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28 febbraio 2011

Teoria : la x è solo un segno ?

In secondo luogo Frege dice che per “funzione di x” s’intende una espressione di calcolo contenente x, una formula che include la lettera x. Egli non sembra accorgersi che altro è un’espressione che contiene x ed altro ancora è una formula che includa la lettera “x”. Possiamo dire altrimenti che x e la lettera “x” siano la stessa cosa ?

 

 

Frege dice che mettere sullo stesso piano “2+x” e “2+2” sullo stesso piano non è giusto, perché non viene distinto il segno dal designato. Ma ciò vale se, come per i formalisti, x sia solo un segno. Ma allora perché Frege, pur criticando il formalismo, diventa formalista quando si tratta della x ?

Da un certo punto di vista non c’è una differenza profonda tra x e 2. Il fatto che a 2 diamo una maggiore determinazione che ad x è il frutto di una convenzione e di una mancanza di riflessione sulle condizioni di possibilità che sottostanno all’uso stesso dei segni. Un formalista potrebbe dire che 2 è un mero segno (come x). Un realista platonico potrebbe dire che x rimanda ad una realtà ontologica (allo stesso modo di 2).

Cosa diversa dovrebbe essere poi la forma rispetto al segno (Frege invece sembra assimilare le due cose) : “formale” è una proprietà dei segni e di alcuni linguaggi e riguarda un livello più astratto rispetto ai segni stessi. Ad es. una funzione, che ha un carattere formale, non è una mera espressione, ma il senso dell’espressione con il segno ‘x’

 

 

 


28 febbraio 2011

Conto e racconto : tre sono assai

Questa incapacità di contare oltre il tre o il quattro si può rintracciare anche nel lessico indoeuropeo ed in altre culture :

Nell’Egitto faraonico 3x corrisponde al plurale di x.

3scarabei=gli scarabei

Nel cinese antico 3alberi=foresta

3uomo=folla

Per i Sumeri 1 si diceva GESH che voleva dire anche UOMO

2 si diceva MIN  che voleva dire anche DONNA

3 era ESH che era sinonimo di MOLTI ed era suffisso del plurale.

Anche qui possiamo vedere la rete di rimandi simbolici che una situazione profana poteva generare : se 3 era semplicemente 2 e 1, l’uno maschile unito al due femminile dava origine alla molteplicità della prole. L’articolazione dei primi numeri era simbolicamente isomorfa alla copula ed alla generazione. Tale modello lo ritroveremo nell’Uno e nella Diade Infinita dei Pitagorici e del Platone “esoterico”.

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Nel lessico indoeuropeo 3 e MOLTI sono quasi sinonimi :

in francese MOLTI è TRES

in latino ed in inglese 3volte e molte volte sono spesso indicati con lo stesso segno

AL DI LA ‘ è TRES in antico francese

                      TRANS in latino

                       THROUGH in inglese

in inglese folla è THRONG

in italiano si dice TROPPO e si dice TRUPPA

Anche il 4 ha nelle sue radici lessicali questo rimando alla molteplicità

in tedesco VIER (4) e VIEL(molto) sono quasi sinonimi

il greco TETTARES e il latino QUATTUOR sono etimologicamente collega ti al latino CETERA, le altre cose... Si pensi a 1,2,3...et cetera.

Segni di questa divisione tra i primi due tre numeri e la cognizione degli altri (CETERA...) è anche la presenza nelle lingue antiche di numeri in senso grammaticale quali il duale ( greco, ebraico, arabo), mentre in tribù oceaniche c’è addirittura il duale, il triplice, il quadruplice. In tale caso i sostantivi sono anche declinabili, ovviamente assieme al plurale.


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


25 febbraio 2011

La riduzione dei salari non porta ad un aumento dell'occupazione

Perché secondo l’impostazione keynesiana la riduzione dei salari non porta ad un aumento dell’occupazione ?

Perché essa garantisce meno costi di partenza. Ma meno costi di partenza non implica necessariamente più profitti (i ricavi devono rimanere costanti). Eventualmente più profitti non implica più investimenti (potrebbero rimanere liquidi).

 

 

Il primo passaggio potrebbe essere reso problematico proprio dai minori salari che si risolverebbero in una riduzione dei consumi e dunque in una riduzione dei ricavi delle imprese.

