà proprio Palme a indicare nel Piano Meidner, alla fine degli anni Settanta, il punto critico mai raggiunto da un'altra esperienza socialdemocratica di governo (ecco perché tornare a discuterne): la possibilità che i lavoratori diventassero proprietari delle imprese reinvestendone in forma concordata i profitti. A Palme, per indicare questa meta, piaceva usare una precisa metafora: «Il capitalismo assomiglia a una pecora che va tosata periodicamente ma non ammazzata».
In questi discorsi raccolti in volume emerge anche il protagonismo di Palme sulla scena internazionale, che è poi l'apporto qualitativamente nuovo da lui dato alla storia della socialdemocrazia svedese che passa dal tradizionale «neutralismo» a un «neutralismo attivo» capace di agire sulla scena mondiale. Dal no alla guerra in Vietnam (pagata con la rottura dei rapporti diplomatici tra Stoccolma e Washington) al sostegno dei movimenti di liberazione nel Terzo mondo e di quelli democratici in Europa (Spagna, Grecia, Portogallo), dal contrasto dell'espansionismo sovietico alla ferma posizione anti-riarmo in Europa dei primi anni Ottanta, fino alla scelta di agire contro il regime dell'apartheid in Sudafrica e di mediare nei conflitti su mandato dell'Onu (come nel caso della guerra Iran-Iraq iniziata nel 1980). Da qui l'ipotesi che Palme potesse diventare segretario generale del Palazzo di Vetro.
Dalla lettura dei discorsi del leader svedese, si rafforza la convinzione che egli abbia interpretato un originale modo di pensare il socialismo nei decenni Settanta e Ottanta, frutto certo della storia del movimento operaio svedese e della più ferma autonomia dall'Unione sovietica e dagli Stati uniti. Ciò ha reso credibili i suoi progetti di critica e correzione del capitalismo che avevano nell'estensione delle conquiste del welfare il principale obiettivo di politica interna. E proprio con l'azione di Palme la Svezia, paese di nove milioni di abitanti, ha conquistato un ruolo e un prestigio internazionali inversamente proporzionali al peso della sua popolazione.
Se c'è stata una «terza via» tra capitalismo e comunismo nei decenni passati, non può che essere quella della Svezia di Palme. Come annota Monica Quirico, proprio per gli audaci indirizzi della sua politica Palme era un leader molto amato e molto odiato in patria dove era diventato premier nel 1969 raccogliendo il testimone di Tage Erlander. Sconfitto nelle elezioni del 1976, era tornato a guidare il governo nel 1982 ed era ancora primo ministro quando fu ucciso nel 1986.
Valga per tutte questa citazione di Palme presente nel volume: «La politica è desiderare qualcosa. La politica socialdemocratica consiste nell'auspicare un cambiamento. È chiaro tuttavia che il desiderio deve avere un indirizzo, e il cambiamento una meta. Noi socialisti siamo abbastanza presuntuosi da auspicare il cambiamento perché sappiamo che questo può trasformare le utopie in realtà».


29 marzo 2010

Roberto Tesi : meno 428.000 posti di lavoro

Fine anno con il «botto» per l'occupazione: nell'ultimo trimestre del 2009 sono stati distrutti 428 mila posti di lavoro rispetto allo stesso trimestre del 2008. Il numero degli occupati è sceso a meno di 23 milioni e il tasso di disoccupazione (dato non destagionalizzato) è salito all'8,6%, contro il 7,1% nel quarto trimestre del 2008. A conferma che trovare un lavoro è sempre più difficile e scoraggiante, il numero dei senza lavoro è salito in un anno di «appena» 369 mila persone, cifra inferiore a quelli che hanno perso il posto di lavoro. A fine anno i disoccupati ufficiali erano 2 milioni 145 mila. Come sempre il tasso di disoccupazione el Mezzogiorno è più che doppio (13,2%) rispetto a quello del Nord (6,1%). Ancora peggio è il confronto sul tasso di occupazione: 65,2% del Nord ( sui livelli degli altri paesi europei) e 21 punti in meno (44,2%) nel Mezzogiorno.


Per il ministro Sacconi la disoccupazione italiana è migliore di quella dell'eurozona degli Usa: «il dato medio - 7,8% - del 2009» si confronta con quello dell'eurozona del 9,4%, secondo un differenziale che si conferma anche nel dato congiunturale di gennaio». Poi ha aggiunto che il tasso ufficiale è stato contenuto dalla decisione di utilizzare strumenti come i contratti di solidarietà e la cassa integrazione sotto varie forme. La caduta del numero degli occupati, che è ovviamente la prima rispetto alla precedente crisi della prima metà degli anni Novanta, è stata contenuta dal fatto che si stima circa un milione di persone abbiano usufruito degli ammortizzatori sociali, che hanno garantito la sopravvivenza del rapporto di lavoro». Tutto vero, ma - come osserva anche Bankitalia - molti dei cassintegrati sono a rischio. E, come calcolato dall'Istat, «nell'industria e nei servizi 334 mila occupati (contro i 115 mila nel quarto trimestre 2008) hanno dichiarato di non aver lavorato nella settimana di riferimento dell'indagine, o di aver svolto un numero di oro di ore inferiore alla norma, perché in Cassa integrazione guadagni. Se parte di questi lavoratori (il cui numero è molto più ampio di 334 mila perché in molte azienda la Cig è a rotazione) non rientrasse stabilmente al lavoro nei prossimi mesi, il tasso di disoccupazione schizzerebbe immediatamente oltre la soglia dell'11%.
Molto critico Cesare Damiano, capogruppo del Pd in Commissione lavoro della Camera: «quello che Sacconi dimentica sempre di dirci è che il dato più rilevante è costituito dal tasso di attività che si attesta al 57,5% con un calo dell'1,2% ed è tra i più bassi dell'Ue. Sottovalutare ancora i problemi occupazionali sarebbe colpevole. Il Governo anziché tingere artificialmente di rosa la situazione, a puro scopo elettorale, farebbe bene a dire la verità e a mettere in cantiere misure idonee per uscire dalla crisi. occorre una politica industriale che guardi all'innovazione e individui i settori strategici; l'adozione di ammortizzatori sociali universali; il potenziamento del reddito delle famiglie per stimolare i consumi interni, come da tempo chiede il Pd con le sue proposte».
Altro dato evidenziato dall'Istat, per la media dell'intero 2009, è che il risultato negativo dell'occupazione totale tiene conto della riduzione molto accentuata dalla componente italiana (-527 mila unità) controbilanciato dalla crescita, pur se con ritmi inferiori al passato, di quella straniera (+1478 mila unità)». Che significa? Che gli immigrati rubano il posto agli italiani? No. La verità è molto più semplice: l'ultima sanatoria ha fatto emergere come regolari lavoratori immigrati che già in passato lavoravano «in nero» come badanti e in generale collaboratori domestici. E questo significa che senza nuove regolarizzazioni la situazione ufficiale sarebbe molto più drammatica.
La caduta dell'occupazione sta avvenendo pur in presenza di una crescente flessibilità: gli occupato dipendenti part time sono arrivati a quota 3,281 milioni, mentre i lavoratori a termini (a volte si sovrappongono a quelli part time) sono 2.071 milioni. Altra dato che fotografa la drammatica situazione del Mezzogiorno è costituito dal «tasso di inattività»: il 48,2% della popolazione del Sud che potrebbe lavorare è fuori del mercato del lavoro costituito da chi lavora e da chi cerca occupazione. E la quota di donne inattive cresce drammaticamente al 63,9%.


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29 marzo 2010

La logica in Schlick

 

Qualche premessa

 

Per Schlick la scienza non è semplice collezione di conoscenze, ma un nesso organico e razionale tra conoscenze (quello che i greci chiamavano logos). Quando di due termini riduciamo l’uno all’altro, dobbiamo ritrovare un terzo termine che è il nesso tra i primi due : il sillogismo è appunto un terzo giudizio generato dalla connessione dei primi due.

Schlick poi distingue tra presupposti genetici (la via spesso casuale attraverso cui gli uomini stabiliscono i singoli giudizi) e presupposti valicativi (le dipendenze sussistenti tra i giudizi nel sistema compiuto delle verità). Egli, partendo dal presupposto che la negazione è solo un segno psicologico dell’imperfezione del nostro pensiero, elimina dai 19 sillogismi base (distribuiti in quattro figure) i 12 sillogismi contenenti giudizi negativi affermando che ce ne sono solo sette.

Schlick considera di rilevanza provvisoria dal punto di vista scientifico anche i giudizi particolari : infatti essi lasciano indeterminata quale parte di un intero insieme di oggetti viene intesa come sussulta da un concetto (inoltre, aggiungiamo noi, essi implicano l’esistenza di giudizi negativi del tipo “Alcuni non …”).

Un giudizio particolare scientificamente rilevante lo possiamo stabilire solo quando effettivamente conosciamo degli S che sono P. Un giudizio particolare per Schlick è solo un’abbreviazione imperfetta per il giudizio “S1, S2… sono P” : la traduzione di “Alcuni S sono P” in “x, y e z sono P” è la trasformazione dei giudizi particolari in giudizi universali.

Schlick poi dei sette sillogismi rimasti toglie quei sei dove c’è un giudizio particolare : rimane a questo punto solo il sillogismo “Barbara”e cioè ([tutti gli M sono P] Ù [tutti gli S sono M]) ® (tutti gli S sono P), dove tutti i giudizi sono universali. L’essenza di questa inferenza è per Schlick la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale.

Schlick aggiunge che il dictum de omni è una definizione del concetto di classe. Le dimostrazioni matematiche sono sillogismi del tipo “Barbara” in forma abbreviata con le premesse minori non esplicitate. Ad es. 1) Ogni triangolo rettangolo è così-e-così  2) ABC è un triangolo rettangolo 3) ABC è così-e-così.

In questo caso la correttezza della premessa minore è data da una definizione (o in geometria da una costruzione geometrica).

 

 

Sigwart e la geometria

 

Schlick poi passa alla discussione di alcune tesi di Sigwart per il quale :

  • Le inferenze geometriche solo apparentemente sono sillogismi
  • La geometria non ha solo a che fare con il rapporto di sussunzione tra concetti, ma deriva le sue proposizioni con l’ausilio di relazioni legiformi non contenute nelle definizioni ma radicate altrove

Schlick obietta che, nel moderno sistema rigoroso della geometria (Hilbert) sono usate solo le relazioni contenute nelle definizioni e dunque tutte le leggi di relazioni sono presentabili come rapporti di subordinazione tra concetti. E aggiunge che ogni concetto logico è un punto nodale di relazione. Questo che vale per la geometria vale anche per aritmetica ed algebra. Lo stesso calcolo è un’inferenza fatta sulla base di teoremi generali : i massimi principi costituenti assiomi o definizioni validi per tutti i numeri sono applicati di volta in volta a numeri specifici e le proposizioni così ottenute vengono poi a loro volta applicate ad altre espressioni numeriche. Anche le espressioni aritmetiche rientrano in questo schema, in quanto sono nient’altro che segni più complicati per indicare un numero. Per Schlick lo schema logico del calcolo sarebbe questo :

 

    1. La tale proposizione vale per tutti i numeri
    2. a, b… sono numeri
    3. La tale proposizione vale per a, b…

Egli conclude dicendo che tutto il calcolare è un sostituire (mettere simboli al posto di altri) e sostituire vuol dire sussumere. Ad es. noi otteniamo il valore di (a+b+c)2, considerando questa espressione come caso specifico dell’espressione (x + c)2 in cui il numero x ha in questo caso la forma specifica (a+b). La sostituzione di segni differenti per uno stesso concetto è una sussunzione nella quale i due concetti hanno la stessa estensione.

