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30 settembre 2010

Milton Friedman : il breve ed il lungo periodo

Per quanto riguarda il breve periodo va approfondito lo studio del meccanismo di trasmissione degli stimoli monetari sulle variabili reali. Si supponga, dice Friedman, l’esistenza di una sistema economico che abbia raggiunto una posizione stazionaria caratterizzata da popolazione, stato della tecnica, volume di risorse fisiche, un insieme di gusti e preferenze tutti costanti ed una configurazione concorrenziale dei mercati. Si suppone infine che in questo sistema manchi l’informazione ed i soggetti siano esposti al rischio e possano cambiare le loro scelte in seguito a variazione di uno o più dati. In questo sistema la quantità di moneta esistente sarà ripartita per due finalità : una parte sarà utilizzata negli scambi e circolerà in continuazione, un’altra parte sarà detenuta dai soggetti o come scorta liquida per le transazioni o come fondo di riserva per emergenze future. Entrambi questi scopi, essendo il riflesso del grado d’incertezza dei soggetti sugli eventi futuri, potranno essere quantificati e inseriti nei calcoli al fine di giungere ad una nozione del reddito prodotto in termini monetari. Friedman prova a questo punto ad immaginare un raddoppiamento improvviso della quantità di moneta in circolazione. Ognuno cercherà di approfittare della nuova situazione e di migliorare la propria condizione relativa. Ma bisogna distinguere, dice Friedman tra breve periodo e lungo periodo :

·         Nel breve periodo, dati i prezzi, i soggetti, avendo a disposizione un potere d’acquisto raddoppiato, spenderanno di più allo scopo di acquistare una maggiore quantità di beni e di servizi. Essi manterranno inizialmente la stessa scorta di moneta e, poiché la distribuzione della moneta aggiuntiva, avverrà in modo casuale, anche la domanda aggiuntiva per i diversi beni e servizi sarà dettata dal caso. Alcune imprese guadagneranno di più e assumeranno nuova manodopera, alcuni lavoratori diminuiranno l’impegno di lavoro a causa dell’improvviso maggiore benessere e l’intero sistema economico subirà le conseguenze dell’improvviso maggiore potere d’acquisto esistente sul mercato

·         Gradualmente tuttavia il sistema inizierà a convergere verso una nuova situazione di equilibrio. Il livello dei prezzi, a seguito della maggiore domanda, risulterà accresciuto, ma poiché la maggiore quantità di moneta non ha in realtà intaccato né le condizioni della tecnologia di produzione, né le preferenze dei soggetti, né le scelte circa la riserva di moneta da detenere in forma liquida, si può dare per certo che tutti  tentativi di accrescere i propri vantaggi risulteranno nel lungo periodo vanificati. Il livello dei prezzi pertanto risulterà raddoppiato e così il reddito nominale, ma il reddito reale risulterà inalterato, così come risulterà inalterata la scorta reale detenuta da ciascun soggetto, mentre risulterà raddoppiata la scorta monetaria.

 

 

In conclusione osserva Friedman nel breve periodo le variazioni dell’offerta di moneta possono causare modificazioni negli assetti reali del sistema produttivo e pertanto si può considerare significativa la trasmissione degli stimoli monetari sulle variabili reali. Nel lungo periodo invece, la posizione finale sarà la stessa per ogni singolo individuo. Nulla è accaduto che possa mutare le alternative ultime che gli sono date. Una volta ristabilito l’equilibrio gli effetti redistributivi svaniscono.

 


30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


29 settembre 2010

Milton Friedman : l'offerta di moneta

Il terzo pilastro della proposta teorica di Friedman riguarda il ruolo e la dinamica dell’offerta di moneta. In Keynes la quantità di moneta in circolazione non era il principale motivo di instabilità poiché nel breve periodo la base monetaria si poteva considerare tra i dati del sistema economico. Il processo di creazione della moneta e di immissione nel sistema produttivo risultava poi dominato dalle scelte degli operatori i quali si rivolgevano alle banche per ottenere moneta o crediti al fine di effettuare gli acquisti dei fattori produttivi. La moneta entrata in circolazione per questa via passava di mano in mano e svolgeva un ruolo passivo rispetto alle decisioni dei soggetti che ne ampliavano o ne riducevano la domanda in funzione del livello di attività. Dunque in condizioni normali la quantità di moneta in circolazione era una grandezza endogena. Erano gli aspetti reali a dominare gli scambi e la circolazione monetaria finiva con il diventarne un necessario complemento. Il vero problema nasceva per  Keynes quando, in condizioni date di offerta di moneta, a seguito di fenomeni di incertezza sul futuro, la moneta diventava un bene rifugio preferito ad altri per la sua liquidità. In questi casi il flusso di conversioni delle merci in moneta subiva una interruzione, la quantità di moneta diventava insufficiente, le merci si deprezzavano ed il livello di attività si riduceva.

