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31 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Marx e Tugan Baranovskij

Marx, affrontando il problema della riproduzione e circolazione del capitale complessivo sociale, rileva che mentre nell’esaminare la produzione del valore e il valore dei prodotti del capitale in quanto capitale individuale, la forma naturale del prodotto-merce era del tutto indifferente per l’analisi (era lo stesso sia che fossero macchine sia che fosse grano), questo modo di esposizione non è più sufficiente quando si consideri il capitale complessivo sociale ed il suo prodotto-valore. In tal caso la ritrasformazione di una parte del valore dei prodotti in capitale, il passaggio di un’altra parte nel consumo individuale, sia della classe capitalistica che della classe operaia, costituisce un movimenti che non è solo sostituzione di valore, ma sostituzione di materia e perciò è determinato tanto dal rapporto reciproco delle parti costitutive di valore del prodotto sociale, quanto dal loro valore d’uso. Questo problema consiste nello stabilire come i principali rami della produzione sociale possono trovarsi in accordo tra loro, non solo dal punto di vista del valore dei loro prodotti, ma anche del loro valore d’uso o figura materiale, così da poter reintegrare e ricostituire, attraverso lo scambio reciproco tutte le condizione soggettive ed oggettive per la ripetizione e continuazione del processo produttivo. Tale compito fu svolto da Marx attraverso i famosi schemi della riproduzione semplice ed allargata, dove, operate alcune riduzioni e semplificazioni essenziali, si mostra come i due settori essenziali della riproduzione (dei mezzi di produzione e dei mezzi di consumo) possano sostituire e rinnovare i loro fattori attraverso lo scambio del loro prodotto. Nel valutare il significato di questi schemi bisogna sempre ricordare che Marx si muove tra due opzioni parimenti astratte e cioè quella delle critiche del capitalismo che ne dimostrano l’impossibilità e quella dell’economia classica che spiegando il funzionamento del sistema ne dimostra l’eternità. La prima opzione è rappresentata dalla legge degli sbocchi di Say, la seconda da Sismondi e dai populisti russi. Marx invece, mentre rileva le contraddizioni del capitale, rileva anche come questo sistema crei tuttavia la forma entro la quale esse si possono muovere : il che significa da una parte che lo sviluppo di quelle contraddizioni si traduce nell’esistenza stessa del sistema e dall’altra che questa esistenza procede a sua volta riproponendo, seppure a livelli sempre più alti, le contraddizioni stesse che le sono connaturate. È un fatto che, come gli schemi della riproduzione dimostrano la possibilità del sistema di esistere e funzionare, realizzando il plusvalore prodotto, così la riproduzione allargata del capitale complessivo sociale e lo sviluppo del sistema siano anche lo sviluppo e la riproduzione allargata di tutte le contraddizioni.

 

 

 

Questa premessa permette di capire l’importanza di Tugan-Baranovskij sugli sviluppi del marxismo. La sua teoria non è altro che una interpretazione degli schemi marxiani sulla riproduzione fatta allo scopo di dimostrare che il sistema può realizzare il plusvalore e quindi svilupparsi e che, poiché la realizzazione del plusvalore è possibile, gli squilibri e le crisi del sistema debbono intendersi come semplici sproporzioni per cui sarebbero false sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, sia la teoria del sottoconsumo. Tutti i mali del sistema si riducono a semplici sproporzioni, in cui il sistema incorre costantemente in conseguenza della sua anarchia, ma che altrettanto costantemente esso supera e corregge, senza incontrare mai limiti strutturali che pongano un termine al suo sviluppo indefinito. Tutto dipende dall’assenza di un piano nella distribuzione degli investimenti. Le crisi derivano da sproporzioni nel senso che alla sovrapproduzione in un ramo fa riscontro la sottoproduzione in un altro, oppure all’eccesso dell’offerta sulla domanda in un caso, quello della domanda sull’offerta nell’altro. Ma poiché se in una sfera si è prodotto troppo, nelle altre si è prodotto troppo poco in relazione alla domanda effettiva, è chiaro che questo plus e questo minus di produzione si compenserebbero tra loro, se le proporzioni negli investimenti fossero rispettate e che complessivamente per Tugan produzione e consumo, offerta e domanda sono sempre in equilibrio tra loro. Al fondo della teoria di Tugan c’è lo stesso equilibrio metafisico tra compratore e venditore di Mill e Say. Lenin usò Tugan contro i populisti i quali sostenevano che il capitalismo non potesse realizzare il plusvalore sul mercato interno, mentre Tugan dimostrava come il capitale potesse realizzare il plusvalore pur senza mercati esteri ed anche in condizioni di grave arretratezza del consumo popolare. Tugan influenzò anche Hilferding ed Otto Bauer nel senso che indusse a leggere gli schemi di Marx sulla riproduzione in modo tale da ricavarne non solo l’esclusione dal marxismo di qualsiasi teoria del crollo, ma anche la dimostrazione della possibilità di uno sviluppo illimitato del capitalismo stesso.