 

 

I sillogismi

 

Schlick poi dice che le inferenze rigorose di altre scienze non sono differenti logicamente da quelle matematiche ed ammette che il pensiero umano solitamente non si svolga in maniera logica, ma ritiene giustamente che la logica sia lo strumento migliore per sistematizzare il pensiero umano.

Schlick sostiene che :

  • I giudizi particolari non hanno utilità per una interconnessione rigorosamente sistematica.
  • La struttura di Barbara, unico sillogismo che garantisca la concatenazione sicura delle verità tra loro, ci insegna che la conclusione di un qualsiasi sillogismo non contiene mai una conoscenza che non sia presupposta come valida nella premessa maggiore oppure in ambedue le premesse dell’inferenza. La premessa maggiore di un sillogismo già presuppone per la sua validità la verità di giudizio che poi compare come conclusione. Infatti in Barbara noi siamo certi della correttezza della premessa maggiore solo quando ci siamo persuasi che davvero tutti gli M senza eccezione sono P. Di questi M però (per la premessa minore) fanno parte anche tutti gli S dei quali dobbiamo già sapere che sono P prima ancora di poter affermare la validità della premessa maggiore. Quindi, affinché si possa stabilire la premessa maggiore, deve esserci già noto che tutti gli S ammettono di essere designati dal concetto P.
  • Dunque in genere le premesse delle verità logiche sono ipotetiche e la logica di per sé non ci dà conoscenza. Essa è la certificazione sistematica delle conoscenze che riteniamo di avere. Essa struttura le nostre ipotesi, le nostre presunzioni e le nostre intuizioni in maniera che diventino conoscenza.

Schlick fa l’esempio dell’ipotesi scientifica :

    1. Nella propagazione di onde in determinate circostanze si presentano fenomeni di diffrazione e di interferenza.
    2. I raggi Rontgen sono propagazioni di onde.
    3. Nei raggi Rontgen in determinate circostanze si presentano fenomeni di diffrazione e di interferenza.

Schlick dice che in questo caso il sillogismo non serve affatto a derivare una nuova verità da proposizioni valide, ma svolge solo il ruolo di un filo conduttore nella ricerca di istanze empiriche che servano da sostegno alla validità dell’ipotesi da verificare che è in questo caso la proposizione (2). Quando ci chiediamo se il sillogismo produca nuova conoscenza, vogliamo sapere se in esso sia insita la garanzia della validità di detta conoscenza.

 

 

La logica come conoscenza analitica

 

Schlick poi dice che quando applichiamo “Tutti gli uomini sono mortali” ad un individuo ancora vivente, la conoscenza di un individuo non viene ottenuta attraverso il sillogismo stesso, la cui premessa maggiore già presuppone la validità della conclusione. Il vero avanzamento di conoscenza sta nel passaggio dalla proposizione “Tutti gli uomini che sono morti finora erano mortali” alla proposizione “Tutti gli uomini sono mortali” e questo passaggio viene compiuto già prima di aver stabilito la premessa maggiore. La nostra inferenza fa uso del ponte già in precedenza gettato dal particolare all’universale per procedere su di esso all’indietro. La questione della legittimità di quel passaggio costituisce il problema dell’induzione. Quest’ultima non ha niente a che fare con meri rapporti tra concetti, ma riguarda la realtà stessa designata dai concetti.

Schlick esamina anche l’obiezione per cui in proposizioni come “Ogni evento ha una causa” si afferma non l’universalità del numero dei casi individuali, ma la necessità è in ogni caso individuale di connettere il predicato con il soggetto. La proposizione in oggetto non constata solo che, in ogni caso in cui ha luogo un evento, è presente anche una causa, ma afferma che ad ogni evento appartiene di necessità una causa. A questa obiezione Schlick oppone le seguenti osservazioni :

  • Ciò presuppone che noi co(nosciamo) proposizioni del tipo indicato la cui validità per noi è assolutamente certa e ciò indipendentemente dall’esperienza che invece ci dice solo ciò che è e mai ciò che deve essere. In pratica in questo caso si presuppongono giudizi sintetici apriori ed un argomento che presuppone tali giudizi per noi non ha peso.
  • Anche in questo caso l’avanzamento di conoscenza non sarebbe dovuto al sillogismo, ma solo a quella facoltà del nostro spirito che ci assicura della validità della premessa maggiore, la quale nel sillogismo si inserisce già con il suo valore di verità

Schlick dice anche che, se applichiamo la proposizione che ogni evento ha una causa ad un processo specifico e quindi affermiamo che anche quest’evento è casualmente condizionato, questa conoscenza non ci sembra affatto nuova e sorprendente, anche se quell’evento fosse di un genere del tutto nuovo e mai osservato. Noi semplicemente lo inseriamo senza stupore nello schema del principio di causalità espresso dalla proposizione.

Schlick poi dice che si possono dare casi diversi da questo, nei quali la conclusione di procedimenti sillogistici (ovvero i risultati di un calcolo) ci sorprendono e ci pervengono come conoscenza inattesa. Ciò dimostra però, secondo Schlick solo che psicologicamente l’esito non era stato già pensato nelle premesse maggiori. Ciò non vuol dire che logicamente non fosse contenuto in esse. Noi non ci interroghiamo su cosa sappia questo o quell’individuo, ma unicamente su come i giudizi conseguano l’uno dall’altro e si connettano nel dominio della verità.

Schlick aggiunge che la verità “113 è un numero primo” può essere per uno scolaro qualcosa di nuovo. Non di meno esso si lascia derivare il modo puramente sillogistico dalle definizioni dei concetti “numero primo” e “113 e logicamente è dato contemporaneamente a tali definizioni. Egli conclude che si tratta dei rapporti ideali tra giudizi e non delle concatenazioni degli atti di giudizio che li presentificano nella coscienza e che sono ovviamente processi reali.

 

 

Alcune obiezioni

 

Schlick poi passa a criticare la teoria di Bradley, Riehl e Storring, secondo cui alcune inferenze deduttive sono sicuramente giudizi sintetici. Questi autori dicono che, in proposizioni tipo “(A>B e B>C) ® (A>C)” la conclusione contiene una verità che non è data in nessuna delle due asserzioni precedenti. Infatti nella prima premessa non si dice nulla circa C, mentre nella seconda non si dice nulla circa A. La conclusione che parla del rapporto di A con C sarebbe qualcosa di completamente nuovo. Riehl aggiunge che queste inferenze non sarebbero sillogismi dal momento che ad esse mancherebbe il termine medio, ma la loro forma sarebbe più semplice di quella sillogistica. Schlick obietta che questa classe di inferenze deve il suo particolare carattere alla natura peculiare dei concetti di ordine che ricorrono in esse, concetti come “maggiore di…” oppure “a destra di…”. Le inferenze in questione possono essere concepite come formulazioni abbreviate di sillogismi regolari di natura composta. La conclusione cioè in essi non segue immediatamente e senz’altro dalle premesse : può essere tratta solo con l’ausilio di certi principi che non vengono per sé enunciati, ma che pure entrano nei processi di rappresentazione sotto una forma intuitiva e che per questo passano inosservati. Questi principi tuttavia sono forniti dalle definizioni di quei concetti d’ordine che vengono usati nelle inferenze.

Secondo Schlick ad es. la relazione “maggiore di…” può essere paradigmatica, in quanto le inferenze affini si lasciano ricondurre a questo stesso schema. Ad es. “A è a destra di B” vuol dire ad es. che, se A e B sono due punti con ascisse positive, quella di A è maggiore di quella di B.

Schlick dice che, per giudicare se il contenuto della conclusione vada o no oltre il contenuto delle premesse, noi dobbiamo prescindere da tutti gli oggetti reali o intuitivi per i quali l’inferenza può valere, altrimenti corriamo il pericolo di prendere per una derivazione puramente logica qualcosa che in verità è stato solo un desumere dall’intuizione. Ma ciò significa che dobbiamo rifarci alle definizioni implicite dei concetti che compaiono nell’inferenza. I concetti implicitamente definiti tra i quali sussiste la relazione “maggiore di…” si chiamano numeri (infatti inferenze della forma considerata sono applicabili alla realtà solo laddove si tratti di oggetti numerabili o misurabili). Quindi le definizioni con cui abbiamo qui a che fare sono nient’altro che il sistema di assiomi della teoria dei numeri o aritmetica.

Schlick continua dicendo che, seppure la questione della completa incontraddittorietà  del sistema di assiomi dell’aritmetica non è stata ancora definitivamente risolta, si può dire che di solito in questo sistema di assiomi la relazione “maggiore di…” viene definita semplicemente con l’ausilio della proprietà della transitività (si intende per relazione transitiva una relazione R tale che soddisfi la condizione per cui, se valgono aRb e bRc, allora vale anche aRc).

Si vede subito, conclude Schlick, che, stando così le cose, non è più possibile affermare delle inferenze in questione che esse condurrebbero a conoscenze nuove. Al contrario esse dicono del tutto banalmente solo ciò che è contenuto per definizione nei concetti impiegati. Inoltre quelle inferenze possono essere presentate, anche se in maniera più complicata, nella forma classica del normale sillogismo “Barbara” nel qual caso allora compare come una delle premesse del sillogismo (essendo “maggiore di…” una relazione transitiva).

Schlick poi, da un lato ammette che, data la ricchezza di relazione celata nella definizione implicita, la proposizione “A è maggiore di B” contiene molto più di quanto sembri a prima vista e cioè che A è maggiore anche di tutti quei numeri che sono minori di B. Anche qui la conclusione non ci dice niente di nuovo ed anzi ci dice meno che la prima premessa.

Schlick infine critica la tesi di Durr per il quale nel concetto di B non è implicito che C sia minore di B. Schlick obietta che è implicito nel concetto di un determinato numero (il quale numero specifichi secondo l’esperienza il posto di B) che tale numero è maggiore di un certo altro numero (del quale l’esperienza abbia insegnato essere quello che individua la collocazione dell’oggetto C).

Schlick conclude dicendo che, nell’esercizio pratico del pensiero, tutte le nostre definizioni sono costituite in modo da correre parallelamente al rappresentare intuitivo, in quanto in definitiva devono pur sempre servire a designare ciò che è intuito attraverso i concetti. Tuttavia, dove, nell’interesse di un assoluto rigore, l’essenza dei concetti ci è lecito ravvisarla solamente nelle relazioni in cui essi stanno tra loro, consideriamo i concetti indipendentemente dai loro scopi, ecco che allora il tipo di inferenza usato diventa una vera e propria struttura sillogistica, un’inferenza da proposizioni generali. Dal momento che queste proposizioni sono semplicemente le definizioni da cui l’inferenza procede e non le si può concepire come principi secondo i quali si compie l’inferenza (tesi di Riehl).

