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29 settembre 2011

Lettera alla Cgil : le origini del debito pubblico italiano

L’Italia si è rivelata comunque un bersaglio piuttosto debole dei flussi finanziari speculativi. Essa infatti ha un alto rapporto debito/Pil ed un rapporto piuttosto sfavorevole tra gli interessi del debito e la crescita del Pil, rapporto essenziale per valutare la possibilità di restituzione del debito nel lungo periodo. Naturalmente la causa di questa situazione non è la generica natura sprecona del popolo italiano.

 

 

C’è anche questo (ammesso che tale rozza categoria venga tradotta in un complesso di tesi storiche più attendibili) ma dietro ad esso si nascondono cause e fattori ben più specifici e condivisi con altre economie: una riforma fiscale (quella del 1973) applicata tardivamente nel momento in cui la crescita del Pil italiano cominciava a diminuire (a causa anche dell’aumento dei prezzi del petrolio), il divorzio tra banca d’Italia e Tesoro che ha rovesciato l’inflazione nell’aumento vertiginoso del debito pubblico dei primi anni ’80, la volontà politica di favorire il ceto impiegatizio (con aumenti di stipendio sorprendenti in anni in cui le lotte operaie venivano stroncate) per contrapporlo alla classe operaia e per contrastare l’ascesa politica dell’allora partito comunista italiano, la sovvenzione statale della ristrutturazione industriale degli anni ’80 attraverso il ricorso massiccio alla cassa integrazione straordinaria, gli alti tassi d’interesse volti a sostenere il tasso di cambio della lira nello SME. Le politiche di austerità che l’Italia ha messo in atto da un ventennio hanno avuto certamente il ruolo fondamentale nella mancata crescita che ha caratterizzato il nostro paese. Ora però le stesse classi che hanno alimentato il debito pubblico italiano vorrebbero ulteriormente sfruttare la classe lavoratrice con la scusa di dover ridurre il debito pubblico. Le misure draconiane della manovra saranno accompagnate da un ulteriore processo di liberalizzazioni e di precarizzazione sul mercato del lavoro, chiedendo ulteriori sacrifici alle parti sociali, in nome dell’emergenza nazionale




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28 settembre 2011

Lettera alla Cgil : c'entra qualcosa il referendum ?

Un’altra ipotesi inquietante circa l’attacco speculativo ai titoli del debito italiano lega tale attacco all’esito referendario. Il giorno 17/6/2011 l’agenzia Moody’s mise sotto osservazione il rating tricolore in vista di un possibile downgrade. Le ragioni addotte erano una perdita di consenso del governo che non aveva avuto il via libera degli elettori sulle scelte circa il nucleare e l’acqua pubblica, oltre che l’incertezza circa la realizzazione di riforme tese ad aumentare la produttività e a diminuire la rigidità del mercato del lavoro (quest’ultimo è un mantra costante per l’Italia e, come al solito, mira a noi). È molto probabile che, nel caso dell’Italia, l’oligopolio finanziario mondiale, ansioso di investire nella distribuzione privatizzata dell’acqua e di speculare sugli improbabili investimenti a lungo termine sul nucleare, abbia mal incassato la scelta democratica dei cittadini italiani ed abbia cercato di raggiungere gli stessi obiettivi (se non obiettivi più ambiziosi) attraverso questi attacchi speculativi.

 

 

L’Fmi si associava a questo giudizio sottolineando maggiormente la scarsa crescita, ma metteva in collegamento quest’ultima con politiche eccessivamente restrittive. Questo lato del ragionamento non a caso è stato lasciato sospeso tranne che nel ridurre le imposte alle imprese. Ora già si parla di privatizzazioni corpose (vedi la recente proposta di Lamberto Dini). A questa tesi qualcuno potrebbe obiettare che in realtà la crisi del debito degli ultimi tre mesi ha riguardato anche altri paesi (Portogallo e Irlanda in particolare), ma, mentre prima l’Italia sembrava essere ancora lontana da un attacco speculativo, ad un certo punto la situazione è precipitata e questo si può collegare all’ipotesi in oggetto.

 

 


27 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il debito pubblico e la speculazione

 

 