 

 

Friedman invece giunse a conclusioni diverse. Egli definì in primo luogo con il termine “moneta” non tutti i mezzi di pagamento esistenti nel mercato finanziario e creditizio, ma solo i biglietti a corso forzoso immessi nel mercato dall’autorità monetaria. Poi ipotizzò che le banche fossero sottoposte al vincolo di una riserva legale pari al 100% dei depositi il che escludeva la possibilità di una creazione di moneta in via autonoma. Infine considerò come canale di immissione della moneta nel circuito economico, l’offerta di moneta derivante da una decisione unilaterale dell’autorità monetaria. La massa monetaria in circolazione (o offerta di moneta) veniva così ad essere del tutto indipendente dalla domanda di moneta delle imprese e dei consumatori : l’autorità monetaria stabiliva autonomamente il volume del circolante e lasciava al mercato il compito di fissare il suo potere d’acquisto in relazione agli scambi da effettuare. Formulato in questi termini la discrezionalità dell’offerta di moneta e pertanto la sua natura di dato esogeno, il momento teorico dell’indagine fu posto nell’individuazione della quantità ottimale di moneta da immettere nella circolazione e nell’esame delle variazioni che un aumento o una diminuzione dell’offerta potevano causare sul livello dei prezzi e sul volume della produzione.

Nell’opinione di Friedman a questo riguardo si potevano fissare alcune tesi da sottoporre a verifica empirica :

·         Nel breve periodo gli impulsi monetari (vale a dire le variazioni dell’offerta di moneta) sono il principale fattore che spiega le variazioni del prodotto, dell’occupazione e dei prezzi

·         Nel lungo periodo le variazioni dell’offerta di moneta determinano le variabili monetarie, il livello dei prezzi e il saggio d’interesse monetario ma non hanno alcuna influenza sulle variabile reali e cioè sul volume di produzione e sul livello dell’occupazione

·         Qualunque intervento esterno (spesa pubblica, tassazione, rivendicazioni sindacali) che abbia lo scopo di modificare gli aspetti naturali di ogni sistema produttivo può avere efficacia solo temporanea poiché a lungo andare avranno la prevalenza le forze del mercato rappresentate dalle scelte di produzione, di consumo e di lavoro

 

 


29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


28 settembre 2010

Milton Friedman : la relazione tra reddito e consumo

Tra il 1960 ed il 1980, accanto al filone keynesiano, sorse un nuovo paradigma di pensiero che prese il nome di monetarismo ed il cui rappresentante principale fu Milton Friedman. Quest’ultimo ebbe come principale bersaglio teorico il modello della sintesi neoclassica. Il motivo principale del suo successo fu l’esplodere dell’inflazione che cambiò radicalmente la graduatoria dei problemi urgenti da risolvere. Da un punto di vista metodologico Friedman negò sia il deduttivismo di Robbins che l’empirismo radicale. Per Friedman ogni teoria economica aveva due ingredienti, uno discrezionale, soggetto alla libera scelta del ricercatore, che aveva il compito di catalogare i fatti e di creare un archivio per organizzare il materiale empirico ed uno non discrezionale ma oggettivo, riguardante le interazioni tra i fatti e le ipotesi e la verifica empirica.

 

 

Il problema teorico che Friedman prese in considerazione fu la relazione tra il consumo ed il reddito. Egli sosteneva che la spiegazione keynesiana non era in grado di dare conto del perché ad una diminuzione del reddito corrente non seguisse una corrispondente diminuzione dei consumi. Egli affermò che per spiegare le variazioni nel tempo del consumo di una famiglia bisognava partire non dal reddito corrente, ma dal reddito permanente anche se questa variabile era di più difficile determinazione. Il reddito permanente infatti non era dato dalla semplice media dei redditi percepiti in un periodo ampio di tempo, ma da un complesso ulteriore dei fattori che secondo i soggetti determinerebbero la loro ricchezza :

·         La ricchezza materiale posseduta

·         Gli attributi personali dei soggetti (formazione professionale, capacità)

·         Caratteristiche della loro attività economica

·         Reddito transitorio (componente accidentale dovuta al caso)

In modo simmetrico nelle abitudini di consumo bisognava distinguere una componente permanente o consumo permanente ed un consumo transitorio o eccezionale. Il problema teorico da risolvere era il legame tra consumo permanente e reddito permanente. C’era poi una relazione analoga tra reddito temporaneo e consumo temporaneo, relazione instabile e di difficile individuazione. Sommando il consumo permanente ed il consumo temporaneo si giungeva ad una funzione del consumo molto instabile con una relazione molto tenue con il reddito corrente. Friedman conclude che ai requisiti di stabilità della funzione del consumo ipotizzata da Keynes (che consentivano di individuare immediatamente la relazione tra reddito corrente e consumo corrente, bisognava sostituire requisiti di instabilità a causa della erraticità del consumo temporaneo. Una immediata conseguenza di questa tesi fu che il ruolo esplicativo della teoria keynesiana del moltiplicatore risultava fortemente ridimensionato, poiché le scelte di consumo, più che indotte da variazioni della parte autonoma della domanda aggregata, erano ora fortemente dipendenti dalla valutazione che i soggetti effettuavano circa la natura temporanea o permanente delle variazioni del reddito.