Schlick dice che con quello che sappiamo sulla vera natura dei giudizi e dei concetti, tale risultato non arriva a sorprenderci. Come potrebbe accadere che, combinando fra loro dei giudizi, ne uscisse qualcosa che non fosse fin da principio contenuto in essi ? Concetti e giudizi non sono cose reali, configurazioni plastiche che, dispiegandosi e sviluppandosi, possano generare qualcosa di nuovo. Essi sono segni fissi che non hanno mai proprietà diverse da quelle che sono state loro attribuite mediante definizione. Per quanto si voglia concatenare tra loro concetti o giudizi, quello che ne potremo ottenere saranno forse nuove formazioni concettuali, mai però nuove conoscenze. Il puro pensiero consiste solo nello svolgere quello che è contenuto nelle premesse maggiori, cioè nel disciogliere quanto è raggruppato in esse.

Per Schlick l’origine delle proposizioni generali che fanno da premesse è diverso nelle diverse discipline ed aggiunge che, nelle pure scienze di concetti come l’aritmetica, esse hanno tutte il carattere di definizione. Egli chiarisce poi che, per la deduzione ovviamente, per l’inferire rigoroso stesso, non c’è più bisogno di alcuna esperienza, in quanto, per ottenere la proposizione che costituisce la conclusione di un’inferenza, si richiedono solo le proposizioni che costituiscono le premesse in quanto in esse è celata la conclusione e si tratta solo di tirarla fuori per mezzo dell’analisi.

 

 

I giudizi particolari e “Barbara”

 

Schlick non sembra cogliere il fatto che, se diciamo che “x, y, z sono P”, facciamo una descrizione e non un giudizio scientifico. E ciò accade anche quando diciamo che “Alcuni S sono P”, se ciò segue dall’osservazione che (x) Ú (y) Ú (z) sono P.

Scientifica invece è la deduzione che “Almeno un S è P” oppure  che (x) Ú (y) Ú (z) sono P, ma non l’affermazione in sé.

Che un giudizio particolare sia un’abbreviazione imperfetta per un giudizio estensionale (“S1, S2sono P”) è vero da un punto di vista ontologico-naturalistico, ma da un punto di vista ingenuo si può dire con ragione “Alcuni S sono P” anche senza aver visto determinati S che sono P.

Ma Schlick compie un errore marchiano nel dire che la traduzione di “Alcuni S sono P” con “x, y, z sono P” sia una trasformazione dei giudizi particolari in giudizi universali, Si tratta invece di un passaggio ad una serie di giudizi singolari, a meno che l’universalità non stia nell’uso delle variabili, ma a questo punto staremmo di nuovo all’indeterminazione di “Alcuni S sono P”.

Anche nel definire il sillogismo “Barbara”, Schlick è completamente fuori strada, dal momento che lo definisce come la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale, mentre nella forma canonica esso è la sussunzione di una proposizione generale (la conclusione) sotto un’altra proposizione generale (la premessa maggiore) per il tramite di una terza proposizione generale e cioè la premessa minore (“Tutti gli M sono P; Tutti gli S sono M; Tutti gli S sono P”). Se poi si usa la forma modificata con dei giudizi singolari (“Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale”) abbiamo la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale sì, ma tramite un altro caso specifico (“Socrate è un uomo”). A meno che Schlick intenda dire che “Socrate” sia il caso specifico sussunto attraverso il sillogismo al predicato “mortale”, essendo già sussunto nella classe degli uomini. In questo caso però la sussunzione avviene in presenza di una sussunzione già data (la premessa minore).

 

 

Calcolo numerico e deduzione logica

 

Quanto all’idea di interpretare il calcolo numerico come un’inferenza, ci sono problemi che vanno esaminati : ad es. che rapporto c’è tra la sostituzione di segni e la deduzione logica ?

Inoltre Schlick quando evidenzia lo schema logico del calcolo, trascura il fatto che nel calcolo la generalizzazione è implicita nell’uso stesso dei simboli, nell’uso cioè delle stesse cifre o delle stesse variabili. Dicendo che il calcolo è una sostituzione e che le sostituzioni sono delle sussunzioni, Schlick fa una descrizione più aderente, ma diversa dallo schema sillogistico prima presentato.

Egli ammette pure che tra matematica e logica non v’è nessun rapporto privilegiato, in quanto le inferenze rigorose di altre scienze non sono differenti logicamente da quelle matematiche.

Il punto probabilmente è che la logica è un metodo di sistematizzazione delle scienze e la matematica è stata una delle prime scienze ad essere sistematizzata e ad usare implicitamente il quantificatore universale nell’suo dei simboli al fine di generare proposizioni logicamente vere.

 

 

La verificazione delle premesse

 

La concezione di Schlick è molto originale, ma trascura la natura propria della verità logica, la quale astrae dalla verificazione delle premesse, per mettere invece in evidenza la connessione tra le proposizioni. La vera struttura del sillogismo infatti è : “Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale”. Questa verità logica è tale a prescindere dalla verificazione estensionale (caso per caso) delle premesse. Dato “Se tutti gli uccelli hanno le ali ed il canarino è un uccello”, allora Giorgio, sapendo che Aldo ha un canarino, può inferire legittimamente che il canarino abbia le ali, senza fare la verifica che tutti gli uccelli abbiano le ali.

Schlick inoltre non tiene conto del fatto che la verifica completa di una proposizione universale è  impossibile (giacché non si può neanche dire con certezza se un insieme abbia un numero finito o infinito di elementi : ad es. dei leoni possono anche esistere su altri pianeti …).

Perciò la logica considera cosa sia vero data la verità di alcune altre proposizioni, per cui la verifica delle premesse non è rilevante (la logica comincia quando alcune proposizioni sono state già verificate o stipulate per vere). Essa è uno strumento per collegare proposizioni che si considerano vere per ipotesi, per convenzione o per evidenza empirica. La verità logica rispetto a quella fattuale si trova ad un livello meta-linguistico.

 

 

La conoscenza non è una proprietà logica

 

Schlick poi riduce il ruolo della logica a quello di motore di ricerca di istanze empiriche che sostengano la validità delle ipotesi da verificare. In realtà la logica, sistematizzando le credenze, consente anche di verificare le ipotesi assunte. Tuttavia sapere che da certe premesse derivino certe conseguenze è una conoscenza in più, dal momento che la conoscenza non è una proprietà logica delle proposizioni, ma il processo psicologico che consente la consapevolezza della verità di una proposizione. La conoscenza è un evento fenomenologico posto in essere da proprietà logico-ontologiche delle proposizioni.

Schlick confonde la verità logica con quella fattuale e vuole la certezza della verità della conclusione del sillogismo, mentre la verità logica è una verità metalinguistica che non si applica a proposizioni atomiche. Tuttavia essa ha un’ importanza pragmatica, dal momento che ci consente di orientarci razionalmente nei casi specifici grazie al fatto che rende più corrette le inferenze deduttive che effettuiamo quotidianamente (anche senza esplicitarle).

La conoscenza prettamente logica è la deduzione della conclusione dalle premesse. Altro è il fatto che la conclusione sia logicamente implicita nelle premesse, altro è il fatto (non vero) che la conoscenza della conclusione sia implicita nella conoscenza delle premesse, in quanto non esiste conoscenza che non sia esplicitazione (consapevolezza) e dunque una conoscenza implicita è una contraddizione in termini.

Schlick confonde :

  • La sua capacità e rapidità di apprendimento con l’assenza di qualcosa che debba essere appreso. Se avesse letto le ricerche sperimentali di Piaget sull’apprendimento infantile, con tutta la sorpresa legata all’apprendimento di cose “ovvie”, egli avrebbe forse cambiato idea.
  • Le verità logiche (rapporto tra proposizioni) e le verità di fatto (rapporti tra proposizioni e stati-di-fatto).
  • La costruzione di enunciati (opera del soggetto linguistico) ed il costituirsi di proposizioni (che sono stati-di-fatto ideali).
  • Una verità logica e la conoscenza di tale verità logica e dunque un rapporto sintattico con una relazione epistemica quale è la conoscenza (il primo del tutto autonomo dallo psichico mentre nel secondo l’aspetto psichico di consapevolezza ha un ruolo centrale).

Inoltre la deduzione logica può presupporre una conoscenza metafisica della relazione tra l’idea di “umano” e l’idea di “mortale”. Che questo legame sia un salto induttivo è un presupposto come un altro, ma il fatto che dipenda dalla realtà è vero sino ad un certo punto perché è sempre possibile reinterpretare una smentita ricorrendo alla sfera del Divino e dire “Sembra un uomo ma è un Dio” oppure “Essendo caro agli Dei, è stato assunto tra loro”. In pratica si può in ogni momento difendere il legame tra concetti da qualsiasi  rapporto di verifica con la realtà empirica.

 

 

 

Ogni evento ha una causa

 

Quanto all’analisi del principio di ragion sufficiente, Schlick ha ragione nel dire che esso potrebbe essere solo una proposizione sintetica a priori, anche se non è vero che argomenti che presuppongano giudizi sintetici a priori non possano essere presi in considerazione. Schlick poi sbaglia anche nel considerare ininfluente la premessa minore del sillogismo che costituirebbe il principio suddetto : egli infatti confonde la premessa maggiore con tutte le proposizioni (gli esempi particolari) che verificano la premessa maggiore stessa e tutte le proposizione legate a tale verifica. Anche qui dunque significato, verità e verificazione assumono un collegamento troppo stretto (è il riduzionismo neopositivista ad istituirlo). In realtà la supposta verifica  della premessa maggiore sarebbe in parte il sillogismo stesso e dunque essa non è implicita nella premessa maggiore, ma solo in entrambe le premesse (se ciò che dice Schlick fosse vero, non ci sarebbe bisogno di sillogismi).

Per fare un es. il sillogismo può avere la seguente struttura :

  1. Tutti gli x che hanno le proprietà A,B,C hanno anche la proprietà D.
  2. Socrate ha le proprietà A, B, C.
  3. Dunque Socrate ha anche la proprietà D.

Schlick invece fa un ragionamento con questa struttura solo apparentemente non sillogistica :

  1. Tutti gli x che hanno le proprietà A, B, C. hanno anche la proprietà D.
  2. Socrate ha le proprietà A, B, C … dunque D.

 

 

 

1/3 è un numero primo

 

Quando poi Schlick cerca di dimostrare che “1/3 è un numero primo”, pur essendo una nozione nuova per uno scolaro, si lascia derivare in modo puramente sillogistico dalle definizioni di “numero primo” e di “1/3”, egli trascura che una conclusione è tale proprio se le definizioni dei termini sono state così costituite, ma tale costituzione segue da proprietà che si attribuiscono attraverso progressive intuizioni noematiche, tali da rendere la conclusione suddetta una nozione nuova per uno scolaro. Solo dopo che tali intuizioni sono acquisite, si può strutturare il sapere conseguito in forma tale per cui la conclusione derivi analiticamente dalle premesse. Ma si tratta appunto di una modalità sistematica di organizzazione del sapere, non di una struttura essenziale delle proposizioni. I rapporti ideali tra le proposizioni (che non riguardano affatto la natura analitica o sintetica della conoscenza ad esse collegata) appartengono all’ontologia e solo di riflesso ad una costruzione formale ed utopisticamente completa della conoscenza (cristallizzata nella scrittura dei manuali o delle enciclopedie). La conoscenza concreta invece è un processo psicologico reale.

Schlick insomma ha una concezione della scienza come sistema già dato e verificato.

