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26 aprile 2010

Lo scopo della conoscenza in Schlick

 

Lo scopo della conoscenza è il piacere e l’adattamento all’ambiente

 

Schlick si chiede, svolta la critica all’intuizionismo di tipo bergsoniano,  perché l’uomo cerchi la conoscenza. E ritiene che la conoscenza procuri piacere all’essere umano, un piacere che è inteso come soddisfazione di un bisogno. Tale bisogno è quello animale di conservare la propria esistenza e di autoaffermarsi. Ogni animale è capace di atti di riconoscimento e deve individuare la preda come preda ed il nemico come nemico. Mano a mano che i bisogni legati all’autoaffermazione diventano più complessi, più complessi diventano anche i processi associativi volti a soddisfare questi bisogni e tale complessità crescente porta allo sviluppo del pensiero.

L’uomo, continua Schlick, per dominare l’ambiente, deve risolvere tutto ciò che è nuovo in ciò che è già noto, altrimenti sarebbe disorientato e agirebbe in modo sbagliato. Un dispositivo  come il giudicare e l’inferire rendono possibile un adattamento dell’ambiente migliore dell’associazione automatica regolata su casi tipici (associazione che può portare a mangiare cibo, anche se il cibo è posto in una trappola).

 

Il disinteresse

 

Poiché conoscere un oggetto A consiste nel ritrovare in esso altri oggetti B e C, noi possiamo produrre quest’oggetto A combinando questi altri oggetti B e C. Perciò ogni conoscenza si risolve in pratica : la geometria diventa agrimensura, l’astronomia agricoltura e divinazione, la chimica fusione dei metalli. Naturalmente la pratica dà sempre stimoli e verifiche alla teoria, ma quest’ultima, anche concepita come pura, dà imprevisti benefici alla prassi. Schlick, a tal proposito, critica l’utilitarismo della conoscenza, per il quale il disinteresse non è lievito sufficiente per la scienza. A tal proposito Schlick discute anche la critica di chi dice che il disinteresse farebbe scadere la conoscenza a mero gioco : questo è solo il processo storico che, facendo di un mero strumento il fine, sviluppa nuove dimensioni della civiltà arricchendo la vita umana e fa l’esempio del passaggio dal parlare (per comunicare) al recitare, dal camminare (per arrivare) al danzare, dal vedere (per agire) al guardare, dal lavorare al giocare. Privare l’umanità di tali processi evolutivi, priverebbe al tempo stesso la vita di contenuti.

Schlick poi discute anche il principio empiriocriticista dell’economia di pensiero e lo critica dicendo che il conoscere è designare le cose del mondo univocamente e completamente per mezzo di un minimo di concetti (dunque il principio di economia è logico), ma per raggiungere tale obiettivo la via può ben essere tortuosa, lunga, dispendiosa  e dunque trasformare il principio di economia in un principio euristico e metodologico può essere controproducente.

La conoscenza (che non è scienza) non serve e non ci consente alcun dominio sulla natura, ma è una funzione autonoma, il cui esercizio procura gioia

 


 

Circoli viziosi

 

Su quali basi Schlick ipotizza che l’uomo cerchi la conoscenza perché questa ci procura piacere ? In realtà quando egli dice che tale piacere sia la soddisfazione di un bisogno, allora si arriva ad una sorta di tautologia, in quanto la conoscenza soddisfa così il bisogno di soddisfare un bisogno. Anche qui Schlick dunque si sofferma sul mero desideratum di una soluzione filosofica, ma lo scambia per la soluzione stessa.

Egli poi incorre in un vero e proprio circolo vizioso, quando scomoda la biologia. Infatti egli dice che l’impulso alla conoscenza è subordinato all’impulso a conservare la propria esistenza e dunque il pensiero sarebbe uno strumento per l’autoaffermazione. Il circolo vizioso sta nel fatto che la determinazione dello scopo della conoscenza, rilevante per capire cosa sia la conoscenza ed il suo oggetto, viene tratta da una teoria scientifica e cioè una tesi la cui verità filosofica è subordinata alla determinazione dell’oggetto di conoscenza, per cui abbiamo TE ® Scopo della conoscenza ® Oggetto della conoscenza ® TE.

 

 

Utilitarismo e conoscenza come valore in sé

 

Schlick giustamente ipotizza che anche per l’animale esista una sorta di principio di identità, ma, come tutti i neokantiani,  attribuisce all’identità solo una funzione conoscitiva e non arriva a pensare che ci deve essere un universo tale da permettere l’esercizio di tale funzione.

Al tempo stesso egli però critica giustamente l’utilitarismo della conoscenza : non si può pianificare utilitaristicamente le linee della ricerca scientifica, in quanto non possiamo sapere quali siano tutte le conseguenze, nel breve e nel lungo periodo, della conoscenza.

Contemplazione e disinteresse aprono nuove dimensioni e ci fanno uscire dai vicoli ciechi in cui ci può far pervenire il problem solving (cioè il cercare di risolvere problemi già dati). A tal proposito la critica di Schlick al principi dell’economia di pensiero degli Empiriocriticisti è quanto mai opportuna : la distinzione tra context of discovery e context of justification ci porta a tollerare alcuni percorsi tortuosi ed accidentati che comunque possono portare a grandi scoperte. Ciò che richiede pochi concetti potrebbe esigere molte rappresentazioni.

Schlick però non fa il passo decisivo, quello cioè di riconoscere che il corrispettivo del disinteresse è proprio la speculazione metafisica, che tende a dare un quadro del mondo dove non si vede dominare, ma unicamente contemplarne la bellezza (si pensi a San Francesco, Schelling, Schopenhauer) . Schlick fa anche l’errore di criticare la concezione della conoscenza come valore in sé ed anzi subordina quest’ultimo al nostro piacere. Egli non tiene conto del fatto che la conoscenza come valore in sé è la conciliazione tra il piacere del disinteresse e l’utilità a lungo termine della conoscenza stessa. Altrimenti quest’ultima si potrebbe ridurre ad uno sterile hobby.


19 aprile 2010

Lo scetticismo nell’analisi secondo Schlick

 

La logica e i processi di coscienza

 

Il risultato dell’inferenza analitica deve essere necessariamente corretto secondo Schlick per la semplice ragione che non dice nient’altro oltre quello che dicono le premesse e dunque dice quelle stesse cose che erano già contenute in dette premesse.

A dire il vero Schlick non dice una cosa del tutto esatta, dal momento che la conclusione rispetto alle premesse ha di sicuro lo stesso valore di verità, ma non è dimostrato che dica la stessa cosa (c’è equivalenza logica, ma questa può essere considerata una identità semantica ?)

Schlick però esamina una forma di scetticismo assoluto che prova ad attaccare anche il procedimento analitico. Secondo questa visione i rapporti dei giudizi e dei concetti sono finzioni, mere configurazioni ideali e non realtà ostensibili : la sola cosa che ci sia nota e data sono i processi reali della coscienza. Tutti i rapporti concettuali sono per noi accessibili solo nella loro presentificazione mediante processi di coscienza. Per certi e determinati che siano quei rapporti, essi a che servono se al tempo stesso non sono certi e determinati i processi reali che dovrebbero procedere parallelamente ad essi (qui si tratta di scetticismo psicologico) ? Sebbene non sia la deduzione stessa ad essere oggetto di dubbio, lo è la serie di processi psichici attraverso cui ogni deduzione si presenta nel pensiero (non si tratta dunque di uno scetticismo radicalmente assoluto). Ma l’analisi che ha luogo nella deduzione possiamo noi compierla in modo perfettamente ineccepibile ? Siamo sicuri, si chiede lo scettico, di poter ritenere nella memoria una definizione che ci serve per effettuare una deduzione ? Non è possibile che ci siano inavvertite sostituzioni ?