Un anno prima Friedman era giunto a conclusioni opposte a quelle keynesiane anche nell’analisi della propensione a detenere moneta in forma liquida. Ma i teorici di Chicago erano giunti già ad una riformulazione della teoria quantitativa della moneta che non aveva più nulla della caricatura atrofica e rigida frequentemente descritta dai sostenitori della sintesi neoclassica e che si avvicinava al punto di vista keynesiano. Così come per Keynes anche per gli economisti della scuola di Chicago la moneta aveva importanza e bisognava di conseguenza spiegare perché gli individui erano disposti a detenere quella particolare quantità di moneta nominale che esiste. Anche nella scuola di Chicago inoltre la velocità di circolazione della moneta non era un dato tecnico-istituzionale ma una variabile comportamentale. Se si analizzavano questi comportamenti in modo però più approfondito, dice Friedman, si giungeva a conclusioni diverse da quelle keynesiane : per questi studiosi i soggetti economici ed in particolare gli imprenditori richiedevano o trattenevano la moneta per il suo carattere di bene liquido, quindi in alternativa ai beni reali non liquidi di cui si temeva la perdita di valore. Bisognava invece assumere l’ipotesi che la moneta venisse richiesta e trattenuta per motivi più generali e meno contingenti e distinguere :

·         La domanda di moneta proveniente dagli operatori che possiedono ricchezza per i quali la moneta è un’attività patrimoniale come le altre, un modo di detenere ricchezza e di usufruire dei servizi legati al suo possesso

·         La domanda di moneta proveniente dalle imprese che la richiedono per il servizio di bene capitale che essa svolge combinandosi con altri servizi produttivi nel processo di produzione

In entrambi i casi la moneta non costituiva un alternativa ai beni reali poiché essa stessa era un bene ed entrava nella scelta dei soggetti individuali che valutavano i servizi offerti dalla moneta in funzione della grandezza del proprio patrimonio, del prezzo e del rendimento relativo del servizio ottenuto e dei loro gusti e preferenze. Se invece i soggetti erano imprese, la valutazione della qualità domandata avveniva in base al costo del servizio produttivo ottenuto, al costo di servizi alternativi e al valore del prodotto originato dal possesso di moneta. Ma se quest’ultimo era una delle tante forme nelle quali ogni unità economica poteva disporre della ricchezza, veniva di fatto a perdere consistenza la teoria keynesiana della preferenza per la liquidità che assegnava solo alla moneta il compito di bene rifugio nei momenti di crisi dell’attività produttiva. In realtà ogni forma di ricchezza, conclude Friedman, poteva svolgere questo compito e, facendo riferimento alla condotta usuale dei soggetti economici, si poteva giungere alla conclusione che la domanda di moneta era un funzione del reddito permanente e non influenzava ne era influenzata dalle fluttuazioni cicliche. La tesi di Fisher sulla stabilità della velocità di circolazione della moneta venne così riformulata e la causa della instabilità venne di nuovo attribuita all’offerta di moneta.

 

 


28 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta apre alla rivoluzione tecnologica

Il vigore dell’accumulazione del capitale nel corso degli anni ’50 e ’60 conduce all’ascesa della potenza di imprese gigantesche multi nazionalizzate ed in forte competizione sul mercato mondiale (in rapporto con il declino relativo del predominio internazionale degli Usa). Ciò si traduce nel sensibile aumento del tasso di accumulazione, di concentrazione industriale e di internazionalizzazione del capitale, ma conduce anche (in concomitanza con i fattori già citati) ad una riduzione della sua redditività : è il ritorno del fenomeno di sovraccumulazione del capitale, annunciatore di crisi. Questo processo assume rapidamente l’aspetto di una transnazionalizzazione delle imprese interessate e delle economie industrializzate. Da una parte queste economie sono attraversate da flussi di merci, servizi, capitali, uomini ed informazioni con un’apertura senza precedenti sul mercato mondiale. D’altra parte la logica di funzionamento dell’accumulazione del capitale supera le basi nazionali e le strategie delle grandi imprese vengono concepite fin dall’inizio come strategie mondiali.