Una prima buona tornata di profitti non darebbe luogo ad investimenti nel caso gli imprenditori avessero aspettative negative (che possono aumentare in un regime di bassi salari in quanto ci si aspettano meno consumi).

Keynes però forse è troppo pessimista quando invece dice che in caso di aumento di occupazione non ci sarà la possibilità di renderla stabile (nel caso i salari siano diminuiti), in quanto nuova occupazione garantisce sicuramente un aumento dei consumi e dunque migliori aspettative per ulteriori investimenti. Keynes cade nello stesso errore dei neoclassici quando ipotizza che con la riduzione dei salari reali le imprese reagiscano con l’aumento dell’offerta di merci e dell’occupazione. L’ostacolo sta proprio in questa assenza di automatismi.

 


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25 febbraio 2011

Illogica logica : il lonfo ovvero la sintassi senza semantica

Malatesta dice che è possibile una struttura sintattica anche con proposizioni non significanti

Ad es. Zochus eolat et lania ugit

Pragmatica, semantica e sintassi sono tre angoli visuali per analizzare la semiosi e fanno parte del metalinguaggio.

In Aristotele si può individuare la dimensione semantica e sintattica del linguaggio, mentre gli Stoici trattano della dimensione semantica(logos) e di quella pragmatica (lexis). Gli Stoici distinguevano tra espressione (che poteva anche non essere significante) e la proposizione che è invece direttamente semantica.

Mentre la voce è puro suono, l’espressione è articolata

I Greci erano anche molto attenti alla questione del dialetto

Per Pietro Ispano la voce non articolata (vox non litterata) è quella che non può essere scritta.

Le voci litterate possono essere non significative/significative, poi significative per natura (es. il latrato dei cani, il lamento)/significative per convenzione. Queste ultime sono quelle che rappresentano secondo la volontà di chi le usa. Esse possono essere semplici (nome, verbo)/complesse (discorso).

Manca per Malatesta la distinzione tra linguaggio e metalinguaggio, un approfondimento di quella tra linguaggio grafico e quello orale, ma si tratta delle stesse problematiche e spesso delle stesse soluzioni.

 

                                     

Nel caso della sintassi senza semantica (si pensi alla poesia “il lonfo” di Fosco Maraini) aiutano i termini sincategorematici riconoscibili che magari possono confondere soprattutto chi non conosca il lessico di una lingua.

L’importanza della questione  del dialetto si collega a quella della necessità di approfondire il rapporto tra linguaggio orale e linguaggio scritto. A questo rapporto si collega anche la questione della vox non litterata che non vuol dire voce non articolata, ma semplicemente linguaggio orale che non si fa esprimere in un alfabeto dato : è il caso di alcuni versi animali, ma anche di alcune lingue : si pensi alle difficoltà di Celti e Anglo-Sassoni nell’ adottare l’alfabeto latino.

Questo è un altro argomento contro chi nega che ad es. il linguaggio animale non sia articolato.

 

 


25 febbraio 2011

Conto e racconto : il paradosso di Galton

Comunque questa incapacità di contare oltre i primi numeri e le implicazioni emotive e culturali a ciò legate, possono essere ben esemplificate da una storia che capitò a Galton che in una transazione con un Damera sudafricano si trovò di fronte a questa situazione :

doveva ricevere 2 pecore in cambio di 4 stecche ; il Damera però non riesce a comprendere questa equivalenza in quanto non riusciva a sintetizzare la nozione di “4”. Perciò la transazione così costruita lo metteva in subbuglio, in confusione ed andava avanti e indietro da una pecora all’altra e si rasserenò solo quando la somma  venne scomposta nelle due operazioni singole che la costituivano.

Questo episodio è importante per due ragioni che illustrano l’importanza e la complessità che caratterizzano un’operazione apparentemente elementare ed innocente qual è il contare.

In primo luogo c’è un elemento cognitivo : il Damera diffida della permanenza della medesima quantità al di là delle forme numeriche in cui essa era strutturata. In pratica per il Damera 2p=4s non equivale a 1p+1p=2s+2s o quanto meno egli dubita che sia così, per cui egli va avanti e indietro quasi a verificare la sussistenza effettiva delle due pecore data la nuova modalità di strutturazione dello scambio. Egli ha paura che in questa, che non è un’identità analitica ma una trasformazione rischiosa, qualcosa vada perduto.

