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31 luglio 2010

Cesare Pavese : la donna come un dio

Era stesa anche lei,
dove l'erba è piegata.
Il suo volto socchiuso
posava sul braccio e guardava nell'erba.



Nessuno fiatava.
Stagna ancora nell'aria
quel primo sciacquìo che l'ha accolta nell'acqua.
Su noi stagna il fumo.


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31 luglio 2010

Cesare Pavese : paesaggio

Sotto il gelo dell'acqua c'è l'erba.
La donna vi trascorre sospesa.
Ma noi, l'erba verde, la schiacciamo.
Con il corpo.
Non c'è lungo le acque altro peso.



Noi soli sentiamo la terra.
Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso
sente l'avido gelo assorbirle il torpore delle membra assolate
e discioglierla viva nell'immobile verde.
Il suo capo non si muove.


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31 luglio 2010

Un bell'incipit di una poesia di Cesare Pavese

I due uomini fumano a riva.
La donna che nuota senza rompere l'acqua
non vede che il verde
del suo breve orizzonte.
Tra il cielo e le piante si distende quest'acqua
e la donna vi scorre, senza corpo.



Nel cielo posano nuvole immobili.
Il fumo si ferma a mezz'aria.


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30 luglio 2010

Colletti (prima della cura) : Crisi e teoria del valore

 

Senza Marx e senza il movimento che da lui si è generato, non sarebbe stato possibile alcuna discussione sul destino del capitalismo.

Ciò non significa che prima di Marx nessuno abbia mai ipotizzato l’eventualità della fine del capitalismo : a parte i meriti di Sismondi per quanto riguarda la natura storica del capitalismo stesso, vanno ricordate le previsioni di Smith sul futuro declino del saggio di profitto o la legge dei rendimenti decrescenti delle terre di Ricardo. Però Marx ha prospettato la fine del capitalismo come il passaggio storico ad una nuova forma di società. Mentre a Wall Street la fine del capitalismo è concepibile come simile ad un tragico evento naturale, per il marxismo il carattere storico e transitorio del capitalismo è la premessa basilare per prospettare il passaggio ad una forma superiore di società.

Infatti il primo anticapitalismo fu una condanna morale del regime esistente, ma non una previsione basata sull’analisi e la ricostruzione del meccanismo dell’accumulazione capitalistica. Marx unisce due diverse prospettive : la prospettiva rivoluzionaria di chi intende rovesciare la società borghese per ristabilire su nuove basi i rapporti sociali e la prospettiva scientifica di chi vuole ricostruire il modo in cui il sistema funziona e si sviluppa. La prospettiva rivoluzionaria diventa in Marx conseguenza dell’analisi scientifica. Mentre il socialismo utopistico opponeva al capitalismo un punto di vista astrattamente soggettivo dove le soluzioni dei problemi sociali dovevano uscire dal singolo cervello umano al quale la società non offriva che inconvenienti : eliminarli era compito della ragione pensante. L’immaturità di questo primo socialismo era un prodotto della situazione oggettiva : la produzione capitalistica era così poco sviluppata da non rendere visibili al proprio interno gli elementi di una società nuova. Marx invece pensa che nel suo concreto momento storico i mezzi per operare il superamento del modo di produzione attuale dovevano essere presenti negli stessi rapporti di produzione. Lo sviluppo della formazione economica della società viene concepito come un processo di storia naturale dove il singolo non può essere considerato responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente un prodotto, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

Il segno più evidente di tale sviluppo teorico è il modo nuovo con cui si affronta il problema dello sfruttamento : la produzione del plusvalore è perfettamente compatibile con la legge dello scambio delle merci in base ad equivalenza. Il fatto che un lavoratore crei un valore superiore al proprio valore giornaliero è una fortuna per il compratore della merce-lavoro, ma non è un ingiustizia verso il venditore. Il capitalista è un funzionario necessario della produzione in quanto non ruba, ma estorce la produzione del plusvalore e aiuta a creare ciò che poi viene detratto. Il capitalista appena ha pagato all’operaio l’effettivo valore della sua forza-lavoro si appropria del plusvalore con pieno diritto, cioè con il diritto che corrisponde a questo modo di produzione. Il plusvalore è elemento propulsore dell’accumulazione capitalistica e da esso si vedono discendere tutte le altre categorie (profitto, rendita, interesse). L’antitesi alla società borghese non è un ideale esterno a questa società, ma è scoperta all’interno di essa : si tratta della contraddizione tra capitale e lavoro salariato e poiché quest’ultimo è una parte del capitale stesso (capitale variabile o fondo salari), la contraddizione tra di essi è una contraddizione interna al capitale stesso, al meccanismo dell’accumulazione capitalistica.

Mentre però agli utopisti Marx risponde da economista, agli economisti classici egli risponde come critico dell’economia politica : mentre agli utopisti egli oppone la storia e lo stato di cose presente, agli economisti egli oppone la possibilità di altri tipi di società per evitare che essi rimangano immersi nella produzione borghese come se questa fosse la produzione in sé. Questi ultimi considerano la produzione di merci come la forma universale e necessaria della produzione in ogni possibile società e che il prodotto del lavoro abbia sempre la forma di merce. Di conseguenza i problemi dell’economia assumono carattere solo quantitativo in quanto la forma di merce è in trascendibile : si indaga solo il valore di scambio e non il rapporto sociale che si cela in esso. Invece con Marx la produzione di merci diventa solo una delle possibili forme della vita economica e quindi si può e deve tentare di guardare i rapporti sociali sottostanti alla forma di merce ed allo scambio. 