 

 

Ne risulta una parziale industrializzazione di una parte del terzo mondo, frutto dell’espansione e della concorrenza delle imprese transnazionali che trapiantano in certi paesi le loro attività più banalizzate. Di qui una tendenza ad una nuova divisione internazionale tra industrie di punta ed industrie mature, parallelamente ad una forte gerarchizzazione e ad una perdita di coerenza dei sistemi produttivi nazionali. Questi si trovano esposti ad una concorrenza esasperata e rinnovata nel suo contenuto, concorrenza che giunge fino a mettere in questione la rigidità dell’organizzazione fordista della produzione. La contraddizione essenziale deriva qui dal fatto che questo processo di transnazionalizzazione rimette in discussione e destabilizza i complessi modi di regolazione la cui efficacia dipendeva sino ad allora dalla loro coerenza entro delle economie nazionali, tanto per quel che concerne il ruolo degli oligopoli stabilizzati, che per quanto concerne le forme specifiche del fordismo e delle politiche di regolazione congiunturale. Queste ultime non hanno effetto che nella misura in cui gli stati possono controllare dei flussi nazionali significativi. Abbiamo qui il secondo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga.

Mentre il modo di accumulazione, efficace nel periodo di espansione lungo si trova minato dall’interno dalla forza crescente dei salariati, il suo stesso successo viene così a porre in questione il potente modo di regolazione sul quale si regge. La convergenza di questi due processi conduce ad una vera implosione dell’ordine produttivo senza che tuttavia si assista al crollo delle economie interessate. E la crisi può giocare pienamente il suo ruolo di laboratorio sociale ed economico sulla base di un profondo spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale e di conflitti economici di grande portata sul mercato mondiale. L’insieme di ciò che costituiva l’equilibrio dinamico del periodo precedente è che conteneva l’innovazione nei limiti del socialmente tollerabile, si trova profondamente messo in discussione. L’innovazione fondamentale può avere libero corso in tutti i campi, quale che ne sia il costo sociale : la modernizzazione industriale e il correlativo aumento della disoccupazione lo testimoniano. La disoccupazione è il prezzo da pagare da parte dei lavoratori e della società per questo tipo di modernizzazione.

La depressione lunga ritrova così la sua funzione classica, la posta che essa mette in gioco per il capitale è la stessa : elaborare e mettere in atto nuove basi tecniche ed industriali, economiche e sociali. La depressione dovrebbe poter dare alla luce (come alla fine dell’800 e come negli anni ’30) forme nuove di rapporto salariato tali da assicurare risultato economico e ripristino del controllo sulle forze di lavoro. Nello stesso tempo e correlativamente, essa dovrebbe poter pervenire a dare forma alle rivoluzioni tecnologiche che premono dall’inizio degli anni ’70 ed hanno considerevoli poste in gioco.

 


27 settembre 2010

Keynes secondo il punto di vista di H. Denis

L’avvento dell’economia politica keynesiana è strettamente connesso ad una profonda trasformazione verificatasi nelle politiche economiche dei principali paesi capitalistici. Ad es. dopo il 1933 già la Germania condusse una politica di lotta alla disoccupazione, basata sull’intervento dello stato nel campo degli investimenti e del credito. Anche negli Usa il presidente Roosvelt fece aumentare la spesa pubblica ed accrescere i salari affinchè si accrescesse il potere d’acquisto delle masse. Keynes è l’autore che prima della crisi ha sempre richiesto una simile trasformazione della politica economica.

 

 