In pratica per lo scettico non basta che il contenuto della conclusione sia lo stesso di quello delle premesse, ma bisogna che noi riconosciamo che siano lo stesso e ciò non è sicuro data la fluttuazione continua di tutte le rappresentazioni. Nella pratica è attraverso processi di verificazione che ci assicuriamo contro gli errori psicologici. Ad es. facciamo una prova per controllare l’esattezza del risultato. Così facendo noi assumiamo che, proprio perché i processi psichici sono ineguali, non venga commesso sempre lo stesso errore (ma se si commettono volta per volta errori diversi ?). A questo proposito Schlick dice che si tratta di una tesi probabile, ma non certa. Così noi possiamo dubitare di ogni certezza anche se nel concreto non lo facciamo realmente (qualche presupposto sempre lo accettiamo). Tuttavia quel che importa al filosofo teoretico è che ci sia la possibilità del dubbio, possibilità che dobbiamo riconoscere e con cui dobbiamo fare i conti.

 

 

Il problema dell’evidenza

 

Schlick dice che la teoria della conoscenza non si trova nella stessa favorevole situazione delle scienze individuali che possono lasciare la riflessione sui loro fondamenti ad una disciplina più generale (Schlick naturalmente non tiene conto del fatto che tale sinecura delle scienze viene pagata con la loro subordinazione metodologica alla filosofia, così come un ricco commerciante può diventare ostaggio del suo commercialista). Essa infatti ha a che fare con i presupposti ultimi di ogni certezza e dunque il dubbio universale si può sperare di superarlo solo se si guarda serenamente in faccia la difficoltà.

Schlick dice poi che i filosofi spezzano l’imbarazzante nodo gordiano con la spada dell’evidenza e argomentano che la correttezza di ciascun passo del ragionamento viene garantita al soggetto da un evidenza chiaramente esperita. Ci si deve fidare di questa evidenza, ma così si rinuncia anche a pensare. Questa piega non è dunque soddisfacente in quanto l’evidenza non rappresenta che una parola per indicare l’esigenza di fermarsi con il dubbio ad un certo punto. Inoltre se i processi psicologici possono condurre ad errore, l’evidenza risulta essere un indicatore debole.

 

La necessità della memoria

 

Schlick passa poi ad analizzare tutte le presupposizioni implicite in un procedimento analitico : si pensi ad una dimostrazione matematica che è fatta di una spesso lunga catena di inferenze. L’intera dimostrazione non può essere compiuta in un istante, dice Schlick, perché la mente umana non è in grado di abbracciare con lo sguardo tanti sillogismi in una volta sola. L’intero processo richiede tempo e ciascun risultato intermedio deve essere ritenuto nella memoria e ciò complica le cose. Il fatto che ci si serva della scrittura non è una facilitazione giacché quello che è scritto può essere impermanente (ed inoltre, aggiungiamo noi, il tempo tra ideazione e scrittura può mutare l’idea ed il concetto definito nella propria mente). Inoltre noi dovremmo presupporre che, tanto nello scrivere quanto nel leggere, sia impossibile commettere un errore ed inoltre, dopo aver letto, i grafemi debbano rimanere sempre gli stessi e così pure ciò che abbiamo appreso leggendo. Dunque, conclude Schlick, è un presupposto necessario di ogni deduzione che la nostra coscienza sia in grado di mantenere ferme con la memoria le rappresentazioni necessarie al processo di derivazione inferenziale (Descartes ammette l’importanza in tal caso della memoria ed ha fede nelle sue capacità).

Schlick, a tal proposito, fa qualche riferimento al dibattito a lui contemporaneo e dice che fa bene Meinong a dire che i giudizi basati sulla memoria hanno un tipo particolare di evidenza immediata che sarebbe però soltanto presuntiva. Errata invece è la tesi di Volkelt per il quale la certezza mnemonica è paragonabile alla certezza del Cogito ergo sum e dell’esperienza di uno stato di coscienza : infatti l’essere del contenuto di coscienza presente non è qualcosa che, attraverso un’evidenza, diventi per noi certo, ma si tratta di un fatto puro e semplice a cui non ha senso applicare i termini “certo” ed “incerto”.

Schlick si dichiara poi d’accordo con Storring nel dire che l’ultima risorsa (anche nel campo della deduzione analitica) sia il criterio pratico della verificazione, applicato con la massima frequenza, dal momento che alla questione del perché questo criterio non potrebbe ingannarci non c’è alcuna risposta teoretica. Schlick conclude che l’affidabilità del ricordo, almeno per certi piccoli intervalli di tempo, è un presupposto necessario per l’avanzamento della coscienza.

Ma così ammette già un limite al proprio futuro empirismo radicale.

 

 

L’evidenza e la sua vuotezza

 

Il  ricorso all’evidenza può essere un’esigenza pratica, ma non una giustificazione teoretica in quanto l’evidenza è vuota e può essere soddisfatta da qualsiasi contenuto.

La teoria dell’evidenza sembra una variante di quella dello scetticismo psicologistico ed un modo per dare legittimità a qualsiasi arbitraria assunzione. D’altro canto essa può essere anche un parametro positivo per perfezionare le proprie posizioni o per continuare la propria ricerca di fondamenti epistemici sino al massimo risultato possibile.

Del resto Schlick fa alla fine lo stesso errore dei teorici dell’evidenza in quanto dà al termine “fatto” un potere evocativo e/o probatorio che questo termine può anche non avere. “Fatto” è ciò che è evidente per Schlick.

La caduta psicologistica di quest’ultimo si vede sia quando considera la memoria un presupposto essenziale per la logica, ma soprattutto quando rischia di confondere la verifica delle rappresentazioni psichiche di un ragionamento con la validità stessa del ragionamento. Di questo passo la logica diventa una scienza basata sull’induzione.


12 aprile 2010

La verità in Schlick

 

La verità come coordinazione

 

Schlick si chiede : perchè coordiniamo concetti ed oggetti ? Perché formuliamo giudizi ? A cosa serve il designare ?

Egli si risponde dicendo che il segno rappresenta il designato, con il vantaggio che i segni possono essere più agevolmente manipolati che non gli oggetti reali.

Lo scrivere, il fare calcoli, il discorrere, il pensare è un lavorare con i simboli : lavorando con i simboli, si governa il mondo.

Condizione perché il segno sia un valido rappresentante dell’oggetto reale è che esso sia univoco, nel senso che non deve designare più di un oggetto (mentre ci possono essere più segni che designino lo stesso oggetto). La coordinazione deve  essere univoca anche tra un giudizio ed un fatto : un giudizio che designa univocamente uno stato di fatto si dice vero.  La concordanza tra giudizi e stati di fatto non è un’identità e vanno criticate le tesi metafisiche sull’identità tra pensiero ed essere. Ma allora, si chiede Schlick, in cosa consiste tale concordanza ? Si tratta di similarità (identità parziale) ?

Egli ribadisce a tal proposito che i concetti che compaiono nel giudizio non sono omogenei agli oggetti che designano ed anche le relazioni tra oggetti hanno caratteristiche spesso spazio-temporali che le relazioni tra concetti non hanno. Ad es. nel giudizio “La sedia sta alla destra del tavolo” il concetto di sedia non è posto alla destra del concetto di tavolo. Dunque l’identità e la similarità sono disciolte dall’analisi e quel che rimane è la coordinazione univoca.

Schlick dice che tutte le teorie ingenue,  secondo cui i nostri concetti e giudizi potrebbero raffigurare la realtà, ne escono distrutte.  Ci si deve liberare dall’idea che un giudizio possa avere con uno stato-di-fatto un’interconnessione più intima di una mera coordinazione. Essa non raffigura l’essenza del giudicato più di quanto una nota raffiguri un suono o il nome di un individuo la sua personalità.