Non c’è dunque una identità denotativa tra sensi diversi. A tal proposito forse val la pena fare una parentesi filosofica : forse la filosofia ha una genesi per lo più monistica ( si pensi a molti Presocratici ed al c.d. pensiero orientale ) proprio in quanto al fine di avere una sorta di paracadute emozionale a tutte le crisi ed i traumi dovuti ad acquisizioni cognitive ; va cioè a priori affermata un’unità ontologica al di là della capacità di   ricostituirla volta per volta.

L’altra angolazione con cui guardare a quest’episodio è pratico-politica : se il contare oltre il tre e il quattro risulta quasi impossibile e provoca disorientamenti mentali ed emotivi, qualsiasi tipo di transazione non risolvibile mediante gli scarsi strumenti cognitivi a disposizione, porta o alla necessità di una ritualizzazione lunga e minuziosa del rapporto commerciale o redistributivo, oppure ad un cadere nella indeterminazione e nell’angoscia per cui scambio e redistribuzione sono sostituiti dall’uso e della forza e della rapina, che non solo prevengono l’altrui uso della forza e l’altrui rapina, ma registrano l’impossibilità di trovare criteri per gestire la situazione e permettere lo scambio o il trasferimento di beni. Il numero è garante circa il controllo della realtà e circa il nostro rapporto economico con gli altri.


24 febbraio 2011

Illogica logica: il triangolo semiotico per Ogden e Richards

Per Ogden e Richards tra simbolo (segno) e pensiero vi è una relazione causale e pragmatica.

Tra pensiero e referente c’è una relazione diretta (presente) o indiretta (passata)

Tra simbolo e referente la relazione non è reale, ma causalmente mediata dal pensiero e dunque in sé convenzionale.

 

 

Ogden e Richards pensano troppo alla psicologia ed alle relazioni casuali all’interno del triangolo semiotico. In realtà per pensiero si deve intendere il senso che non ha relazione causale con il segno, ma solo con le dinamiche della mente e della comunicazione. Essi trascurano l’autonomia del semantico dallo psichico e poi nella relazione tra pensiero e referente si fanno troppo influenzare dall’empirismo. Infine vanificano il triangolo quando parlano di relazione del tutto convenzionale tra segno e referente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


24 febbraio 2011

Conto e racconto : contare per coppie

I Boscimani non vanno oltre il cinque. Non c’è ancora astrazione : la percezione della pluralità è ancora indissociata dalla natura degli oggetti presi in considerazione.

Prendiamo ad es. gli Aranda :

per loro 1 è NINTA

il 2 è TARA

il 3 è TARA MA NINTA ( 2 e 1 )

il 4 è TARA MA TARA  (2 e 2) che è a sua volta sinonimo di MOLTI.

Si potrebbe allora pensare che sarebbe stato per loro possibile continuare con diverse combinazioni di 1 e 2 così come succede con il nostro sistema binario. Questo forse non era possibile invece. Infatti “2 e 1” e “2 e 2” non sono numeri astratti ma coppie di cose distinte : non ci troviamo di fronte ad una conta vera e propria ma ad una descrizione non sistematica di quantità con l’uso di un lessico specifico che per analogia definiamo “numerale” ; la conta vera e propria implica il riconoscimento di una relazione che definiremo costante tra i diversi termini di una successione, relazione che a sua volta permette l’astrazione dai concreti singoli oggetti che vanno computati e l’articolazione della serie in una forma autonoma dall’empiria. In questa svolta cognitiva forse ci sono le lontane radici degli assiomi di Peano. Un ipotetico due-due-uno presuppone dunque un salto concettuale di astrazione che permetta l’iterazione delle cifre. L’ipotesi scartata è interessante anche per un altro motivo però : il chimerico TARA MA TARA MA NINTA presuppone una combinazione di tre elementi ; ora è possibile una combinazione simbolico-mentale di tre elementi a chi sa contare distinguendo solo due cifre e cioè NINTA e TARA ? La domanda potrebbe anche essere stupida. Ma esiste certamente una differenza tra il mettere 10 mattoni materialmente uno sopra l’altro e combinare simbolicamente nel proprio cervello tre cifre/numeri che insieme formano un numero diverso da quelli che lo compongono.

Torneremo su questo problema a mio parere genuinamente filosofico un’altra volta.