Da ciò deriva anche che la teoria del valore in Marx è anche teoria del feticismo delle merci e del capitale, teoria che mette a nudo il carattere di realtà stravolta del sistema sociale esistente, dove i rapporti umani si presentano come rapporti tra cose e queste ultime invece appaiono dotate di qualità sociali. In questo modo la prospettiva scientifica si rovescia nel progetto rivoluzionario : non basta comprendere e spiegare la produzione di merci, ma si tratta di abolirla rovesciando le condizioni materiali e sociali all’interno delle quali si produce l’inversione feticistica. Non si tratta solo di raddrizzare l’interpretazione che della realtà hanno dato gli economisti classici, ma si tratta di raddrizzare questa stessa realtà, in quanto la mistificazione è generata e prodotta continuamente dai processi oggettivi della produzione capitalistica stessa. Non sono Smith e Ricardo che operano l’inversione in base alla quale il lavoro salariato viene a dipendere dal capitale, ma questa inversione è scritta nel meccanismo stesso della produzione capitalistica. La vera scienza non è l’economia politica, ma la rivoluzione : il solo trattato che può enunciare l’assioma per cui il lavoro deve disporre del capitale è la socializzazione dei mezzi di produzione. Dal fondo della scienza riemerge tutta intera l’utopia, ma il prezzo di rinunciare a questa utopia è di aderire all’altra utopia della perennità del capitalismo. La negazione del modo di produzione capitalistico non è più un criterio soggettivo esterno, ma un fattore reale interno al capitalismo stesso : la classe operaia che produce i propri mezzi di sussistenza e il plusvalore e fornisce con il suo lavoro i redditi di tutte le classi fondamentali della società, ma contraddittoriamente essa è subordinata al capitale e figura, in quanto salario, come parte di quel capitale che è invece il suo prodotto. Se la classe operaia arriva ad organizzarsi e matura la coscienza di essere antagonista a questo sistema, essa è la negazione non soggettiva ma reale che può capovolgere l’intera società.

 Alle due diverse prospettive delineate corrispondono anche due diverse accezioni della teoria del valore : la prima è quella per cui la legge del valore si presenta come un principio regolatore che permette di spiegare il funzionamento interno del sistema. In questo ambito solo la legge dei prezzi può svolgere la funzione di regolare la complessità dei rapporti proporzionali indispensabili in un sistema di produzione per quanto anarchico esso sia. È la legge dei prezzi che svolge questa funzione, giacchè sono proprio i prezzi che regolano la produzione capitalistica e sono le loro variazioni a determinare l’espansione o la limitazione della produzione, oppure l’avvio di una nuova produzione (Hilferding). Anche Sweezy osserva che la legge del valore è essenzialmente una teoria di equilibrio generale e una delle sue principali funzioni è di porre in chiaro che in una società produttrice di merci (nonostante manchi una formazione centralizzata e coordinata delle scelte) esiste un ordine e non il caos. Nessuno ha il potere di decidere come deve essere distribuita la forza produttiva, eppure tale problema trova una sua soluzione e non in maniera incomprensibile, grazie alla legge del valore. Secondo Dobb con Smith e Ricardo l’economia politica ha creato un principio quantitativo di unificazione e cioè la legge del valore, che l’ha messa in condizione di formulare postulati in termini di equilibrio generale del sistema economico. La teoria del valore è il filo rosso che c fa intendere come tutto ciò che nel sistema sembri a prima vista irrazionale e fortuito, sia invece regolato e dominato da una interna razionalità, nel processo che porta dal valore ai prezzi di produzione fino ai prezzi di mercato, e dal plusvalore al profitto fino al pareggiamento dei profitti tramite la concorrenza. In economia come in fisica le leggi sono processi materiali oggettivi, tendenze operanti ed effettuantesi con necessità bronzea. La scienza economica è in un rapporto positivo con il suo oggetto, il quale non è qualificato come una realtà rovesciata e perciò da negare, quanto una realtà che funziona e di cui bisogna spiegare appunto il funzionamento.

L’altra accezione in cui compare la legge del valore è la teoria del feticismo, per la quale il carattere oggettivo e naturalistico delle leggi della produzione delle merci, proprio perché indipendenti dai soggetti che sono in relazione tra loro, sono la proiezione feticistica dei rapporti sociali stessi che operano sfuggendo al controllo degli uomini. Più le leggi del mercato sono autonome dai soggetti, più il mondo sembra essere imprevedibile come un terremoto, ma non perché il mercato sia una realtà naturale, ma perché questo ordine sociale rende i rapporti tra gli uomini come se fossero rapporti tra cose.

Nel primo caso la legge del valore è una teoria di equilibrio generale che serve a spiegare il funzionamento del sistema, nel secondo caso è una teoria che spiega perché il sistema non può funzionare e perché deve essere sovvertito. Nel primo caso la legge esprime la razionalità automatica del sistema, mentre nel secondo caso essa esprime la contraddizione fondamentale per cui il lavoro che è la fonte del capitale risulta alla fine dominato dal proprio prodotto. Essa contiene infine palesemente l’indicazione che l’unica forza che può rovesciare il sistema non è un fattore meccanico, ma la capacità del proletariato di trasformarsi da elemento subordinato ed interno al sistema in agente soggettivo e politico esterno ad esso ed antitetico a tutto il sistema.


29 luglio 2010

Quando Colletti non era Colletti : Marx e la crisi del capitalismo

Nel linguaggio comune il termine “capitalismo” sta oggi ad indicare una situazione in cui materie prime, impianti e mezzi di lavoro di proprietà di uno o più imprenditori privati sono posti in azione e fatti funzionare da lavoratori in cambio di un salario. Il capitalismo è un sistema economico-sociale in cui alla proprietà privata dei mezzi di produzione da una parte, corrisponde dall’altra una massa di lavoratori salariati. 

 

 

Perciò il capitale non è un insieme di cose, ma un rapporto sociale : esso non è il semplice strumento di produzione, ma è la proprietà privata dei mezzi di produzione, proprietà che si produce e si incrementa attraverso la compravendita della forza lavoro. Il modo di produzione capitalistico è poi un fenomeno storico, un modo di produzione particolare nato nel tempo che in futuro potrebbe tornare a non essere.