Lenin successivamente cercò di integrare il sotto consumo all’interno della spiegazione della crisi sulla base del concetto di sproporzione.

 


31 agosto 2010

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta. Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

 

 

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.


31 agosto 2010

Il ruolo degli operai nella crisi del 1929

Quanto alla propagazione internazionale della crisi, l’economista americano Charles Kindleberger la attribuisce in gran parte all’assenza di leadership in quanto gli Usa, diventati economia dominante non esercitano in tutto e per tutto tale egemonia.

Se torniamo alla congiuntura degli anni ’20, se la resistenza operaia non ha potuto opporsi alla nuova tappa della dequalificazione del lavoro operaio rappresentata dall’organizzazione fordista, il movimento sindacale era tuttavia riuscito a modificare profondamente il funzionamento del mercato del lavoro rendendo il tasso di salario rigido verso il basso. Ciò ha abolito nella sostanza uno dei meccanismi classici della difesa, in quanto tale abbassamento del tasso di salario permetteva la ricostituzione del tasso di profitto. Questo processo non poteva giocare questo ruolo fin tanto che la domanda derivante dai salari restava minoritaria. Ma dal momento che (in una società caratterizzata dal rapporto di lavoro salariale) la domanda proveniente dai salari diventa considerevole, e ciò viene notato da Keynes, essa tende ad avere un effetto depressivo sulla domanda effettiva e sul tasso di profitto realizzabile molto superiore al suo effetto diretto sul tasso di profitto atteso dagli imprenditori. Ciò è direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione. Per questo la depressione che segue la crisi del 1929 non può spontaneamente creare le condizioni della ripresa. In definitiva la crisi dl 1929 si colloca in un contesto segnato dall’espansione del lavoro salariato e dagli inizi della produzione di massa, mentre restano immutate le politiche salariali (la quota dei salari su reddito nazionale tra il 1920 ed il 1929 tende addirittura a contrarsi). Quanto alla domanda estera essa si indebolisce con l’esaurirsi della ricostruzione europea.

 

 

 

Così la crisi del 1929 si situa, sia dal punto di vista dei ritmi del capitalismo sia da quello della teoria, al crocevia di due grandi tipi di fluttuazione : il ciclo classico e quello lungo. Si ritrova inasprita la vecchia contraddizione del capitalismo, colta già da Sismondi, tra la pressione a teneri bassi i salari delle imprese e la necessità per queste ultime di incontrare una domanda effettiva sufficiente. La crisi classica non potrà mai più giocare il ruolo di regolatore dell’attività economica. Ciò conferisce alla crisi del 1929 il carattere particolare di una crisi classica gigantesca (con la quale sparisce il processo di regolazione automatico teorizzato dai liberisti) nella misura in cui la sua funzione viene a confondersi con quella della depressione lunga nella quale si trova iscritta.