 

 

Conoscenza analitica e relazioni transitive

 

Quanto ai concetti d’ordine comparativi (es. “maggiore di …”), la nozione che Schlick usa di sillogismi regolari di natura composta è piuttosto problematica e sembra essere una categoria ad hoc per spiegare un’inferenza che non sembra lasciarsi ridurre ad un sillogismo. Concetti relazionali e comparativi come “maggiore di …” e “a destra di …” sembrano essere strutture ideali platoniche grazie alle quali è possibile una sorta di conoscenza sintetica a priori. Schlick ammette comunque che in queste inferenze la conclusione non segue immediatamente dalle premesse ed allora se si tratta di sillogismi almeno non si tratta di tautologie. I principi che non vengono per sé enunciati di cui parla Schlick sembrano proprio essere degli a priori, delle strutture ideali che caratterizzano gli enti relazionali (concetti d’ordine) che fondano questo tipo di inferenze.

Quanto al fatto che la relazione “maggiore di …” possa essere paradigmatica, in realtà ci troviamo di fronte ad una opzione riduzionistica (ad es. “a destra di …” riconducibile a  maggiore di …”), dal momento che è possibile anche una riduzione inversa (ad es.  maggiore di …” riconducibile a a destra di …”). Bisogna anche sottolineare che tale riduzione mantiene  un altro aspetto arbitrario proprio perché nessuno ci obbliga logicamente a simulare che “destra” sia sinonimo di “maggiore”. E’ molto probabile si tratti di analogie solo parzialmente applicabili.

Inoltre cosa intende in questa suo argomento Schlick per “intuitivo” ed “intuizione” ? Cosa differenzia l’individuazione di una definizione implicita da un’intuizione ? Poi dato un collegamento tra “a destra di …” e “maggiore di …” ed un altro collegamento tra “maggiore di …” e “numeri”, si può parlare di un collegamento dello stesso tipo tra “a destra di …” e “numeri” ? E tale collegamento è della stessa forza ? Qui dovrebbero parlare gli esperti di logica fuzzy.

Schlick poi per ridurre una presunta conoscenza sintetica a priori ad una tautologia, mette quale premessa di tale conoscenza la regola di deduzione che rende possibile il passaggio dalle premesse alla conclusione. E’ questa una procedura logicamente corretta ? E così facendo non si crea una terza premessa del sillogismo ? Quale figura logica si costituisce in questo modo ? A sua volta la regola di deduzione sembra essere la funzione proposizionale che schematizza l’intera inferenza e dunque sembrerebbe che il carattere tautologico dell’inferenza sia esemplificabile solo con una tautologia (dove la premessa del sillogismo è lo stesso sillogismo con le variabili al posto dei termini).

Schlick continua a presupporre che nelle premesse sia già tutta intera la conclusione (dicendo che aRb implica che a sia maggiore di tutti i valori inferiori di b) e che il carattere universale della premessa maggiore renda non sintetica l’intera inferenza. Inoltre egli pensa che la definizione implicita sia riducibile ad un sillogismo e per fare questo pare a volte ipotizzare sillogismi di nuova specie. Forse invece la definizione implicita contiene proprio quella che chiamiamo conoscenza sintetica a priori e ridurla ad un sillogismo potrebbe risultare aporetico, dal momento che l’esplicitazione delle relazioni implicite, con una verifica praticamente illimitata dei singoli casi ricompresi nella premessa maggiore, costituirebbe proprio la conoscenza della realtà ideale, conoscenza mai costruibile una volta e per tutte e dunque mai definibile come analitica.

Nel momento in cui Schlick ne vorrebbe dimostrare l’analiticità è costretto a fare quella verifica empirica che vorrebbe eludere e a rimettere in gioco la premessa minore di cui vorrebbe ridimensionare il ruolo. Senza contare che se la premessa minore fosse diciamo “ingoiata” dalla premessa maggiore, quest’ultima sarebbe in maniera ancora più evidente una funzione proposizionale saturabile illimitatamente proprio dai casi empirici, perdendo il proprio carattere solo formale che le si vuole attribuire.

 

 

Conclusioni : la natura delle definizioni implicite

 

Schlick presuppone che i concetti siano nostri artefatti, magari anche rigidi. Ma da dove deriva tale conclusione, visto che questa non viene accettata dall’Idealismo oggettivo  e dunque non va presa come una premessa indubitabile ? Per Hegel ad es. lo svolgersi del Concetto era conoscenza. Schlick non ci spiega nemmeno perché la contemplazione di nuove formazioni concettuali non sarebbe nuova conoscenza. Né perché non lo sia l’esplicitazione di ciò che è implicito. Una conclusione celata, una volta scoperta, non dà luogo ad una conoscenza ? E dire “Si tratta solo di tirarla fuori” non nascondo nel “solo” tutta le difficoltà e l’avventura della riflessione filosofica ?

Schlick nega in realtà l’evidenza del carattere storico sia della conoscenza, sia delle stratificazioni dei concetti che rendono possibile quest’ultima. I concetti poche volte nel corso della storia sono stati costruiti come in fabbrica, sapendo cioè perfettamente quello che c’è dentro. Le stesse definizioni implicite attinte da Hilbert non sembrano costruite e di esse spesso non sembriamo avere consapevolezza (per cui la costruzione della geometria euclidea è la croce e la delizia degli studenti).Esse sono talmente strane da motivare forse Wittgenstein a dire che la logica sia qualcosa che si mostra.

Infine, se nel sillogismo la premessa minore deriva da quella maggiore, attraverso il suo esplicitarsi estensionale, allora il processo inferenziale non è limitato solo alla deduzione della conclusione, ma anche alla verifica ed all’articolarsi delle premesse e dunque al rapporto di volta in volta empirico con l’illimitatezza del particolare.

 

 


29 marzo 2010

Albert Burgio : la storia del comunismo di Luigi Cortesi

La scena si apre sulla notte berlinese del 9 novembre dell'89, ma la scelta non deve ingannare. Questa Storia del comunismo di Luigi Cortesi (manifestolibri, pp. 815, euro 65) - summa di una vita di studio e di passione politica - prende avvio dal simbolo dell'implosione del blocco socialista ma muove in direzione opposta allo schema dominante che nella fine del «socialismo reale» legge la morte del comunismo. Rievocato il crollo del Muro, ecco la questione inusitata: «non è ancora ben chiaro che cosa sia stato quel comunismo o "socialismo reale"», quindi «che cosa fosse realmente crollato è tuttora storicamente sub judice».
È la mossa che decide l'intero sviluppo della ricerca. Ricerca vera, il cui svolgimento rettifica il taglio di partenza e impone un mutamento nei piani dell'autore. Cortesi aveva immaginato di arrivare al 1945; poi, dopo 800 fitte pagine, si arresta al '27, alla resa dei conti tra Stalin e Trockij. Che non potrà portare a compimento il disegno originario è un motivo di rammarico che aggrava il dolore per la sua scomparsa.


