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29 luglio 2005

Su Oriana Fallaci

GUERRA
A Occidente di Oriana
GUIDO VIALE
Non ho letto l'intera sequela degli scritti di Oriana Fallaci contro l'Islam e in difesa dell'ormai decaduta civiltà occidentale (il troppo stroppia) e concordo con Piero Ottone che, anche prima dell'ultimo saggio (Il nemico che trattiamo da amico, il Corriere della Sera, 16/7/2005) aveva sostenuto che quegli scritti non sono commentabili - non meritano commenti - perché non contengono argomentazioni, ma solo invettive. Essi però suscitano almeno due interrogativi: il primo riguarda il loro successo, sia tra il grande pubblico che tra un gruppo nutrito e in continua crescita di intellettuali, politici e giornalisti. Il secondo riguarda il «non detto» di questi scritti. Vale a dire: che cosa propone Oriana Fallaci? Le questioni sono tra loro connesse: il successo di quegli scritti dipende molto dal fatto che si fermano prima di tirare le conseguenze. Oriana Fallaci dà voce e veste - non certo «dignità» - letteraria a umori diffusi in una parte consistente del pubblico italiano, europeo, «occidentale»; umori che - in questo ha ragione - prima dei suoi interventi molti si sarebbero vergognati di palesare. Quali? Innanzitutto la paura del diverso e dello «straniero», acuita dalle dimensioni planetarie delle migrazioni messe in moto dalla globalizzazione del mercato del lavoro, dalla miseria e dalle guerre.
In secondo luogo la nostalgia di un'identità perduta; un'identità devastata dalla moltiplicazione dell'offerta di beni di consumo e dalla vacuità dei messaggi veicolati dai media. Poi la «rabbia» - è la malattia dei cani idrofobi - con cui Oriana Fallaci ha inteso contrassegnare la tonalità emotiva delle sue invettive, e che trova ampio riscontro nelle frustrazioni quotidiane di una vita sempre più agra imposta tanto a chi è privo di tutto quanto a chi ancora mantiene dei privilegi. Infine «l'orgoglio». Non è chiaro di che cosa sia orgogliosa Oriana Fallaci, che si vergogna della mollezza di quasi tutti i governanti e i governati della civiltà a cui sente di appartenere. Ma l'orgoglio è il segreto del suo successo: meno ci si sente considerati - e da tempo la considerazione e il rispetto riservati ai comuni cittadini stanno approssimandosi allo zero - più si persegue una rivalsa alla ricerca di qualcuno che «valga» meno di noi. E' il meccanismo fondamentale del razzismo: quello che per anni ha indotto i «bianchi poveri» degli Stati uniti del Sud a fare da punta di lancia della discriminazione razziale. Oriana Fallaci ha individuato questo «qualcuno» in un «mondo islamico» costruito a suo uso e consumo; e ad esso non lesina il suo disprezzo e aperte manifestazioni di schifo. Così insegna a tutti a essere razzisti «con orgoglio»: senza vergognarsi. Quanto al «che fare?», non è un caso che Oriana Fallaci non ne parli mai, nonostante il profluvio di parole di cui periodicamente ci inonda. A quel che fare? ha riservato un polemico accenno di sfuggita Eugenio Scalfari, quasi si trattasse solo di un paradosso: «arrestare tutti i musulmani residenti in Italia e buttarli a mare. Oppure, in alternativa, chiuderli in giganteschi ghetti da dove potrebbero uscire soltanto sotto scorta per andare a lavorare. Probabilmente Oriana Fallaci e qualche suo sodale plaudirebbero a una politica di questo genere» (la Repubblica, 17.07.05). Ma è un argomento che merita più attenzione.

L'ultima esternazione di Oriana Fallaci può essere sintetizzata in questi termini: 1) siamo (chi?) in guerra; 2) la guerra è contro l'Islam: in tutte le sue manifestazioni; 3) non esistono islamici «moderati», cioè pacifici (prima o dopo diventeranno tutti terroristi); 4) ciò dipende dal Corano, che è predicazione di odio (degli stermini ordinati dal dio della Bibbia contro i nemici di Israele non si fa parola; ci sono state sì crociate e roghi di streghe ed eretici, ma è acqua passata. E il pope che benediceva i macellai di Srebrenica?); 5) l'Islam sta invadendo l'Europa (consenzienti i suoi governanti); 6) l'obiettivo di questa invasione è il dominio del mondo (qui si sfiorano, o si superano, i Protocolli dei savi di Sion); 7) bisogna combattere. Ma come? Contro l'Islam nei paesi di origine non c'è problema. Bush ha dato l'esempio e bisogna continuare a sostenerlo: oggi in Afghanistan e in Iraq, domani in Iran, Siria, e così via; anche se i risultati di queste guerre si sono rivelati veri disastri per tutti: l'Iraq è stato trasformato in una concentrazione e in un punto di irradiamento planetario del terrorismo. Ma che fare contro l'Islam che cerca di sfondare le nostre frontiere con i permessi di lavoro o con i boat-people? Qui «buttarli a mare» significa: azzeramento dei flussi (così l'economia e la società europee vanno a fondo definitivamente: chi vorrà lavorare al posto degli immigrati?) e fuoco sulle imbarcazioni dei clandestini che cercano di sbarcare sulle nostre coste. E poi, moltiplicazione dei Centri di permanenza temporanea, che Oriana Fallaci vorrebbe trasformati in vere prigioni (ma che cosa gli manca per esserlo?) e deportazioni, individuali, come quelle della Cia verso i paesi che torturano e fanno sparire i loro oppositori; e di massa, come quelle del ministro Pisanu verso i paesi che abbandonano nel deserto gli immigrati respinti: tutte soluzioni la cui inefficacia è pari solo alla loro crudeltà.

E che fare, infine, dei dieci milioni di islamici già presenti sul suolo europeo, molti dei quali cittadini dei rispettivi Stati? Già; che farne? Non si può rimandarli nei paesi di origine: non se li riprenderebbero. Non si può «assimilarli»: non ci stanno più; meno che mai oggi, di fronte a una società che non prospetta niente di buono nemmeno ai suoi membri di lunga data. E nemmeno si può convertirli, in nome delle «radici cristiane» dell'Europa; anche loro hanno radici, che cristiane non sono. Ricordarglielo non fa che fomentare le ostilità. Bisogna però impedir loro di nuocere, tenendoli sotto controllo, perché ciascuno di loro è un potenziale terrorista. Un metodo - ma non ne vedo altri - potrebbe essere, come ipotizza Eugenio Scalari, quello di rinchiuderli nei loro quartieri, limitando la loro possibilità di circolare liberamente tra «noi». Oppure marchiarli, magari cucendogli addosso una mezzaluna verde. Qualcosa del genere lo abbiamo già sentito, vero, Oriana? Ma alla lunga, possiamo continuare a convivere con un'intera nazione di nemici, annidati nelle nostre città, molti dei quali talmente simili a noi da raggiungere posizioni di rilievo? Non diventerà indispensabile trovare anche per loro una «soluzione finale»? Non è un'iperbole né un paradosso. Anche se evitano di nominarlo, gli scritti di Oriana Fallaci e il loro successo ci pongono di fronte a un esito possibile dei processi di globalizzazione. Certamente dobbiamo portare i seguaci di Oriana Fallaci a misurarsi con questi interrogativi. Ma con prospettive del genere dobbiamo fare i conti e definire le alternative possibili. Le risposte di comodo non sono ammesse




