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17 luglio 2005

Un G8 fuori dalla storia

GLENEAGLES
Un G8 obsoleto tradisce i poveri
ANTONIO TRICARICO
Cala il sipario sul circo del G8, che al costo di cento milioni di sterline ha invaso per tre giorni il campo da golf di Gleneagles. Tony Blair ammette che il comunicato finale del vertice ed i relativi piani di azione non relegheranno oggi la povertà nella storia, forse lo faranno nei prossimi anni se però tutti gli impegni enunciati saranno rispettati. Di fronte alla sensazione dilagante di attese tradite, Blair ha chiesto questa volta agli altri leader di firmare gli impegni scozzesi di fronte alle telecamere. Ma il G8 ha una tradizione lunga di promesse non rispettate quando si tratta di fare qualcosa per i più poveri del mondo o per proteggere l'ambiente globale. La società civile che sabato scorso aveva riempito oltre le aspettative le strade di Edimburgo condanna quasi unanimemente il fallimento del vertice rispetto alle attese gonfiate a dismisura da un governo inglese sempre più in difficoltà nei negoziati degli ultimi giorni. A poco è servito lasciare aperto il testo fino all'ultima riunione dei capi di stato prima di pranzo. Fuori dal coro la solita Oxfam, troppo vicina a Downing Street per bollare chiaramente gli sforzi di Blair, e Bob Geldof e Bono, che stonano sonoramente con la loro retorica conta dei bambini che saranno salvati dal verdetto magnanimo degli otto grandi. I due cantanti addirittura sognano che la liberalizzazione ingiusta del commercio d'ora in poi non sia più imposta ai paesi poveri. Il testo licenziato dal G8 è lungo come non mai. Ben 43 pagine di belle parole con pochi impegni concreti, nascosti in annessi alquanto confusi. Alla fine il G8 si rincompatta soltanto di fronte al ricatto terrorista che ha messo in ginocchio Londra, ma nessuna delle questioni sostanziali in agenda trova un accordo che possa essere definito storico.

Oltre a ribadire il poco da destinare ai paesi colpiti dallo tsunami, nel comunicato finale compare la cifra di 50 miliardi di dollari di aumento degli aiuti allo sviluppo, di cui metà per la povera Africa, entro il 2010. Più che senza precedenti, la decisione ricicla quasi tutti gli impegni già presi, aggiungendo poche briciole. Circa 25 miliardi erano già stati promessi dall'intera comunità internazionale, inclusi gli Usa, alla Conferenza Onu di Monterrey nel marzo 2002, allorché ci si era dichiarati d'accordo ad aumentare gli aiuti fino allo 0,39% del Pil entro la fine del 2006, nella prospettiva di raggiungere al 2015 l'obiettivo dello 0,7% disatteso negli ultimi trent'anni. Dal momento che il Pil delle economie dei paesi ricchi cresce ogni anno, andrebbe effettuato un adeguamento costante delle risorse da destinare in valore assoluto agli aiuti allo sviluppo, che tra un lustro ammonterebbe a 10 miliardi di dollari. I rimanenti 15 miliardi sono in realtà quelli messi a disposizione negli ultimi mesi da Bush per i paesi filo-americani dell'Africa, dal Giappone per oliare le relazioni asiatiche e dall'Unione Europea per raggiungere lo 0,51% del Pil entro il 2010, nonostante le riserve italo-tedesche. In ogni caso nei prossimi tre anni l'aiuto allo sviluppo europeo sarà gonfiato virtualmente di circa il 20%. Questo perché sarà considerata per il conteggio totale anche la cancellazione del debito iracheno accumulato da Saddam Hussein, superiore a 30 miliardi di euro.

Il fallimento è totale per il lancio di forme innovative di finanziamento dello sviluppo, di cui si è a lungo discusso, demandando l'argomento ad ulteriori studi. La proposta franco-tedesca di istituire meccanismi di tassazione globale, quali una tassa sui biglietti aerei, è stata rigettata dagli altri leader, mentre l'idea di Gordon Brown di racimolare risorse aggiuntive tramite l'emissione di titoli obbligazionari da parte dei governi dei paesi ricchi sui mercati finanziari, da rimborsare in dieci anni, non è decollata neanche nella forma pilota per il finanziamento dei vaccini per l'immunizzazione contro le malattie endemiche in Africa. Al riguardo si confermano vecchi impegni non mantenuti sin dal G8 di Genova.

Sulla cancellazione del debito, il G8 si è limitato a ratificare l'accordo di Londra dello scorso giugno per una potenziale riduzione del debito dei 18 paesi più poveri. Altri nove paesi potranno forse beneficiare di questo piano se saranno bravi ad attuare le solite ricette di aggiustamento strutturale, che negli ultimi due decenni hanno solo aumentato la povertà. I leader del G8 non hanno affatto chiarito come finanziare la cancellazione con nuove risorse, con il rischio che a settembre Banca mondiale e Fondo monetario non ratifichino tale decisione.