 


30 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Bernstein e Cunow

Per Bernstein è vano attendersi la crisi generale del capitalismo.  La teoria di Marx è incompleta e contraddittoria, in quanto egli critica il sottoconsumismo di Rodbertus, ma alla fine elabora una teoria sottoconsumistica. In primo luogo non vi è alcun segno che possa far prevedere una catastrofe imminente  del sistema. In secondo luogo le crisi non si sono aggravate ma si sono fatte più rare e meno acute. Di contro lo sviluppo del credito, l’ampliamento dei mezzi di comunicazione e la formazione di cartelli e trust hanno moltiplicato gli strumenti di autoregolazione e di controllo a disposizione del capitalismo. La stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle e le folli esplosioni di speculazione commerciale sono fenomeni caratteristici solo degli albori dell’era capitalistica. Quanto più vecchio è un ramo di produzione dell’industria moderna, tanto più il momento speculativo cessa di svolgere un ruolo determinante, giacchè si fa più preciso il controllo ed il calcolo delle oscillazioni del mercato. Lo squilibrio tra domanda ed offerta e la conseguente sovrapproduzione sono mali curabili : la diffusione della democrazia, le lotte per le riforme e le battaglie sindacali ridurranno le differenze sociali eliminando alle basi stesse lo squilibrio tra produzione e consumo che è all’origine delle crisi. Per Bernstein la nazione tedesca ha raggiunto una posizione in cui i diritti della minoranza proprietaria hanno cessato di costituire un ostacolo al progresso sociale, in quanto non esiste più una tendenza irreversibile alla pauperizzazione del proletariato. Bernstein accetta l’imperialismo e ritiene che l’ipotesi secondo cui l’espansione coloniale disturberebbe la realizzazione del socialismo si basa in fondo sull’idea superata che una tale realizzazione dipenda dal metodico restringimento del cerchio dei ricchi e dalla miseria crescente dei poveri. Egli addirittura arriva a dire che una civiltà superiore può far valere in ultima analisi un diritto superiore. È possibile dunque costruire gradualmente il socialismo basandosi sui vantaggi che un paese industriale può trarre dalla colonizzazione (mentre Marx diceva che quel popolo che ne opprime un altro non può essere a sua volta un popolo libero).

 

 

Cunow invece dice che lo sviluppo capitalistico è destinato a sfociare in una grave crisi economica che si allargherà in una crisi generale della società, fino a concludersi con l’avvento al potere del proletariato. Non è possibile dire se questa crisi assumerà le forme di una lunga stagnazione economica o di una guerra imperialista, ma essa sarà comunque inevitabile. Bernstein fa l’errore di dare valore assoluto ad una fase relativamente tranquilla dello sviluppo capitalistico. Ciò che Bernstein non ha capito è che tale andamento è essenzialmente dipeso dalla situazione di privilegio e di monopolio in cui l’industria inglese si è venuta a trovare sul mercato mondiale. Ma sotto i colpi della grande industria tedesca ed americana il monopolio inglese sta andando in pezzi e il capitalismo entra nella fase finale della concorrenza spietata tra i grandi stati industriali per l’accaparramento dei restanti mercati di sbocco.

 

 


30 agosto 2010

Limiti ed errori dell'interpretazione di Marx da parte di Colletti

Colletti poi sbaglia proprio perché non comprende (non a caso egli è seguace di Galvano Della Volpe) e non accetta la dialettica e l’esistenza di una logica specifica delle scienze della complessità sociale. In questo modo egli non può che presentare la legge del valore e la teoria del feticismo come la compresenza statica di due modi diversi di valutare gli stessi fenomeni. In realtà egli non tiene conto del fatto che l’equilibrio della legge del valore non è un equilibrio stabile, ma un equilibrio instabile tendente a crisi di realizzo e destinato a rompersi per sfociare in una rivoluzione del modo di produzione. In pratica il rovesciarsi della legge del valore nel feticismo delle merci è un processo che ha una natura temporale e si manifesta progressivamente quanto più il modo di produzione capitalistico tende a sussumere sotto di sé tutta la complessità della riproduzione sociale. Tale processo trova l’assenza di ordine ad un  livello (fenomenico) della realtà sociale e l’esistenza di un ordine che si compone inintenzionalmente ad un altro livello della realtà sociale stessa. Un ordine che però è sempre messo in questione dal carattere dinamico dei processi da cui esso viene astratto. Conseguentemente Colletti sbaglia pure a delineare la dicotomia tra teorie che considerano impossibile il funzionamento di un’ economia capitalistica e teorie che considerano eterno tale sistema. In realtà la Luxemburg dice che un sistema capitalistico può funzionare solo se inserito in un contesto pre-capitalistico (o più genericamente non capitalistico) ed è questo che storicamente si è verificato. Per cui la dicotomia delineata da Colletti è in realtà apparente e fuorviante. Anche quando interpreta la legge tendenziale della caduta di profitto come una legge ad effetti solamente differiti nel tempo, Colletti non tiene conto del fatto che Marx sta inserendo un modello nella concretezza della realtà e dunque la sua verifica va fatta nel tempo ed aggiornando sempre l’analisi, cosa che Marx faceva quotidianamente e testimonianza ne è il fatto che solo verso la fine della propria esistenza si era deciso a pubblicare un’opera con intenti più propriamente fondativi.