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29 luglio 2005

Paolo Vidoz

Vidoz, lacrime di fatica sul quadrato
I cani del ring E' il titolo del libro scritto dal pugile friulano insieme col giornalista Ivan Malfatto, raccontando la sua avventura americana e il rapporto con una disciplina dura, i match per il titolo, le polemiche con la madre e la voglia di aprire un'osteria, proprio alle porte di Gorizia
MATTEO MODER
Gli Stati Uniti sono una società divisa in caste, in cui il denaro è l'unico spartiacque nella vita di un uomo o di una comunità. Chi ha i soldi li ostenta, li consuma, li sbatte in faccia agli altri, senza pudore o vergogna. Gli altri sono esclusi dal sogno americano, dalla way of life che il «giovane» Bush vuol difendere a ogni costo. Paolo Vidoz, 34 anni suonati, il pugile operaio di Lucinico, grosso paese alle porte di Gorizia, neo campione europeo dei massimi, ha provato a sue spese l'altra faccia del sogno americano e lo racconta - assieme alla sua vita di pugile e di uomo fuori dagli schemi, tutto autoironia e gran senso della realtà - nel libro I cani del ring (Edizioni Bibilioteca dell'Immagine, Pordenone), scritto a quattro mani con il giornalista sportivo Ivan Malfatto, che ha tradotto in italiano la fluente parlata «bisiaca» di quello che gli americani chiamavano the Gladiator, per la stazza imponente (1,90 di altezza per 100 e passa chilogrammi che vanno su e giù come un'altalena) e per la speranza della comunità «white» di avere nuovamente, dopo un'eternità, un giorno un peso massimo non coloured campione del mondo.

E così il Paolone, fisarmonicista talentuoso a 13 anni, operaio a 15, con una passione sviscerata per la boxe - «Tyson era il mio idolo» - e per l'America dei telefilm anni '70, subito dopo il la medaglia di bronzo nei supermassimi alle Olimpiadi di Sidney, dopo aver rifiutato un consistente ingaggio tedesco, scelse la strada dorata dello showbiz statunitense, rappresentato dal matchmaker Lou Di Bella, l'imperatore della boxe da tv satellitare, dove i pugili vengono sacrificati allo spettacolo, come cani del ring.

«Perché Cani del ring? - racconta Vidoz per bocca di Malfatto - Perché in teoria dovremmo essere noi, i pugili, gli attori principali del mondo della boxe. Invece il nostro mondo pullula di organizzatori, promoter, manager e matchmaker che guadagnano cifre delle quali non veniamo mai a sapere gli esatti contorni. Noi pugili siamo i cani che devono abbaiare agli avversari sul ring, rimanere fedeli al guinzaglio fuori e ringraziare quelli che ti danno da mangiare. Invece dovremmo capire - spiega Paolone - una volta per tutte che siamo noi a dare da mangiare agli altri».

L'avventura americana. Sì. Con un contratto capestro con Di Bella molto simile alla legge clintoniana sui tre reati iterati, per cui al terzo finisci in galera e buttano la chiave. Fine pena mai. Per Vidoz, la clausola di Damocle era: alla prima sconfitta che subisci te ne vai. A lui Di Bella ha anche concesso una seconda chance, ma poi lo ha scaricato, dopo averlo illuso con ingaggi milionari (in dollari). Se ne è tornato così in Italia, quasi squattrinato, con la fida Monica, moglie, allenatrice, dietista, compagna di vita e di bordo ring, per ricominciare una vita sportiva da pugile free lance, con palestra nella cantina di casa e per sparring amici volonterosi che vogliono che la gloria di Lucinico, il «cugino» fuori da ogni etichetta di Primo Carnera, prosegua nella sua carriera e dia lustro a una boxe che in Italia è ormai considerata uno sport per derelitti, emarginati, senza nemmeno uno straccio di diretta quando ci sono incontri appetibili. Paolo Vidoz, 34 anni, neocampione europeo dei pesi massimi, è un uomo e un atleta fuori da tutti i canoni.

Eppure in America era cominciata alla grande: Madison Square Garden, New York dalle mille luci, limousine, foto con gli interpreti della serie «Sopranos», idolo della comunità italiana. Ma era tutto finto, l'ora era patacca, Di Bella uno che se ne fregava solo dei soldi. Non aveva nemmeno un manager - racconta Vidoz nel libro - solo un ragazzetto di 20 anni che lo seguiva come un'ombra. E poi le palestre, sempre più in basso, fuori dal grande giro, anche se trovò buoni maestri come Rosario che a Newark gli insegnò i fondamenti per sopravvivere nel mondo del professionismo. Una palestra all'ultimo piano di un vecchio e polveroso edificio, pieno di pugili ispanici e neri, con figli a ruota, chi a cominciare a prendere e dare pugni, chi a fare i compiti o a sgranocchiare le orribili tavolette ipervitaminiche consolazione dei poveri. E tra Newark e Nutley, a dieci minuti da New York se non c'è traffico (non succede mai) dove visse da solo e con Monica in una soffitta fantozziana, Paolone scoprì, proprio facendo un tour delle varie palestre, il nuovo razzismo americano. «La tipica imprecazione - scrive Vidoz - non è porca puttana, come da noi, ma bastardo di un immigrato illegale. Così i bianchi odiano i neri, i neri gli italiani, gli italiani i portoricani e i portoricani i cinesi. Le divisioni di razza vengono tenute insieme solo dalla bandiera, come il sugo tiene insieme un piatto di pasta. Quando la vedono sventolare - dice - gli americani diventano una nazione».

Nella sua casa di Mossa, a pochi chilometri da Lucinico, fa bella mostra di sé una stinta bandiera della pace. Come quella che negli States Monica adattò a pantaloncini da pugile e così Paolone salì sul ring con l'arcobaleno della pace e un barbone alla afgana, proprio mentre il giovane Bush attaccava il primo paese canaglia.

I cani del ring è un libro che contiene i sogni, i pensieri, i sentimenti, le disillusioni di un pugile che nessuno può etichettare. Il libro inizia con la lettera scritta a mano dalla mamma di Paolo, Rita, al Piccolo di Trieste, subito dopo il bronzo di Sidney in cui condannava, senza mezzi termini la boxe, definendola come «la più brutale, violenta, inutile, diseducativa di tutte le discipline che partecipano alle Olimpiadi» e chiedendo a Paolo di smetterla e di trovarsi un lavoro onesto. Questa lettera lo reso famoso in tutta Italia, ma lui mandò amorevolmente «a cagare» la genitrice e continuò perché la boxe era la sua vita. «Altro non so fare», diceva e dice. Il libro si chiude con una serie di pensieri scritti dallo stesso pugile tra ironia e disincanto come: «quel che mi interessa maggiormente al momento è fare più match possibili per raccogliere un po' di soldi e aprire un'osteria. Solo che con le borse che tiro su ora dovrei combattere altri vent'anni» oppure «sono un pugile intelligente, ma solo quando mi concentro» o «il mio sudore sono lacrime di fatica».