Chiedersi che cosa sia crollato tra l'89 e il '91 impone di interrogarsi sul rapporto tra «socialismo reale» e comunismo, quindi di definire quest'ultimo. Cortesi lo intende come l'altro del capitalismo: la sua «ombra cattiva, che esiste da quando nacque il capitalismo e durerà quanto il capitalismo». Sussiste perciò una irriducibile eccedenza del comunismo rispetto ai risultati delle lotte. «Il tentativo fallito è altra cosa che il superamento delle sue ragioni», nessuna rivoluzione esaurisce il bisogno che l'ha determinata.
Si dovrebbe a questo punto aprire il ventaglio delle rilevanti implicazioni di questo assunto. Limitiamoci alle due principali. Ne discende, in primo luogo, un progetto ambiziosissimo, che un grande storico della Shoah definirebbe di «storia integrata» (Saul Friedländer). Non ci si può limitare alle storie ufficiali di Stati, organizzazioni e grandi accadimenti, la storia del comunismo essendo innanzi tutto storia del «basso», delle lotte politiche e sociali di massa. E delle passioni e sofferenze del proletariato, che lo storico deve leggere cogliendo nella spontaneità del conflitto «la sorgente socio-culturale inesauribile dell'obiezione socialcomunista». È qui trasparente la critica a certa storiografia accademica, come pure la ripresa della polemica degli storici dell'«altro» movimento operaio (Stefano Merli e Karl-Heinz Roth), oltre che della lezione degli storici orali (Gianni Bosio e Danilo Montaldi).
Alla scoperta delle radici
L'altro corollario è direttamente politico. Contro il «sillogismo» che dall'identificazione tra comunismo e Urss desume la morte del comunismo Cortesi è durissimo. Questa «estrema leggerezza» - figlia del «nuovo trasformismo» - innalza una «barriera di conoscenza» che non solo divide le generazioni, ma «stronca ogni ricerca», legittimando l'assolutizzazione del capitalismo. Una catena di conseguenze si diparte da qui e conduce alla condizione devastata in cui ci è dato vivere, travolti dalla crisi verticale del movimento di classe.
Coerente con questa impostazione, il racconto muove dalle prime «proposte moderne di socialismo» concepite tra Cinque e Seicento, quindi analizza le vicende della I e della II Internazionale, sino all'ultima riunione di questa alla vigilia della guerra mondiale. L'attenzione si volge poi alla lunga preparazione dell'«Ottobre rosso», dalla rivoluzione del 1905 all'insurrezione del '17. Al centro giganteggia la figura di Lenin, del quale Cortesi sottolinea la capacità di conquistare un seguito di massa (a cominciare dai decisivi Soviet di Pietroburgo) nell'estenuante braccio di ferro con l'opposizione menscevica e «semi-bolscevica».
Un elemento non meno rilevante è l'«audace strategia politica» consegnata alle pagine di Stato e rivoluzione, culmine, per Cortesi, della progettualità comunista. Ma l'opera di Lenin, scritta a cavallo della rivoluzione, è indizio, al tempo stesso, delle ambiguità nelle quali avrebbe trovato alimento il germe della degenerazione repressiva. L'identificazione tra Stato-guerra e Stato parlamentare induce già Lenin a sottovalutare procedure e garanzie democratiche, producendo il paradosso di una critica della statualità che, nel giro di un decennio, vede l'avvento di un potere statuale permanente, fondato sulla confusione tra Stato e partito e praticato come «universalizzazione sostitutiva» del protagonismo di massa.
La restaurazione staliniana
Su questo rovesciamento fa leva la «restaurazione» staliniana, sulla quale Cortesi formula giudizi univoci. Il nuovo corso (chiaro già nel '24) si incentra sul «monopolio del comunismo» nelle mani del vertice politico; sulla cristallizzazione dottrinale del marxismo-leninismo; sulla bolscevizzazione autoritaria, sanzione di una irreversibile crisi dell'internazionalismo. È in nuce la linea del socialismo «in un Paese solo», incardinata sulla trasformazione del partito in organizzazione burocratica di massa comandata con tecniche plebiscitarie. Cortesi commenta: il contesto «storico-materiale» della rivoluzione (l'impasto tra i caratteri profondi della lunga durata e il trionfalismo prometeico della modernità) si vendica delle «buone intenzioni», avviando la transizione verso la «divaricazione tra la rivoluzione e il comunismo».
Ma l'aspetto più rilevante della ricostruzione è l'insistenza sul carattere politico della vittoria di Stalin, frutto non solo di una maggiore coerenza nella lotta, ma anche di una più lucida coscienza del fine. Se Zinov'ev soccombe, è perché la mediazione tra operai e contadini da lui propugnata è inadeguata al rilancio della produzione, ancora nel '26 lontana dai livelli pre-bellici. E se la prima «degenerazione» dell'esperienza sovietica consegue al «fallimento dei criteri originari della pianificazione», essa si direbbe figlia del degradarsi di questa a gestione dell'industrializzazione pesante accelerata, piuttosto che di errori strategici sulla direzione intrapresa.
Alla narrazione della «decadenza del "sogno" dell'Ottobre» si intreccia la ricostruzione, non meno partecipe, della vicenda del comunismo italiano, a partire dalla scissione di Livorno decisa dalla «sinistra» bordighista in contrasto con l'Internazionale. Sulla scorta delle sue antiche analisi sulle Origini del Pci (1972) - un controcanto alla storiografia «ufficiale» di Spriano - Cortesi ripercorre questa vicenda con rigore ma senza dissimulare le proprie propensioni: l'affinità con le posizioni di Bordiga (astratto e settario, ma coerente nel sostenere una linea di intransigente iniziativa classista), la distanza critica da Gramsci, la decisa avversione allo «stalinista» Togliatti.
Il gradualismo di Gramsci
La lotta interna al gruppo dirigente, che culmina con la vittoria del «centro» gramsciano, è illustrata nel contesto del rapporto con l'Internazionale e letta in simmetria con quella che divampa nel partito russo. Bordiga è il «Trockij italiano», Gramsci non è «un bolscevico in Italia», ma si muove con «intelligente cinismo», forte della consonanza tra le proprie posizioni (che Cortesi bolla come «moderato gradualismo» di ispirazione kautskiana e tradeunionista) e quelle dell'Esecutivo di Mosca. Di qui, in capo a un conflitto non esente da colpi di mano, la sconfitta di Bordiga e l'imposizione di una «gerarchia segretariale» dominata da Gramsci e Togliatti e destinata ad agire (dopo il '45) come «un coperchio o un freno messo al permanente livornismo della base di classe».
Sono queste forse le pagine più soggettive del libro. Non si vuol dire meno convincenti, trattandosi di una linea storiografica (e politica) consolidata. Ma certo qui lo storico indossa panni militanti. La riflessione e l'iniziativa politica gramsciana sino alle Tesi di Lione sono oggetto di critiche severe. L'esperienza dell'Ordine Nuovo è considerata una regressione a un generico movimentismo interclassista; la teoria dell'egemonia e della «guerra di posizione» è letta come il sofisticato esito dell'abbandono della prospettiva rivoluzionaria e della dispersione del respiro analitico internazionale: posizioni indiscutibilmente legittime, ma non esenti da forzature che gli sviluppi analitici nei Quaderni si incaricano di mettere a nudo.
Si tratta ad ogni modo di limiti puntuali, che nulla tolgono all'importanza del lavoro. Questa Storia offre un quadro ricchissimo, impreziosito dall'equilibrio tra accuratezza del dettaglio e coerenza del disegno. A fare di essa un testamento politico è poi la tensione etica della narrazione, sorretta dallo sforzo di far luce sulle implicazioni teoriche sottese allo svolgimento degli eventi.
Risalta, a questo riguardo, l'insistita riflessione sul nodo rivoluzione/guerra, sempre più influente nella stessa esperienza militante di Cortesi, razionalmente ossessionato dalla coscienza del rischio dell'annientamento totale generato dalla scoperta dell'arma nulceare.
Da una parte, la rivoluzione è per definizione guerra alla guerra. (già l'Ottobre è «opposizione alla guerra totale che si annunciava»); dall'altra, sussistono, tra le due, «specularità e compenetrazioni», non solo perché la guerra sovente favorisce la rivoluzione, ma anche per il fatto la paura della rivoluzione spiega in parte lo scoppio di una guerra. Tende a instaurarsi, su questa base, una «sinonimia totale o parziale» tra la rivoluzione (in nome della pace) e la guerra (civile), entrambe espressioni di violenza, e in che misura tali similitudini abbiano influito, non solo sulla storiografia di ascendenza schmittiana, lo dimostrano sia l'incidenza delle tesi revisionistiche sia, da ultimo, lo spazio conquistato dalla retorica della non-violenza.
La rivoluzione sfigurata
La serrata polemica di Cortesi, pacifista militante, contro tali posizioni attraversa l'intero sviluppo della narrazione. Quella tra guerra e rivoluzione è a suo giudizio un'analogia apparente e fuorviante: le masse rivoluzionarie sono qualitativamente diverse dalle masse inquadrate nell'impresa bellica; questa devasta l'internazionalismo - cuore della lotta rivoluzionaria - quindi sfigura la rivoluzione, militarizzandola e snaturando il conflitto di classe. La stessa posizione non-violenta si rivela non di rada vacua, nella misura in cui non considera la differenza che separa la violenza dettata dalla «volontà di rinnovare le regole di convivenza» da quella mossa dall'odio e dalla prevaricazione. Morale, ne conclude Cortesi, è solo il ragionamento che queste differenze tiene nel debito conto, poiché la scelta tra ragioni opposte, non eludibile, chiama in causa la responsabilità.
Bastino questi cenni a dare un'idea della complessità di un ordito narrativo di sorprendente attualità. Del resto, che la narrazione sia rivolta anche al presente e al futuro, Cortesi lo afferma a chiare lettere. Come quando scandalosamente scrive che «il comunismo è stato Rinascimento e Illuminismo» e «potrà ancora esserlo» se ritroverà «la propria identità politica»: se e quando, cioè, tornerà alla fonte sorgiva, inscritta nelle domande delle «moltitudini di disperati», sempre più pressanti via via che il capitalismo imperialista avanza nella propria storia di violenza e di devastazione.


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22 marzo 2010

Definizioni e sistemi formali in Schlick

 

Le difficoltà dei rapporti tra percezione e memoria ed il ruolo dei concetti

 

Schlick dice che, se ho in mano un pezzo di metallo, non posso sapere se è argento sulla base della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica. Dobbiamo infatti ricorrere al concetto scientifico di argento (peso specifico 10,5 oppure peso atomico 108 etc.) e vedendo se il pezzo di metallo ha queste proprietà, veniamo a sapere se si tratta di argento o meno.

Schlick poi nota che anche la lettura di una scala, la posizione di un indice sono osservazioni sensoriali, riconoscimenti di immagini percettive e dunque sottoposte all’insicurezza di cui si è parlato prima. Egli da ciò deduce il fatto che ogni definizione si riferisce a caratteristiche che alla fine sono sempre di natura intuitiva. Schlick riconosce che la difficoltà per la quale erano stati introdotti i concetti è stata soltanto spostata, ma tuttavia con l’introduzione dei concetti è possibile, grazie a definizioni appropriate, trasferire quella difficoltà a livelli dove ogni errore può essere escluso con una sicurezza sufficiente per tutti gli scopi delle scienze individuali.

A tal proposito Schlick fa degli esempi :

  • Se il concetto di “pesce” è quello di un animale che depone uova e respira per mezzo di branchie, non si potrà mai cadere nell’errore di prendere una balena per un pesce.
  • Anche le caratteristiche del concetto di “argento” sono scelte allo stesso modo cosicché, per tutti i fini pratici come per quelli scientifici, il riconoscimento possa essere garantito con precisione sufficiente.

 

La necessità dell’intuizione

 

Schlick però intravede un’altra possibile obiezione e la sviluppa compiutamente : tale obiezione afferma che, essendo la definizione di un concetto consistente nella specificazione delle sue caratteristiche, queste, perché possano essere determinate con esattezza, debbono venire definite a loro volta e cioè risolte in ulteriori caratteristiche e così via. Le alternative sono a questo punto due :

  • Un regresso ad infinitum che renderebbe illusorio ogni definire.
  • Un arrivo a caratteristiche intuitive non suscettibili di definizione, che però per loro natura non sarebbero esatte e l’esito sarebbe lo scetticismo.

Schlick aggiunge che i vissuti empirici non sono oggettivamente indeterminati, ma tuttavia sono instabili e transeunti così da rendere problematica la loro riproduzione e la loro conoscenza, giacchè il ritenerli nella memoria va incontro a difficoltà già evidenziate.

Schlick poi riferisce la tesi dei logici (tesi forse di ispirazione aristotelica) per cui i principi primi della logica non solo non sono suscettibili di definizione, ma non ne avrebbero nemmeno bisogno : il contenuto dei concetti più semplici viene esibito dall’intuizione (ostensione).

Schlick argomenta che questa tesi o significa che l’intuizione non è confusa, ma chiara e distinta, oppure significa che la certezza assoluta non è né raggiungibile né forse necessaria (Gorgia e forse Stuart Mill). Secondo quest’ultima concezione, anche le proposizioni dell’aritmetica sono proposizioni empiriche che partecipano di quella mancanza di certezza che è propria dell’empiria. Quanto alla prima alternativa, aggiunge Schlick, essa dice che se il dato è fugace, c’è in esso qualcosa di costante ed è la legge che lo informa. Il problema per Schlick è cosa sappiamo di tali regole ? Come le possiamo conoscere se il nostro criterio sono sempre i contenuti intuitivi ?

Schlick esemplifica il proprio programma di ricerca con un dilemma : il contenuto di tutti i concetti può essere trovato solo nella dimensione intuitiva o il significato di un concetto può non essere riducibile a rappresentazione empirica e dunque dare luogo a conoscenza non effimera ?

 

 

Hilbert ed il ruolo della matematica nella logica

 

Schlick sostiene che la spinta per risolvere questioni di logica è venuta dalla matematica. All’inizio i matematici accettavano l’indefinibilità dei concetti elementari della geometria, ma, nel corso della storia hanno ridotto al minimo i concetti indefinibili e le proposizioni assiomatiche, evitando locuzioni del tipo “Dall’esame della figura segue…” oppure “Dal disegno si vede..”, locuzioni che richiamano sempre un ricorso all’intuizione. E’ stato Hilbert che ha portato a compimento il progetto di riduzione al minimo del fattore intuitivo sia nella definizione dei concetti che nella postulazione degli assiomi. Il principio di Hilbert fu quello di introdurre i concetti fondamentali senza previa definizione, ma attraverso una definizione implicita che passasse attraverso l’uso dei termini negli assiomi, in maniera da soddisfare immediatamente gli assiomi che li contengono.

Schlick tramite Hilbert argomenta che i concetti non hanno valore conoscitivo autonomo, ma solo all’interno di proposizioni (ad es. gli assiomi) da cui si inferiscono altre proposizioni. Con la definizione implicita non si crea qualcosa di nuovo, ma si reinterpreta la natura dei concetti usati il cui significato intuitivo non ha importanza. Tutti i concetti invece sono definiti solo attraverso il loro stare (ciascuno con tutti gli altri concetti) in quelle determinate relazioni stabilite dagli assiomi.