L’atteggiamento di Keynes è quello di un borghese illuminato, desideroso di salvare il regime dell’impresa privata abbandonando ogni pretesa di liberismo integrale. La politica perseguita dall’Inghilterra dopo la prima guerra mondiale sembrava a Keynes pericolosa perché creava disoccupazione. Nel 1924 i disoccupati giunsero ad essere un milione e quando Lloyd George lanciò l’idea di un programma di lavori pubblici, Keynes appoggiò quest’iniziativa. Egli diceva che si dovrebbe imporre una qualche azione coordinata al fine di determinare il livello cui deve fissarsi il risparmio della comunità nel suo insieme e si deve stabilire in quale misura questi risparmi si debbano dirigere fuoi dei confini sottoforma di investimenti esteri. Inoltre bisogna sapere se la contemporanea organizzazione del mercato dei capitali distribuisca i risparmi secondo i canali più produttivi dal punto di vista dell’economia nazionale. Keynes si oppose anche nel 1925 alla politica di Churchill di riduzione dei salari, dicendo che questo avrebbe diminuito il potere d’acquisto dei consumatori e avrebbe accentuato lo squilibrio economico. Con la crisi del 1929 Keynes si decise a mettere a punto il Trattato della moneta. Scopo di questa opera è di chiarire il problema delle depressioni economiche ed in essa si avanza l’idea di una insufficienza degli investimenti. Come Marx, Keynes separa il settore della produzione dei beni strumentali da quello della produzione dei beni di consumo. Egli però modifica lo schema marxista, poiché ammette che non bisogna preoccuparsi di uno squilibrio tra l’offerta e la domanda dei beni strumentali, dal momento che questi vengono fabbricati su ordinazione. Dunque si tratta solo di vedere come si realizza l’equilibrio tra l’offerta e la domanda nel settore dei beni di consumo. Per Keynes la depressione economica si spiega con il fatto che il risparmio normale è maggiore dell’investimento, il che crea uno squilibrio sul mercato dei beni di consumo, obbligando i produttori di questi beni a vendere a prezzi inferiori ai loro costi. Una tale dimostrazione, rispetto a quella marxiana, si presenta semplificata grazie all’ipotesi della produzione su commessa dei beni strumentali. Egli poi, come Schumpeter, attribuisce all’investimento un ruolo attivo, che esso non ha negli schemi di Marx. Per Keynes l’aumento o la diminuzione del capitale dipendono dall’ammontare dell’investimento e non da quello del risparmio. L’insufficienza dell’investimento è dunque la causa della depressione. Ma inversamente Keynes spiega allora l’espansione degli affari con l’esistenza di un eccesso di investimenti che determina dei profitti eccezionali nel settore dei beni di consumo e incita quindi gli imprenditori ad aumentare la loro produzione. Rimane però da stabilire perché mai si produca un simile eccesso di investimenti e perché poi non duri la fase di espansione. Sul primo punto Keynes se la cava rapidamente dicendo che interviene qualcosa che non ha carattere monetario e che aumenta l’aspetto di attrazione dell’investimento (può trattarsi di una nuova invenzione, lo sviluppo di un nuovo paese, una guerra). Quanto poi alla fine del periodo della fine di espansione Keynes la spiega ricorrendo all’idea di Aftalion secondo cui le crisi sarebbero dovute al fatto che, nella fase espansiva, si ordinano troppi mezzi di produzione poiché occorre tempo per costruirli mentre, per tutto il tempo necessario, la persistente penuria di prodotti finiti continua a suscitare delle domande di beni strumentali.

 

Di fronte alle minacce di dissesto economico l’Inghilterra adottò una delle proposte di Keynes e cioè la svalutazione della sterlina. Ciò consentì all’Inghilterra di non subire troppo la crisi, ma, aumentando le esportazioni, scaricò la crisi su altri paesi e soprattutto sulla Germania dove la disoccupazione colpì la metà della popolazione della manodopera industriale e determinò l’ascesa di Adolf Hitler che riassorbì la disoccupazione con commesse industriali pagate dallo stato. Ma per gli industriali tedeschi, i lavori pubblici sono solo un palliativo, mentre la soluzione definitiva si poteva cercare solo nella conquista di sbocchi all’estero. La seconda guerra mondiale fu in parte la conseguenza di quest’istanza.

Durante questo periodo la maggioranza degli economisti occidentali continuava a negare il ruolo degli sbocchi esteri in quanti incentivi dello sviluppo dell’economia capitalistica, ma ammettevano sempre più di frequente che le vecchie tesi sull’equilibrio economico andavano riviste. Per Kahn gli investimenti in lavori pubblici potevano essere un rimedio estremamente efficace contro la disoccupazione. Ci si trova in presenza di un’analisi che nega l’esistenza di una tendenza naturale all’equilibrio del mercato del lavoro. La confutazione di un simile concetto fu il punto di partenza dell’opera di Keynes Teoria Generale dell’occupazione. Qui Keynes conduce la battaglia contro la concezione neomarginalista del mercato e contro la legge degli sbocchi di Say. Una simile legge aveva avuto per oggetto l’impossibilità di crisi di sovrapproduzione, ma essa determinava anche il rifiuto della possibilità di una sottoutilizzazione permanente della capacità di produzione. Keynes voleva dimostrare che un tale sottoutilizzo doveva inevitabilmente prodursi se vi era un insufficienza della domanda effettiva, domanda che viene ingenerata dalle spese delle aziende quando queste utilizzano normalmente la loro capacità di produzione. Keynes si domanda come si può spiegare che l’occupazione si fissi ad un determinato livello se non è determinata dal gioco dell’offerta e della domanda di lavoro. Keynes risponde a questa domanda dicendo che il livello dell’occupazione dipende dall’ammontare dell’investimento e cioè dall’ammontare degli acquisti di mezzi di produzione addizionali che vengono realizzati dalle imprese. Il risparmio deve essere uguale all’investimento. Se il risparmio dipende dall’ammontare del reddito globale e se l’investimento è dato, allora il reddito nazionale deve fissarsi in maniera tale che il risparmio raggiunga l’investimento. Ma poiché il reddito nazionale è legato all’impiego della manodopera anche questo dipende dall’investimento e non corrisponde necessariamente al pieno impiego. Il risparmio normale può essere diverso dall’investimento e tale differenza determina dei movimenti di espansione o di contrazione del processo produttivo. Un vero equilibrio economico può essere raggiunto solo nel momento in cui vengono a cessare i movimenti suddetti e cioè solo quando il risparmio normale risulta uguale all’investimento. In effetti si avrà allora un determinato volume di produzione e di impiego della manodopera. Ma nulla garantisce che tale occupazione corrisponda al pieno impiego della capacità produttiva delle imprese ed al pieno impiego della forza-lavoro. Quando l’investimento è insufficiente in rapporto alla propensione al risparmio, l’impiego effettivo è inferiore al pieno impiego e da allora si ha disoccupazione. Dunque attraverso l’insufficienza dell’investimento non viene più spiegata la depressione economica, ma la disoccupazione : Keynes si propone ora di spiegare il fenomeno della disoccupazione permanente che sussiste anche durante i periodi di espansione economica.