Paolo Vidoz, su 21 incontri da professionista ne ha vinti 19 e persi due. In ottobre rimetterà in palio il titolo europeo conquistato agli inizi di giugno in Germania contro il quotatissimo Timo Hoffmann, 30 anni.





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29 luglio 2005

Dollaro e Yuan

Pechino, addio al dollaro
Lo yuan viene «sganciato» dal dollaro e passa da 8,28 a 8,11. Mercati cauti, dopo anni passati a chiedere quello che ieri è avvenuto
FRANCESCO PICCIONI
Ci sono desideri che possono trasformarsi in incubi, quando si avverano. Le pressioni occidentali sulla Cina, per farle rivalutare lo yuan (o renmimbi, come preferiscono chiamarlo ora) sembra rientrare di colpo in questa categoria. Ieri, infatti, la banca centrale cinese (la Banca del Popolo, un nome ormai ironico) ha preso due decisioni di portata storica, oltre che economica: a) ha sganciato, dopo 10 anni di parità fissa, il corso della moneta nazionale da quello del dollaro, prendendo a nuovo riferimento un «paniere» di monete, peraltro non specificate; b) l'ha rivalutata, portandola da 8,28 a 8,11 per dollaro. Un cambio non più fisso, però: la banda di oscillazione giornaliera sarà dello 0,3%, in più o in meno. La tempistica e i modi, peraltro, smentiscono subito che questa decisione rappresenti un «cedimento» alle pressioni Usa, europee e giapponesi. Certo, nel parlamento americano era stato presentato un disegno di legge - immediatamente ritirato ieri - che avrebbe imposto su ogni merce cinese in entrata un dazio pari alla differenza tra il cambio ufficiale e quello «di mercato». Ma la reazione di Wall Street ieri, spinta al ribasso dalle preoccupazioni di numerose multinazionali Usa che ora dovranno pagare di più merci e servizi provenienti dalla Cina, sta lì a dimostrare che in un mondo globale, complesso ma unico, ogni mossa ha sempre molte conseguenze impreviste. E spesso indesiderate.

Ocse. Fmi, Casa Bianca, singoli paesi europei («no comment» invece dalla Bce)hanno accolto favorevolmente la rivalutazione tanto a lungo sollecitata, salutandola come «un buon primo passo in avanti» verso «un sistema di cambi flessibili». Merci cinesi più care, questo era il ragionamento, saranno meno competitive e lasceranno più spazio a quelle «nostre», occidentali. Ma gli Stati uniti pretendevano una rivalutazione di almeno il 10%, i piccoli imprenditori del made in Italy avrebbero preferito addirittura un +50%. Il 2,1% concesso dai cinesi è davvero poco, ma quello 0,3 di oscillazione quotidiana ammessa lascia qualche speranza ai fautori di un'esplosione del valore dello yuan.

Qui si apre infatti la partita dei mesi futuri. E' possibile - ma tutt'altro che certo - che i cinesi possano perdere il controllo del cambio, così come è altrettanto possibile che - dopo un primo periodo di forti oscillazioni - si raggiunga un nuovo equilibrio stabile. L'aggancio a un «paniere» di monete, probabilmente quelle più coinvolte nella dinamica commerciale del paese, invece che a una sola (e «.bizzarra» come il dollaro) consente infatti buoni margini manovra per compensare eventuali pressioni esagerate al rialzo o al ribasso. A quel punto gli imprenditori e i politici occidentali non avrebbero più molti argomenti - e merci - da opporre all'«invasione cinese».

La Cina, si vuol dire, ha agito in questo modo soprattutto per «il bene della propria economia», da oltre 15 anni alle prese con un boom di crescita pazzesco (il 9,5% anche quest'anno), che comporta il rischio di una frenata devastante quando - e i segni ci sono tutti - l'inflazione dovesse salire velocemente. Un'ipotesi alternativa alla rivalutazione della moneta, non a caso, era l'aumento del salario medio dei lavoratori del Celeste impero. Che avrebbe permesso una crescita più equilibrata del mercato interno (riducendo la forbice tra ricchi e poverissimi) e un costo maggiore delle merci da esportazione. Ma anche una moneta più «forte» aumenta il potere d'acquisto di un salario nominalmente fermo, pur se in primo luogo verso le merci importate (irrangiungibili per i ceti più poveri).

Sui mutamenti nella composizione dell'import-export cinese, del resto, si va giocando il ruolo globale della Cina attuale. Una moneta forte fa calare il prezzo delle tecnologie di cui l'industria nazionale ha bisogno, mentre incide marginalmente sul prezzo delle merci esportate, grazie a un costo del lavoro pari al 4% di quello Usa. Un'industria tecnologicamente più avanzata, in prospettiva - ma anche ora, se si guarda alle prime vendite in Europa di auto e Suv di fabbricazione cinese - permette di immettere sul mercato globale merci a più alto valore aggiunto, più redditizie. E in ogni caso, una moneta più «pesante» fa automaticamente rivalutare anche il deficit commerciale degli Usa (160 miliardi di dollari, prima di ieri) con la Cina. Costringendoli a sperare che i cinesi «rivalutati» continuino a comprare i ltitoli di stato denominati in dollari.

Il più misurato nei commenti a caldo è stato perciò il vicepresidente della banca centrale russa, Konstantin Korishenko: «Le valutazioni vanno fatte sui programmi futuri e finora non è chiaro quel che accadrà». Anche le borse hanno reagito in modo assai poco euforico. Quelle europee, anche per ragioni di orario, hanno avuto meno tempo per riflettere e hanno chiuso con guadagni comunque non importanti (Francoforte +0,95%, Parigi +0,16%, Londra +0,12%, Milano praticamente invariata). Wall Street, come si diceva, ha invece subito preso atto che la notizia era meno buona di quanto strombazzato dalle fanfare della politica ed è rimasta fino alla chiusura ben sotto i valori del giorno precedente. Fatti due rapidi conti, le multinazionali Usa hanno sentenziato che il desiderio di veder rivalutare dello yuan era, a pensarci bene, non tanto desiderabile.





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29 luglio 2005

Italiaaaaa...Italiaaaaaa...

