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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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28 novembre 2011

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 


22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


21 novembre 2011

Lettera alla Cgil : le tasse sono sempre una manovra restrittiva ?

E tuttavia non sempre l’aumento delle imposte (in un paese dove ci si diverte ad aumentare le tasse) si deve considerare come un ostacolo alla crescita. A parte il fatto che, per dire che al contrario l’abbassamento delle imposte porti ad un aumento della crescita, bisogna spesso forzare e semplificare indebitamente l’interpretazione dei dati statistici : ad es. in un indagine di Daveri alla Bocconi si vede che, ad una riduzione media in percentuale delle imposte dei paesi Ocse del 2,7% (cioè quasi tre punti di percentuale sul Pil), corrisponde un aumento medio della crescita dello 0,3% del Pil (in pratica, dato 100 il Pil, dato il peso delle imposte in precedenza di 33 che diventa 30,3, l’aumento successivo del Pil è di 0,3). Perché in realtà si possa fare una valutazione seria, bisognerebbe studiare una correlazione di più lungo periodo, per verificare ad es. gli effetti sulla crescita dei cambiamenti della distribuzione del reddito a seguito della riduzione delle imposte, visto che l’impatto dell’investimento pubblico (finanziato dalle imposte) sulla crescita ha un dispiegamento di effetti molto più dilazionato nel tempo, in quanto spesso tale investimento riguarda la riproduzione della forza lavoro (formazione, salute) e cioè un processo a lungo termine. In realtà il problema è a chi si toglie e a chi si dà, come si usava prima quello che è stato tolto e come si usa dopo che è stato tolto.

Le imposte sulle rendite e sui patrimoni (con la previsione di detrazioni o deduzioni delle spese per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare) sono trasferimenti che possono fare da stimolo per la crescita economica, dal momento che tali ricchezze hanno un carattere spesso improduttivo. Dal lato delle entrate è necessario dunque l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20% oppure includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Per quanto riguarda le rendite immobiliari secondo Antonelli è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.


14 novembre 2011

Lettera alla Cgil : E se l'Italia dovesse salvarsi da sola ? l'ipotesi di Fabio Petri

Per quanto riguarda quel che resta della politica economica italiana, è stato interessante il tentativo dell’economista Fabio Petri di delineare una strategia alternativa a quella deflazionista imposta dalla UE, in mancanza di una riforma della Bce (cioè nel caso l’Italia debba salvarsi da sola). Il nucleo del ragionamento di Petri è quello di attivare investimenti da parte di imprese a partecipazione pubblica, investimenti che facciano crescere il Pil senza dover aumentare il debito pubblico, in modo che produzione e redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. Se si può successivamente aumentare la spesa pubblica (grazie alle entrate ottenute da questo aumento di produzione e redditi) ed aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, alla fine si otterrà sia un aumento (anche se più piccolo) del Pil, sia una riduzione del deficit.

L’ideale sarebbe quello di puntare sul ricorso e lo sfruttamento di fonti alternative di energia che riducano nel medio-lungo periodo la nostra dipendenza energetica dall’estero e dunque riducano anche le importazioni rispetto all’export. Tutto questo però senza aspettare che la caduta degli indici azionari corroda in maniera irreparabile anche il patrimonio delle imprese nelle quali lo Stato abbia una partecipazione azionaria. Petri incoraggia anche a violare i vincoli di Maastricht dal momento che (come dice De Grauwe) sinora l’UE non ha esitato a salvare le Banche, ma esita e temporeggia di fronte al salvataggio degli Stati (mentre nel frattempo le difficoltà degli Stati implicano la caduta verticale delle banche). Last but not the least: il guardiano distratto della Costituzione ha caldeggiato il rifinanziamento della missione in Afghanistan. La Cgil sulla partecipazione dell’Italia alle guerre dell’Onu non ha mai fatto un’azione decisa. Mentre si tagliano diritti, servizi e salari confermiamo il nostro imbarazzante silenzio di fronte a spese che hanno un ritorno quanto meno discutibile ?

      

 


9 novembre 2011

Lettera alla Cgil : lo standard retributivo europeo (una interessante proposta di Emiliano Brancaccio)

Un'altra possibile riforma che andrebbe fatta secondo sia Brancaccio che Bruno Bosco è quella di arrivare, attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzata all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Tale misura avrebbe la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del budget dell’Unione.

 

 

Tuttavia la vera e propria riforma a livello europeo è quella proposta da Emiliano Brancaccio di uno standard retributivo europeo, per il quale le retribuzioni salariali si devono collegare alla produttività del lavoro di un paese in modo che i paesi più produttivi abbiano salari più alti e si aprano maggiormente alle importazioni, favorendo il riequilibrio e le bilance commerciali dei paesi europei più deboli (oltre che alla produttività del lavoro i salari vanno poi collegati proprio alla bilancia commerciale, causando un ulteriore effetto correttivo ed equilibratore). Anche qui la Germania è un fattore frenante e non tiene conto delle possibili catastrofiche conseguenze di un suo rifiuto, avendo essa sempre basato la sua politica economica sulla relativa moderazione salariale interna (rispetto cioè alla sua produttività: nel 1996 i consumi delle famiglie rappresentavano il 57,3% del Pil mentre nel 2009 erano il 56%) e sull’economia orientata alle esportazioni.  A questo proposito Emiliano Brancaccio evidenzia come tra il 2000 ed il 2010 le retribuzioni nominali sono cresciute in Germania dell’11,5% contro il 32,4% dell’Italia, le retribuzioni reali sono cresciute in Germania dello 0,5% mentre in Italia del 4,4% ed infine il costo nominale del lavoro per unità prodotta è cresciuto del 6% in Germania e del 32,3% in Italia. 

Una riforma come lo standard retributivo europeo per avere qualche speranza di attuazione presuppone però una iniziativa sindacale coordinata appunto a livello europeo. La Cgil più che puntare all’unità del sindacato italiano deve promuovere un coordinamento con altre sigle sindacali di altre nazioni europee: l’obiettivo deve essere uno sciopero che abbia una dimensione sovranazionale. Poiché l’orizzonte temporale è breve bisogna concentrare le energie in questa direzione e mettere gli altri sindacati europei di fronte alla necessità di una scelta che sinora hanno sempre evitato. Sarebbe il caso ad es. che durante le iniziative della Cgil ci sia sempre uno striscione, grande abbastanza da essere visto anche dall’alto, che reciti “Merkel, aumenta i salari tedeschi!”.

 

 


7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


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