Se la disoccupazione permanente è dovuta all’insufficienza dell’investimento da cosa dipende una insufficienza siffatta ? Per rispondere Keynes tenta di formulare una teoria della determinazione dell’investimento. Le imprese investirebbero denaro negli affari sino a che l’efficienza marginale del capitale è superiore al tasso di interesse, anche perché gli imprenditori prendono a prestito spesso l’intero capitale da essi investito. Keynes però non può accettare interamente l’impostazione neoclassica che fa del saggio d’interesse il supremo regolatore che assicura l’investimento totale del risparmio. Egli si decide allora a sostenere che il saggio di interesse dipende dalla quantità di moneta in circolazione e non dall’ammontare dei fondi risparmiati. Si giunge così ad una teoria che fa dipendere gli investimenti da due fattori distinti :

·         Le produttività marginali del capitale, ossia le redditività che ci si può attendere dai capitali addizionali investiti in un determinato periodo di tempo

·         Il saggio d’interesse, fenomeno essenzialmente monetario

Gli investimenti sono troppo esigui e la disoccupazione è molto grave perché le redditività dei capitali addizionali sono minori di un tempo. Keynes lo riconosce esplicitamente e dice che nell’800  l’incremento demografico, il progresso tecnologico, la valorizzazione di nuove zone, la frequenza delle guerre sono stati in grado (insieme con la propensione al consumo) di mantenere una curva dell’efficienza marginale del capitale, che permetteva ad un soddisfacente volume dell’occupazione di essere compatibile con un saggio dell’interesse abbastanza elevato da diventare accettabile per i detentori della ricchezza. Ma Keynes pronostica che a partire dalla sua epoca la curva dell’efficienza marginale del capitale è molto più bassa di prima. . quanto al saggio dell’interesse Keynes si sforza di dimostrare che esso venga mantenuto ad un livello troppo alto dalla preferenza per la liquidità. Egli dice che il saggio dell’interesse prima del 1914 dipendeva dalla riserva aurea posseduta da ogni paese mentre l’afflusso dell’oro dipendeva dallo sviluppo delle esportazioni. Dunque proprio per aumentare la propria riserva aurea (allo scopo di abbassare il saggio di interesse) che le grandi potenze industriali hanno voluto conquistare all’estero nuovi mercati. Keynes aggiunge che in un’economia regolata da contratti stipulati su basi monetarie e caratterizzata da consuetudini stabili nella quale le riserve auree e il saggio d’interesse dipendono soprattutto dalla bilancia dei pagamenti le autorità governative hanno a loro disposizione un solo mezzo ortodosso per lottare contro la disoccupazione : creare una eccedenza di esportazioni e di importare loro a detrimento delle nazioni vicine. Secondo Keynes nel corso della storia non si è mai inventato un sistema più efficace del gold standard per scatenare gli uni contro gli altri i differenti interessi delle varie nazioni. In un simile sistema infatti la prosperità interna di ogni paese dipende direttamente dal risultato di una lotta per il possesso dei mercati e per soddisfare il proprio bisogno di metalli preziosi. Per Keynes l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre. Questo è un modo sbrigativo di risolvere il problema dell’imperialismo : in realtà l’origine dell’aspra concorrenza tra le potenze industriali non sta nel loro desiderio di procurarsi loro, ma discende semplicemente dal loro bisogno di accaparrarsi dei mercati in cui poter vendere i propri prodotti industriali e poter piazzare i propri capitali.