 

 

Dire poi che, con la caduta tendenziale del saggio di profitto, viene esclusa la lotta di classe dai fattori rilevanti per il passaggio dal capitalismo ad un altro modo di produzione, è sbagliato :  in realtà gli agenti storici sono quelli che fanno dire a Marx che l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. E questo perché la resistenza dei lavoratori può contrastare l’adeguamento del saggio di sfruttamento all’aumento della composizione organica del capitale. Dunque la legge esiste, ma si tratta di un’implicazione che si attiva solo al verificarsi di certe condizioni, condizioni che sono contingenti e sono legate alle scelte dei soggetti in campo. A loro volta queste scelte sono favorite (in un senso o nell’altro) dal contesto dato che è oggetto dell’analisi e del suo continuo aggiornamento. Dunque né determinismo né contingentismo perché la stessa dicotomia è astratta, in quanto presuppone una situazione storicamente vergine che non può essere assolutamente data.

Non è che tutto sia trasferito alla soggettività politica. Questa è solo l’organizzazione di una serie di interessi e bisogni attivati dalla tendenza, in cui l’organizzazione serve per gestire al meglio quella transizione che probabilmente si verificherà ma non si sa quando e con quali costi sociali e umani.

Colletti dice : “Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzioneDa questa proposizione si evidenza come il nostro autore non riesca a trarre le dovute conseguenze dal carattere temporale, storico e democratico dell’indagine conoscitiva : i fattori soggettivi sono continuamente ricompresi come dati nella scienza, ma la scienza stessa che ne deriva, la sua diffusione e/o la sua applicazione sono altri fattori soggettivi che cambiano lo scenario analizzato (ci sono profezie che si auto realizzano e profezie che si auto eliminano). Il corso del processo storico si apre e si richiude continuamente, il problema viene continuamente rielaborato e continuamente risolto e dunque non c’è dicotomia statica, ma interazione dinamica tra i due momenti della prassi collettiva autocosciente. Naturalmente per prassi non si intende un fare puramente soggettivo o idealistico, ma un processo in cui istanze soggettive e dati oggettivi sono in continua relazione dinamica

 

 


30 agosto 2010

1929 : la tesi di Galbraith

L’economista americano J. K. Galbraith s’impegna invece a costruire una spiegazione a partire da alcuni tratti che lui considera tipici del capitalismo americano degli anni ’20. Per Galbraith lo scatenamento della crisi si deve essenzialmente al divario che si è spalancato, tra il 1919 e il 1929, tra l’incremento della produttività del lavoro industriale (più 43%) e la quasi stagnazione dei salari e dei prezzi. Ne è risultato un forte aumento dei profitti che ha sostenuto la spesa delle classi agiate, ha alimentato la speculazione di borsa ed incoraggiato un livello di investimento elevato (la produzione di beni strumentali crebbe ad un tasso del 6,4%) mentre i consumi popolari salivano appena. In un simile contesto in cui l’investimento produttivo era stimolato esso stesso dalla speculazione, il ritmo della produzione industriale giunse a superare la domanda di beni di consumo e la stessa domanda di beni strumentali. Di qui l’arretramento del tasso di profitto e la frenata brusca delle spese d’investimento, che generò a sua volta una contrazione della domanda e della produzione, scatenando la crisi secondo lo schema classico ma con una violenza eccezionale. L’ampiezza ineguagliata della crisi è stata determinata per Galbraith da questi tre fattori :