Cpt, 100 milioni di euro per violare i diritti
Tanto spende il governo per la detenzione e l'espulsione degli immigrati
IAIA VANTAGGIATO
ROMA
Ammonta a 49,7 milioni di euro, circa cento miliardi di vecchie lire, l'«impegno» profuso nel corso del 2004 dal governo italiano - e in particolare dal ministero dell'interno - per il mantenimento dei centri di detenzione per immigrati: di questi, 40, 8 milioni sono stati destinati alla gestione dei cpt; 3,3 alla manutenzione ordinaria e altrettanti a quella straordinaria; 1,9 i milioni spesi per le voci economiche. Un «impegno» del tutto encomiabile cui - ancor più meritevolmente - si aggiungono i circa 26,3 milioni di euro resisi necessari per pagare gli 800 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri impegnati nei compiti di vigilanza nei Cpt di Agrigento, Brindisi, Bologna, Caltanissetta, Catanzaro, Lecce, Milano, Modena, Roma, Torino e Trapani. Una geografia alfabetica che fa salire le voci di spesa a 76 milioni di euro.

E - a questo punto - perché non rilanciare e cercare di raggiungere quota cento? In realtà basta poco. Altro non serve se non che aggiungere alla lista i quasi tredici milioni di euro richiesti dalle operazioni di rimpatrio - leggasi espulsioni - degli immigrati nonché i circa otto milioni impiegati in missioni estere e internazionali (i dati, peraltro, si fermano al 30 settembre del 2004, ndr).

All'Italia, lo scorso anno, la repressione del flusso migratorio sarebbe insomma costata duecento miliardi di vecchie lire. Senza contare che la cifra - resa nota da due differenti Relazioni della Corte dei Conti - risulterebbe ancora mancante rispetto ai dati relativi alle spese sostenute dagli altri ministeri. La Corte dei conti, in proposito, non può che confermare «le difficoltà che si incontrano nel voler individuare compiutamente le risorse complessive che il bilancio dello stato destina alle politiche dell'immigrazione», stanti i numerosi soggetti istituzionali cui sono attribuite competenze in materia. Un'analisi da cui, comunque, resta fuori la spesa a carico del ministero degli affari esteri che pure opera nell'ambito delle politiche dell'immigrazione attraverso l'attività negoziale e la sottoscrizione di accordi di cooperazione.

Di certo, al momento, c'è solo che ben 15.647 «clandestini» sono stati trattenuti, nel 2004, all'interno delle strutture detentive e sono un totale di 59.965 gli stranieri respinti alle frontiere, espulsi o riammessi nel paese di provenienza.

Quanto ai costi relativi ai due Cpt che l'Italia sta realizzando in Libia (uno sarebbe in costruzione, il secondo in procinto di esserlo) nella relazione della Corte dei Conti non c'è traccia. Ma la notizia, mai resa nota dal governo al parlamento, suscita dure proteste: «Che l'Italia abbia iniziato la costruzione di questi Cpt - dice il deputato verde Mauro Bulgarelli - è la conferma che questo governo, tra menzogne e azioni clandestine, continua a violare i diritti umani e quello internazionale. Il pacchetto concordato con la Libia, evidentemente, non contemplava soltanto la deportazione di migliaia di migranti verso un paese che viola sistematicamente i diritti umani, ma anche l'allestimento delle strutture dove sarebbero stati detenuti».

Sconcerto esprime anche Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci: «Ancora una volta - e all'insaputa del parlamento - l'Italia stipula accordi segreti con la Libia. Il primo passo per affrontare il tema dell'immigrazione non può che essere la chiusura definitiva dei Cpt. Inutile parlare di una loro riforma».

Non la pensa così il sottosegretario all'interno Mantovano: «I Cpt sono un anello importante del sistema di contrasto all'immigrazione clandestina. Sarebbe interessante capire - è la sua provocazione - se la contestazione dei presidenti regionali di centro sinistra riguarda le modalità di trattamento all'interno dei centri o se si contesta comunque la loro presenza».





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29 luglio 2005

Combattimenti tra cani

TERRORISMO
Musharraf replica a Blair
Il leader pakistano chiama in causa Londra
Anche in Inghilterra c'è molto da fare, non solo in Pakistan: dove sono nati e cresciuti tre dei quattro terroristi del 7 luglio? Trecento arresti e le madrasa sotto tiro

S.D.I.
ISLAMABAD
Il generale Pervez Musharraf non ci sta a fare da capro espiatorio per gli attentati del 7 luglio a Londra e rilancia la palla al premier inglese Tony Blair dicendogli che se è vero che nella lotta al terrorismo islamista «in Pakistan c'è molto da fare», si sente di poter affermare che «anche in Inghilterra c'è molto da fare» e anziché «criticarci l'un l'altro» sarebbe meglio «sostenersi a vicenda»: «Siamo impegnati insieme nella lotta contro il terrrorismo, dobbiamo rimanere insieme e combatterlo insieme». In un discorso televisivo diffuso ieri Musharraf ha rivendicato la repressione scatenata tre giorni fa, come risposta al linkage pakistano di tre degli attentatori del 7 luglio, che in 48 ore ha portato a circa 300 arresti. E ha concluso il suo intervento facendo appello «alla nazione» a «levarsi in piedi e muovere una jihad contro l'estremismo».

I raid delle forze di sicurezza hanno investito i gruppi fondamentalisti e le madrasa, le scuole islamiche, che sovente forniscono il background ideologico di coloro che poi scelgono la jihad .

Musharraf, un dittatoraccio golpista come tanti che però viene lasciato in pace essendo dalla parte «buona» della barricata, non ci sta a sentirsi dire che il Pakistan è il brodo di coltura dei kamikaze e quindi, in qualche misura, è complice del terrorismo. Ha condannato «fermamente gli atti terroristici di Londra» e ha detto che chi li ha compiuti «non può essere definito un essere umano». Ma subito dopo ha precisato che se tre degli attentatori identificati erano di origine pakistana e possono avere avuto dei contatti in Pakistan (almeno uno di loro, Shehzad Tanweer, sembra abbia visitato più volte alcune madrasa di Lahore e Faisalabad, nella provincia orientale del Punjab), tutti tre erano nati a cresciuti in Inghilterra. E, retoricamente, si è chiesto dove è nato ed è stato indottrinato il quarto attentatore, un inglese di origini giamaicane convertito alla jihad islamica.

A proposito del «molto da fare» che c'è anche nell'Inghilterra di Blair, Musharraf ha ricordato che nell'isola esistono e si muovono più o meno liberamente gruppi estremisti islamici. Ne ha citati due, Hizb ut-Tahir (il Partito della liberazione) e Al-Muhajiroun (i Migranti), che «hanno avuto l'ardire di emettere un editto contro la mia vita e agiscono ancora nella più completa impunità».

Al-Muhajiroun per la verità è stato sciolto d'autorità l'anno scorso, ma sembra che i suoi membri siano più che mai attivi. Hizb ut-Tahir si è ritrovato ora al centro delle attenzioni per i suoi legami con i terroristi di Londra, legami che il gruppo nega.

Oltre ai 300 arresti - fra cui è stato ufficialmente smentito esserci qualcuno legato alle bombe di Londra (Haroon Rashid Aswad, un pesce grosso di al-Qaeda) - Musharraf ha annunciato altre misure: la registrazione delle madrasa davanti alle autorità governative entro dicembre e la proibizione per i gruppi «militanti» illegalizzati di ricostituirsi sotto altro nome e di raccogliere fondi, il divieto di portare armi e distribuire «testi che incitano all'odio».