Questa definizione tratta da Marx non è universalmente condivisa : ad es. per Bohm-Bawerk il capitale è qualsiasi cosa che serva come mezzo per procurarsene un'altra, un insieme di prodotti che servono da mezzi per l’acquisizione di beni, un insieme di prodotti destinati a servire ad una ulteriore produzione, un insieme di prodotti intermedi. Per Bohm-Bawerk il capitale è il mezzo di produzione come tale indipendentemente dai rapporti storici e sociali all’interno dei quali è adoperato. Dunque una produzione assolutamente senza capitale per Bohm-Bawerk non può esistere. Per lui il capitalismo non è un fenomeno storico, ma è un istituto che sussiste fin dai primordi del mondo, dal momento in cui si è passati alla produzione indiretta tramite strumenti. Secondo Schumpeter , Bohm-Bawerk aveva la necessità di descrivere le leggi generalissime che si manifestano in ogni sistema economico. Ma se ciò che differenzia i vari sistemi economici tra loro sono i diversi rapporti sociali all’interno dei quali viene prodotta la ricchezza, è evidente che le leggi comuni a tutti questi sistemi (potendosi ottenere solo con l’esclusione di ciò che li diversifica tra loro) non possono non ridurre l’attività economica a ciò che Marx chiamava il processo lavorativo semplice e cioè il semplice rapporto tra il singolo uomo e la natura. In altre parole la perdita della dimensione storica è in questo caso anche la perdita della dimensione sociale. Ciò spiega perché Bohm-Bawerk  debba sempre prendere le mosse da Robinson Crusoe ed anche perché, in polemica con Marx, egli debba tessere l’elogio del metodo individualistico da cui partono sia Smith che Ricardo. Per Bohm-Bawerk  quelle che Marx chiama robinsonate  sono lo scheletro dei processi economici di cui i fatti sociali sono solo esempi o illustrazioni. Le leggi fondamentali della vita economica e della produzione sociale sono ricavate analizzando il comportamento dell’uomo fuori della società, la quale è considerata un semplice coacervo di individui, una somma di entità che aggregandosi non subiscono alcuna alterazione. La conseguenza più importante di questo approccio è la difficoltà a concepire l’economia politica come una scienza sociale. Il sistema economico non è considerato fondamentalmente in termini di relazioni tra individui e individui (o tra classi), ma in termini di relazioni tra individui e cose. Così alla fine sia Robinson Crusoe, sia l’artigiano auto-impiegato, sia il lavoratore di una fabbrica guadagnano tutti salari ed il salario diventa una categoria universale della vita economica, anziché una categoria propria di una particolare forma storica di società. Autori come Bohm-Bawerk , Pareto, Marshall non hanno mai trattato del destino storico del capitalismo, in quanto per loro quest’ultimo è una struttura eterna del rapporto dell’uomo con la natura. La situazione cambia in qualche misura con Schumpeter che cerca di formulare una teoria pura economica delle variazioni che spostino il sistema economico da un equilibrio ad un altro (1911). Schumpeter riconosce da questo punto di vista il suo debito con Marx e con i classici i quali avevano una visione dell’evoluzione economica intesa come un processo distinto. Per Marx lo sviluppo economico non è un appendice alla statica economica, ma il tema centrale dell’economia : esso essendo mutevole muta anche il complesso della società. Dopo Schumpeter  nell’economia ortodossa c’è una maggiore attenzione al tema dello sviluppo, ma, come nel caso di Keynes, i concetti utilizzati non concernono la specificità del capitalismo, ma possiamo applicarli a qualsiasi tipo di società. Senza Marx e senza il movimento che da lui si è generato, non sarebbe stato possibile alcuna discussione sul destino del capitalismo.

 




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28 luglio 2010

La lettera degli economisti : noiseFromAmerika

Gli economisti Bisin e Boldrin  hanno fatto delle obiezioni alle tesi della Lettera degli economisti sia sulle pagine del Sole 24 Ore sia (in maniera più aspra) su quelle del blog noiseFromAmerika. Da dilettante faccio le seguenti osservazioni alle loro critiche, mantenendomi su di un piano da manualetto marxista-leninista. Non posso far altro. Sono un paleo-marxista e poco capisco le raffinatezze da gourmet dei polemisti, anche se in questo caso Bisin e Boldrin non mi pare abbiano preparato un capolavoro :

 

Il tono

Il fatto che sia offensivo porta ovviamente gli interlocutori ad essere altrettanto piccati e porta a perdite di tempo che non arricchiscono il dibattito. Ma la cosa che noto è che il tono dei due autori del post è annoiato, come se stessero per l’ennesima volta ripetendo verità ovvie che purtroppo raccomandati incompetenti e in mala fede non si rassegnano a condividere. Il risultato è che i fedeli si raggruppano intorno ai loro parroci complimentandosi a vicenda ed inventano pettegolezzi verso le contrade nemiche (basti a tal proposito vedere i commenti al post).

Il fatto è che bisogna rendersi conto che si è in presenza di paradigmi diversi di interpretazione della realtà e per risolvere la questione ci vorrebbe ben altro livello di divulgazione approfondita.

 

Unione Europea ed area euro

Alla lettera si rimprovera en passant di confondere tra Unione europea ed area euro. In realtà la lettera non dice che Unione europea ed area euro siano la stessa cosa. Dice che gli squilibri della zona euro derivano dal profilo liberista del Trattato dell’Unione. Tesi che magari è discutibile, ma che andrebbe appunto discussa e chiarita.

 

Il 95%

Bisin e Boldrin si fanno matte risate per il fatto che i cosiddetti percettori di reddito da lavoro sono il 95% delle famiglie. Ma questo dato non mi sembra evidenziare alcuna altra ovvietà e dunque non ci aiuta in nessun modo. La tesi della lettera sembra essere invece che, all’interno di questo 95% c’è una distribuzione del reddito che favorisce situazioni di sottoconsumo.

Ed è questa tesi che va criticata.

A tal proposito Boldrin cerca di confutare la teoria della propensione al consumo decrescente al crescere del reddito, dicendo che Giappone ed Usa sono paesi più ricchi di Cina ed India ma hanno una maggiore propensione al consumo di quei paesi. A tal proposito sono perplesso su questa comparazione non tra individui o gruppi di individui relativamente omogenei al loro interno per livelli di reddito, ma tra Stati che possono a loro volta  avere al loro interno  forti squilibri distributivi. Per cui non credo che l’argomentazione di Boldrin sia pertinente. Tuttavia, anche tra gli Stati, se si guarda a quelli più poveri, essi hanno una percentuale del consumo familiare che supera spesso il 70% del Pil, quota sfiorata tra i paesi più ricchi solo dagli Usa con i brillanti risultati che sappiamo.