La crisi dei subprime ha costretto gli Stati ad iniettare forti dosi di liquidità nel sistema bancario e dunque li ha costretti ad aumentare il debito pubblico. A questo punto si è parlato di nuovo protagonismo del settore pubblico e di forte regolamentazione della finanza globale (su questo Paolo Giussani ha giustamente ironizzato). Può essere che il Capitale, sempre più finanziarizzato, non gradisca affatto una regolamentazione dei propri flussi e si sia dunque scagliato proprio sul debito pubblico degli Stati, volendoli costringere non solo a rinunciare ai propositi di una revanche ma anche (soprattutto in Europa) a cedere le loro residue quote di attività nel campo della politica industriale e dei servizi sociali, preparando evidentemente un processo di privatizzazione di questi ultimi. Molto discusse sono l’incidenza della speculazione finanziaria e gli interessi che essa serve. Per “speculazione” non s’intende la tendenza ad assecondare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere profitti privati, ma la capacità di attivare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere enormi guadagni e per condizionare la politica degli Stati-nazione. Questa capacità è in genere negata per ragioni ideologiche dalla maggior parte della letteratura. L’unica cosa che si ammette (vedi Shiller) è che nei mercati finanziari ci siano processi caotici e cumulativi che sono però causati da eventi spesso apparentemente irrilevanti e non tutti riconducibili ad un soggetto unitario. Anche studiosi di sinistra come Canale e Stirati sottovalutano ad es. il ruolo attivo del rating inteso come profezia autoconvalidante. Ma alcuni economisti e sociologi cominciano a prendere sul serio questa ipotesi (si pensi a Krugman, a Luciano Gallino, Sergio Bruno, Andrea Fumagalli, Emiliano Brancaccio ed a Bruno Amoroso) che potrebbe essere basata sull’esistenza di oligopoli finanziari a cui si dovrebbe applicare l’analisi già elaborata sugli oligopoli industriali da Chamberlin e Robinson. Secondo Fumagalli all’inizio del 2011 cinque Sim e cinque banche hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’87% è detenuto da investitori istituzionali. I mercati finanziari non sono qualcosa di neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare secondo Fumagalli il 70% dei flussi finanziari globali, mentre alla base una miriade di piccoli risparmiatori svolgono una funzione meramente passiva. Il fatto che l’ipotesi vada presa sul serio è dato anche dalle affermazioni di Warren Buffett (speculatore tra i più noti e ricchi oltre che grosso azionista di Moody’s) secondo il quale la lotta di classe la stanno facendo i ricchi e la stanno vincendo (per cui la tassa sui super-ricchi da lui sponsorizzata rischia di rivelarsi solo un confettino anti-costipazione, magari al dolce sapore di prugna). Va segnalata, a questo proposito, anche la teoria di un altro grande speculatore, George Soros, il quale ricorre alla categoria di riflessività per spiegare gli effetti caotici che si verificano sui mercati finanziari (utilizzando le categorie del sociologo Merton di profezie autoconvalidanti e il salire tutti sul carro del vincitore). Tale teoria è stata anche formalizzata dall’economista marxista Anwar Shaikh. Volendo tratteggiare uno schema semplificato dell’attività speculativa da parte degli oligopoli finanziari si può dire che questi speculatori (i pastori) ad es. fanno dei grossi acquisti, facendo salire il titolo e incoraggiando il gregge (gli altri investitori, più piccoli e dispersi) ad acquistarlo. Ciò aumenta a valanga il valore del titolo. A questo punto gli speculatori potrebbero già vendere il titolo ed incassare il surplus.

 

 

Ma, poiché la loro uscita provocherebbe un processo a valanga contrario, essi, sulla base di questa forza contrattuale, cercano di ricattare l’azienda o l’istituzione che fa capo a quel titolo, per ottenere dei vantaggi aggiuntivi o per condizionarne la politica, diventandone maggioranza azionaria. Se ciò non riesce, essi vendono il titolo e, seguiti dal gregge, ne riducono il valore. Alla fine il ciclo potrebbe tranquillamente ripartire daccapo. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a fare incetta di titoli ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Nel caso dei titoli del debito italiano, gli speculatori, dando il primo colpo, hanno scatenato l’effetto valanga e deprezzato il valore di questi titoli di modo che, nel momento in cui lo Stato indebitato è costretto a vendere i propri gioielli di famiglia (parti del territorio o azioni di aziende che producono beni o servizi essenziali) essi possono acquistarli a prezzi stracciati (sempre che, come nel nostro caso, all’aumento dello spread tra titoli di Stato si aggiunga un forte prolungato calo di Borsa) ed aumentare così il loro potere.  I primi che hanno venduto sono i principali investitori istituzionali: nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank ha ridotto dell’80% la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, riducendo il proprio portafoglio di titoli da 8 mld di euro della fine del 2010 a 997 mln di euro di oggi. Fumagalli dice poi che, dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, in seguito al piano europeo di intervento straordinario a sostegno della Grecia, il recupero sia stato tale da garantire plusvalenze record, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della Federal Reserve americana.  Canale ipotizza una strumentalizzazione dei mercati finanziari da parte dei paesi forti dell’euro che intervengono in aiuto dei paesi periferici indebitati solo quando si teme l’effetto contagio: una strategia che si sta rivelando in realtà molto azzardata. Infatti gli speculatori sono pronti a scatenare nuove offensive non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del gregge (soprannominato anche “parco buoi”) ed è inevitabile che tali notizie emergano. Infatti le grandezze di flusso (reddito e prodotto nazionale) non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso e dunque non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi. Il raggiungimento del bilancio in pareggio per Fumagalli non interessa agli speculatori. Ciò che interessa è che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Il problema sta nell’enorme ed inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello delle capacità produttive. È questo secondo stock, detenuto dal gregge per motivi cautelari o pensionistici, quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di crisi di fiducia. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori dispersi di questo stock di ricchezza (il gregge) che, in assenza di politiche e di garanzia credibili, moltiplicano gli effetti e le manovre speculative e le premiano. Inoltre, acquistando le azioni delle agenzie di valutazione, questi speculatori non hanno neanche bisogno di vendere inizialmente quantità considerevoli di un titolo. Infatti, in questo caso, basta anche una vendita di piccole quantità, seguita o preceduta da un report ovviamente interessato dell’agenzia di valutazione di cui essi sono in parte proprietari. L’effetto valanga, più che dalla consistente vendita iniziale, viene garantito dall’effetto annuncio dell’agenzia di valutazione. Per Fumagalli le società di rating hanno l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia ed è difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e l’inizio della sua perdita di valore. Inoltre secondo Sergio Bruno, per operare tali manovre, i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione di fondi totali che essi mobilitano in quanto i fondi propri sono moltiplicati i 10-20 volte da una leva finanziaria notevole, assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.