La geometria hilbertiana è caratterizzata da un sistema di proposizioni con parole come “punto”, “retta”, “piano”, “tra”, “fuori di”, i quali non hanno senso in sé, ma ricevono senso attraverso il sistema di assiomi e tutto il loro essere consiste nell’essere portatori delle relazioni stabilite dal sistema. A Schlick ciò non comporta alcun problema visto che i concetti non sono in sé nulla di reale ed egli argomenta verso tutti coloro che rimangono perplessi di fronte a concetti senza significato proprio e fa l’esempio della geometria dove ad es. nelle geometrie non-euclidee i concetti di retta, piano, punto stanno tra loro nelle medesime relazioni, ma hanno rappresentazioni intuitive diverse (ad es. la retta è un cerchio, il piano una superficie sferica).

 

 

Assiomatica e geometria

 

Per Schlick come per Carnap la conoscenza è conoscenza della forma (platonismo) e nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri. La geometria non è propriamente scienza dello spazio, giacchè le configurazioni spaziali svolgono solo il ruolo di esempi intuitivi in cui le relazioni fissate in astratto nelle proposizioni geometriche si trovino realizzate. Secondo Schlick, mentre la definizione concreta rimanda ad un qualcosa di reale, all’intuizione, la definizione implicita rifiuta questo rinvio. Egli è consapevole che una pura rete sintattica può essere un mero gioco di simboli (formalismo). Ma ci sono scienze della realtà che applicano questi concetti alla dimensione dell’intuizione, anche se senza la sicurezza di un perfetto rigore.

Schlick dice che Kant, dando per scontato che i giudizi geometrici erano apoditticamente certi, si premuniva di spiegare perché. In realtà tale presupposto non è più tanto certo ed egli si rende conto che la coerenza resa possibile dalla definizione implicita si contrappone alla dimensione dell’intuizione del mondo reale, generando un rinnovato dualismo di marca quasi cartesiana. Schlick considera tale separazione un costo necessario per la chiarificazione dei termini del problema e per individuare le reali relazioni tra i due termini così nettamente distinti. Egli dice poi che non ogni gruppo arbitrario di postulati può essere assunto come definizione implicita di una serie di concetti. Gli assiomi ad es. non debbono contenere alcuna contraddizione, né devono implicarla e tale dimostrazione è un compito difficile che però è interno alla teoria in questione e può essere immaginato come risolto.

Schlick infine precisa che in matematica la definizione esplicita è una definizione che esprime un concetto mediante una combinazione di altri concetti, in modo tale che questa combinazione possa essere sostituita al concetto definito ovunque esso ricorra. La definizione implicita si ha quando una tale combinazione non può essere specificata.

 




Come riconosciamo l’argento ?

 

Per ciò che riguarda la tesi per cui la comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica non è affidabile per il riconoscimento di qualcosa (ad es. l’argento), c’è da dire che comunque non esiste un metodo migliore dal punto di vista della certezza, ma solo dal punto di vista dell’esattezza. Infatti il concetto scientifico di argento per essere costituito e verificato pure ha bisogno della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica : certe proprietà (peso specifico etc), per poter definire l’argento o debbono essere assiomaticamente tali (per cui “argento” diventa un  nome per un qualcosa che abbia queste proprietà) oppure debbono essere ricavate da un oggetto il cui “essere d’argento” è stato desunto tradizionalmente e cioè tramite una comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica.

Come abbiamo visto, Schlick ammette che alla fine il rinvio è sempre all’intuizione, ma pensa che le difficoltà si sono spostate ad un livello dove l’errore può essere escluso con una certa sicurezza. Il problema è che l’esempio della balena non ci aiuta per niente : infatti in tal caso la definizione di errore è correlata a come sia stato definito il concetto di “pesce”. Quest’ultimo a sua volta non ci è di aiuto, ma è il risultato di una linea di demarcazione che è stata tracciata e si spera possa essere condivisa da tutti, in modo da rendere stabili e sufficientemente prevedibili le comunicazioni relative a tali argomenti. La cosa vale anche nel caso del concetto di “argento” con l’aggravante che in questa variante la verifica cosiddetta scientifica presuppone l’uso di strumenti che non sono alla portata di tutti. In tal caso il riconoscimento diventa possibile solo a pochi, compromettendo la riproduzione diffusa e condivisa del sapere : Perché la definizione scientifica di argento deve essere accettata da uno che non ha gli strumenti per poterla testare ? Ed estendendo la portata di tale problema,  perché uno che non è potuto andare a scuola non deve credere ai miracoli ? Perché uno che non ha accesso empirico ad un acceleratore deve convenire sull’esistenza degli atomi ? Il suo approccio alla questione è, in tali casi, lo stesso di un cristiano all’epoca del Medioevo (dovrebbe cioè credere per il principio di autorità, perché lo dice Boncinelli e la maestra a scuola etc. ).

 

 

Il rinvio ad infinitum è per forza un fallimento ?

 

Il ricorso all’intuizione da parte di Schlick come punto ultimo del definire (almeno nel caso della definizione esplicita) si basa sul rifiuto del rinvio ad infinitum, ma quest’ultimo è per forza un segno del fallimento dell’impresa conoscitiva ? In realtà lo è solo per chi ritiene che i concetti e le definizioni siano costitutive del loro oggetto, dal momento che, in questo caso,  il loro operare non avrebbe né compimento né verifica. Ma se l’oggetto della definizione fosse esterno ad essa, esso potrebbe essere inesauribile, sfuggente e ciò non comporterebbe un fallimento a priori dell’impresa conoscitiva. Dire poi che i contenuti intuitivi siano ontologicamente determinati è un’assunzione che a rigore, dati i presupposti da Schlick stesso accettati (un’antimetafisica radicale), non si potrebbe fare gratuitamente : sarebbe già di per sé una indebita escursione nell’ontologia.

 

 

Aporie hilbertiane

 

Quanto alle tesi di Hilbert (che, come si vede non solo da qui, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del Neopositivismo logico), c’è da dire che i termini nella sua assiomatica sembrano definire solo delle funzioni, con un formalismo sintattico che sembra rifiutare qualsiasi riferimento semantico. (anche se questo approccio ricorda metaforicamente l’ontologia dello Hua-Yen Sutra per il quale l’intuizione della verità è l’apprensione dell’intera rete interdefinita della realtà attraverso uno dei suoi nodi) Nel caso di Hilbert l’intuizione forse non si riferisce però all’aspetto semantico ma al valore di verità (che non è verificato empiricamente, ma attribuito assiomaticamente). L’assenza del ricorso all’intuizione fa sì che nei sistemi di Hilbert sia assente il livello della F-verità ? Del resto se presupponiamo che la teoria di Neurath sia un corollario filosofico delle indagini hilbertiane notiamo che anche in Neurath il riferimento all’intuizione ed alla realtà empirica spariscono dall’orizzonte teorico. Se la rete sintattica è completa in se stessa, come si può applicare all’intuizione ? Una soluzione potrebbe essere l’isomorfismo spinoziano di Wittgenstein ?

Intanto c’è da dire però che l’approccio hilbertiano comporta una chiusura monadistica del sistema stesso, nella quale i termini possono essere solo interni al sistema e non possono rivolgersi all’esterno senza che questo non implichi un’estensione del sistema (che deve reincludere questo contesto al proprio interno). Ciò implica il rischio di una chiusura reciproca dei linguaggi, monadi  complete, coerenti e chiuse ad altri sistemi linguistici. E va risolto il problema di come si possano rapportare tra di loro. Per Schlick, come abbiamo visto, ciò non implica alcun problema in quanto i concetti non sono nulla di reale. Ma considerare reale solo ciò che è isolabile o definibile in sé (come un’essenza aristotelica) è un residuo dogmatico. Per cui è necessaria una dialettica che renda possibile una rappresentazione ontologica che faccia da correlato agli strumenti che Hilbert ha elaborato (Imre Toth sembra essersi impegnato in un’impresa del genere).

Se la definizione implicita rifiuta il rinvio all’intuizione e dunque una sorta di asimmetria della rete concettuale, ciò non  presuppone una circolarità tra assiomi e teoremi, vista anche l’interdefinibilità tra i concetti di un sistema formale ?

Ed ancora il fatto che nella definizione implicita non può essere specificata la combinazione di concetti in cui si risolve un altro concetto, lo si deve alla circostanza per cui la definizione implicita è un rinvio circolare (e perciò infinito) ad una rete sintattica, tale da non consentire l’esplicitazione di una combinazione base finita di concetti ?

Possiamo accennare in ultimo al fatto che alcune tesi di Schlick circa il carattere sempre interno al sistema formale della dimostrazione sono state messe in questione dalla prova di Godel.

 

 

La geometria non è mera assiomatica

 

L’esistenza del concetto sussiste proprio nelle relazioni logiche che instaura con altri concetti e non nelle rappresentazioni intuitive con cui si lega kantianamente all’empiria. Schlick sembra confondere Concetto e Vorstellung, cosa che Kant ed Hegel non facevano. L’”esser funzione” proprio del Concetto non è una dimostrazione della sua inesistenza, ma una forma di esistenza che non è legata all’empiria, l’appartenenza ad un livello ontologico suo proprio. E’ Schlick che prima vincola la conoscenza all’intuizione e poi svilisce il ruolo della rappresentazione intuitiva. Ma è il suo punto di partenza validativo che è sbagliato.

Egli sbaglia a mettere sullo stesso piano sillogismi, sistemi deduttivi ed espressioni algebriche. Altro è l’applicabilità di un’espressione formale a diversi contesti (formalismo), altro è il valore di verità di una tautologia quale che sia il significato dei termini interni alle proposizioni. Quando Schlick dice che nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri, è necessario essere cauti in quanto quei numeri comunque indicano linee che si intersecano, perché ci sono relazioni ben definite tra quei numeri e forse di tipo non unicamente aritmetico. Schlick si ostina a confondere la geometria con l’assiomatica, quando la geometria è un’applicazione concreta dell’assiomatica, applicazione volta a sistematizzare una teoresi sullo spazio (fisico, percettivo), teoresi a sua volta fondata su assunzioni intuitive o presunte tali.

 

 


18 marzo 2010

La disfatta di Sarkozy

I leader della destra, in coro, hanno negato la sconfitta. La strategia è stata messa a punto all'Eliseo. Impossibile, per il primo ministro François Fillon, «trarre una lezione nazionale da questo voto». Per il ministro dell'ecologia, Jean-Louis Borloo, «quando 23 milioni di elettori non votano, su un corpo elettorale di 40 milione, diventa difficile ragionare sulle percentuali». Addirittura, per la sottosegretaria Nathalie Kosciusko-Morizet «la sinistra voleva un referendum anti-Sarkozy, ma un elettore su due non è stato al gioco». Ma tutti i commentatori sono unanimi: Sarkozy e il governo non potranno guardare altrove e far finta di niente. Il primo turno delle elezioni regionali è stato uno schiaffo elettorale per il potere in carica. L'Ump, il partito unico voluto da Sarkozy, ottiene il peggior risultato della destra nella storia della V Repubblica (26,3%), pur avendo assorbito parte dei centristi ed essersi alleato con il Nuovo centro, i seguaci di de Villiers e persino i cacciatori. L'iperpresidente ne dovrà tener conto. La sinistra ha vinto, il Ps è il primo partito del paese con il 29,5%, mentre sembrava agonizzante dopo il crollo delle europee l'anno scorso. I verdi di Europa Ecologia diventano la terza forza politica. Lo schieramento progressista dovrà tener conto del Front de gauche, unione del Pcf e di una frangia uscita dal Ps, che supera il 6% e vince la battaglia alla sinistra della sinistra, dove l'Npa (Nuovo partito anticapitalista, erede del Lcr) annaspa con il 3,4% (e Lutte ouvrière è all'1,1%). Il Fronte nazionale, che Sarkozy pensava di aver soffocato, riprende fiato, ottiene un risultato a due cifre (11,6%) e sarà presente nelle dodici regioni dove ha superato il 10%, imponendo delle triangolari (sfavorevoli alla destra). Il MoDem centrista di François Bayrou prosegue la discesa agli inferi, fermo al 4,3% (al primo turno delle presidenziali nel 2007, Bayrou era 18%). Domenica prossima, il Ps dovrebbe confermarsi in testa nelle 20 regioni che già governa. La Corsica potrebbe andare a sinistra, grazie ai regionalisti, mentre l'incertezza domina in Alsazia (dove ci sarà una triangolare).