Ancora una volta il G8 si rifiuta di modificare le regole del commercio internazionale a vantaggio dei paesi più poveri. Si chiede che il prossimo dicembre ad Hong Kong la Wto concluda il suo lavoro con una liberalizzazione a fondo di tutti i mercati, poco conta se i paesi poveri non la vogliono. Manca come sempre, però, una data per l'eliminazione dei sussidi per l'export agricolo di Unione Europea e Stati Uniti, che causano dumping proprio nei paesi più poveri. Si promette un'ironica assistenza tecnica intrisa di conflitto d'interessi ai paesi poveri per seguire meglio i negoziati ed attuare le riforme commerciali necessarie ad entrare nei mercati globali. Ma sull'accesso agevolato per alcuni prodotti dei paesi più poveri si ricordano impegni già presi in via bilaterale.

Grossa infine l'ambiguità sul clima. La sospirata tregua con Bush, che riconosce di dover iniziare prima o poi a ridurre le emissioni di gas serra che riscaldano il pianeta, senza dire quanto e come, apre la strada ad una soluzione futura diversa dal protocollo di Kyoto. Il dialogo che Blair inizierà con le potenze emergenti del Sud del mondo rischia di oscurare le responsabilità del principale inquinatore del pianeta. Più importante chiedere ai paesi poveri ma ricchi di petrolio di pompare più greggio sui mercati per diminuire il prezzo del petrolio. Davvero difficile non parlare di fallimento e di un G8 ormai fuori dalla storia.

CRBM/Mani Tese





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17 luglio 2005

Intervista ad un deputato laburista

INTERVISTA
«La politica estera inglese è tutta da rifare»
Il deputato George Galloway, cacciato dal Labour da Blair: «Il premier è un irresponsabile»
NICOLA SCEVOLA
LONDRA
«Se noi bombardiamo gli altri, gli altri continueranno a bombardare noi». Mesi fa George Galloway è stato cacciato dal partito laburista per aver criticato Tony Blair e la sua politica in Iraq. Dopo aver fondato il suo partito strappando ai laburisti una roccaforte storica nelle ultime elezioni, Galloway è ancor più convinto delle sue opinioni ed è pronto a spiegarle al manifesto: «L'unico modo per spezzare questo ciclo di violenza è tirarci fuori dal pasticcio di politica estera in cui Blair e Bush ci hanno cacciato. Nel suo intervento da Gleaneagle subito dopo gli attentati, il primo ministro ha descritto le atrocità di ieri come una giustificazione per la sua guerra al terrorismo quando questa, invece, è proprio la causa dell'odio contro di noi. Se permettiamo che questi orrendi atti terroristici vengano usati per giustificare altre violenze da parte nostra, chiunque sia dietro queste atrocità cercherà nuovamente di uccidere e il ciclo di morte e distruzione continuerà».

Che differenza c'è tra quello che è successo ieri qui a Londra e quello che è successo mesi fa a Falluja?

Nessuna. Una persona uccisa da una bomba muore della stessa morte se viene uccisa qui, a Madrid, a Falluja o a Baghdad. Non esiste una giustificazione per la loro morte. Come non c'è differenza tra una guerra illegale basata su menzogne e l'orrendo atto terroristico avvenuto ieri.

Pensa che se le truppe straniere fossero ritirate dall'Afghanistan e dall'Iraq non ci sarebbero più attentati?

No. Ma allo stesso tempo, perpetrando le nostre politiche, continuiamo a mettere a repentaglio la vita dei nostri cittadini. Cambiando politica cominceremo a essere più sicuri.

Come si potrebbe dunque sconfiggere la minaccia terroristica?

Osama Bin Laden è un selvaggio oscurantista e sarebbe interamente isolato nel mondo musulmano se non ci fosse una riserva di odio tra la gente che lui può sfruttare. Bin Laden non sarà mai un uomo di pace, ma se non ci fosse questo lago d'odio - usando una metafore di Mao - Bin Laden diventerebbe un pesce fuor d'acqua e finirebbe con l'asciugarsi e morire. Visto, però, che noi continuiamo ad alimentare questo lago con il sangue, Bin Laden continua ad avere un posto dove nuotare.

Si potrebbe mai applicare le lezioni imparate con l'Ira e cominciare a negoziare con i terroristi?