Si vedrà quali saranno gli effetti di questo giro di vite. Quelli precedenti contro i centri del radicalismo islamico, nel 2000 e nel 2002, portarono a pochi risultati. Per il momento hanno provocato la reazione della Muttahida Majlis-e-Amal, una coalzione di sei partiti islamisti della linea dura, che ha convocato per oggi una protesta nazionale «per condannare la cospirazione globale contro l'Islam». L'altra reazione è stata quella di Asma Jehangir, della Comissione diritti umani del Pakistan, che si preoccupa per il trattamento riservato agli arrestati e ammonisce «il governo al rispetto della legge». 


 




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29 luglio 2005

Intervista sul terrorismo pakistano

INTERVISTA
«Le radici del terrorismo pakis»
L'analista Raman: un cammino che parte dalla Bosnia
GABRIELE CARCHELLA*
Londra, Washington e Islamabad: sono tre i governi che in modo diverso hanno alimentato il terrorismo di origine pachistana, secondo l'indiano B. Raman. Un passato da funzionario dell'antiterrorismo di Nuova Delhi, collaboratore di AsiaTimes e direttore del Centro di studi tropicali, Raman è uno dei più noti esperti di terrorismo del suo paese. L'origine pachistana di tre sospetti attentatori di Londra, osserva, non dovrebbe sorprendere: «Si sarebbe potuto prevedere: la radicalizzazione della gioventù britannica di origine pachistana è cominciata a metà degli anni `90 con la piena conoscenza e complicità della agenzie di intelligence americana e britannica».

Com'è stato possibile?

Secondo stime affidabili, nel decennio passato circa 200 musulmani di origine pachistana residenti nel Regno unito si sono recati in Pakistan, sono stati addestrati nei campi dell'Harkat-ul-Ansar (Hua) per poi riunirsi al contingente di questa organizzazione in Bosnia. Le intelligence di Washington e Londra hanno allestito un vasto corpo di terroristi jihadisti per aiutare i mujahedin bosniaci nella loro lotta contro i serbi. In quegli anni, infatti, gli arabi della stagione afghana avevano già iniziato a creare scompiglio nel mondo. Per evitare il ricorso agli arabi in Bosnia, i servizi di Usa e Regno unito si rivolsero perciò ai pachistani, in particolare a quelli residenti nel Regno unito e in altri paesi dell'Europa occidentale. Cominciò in questo modo la radicalizzazione della gioventù musulmana di origine pachistana in Europa.

Eppure i presunti terroristi di Londra appartengono a un'altra generazione, sono più giovani dei combattenti di Bosnia e Afghanistan...

Certo, ma la generazione di jihadisti delle stagioni afgana e bosniaca ha motivato, ispirato e addestrato l'attuale generazione di giovani e li hanno inviati a compiere le loro missioni suicide. Bin Laden, Al-Zawahiri e Abu Musab Al-Zarqawi provengono dalla campagna afgana. Omar Sheikh proviene dalla campagna di Bosnia.

Perché nelle sue analisi accusa il governo pachistano di non contrastare i gruppi terroristici che operano sul suo territorio?

Il governo pachistano è pienamente consapevole che in diverse parti del paese vengono addestrati terroristi per la jihad. I campi d'addestramento sono stati allestiti da differenti organizzazioni jihadiste pachistane che fanno parte Fronte Islamico Internazionale di Osama bin Laden, come l'Harkat-ul-Mujahideen (Hum, ex Hua), l'Harkat-ul-Jihad-al-Islami (Huhji) e il Jaish-e-Mohammad (Jem). I rapporti sulle indagini di Londra, inoltre, puntano il dito contro il gruppo separatista del Kashmir Lashkar-e-Toiba (Let) e il Jamaat-ul-Fuqra (Juf) con base a Lahore. Fonti pachistane indicano infatti che Shehzad Tanweer, uno dei sospetti attentatori, è stato addestrato in due campi del Let vicino Lahore, mentre il quarto sospettato di origini giamaicane, Lindsey Germaine, è collegato al Juf, gruppo che recluta militanti negli Usa e nei Caraibi.

Si tratta degli stessi gruppi che assassinarono il giornalista americano Daniel Pearl?

Mentre guardavo in tv la Bbc che trasmetteva la notizia che la polizia britannica aveva identificato Germaine come uno dei responsabili degli attacchi di Londra, non ho potuto fare a meno di pensare a Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal. Pearl fu rapito e brutalmente ucciso da terroristi jihadisti appartenenti all'Hum e all'Huji all'inizio del 2002. L'assassinio di Pearl fu orchestrato da Omar Sheikh, che aveva studiato per qualche tempo alla London School of Economics prima di unirsi a un contingente dell'Hua durante la guerra in Bosnia. Il contingente era stato inviato dall'allora primo ministro Benazir Bhutto su richiesta dell'amministrazione Clinton e annoverava un gran numero di musulmani britannici d'origine pachistana. Sheikh è stato processato in Pakistan insieme con altri complici e condannato a morte. L'appello contro la sentenza, non eseguita, è ancora pendente. Nel frattempo, Sheikh prosegue le sue attività dal carcere come quando era in libertà e il Juf, non ostacolato dalle autorità pachistane, continua a reclutare volontari negli Usa e nei Carabi: li porta in Pakistan e li addestra per poi rispedirli nei loro luoghi di origine.

Lettera*





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29 luglio 2005

L'influenza aviaria avanza

TERRA TERRA
Una peste che viaggia nei cieli
KARIMA ISD
Come arma biologica sarebbe micidiale ma non ha a che vedere con il terrorismo di stati o gruppi. E' il possibile impatto sugli umani dell'influenza aviaria, più minacciosamente detta peste, legata al virus H5N1. Periodicamente l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) evoca l'incubo di un'ecatombe umana (da due a sette milioni di morti) se l'influenza aviaria passerà da animali a umani massicciamente e soprattutto da umani a umani. Del resto, proprio a causa di un salto di specie la «spagnola» del 1918 fece decine di milioni di morti. Nei giorni scorsi, al meeting di San Rossore dedicato quest'anno alla salute come diritto, ne ha riparlato Michel Perdue, coordinatore del programma globale sull'influenza dell'Oms; l'Organizzazione valuta anche la possibilità che due virus, quello dell'influenza umana stagionale e quello della pandemia aviaria si possano fondere, e che il prossimo rischio di diffusione della pandemia coincida con l'ondata dell'influenza stagionale. Allarmismi che si rincorrono, finora. La peste aviaria è diffusa dalla fine del 2003 fra i volatili da cortile (e da piatto) di dieci paesi asiatici: Cambogia, Cina, Corea, Indonesia, Giappone, Laos, Malaysia, Pakistan, Thailandia e Vietnam. La patologia ha già portato allo sterminio anticipato di centinaia di migliaia di volatili e finora si è trasmessa a 154 persone (entrate in contatto con gli animali, soprattutto per averne agiata la carne), uccidendone 54 in Vietnam, Thailandia e Cambogia.