 

 

 


26 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il documento Epifani sulla crisi dei subprime

Prima di esaminare i fattori di questa crisi del debito pubblico degli Stati nazionali che in questo momento sta toccando l’Italia, è necessaria partire da uno dei passi iniziali del Documento Epifani che è risultato maggioritario nel congresso della Cgil del 2010.

 In questo documento si recita “ la Cgil ritiene che uno dei fattori fondamentali di questa crisi (ci si riferisce alla crisi mondiale dei subprime) consista nella crescita di disuguaglianze nei paesi ricchi, nello spostamento di quote crescenti di reddito dai salari ai profitti e da questi agli investimenti finanziari, mentre nei paesi in via di sviluppo siamo di fronte alla scelta di contenere la domanda interna. Così si determinano surplus finanziari sempre più grandi e sottratti alla domanda globale”.

Da questo passo si desume che per la Cgil (e non solo per la sua componente di minoranza) la crisi mondiale non era solo una crisi finanziaria che solo dopo si è riversata sull’economia reale, ma aveva i suoi presupposti nell’economia reale stessa e cioè in una iniqua distribuzione del reddito, distribuzione che privilegiava i profitti e depotenziava i salari.

 

 

Questa tesi era già condivisa dalla maggior parte degli economisti che criticavano il mainstream, ma anche da economisti come Paolo Sylos-Labini che dal 2002 aveva previsto una crisi derivante dalla bolla dei debiti privati negli Usa, bolla della quale una delle cause era appunto una cattiva distribuzione del reddito. Questa tesi viene ribadita anche da economisti e pubblicisti ortodossi, sia pure tra le righe (si vedano i saggi di Roubini, Onado, Garimberti e Rampini). Gli economisti schumpeteriani traducono questa crisi basata sull’insufficienza della domanda aggregata in una crisi  che ha tutti i caratteri della classica recessione in cui l’euforia finanziaria basata sulla prolungata espansione fondata sul grappolo delle innovazioni digitali ha infine incontrato il moloch della sovracapacità produttiva ed è crollata nel vortice tipico dei processi di deleveraging (Antonelli). Sergio Bruno sostiene che l’uso sbagliato  di una moneta nazionale (il dollaro Usa) come moneta di riserva e come mezzo di pagamento internazionale, anziché alimentare una maggiore domanda di merci ha provocato l’accumulo di risparmio sottoforma di stock di ricchezza relativamente liquidi. Oggi questi stock sono il nucleo forte degli investimenti speculativi, incrementati anche da una tendenza ad una formazione di risparmio monetario in eccesso rispetto a quanto usato per finanziare gli investimenti per crescita ed innovazione (questi sono in relativo declino). Il tutto costituisce il combustibile che propaga l’incendio innescato dagli speculatori professionali. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della Terra è per Fumagalli tale che l’accesso a porzioni sempre descrescenti di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e discorsivi che gli stessi mercati finanziari generano.

Si tratta comunque di teorie che si possono integrare tra di loro (la tesi della sovracapacità produttività si innesta facilmente nella tradizione marxista, e così pure la tesi dell’accumulo di risparmio in forma liquida).

 

Dunque, per affrontare il problema della crisi del debito pubblico, bisogna seguire tre processi che hanno riguardato l’economia mondiale e nostrana:

1.      Il decorso della crisi mondiale dei subprime

2.      Il vertiginoso aumento dei prezzi del petrolio e delle derrate alimentari dal 2000 al 2008.

3.      L’evoluzione del debito pubblico italiano dagli anni ’70 ad oggi.

4.      L’unificazione europea e le alterne vicende della UE.

Questi processi si sono tra di loro sovrapposti ed hanno portato l’Europa e l’Italia in questa difficile situazione.

 


20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


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