No, non c'è possibilità di negoziare con Al Qaeda. Quello che dobbiamo fare è asciugare il lago in cui Al Qaeda nuota. E allora Bin Laden diventerà come una balena arenata. Per fare ciò dobbiamo risolvere la questione palestinese, l'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan e togliere il nostro supporto ai regimi corrotti al potere in gran parte dei paesi musulmani. Così Bin Laden sarà fermato. Come successe all'Ira, rimasta violenta e piena di odio, ma senza seguito.

Cosa pensa del fatto che, subito prima degli attentati, i servizi segreti britannici avevano abbassato il livello di allerta?

Non critico i servizi segreti, non credo che siano colpevoli. Sono i politici a essere colpevoli per quello che è successo. L'intelligence ci aveva espressamente avvertito dei rischi di andare in guerra.

Ieri e oggi qual è stata la sua impressione camminando per le vie di Londra?

Che i londinesi stanno pagando un prezzo altissimo per la speciale relazione che lega Tony Blair a George Bush. Ieri ho provato grande rabbia, perché mi è parso che tutto ciò che il movimento contro la guerra aveva previsto si sia avverato. Avevamo detto che in Iraq non c'erano armi di distruzione di massa, che non c'era Al Qaeda e che non saremmo stati ben accolti. Avevamo detto che il mondo sarebbe diventato più insicuro e anche su questo ieri si è visto che avevamo ragione. Per questo ho provato rabbia. A parte questo, per le strade ho visto la grandezza della gente di quest'isola. Ho sentito la volontà stoica di comportarsi normalmente e continuare con la propria vita.








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17 luglio 2005

Ginnastica

Ogni mattina mi sveglio e tocco duecento volte le punte delle mie scarpe
Poi mi alzo dal letto e me le infilo.
(Max greggio)




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17 luglio 2005

Notte!

Ma perchè a notte inoltrata non si vuole andare a dormire?
La vertigine della necessità?
Il gusto di sdoppiarsi, il voler vegliare sulla propria stanchezza?
Una lucidità livida?
Uno sguardo di sguincio su se stessi?




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17 luglio 2005

Report da Nablus

Nablus, 15 luglio 2005

Negli ultimi giorni sono successe un po' di cose, e credo che sia tardi per
raccontarvele come notizie. Ci hanno pensato i media, le mille liste sulla
palestina, i report di altr* presidianti piu' efficienti di me. Io in questi
giorni indulgo nella passivita' che ben si addice a chi, priva di passaporto e
di visto, tanto non ha il diritto di fare niente, ed e' meglio non non si faccia
venire voglie infondate, come andare a spasso.
Martedi' c'e' stato un attentato a Netanya. L'ho saputo mentre mi godevo il
fresco del tramonto sul mio tetto. Palestina-Israele e' un paese piccolissimo,
ma la frammentazione microscopica del teritorio e dei movimenti, e il veleno
razzista dell'occupazione fanno disastri tra tutt*, mica solo tra i locali. Tre
morti a Netanya (20 km dal mio tetto) mi sembrano una cosa lontana come la luna.
Una cosa con cui non ho nessun contatto. Si muore a qualche centinaia di metri
da casa mia, difficile mantenere il cuore aperto alla sofferenza del mondo.
Povera gente, penso per un istante. Ma poi subito cerchiamo di capire da dove
venisse l'attentatore, dove andra' la rappresaglia. A Tulkarem, e anche questo
l'avete saputo, non c'e' bisogno che ve ne parli.