·         La distribuzione notevolmente diseguale dei redditi (il 5% della popolazione aveva il 33% del reddito totale), cosa che rendeva l’economia dipendente da spese di lusso e/o da un alto livello d’investimento

·         La forma dominante delle strutture industriali sortisce effetti perversi in una congiuntura speculativa : le holding stornano dall’investimento i profitti delle imprese dei loro gruppi per pagare dividendi sufficienti, il che accentua la spirale deflazionistica

·         Il carattere non pertinente delle misure di politica economica, le quali per bloccare la deflazione, aumentano i dazi doganali, ricercano sistematicamente il pareggio di bilancio, rifiutano politiche fiscali e monetarie

 

 

 

Bisogna poi aggiungere il ruolo dei fattori monetari e finanziari : da una parte il crack finanziario con la speculazione ha amplificato la crisi industriale. D’altra parte il crollo del sistema monetario internazionale nel 1931, mettendo in discussione i mezzi di pagamento internazionali e la capacità di creare nuova liquidità, minacciava il finanziamento degli scambi e dunque il livello dell’attività economica mondiale : il crack era conseguenza della crisi ma ne estendeva l’ampiezza.

 


27 agosto 2010

Gennaro Zezza : Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Vizi metodologici e ideologie neoliberiste

Gennaro Zezza* - 16 Agosto 2010

Il recente articolo di Roberto Perotti (Il Sole 24 Ore, 18 luglio) a commento dell’intervento di Canale e Realfonzo (Il Sole 24 Ore, 15 luglio) accentua una visione caricaturale del dibattito tra gli economisti, creando forse qualche confusione [1]. Perotti inizia affermando – giustamente – che identificare il “neo-liberismo” con una metodologia di analisi basata sull’ipotesi che gli individui siano razionali, e i mercati efficienti è una caricatura della realtà, in quanto gli sviluppi moderni della teoria economica sono dedicati allo studio delle situazioni in cui i mercati non funzionano ed è quindi necessario un intervento correttivo. Adottare la metodologia “dominante” non vuol dire essere neo-liberista, tanto che tale metodologia è usata dalla “scuola di Chicago” quanto dai neo-Keynesiani. Che questa sia la metodologia dominante lo ha argomentato autorevolmente Olivier Blanchard, in un articolo del 2008 sullo “stato della macroeconomia” che, sosteneva, “is good”. Ma a conclusione del suo articolo, in modo a mio avviso caricaturale, Perotti divide il mondo degli economisti tra i “neo-liberisti”, che verificano con i dati le loro ipotesi, e i loro critici, che, guidati solo dall’ideologia, volutamente ignorano il funzionamento del capitalismo moderno perché ritengono che vada soppresso.

A me sembra invece che, prescindendo – ma non troppo! – dalle ideologie, vi sia un problema con la metodologia dominante, e un problema del “neo-liberismo”. Che lo stato della macroeconomia non sia buono lo ha rilevato già Paul Krugman (New York Times Magazine, 2.9.2009) a commento dell’articolo di Blanchard. Alla base del metodo dominante c’è l’ipotesi di un mondo di agenti che si comportano in modo razionale, e si dimostra che, se i mercati sono efficienti e valgono numerose altre ipotesi irrealistiche, il sistema economico raggiunge il massimo benessere senza bisogno di interventi esterni. Poiché il mondo che osserviamo non raggiunge questo risultato, si introducono nel modello delle modifiche – imperfezioni dei mercati, mancanza di informazione, ecc..

In ogni caso, il funzionamento del sistema si ottiene a partire da comportamenti individuali ottimali – il modello macroeconomico deve essere “microfondato”. Le analisi macroeconomiche che non siano riconducibili a questo approccio vengono di fatto considerate “non scientifiche” e ignorate dal pensiero dominante. Un certo numero di economisti, tuttavia, ritiene più utile seguire un approccio, che era proprio anche di Keynes e altri economisti classici, in cui lo studio del sistema economico è basato su ipotesi sui comportamenti aggregati, ad esempio dell’insieme delle famiglie o delle imprese. Con qualche forzatura, potremmo dire che il metodo dominante in economia – traslato in un altro ambito – studierebbe il corpo umano a partire da singole cellule “rappresentative” che si uniscono a formare organi che interagiscono tra loro, mentre il pensiero “eterodosso” ritiene legittimo studiare direttamente le relazioni tra gli organi, senza preoccuparsi di far derivare il comportamento del cuore dalle singole cellule che lo compongono.