Ma c'è un fatto nuovo e preoccupante: nella provincia cinese occidentale di Qinghai, da maggio a ora sono morti di peste oltre 6.000 uccelli selvatici di diverse specie migratorie. Un rapporto di studiosi cinesi, pubblicato su Science, ha mostrato per la prima volta la trasmissione virale fra un uccello selvatico e l'altro; in precedenza erano stati accertati solo casi di contagio da uccello domestico a uccello selvatico. I ricercatori parlano di «possibile minaccia globale», dato che si tratta di specie migratorie capaci di percorre in volo anche duemila chilometri al giorno. In Indonesia è stata poi segnalata la presenza del virus in maiali.

La Fao è cauta. Il sito naturalista Birdlife ritiene molto improbabile che gli animali selvatici possano giocare un ruolo significativo, e soprattutto esorta a non gettare il bambino con l'acqua sporca: cioè a non sterminare gli uccelli selvatici o distruggerne gli habitat a mo' di controllo della patologia. Di fatto lo scoppio di casi non ha coinciso con i periodi in cui avvengono le migrazioni su lunga distanza dall'Asia meridionale e orientale; inoltre la malattia in genere debilita gli animali e non permette loro di migrare; infine, non sono noti casi di trasmissione fra uccelli selvatici ed esseri umani. Per ora.

Diverse altre patologie dagli animali allevati - soprattutto intensivamente - si trasmettono agli umani ma la peste è la minaccia più pressante, concordano Oms, Fao e Organizzazione mondiale per la salute animale (Oie) che cercano di mettere in atto una strategia di vaccinazioni e bonifica dell'ambiente dal virus. Stante la crescita rapida della pollicoltura soprattutto in Asia si stima che senza un rilevante aiuto internazionale sarà difficile eseguire i controlli, le diagnosi, i «trattamenti» (in testa a tutti la soppressione degli infetti) la ricostituzione degli stock, l'informazione della popolazione. Sono fattori di propagazione la commistione fra esseri umani e animali e fra animali di specie diverse su superfici anguste negli allevamenti e nei mercati. Il ripetersi dell'influenza aviaria è poi favorito dalla mancanza di controlli costanti.

Certo occorre evitare che gli animali d'allevamento e le loro deiezioni entrino in contatto in qualche modo con gli animali selvatici. E con gli esseri umani se non adeguatamente protetti; cosa non facile, perché nel contesto asiatico la popolazione vive letteralmente in mezzo agli animali e la quasi totalità delle proteine viene assunta tramite la carne di pollo, anatra e simili.






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29 luglio 2005

La storia di un ex-Khmer rosso

RIEDUCAZIONI
Il sorriso e la finta di Angkor Vat
Come un ex khmer rosso, guardiano dei templi, è diventato un emulo di Garrincha, l'uomo con una gamba più corta che incarnò meglio di chiunque il mito del dribbling
ROMEO ORLANDI
Soltanto a 25 anni Saloth avrebbe scoperto che nell'estate della sua nascita Garrincha lanciava Pelè alla conquista della prima Coppa del Mondo per il Brasile. Nel 1958 Siem Reap era un povero villaggio dell'entroterra cambogiano, con le case di paglia e le strade sterrate. L'acqua garantiva la sopravvivenza, basata su riso e pesce. Non c'erano trattori nei campi ed i laghi vicini erano dominio dei vecchi emigrati vietnamiti, abili con le mani, i coltelli e le reti. L'indolente maggioranza khmer misurava il tempo con i monsoni e pregava assorta il proprio Buddha, orgogliosa della propria cultura. I francesi erano andati via dopo la sconfitta a Dien Bien Phu. Avevano lasciato la nostalgia dei ricordi e della loro grandeur: i professori francofoni, la baguette e la guida a destra per le automobili. Chi voleva conoscere una città doveva andare a Phnom Penh, con due giorni di navigazione sul fiume. Lì, nei tranquilli viali alberati del centro, avrebbe potuto vedere i palazzi in muratura, le ambasciate, la reggia sul Mekong. La Cambogia era diventata indipendente, ma era troppo piccola per esserlo davvero. Debole e povera, si districava in un gioco che non controllava, tra le grandi potenze e l'ingombrante vicino vietnamita. Re Sihanouk, quando non era impegnato a dirigere film od a guidare auto sportive, tesseva alleanze che poi disfaceva, costretto a giri di valzer per non cadere in terra con il suo paese. A Siem Reap la tensione era ridotta e nulla lasciva presagire che pochi anni dopo la tragedia si sarebbe abbattuta su quel villaggio e sull'intero paese. Il giovane Saloth, mentre cavalcava un bufalo nelle risaie, non sospettava l'esistenza di una società industriale e non conosceva gli operai. Soltanto molti anni dopo avrebbe compreso che la Cambogia era diversa dalla Manchester del 1800 e dalla Berlino di Weimar.

Suggestioni marxiste

Eppure le suggestioni del marxismo stavano penetrando anche nella piccola nazione dell'Indocina. Lo avevano studiato a Parigi dei giovani ambiziosi che, tornati in patria, lo applicarono alla lotta antimperialista. Ben presto la scelta militare prevalse ed i Khmer Rossi divennero guerriglieri e conquistarono Saloth alla loro causa. Il giovane di Siem Reap era felice ed orgoglioso quando entrò da conquistatore nella sua cittadina. Emerse dalla giungla invecchiato a 17 anni, con la sciarpa a scacchi rossi ostentata con fierezza. Rivide la sua famiglia dopo 3 anni, mentre mostrava il mitra a bordo di un carretto. I contadini poveri, i monaci smunti, le madri stremate accolsero con gioia i nuovi liberatori, perché parlavano la loro lingua e promettevano riso e pace per tutti.

La storia invece tradì le speranze e Saloth. Presto la campagna si riempì di profughi dalla capitale. Pol Pot voleva un comunismo arcaico e nazionalista, senza moneta e senza scambi. Per costruire una nuova Cambogia bisognava recidere i legami con il passato, senza pietà. Erano ostacoli le città corrotte, i vincoli familiari, i contatti con gli stranieri. Erano puniti i libri del Liceo francese, gli occhiali da studente, le mani da pianista. Non ci fu differenza con i crimini degli aguzzini, dei torturatori, delle spie del regime fantoccio.

Saloth non comprese le ragioni del suo leader, il «Fratello N. 1», ma lo seguì fino alla sconfitta. Nel `79 il Vietnam invase la Cambogia, mise fine alle «urla del silenzio» e confinò i Khmer Rossi nel nord ovest del paese. La quieta Siem Reap divenne il quartier generale di Pol Pot ed uno dei crocevia dell'Indocina. La resistenza tenne le posizioni per anni, pedina di un gioco internazionale così equilibrato da non poterne fare a meno. Si alimentava con il contrabbando dei rubini e del legname che vendeva agli spregiudicati generali thailandesi.