Ma se noi ci siamo un po' innervosit* al campo profughi di Balata erano
legittimamente terrorizzat*. Ora loro sapevano bene che in serata nessun ragazzo
mancava all'appello, che dunque l'attentatore non era uno di li', ma non
sapevano se lo sapevano gli israeliani. Non e' una svista, uso apposta questa
espressione politicamente scorretta, gli israeliani. Lo sanno gli israeliani che
non e' qui che devono venire a uccidere per rappresaglia? a distruggere una casa
per rappresaglia? a seminare rigogliose piantine di odio per il prossimo
raccolto di sangue? Questi sono i pensieri della gente di Balata, quando scoppia
un bomba a Netanya. Nel dubbio hanno chiesto a quegli e quelle internazionali
che nel pomeriggio erano al campo per corsi e attivita' di fermarsi a dormire
li'. Ora io mi immagino che voi da casa penserete che bisogna avere particolari
doti di coraggio o di incoscienza per accettare. Ma e' tutto molto piu' banale.
Stai in un posto, ci lavori, parli con la gente, e' parte del tuo quotidiano. Ti
chiedono di fermarti, ti fermi. Non e' una cosa da supereroi, e' una reazione
normale.
Cosi' vi posso raccontare (di seconda mano, io senza passaporto non servo a
niente) un po' cosa succede a Balata quando ci si aspetta una rappresaglia. Chi
fa resistenza nonviolenta, internazionali e palestinesi, si deve dare alcune
regole. In caso di invasione si esce in strada solo fino a mezzanotte. Infatti
solo fino a quell'ora ci sono civili fuori. Dopo c'è il coprifuoco del campo: in
strada ci sono solo miliziani armati. Sono affari tra adulti consenzienti i loro
con l'esercito occupante, affari in cui i e le volontarie non si mescolano:
inutile e pericolosissimo. Ma se i soldati entrano prima di mezzanotte si va in
strada, si cerca di bloccare l'ingresso al campo con una sorta di ricatto. Se
vuoi entrare qui devi attaccare civili disarmati con passaporti buoni in tasca,
americani, europei, "bianchi" insomma. Pare che a volte abbia dato qualche
risultato. Io stento a crederci. Un po' di gas e la strada e' libera, secondo
me, ma non voglio essere disfattista. Una volta che i soldati sono dentro e'
necessario assistere (cioe' coprire) il personale medico e paramedico, fare
interposizione tra militari e civili (gente che torna a casa e bambini che
tirano pietre), e proteggere le case. E con le case si mette in atto un ricatto
che mi sembra invece piu' efficace. Quando si puo' prevedere quale sara' la casa
da abbattere, se la famiglia che la abita accetta, chi (tra gli e le straniere
ovviamente) se la sente entra dentro, oppure, ancora meglio, si incatena fuori.
Prima che i soldati arrivino vengono avvertiti consolati e ambasciate, che hanno
il dovere di avvertire a loro volta immediatamente i militari e diffidarli da
fare alcuna azione che metta in pericolo l'incolumita' dei cittadini stranieri.
Pare funzioni, almeno se non riescono a portarti via. E questa strategia mi pare
piu' convincente. Si chiede di farlo ai volontari di breve termine, perche'
arresto e espulsione sono quasi garantiti. E anche l'odio imperituro del tuo
consolato, che non ti vorra mai piu' neppure sentire nominare. La casa di una
famiglia in cambio di un volo a casa. In molt* accettano e non mi stupisce.
Tutti questi scenari, queste opzioni, queste scelte vengono discusse ore prima
con calma e attenzione. Nessun* deve subire pressioni, e' fondamentale che la
scelta su cosa fare e dove stare sia assunta in maniera completamente serena e
responsabile. Compatibilmente.
Dopo tutta questa discussione l'esercito e' andato a Tulkarem. Un 15 di Km da
qui. Non credo di essere l'unica ad avere tirato un'osceno, indecente,
mostruoso, sospiro di sollievo.

Ma pare che la guerra contro i militanti della jihad islamiya, che ha
rivendicato l'attentato, sia solo iniziata. Mercoledi' sera l'aereo da
ricognizione rimbombava nelle nostre teste. Un'operazione "pulita", l'omicidio
di un ricercato (brigate di al aksa), mentre si trovava nella casa di una
giornalista britannica, nella strada elegante, quella dei negozi e dei
ristoranti. Omicidi mirati, esecuzioni extragiudiziarie, democrazia del
medioriente in azione. Non so nulla del morto. Solo che tra tre giorni si doveva
sposare, che non vuole dire assolutamente niente. Forse sarebbe stato un pessimo
marito, forse invece no, chi lo sa. E' il brutto della pena di morte, no? Non
lascia spazio al dubbio e all'incertezza. Ora non si sposa piu'. Khalas, fine
del dibattito se era bravo o cattivo.

Qualche ora prima noi eravamo ad un concerto all'universita', dove c'era tutta
l'alta borghesia di Nablus e in conseguenza la piu' bassa concentrazione di
donne velate che abbia mai visto qui. Canzoni piene di pathos sulla resistenza,
i martiri e Gerusalemme Citta' Santa per ogni Palestinese. Io non riuscivo a
concentrarmi ne' a godermi la musica, ossessionata come ero da due fortissimi
desideri: radere al suolo Gerusalemme, nel cui nome la gente muore e uccide, e
mandare le due artiste (pianoforte e voce, una roba molto chic) e tutto il
pubblico in gita premio a Balata, anche solo per una notte.
Lo so, e' un report sgangherato. Verrano tempi migliori.