 

 

Il giudizio falso

 

Schlick aggiunge che un giudizio falso è un giudizio che si rende colpevole di una equivocità o plurivocità di coordinazione. Ci fa l’esempio di quello che considera un giudizio falso e cioè “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento”. Questo giudizio non consente una designazione univoca degli stati di fatto, in quanto ci sono due diverse classi di fatti, coordinate dallo stesso giudizio ed in questo perciò c’è una ambiguità. Infatti ci sono corpuscoli in movimento da un lato e propagazione della luce dall’altro, designate dagli stessi simboli. Al tempo stesso, a due identiche serie di fatti (diffusione della luce e propagazione delle onde) vengono coordinati segni diversi : così l’univocità va perduta e la prova di questo è la falsità del giudizio.

Nella scienza, dice Schlick, il controllo della validità dei giudizi avviene così : si fanno derivare dai giudizi in esame nuovi giudizi su eventi futuri (previsioni) e, se invece di quegli stati di fatto previsti ne compaiono altri vi è contraddizione (equivocità) ed i giudizi di partenza vengono considerati falsi.

Se il giudizio “q”, segno per q (stato di fatto),  fosse usato per designare r, allora “q” sarebbe equivoco e designerebbe due diversi stati di fatto : a tal punto non sapremmo quale dei due eventi è inteso. La distinzione tra vero e falso deve solo salvaguardare l’univocità per ogni espressione del pensiero e del linguaggio, giacché l’univocità è un prerequisito necessario per qualsiasi comprensione.

All’obiezione per cui al giudizio falso non corrisponde alcuno stato di fatto (e non due stati di fatto contraddittori), Schlick risponde che è vero che ad ogni giudizio falso non corrisponde alcun fatto a cui esso potrebbe venir coordinato (osservate tutte le definizioni e le regole logiche), ma la falsità consiste nel fatto che, malgrado ciò, esso viene asserito per designare uno stato di fatto e, se si ammette tale designazione, si ripresenta l’equivocità sopra descritta. Le regole di coordinazione che salvaguardano l’univocità vengono violate e si instaura il disordine e la contraddizione. Che non esista uno stato di fatto a cui il giudizio falso potrebbe essere coordinato, lo si conosce in primo luogo  a partire da questa equivocità.

 

 

La negazione e la verità dei concetti

 

Schlick dice addirittura che, per esprimere che un dato giudizio “S è P” è falso, che esso cioè non designa un fatto in maniera univoca,  ci serviamo della negazione (S non è P). Dunque il giudizio negativo ha solo il senso di respingere il corrispondente giudizio positivo, di stigmatizzarlo come segno equivoco, inappropriato allo stato di fatto giudicato. In pratica la categoria di negazione si riduce a quella di pluralità (plurivocità, equivocità).

Non ci sarebbe giudizio negativo se non si presupponessero giudizi falsi. La negazione compare secondo Schlick per l’imperfezione psicologica del nostro spirito ed è dunque possibile fare logica e scienza senza prendere in considerazione giudizi di negazione. Questi hanno solo valore pratico e psicologico. Si deve dire che il giudizio di negazione “S non è P” designa lo stato di fatto che la proposizione affermativa “S è P” è falsa

Gli edifici concettuali delle scienze per Schlick consistono solo di asserti positivi e bisognerebbe sostituire la negazione con il concetto di diversità : “A non è B” diventa “A è diverso da B”.

Schlick poi si chiede, se la verità è univocità di designazione,  perché possono essere veri solo i giudizi e non anche i concetti ? Egli risponde che il giudizio non è semplicemente un segno : in esso non viene pensata solo una semplice designazione, ma una designazione che viene concretamente eseguita. Il giudizio designa non solo una relazione ma il sussistere di una relazione.

Se si pronuncia, continua Schlick, la parola “acqua” e ci si rappresenta mentalmente l’acqua, non c’è niente che si possa considerare vero o falso. Invece, se indicando un liquido incolore dico “acqua” voglio dire “questo liquido è acqua” faccio una coordinazione. Dunque non solo il giudizio come un tutto è coordinato ad un fatto inteso come un tutto, ma con il giudizio sono coordinati i concetti agli oggetti e l’univocità di quest’ultima coordinazione è condizione della coordinazione tra giudizio e fatto.

 

 

Verità e conoscenza

 

Schlick si chiede anche in virtù di cosa un certo giudizio diventa segno di un determinato fatto. O meglio, cos’è che ci fa conoscere quale fatto venga designato da un dato giudizio ?

E’ necessario a tal proposito partire da una preliminare e convenzionale assegnazione di determinati simboli per determinate cose e della possibilità di interpretare tali simboli solo per chi conosce tali regole convenzionali.

Schlick fa anche l’esempio interessante di come si agisce razionalmente interpretando i simboli senza un apprendimento dettagliato : un inserviente di un albergo, invece di imparare a memoria a chi appartiene un paio di stivali, mette sugli stivali il numero di stanza, tanto che anche un altro al suo posto può allocare esattamente gli stivali.

Per costruire una serie di verità sarebbe sufficiente inventare per ogni cosa un singolo segno ed impararlo a memoria (Cratilo, Politico,  conoscenza pre-greca, compilazione), ma la conoscenza non si riduce ad una serie di verità : la verità è coordinazione con segni di volta in volta nuovi, mentre la conoscenza è coordinazione con simboli già usati prima ed altrove.

Schlick aggiunge che, se un fisico scoprisse un nuovo tipo di raggi e desse loro il nome di “raggi y”, allora il giudizio “I raggi scoperti dal tale fisico sono i raggi y” sarebbe un giudizio vero, ma non significherebbe nuova conoscenza perché per la designazione del nuovo oggetto è stata impiegata una nuova parola.

Schlick continua dicendo che “Abracadabra è Abracadabra” è una proposizione vera, ma non ci dà alcuna conoscenza. Una serie di designazioni univoche darebbe una serie di verità isolate, ma non ci consentirebbe di derivare delle verità da altre verità. Solo in un sistema dove si possa effettuare una derivazione logica è possibile la conoscenza, perché ritrovare una cosa nell’altra presuppone un’interconnessione generale ed ininterrotta.

Per Schlick il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di nient’altro che vecchi concetti. Tali concetti vecchi costituiscono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio e viene inserito nel suo giusto posto. Con l’intera connessione dei giudizi, la nuova verità riceve un posto preciso nell’ordo idearum ed il fatto designato riceve il suo posto nell’ordo rerum. E solo quando il fatto viene inserito al suo posto, esso viene conosciuto. L’interconnessione dei nostri giudizi produce la coordinazione univoca ed è condizione della verità dei giudizi stessi. Solo i concetti ed i giudizi primitivi si basano su di una convenzione, mentre la conoscenza sta nell’interconnessione. La convenzionalità dei termini è tale solo da un punto di vista formale, perché storicamente la scelta dei termini ha delle ragioni che vanno indagate.

 

 

Tra formalismo e realismo

 

Per Schlick il linguaggio più evoluto è quello che ha più combinazioni di un numero relativamente scarso di suoni linguistici fondamentali. Un vero umanesimo preferirà un conciso linguaggio moderno alla tortuosa verbosità dei Greci. La mania di inventare nuove parole per esprimere i propri concetti è caratteristica degli spiriti più angusti tra i filosofi (al contrario di Hume che scriveva in maniera molto semplice).

Schlick considera la sua teoria della verità una teoria della coordinazione molto più semplice di quella di Russell. Egli risponde poi alla critica che dice che la teoria della coordinazione è troppo formalistica perché in realtà quelle che contano sono le relazioni materiali ed oggettive. Egli a questa critica ribatte che coordinazione univoca vuole dire che allo stesso oggetto deve corrispondere lo stesso segno e ciò è possibile solo se ogni oggetto è distinto da tutti quanti gli altri ed ogni volta riconosciuto come il medesimo. Presupposto della coordinazione conoscitiva è un “ritrovare” di cui è parte integrante l’accertamento di nessi materiali.