Saloth venne messo a guardia della vicina Angkor Vat. Il complesso monumentale più famoso dell'Asia era preda di razziatori e contrabbandieri. Le statue erano deturpate, rimosse e rivendute. L'opera di protezione che la giungla aveva assicurato per 700 anni era offesa da manipoli di briganti, avventurieri e sciacalli. Le teste delle statue, quel sorriso senza espressione e senza tempo, quello sguardo innocuo e compassionevole, fuggivano verso i negozi degli antiquari o le vetrine dei musei. Il prestigio khmer non poteva permetterlo: il simbolo della grandezza del paese doveva rimanere intatto, per tramandare lo splendore della civiltà cambogiana.

Mentre la guerriglia si dilaniava in lotte intestine, Saloth si impegnava a difendere il sorriso nazionale. La sorte non gli fu amica. Al tramonto di un giorno faticoso, con il sole che gli oscurava gli occhi sul bordo di un ruscello, calpestò una mina che esplose senza riguardi, risparmiandogli la vita ma devastandogli la gamba destra. L'amputazione avvenne senza anestesia, con un coltello arroventato. La riconoscenza dei vecchi compagni lo fece trasferire oltre confine, nell'accampamento della Croce rossa in territorio thailandese.

Lì fu affidato al dottor Dos Santos, un ortopedico brasiliano. Lo visitò e gli preparò una protesi: poi lo rassicurò con parole inconsuete: «Non preoccuparti ed abbia fiducia: Garrincha da bambino ebbe la poliomielite che lo lasciò con una gamba più corta. Eppure è stato la più grande ala destra di tutti i tempi». Mentre Saloth non capiva, Dos Santos lasciò libera la sua anima di intrufolarsi nelle pieghe dei ricordi. Scese in piazza due volte, nel `58 e nel `62, per celebrare le vittorie della Coppa del mondo. Garrincha era la freccia sulla destra, la leva che scardinava le difese, la poesia del calcio che sconfiggeva le leggi della natura. La sua finta era un delirio di sensi e di geometria. Poggiava a terra la gamba più corta e scartava a sinistra, irridendo i difensori e le leggi della fisica. Era nato povero in una favela di Rio, per crescere forte nei piedi e debole nella testa. Sapeva fare bene solo due cose: giocare a pallone ed amare gli uccellini. Bastarono per farlo diventare una leggenda. Dos Santos vedeva in lui la redenzione di un Brasile arretrato ed ingiusto, che timidamente si affacciava alla democrazia.

L'accordo magico

«Quando giocarono insieme Pelè e Garrincha - ricordò Dos Santos durante la riabilitazione - il Brasile non perse mai». L'accordo magico si ruppe a Liverpool, durante i mondiali del `66. «O Rey» era infortunato e non giocò la partita più bella della storia, Brasile-Ungheria. Vinsero i magiari 3-1, schiantando con un calcio straordinario i Campioni in carica. In Brasile fu una tragedia, ma per molti non fu l'ultima, né la più importante.

Ogni volta i suoi pensieri convergevano su un punto fisso, come in un incubo: l'irruzione dei militari all'alba, il mitra sulla tempia, il poster di Marighella, le urla della sua donna. Quando uscì di prigione il Brasile non era più il suo posto. Per non cedere allo scetticismo si dedicò all'impegno civile e viaggiò dove le vittime della guerra avevano bisogno di lui. Non cambiò gli ideali, ma gli strumenti, passando dalle sezioni di partito ai tavoli operatori.

Saloth inizio a camminare ed a capire; Dos Santos gli era utile al corpo ed alla mente. Scoprì che fuori dalla Cambogia c'era un altro mondo, più grande e complicato. Pol Pot gli aveva insegnato che l'avvenire del suo paese era il comunismo, che i nemici di questo destino andavano eliminati. Ogni esitazione era un cedimento. Ora quell'intellettuale di un altro pianeta gli rendeva tutto più difficile. Gli instillava i dubbi, gli presentava le contraddizioni. Il ragazzo cambogiano stette al gioco e cominciò ad investire il suo maestro di domande. Cominciavano tutte con «perché». Dos Santos era orgoglioso del suo lavoro ed andò oltre.

Una sera, con la complicità della cerveja e della luna, non poté fermare il ricordo delle fumose riunioni a Rio de Janeiro, quando pensare non era reato. Si lanciò in un'avventura dialettica: «Vedi Saloth, il marxismo è nato nell'Europa moderna, con le fabbriche e le ferrovie. Il comunismo è una soluzione che liberando gli operai libera tutti. Ha bisogno di due condizioni: il proletariato e la filosofia tedesca. La Cambogia non ha nessuno delle due: né le ciminiere, né Hegel. Nel tuo paese il comunismo è una scorciatoia dei tempi, un corto circuito della violenza. Ecco perché è scorso il sangue. Pol Pot non è solo un dittatore spietato, ma un risultato della storia. La sua guerra era persa prima di essere combattuta. Anche se fosse stato vittorioso, il comunismo avrebbe dovuto cambiare pelle. L'unica chance era quella di governare bene guadagnando tempo. Un anatema: far vincere nel partito l'ala destra». Questa volta Saloth non confuse la rivoluzione con Garrincha. Gli si squarciò la cortina delle certezze e divenne un uomo migliore. Vide la storia come una macchina spietata e non come una sequela di tradimenti e spionaggi.

«Ricordati di Garrincha»

Non ebbe tempo di esserne contento perché Dos Santos lo sorprese di nuovo: «Domani il nostro Campo sfida a calcio quello vicino. Siamo solo in dieci, tu giocherai per completare la squadra. Ordine dell'allenatore». I suoi occhi espressero meraviglia e timore, subito rassicurati. «L'importante è scendere in campo. Stai defilato sulla destra e gioca tranquillo. Ricordati di Garrincha». Saloth dormì sereno, abituato ormai a convivere con le insicurezze. Pioveva quando le due squadre entrarono in campo. Ventidue vittime della guerra che cercavano una nuova vita. Ognuno aveva la sua storia di sofferenza, ma l'elemento comune era l'umiliazione di aver ceduto alla forza, di aver abbandonato la propria casa, di essere un rifugiato nell'animo.

Il campo era un acquitrino, gli spalti inesistenti. Gli spettatori - parenti, fisioterapisti, psicologi - erano a bordo campo, parte anch'essi dello spettacolo. In una partita di riconciliazione con la storia, la cronaca fu decisamente scarsa. L'unico episodio di rilievo accadde nei minuti di recupero. Il pallone inzuppato si fermò sul vertice dell'area piccola, dove stazionava Saloth. Il terzino avversario lo fronteggiava, indeciso sul da farsi. L'attaccante raccolse le idee e fece leva sulla gamba destra, quella artificiale, la stessa di Garrincha. Il difensore fu vittima della finta e perse l'equilibrio, mentre l'ala spostò all'indietro la gamba sinistra. Prima di cadere scaricò i suoi muscoli in un tiro secco e teso. Il volo del portiere fu vano: il pallone si infilò all'incrocio dei pali della porta senza reti e la sua corsa si perse nelle risaie infinite.