 

Americani ed europei si sono comprati tutti quelli che potevano

Questo dicono Bisin e Boldrin : qui non si confonde il consumo naturale di un bene (il firmare un contratto e l’abitare una casa) con il consumo economico di una merce (il pagare il mutuo) ? A me pare che la tesi sottoconsumista dica che il consumo si perfeziona, pena la crisi, con il pagamento per intero del debito assunto dai nuovi proprietari di case. Poiché i neo proprietari non hanno pagato i mutui, è stata allora innescata la miccia della crisi.

C’è una differenza tra chi compra una casa avendo un lavoro a tempo indeterminato con salari decenti e dunque con alte probabilità di pagare il suo debito e chi invece ha un lavoro incerto, poco garantito. In Italia grazie ad un mercato del lavoro garantito circa il 74% delle famiglie sono proprietarie della prima casa. In Italia il mercato immobiliare e dei mutui non ha conosciuto una crisi come quella americana grazie ad un mercato del lavoro più garantito. In Italia il consumo in senso economico c’è stato effettivamente : le case sono state pagate e questo perché era possibile farlo.

 

 

I capitalisti sono stupidi ?

Questa è la domanda retorica che si pongono Bisin e Boldrin. No, ma non ritenendo vera la teoria del sottoconsumo non si comportano di conseguenza. Oltre tutto sarebbe un comportamento abbastanza in contrasto con alcune abitudini radicate.

I capitalisti infatti  potrebbero acquistare le merci, ma poiché, nonostante i trust e gli accordi, sono in competizione tra loro, cercano comunque di evitare di comprare tutto, cercano comunque di astenersi dal consumo per investire ancora in vista di ulteriori guadagni. Essi cercano inoltre di vendere sempre il proprio prodotto ad altri cercando di trarne il massimo profitto possibile.

 

 

Il valore della produzione

Bisin e Boldrin dicono che, se i capitalisti buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori, essi

non ci guadagnano e dunque il valore della produzione quell’anno è minore. Il valore della produzione cioè si misura dopo averla venduta. Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Però per produrre una cosa c’è stata una spesa a cui va aggiunta una aspettativa di guadagno (incerta, ma che costituisce la motivazione dell’intrapresa). Questa spesa viene a più livelli comparata con l’ammontare della vendita. Se a livello collettivo il costo della produzione è maggiore dell’ammontare del consumo si verifica una situazione di sottoconsumo. Tale sottoconsumo si verifica anche quando diminuisci i prezzi delle merci, in quanto vendere tutto a prezzi stracciati permette magari di attenuare le perdite, ma non di evitarle del tutto (e ricordiamo la comparazione va fatta con il costo più il guadagno atteso, altrimenti il gioco potrebbe non valere la candela). Il sottoconsumo non si ha cioè solo quando alcune merci rimangono invendute, ma anche quando vengono vendute sottocosto. Dunque il valore delle merci va computato a monte e a valle (il valore e la realizzazione del valore) e dalla comparazione dipende lo stato di salute di una economia capitalistica.

 

La pacchia infinita

Piuttosto sciocco mi sembra il tentativo di ironizzare sul fatto che una situazione del genere sarebbe una pacchia tanto che sarebbe preferibile fare i lavoratori. A parte il fatto che per certi versi è un paradosso che potrebbe essere vero. Nel Manifesto Marx dice letteralmente questo “Il lavoratore torna a carico della società, ed il pauperismo s’accresce più rapidamente ancora che la popolazione e le ricchezze. È adunque dimostrato, che la borghesia è incapace di sostenere la parte di classe dominante e d’imporre alla società, come legge suprema, le condizioni d’esistenza della propria classe. Essa non può più regnare, perché non può più assicurare l’esistenza al suo schiavo, neppure nelle condizioni della sua schiavitù, poiché essa è costretta di lasciarlo cadere in una situazione così precaria da doverlo nutrire invece di esser nutrita. La società non può più esistere sotto la sua dominazione, ciò che vorrebbe dire che la sua esistenza è incompatibile con quella della società”.

Al tempo stesso l’ironia è sciocca, in quanto tale “pacchia” è fatta di stress, di paure, di mortificazione. Chi deve pagare un mutuo e non può farlo sta in condizioni in cui solo chi non ha certi problemi può ironizzare.

 

Produttività e salari

Bisin e Boldrin hanno presentato una loro interpretazione dei dati che smentirebbe l’esistenza di una correlazione. Tale interpretazione ha trovato conforto in una analisi di Giulio Zanella sullo stesso blog. Tali interpretazioni però si devono confrontare con altre di tenore diverso qui, qui e qui. Sarebbe il caso di riparlarne. Ovviamente i periodi considerati sono diversi, la produttività a volte si misura facendo riferimento alle ore lavorate, a volte al numero degli addetti, ma credo che una comparazione tra le indagini in campo sia possibile.

 

La produttività tedesca 

Bisin e Boldrin dicono che gli estensori della lettera non si chiedono come mai i tedeschi abbiano così aumentato la produttività.

In realtà la lettera forse non poteva dilungarsi su questo tema, ma ciò non vuol dire che la domanda non si sia posta. Lo ha fatto qualcuno dei firmatari qui, qui e qui.

Invece Bisin e Boldrin si abbandonano parlando dell’Italia al vecchio “Va' a lavurà, barbun!”, alla gente che non lavora, all’assistenzialismo, alle terribili tasse. Manca il traffico a Palermo.

La lettera poi non dice che i governi europei siano indebitati con i tedeschi (come sostengono gli autori), ma che l’Italia importa dalla Germania più di quanto esporti, accumulando debito (privato non pubblico) crescente.