Schlick infine dice che coordinazione, ritrovamento dell’identico ed interconnessione sono tra loro strettamente collegati : gli stessi elementi (ritrovamento dell’uguale) si ripresentano in diversi

complessi (interconnessione)

 

 

 

 

 

Il problema della semiosi 

 

Si può dire che il segno sia lo stesso designato, ma in miniatura. Esso presuppone l’equivalenza tra tutto e parte (tra grande e piccolo) e presuppone una concezione manipolatoria della conoscenza (un sapere che vuole essere appunto potere), in cui il concetto è uno strumento, un afferrare, un chiudere nel pugno, un rimpicciolire l’oggetto per ricondurlo alla nostra portata.

Il fatto che ci siano più segni per uno stesso oggetto può sempre portare a problemi di comunicazione. La concezione di Schlick esclude forse non tanto che ci sia una differenza che derivi dall’identità, quanto piuttosto che ci sia un’identità che possa risultare da una molteplicità di oggetti differenti.

La tesi di Schlick circa l’assoluta convenzionalità della designazione in realtà non spiega come si instauri una relazione segnica. Il mistero della semiosi non viene assolutamente sfiorato e soprattutto la genesi storica dei sistemi di segni non viene per niente presa in considerazione. In questo Schlick è coerentemente formalista. Ma proprio tale indifferenza è all’origine del suo errore, perché l’univocità che egli vorrebbe raggiungere si rivela impossibile, mentre l’equivocità costituisce il ritmo stesso della semiosi.

Infine, non può essere che uno stato di fatto si riferisca ad uno stato di cose che sia reale in un altro mondo possibile ? Schlick non precisa se ciò sia possibile o meno.

 

Il convenzionalismo mostra la corda

 

A proposito degli enunciati circa la natura fisica della luce, Schlick fa confusione, in quanto l’uso simultaneo di diverse locuzioni quali “corpuscoli in movimento”, “raggio luminoso” e “propagazione di onde” evidenzia come non sussista proprio quel rapporto univoco tra segni e designato a cui egli aspira. Il giudizio “un raggio luminoso consiste in un flusso di corpuscoli in rapido movimento” vuole semplicemente dire che agli enunciati descriventi da un lato una realtà corpuscolare, dall’altro una di tipo ondulatorio, corrisponde la stessa realtà, per cui le due stringhe di simboli risultano alla fine equivalenti. Non si tratta dunque di un errore proprio di questo enunciato, ma della frequente equivocità terminologica in presenza di una grande complessità del Reale.

In tal caso mostra la corda la teoria convenzionalistica del segno, in quanto le due stringhe di simboli designano convenzionalmente lo stesso stato di fatto, ma comunque il loro senso è differente. E non basta la convenzione per coordinare due sensi differenti allo stesso stato di fatto.

 

 

La rimozione del senso

 

Schlick dunque non analizza la dimensione del senso, tematizzata da Frege, ma in questo caso assolutamente trascurata.

Schlick sovrappone contraddizione, confusione, ambiguità, falsità e menzogna e ciò causa molta approssimazione nel valutare gli errori filosofici.

Inoltre, se la coordinazione è assolutamente convenzionale, perché deve essere univoca ? Solo per un accordo sociale intercorso ? Giacchè non ci sarebbe niente nella proposizione per cui debba indicare questo e non quello, oppure per forza questo o quello.

In terzo luogo Schlick da un lato considera il pensiero come un segno e dall’altro si serve del pensiero per capire se ad es. un segno del linguaggio si riferisca ad uno stato di cose o ad un altro, per cui il pensiero si rivela essere una realtà più complessa del mero segno.

In quarto luogo considerare essenziale, per la significanza degli enunciati, la distinzione tra vero e falso è improprio in quanto le proposizioni vere e quelle false sono solo due sottoinsiemi delle proposizioni che hanno un senso. Al tempo stesso Sinn e Bedeutung sono due livelli di realtà assolutamente distinti.

Come crede Schlick che si possa riscontrare che ad un giudizio falso non corrisponda alcun fatto, osservate tutte le definizioni e regole logiche ? Cosa c’entra tale riscontro con regole logiche e definizioni ? Schlick vede nella falsità una contraddizione tra proposizione e stato di fatto, ma dimentica che, perché ci sia tale contraddizione, ci deve essere una comparazione tra le due strutture, comparazione possibile solo facendo riferimento al Sinn, al Logos.

Schlick ha ragione nell’individuare nella scoperta della falsità un momento di contraddizione, ma dire che la falsità de facto di un giudizio si desuma dalla contraddizione è inesatto. Se fosse una contraddizione si potrebbe anche negare ad es. il dato osservativo che smentisce l’ipotesi (in quanto la contraddizione non prescrive quale delle due proposizioni va eliminata). Invece è l’osservazione empirica e la preminenza epistemologica data ad essa che decidono della falsità di una proposizione scientifica.

 

Negazione e contraddizione

 

Per quanto riguarda la negazione, essa non stigmatizza il giudizio negato come contraddittorio né come equivoco, ma solo come falso. Popper rovescerà la prospettiva di Schlick (che dà alla negazione solo un valore psicologico) con il famoso principio di falsificazione.

Inoltre se nella concezione di Schlick “A non è B” diventa “A è diverso da B”, un enunciato come “x non esiste” cosa può diventare ?

Inoltre se la negazione si riferisce ad altre proposizioni, si può concludere che essa è immediatamente metalinguistica ?

Schlick poi giustamente ipotizza che il PDNC ed il terzo escluso risultano dall’essenza della negazione e non contengono quindi una qualche verità di significanza metafisica, né rappresentano una qualche barriera imposta al nostro pensiero umano (la quale forse non sussisterebbe per altri esseri con una diversa costituzione mentale).

Collegando i principi logici alla negazione, Schlick alla fine li psicologizza e dunque li relativizza. Ma ciò come si concilia con l’identificazione del falso con la contraddizione e l’equivocità ?

Frege, meglio di Schlick, elabora, con la sua teoria dell’asserzione, la tesi per cui il giudizio designa il sussistere effettivo di una relazione. Questa tesi però si presta al rinvio ad infinitum tipo “E’ vero che è vero che è vero…” o tipo il “really really ?” di Ronald Laing.

 

 

La scoperta e la conoscenza

 

Dunque per Schlick la verità sarebbe funzione della coordinazione tra più concetti e più oggetti ? E la deissi (“Questo è…”) è parte di una proposizione ?

Schlick in realtà non ha risposto alla domanda che egli stesso si è posto. Non si capisce infatti perché un concetto non possa essere vero. Forse perché il concetto non contiene in sé il verbo, il sussistere di uno stato di cose. L’esistenza dunque sfugge al concetto (Kant) ?

Schlick sbaglia nel pensare che nei nomi vi sia una elementarità che si sposa con l’arbitrio della designazione. Invece l’etimologia dei nomi ne evidenzia il carattere per niente arbitrario.

L’esempio fatto da Schlick delle azioni razionali non consapevoli fa pensare alle tecniche meccaniche con cui si fanno funzionare i computer. Ma così è stata anche la scrittura che evitava l’apprendimento mnemonico (lo sforzo era quello tutto iniziale di imparare a leggere).