L'astensione, allarme sociale
Il 53,5% degli elettori non si sono recati alle urne. Il dato preoccupa tutte le forze politiche, anche se la destra cerca di sfruttare questo dato per screditare la vittoria della sinistra. La crisi e i suoi effetti sono all'origine di questo scoraggiamento generalizzato. La parola dei politici è screditata, dice l'astensione di massa. Una buona fetta dei cittadini non crede più nell'incidenza dell'azione politica. E questo riguarda soprattutto le classi popolari e quelle più sfavorite. Ma l'astensione, malgrado quello che dice la destra - sono i presidenti socialisti, che governavano 20 regioni su 22 dal 2004 che non sono riusciti ad interessare l'elettorato - è un segnale che riguarda prima di tutto Sarkozy. Il presidente si era fatto eleggere nel 2007, promettendo il «volontarismo», l'azione politica efficace. Ma, malgrado gli interventi per contrastare la crisi e le molte parole spese a questo riguardo, la disoccupazione è ormai al 10% e le chiusure di fabbriche si susseguono. Le affermazioni, a caldo, della ministra delle finanze, Christine Lagarde, non possono che inquietare: «non mi lascerò scuotere dal tasso di astensione o da questo o quello che grida vittoria. Il tutto mi lascia indifferente e proseguirò con la mia politica delle tre R: rilancio, riforma, risanamento delle finanze pubbliche». Il peccato originale del sarkozysmo - lo scudo fiscale che protegge i più ricchi - non ha nulla da temere.

Un risultato storico
Come è storico il brutto risultato della destra, lo è anche il successo della sinistra, che, complessivamente, arriva intorno al 50% dei voti. Il Ps si riprende, torna ad essere di gran lunga il partito più forte di questo schieramento, dopo essere stato dato per agonizzante in seguito al crollo delle europee dello scorso anno e alle battaglie di personalità al vertice. Martine Aubry, conservando una certa modestia, non ha nascosto che considera questa vittoria come un suo successo personale. Unico neo, il caso del Languedoc-Roussillon, la regione del sud, dove la lista sostenuta dal Ps nazionale, contro quella dei socialisti locali guidati dal problematico Georges Frêche, è ferma al 7,74% (ma Frêche ha preso il 35,2% e Aubry, pur non indicando di votare per lui, ha invitato gli elettori a «sbarrare la strada alla destra»). Il Ps arriva in testa al primo turno in 13 regioni. In Guadalupa, il presidente uscente, il socialista Victorin Lurel, è già rieletto al primo turno, con il 56,5% dei voti.
Europa Ecologia conferma di essere diventato il terzo partito francese, anche se la percentuale è un po' in calo (12,5%) rispetto alle europee. Le trattative con il Ps, per formare le liste che dovranno essere presentate oggi entro le ore 18, sono dure, ma sembrano leali. Daniel Cohn-Bendit frena gli entusiasmi della portavoce Cécile Duflot e insiste che l'insediamento nel panorama politico è un progetto di lunga gittata, da non sciupare con dispute locali. Anche il Front de gauche, che ha ottenuto un risultato onorevole con il 6,1%, vuole far sentire la propria voce. Il Front de gauche, unione del Pcf e una frangia uscita dal Ps con Jean-Luc Mélenchon come leader, ha vinto la battaglia a sinistra della sinistra, con la marginalizzazione del'Npa di Olivier Besancenot, al 3,4% e quella, ancora peggiore, di Lutte ouvrière, all'1,1%.

Il ritorno del Fronte nazionale
Sarkozy aveva vinto nel 2007 incassando l'adesione di parte dell'elettorato del Fronte nazionale. Il balletto del dibattito sull'identità nazionale, orchestrato nei mesi che hanno preceduto il voto regionale, si è rivelato un fallimento: avrebbe dovuto confermare il soffocamento dell'estrema destra, ma gli elettori, come si dice, hanno preferito «l'originale alla copia». Il Fronte nazionale sarà presente in tutte le dodici regioni dove ha superato il 10%, ha confermato ieri Marine Le Pen. La famiglia Le Pen, del resto, ha ripreso fiato: Marine Le Pen è arrivata al 18% nel Nord, mentre Jean-Marie Le Pen, alla sua ultima elezione, ha superato il 20% in Provenza-Costa Azzurra. «L'elezione presidenziale del 2007 è stata una parentesi - ha commentato il deputato socialista Manuel Valls - sindaco di Evry - i francesi risentono inquietudine, rancore, che si traducono nell'astensione e nella crescita del Fronte nazionale».


17 marzo 2010

Julian Sharpe : entra Sebastián Piñera il padrone del Cile

«Ha perso la Nana, ha vinto il padrone». Questa era una delle battute che circolavano nei siti in rete della sinistra dopo il 17 gennaio, il giorno in cui Sebastián Piñera ha battuto Eduardo Frei nel ballottaggio mettendo fine ai 20 anni dei 4 governi della Concertación, la coalizione di centro-sinistra che nel 1990 ristabilì la democrazia. La battuta si rifà a un film di successo, la Nana, che racconta la vita della fedelissima «impiegata domestica» di una famiglia di classe media.


E anche, con un certo qual fatalismo, annuncia l'arrivo di lorsignori, gli illustri protagonisti del pil nazionale, alla direzione del paese per i prossimi 4 anni. Piñera aveva promesso «i migliori» e se per «migliori» s'intende una triade composta da laureati delle più famose universita Usa, da una selezione di imprenditori che hanno dominato il trionfante neo-liberismo alla cilena e da un cattolicesimo fondamentalista di ritorno dopo il colposo laicismo social-democratico, Piñera ha rispettato l'impegno.
Però non ha onorato la promessa di vendere le sue azioni milionarie in grandi imprese di sua proprietà (fra le altre, quelle di Lan, la compagnia aerea privatizzata durante il pinochettismo, e di Chilevisión, uno dei principali canali televisivi), prima di assumere la presidenza. Il Piñera che entra oggi al palazzo della Moneda continua a restare un grande padrone, un pescecane della finanza, con cause pendenti nei tribunali cileni e statunitensi che lo consacrano come uno speculatore di borsa. Il gran segreto della sua fortuna che dà il senso a due frasi ricorrenti con cui le reti sociali accompagnano la sua ascesa: «il Cile, un paese governato dal suo padrone», «il presidente delle buone azioni».
La composizione dell'esecutivo con cui s'inaugura oggi qui a Santiago il primo governo della destra che arriva al potere per via democratica dal 1958, sarebbe un impressionante «giunta direttiva» padronal-imprenditoriale, ma resta da dimostrare se sarà capace di formare un gran governo. Soprattutto dopo che le circostanze in cui riceve il paese sono drammaticamente cambiate dal terremoto che ha devastato il paese il 27 febbraio.
Lo tsunami ha messo il Cile davanti a una formidabile sfida e la prima giunta direttiva di Piñera non si troverà più ad amministrare una economia rampante ma la «ricostruzione nazionale».
Così la prima missione del suo gabinetto, rimpinzato di «padroni» formati a Chicago, New York, Stanford e altre culle del neo-liberismo che aveva fatto del Cile «un buon vicino in un brutto quartiere» - una specie di Israele in un presunto Medio Oriente latino-americano -, sarà ora quella di rimettere in piedi un paese colpito nelle sue strutture e nei suoi sogni megalomani.
Il fiammante ministro degli esteri è Alfredo Moreno, un master all'università di Chicago ma senza alcuna esperienza in relazioni internazionali, che ha guidato nel 2005 e 2006 Icare, il foro imprenditoriale più importante del Cile. Era anche membro della giunta direttiva di Falabella, un grande gruppo della distribuzione, con forti investimenti i Argentina, Colombia e Perù. E il più grosso (e possibile) problema internazionale del Cile potrebbe essere proprio con il Perù, che ha presentato il caso dei confini marittimi contestati davanti alla Corte internazionale dell'Aja e che con ogni probabilità vedrà riconosciute le sue ragioni.
Alla guida della politica economica arriva l'annunciato Felipe Larraín, un uomo uscito da Harvard ed ex consulente del Fondo monetario internazionale, che ha coordinato i Gruppi Tantauco, il cervello programmatico di Piñera. Larraín, che promette continuismo in campo finanziario, è stato consigliere dei governi di Bolivia, Canada, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Giamaica... L'altro uomo di fiducia di Piñera è l'avvocato Rodrigo Hinzpeter, che ha diretto la sua campagna presidenziale del 2005 (persa a favore di Michelle Bachelet) e quella vittoriosa del 2009, e ora si ritrova ministro degli interni, un ministero cruciale nelle circostanze in si trova il Cile dopo il terremoto: stato di catastrofe nelle regioni di Maule e Concepción, militari nelle strade, coprifuioco..
L'altro uomo forte dell'esecutivo è Cristián Larroulet, il ministro alla presidenza che dovrà tenere i rapporti con un parlamento in cui Piñera non ha la maggioranza. Larroulet, un abile negoziatore, è un economista conservatore con dottorato all'università di Chicago che milita nella Udi, il partito erede del pinochettismo. Lui e Joaquín Lavín sono i due soli ministri che hanno ricoperto cariche durante la dittatura di Pinochet, concessione del liberale Piñera ai suoi soci della destra più dura e realcitrante. Lavín, numerario dell'Opus Dei, sconfitto di un pelo dal socialista Ricardo Lagos nelle presidenziali del '99 e da Piñera nelle primarie del 2005 (e trombato anche nelle elezioni di dicembre per il seggio di senatore) per «velenosa» consolazione ha avuto l'istruzione e se la dovrà vedere con gli studenti delle secondarie - i «pinguini» - che diedero filo da torcere anche a Bachelet e con il forte sindacato degli insegnanti, l'unico in mano alla sinistra.
Ma non basta. Nello strategico ministero delle miniere arriva Laurence Golborne, ex gerente del gruppo Cencosud, dove diresse l'espansione regionale dell'azienda, e anche direttore della marca d'abbigliamento Ripley. Jaime Mañalic, nuovo ministro della sanità, amministrava una clinica privata che era di proprietà del presidente.
Un altro «gran cambio» dell'amministrazione Piñera è il ritorno in forze del cattolicesimo ortodosso al governo: il presidente e 16 dei 22 ministri hanno studiato alla Pantificia università cattolica. Un ritorno che preannuncia tempi burrascosi nel terreno etico su cui la linea della Concertación aveva marcato punti (come la distribuzione gratuita della pillola del giorno dopo, il dibattito sull'aborto terapeutico e sulle droghe per uso personale).
Piñera non si è ancora insediato ed è già scoppiata una polemica per il cambio del simbolo del suo governo che ha reintrodotto nello stemma nazionale il motto di triste memoria «por la razón o la fuerza», simbolo della dittatura di Pinochet, che la nuova ministra portavoce, Ena von Baer, ha auspicato possa favorire l'unità nazionale. Ma non sarà facile per questo governo di padroni e accademici allineare il paese dietro le sue strategie imprenditoriali. Il Cile è un paese in anche le «nanas» sono emerse dal fondo della scala sociale verso uno status di cittadinanza che non sembra inquadrarsi bene con i master della nuova giunta direttiva.