La teoria dominante ha progressivamente marginalizzato il pensiero eterodosso, e sarebbe giusto così se i modelli moderni fossero più utili alla comprensione del mondo. La crisi che stiamo attraversando ha invece mostrato tutti i limiti della metodologia dominante, i cui modelli non erano in grado né di prevedere né di spiegare la recessione. Al contrario, modelli eterodossi basati su una attenta analisi dei dati, in particolare della rilevanza dell’indebitamento, avevano previsto per tempo l’insostenibilità della crescita e la inevitabilità di una crisi (si veda Bezemer, “Lezioni per il futuro? No, c’è chi ha visto la crisi”, Il Sole 24 ore, 9.9.2009). Tra questi i lavori di Wynne Godley e del Levy Institute, basati su un modello econometrico fondato su una visione eterodossa, post-Keynesiana, del funzionamento dell’economia. Lavori che vengono però sostanzialmente ignorati dal mondo accademico (ma non da alcuni operatori sui mercati finanziari…).

Con l’arrivo della crisi, dopo un iniziale momento di sconcerto tra gli economisti della teoria dominante, con qualche apertura verso approcci alternativi, un’esplosione di interesse verso l’economia comportamentale, ecc., mi sembra ora prevalere un atteggiamento difensivo della validità di una metodologia che ha mostrato tutti i suoi limiti.

Per quanto riguarda invece il neo-liberismo, il discorso credo vada affrontato su tutt’altro piano. Vi sono due idee chiave del pensiero neo-liberista che mi sembra abbiano mostrato tutti i loro limiti. La prima (ideologia?) è che un trasferimento della quota di reddito dai salari ai profitti, unita ad una riduzione delle aliquote marginali di imposta per le classi più abbienti, avrebbe generato maggiore risparmio, e quindi maggiore investimento, e una crescita più rapida i cui effetti benefici si sarebbero diffusi a tutta la società. I dati ci mostrano che la distribuzione del reddito è cambiata in questa direzione negli Stati Uniti e in Europa dalla metà degli anni 80 ad oggi, ma quando questa crescita del reddito c’è stata, a beneficiarne è stata una piccola minoranza – la più ricca – delle famiglie, mentre la famiglia media, a fronte di un reddito stagnante, ha cercato di aumentare il proprio tenore di vita ricorrendo in maniera crescente all’indebitamento. Per questo, nella Lettera degli economisti, si fa riferimento a politiche redistributive come una delle condizioni per uscire dalla crisi nel medio periodo. Si è replicato che questa teoria ignora i dati, che mostrano una crescita dei salari in linea con la produttività. Ma una parte della modifica nella distribuzione del reddito è avvenuta tramite differenze crescenti nelle retribuzioni del management rispetto alle categorie di impiegati ed operai, e quindi confrontare il dato aggregato dei salari che include i compensi del management non è particolarmente pertinente.

La seconda idea (o ideologia) neo-liberista riguarda l’efficienza dei mercati, una volta lasciati liberi di operare. Sulla base di questa ideologia si sono deregolamentati i mercati finanziari, sostenendo che il risultato sarebbe stato una migliore allocazione del rischio, e il finanziamento di una maggiore quantità di investimenti. Il risultato mi sembra sia stato un aumento nella quota di reddito trattenuta dal sistema finanziario, una maggiore instabilità dei mercati, e la più massiccia caduta degli investimenti dal dopoguerra.

Concordo con Perotti: sarebbe ora di discutere basandosi sui dati e abbandonando ideologie, come quella neo-liberista, ma anche quella dell’individuo razionale ottimizzante, che hanno fatto il loro tempo.