Ruby
Presidio di pace a Nablus  - http://assopace.blog.tiscali.it/
Associazione per la Pace - www.assopace.org
Napoli_Nablus – nablus.splinder.com




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16 luglio 2005

Picasso

I quarant'anni sono quell'età in cui ci si sente finalmente giovani
Ma è troppo tardi




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16 luglio 2005

Goethe sulla riflessione su di sè

Se l'uomo si mette a riflettere sul proprio fisico o sul proprio morale
scopre quasi sempre di essere malato




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16 luglio 2005

Contro la previdenza integrativa

TFR, I QUATTRO NO ALLA RIFORMA
Previdenza integrativa: inefficace e iniqua. Costa troppo ed è rischiosa
ANGELO MARANO
E' in dirittura d'arrivo il decreto legislativo che introdurrà il passaggio del Tfr ai fondi pensione via silenzio-assenso. I lavoratori dipendenti avranno sei mesi di tempo per esplicitare il loro no; altrimenti il Tfr che matureranno da gennaio verrà automaticamente versato alla previdenza privata. Coloro che diranno no potranno comunque ripensarci in un secondo momento, mentre la rinuncia al Tfr sarà irreversibile. Nelle bozze anticipate emergono parecchi punti discutibili: dalla tassazione di favore per le pensioni private, laddove sulle pensioni pubbliche si paga la normale imposta sul reddito, all'equiparazione di fondi negoziali, fondi aperti e polizze assicurative, pur a fronte di perduranti differenze nei costi, nella trasparenza, nelle garanzie offerte agli aderenti. Ma è soprattutto la scelta di fondo a favore della previdenza integrativa che deve essere rimessa in discussione. Perché ad un problema vero, l'inadeguatezza delle pensioni future, si dà una risposta, la previdenza privata, del tutto inadeguata. Al popolo che chiede pane si propongono (a sue spese) al più salatissime brioches. Partiamo dal problema vero. Le pensioni pubbliche risulteranno, per i lavoratori più giovani, di molto inferiori alle attuali. Ci sarà innanzitutto un peggioramento netto e improvviso attorno al 2020, quando inizieranno a ritirarsi coloro che avevano meno di 18 anni di contributi nel 1995: i nuovi pensionati vedranno la propria pensione calcolata per la maggior parte con la nuova formula contributiva, molto meno favorevole, col risultato di pensioni più basse del 20-30% per i dipendenti, del 40-50% per gli autonomi. La situazione si aggraverà negli anni successivi, mano a mano che la nuova formula contributiva verrà estesa a tutta la carriera lavorativa: nel 2040 la pensione pubblica assicurerà ad un dipendente con 35-40 anni di carriera appena il 50-60% del salario al momento del pensionamento, ad un autonomo il 30-40%.

Nei fatti la situazione risulterà probabilmente ancora peggiore. Da un lato le pensioni sono ormai indicizzate ai soli prezzi, non anche ai salari, dunque il pensionato sperimenta dopo il ritiro un progressivo impoverimento rispetto al resto della popolazione. Dall'altro, anche andando in pensione più tardi, risulterà sempre più difficile maturare 35-40 anni di contribuzione: aumenta infatti l'età media di ingresso nel mercato del lavoro, mentre la «flessibilità» attuale implica lunghi periodi di lavoro a contribuzione ridotta (cococo, cocopro, ecc...), quando non addirittura di inattività.

Insomma, è probabile che dal 2020 il livello troppo basso delle pensioni diventerà un'emergenza nazionale. Vedremo moltiplicarsi i «vecchi» che non ce la fanno ad assicurarsi i beni primari. Se l'adeguatezza delle pensioni future è problema vero, la soluzione previdenziale integrativa proposta è però inefficace, iniqua, rischiosa e costosa.

Inefficace perché non è in grado di assicurare prestazioni adeguate proprio a coloro che più ne avranno bisogno, ovvero i lavoratori precari e a basso reddito, che non possono permettersi di pagare i relativi contributi o, se provano a farlo, sono costretti a smettere dopo qualche anno, con conseguenti penali che erodono buona parte del capitale accumulato. Inefficace perché coloro che potranno permettersela (i settori più benestanti del lavoro autonomo) non faranno altro che destinare alla previdenza integrativa risparmi che già detengono sotto altre forme, al solo scopo di sfruttare i vantaggi fiscali. Inefficace: i dipendenti che rinunceranno al Tfr si troveranno, estremizzando, con una pensione integrativa in più ma senza casa di proprietà.

Iniqua, la previdenza privata: chi può permettersela e sfruttarne i vantaggi fiscali sono solo i ricchi e i settori più tutelati del lavoro dipendente. Il sistema fiscale e previdenziale diventa regressivo: i ricchi pagano meno tasse e hanno pensioni più alte (tassate molto favorevolmente); i poveri non riescono a beneficiare degli sgravi fiscali quando lavorano e per giunta, quando non lavorano più, ricevono pensioni più basse ed interamente tassate.

Rischiosa, la previdenza privata, perché gli andamenti ballerini dei mercati finanziari rendono le pensioni integrative un terno al lotto. Un rischio che ricade interamente sul lavoratore: è lui che ci guadagna o rimette, assicurazioni, banche e fondi pensione hanno rischio zero. Così una pensione integrativa potrà essere alta o bassa a seconda dell'andamento dei mercati borsistici, dei tassi di interesse, del tasso di inflazione nei prossimi venti o trent'anni. Di fatto, l'esperienza recente, così come quella di tutto il `900, mostra miriadi di casi nei quali i lavoratori hanno perso praticamente tutto, a causa di guerre, inflazione, crolli dei mercati azionari, crisi economica.