Per ciò che riguarda l’esempio dei raggi di nuovo tipo scoperti da un fisico, non è vero che la designazione di un nuovo oggetto non significhi nuova conoscenza (essendo stata impiegata una nuova parola). La scoperta di un nuovo tipo di raggi è ad es. una nuova conoscenza : “Esiste un nuovo tipo di raggi” è una proposizione sintetica. Se è vero che il giudizio conoscitivo è una combinazione nuova di vecchi concetti, questi ultimi in realtà sono i raccordi grazie a cui ciò che è nuovo viene incorporato nel vecchio ed inserito al suo posto nel sistema della conoscenza. Risulta ancora un problema sapere come i concetti effettuano questo raccordo.

Dire che la conoscenza è diversa dalla verità è lecito. Dire che la conoscenza (intesa come interconnessione strutturale dei giudizi) fondi la verità dei giudizi non si desume dalle argomentazioni svolte sino a questo momento, o quanto meno va ben definito il senso del termine “fondare” o “essere condizione di…

 

 

 Un oscillazione non risolta

 

Schlick dunque in questa fase del suo pensiero somiglia molto al Neurath con cui polemizzerà successivamente : egli infatti tende a dissolvere le verità fattuali nelle verità concettuali

Schlick parla della sua teoria della verità come una teoria della coordinazione, che però nasconde in sé una teoria della coerenza. In pratica egli oscilla tra una teoria della verità come corrispondenza tra proposizione e fatto e la teoria della verità come coerenza e conseguentemente oscilla tra realismo epistemologico e formalismo. Inoltre altro è il fatto che i nessi materiali sono necessari per la verifica di una coordinazione, altro è dire che tali nessi siano necessari per la definizione e per la fondazione di una coordinazione. Alla fine il rinvio al riscontro dei nessi materiali diventa qualcosa di necessario solo per una sorta di postulato metodologico, ma comunque la coordinazione in quanto tale rivela la sua natura puramente formale. Infine una cosa è l’identità di un oggetto con se stesso, un’altra cosa sono le relazioni materiali ed oggettive che riguardano gli oggetti attinenti all’effettività. Queste ultime sono molto più complesse e sono descritte dalle singole scienze, mentre la prima è una relazione logica, più semplice ed astratta, a meno che Schlick non voglia indebitamente far rientrare in tale nozione la più complessa operazione psicologica del riconoscimento di un’identità. Ma questo non sarebbe un argomento condivisibile.

La costanza degli elementi che si ripresentano in diversi complessi invece fa pensare agli oggetti eterni di Whitehead.


11 aprile 2010

Maurizio Galvani :Disoccupazione, Usa in allarme. Boom export armi italiane

Timothy Geithner si dichiara preoccupato per la disoccupazione negli Stati Uniti. In un intervista alla rete Nbc, il segretario al tesoro sostiene che «il tasso dei senzalavoro rimarrà alto per un periodo molto lungo a causa della recessione». Non stiamo ai livelli di pochi mesi fa, ma Geithner sottolinea preoccupato come «in marzo hanno perso il lavoro altre 190 mila persone e la disoccupazione rimane pari al 9,7%». Il ministro difende l'operato dealla Casa Bianca e attacca «l'egoismo» delle banche, «di coloro che sono stati pagati per far correre enormi rischi». Mentre Geithner era intervistato, l'agenzie battevano la notizia del Dipartimento al lavoro, secondo la quale, il numero di richieste per i sussidi di disoccupazione - nella settimana conclusa il 27 marzo - è sceso di 6.000 unità a 439 mila richieste. Sempre in tema di mercato del lavoro, l'agenzia specializzata Challenger, Gray&Christams - che fornisce dati sull'occupazione nel settore privato - rivelava che «i licenziamenti programmati dalle aziende Usa, il mese scorso, erano calati del 55% (da 150,411 unità a 67,611). Un buon risultato che deve fare i conti con il trend pubblicato oggi dal Bureau del lavoro e le statistiche contraddittorie relative all'economia.


Ad esempio, l'indice dell'attività manifatturiera (Ism) a marzo è salito a 59,6 punti contro i precedenti 56,5 punti . Contemporaneamente, i tassi sui mutui trentennali sono in rialzo per la terza settimana consecutiva dopo che la Fed ha smesso di dare aiuti alle famiglie. Attualmente il mutuo è pari al 5,08% ed è destinato a salire nel corso del tempo secondo quanto anticipato dalla agenzia parapubblica Freddie Mac. L'edilizia non è più volano della ripresa: in febbraio - scrive la Bloomberg - la spesa è scesa dell'1,3% a 846,2 miliardi di dollari; il minimo dal novembre 2002 ovvero da sette anni.
Le speranze di una ripresa riguardano tutto il mondo sviluppato. In Gran Bretagna e in Giappone gli ultimi dati evidenziano un'accelerazione improvvisa della crescita. A Londra - dove a maggio si vota per rinnovare la carica del premier - l'indice Pmi (legato alla manifattura) ha avuto il balzo più alto degli ultimi 15 anni. A Tokio, invece, si confida sulla ripresa legata ai buoni risultati raggiunti dall'azienda automobilistica Toyota, 50% in più di vendita di auto nell'ultimo mese. Però la ripresa si basa anche con il rilancio di settori che hanno poco a che fare con l'etica di un investimento. In Italia, ad esempio. «tira» moltissimo l'industria degli armamenti e la Relazione preparata dal governo è esplicita: nel 2009 è stata autorizzato l'export di armi pari a quasi 5 miliardi di euro. Un aumento del 61,3% rispetto al 2008. Già, nel 2008, si era registrata una crescita del 28,5% rispetto al 2007, di cui la metà sempre venduta a paesi extra europei come l'Arabia Saudita. Aveva ragione l'economista statunitense Galbraith a sostenere che solo questi settori rimangono fiorenti durante le crisi.


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10 aprile 2010

Massimo Bongiorno : Londra affonda nei debiti, ma per le elezioni si fa l'Agenzia Spaziale

Altro che Atene. Se Sir Gordon Brown e il suo ministro delle finanze, Alistair Darling, compilassero il bilancio dello Stato con le regole dei paesi di Eurolandia (e in base al Trattato di Maastricht) verrebbe fuori il bluff: il saldo delle decine di miliardi di sterline prelevate dalle tasche dei sudditi di Sua Maestà per salvare il sistema bancario britannico dal tracollo. E dei decenni di Ultraliberismo all'anglosassone che hanno alleggerito pensioni e salari, spalancato ogni porta possible alla finanziarizzazione dell'economia privatizzando il privatizzabile - e anche il non privatizzabile - e sostenendo i consumi esclusivamente con la folle leva dell'indebitamento delle famiglie.

 

Se a Londra contabilizzassero quei costi, verrebbero fuori i numeri reali del deficit e dell'indebitamento pubblico. Di fronte ai quali la Grecia - su cui si concentrano gli strali del «moralismo finanziario» della stampa economica liberista - da cicala quale è effettivamente stata finirebbe per fare addirittura la figura della formica. Per esempio, si scoprirebbe che il rapporto tra debito pubblico e Pil non viaggia affatto tra il 43,6 e il 68%, i numeri ufficiali, ma sta intorno al 170%. Livelli quasi giapponesi, addirittura peggiori di quelli italiani. E comunque ben oltre il «misero» 112% di Atene: a Londra non hanno certo bisogno di farsi insegnare dai greci come si fa a truccare i conti pubblici.
Chi volesse spulciarsi le statistiche governative ufficiali (www.statistics.gov.uk) e analizzare i «fondamentali», scoprirebbe cose anche peggiori: commercio estero a picco, crollo degli investimenti, Pil quasi fermo dopo il crollo del 6% a metà 2009. Tutti allora potrebbero constatare che la pecora nera d'Europa non va affatto cercata tra i PIIGS (maiali in inglese), la simpatica espressione creata dalle volpi della City per indicare Portogallo, Italia, Spagna e Grecia con la recente aggiunta dell'Irlanda. Ma semmai proprio lì, a Downing Street. Dove invece pensano ad altro. Alle elezioni del sei maggio, soprattutto. E così l'altro ieri Alistair Darling ha presentato alla Camera dei Comuni un tipico piano di sostegno (pre-elettorale) all'economia da 2,8 miliardi di sterline.
Ma ancora meglio ha fatto Lord Paul Drayson, ministro della Scienza e dell'Innovazione, annunciando ufficialmente la nascita dell'Agenzia Spaziale Britannica. Ce l'avevano da anni Francia, Germania e Italia e pare che che Sua Maestà ne sentisse proprio il bisogno. Verrà varata il primo aprile e si chiamerà UKSA, United Kingdom Space Agency. Coordinerà, probabilmente molto più in chiave atlantica (NASA) e duale (spaziale civile e militare) che europea, le attività di un settore che Oltremanica vale circa 6 miliardi di sterline l'anno. Budget iniziale 230 milioni di di sterline (circa 1/3 dell'Agenzia Spaziale Italiana), ma enormi ambizioni. «Possiamo crescere fino a 40 miliardi l'anno e creare 100mila posti di lavoro entro le prossime due decadi» ha dichiarato Drayson, che evidentemente non teme di spararle grosse, ma ha molta paura che Cameron vinca le elezioni.