In definitiva (secondo Denis) non abbiamo nella teoria di Keynes una vera esposizione delle circostanze concrete che hanno determinato nel sistema capitalistico una disoccupazione così forte tra le due guerre. Tuttavia Keynes ha cercato di formulare una serie di proposte pratiche allo scopo di garantire il pieno impiego : egli insiste sulla necessità di realizzare una diminuzione del saggio d’interesse, che potrebbe essere ottenuta grazie ad una politica più liberale di creazione di moneta. Questo non è però sufficiente e dunque bisogna che sia lo stato a sviluppare i propri investimenti. La diminuzione del saggio d’interesse può e deve consentire di trasformare profondamente l’assetto economico, facendo scomparire i percettori di rendite e sopprimendo l’eccessiva disuguaglianza dei redditi. La possibilità di un credito quasi gratuito è in Keynes l’utopismo reso necessario dalla mancanza di dialettica all’interno della sua concezione. Il pensiero di Keynes tende a mascherare i conflitti sociali e la sua idea dell’eutanasia del rentier è in realtà una negazione del fatto che l’essenza del capitalismo sta nell’opposizione tra capitale e lavoro. Alla fine la scomparsa dei rentier trasferisce la rendita nel capitale degli azionisti. Inoltre Keynes nega l’importanza degli sbocchi esteri e sostiene che la marcia precipitosa alla conquista delle colonie è solo la conseguenza dello standard aureo. Contestabile inoltre è la tesi di Keynes che la socializzazione dell’investimento non implichi necessariamente la proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Infatti sinora gli investimenti pubblici sono stati fatti in ambiti improduttivi così che lo stato non ha avuto bisogno di sostituire i capitalisti privati, ma se si volesse andare più avanti nella socializzazione dell’investimento sarebbe stato necessario assumersi compiti e responsabilità che sono tipici di un proprietario e questa sarebbe una contraddizione in regime capitalistico.

 

 


27 settembre 2010

Rosier : la crisi nasce da nuove lotte sociali

L’ordine produttivo affermatosi nel corso del lungo periodo di espansione successivo alla seconda guerra mondiale si basa su di un modo di accumulazione che si regge su di un sistema di oligopoli stabilizzati a livello nazionale, costituiti da imprese e gruppi industriali e finanziari giganti incamminati sulla via della multi nazionalizzazione e praticanti il fordismo. Quanto alle industrie motrici del periodo (chimiche, elettroniche, aereonautiche, automobilistiche), campi di attività delle imprese suddette, esse sono scaturite a loro volta dagli sconvolgimenti della grande crisi e della seconda guerra mondiale che fu un fantastico laboratorio tecnologico. Su questa base tecnica le grandi imprese danno forma ad un determinato tipo di sviluppo fortemente caratterizzato in senso sociale tanto dal punto di vista delle modalità della produzione che da quelle del consumo e dell’utilizzazione dello spazio (concentrazione urbana, esodo rurale). La loro attività si iscrive in una divisione specifica del lavoro su scala mondiale tra il centro industrializzato dell’economia-mondo e la sua periferia sottosviluppata. Infine, l’insieme del sistema si presenta fortemente regolato tanto dalle strutture economiche quanto dalle politiche economiche che abbiamo descritto. Ma la sua operatività dipende da un determinato equilibrio tecnologico (intorno ad un determinato paradigma tecnico-economico nel senso di Freeman), da un determinato equilibrio economico (oligopoli stabilizzati nel senso di Baran e Sweezy, oppure fordismo nel senso di Aglietta) e soprattutto da un determinato equilibrio sociale (patto tra capitale e lavoro nel senso di Bowles, Gordon e Weisskopf). Tutti questi equilibri devono contenere ed imbrigliare le innovazioni e soprattutto quelle de stabilizzatrici nei limiti di ciò che è socialmente tollerabile. La crisi degli anni ’70 è interpretabile come una nuova depressione lunga che sopravviene dopo un periodo di espansione durato più di 25 anni. Ed è proprio il successo dell’accumulazione del capitale nel corso di questo periodo che produce l’emergere di nuove contraddizioni che finiscono per avere ragione dell’ordine produttivo esistente in quel momento (processo dialettico) : una sensibile riduzione della profittabilità del capitale ne è il segno annunciatore.