*Professore di economia politica nell’Università di Cassino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
[1] L’articolo di Rosaria Rita Canale e Riccardo Realfonzo criticava le proposte di politica economica avanzate dal mainstream e sottolineava i risultati raggiunti dalla letteratura keynesiana italiana. Alle critiche rivolte da Perotti e Antonio Guarino (18 luglio) nei confronti dei due autori hanno risposto sul Sole 24 Ore Paolo Leon (20 luglio), Antonella Stirati (20 luglio) e poi, insieme, Aldo Barba e Giancarlo de Vivo (26 luglio).
[2] Il grafico in basso riporta una delle possibili misure della variazione nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti: il limite delle classi di reddito, misurate a prezzi costanti. Come si nota, le fasce di reddito più basse hanno conosciuto solo un piccolo aumento nella loro capacità di spesa, rispetto alle classi di reddito più elevate.

 

 
 

 

 

 

Gennaro Zezza collabora con il Levy Institute. Si tratta di quegli economisti come Godley che hanno previsto questa crisi con quasi 10 anni d'anticipo, mentre un altro economista che non vedeva di buon occhio i neoclassici, Sylos Labini, cominciava a vederla solo cinque anni prima. Niente però rispetto a signori comeEngle e Becker che proclamavano alla signora marchesa che tutto andava ben. Basterebbe questo per rendere meno sicuri loro signori quando valutano la Lettera dei 100 economisti.


26 agosto 2010

Rosier : Crisi finanziaria e reale nel 1929

Il periodo 1922-1929 è, dopo la crisi del 1920 negli Usa ed in Francia, un periodo di espansione economica marcata, con una distribuzione del reddito favorevole ai profitti, il che stimola lo sviluppo industriale parallelamente alla speculazione di borsa, incoraggiata da intermediari finanziari che suscitano la speculazione a credito. Dal 1927 la divergenza tra l’indice dei corsi azionari e gli indici dell’attività economica si spalanca pericolosamente annunciando un inevitabile crack quest’ultimo ha causato la depressione o è nato dalle prime difficoltà industriali ? Lescure risponde che le esitazioni nell’industria automobilistica hanno preceduto il crack, ma questo ha giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione della crisi industriale, facendo sparire un elemento essenziale di sovra consumo e cioè le plusvalenze di borsa. I fenomeni reali per Lescure non possono essere separati con sicurezza dai fenomeni monetari. Ma come si spiega l’ampiezza della crisi che sopravviene su questa base ?

 

 

Su questo piano le teorie degli economisti liberisti, quali Lionel Robbins e Jacques Rueff considerano ogni crisi come di natura puramente congiunturale e destinata a risolversi da sé finchè i mercati siano liberati da ogni intralcio. Queste interpretazioni si riferiscono ad un modello astratto che vorrebbe rappresentare una realtà molto diversa e complessa ed hanno consigliato terapie che si sono rivelate poi inappropriate.

 


26 agosto 2010

Marx, l'etica e la democrazia

Quanto al rapporto con l’etica, Marx da hegeliano rifiuta l’atteggiamento deontologico di chi non analizza le condizioni di possibilità della transizione, ma non credo che con questa critica l’istanza etica sia eliminata del tutto. Essa diventa piuttosto un criterio immanente che, sulla base della pluralità degli esiti possibili dello stato di cose presente, si concretizza nel tentativo di gestire la transizione indirizzandola a finalità condivise nel dibattito interno al soggetto rivoluzionario.

Il socialismo utopistico considera la transizione un insieme di azioni lineari che, dallo stato di cose presente, porta ad un sistema di desiderata, la cui selezione non è il frutto della prassi collettiva che si dà da se medesima gli obiettivi intermedi e quelli più a lunga scadenza, ma piuttosto del pensiero individuale che, in quanto tale, è destinato a rimanere un’ illusione ideologica