9 aprile 2010

Roberto Tesi : Crollano i consumi. Anche quelli alimentari

Ha ragione la Confcommercio: i consumi degli italiani stanno crollando. Negli ultimi tre anni la caduta è stata rovinosa (-5,6%) e il 2010 si apre nel peggiore dei modi: le vendite al dettaglio dei prodotti alimentari sono diminuite a gennaio dell'1% rispetto a dicembre e del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2009. L'Istat segnala che il dato congiunturale (la variazione su dicembre) è il peggiore da aprile 2007, mentre quello tendenziale (rispetto al gennaio 2009) è il peggiore dal marzo 2009, quando segnò un -5,2%. Nel complesso le vendite al dettaglio a gennaio sono diminuite dello 0,5% rispetto a dicembre e del 2,6% rispetto a gennaio 2009. E, puntualizza l'Istat, il dato congiunturale è il peggiore dal dicembre 2008 quando la caduta fu dello -0,7%.

Secondo l'Istituto di statistica, la caduta delle vendite su dicembre (-0,5%) è il risultato di una flessione dell'1% delle vendite alimentari (il dato peggiore da aprile 2007) e dello 0,3% dei prodotti non alimentari. Rispetto a gennaio 2009 le vendite alimentari sono crollate del 3,3% (il calo più consistente da marzo 2009) mentre quelle dei prodotti non alimentari sono diminuite del 2,3%. Il calo tendenziale è stato forte soprattutto nelle imprese della grande distribuzione (-3,1%) mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno segnato un -2,2% su gennaio. Altro nota imporante che amplifica la caduta: dite sono registrate a prezzi correnti. Questo significa che incorporano anche l'inflazione. Tenendo conto di questo particolare non trascurabile (anche se la crescita dei prezzi su base annua è contenuta nell'1,3%) la caduta delle vendite e, quindi dei consumi, sarebbe maggiore.
In gennaio a soffrire di più della caduta delle vendite è stata la grande distribuzione. nell'alimentare, infatti, le imprese della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 3,5% mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato un calo delle vendite del 3,1%. Nel comparto non alimentare la grande distribuzione le vendite sono scese del 2,9% a fronte del calo del 2% dei piccoli negozi. Nell'alimentare gli ipermercati e i supermercati hanno perso il 3% del fatturato al livello tendenziale mentre i discount alimentare hanno segnato un -2,9%. Sul calo complessivo del 2,6% delle vendite a gennaio spicca quello dei prodotti farmaceutici (-4,2%) e delle dotazioni per l'informatica (-4,3%). Reggono meglio la crisi l'abbigliamento e le calzature (-1,2% per entrambi i comparti) la foto ottica (-0,6%) e il settore dei giocattoli, sport e campeggio (-0,9%).
Un dato che colpisce (e conferma quanto sostiene la Confcommercio) è che l'indice delle vendite (destagionalizzate) in gennaio è pari a 100, esattamente come era nella media del 2005. D'altra parte, anche il Pil è sugli stessi livelli del 2005, così come le retribuzioni. Ma non è solo l'Italia in sofferenza: ieri sono stati diffusi i dati sulla spesa per consumi in febbraio in Francia e l'Insee (l'Istat francese) segnala una flessione congiunturale dell'1,2% che segue la caduta del 2,5& in gennaio. Ma una differenza c'è: su base annua le spese sono salite dell'1,6%. In Gran Bretagna, invece, dopo il crollo di gennaio (-3,0%) in febbraio le vendite al dettaglio sono salite del 2,1%, trainate (+11,2%) dal forte incremento nelle vendite di articoli per la casa. Insomma, il piatto piange. E come ha confermato ieri il presidente della Bce, Trichet, la ripresa c'è, ma la crisi non è finita e «non possono essere esclusi ritorni indietro».


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8 aprile 2010

Anna Maria Merlo : Francia contro Germania, la crisi greca spacca la Ue

È scoppiata una crisi nella crisi che sta travolgendo la Grecia. Riguarda la coppia franco-tedesca. Potrebbe crearsi una crisi europea generale, proprio perché l'esplosione di divergenze tra le due principali economie del continente, non servirà certo a rassicurare i mercati, mentre l'euro è già sotto pressione.
È da tempo che l'economia francese si sta allontanando da quella tedesca. Da un lato deficit sempre maggiori, dall'altro una politica decennale di rigore, che ora sta dando i suoi frutti, in controtendenza con l'andamento delle altre economie dell'Euroland. La bilancia commerciale tedesca è in attivo di 135,8 miliardi di euro (dati 2009, è il secondo esportatore al mondo, dopo la Cina) e il peso di Berlino nel mercato interno della zona euro è salito dal 25 al 27%. Contemporaneamente, la Francia è calata dal 18,5 al 12,9% (l'Italia è crollata dal 17 al 10%) e accumula i deficit commerciali, oltre i 43 miliardi di euro nel 2009.