 

L’euro

Bisin e Boldrin difendono inoltre l’adozione dell’euro che però nella Lettera degli economisti non è criticata, per quanto, pur difendendo il potere d’acquisto delle famiglie, l’introduzione dell’euro ha coinciso con un aumento dell’inflazione di tutti i paesi europei (in Italia si è passati dal 2% del 1998, al 2,5% del 2000 e al 2,7% del 2001). Può ben essere una coincidenza, anche se personalmente la interpreto come una conseguenza di un aumento dei prezzi legato al commercio ed a fenomeni di arrotondamento permessi dall’impreparazione dei consumatori. Per una tesi analoga vedi qui.

 

La speculazione finanziaria

Bisin e Boldrin attribuiscono alla Lettera la tesi che gli speculatori vogliano far deflagrare l’euro, ma questa sarebbe una tesi assurda perché a perderci sarebbero i detentori di titoli pubblici e cioè i cosiddetti speculatori. Essi attribuiscono alla Lettera anche l’idea che i derivati siano cose diaboliche, mentre in generale le operazioni speculative sono giochi a somma zero in cui se uno perde l’altro vince e quindi se metà degli speculatori ci guadagna, l’altra metà ci perde.

In realtà la Lettera dice che gli speculatori stanno scommettendo sulla deflagrazione del debito, non che vogliono maliziosamente farlo deflagrare, ma, scommettendo, tendono a fare sì che queste previsioni si auto realizzino, accelerando i processi reali oggetti delle previsioni. Si tratta di processi cumulativi che possono essere difficilmente controllati (una volta avviati) e che dunque necessitano di vincoli preventivi. Da decenni si evita l’avvitamento dell’inflazione con queste cautele spesso ferree, perché allora non discutere con altrettanto distacco anche l’ipotesi di meglio regolamentare la circolazione dei capitali ? Quanto al fatto che non tutti gli speculatori ci guadagnano, la Lettera non dice che tutti gli speculatori di guadagnano, ma che la speculazione nel suo complesso può avere effetti dannosi per l’economia.

Per chiarire l’atteggiamento della sinistra verso gli speculatori valga questa citazione :

In questa sede non si intende attribuire alcun connotato negativo, tanto meno sul piano morale, a quella attività economica che va sotto il nome di speculazione. Essa è una attività di compravendita come tutte le altre, e come tutte le altre, trae la sua ragion d’essere dalla prospettiva di lucrare la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. In una economia di mercato questa è la regola e non l’eccezione. Il fatto che si cerchi di lucrare non sulla differenza di prezzo tra beni, ma su quelle tra monete o attività finanziarie, non modifica in nulla il fenomeno della speculazione, cui, in condizioni normali, spetta il compito economico di portare in equilibrio i prezzi di domanda e di offerta. Quello che rende tristemente famosa la speculazione su attività finanziarie e valute è il fatto che, in condizioni di squilibrio particolarmente pronunciate, essa si trasforma in un potente fattore di amplificazione dello squilibrio, rendendo impossibile qualsiasi altro intervento di risanamento che non sia la crisi. La speculazione non crea lo squilibrio. Ciò non toglie che si ponga un problema di governo dei flussi internazionali di capitali speculativi che li assoggetti quanto meno al pagamento delle tasse sui profitti (qui)”

C’è anche da precisare che a sinistra si teorizza che nell’ambito della speculazione esista una fondamentale divisione tra pastori (investitori individuali e collettivi più ricchi ed informati che acquistano al prezzo più basso, vendono al prezzo più alto in quanto determinano i movimenti di capitale più consistenti) e greggi (il resto degli investitori che, aggregandosi in un secondo momento ai pastori, determina il successo dell’investimento di questi ultimi, i quali hanno la facoltà di vendere il titolo quando lo ritengono più opportuno e di lasciare a loro  a cascata il cerino acceso). Sicuramente i liberisti ad oltranza negheranno l’esistenza di questa divisione. Sarebbe interessante sapere quali sono le loro argomentazioni al proposito.

 

Il moltiplicatore

Secondo Bisin e Boldrin, gli estensori della lettera ritengono che la capacità produttiva cada dal cielo, sia sempre sottoutilizzata e vada messa in opera dall’aumento della domanda. Essi crederebbero che la spesa si autofinanzia fiscalmente con il giusto moltiplicatore. Ma, si chiedono i due autori, se una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo, non c’è una contraddizione tra sottoconsumo e moltiplicatore ? In realtà non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. L’evidenza schiacciante dal punto di vista statistico è che nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più.

In realtà credo che la tesi attribuite agli estensori della lettera siano state ricostruite in maniera un po’ arbitraria ed alla fine si è creato un avversario fittizio e più facile da confutare. Volendo dunque dire liberamente la propria opinione, a me non sembra che la spesa pubblica favorisca la generazione del sottoconsumo, ma, come si è già detto, possa rimediare alle eventuali crisi di sottoconsumo.. Quanto alla crescita dei paesi con alti tassi di risparmio, si tratta di un fenomeno che riguardi alcune fasi dello sviluppo (quello delle economie emergenti tipo Cina, India, Vietnam), ma che non si possa applicare ai paesi dove tale accumulazione si è già articolata. Il problema di una economia matura non è un alto tasso di crescita , ma un tasso che consenta uno sviluppo più armonioso ed equilibrato e  magari un diverso sistema di valutazione

La Grecia

Bisin e Boldrin hanno ridacchiato circa il fatto che gli estensori della lettera avrebbero incoraggiato la spesa sicuri che i mercati non avrebbero sanzionato le cicale. La Grecia avrebbe seguito il consiglio di questi economisti e sarebbe stata fregata.

Non mi pare che le cose stiano così. L’ipotesi che fosse possibile un aumento del differenziale del rendimento dei titoli pubblici europei in condizioni eccezionali è stata fatta. E tuttavia è diversa l’interpretazione di come si sia generata. Bisognerebbe discutere nel dettaglio queste differenze di impostazione invece di fare facile ironia.