La stessa teoria del feticismo di Marx è carica di eticità, solo che tale eticità non è dichiarata secondo un modello retorico esortativo e deontico, ma attraverso una sorta di descrizione neutrale del piano inclinato su cui il modo di produzione capitalistico si sta incamminando. La dialettica marxiana nel descrivere come il modo capitalistico, seguendo la sua propria logica, si avvii verso la propria auto dissoluzione, diventa una sorta di iperbole che assume suo malgrado l’aspetto della satira e rivela in controluce tutte le sue istanze etiche. La rivoluzione è al tempo stesso la verifica scientifica della transizione, ma anche la prassi consapevole che la pone in essere. Nelle scienze sociali le istanze della soggettività e i vincoli del realismo scientifico sono in continua relazione: è inutile pretendere dalle scienze sociali un oggettività che le condanna solo all’ideologismo più bieco e più legato allo stato di cose che deve essere superato.

 

Quanto alla classe operaia, le sue modalità di organizzazione non sono senza rilevanza non solo ai fini del miglior esito della transizione, ma anche retrospettivamente in relazione allo statuto epistemologico delle scienze sociali : la vera rivoluzione conoscitiva della transizione è la democrazia che è il metodo delle scienze sociali, la forma storicamente avanzata della mediazione tra istanze soggettive ed oggettive e tra le diverse prospettive dei soggetti che costituiscono la classe rivoluzionaria. E’ la democrazia che rielabora concettualmente e costituisce il livello della prassi e dell’azione sociale.

 


25 agosto 2010

La crisi di fine '800 e il fordismo

La grande depressione della fine del 1800 era stata specialmente negli Usa il crogiuolo di una prima fase della grande trasformazione del capitalismo del 1800, relativamente concorrenziale e fondato sulla piccola e media impresa, nel capitalismo delle grandi imprese o capitalismo oligopolistico, capace di influire sulle condizioni del mercato (cosa che le piccole imprese non potevano fare). La concentrazione industriale ha come scopo economico le cosiddette economie di scala. Agiscono fortemente anche le conseguenze, catastrofiche per il capitale, della concorrenza di fronte ad un mercato del lavoro sul quale i lavoratori si presentano sempre più coalizzati. Ciò tende ad abolire il processo di restaurazione del tasso di profitto per mezzo dell’abbassamento del salario durante le depressione e quindi il processo di regolazione per mezzo della crisi. La concentrazione industriale è anche, in una congiuntura particolarmente difficile per il capitale, di fronte ad un movimento operaio forte e talvolta radicalizzato e concentrato in grandi fabbriche dove si sperimenta una forma interamente nuova di organizzazione del lavoro : il taylorismo, con le famose catene di montaggio. Nuove forme di capitalismo si costituiscono dunque su una base al tempo stesso tecnica (la seconda rivoluzione industriale) economica (le imprese giganti) sociale (il taylorismo) politica (l’appoggio dello stato alle grandi imprese) culturale (l’ideologia produttivistica e l’apologia dell’imprenditore). Questa nuova fase porta in America alla sconfitta del the noble order of the knights of labor che aveva più di 700.000 membri, esercitò una grande influenza dal 1875 al 1886 sull’opinione pubblica e mirava alla trasformazione del sistema capitalistico americano in una comunità socialista. Tale organizzazione sarà spazzata via e i suoi capi giustiziati a Chicago nel 1886. Tale sconfitta soprattutto negli Usa designò un nuovo ordine produttivo e consentì il superamento delle contraddizioni di un sistema seriamente contestato e minacciato.

 

 

Questa grande mutazione ha prodotto la matrice di una nuova espansione e con essa nuovi modi di vita modellati dalla forma data alla rivoluzione tecnologica : questa espansione dal contenuto nuovo si realizza intorno alle industrie elettriche, chimiche e automobilistiche e gli Usa vincitori della prima guerra mondiale sono i leader. Qui si producono durevolmente le innovazioni e le forme nuove e qui appariranno le prime grandi catene di montaggio nell’industria automobilistica con l’organizzazione del lavoro detta fordista (1913). Questo tipo di organizzazione si diffonderà a partire dal 1920 e costituirà il mezzo scelto allora dal capitale per innalzare la produttività apparente del lavoro, attraverso l’accrescimento della sua intensità, contemporaneamente alla produzione ed al profitto. Da quel momento sono riunite tutte le condizioni della produzione di massa.

 


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