La ministra delle finanze francese, Christine Lagarde, ha accusato senza mezzi termini la Germania di portare danno alla coesione della zona euro, puntando tutto sull'export, al prezzo di comprimere i salari all'interno e di mantenere bassa la domanda interna. In sostanza, Lagarde afferma che l'eccedente tedesco non è altro che il deficit degli altri, visto che il 44% delle esportazioni tedesche sono verso i paesi della Ue. La buona salute della Germania sarebbe costruita tutta sul debito dei paesi più deboli. Lagarde è persino arrivata a suggerire a Angela Merkel la politica economica: deve abbassare le tasse per rilanciare i consumi interni, ha affermato (in Germania l'Iva è stata aumentata di 3 punti nel 2007 per diminuire i deficit). La Germania ha preso molto male queste critiche. Il Consiglio Ue del 25 e 26 marzo si annuncia molto caldo e teso.
La Francia prende le distanze dalla Germania con il rischio di rompere il tandem alla guida dell'Europa, perché vuole fare pressioni su Berlino, per evitare quello che Parigi considera il baratro assoluto per se stessa: perdere la classifica AAA delle agenzie di rating. La Francia pensa a sè e alle difficoltà a cui potrebbe trovarsi di fronte, se la crisi si estende, dopo i casi di Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia.
Ieri la Germania, che prima era ostile, ha cominciato ad accettare l'idea che la Grecia si rivolga all'Fmi. «Nel caso in cui si arrivasse a quella situazione - ha detto il portavoce dell'esecutivo Merkel, Ulrich Wilhelm, riferendosi a un'eventuale incapacità di Atene di rimettere in sesto le proprie finanze pubbliche - il governo tedesco non esclude il ricorso all'Fmi». La svolta dipende dal fatto che l'idea di creare un Fondo monetario europeo, vista con favore a Berlino - che voleva anche un «castigo» con la sospensione del diritto di voto per i paesi presi in fallo che poteva arrivare fino all'esclusione - è stata respinta dalla Francia, che non vuole altri strumenti di controllo dei deficit che vadano oltre il già vincolante trattato di Maastricht (che pure è stato allentato nella primavera del 2005 su iniziativa franco-tedesca).
Berlino, che è il primo contributore al bilancio Ue, ritiene di fare già abbastanza e come la formica della favola di Lafontaine più volte citata in questi giorni in Francia, non ha intenzione di mettere mano al portafoglio per le cicale del Club Med, oggi la Grecia, ma domani forse Portogallo, Spagna e Italia. La Francia, per il momento, si è allineata sulla Germania nel rifiuto di emettere delle obbligazioni europee.
Entrambi i paesi temono di dover pagare tassi di interesse più alti (i tassi greci sono del 3% più alti di quelli dei bond tedeschi a 10 anni). La Germania rifiuta ogni «politicizzazione» nell'interpretazione dei parametri ed è restia alla proposta francese di governance più coordinata, rifiutando persino una riunione d'emergenza dell'Euroland.
Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ieri si è sbilanciato a favore di un eventuale aiuto dell'Fmi: «Vorrei ricordarvi che la Grecia e tutti i paesi Ue sono anche membri dell'Fmi - ha detto a France 24 - Peraltro i paesi membri sono la maggior fonte di finanziamento dell'Fmi. Non è una questione di prestigio ma di vedere qual è il modo migliore per rispondere alla situazione».


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7 aprile 2010

Francesco Piccioni : Moody's. Il debito Usa è già una mina vagante

«La crisi ci gira intorno», diceva qualche giorno fa il ministro Giulio Tremonti, con la faccia di chi teme sente arrivarsela alle spalle, mentre tutti ancora guardano il suo premier che ripete «stiamo messi meglio degli altri». Questa non è una crisi come le altre. E' iniziata da due anni e mezzo con la bollicina dei mutui subprime e nelle stanze di color che sanno si dice a denti stretti che ne dovranno passare almeno altri quattro. Per chi ci sarà arrivato vivo.
Ma è una strada così lunga che persino gli intoccabili stanno rischiando di andare in serie B. Accade che Moody's - una delle tre agenzie di rating che misurano (con metodi parecchio discutibili) sulla solvibilità del debito di paesi e società private - ha pubblicato ieri un report in cui, senza darlo per imminente, accenna al fatto che il debito inglese e soprattutto quello Usa potrebbero perdere la «tripla A» dell'affidabilità assoluta. Per evitarlo, la ricetta è quella sempre consigliata a paesi più piccoli e punibili, come la Grecia attuale: risanare i conti tagliando le spese.


Gli Usa, infatti, quest'anno spenderanno il 7% delle loro entrate solo per pagare gli interessi sul debito pubblico. Cifra che salirà all'11% nel 2013. Questo nel caso che ci sia almeno una ripresa ache moderata dell'economia; altrimenti potrebbe superare il 15 (a quel punto da perdita di una «A» sarebbe automatico). Ma nel 2012 - data-mito delle archeoprofezie - il tesoro Usa si troverà a dover rimborsare 2.000 miliardi di dollari ai sottoscrittori. Il metodo, normalmente, consiste nell'emettere nuovi titoli per sostituire quelli vecchi. Nello stesso periodo, però, andranno in scadenza altri 5.000 miliardi di obbligazioni emesse da stati o grandi società private.
Se ci trovassimo in una fase normale, cifre simili sarebbero molto rilevanti, ma forse reperibili sui mercati finanziari. Questi ultimi, però, si stanno solo ora riprendendo grazie, peraltro, a massicce iniezioni di denaro pubblico. Non si può escludere, dunque, che alcuni degli emittenti si possano trovare di fronte a una domanda inferiore alle necessità. Rompendosi perciò il collo.
Il caso Grecia esemplifica benissimo questo rischio. Il piccolo (economicamente) paese mediteraneo deve trovare a breve (tra obbligazioni in scadenza, deficit, interessi sul debito, ecc) almeno 55 miliardi di euro. «Poco», vien da dire, dopo aver visto gli altri numeri; ma è pur sempre il 20% del suo Pil.
In secondo luogo, i «tagli» che devono rimettere in sesto i bilanci pubblici dell'iperpotenza Usa «richiederanno un aggiustamento fiscale di magnitudine tale da mettere in tensione la coesione sociale» (Wall Street Journal). Se in Grecia questa tensione si manifesta in proteste e scontri di piazza, negli Usa assume altre forme: a Chicago le ruspe stanno procedendo alla demolizione di palazzi ormai disabitati e saccheggiati, in modo da ridurre di un terzo il territorio della città: per diminuire i costi di gestione e togliere un facile habitat a homeless e bande locali.
Anche gli Usa si trovano dunque davanti a un dilemma fin qui irrisolvibile: se tagliano la spesa pubblica troppo velocemente - come vorrebbero i manuali di liberismo applicato adottati dagli uffici studi delle rating agencies - rischiano di avviare una seconda recessione senza neppure attendere che sia finita la prima. Sono oltretutto gli stampatori della moneta di riserva dell'economia globale, e un crollo del dollaro innescherebbe un terremoto a catena sui mercati. Se invece mantengono attive troppo a lungo le misure di stimolo, fin qui rilasciate con generosità, potrebbero innescare un'inflazione galoppante che si trascinerebbe dietro un proporzionale rialzo dei tassi di interesse.
Il problema non riguarda solo loro. In quasi tutti i paesi - tranne forse la Cina, dove il «pubblico» mantiene un forte controllo sulle dinamiche di mercato - i fiumi di denaro pubblico fatti affluire alle casse delle banche per impedirne il fallimento sono rimasti nei loro forzieri. Anzi, vengono ora usati per alimentare di nuovo la «speculazione», tramite strumenti finanziari non operanti sui mercati controllati.
Insomma: si stano gonfiando altre «bolle» di debito. Ma, al momento dell'esplosione, nessuno avrà più il kit (la liquidità) per ripararle.


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6 aprile 2010

Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi : Veneto, anche l'evasione è fai-da-te

Torna a galla il peggior Veneto fai-da-te. Lo specchio pubblico riflette l'anima nera privata: un imprenditore di successo evasore totale; Guardia di finanza «infiltrata» come ai tempi di Tangentopoli; affari che vanno di pari passo con mazzette ed escort.
È il «sistema» che funzionava ad Arzignano, centro della provincia votato tradizionalmente alle concerie. Il procuratore della Repubblica Ivano Nelson Salvarani l'ha clamorosamente scoperto nell'indagine Dirty Leather. Tra gli atti (parzialmente secretati) emergono i dettagli di un apparato criminale capillare e trasversale; quanto normalmente accettato dai titolari di 150 aziende del distretto delle pelli. Salta fuori la complicità diffusa degli imprenditori della concia, che non si accontentano di evadere milioni di euro di Iva. E soprattutto l'inquietante connivenza di ispettori tributari utilizzati come estorsori. Il numero di indagati di questa nuova Tangentopoli vicentina è impressionante: 190 tra industriali, funzionari pubblici, finanzieri, iscritti nel registro degli indagati in meno di un anno.