Costosa, la previdenza privata, perché costa, e molto, far gestire le risorse dei fondi pensione da banche e assicurazioni, le uniche a guadagnarci in ogni caso. Costosa perché non potrà offrire rendimenti sostanzialmente più elevati della previdenza pubblica. Sarebbe più conveniente riformare il sistema pubblico per continuare a garantire prestazioni dignitose, come in Francia, integrando le entrate contributive con risorse aggiuntive quali la carbon tax o un fondo di riserva.

Ancora, costosa perché la previdenza privata richiede ingenti risorse pubbliche. 150 milioni sono già stanziati per la previdenza dei dipendenti pubblici. 200 milioni per il 2006 e 530 milioni l'anno dal 2007 sono stati destinati a compensare le aziende della mancata gestione del Tfr. Infine, le minori entrate fiscali. Già oggi lo Stato rinuncia a tassare i circa 5 miliardi di contributi alla previdenza integrativa: solo in minima parte verranno compensati da maggiori future entrate fiscali; se col silenzio assenso i contributi alla previdenza integrativa diventassero 15 o 20 miliardi la spesa fiscale triplicherebbe.

Si tratta di un onere che potrà essere fra i 2 e i 4 miliardi di euro l'anno. E' proprio questo il momento per giocare risorse così ingenti sulla ruota dei fondi pensione? Con un deficit ai livelli attuali, con la necessità di rilanciare l'economia realizzando quegli interventi (trasporti pubblici, casa, ricerca, asili...) per troppo tempo rimandati, non sarebbe opportuno puntare su ben altro?




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16 luglio 2005

La Fiom in Romania

La Fiom in missione a Bucarest
Tenaris Dalmine acquista tre aziende in Romania. I cigiellini fanno conoscenza con i sindacati locali


La multinazionale emigra a Est. La Fiom bergamasca in avanscoperta: visita gli stabilimenti e firma il primo documento congiunto con i colleghi di Metarom

MANUELA CARTOSIO
MILANO
L'incontro a Bucarest è cominciato con una secchiata d'acqua gelata: «Che rapporti ci sono tra la Cgil e il Partito comunista?». Questa la domanda preliminare rivolta da Aurel Radi - presidente di Metarom, uno dei sindacati metalmeccanici romeni - ai «colleghi» della Fiom lombarda. Gli hanno dovuto spiegare che «il» Partito comunista in Italia non esiste più da un pezzo. La multinazionale argentina Tenaris, padrona della Dalmine, ha acquistato di recente tre aziende in Romania. Renato Bonati (Fiom lombarda), Mirco Rota (Fiom Bergamo) e tre delegati della Tenaris Dalmine sono andati in Romania per visitare gli impianti e, soprattutto, per prendere contatto con i sindacati locali. Per la Fiom una missione pionieriristica, mentre la Fim - su cui non grava l'ombra del «comunismo» - vanta rapporti consolidati con i sindacati dei paesi dell'ex impero sovietico. Il viaggio ha prodotto un documento congiunto in cui Fiom e Metarom chiedono a Tenaris un incontro annuale per essere informate sulle strategie del gruppo. «Basta compartimenti stagni», dice Renato Bonati, «vogliamo sapere cosa fa Tenaris in Romania e viceversa». E soprattutto, «basta comportarsi in un modo in Italia e agire con più spregiudicatezza nei paesi dell'Est».

Le tre aziende rilevate da Tenaris sono Tubinox, Silcotub e Donasid. L'unica in attività è la Silcotub di Zalau, in Transilvania, con 1.300 dipendenti (900 tesserati a Metarom). La Donasid di Calarasi (nel Sud della Romania, in riva al Danubio) è un rimasuglio di uno dei cinque kombinat siderurgici dell'epoca Ceacescu. Fino all'89 ci lavoravano 7 mila persone. Ne sono rimaste 400 che riprenderano il lavoro a breve, produrranno l'acciaio che Silcotub trasformerà in tubi. Ferma anche la Tubinox (130 dipendenti a Bucarest) che Tenaris ha dovuto accollarsi per acquisire Silcotub.Mettendo un piede in Romania, Tenaris intende presidiare tutto l'Est europeo, mercato interessante soprattutto per i tubi per le trivellazioni petrolifere. Gli stabilimenti romeni - afferma la multinazionale - non «ruberanno» lavoro alla Dalmine in Italia, entreranno «in «sinergia». Non sembra la solita palla per mascherare una delocalizzazione. La capacità produttiva e la centrale a turbogas che Tenaris sta costruendo a Dalmine «tranquillizzano» i sindacati italiani.