Guardando alla Grecia bisogna dire che invece di fare la cicala, ha proprio seguito i consigli di chi persegue strategie deflazioniste : la quota degli investimenti sul Pil è aumentata dal 18,1% del 1995  al 25,8 del 2005. La quota dei consumi delle famiglie è diminuita dal 71,8% del 1995 al 66,8% del 2005. La quota dei consumi collettivi è scesa dal 19,8 % del 1995 al 16,4 % del 2005. La spesa sanitaria è scesa dall’8,3% del Pil al 7,9%, nonostante l’età media dei greci sia piuttosto alta e pure la percentuale di ultrasessantenni (fonte). Piuttosto il problema della Grecia sembra più il disavanzo commerciale con l’estero, in armonia con le tesi degli estensori della lettera.

In conclusione spero che gli autori rendano più chiari quali siano i loro presupposti teorici e soprattutto quali siano i rapporti tra questi e gli esempi e le metafore da loro utilizzati, nella prospettiva di una spiegazione razionale dei fenomeni reali. 

 

 


12 luglio 2010

Matematica e realtà in Schlick

Il rapporto della logica con la realtà

 

Schlick poi passa ad esaminare i giudizi che non solo valgono per la realtà, ma enunciano anche una conoscenza di realtà : da cosa sappiamo ad es. che le leggi della meccanica celeste valgono universalmente nello spazio e nel tempo ? Possono esserci giudizi sintetici validi ?

Schlick dice che con Kant si chiamano sintetici quei giudizi che di un oggetto asseriscono qualcosa che non è contenuto nel concetto dell’oggetto. In essi la relazione tra soggetto e predicato non è data da una definizione, ma è istituita da una conoscenza. Se dunque vogliamo decidere la questione circa la validità di tali giudizi, possiamo farlo solo sulla base di ciò che siamo arrivati a comprendere circa l’essenza dell’atto conoscitivo.

Schlick aggiunge che reali sono i  nostri vissuti e ciò che con essi si connette secondo regole determinate. Conoscere la realtà significa ritrovare un oggetto reale in un altro e si riduce ad un ri-conoscere, un identificare contenuti di coscienza intuitivi o non-intuitivi. Questo atto del confrontare, per via della fugacità di tutti i vissuti, è sempre caratterizzato da incertezza. E il solo modo per produrre concetti del tutto esatti consiste nello svincolarli dal mondo reale. Ciò avviene per mezzo della definizione implicita che definisce concetti solo attraverso concetti e non mediante riferimento al reale.

 

 

Kant e la validità della scienza

 

Schlick poi si chiede se ci sia la possibilità di gettare un ponte tra la realtà ed i concetti rigorosi della logica e della matematica, soprattutto tenendo conto che ogni giudizio empirico “A è B” è una proposizione valida solo nel momento dell’osservazione.

In ogni istante della nostra vita si devono presupporre come veri innumerevoli giudizi per poter agire ed esistere. Tali giudizi sono davvero al di sopra di ogni dubbio ? Schlick risponde che no, un giudizio sintetico non può mai essere apoditticamente certo e non si può mai tornare al razionalismo estremo, ma solo a quello di tipo kantiano.

Per Kant, se la conoscenza deve conformarsi alla realtà, è impossibile che sia assolutamente valida. Perciò le mie verità sono universalmente valide solo se è la realtà che si conforma in qualche modo alla mia conoscenza : questa è l’unica via possibile per salvare una conoscenza di realtà che voglia essere universalmente valida. Per Kant essa non è solo una possibilità, ma una via effettivamente esistente per cui le leggi a cui gli oggetti di esperienza obbediscono sono al tempo stesso le leggi secondo cui l’esperienza stessa ha luogo quale processo di conoscenza : poiché  qualcosa mi viene dato nell’esperienza, proprio per questo è sottoposto alle leggi dell’esperienza e l’esperienza non è mera percezione, ma è uso efficace della percezione.

Per Schlick, Kant respinge i tentativi di giustificazione empirica dei massimi principi della scienza, perché altrimenti non si spiegherebbe la validità universale di quei principi. Giustamente, per Schlick, Kant presuppone la scienza e cerca di spiegarla, mentre Hume metteva in dubbio la scienza.

 

 

La geometria scienza dello spazio ?

 

Schlick poi, prima di affrontare l’ipotesi della possibilità di conoscenze sintetiche apriori, riassume la sua idea della matematica, la cui esattezza presuppone che essa sia scienza di meri concetti (e dunque analitica) definendo tali concetti attraverso definizioni implicite, unico metodo per garantire il rigore delle proposizioni.

Schlick si chiede però, se attribuendo ai concetti un contenuto intuitivo, la geometria come scienza dello spazio rimarrebbe una scienza apriori. Infatti in tal caso “retta”, “piano” non sarebbero solo determinate attraverso definizioni implicite, ma si riferirebbero a configurazioni spaziali vere e proprie. In tal modo le configurazioni spaziali sarebbero tra loro in quelle relazioni che, attraverso le definizioni implicite, sono stabilite per i concetti di base geometrici. Quelle definizioni allora non sarebbero più tali, ma sarebbero proposizioni sintetiche e sarebbero assiomi che tratterebbero di grandezze intuitive (e non di concetti). Tuttavia, obietta Schlick, i singoli teoremi della geometria seguirebbero analiticamente dagli assiomi giacché, al contrario di quanto dice Kant, le dimostrazioni non hanno più bisogno dell’intuizione, ma possono essere condotte mediante deduzione puramente logica. E tuttavia anche i teoremi, essendo gli assiomi sintetici apriori, sarebbero (come gli assiomi) conoscenza sintetica apriori.

Schlick dice che per molti secoli si è pensato che la geometria euclidea fosse la geometria dello spazio, ma la geometria non euclidea ha smentito tale tesi, anche se i neokantiani dicono che sono pensabili geometrie altre da quella euclidea, ma solo quest’ultima sarebbe intuitivamente rappresentabile, per cui gli oggetti fisici dovrebbero necessariamente apparirci nello spazio euclideo.