Da queste parti è normale la contabilità «in nero» con la partita doppia a favore di chi dovrebbe effettuare i controlli. Si conciano le pelli, come si ammorbidiscono i controllori e si bilanciano le cifre. È così che si intraprende la moltiplicazione del proprio conto corrente, fino a diventare simboli da imitare. Basta girare mazzette alle fiamme gialle o ai dirigenti dell'Agenzia delle entrate. Serve la consulenza criminosa di un piccolo esercito di commercialisti e contabili (pubblici) assoldati per evadere il fisco. In cambio, ecco gli immancabili festini a base di escort, veline, modelle e ragazze immagine. Con le telecamere del «re delle pelli» di Arzignano pronte a riprendere ogni amplesso della «cricca» dei conciatori.
Un «sistema» che ha clonato illegalità, collusione, omertà e rapina dietro l'immagine virtuale del successo. Ora i protagonisti sfilano davanti agli inquirenti, che li hanno messi spalle al muro. Così quasi tutti ammettono, confermano, confessano. La Procura ha già «torchiato» i titolari della Marigraf di Chiampo, i dirigenti della Armando Pellizzari Srl e i manager del gruppo Mastrotto (azienda leader nel settore della concia: 2.100 dipendenti, 500 milioni di fatturato) che avrebbero ammesso 260 mila euro di tangenti.
Il 21 marzo la Guardia di finanza ha disposto la perquisizione degli uffici dell'Agenzia delle entrate Vicenza 2. E così, si è aperto anche il fascicolo di Roberto Soraci, 59 anni, responsabile della sede di via Mercato nuovo. I magistrati lo accusano di corruzione aggravata e continuata. Secondo quanto emerge dall'indagine in corso, Soraci sarebbe stato uno dei gestori del mercato delle tangenti «con il doppio incarico di quantificare l'entità del "pizzo" e saldare le indispensabili prestazioni degli ispettori deviati». Controlli addomesticati e abbondanti sconti sulle innumerevoli irregolarità fiscali delle aziende delle pelli. In cambio, avrebbe incassato tangenti per 200 mila euro.
Prima di lui, a febbraio, avevano confessato i colleghi Claudio De Monte e Filiberto Segantini, che da pensionato si stava godendo 150 mila euro guadagnati allo stesso modo. Il resto lo ha raccontato Marcello Sedda, commercialista di fiducia del gruppo Mastrotto che vantava rapporti «speciali» con i dirigenti dell'Agenzia delle entrate.
Luigi Giovine, 63 anni, ex comandante della tenenza della Finanza di Arzignano (arrestato per aver incassato 230 mila euro) è molto meno loquace. Forse perché grazie a lui i pm vicentini sono arrivati a incastrare Andrea Ghiotto, classe 1972, il «re delle pelli» di Arzignano e il presidentissimo del Grifo, società di calcio a 5 di serie A.
Gli ultimi sviluppi dell'indagine confermano il suo ruolo di «collettore» del sistema. Ma con il sequestro dei files contenuti nel suo computer potrebbero venire a galla responsabilità più pesanti. Prima di finire al carcere San Pio X nel dicembre scorso, Ghiotto alloggiava nella suite dell'hotel Principe ad Arzignano. L'aveva trasformata in uno studio di registrazione delle prestazioni sessuali «offerte» agli imprenditori, ora coperti dagli omissis nelle pagine dell'inchiesta Dirty Leather. I finanzieri hanno trovato un efficace sistema di telecamere nascoste che riprendeva gli incontri sessuali da diverse angolazioni.
«Erano filmati ad uso esclusivamente personale» giura Ghiotto. Ma il «re delle pelli» ha dovuto ammettere di aver ingaggiato decine di «ragazze» fin dall'estate 2008. «Mi sono costate più di 20 mila euro» ha precisato il 28 dicembre scorso ai magistrati. Adesso il database nel suo hard disk è stato affidato ai consulenti informatici. Il procuratore Salvarani spera di riuscire a identificare, uno per uno, gli «attori» delle orge riprese nella stanza del quartier generale di Ghiotto.


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6 aprile 2010

Bruno Perini : «Ma la speculazione è tornata come prima»

«Wall Street: la stangata». Il libro edito da Baldini Castoldi Dalai sulla crisi economico-finanziaria che si è abbattura nel 2009 sul pianeta Terra con conseguenze ancor oggi incalcolabili, è alla seconda edizione. Ma se i due autori potessero rimetterci le mani probabilmente ci aggiungerebbero altri due capitoli: il ritorno della speculazione e lo spettro della stagnazione. Il saggio è frutto di una lunga intervista fatta dal direttore di Radiocor, Fabio Tamburini, al guru della consulenza aziendale Gianfilippo Cuneo. Dalla conversazione emerge un quadro inquietante sul ruolo che hanno avuto le banche d'affari con la diffusione dei titoli tossici. Ma neppure Tamburini e Cuneo immaginavano gli effetti devastanti che la crisi finanziaria e la speculazione avrebbero avuto sull'economia reale in termini di occupazione e assenza di investimenti.
«Sì, a volte ritornano», dice Tamburini a proposito della speculazione. «Passata la grande paura del grande crollo, la certezza ormai acquisita è che la grande speculazione finanziaria internazionale sia tornata. E' un bene? E' un male? Di sicuro il ritorno è nei fatti dei comportamenti delle principali banche d'affari anglosassoni. Esattamente come negli anni d'oro dei mercati che hanno preceduto la stangata del luglio 2007». Su quali terreni si stanno muovendo? «C'è chi preferisce le operazioni speculative sulle materie prime, a partire dal petrolio. E chi ha ricominciato ad occuparsi soprattutto dei derivati. Ma anche sul fronte delle valute non si scherza». «L'impressione, piuttosto generalizzata, è che la finanza sia ridiventata padrona pressoché incontrastata del campo, nonostante debba scontare le battute di rimprovero e di critica a cui con una certa frequenza ricorre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Di sicuro colossi come Goldman Sachs e Jp Morgan, ma anche Morgan Stanley, risultano in prima fila e non perdono un colpo, tornando a realizzare utili clamorosi».
Dunque pare che la lezione non sia servita a nulla. In compenso gl effetti deleteri della bolla speculativa e del comportamento delle banche d'affari ha lasciato segni pesantissimi sull'economia reale. Dice Gianfilippo Cuneo: «Guardando il mercato dobbiamo constatare che siamo in presenza di una sovracapacità produttiva, di una assenza di investimenti, di ordini ridotti al lumicino. Le dirò di più: se si analizzano attentamente gli indicatori macroeconomici emerge un dato allarmante: l'ipotesi è che si stia andando verso un periodo di stagnazione prolungata. Anzi non è escluso che nei prossimi anni si debba convivere con la stagnazione».


Intanto i trader e le banche d'affari statunitensi tornano a fare utili. «E' vero, ma si tratta di una minoranza. Gli indicatori reali invece sono drammatici perché sono tutti in caduta e non ci sono segnali di ripresa vera. C'è una caduta del consumo dei beni durevoli. La gente tende a rimandare gli acquisti in attesa di tempi migliori». E le previsioni cosa dicono? «Nessuno osa pronunciarsi nel medio periodo perché abbiamo avuto in passato casi come il Giappone dove la recessione è durata dieci anni. E' un'ipotesi che non possiamo escludere». Nel libro-intervista, Tamburini le chiede perché il banco è saltato. «Era sparita la percezione del rischio, la capacità di misurarlo. Tutto ha funzionato fino a quando i valori hanno continuato a salire. E' come se fosse stato lanciato un razzo, che è salito fino a quando aveva carburante; poi a un certo punto è finito e il razzo è precipitato. I giochi sono terminati quando non c'erano più margini di crescita lasciando l'ultimo della serie con il fiammifero in mano acceso e ormai consumato». Che cpitolo aggiungerebbe al libro? «Se dovessi aggiungere un capitolo lo scriverei sulla stagnazione che ci accompagnerà nei prossimi anni. E' possibile che diventi un fenomeno di medio periodo come è avvenuto in altri paese». E' il capitalismo bellezza, aggiungiamo noi.


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