Resta il fatto, però, che un operaio romeno guadagna 120 euro al mese. E il basso costo del lavoro non è l'unica «attrattativa» per una multinazionale, dice Mirco Rota, segretario della Fiom di Bergamo. «Spogliatoi e servizi igienici fanno schifo; la mensa, dove c'è, costa 2 euro e non ci va nessuno; rispetto per l'ambiente zero, finisce tutto nel Danubio; nessuna attenzione per la sicurezza». I romeni «si sentono» molto europei, non vogliono essere «paragonati» agli argentini: «noi siamo più istruiti», dicono. Però non sanno cos'è l'amianto, che va messo al bando per entrare nella Ue. Nonostante la vittoria dei no in Francia e Olanda sia una pesante ipoteca sull'allargamento a Est, i romeni continuano a credere che nel 2007 la Ue spalancherà loro le porte.

«Più multinazionali vengono in Romania, meglio è». Il ritornello ha accompagnato i sindacalisti della Fiom per tutto il viaggio ed è più che fondato, ammette Rota. «Sembra un paese uscito da una guerra, gli impianti industriali sono ferraglia che va in malora. La disoccupazione è di certo più alta del 15% dichiarato ufficialmente. Se non arrivano capitali da fuori, posti di lavoro non se ne creano». L'arrivo di Tenaris dà ovviamente più garanzie di stabilità dei piccoli imprenditori «veneti» che hanno «occupato» la provincia di Timosoara e che ora la stanno abbandonando per inseguire un costo del lavoro sempre più basso e sempre più a Est. Peggio ancora hanno fatto gli «imprenditori» (chiamiamoli così) italiani che hanno disboscato mezza Romania per vendere legno pregiato. «Puro e semplice capitalismo di rapina».





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16 luglio 2005

Le fonderie

INTERVISTA
Fonderie ai ferri corti
Crisi Cina e costo dell'energia sono i due nemici delle fonderie italiane. Parola di Emilio Cremona, presidente dell'Assofond. «In Italia il costo dell'energia è tra i più elevati d'Europa. Supera del 30% quello di Francia e Germania». «Oggi nel settore delle fonderie la Cina è in grado di competere con l'Europa con costi inferiori del 30/40%. E' una situazione insopportabile per le imprese italiane».
BRUNO PERINI
Una volta erano considerate gironi dell'inferno, luoghi di dannazione, dove si coltivavano le peggiori malattie sul lavoro. Oggi, a seguito di un trend inarrestabile, la forza lavoro viene progressivamente sostituita dalla tecnologie e le fonderie, (10,2 miliardi di euro di fatturato, 40.000 addetti, 350 aziende come clienti), diventano enormi capannoni dominati dalle macchine, ma dove paradossalmente cresce la crisi di competitività e diminuisce l'occupazione. Il primo segnale di preoccupazione arriva dalla congiuntura ma tutti guardano anche al ridimensionamento complessivo del settore. Il discreto trend di crescita del 2004, ad esempio, non ha trovato continuità nell'ultima parte dell'anno e nemmeno nel corso dei primi quattro mesi del 2005. A partire da febbraio si sono verificati poi ulteriori cedimenti nell'attività i cui risultati denunciano un diffuso peggioramento nell'ambito della produzione di getti ferrosi (-3%), accompagnato da un cedimento anche in termini di fatturato. Le cause, dicono gli esperti, sono di diversa natura ma vanno tutti in una direzione negativa: il rafforzarsi dell'euro sul dollaro, il costo crescente dell'energia, la crisi dell'auto. E, immancabile, l'ombra della Cina che incombe anche sulle fonderie. Ne abbiamo parlato con Emilio Cremona, imprenditore e presidente dell'Assofond, l'associazione che riunisce le aziende del settore fonderie. Prima di soffermarsi sulla crisi che agita i sonni dei principali protagonisti di questo comparto metalmeccanico il dottor Cremona ci tiene a chiarire un punto «Guardi che le fonderie non sono più l'inferno di una volta. Vorrei tanto che le scuole organizzassero visite guidate nelle fonderie italiane e ci si renderebbe conto di quanto siano cambiate le cose negli ultimi decenni. Oggi i processi produttivi più a rischio sono fatti dalle macchine

D'accordo. Ma questo non mi pare risolva la questione della bassa competitività delle fonderie italiane. Non si inalberi se le dico questo ma non le pare che la competitività dipenda anche dalla capacità di innovazione degli impreditori? O sbaglio?