Inoltre i kantiani sembrano aver buon gioco per il fatto che (come dice Poincarè) l’esperienza sensibile non può provare che una determinata geometria è la sola valida nello spazio empirico, in quanto i fatti di esperienza possono essere portati in accordo con qualsiasi geometria si voglia, solo che al tempo stesso si enuncino le leggi di natura in una formulazione appropriata. Schlick aggiunge che una seconda retta parallela alla data, che costituisca con la prima un angolo di un milionesimo di grado, non sarebbe percepibile come falsa parallela e dunque la natura della geometria fisicamente valida non è empiricamente decidibile.

I kantiani però (obietta Schlick) ritengono che, se le intuizioni empiriche sono inesatte, c’è comunque un’intuizione pura molto più sicura. Schlick fa osservare che molte interrelazioni ascrivibili all’intuizione pura si rivelano però false. E questo è fatale per l’intuizione pura, perché una forma necessaria dell’intuire non può essere fallace.

Schlick dice pure che chi fa affidamento sull’intuizione deve sicuramente giudicare che, ad una curva perfettamente continua, si può sempre tracciare una tangente. Ma questo è un errore, perché Weierstrass ha specificato l’equazione di una curva perfettamente continua che in nessun punto possiede una tangente, perché l’equazione non è differenziabile in nessun punto : dunque in questo caso l’intuizione ci pianta in asso.

 

Spazio geometrico e spazi intuitivi

 

Schlick poi dice che la validità delle proposizioni geometriche non può essere fondata su di una intuizione pura semplicemente perché lo spazio della geometria non è affatto intuitivo in quanto non vi è un solo spazio intuitivo ma ve ne sono molti, tanti quanti sono i sensi spaziali posseduti : dunque vi è uno spazio ottico se non due (essendoci due occhi nell’uomo), uno spazio tattile, uno spazio delle sensazioni motorie. Tutti questi spazi sono tra loro radicalmente diversi. Lo spazio del geometra è invece uno solo e non è identico a nessuno degli spazi intuitivi. Esso è una costruzione concettuale che si forma con i dati spaziali dei singoli sensi e con l’ausilio del metodo delle coincidenze che coordina univocamente i singoli elementi degli spazi soggettivi. Questo a sua volta conduce alla formazione del concetti di “punto” nello spazio oggettivo.

Kant, continua Schlick, contrappone allo spazio intuitivo l’ordinamento non noto delle cose in sé. Invece noi abbiamo esperienza di diversi spazi intuitivi e ad essi contrapponiamo l’ordinamento dei corpi fisici che è appunto lo spazio geometrico. Negli spazi intuitivi gli assiomi geometrici non valgono : lo spazio della vista è uno spazio riemanniano, mentre lo spazio delle sensazioni tattili e muscolari forse non è euclideo. Perciò, conclude Schlick, la geometria non mantiene la sua validità quando ai suoi concetti si attribuisce un senso intuitivo. Alla nostra intuizione di spazio non sono peculiari determinati assiomi geometrici. Noi non possediamo alcuna intuizione dello spazio geometrico : questo è una configurazione concettuale che si costruisce così che possiamo, con il suo ausilio, formulare le leggi di natura nella forma più semplice possibile.

Questa costruzione e scelta degli assiomi non è che abbia luogo solo ad un certo stadio di sviluppo della fisica, perché già le esperienze della vita quotidiana sono riccamente permeate di una conoscenza di legalità di natura ed anche il concetto di “corpo” non potrebbe venire in essere senza certi concetti geometrici. Il punto di vista indicato guida l’uomo inconsciamente cosicché c’è bisogno di acute indagini per arrivare a conoscere che siamo guidati da un tale punto di vista.

La geometria euclidea, che era quella della vita quotidiana, sembrava dovesse fare da base per tutti gli scopi della scienza della natura. Ma la relatività einsteiniana pensa che la più esatta descrizione della natura implichi una geometria diversa dipendente dal potenziale di gravitazione del luogo preso in esame.

Schlick ribadisce poi che la descrizione fisicale della natura non è vincolata ad una particolare geometria : la scelta degli assiomi geometrici è a nostra descrizione ed in genere scegliamo gli assiomi che conducono a leggi fisiche di massima semplicità. Gli assiomi insomma sono definizioni e la geometria, sia come scienza di concetti che come scienza dello spazio, non procede da proposizioni sintetiche a priori ma da convenzioni, da definizioni implicite.

All’interno di queste definizioni la geometria ha carattere analitico. Ma le nostre asserzioni sui rapporti spaziali reali non appartengono alle geometria pura, ma alla sua applicazione a materiale empirico. Dunque hanno carattere sintetico a posteriori e solo l’esperienza decide della loro validità. Lo spazio geometrico è un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale : non c’è intuizione pura di tale spazio, né su di esso vi sono proposizioni sintetiche a priori.

 

 

La questione dell’aritmetica

 

Schlick poi sposta la sua attenzione sull’aritmetica : troviamo forse tra le proposizioni dell’aritmetica quei giudizi sintetici a priori che si sono cercati invano nella geometria ?

Kant ha erroneamente pensato che l’intuizione di tempo potesse svolgere per l’aritmetica un ruolo analogo a quello dell’intuizione di spazio per la geometria. Schlick obietta che il tempo è richiesto certo per il contare, ma la relazione è psicologica non epistemologica, poiché tutti gli altri atti psichici si compiono nel tempo. Anche la scrittura dei numeri è psicologicamente ma non epistemologicamente collegata allo spazio.

La dimostrazione del carattere analitico-deduttivo della geometria pura, ossia la dimostrazione della derivabilità di tutte le sue proposizioni da definizioni implicite fu fornita da Hilbert dietro il presupposto che l’aritmetica rappresentasse un insieme di verità esente da contraddizioni e consistente solo di giudizi analitici su concetti definiti implicitamente.