È il modo di accumulazione del capitale a trovarsi minato da un fascio convergente di fenomeni. L’ascesa a partire dal 1966-1969 di lotte sociali originali che prendono di mira le forme stesse del lavoro industriale (organizzazione fordista) apre una vera e propria crisi del lavoro. Ora quest’ultima, dopo una lunga tregua scaturita dal compromesso storico del New Deal mette di nuovo in piena luce quest’aspetto della contraddizione del rapporto di lavoro salariale. Nello stesso tempo essa viene a costituire, attraverso la flessione degli incrementi di produttività e gli aumenti salariali che comporta, uno dei fattori fondamentali che concorrono a deprimere la profittabilità del capitale. Gli effetti di questi fenomeni si trovano rafforzati dai limiti posti all’espansione delle attività capitalistiche da una parte dall’espansione delle attività non lucrative (salute, istruzione, edilizia popolare) e dunque anche dei lavoratori improduttivi e dall’altra parte l’espansione dei servizi nel consumo delle famiglie, laddove i servizi sono prodotti mediante procedimenti dotati di incrementi di produttività inferiori alla media. Ne risulta una forte espansione dei costi socializzati della crescita ed un deciso spostamento della domanda verso consumi collettivi il cui costo relativo tende ad aumentare.

 

 

Ben più di un esaurimento di un regime di accumulazione su basi sostanzialmente tecniche o di limiti incontrati dall’espansione delle attività produttive su basi economiche, si tratta dell’aumento di contraddizioni nuove su base sociale : la modificazione graduale del rapporto di forza a favore dei salariati nel corso degli anni ’60 destabilizza l’equilibrio sociale sul quale si regge l’ordine produttivo di allora. Questo fenomeno costituisce un primo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga e presenta il vantaggio di integrare differenti elementi esplicativi correttamente enunciati da una serie di autori. Tali elementi ne costituiscono al tempo stesso una manifestazione ed un effetto : la crisi del lavoro ed il crollo del patto tra capitale del lavoro, una tendenza allo spostamento a vantaggio dei salariati del tasso di ripartizione tra profitto e salari e l’aumento dei costi collettivi socializzati della crescita. Questi due ultimi fenomeni sono il frutto della pressione efficace dei salariati. L’insieme concorre a spiegare il fenomeno direttamente osservabile, e cioè la pericolosa caduta della redditività del capitale.

 


25 settembre 2010

Galbraith : la retorica della piccola impresa

Il piccolo imprenditore,l’agricoltore indipendente,sono ancora figure importanti nell’insegnamento dell’economia e della oratoria politica. Servono da apripista a quella retorica del lavoro intenso che si vuole inculcare ai lavoratori dipendenti, come se fossero imprenditori di se stessi. Evocano il sistema economico descritto dai classici dell’economia dei tempi passati.

 

 

Tuttavia non sono rappresentativi della realtà attuale, ma solo i simboli di una traduzione rispettata. Il commerciante al dettaglio è atteso al varco dalla grande distribuzione. L’agricoltore indipendente deve lottare ad armi impari con le multinazionali dei cerali della frutta e verdura. Chi ha una stalla subisce la concorrenza di allevamenti con decine di migliaia di capi. Per tutte queste realtà, il divario tra costi e ricavi si assottiglia sino a rasentare il passivo. In realtà la perdurante retorica politico-sociale della piccola impresa e dell’agricoltura familiare è una forma vagamente innocente di truffa.


25 settembre 2010

John Kenneth Galbraith : la retorica del lavoro

Si sente spesso dire che il lavoro è gratificante. Ma questa frequente affermazione riguarda sempre le sensazioni degli altri. Il buon lavoratore è molto lodato e lo è in particolare da parte di coloro che non lavorano duramente e sono dispensati dalla sforzo fisico.

La parola “lavoro”è usata indifferentemente per l’attività di chi svolge mansioni che trova faticose, noiose, sgradevoli e per quella di chi ne ricava piacere senza alcun senso di costrizione. La truffa è già evidente nell’uso della stessa parola.

Non è tutto : coloro che più apprezzano il lavoro sono senza eccezioni i meglio retribuiti. Le retribuzioni basse sono per coloro che svolgono compiti ripetitivi, noiosi, pesanti.

 

Negli Stati Uniti e negli altri paesi sviluppati, nessuno è più biasimato di chi si sottrae all’obbligo di lavorare. Chi non lavora è pigro, irresponsabile, inutile, un parassita. Gli elogi sono per gli sgobboni. Ma soprattutto per i ricchi che vanno di convegno in convegno a sottolineare l’importanza e la probità del lavoro. Per i ricchi l’inattività è una alternativa possibile, mentre invece è moralmente rovinosa per i poveri, in quanto costa in denaro pubblico o privato. L’indolenza è perdonata alle classi agiate, ma è esecrata per quelle più povere.

Fu J. Maynard Keynes a mettere in dubbio le gioie della fatica, citando una defunta donna delle pulizie che aveva  affidato alla propria lapide il suo commiato da una vita di lavoro :

“Non siate tristi per me amici, non compiangetemi minimamente, perché da qui all’eternità non farò più niente di niente.”

 

 


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