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23 febbraio 2011

Illogica logica : la semantica

La semantica per Malatesta studia i rapporti tra segni ed oggetti, nel senso di eventi e cose.

Ad es. in “dédyche mèn a selanna ”,  dédyche (è tramontata) si riferisce ad un evento che riguarda i sense-data, un astro che “scompare” dietro l’orizzonte. Invece selanna (luna) si riferisce ad un corpo celeste studiato dall’astronomia. “mèn” invece non si riferisce ad un oggetto, evento o proprietà, ma è un segno sincategorematico, che ha cioè significato solo insieme ai segni categorematici, di cui si occupa la semantica

Mentre cioè i segni categorematici sono oggetto della semantica, i segni sincategorematici si riferiscono ai connettivi logici che sono oggetto di studio della sintattica.

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=mbv-LcdLY-Y

 

 

A nostro parere la metafisica ha descritto almeno in alcune delle sue parti l’universo dei segni sincategorematici, elaborando una semantica della sintassi logica.

 

Cosa si intende ? In pratica la metafisica parte dall’assunto che è possibile trasformare i connettivi ad es. in soggetti logici : il non diventa il Nulla, l’Et diventa la Totalità, il Vel diventa la Potenza, l’Implica diventa l’Ordine oppure il Fondamento e la sua emanazione, l’equivalenza diventa l’Identità metafisica, etc.

Ovviamente questa operazione è considerata un errore dal neopositivismo ed una possibilità per i metafisici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


23 febbraio 2011

Conto e racconto : ammollare le scienze dure

Le scienze dure, e cioè le scienze i cui contenuti sono formalizzabili in un linguaggio matematico, sono le più rigorose dal punto di vista conoscitivo e, integrate con una procedura tecnico-sperimentale di applicazione, le più efficaci dal punto di vista pratico, dal momento che hanno costituito, se così si può dire, il software del moderno sistema industriale.  Al tempo stesso però, se si guarda al loro rapporto con quello che Husserl chiamava il mondo-della-vita e cioè con la dimensione del senso, del livello emozionale, quotidiano, più prossimo all’uomo concreto, esse scontano un’astrattezza ed una distanza tali da rendere necessario un processo culturale di sintesi, un processo alla cui base ci sia il principio per cui un sapere che non sia comunicabile anche al non-specialista non si può considerare  un sapere compiutamente elaborato.

Uno dei primi momenti di questo processo di sintesi dovrà essere l’aggressione della griglia e dei nodi linguistici del linguaggio matematico al fine di sciogliere quest’ultimo in costellazioni concettuali più vicine ai linguaggi comuni storicamente dati. Prima tappa di questo percorso potrebbe essere la riflessione e l’analisi del retroterra culturale, antropologico e chissà forse concettuale di quella che da molti viene considerata un’attività ed una dimensione elementare, di base : la computazione o meglio la conta ed il sistema di notazione numerica( e cioè il modo di rappresentare i numeri ). Abbiamo parlato di un retroterra ricco, pieni di rimandi simbolici , di pratiche quotidiane, di vita materiale, di modelli concettuali infine che alla luce degli obiettivi filosofici che ci siamo proposti vale forse la pena di far venire alla luce.

La prima cosa che vale la pena di dire a tal proposito è che non si è contato sempre allo stesso modo. Il sistema notazionale o di calcolo che abbiamo è il risultato di una lunga evoluzione caratterizzata da molteplici percorsi e dall’emergere di un sistema che per una serie di ragioni si è diffuso più degli altri. La molteplicità dei percorsi e la natura interessante dei tentativi effettuati fa giustizia però di una visione lineare della storia del sapere e, come vedremo in seguito, anche di una visione che considera solo poche culture foriere di civiltà nell’arco della sia pur lunga e complessa storia del mondo.

Non solo non si è contato sempre allo stesso modo, ma ancor oggi ci sono popoli che non sanno contare nel senso che non concepiscono numeri astratti e sono perplessi di fronte ad operazioni del tipo 2+2=4.  I Pigmei in Africa, i Botocudos in Brasile, gli Aranda in Australia computano 1,2, massimo tre e poi subito parlano in termini di “molti” (“tanti quanto i capelli in testa”). I bimbi di queste tribù hanno comunque nell’apprendimento un’evoluzione la cui rapidità è simile a quella dei nostri bambini.


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