Che tutte le proposizioni aritmetiche si lasciassero derivare da un piccolo numero di assiomi non era da mettere in dubbio. Ma che questi assiomi possano essere concepiti come definizioni implicite dei concetti aritmetici fondamentali (in particolare i numeri) è dimostrato solo una volta che sia  mostrata l’incontraddittorietà di tali assiomi, in quanto giudizi che si contraddicono non definiscono nulla. Hilbert con Bernays è riuscito in geniali lavori a realizzare nell’essenziale questa dimostrazione e con ciò la natura analitica dei giudizi aritmetici è assicurata, giacché la loro validità non si basa sull’intuizione,. Quest’ultima  non è base della validità, ma mezzo per la comprensione dei giudizi aritmetici, per cui essi non hanno una funzione epistemologica, ma solo psicologica.

 

 

 

 

 Kant, la matematica e le scienze 

Schlick dice poi che, parlando di geometria, si deve distinguere tra pura scienza di concetti e scienza dello spazio. Tale duplicità non sembra sussistere nel caso dell’aritmetica, anche se potrebbe sembrare che il concetto hilbertiano (formalistico) di numero, consistente nel soddisfare certi assiomi,  sia analogo alla geometria pura, mentre il concetto russelliano (contenutistico) di numero inteso come classe di classi sarebbe analogo a quello della scienza dello spazio. In realtà obietta Schlick il numero hilbertiano è lo stesso che quello russelliano.

Egli dice poi che non vi sono molti altri giudizi il cui fondamento sarebbe un’intuizione  pura di tempo e quei pochi hanno più un ambito psicologistico che non logico. Il tempo psicologico non è quello matematico e quest’ultimo è una costruzione concettuale che, come lo spazio astratto, permette una formulazione semplificata delle leggi di natura. La Relatività pure ha contribuito a tale versione più astratta del tempo, versione che permette di pensare ad un tempo che non scorre uniforme e a differenti misure di tempo, a secondo dello stato di moto del sistema a cui viene riferita la descrizione dei processi di natura.

Dunque, Schlick conclude che spazio e tempo non sono forme a priori dell’intuizione, nel senso che renderebbero possibili dei giudizi sintetici universalmente validi. I fondamentali giudizi spaziali e temporali delle scienze esatte non hanno carattere sintetico a priori, né c’è la possibilità di una conoscenza di realtà apoditticamente valida.

 

 

 

 

 

Scienze di concetti e sintetico a priori

C’è un’ambiguità in chi sostiene il carattere non sintetico delle conoscenze logico matematiche : c’è chi dice che si tratta di una conoscenza che non riguarda il reale, c’è chi dice invece che non si tratta affatto di un incremento di conoscenze (giocando magari su di una distinzione fasulla tra conoscenza ed incremento di conoscenza)Inoltre la concezione della conoscenza come ri-conoscimento è troppo generica e vaga e si presta a malintesi. In secondo luogo non è che i concetti legati alla realtà siano inesatti : essi in sé sono esatti come i concetti slegati dalla realtà. È il criterio di validità ad essere diverso : per i concetti slegati dalla realtà basta la coerenza sintattica, per i concetti empirici invece è il rapporto problematico con un flusso d’esperienza che va per conto proprio.

Quanto al tentativo di Kant egli ci fornisce una teoria possibile che garantisca una conoscenza universalmente valida, ma non ci garantisce una conoscenza universalmente valida. Essa teoria dunque non si differenzia da una qualsiasi teoria metafisica. Dunque il criticismo kantiano presuppone un’altra forma di dogmatismo. Kant presuppone i principi a priori ma non li dimostra e la sua definizione di esperienza presuppone questi principi cosicché l’esperienza non potrà mai sconfessare i principi stessi.

Infine le leggi degli oggetti d’esperienza non equivalgono alle leggi dell’esperienza stessa : nel naturalismo la fisiologia della conoscenza non ricapitola la cosmologia.

Quanto alla natura di scienza dello spazio della geometria Schlick fa confusione perché pensa che, se gli assiomi sono sintetici ed i teoremi seguano analiticamente dagli assiomi (e siano logicamente equivalenti ad essi), anche i teoremi siano sintetici. Ma i teoremi sono L-equivalenti agli assiomi, ma proprio per questo epistemologicamente differenti da essi (in quanto analitici).

Inoltre non si può ridurre lo spazio geometrico ad ausilio per la fisica e le scienze naturali : la geometria è una disciplina autonoma. Ci si deve domandare anche se la conoscenza inconscia della legalità di natura rimanga sempre una conoscenza e se, essendo inconscia, non sia in un certo senso un apriori per quanto problematico e storicizzato.

Ancora, come l’applicazione della geometria può essere sottoposta a verifica empirica se si può valutare solo la semplicità delle leggi fisiche a cui una scelta di assiomi può condurre ? Schlick qui si contraddice perché da un lato parla di convenzionalismo (non solo della geometria pura, ma anche di quella applicata) e dall’altro di verifica empirica. Infine se esiste una geometria pura, lo spazio geometrico non è solo un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale.

Ci dobbiamo chiedere anche se la non contraddittorietà degli assiomi tra loro non valga anche a prescindere dal fatto se gli assiomi siano concepibili come definizioni implicite.

Inoltre la prova di Godel rimette in corsa la concezione della matematica come sintesi apriori kantiana (come crede Odifreddi) ? E se fosse così come s’introdurrebbe in tale discorso neokantiano una nozione come l’intuizione pura ?

Perché poi un mezzo per la comprensione non è immediatamente una base di validità ? L’apprendimento di una nozione non passa per la rappresentazione di cosa succederebbe se esso fosse, in un qualsiasi senso, vera ?

Ancora, per quanto riguarda il rapporto tra dimensione numerica e dimensione temporale, notiamo che per Bergson la separazione tra tempo soggettivo e tempo oggettivo è una sorta di dramma filosofico. Perché per Schlick no ? A nostro parere il concetto di ordine asimmetrico collega tra di loro i concetti di numero, spazio e tempo : il numero non si riduce a spazio e tempo e tuttavia tra di essi c’è un legame non del tutto contingente.

Da che deduce Schlick infine che il numero secondo Hilbert equivalga al numero secondo Russell ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 luglio 2010

La lettera degli economisti contro le politiche restrittive europee

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.

Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

≈≈≈

Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

≈≈≈

Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.

Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

≈≈≈

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.


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