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16 marzo 2010

Manlo Dinucci e Tommaso Di Francesco :Obama torna sotto lo Scudo

Ormai è certo: gli Stati uniti installeranno in Europa un nuovo «scudo» antimissili. Si chiarisce dunque che il presidente Obama ha rinunciato al piano Bush, ma ne vara uno suo e anche questo fortemente contrastato dalla Russia. Come sono andate le cose, lo ha spiegato sul New York Times il segretario alla difesa Robert Gates, passato dall'amministrazione Bush a quella Obama. Fu lui, nel dicembre 2006, a raccomandare che gli Usa installassero 10 missili intercettori in Polonia e un megaradar nella Repubblica Ceca. Sempre lui, nel settembre 2009, ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma solo per sostituirlo con uno «più adatto». Precisando: «Stiamo rafforzando, non cancellando, la difesa missilistica in Europa».


Nella prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra. Nella seconda, operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell'Europa centrale e meridionale. Romania e Bulgaria si sono già messe a disposizione. In Polonia è in corso l'installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di 100 soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 km dal confine con la Russia. Arriveranno quindi gli Sm-3 a bordo di navi Usa, dislocate nel Mar Baltico e, successivamente, i missili potenziati con base a terra. Il radar fisso, che avrebbe dovuto essere installato nella Repubblica ceca, verrà sostituito da un più efficiente sistema basato su aerei, satelliti e sensori terrestri. Anche l'Italia, con tutta probabilità, ospiterà missili e componenti dello «scudo» Usa. Lo conferma indirettamente lo stesso Gates, quando parla della loro installazione nell'Europa meridionale. L'Italia ha aderito allo «scudo» con un accordo sottoscritto dal governo Prodi nel febbraio 2007.
Lo «scudo» antimissili che gli Usa vogliono installare in Europa è un sistema difensivo od offensivo? Basta pensare a due antichi guerrieri che s'affrontano, uno armato di spada, l'altro di spada e scudo. Il secondo è avvantaggiato, può attaccare e colpire parando con lo scudo i colpi. Se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, disporrebbero di un sistema non di difesa ma di offesa: sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch'esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare l'eventuale rappresaglia. Proprio per questo Usa e Urss avevano stipulato nel 1972 il Trattato Abm che proibiva tali sistemi, ma l'amministrazione Bush lo affossò nel 2002. Ora Obama ha annunciato l'intenzione di ridurre l'arsenale nucleare Usa negoziando un nuovo trattato Start con la Russia, ma ha ribadito che gli Usa manterranno un «sicuro ed efficiente deterrente nucleare». Eppure, solo poche settimane fa, sei paesi europei, tra cui Belgio e Germania hanno chiesto agli Usa di smantellare le atomiche americane dall'Europa. È questa la risposta? E, secondo gli analisti del New York Times, la strategia che verrà enunciata nel prossimo Nuclear Posture Review prevede il ricorso al first strike, anche contro paesi non dotati di armi nucleari ma che abbiano armi chimiche o biologiche.
A Washington ripetono che lo «scudo» in Europa non è contro la Russia, ma fronteggerà la minaccia iraniana. Per Mosca invece è l'acquisizione americana di un decisivo vantaggio strategico. È infatti chiaro che il nuovo piano prevede un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l'attacco nucleare. E ora, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare il territorio russo molto più efficacemente. Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi - come dichiara Gates - a proteggere il territorio europeo, in cui sono dislocati 80mila soldati Usa, creando una «Europa più sicura». Viceversa provocherà nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa.


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15 marzo 2010

Giuliano Battiston : intervista a Samir Amin

Memorie di un marxista indipendente: così recita il sottotitolo del più recente libro autobiografico dell'economista egiziano Samir Amin, A Life Looking Forward (Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a rivendicare la necessità di appellarsi all'utopia critica e di «partire da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo. Nonostante l'obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello neo-liberista - «un apartheid a livello globale» - Samir Amin è però consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi «non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l'iniziativa rimane comunque nelle mani del capitale». Anche perché, come spiega al manifesto, a distanza di dieci anni dal primo World Social Forum «i movimenti restano terribilmente frammentati e deboli: si difendono dagli attacchi del capitalismo degli oligopoli finanziarizzati, ma non elaborano efficaci strategie politiche e d'azione. Scontando ancora quella illusione naïf secondo cui sarebbe possibile cambiare il mondo senza prendere il potere». Per Amin, invece, è solo riconoscendo «l'ineludibilità della questione del rapporto tra potere e trasformazione» che sarà possibile costruire la «convergenza nella diversità delle lotte» per l'emancipazione degli individui.

 




Con la crisi economico-finanziaria ci si interroga nuovamente sui limiti della globalizzazione neoliberista e, più in generale, sui limiti del capitalismo. Ci spiega in che senso, come scrive in «The World We Wish to See», «lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante», e l'imperialismo rappresenta non «una fase del capitalismo, ma la caratteristica permanente della sua espansione globale»?

All'inizio ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo, annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo è diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In seguito, però, ho finito per elaborare l'idea del carattere originariamente polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del capitalismo sin dalle sue origini. Ritengo infatti che l'accumulazione su scala mondiale sia sempre stata, in modo non esclusivo ma prevalente, una accumulazione per esproprio. Un esproprio che non riguarda soltanto l'«accumulazione primitiva» analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma che è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico realmente esistente, a partire dall'epoca mercantilista. Quel lungo periodo di transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per esproprio. Questa accumulazione si dispiega poi lungo tutto il corso del diciannovesimo secolo, e si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia, «installando» segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie «d'oltremare», nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. D'altronde, che la polarizzazione sia immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo, accompagnandolo sin dalle origini, lo dimostra un semplice dato: fino al 1820 circa il prodotto interno lordo pro capite della Cina era superiore a quello, medio, dell'Europa avanzata. Tra il 1820 e il 1900, si passa invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 da 1 a 20 a 1 a 50.


Già in «Oltre il capitalismo senile» lei scriveva che, proprio a causa del suo «tallone d'Achille» - la dimensione finanziaria - il sistema capitalistico stesse preparando «una imminente catastrofe finanziaria». Ora l'imminenza è realtà: cosa intende quando sostiene che quella attuale è «la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli», organicamente legati alla finanziarizzazione del sistema?

Proseguendo una direzione di ricerca inaugurata dal libro di Sweezy e Baran del 1966, Monopoly Capital - la prima formulazione coerente della trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo con l'istituzione dei monopoli - ho individuato l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione: la prima ha inizio alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945, la seconda comincia negli anni Settanta del secolo scorso, e, dunque, non coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati. Oligopoli generalizzati perché controllano l'economia nel suo complesso (oltre che l'ambito politico e culturale), perfino quei settori non direttamente monopolizzati. E mondializzati anche per effetto delle politiche liberali e neoliberiste degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ora, per quanto riguarda la finanziarizzazione, anche da «sinistra» buona parte delle analisi sul sistema finanziario tendono a separare la finanziarizzazione, artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato, quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, e dall'altra un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere proprietari delle grandi imprese produttive e, allo stesso tempo, delle grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio sull'economia e sull'intera società. La «sovrapposizione», come sosteneva già Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal 1970, quando nei paesi della Triade imperialista (Usa, Europa, Giappone) si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, di crescita e investimento. È questa stagnazione - una eccedenza di surplus rispetto alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare gli investimenti produttivi - a alimentare le bolle finanziarie. Che non sono il prodotto di derive o deregolamentazione, ma un'esigenza immanente al sistema capitalistico contemporaneo: la finanziarizzazione è l'unica maniera a disposizione dei capitalisti degli oligopoli generalizzati e mondializzati per superare la tendenza profonda e intrinseca alla stagnazione. Per questo sono convinto che non ci resti, come alternativa, se non uscire da questo capitalismo in crisi. O, più modestamente, di iniziare a imboccare l'uscita, verso un altro modello di sviluppo, la cui fisionomia ancora non è chiara, e per la cui definizione serviranno altri cinquanta, cento anni.


In un suo recente saggio, «A critique of the Stiglitz report», lei afferma che una mondializzazione negoziata passa per lo «sganciamento», per la costruzione di un'economia nazionale autocentrata ma non autarchica. Una economia che - scrive in «A Life Looking Forward» - «incontrerebbe seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale capaci di accrescerne l'effetto positivo». Come combinare strategie di sganciamento dal sistema globale con la costruzione di blocchi regionali?

Non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato, che subordini le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le più progressiste possibili. Non si tratta di semplice autarchia, ma del capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, anziché piegarsi alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del mondo. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi. Forse non per i tre nuovi giganti economici: Cina, India e Brasile, che, ciascuno per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una grande regione, e che per questo sembrerebbero non avere bisogno di affidarsi ad accordi sottoregionali e inter-regionali. Eppure, anche questi paesi accusano dei deficit, basti pensare alla scarsità delle risorse naturali, energetiche in primo luogo, di cui hanno bisogno. E questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del sud-est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America latina spagnola. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i paesi del Sud sono in grado - non tutti allo stesso modo - di sviluppare capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al protezionismo del diritto industriale promosso dall'organizzazione mondiale del commercio. Lo stesso dovrebbe accadere per le infrastrutture, per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a partire dalle industrie di base, ovviamente, ma anche per le industrie del grande consumo, per l'accesso alle risorse naturali.


A proposito di risorse naturali: lei sostiene che, «lungi dall'essere risolta, la 'questione agraria' è più che mai al cuore delle sfide che l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo». Perché ritiene che il capitalismo, «per sua stessa natura, è incapace di risolverla», e perché crede che sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta di bidonville?

L'accumulazione per esproprio che caratterizza il capitalismo storico, quello che all'inizio del diciannovesimo secolo è andato cristallizzandosi intorno al triangolo Londra-Amsterdam-Parigi, non riguarda soltanto i popoli delle Americhe, ma anche i contadini europei. Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, l'esproprio dei contadini inglesi e irlandesi, che hanno subìto, per primi in Europa, una forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul continente europeo. Questo modello storico avrebbe avuto conseguenze esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme «apparato di sicurezza» e «valvola di sfogo» costituita dal sistema delle migrazioni verso le Americhe: i processi migratori hanno permesso all'Europa di costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in termini di popolazione di quella del continente. Ma se consideriamo gli altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il settantacinque per cento della popolazione mondiale, di cui una metà contadina, ci rendiamo conto che questo sistema è inaccettabile e inefficace. Come dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville: i contadini espulsi dalle terre non possono venire «assorbiti» dai meccanismi della moderna industrializzazione, e non possono ricorrere in modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero all'Asia, all'Africa, all'America Latina, almeno altre quattro Americhe.


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