Non sbaglia affatto. Ma se c'è una cosa che gli imprenditori italiani nel settore delle fonderie non si possono rimproverare è di non aver fatto innovazione. Non scherziamo! Le fonderie italiane sono quelle che hanno speso di più nell'innovazione tecnologica e nella progettazione. Se riusciamo a stare sui mercati tedeschi significa che il nostro settore ha grosse chances. Il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha richiamato giustamente gli imprenditori alle loro responsabilità per affrontare la crisi economica che attanaglia l'Italia, ma per una volta in questo settore non possiamo rimproverarci granché

E allora di chi sono le responsabilità della crisi e della progressiva perdita di posizionamento del settore da lei rappresentato in Assofond?

Come per altri settori industriali uno degli ostacoli è la Cina. Grazie alla politica del suo governo la Cina ha un vantaggio competitivo enorme rispetto ad altri paesi europei. In che senso? Quel paese, che io rispetto e ammiro, ha dalla sua una programmazione governativa molto efficiente: il governo cinese prima decide se un settore è strategico e poi lo finanzia con la defiscalizzazione e altre forme di aiuto di Stato. Il problema dei paesi emergenti non è eludibile neppure per un settore come il nostro: la Cina controlla fonderie gigantesche che sono in grado di mettere sul mercato europeo prodotti simili ai nostri a costi del 30/40% in meno. Questo per noi è economicamente insopportabile. Tenga conto che non è sempre stato così. 5 anni fa un imprenditore cinese doveva comprare in Europa la materia prima portarla in Cina, lavorarla e riportare il prodotto in Europa. Oggi il processo si è accorciato e a costi sempre minori per quanto riguarda la manodopera e gli aiuti di Stato. La Cina, tra l'altro è il primo produttore di Coke, una materia strategica per la siderurgia. La conclusione? Semplice: alcuni grandi gruppi se vogliono sopravvivere devono entrare nel mercato cinese, se no è la fine

Dunque, come per il settore tessile, è tutta colpa della Cina se le cose vanno male?

No, per noi ci sono altri gravissimi problemi. Primo fra tutti quello dei costi. In Italia, tanto per farle un esempio tra i più drammatici per il nostro settore, l'energia costa il 30% in più rispetto alla Francia e alla Germania. E tenga conto che questi due paesi sono i nostri principali competitor. Mi dica lei come è possibile essere competitivi con un prezzo dell'energia così divaricato rispetto agli altri paesi europei

Quali sono le altre variabili di costo che influenzano il prezzo finale?

Il costo delle materie prime ha un peso molto forte, soprattutto con la rivalutazione dell'euro sul dollaro. Vi è poi un altro fattore che non possiamo trascurare: il costo dei rottami dipende da produttori stranieri. Fino a poco tempo fa avevamo la Lucchini, ma ora quell'azienda è passata ai russi e nella comunità degli affari la Russia è piuttosto inaffidabile

Lei mi diceva che c'è un terzo fattore che mette in difficoltà il settore delle fonderie in Italia

Certo, è la dimensione media del sistema delle nostre imprese. Come le dicevo, questo è un settore fatto da piccole e medie imprese familiari, con grande voglia di innovare ma con dimensioni che non rendono efficiente il sistema. La fonderia italiana è troppo piccola per poter competere con i colossi europei e orientali

Dai numeri dei vostri bilanci aziendali non sembra, tuttavia, che siate sull'orlo del baratro. Non è che state piangendo miseria per ottenere finanziamenti statali?

Le ripeto che in quanto a innovazione di processo e di progettazione noi abbiamo fatto la nostra parte. Vorremmo soltanto avere le stesse condizioni di mercato dei paesi low cost e un costo dell'energia minore. Lei mi chiede come mai riusciamo a sopravvivere: perché gli altri vanno peggio di noi. Con una redditività insufficiente e un aumento crescente dei costi. Questo non significa che siamo tranquilli e che possiamo dormire sereni. Al contrario: nel 2005 prevediamo una contrazione degli ordini del 10% e questo avrà un certo peso sulla redditività. Tenga conto che nel nostro settore non si può ragionare in termini di pura sopravvivenza, per la natura stessa della nostra produzione noi dobbiamo continuare a innovare altrimenti non riusciamo a garantire la continuità. Comunque, se lo vuole sapere, quello che davvero mi preoccupa è la progressiva riduzione dell'occupazione negli ultimi vent'anni. Se lei prende una tabella del settore se ne rende subito conto: nel 1980 le fonderie di ghisa occupavano 31.807 addetti, quelle di acciaio 6875. Nel 2004 gli addetti nelle fonderie di ghisa sono 14.400, mentre quelli dell'acciaio 2620. Sono cifre preoccupanti perché mostrano una brutta tendenza per un settore che può svolgere ancora un ruolo strategico nell'industria italiana.






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