Saloth fu sommerso dall'abbraccio dei compagni e degli avversari. Cercò e trovò lo sguardo di Dos Santos. Erano entrambi commossi di aver affidato il loro riscatto ad un campo di calcio, dopo il disincanto del sol dell'avvenire.





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29 luglio 2005

Cina e Usa

Pentagono: la Cina «futura minaccia»
Riarmo accelerato e destabilizzante, dice il rapporto annuale Usa. Pechino: da che pulpito
ANGELA PASCUCCI
«La velocità e il raggio d'azione della crescita militare cinese sono, già oggi, tali da mettere a rischio l'equilibrio militare della regione ...(e) a lungo termine, se il trend attuale persiste, le capacità (militari cinesi) potrebbero rappresentare una credibile minaccia ad altre moderne realtà militari che operano nella regione». Così parla il rapporto annuale del Pentagono, diffuso ieri dopo molti rinvii, che analizza, seziona e valuta quel che accade in Cina quanto a riarmo e strategie di guerra da un punto di vista rigorosamente Usa. Le 44 pagine, in questo, sono chiare nonostante il gergo militarese, e riecheggiano quel che in ordine sparso ripete da tempo il grande capo Donald Rumsfeld, e cioè che Pechino sta diventando pericolosa e destabilizzante per gli equilibri graditi agli Stati uniti, in un'area che a rigor di sovranità sarebbe di competenza asiatica. Non sfugga il fatto che dietro a quel «moderne realtà militari» di cui sopra si trova tutta la panoplia bellica Usa dinel Pacifico occidentale e dintorni. Sono queste le mire evidenti per il lungo termine, intercettate dal Pentagono che non da ieri insiste a sottolineare come, pur non trovandosi la Cina «a fronteggiare alcuna minaccia diretta da un'altra nazione», tuttavia «continua a investire massicciamente nel militare, soprattutto in programmi volti ad aumentare il suo raggio d'azione». A questa ipotesi di fondo, che delinea ancora una volta una Cina destinata ad essere l'antagonista storico degli Usa per il prossimo secolo, si intreccia la strategia del breve termine, che vede Pechino appuntare tutta la sua attenzione e forza verso Taiwan per «prevenirne l'indipendenza o cercare di costringerla a negoziare una situazione nei termini voluti da Pechino». Anche se, affermano gli analisti Usa, la Cina non possiede ancora la capacità militare necessaria ad attaccare l'isola «rinnegata». Ma sta cercando di mettersi al passo: i missili a corto raggio schierati dall'altro lato dello stretto sono aumentati a 730. Lo scorso anno ne erano stati registrati 500. I soldati pronti allo sbarco ammonterebbero a 375mila mentre sono in pista 700 aerei. Intanto, i cinesi stanno ammodernando la capacità missilistica a lungo raggio. Calcoli «pesanti» vengono fatti dal Pentagono anche sulla spesa militare cinese, che sarebbe assai lontana da quei 26 miliardi di dollari annuali ufficialmente denunciati da Pechino e sarebbe invece arrivata a 90 miliardi.

Il rapporto, com'è ovvio, non è piaciuto alla Cina che ha in primo luogo rilevato come, da un pulpito di 400 miliardi di budget militare annuo, non si possono dare lezioni a nessuno. Inoltre il rapporto «ignora i fatti, non risparmia gli sforzi per diffondere la teoria della minaccia cinese, interferisce rozzamente negli affari interni della Cina», ha fatto sapere il vice ministro degli esteri Yang Jiechi con un comunicato diffuso sul sito web del ministero nel quale sottolinea che «il rapporto attacca senza alcun fondamento la modernizzazione militare della Cina e rivolge accuse ingiustificate alla costruzione della difesa nazionale cinese». Più soft il ministro degli esteri, colto dalle domande dei giornalisti in un'occasione ufficiale, l'inaugurazione degli uffici della Croce Rossa a Pechino. Li Zhaoxing, respingendo il rapporto, ha detto che la Cina «continuerà sul suo cammino di sviluppo pacifico» .

Ma di fatto, il rapporto conferma la fine della partnership strategica tra Cina e Usa, avviata dall'11 settembre ma infrantasi rapidamente sugli scogli dell'economia e della geopolitica, buttata all'aria dall'irruzione cinese sulla scena globale. Ora è il momento di ristabilirli, quegli equilibri. Non è ancora scontro aperto, ma una lunga, dura partita, appena iniziata e che si svolge su innumerevoli fronti, nell'agone mondiale ben oltre Taiwan. Dall'Unocal alle barriere contro il tessile cinese, dall'accordo nucleare tra Usa e India alla Corea del nord sempre in bilico, dall'Europa che non riesce a decidere sull'embargo alla vendita di armi alla Cina alle intese strategiche tra Usa e Giappone fino agli accordi che Pechino freneticamente sottoscrive, nella sua corsa contro il tempo, con chiunque sia fuori dall'orbita Usa, dalla Russia all'Iran all'Uzbekistan all'Americalatina. Su una dichiarazione di Rumsfeld, diffusa ieri, si può, una volta tanto, concordare: che la Cina è a un bivio fra strade diverse che possono portare a mondi diversi. Ma quale sarà la strada di Pechino, molto dipenderà anche da Washington, che purtroppo sembra non rendersene neppure conto.





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29 luglio 2005

Libero mercato a sovranità limitata

Unocal respinge i cinesi
Il cda accetta l'offerta di Chevron, molto più bassa dell'offerta di Cnooc
Nazionalismo montante Sul petrolio non si scherza. Vincono le lobby del settore, che soffiano sul fuoco dell'insicurezza per i rifornimenti energetici e le paure per i prezzi in crescita. Gelo nei rapporti Usa-Cina?

FRANCESCO PICCIONI
Te lo dò io, il «libero mercato»... E' in buona sostanza questa la risposta che è venuta ieri dagli Stati uniti all'offerta-monstre della compagnia petrolifera cinese Cnooc, che voleva acquisire l'intero pacchetto azionario della compagnia statunitense Unocal. Il consiglio di amministrazione di quest'ultima, infatti, riunitosi per decidere quale offerta accettare tra le due su piazza - quella cinese e quella dell'americana Chevron - ha «raccomandato agli azionisti» di preferire quella «nazionale», benché molto più bassa. La partita sarà chiusa solo quando - il 10 agosto - gli azionisti avranno votato questa proposta. Ma, per essere ragionevolmente sicura che si comporteranno «patriotticamente», Chevron ha dovuto alzare il prezzo: da 60 a 63 dollari per azione. Pochi ancora, rispetto ai 69 dell'offerta cinese, anche perché saranno in contanti solo 27,60 dollari per azione, mentre il resto verrà saldato con azioni Chevron (0,618 per ognuna di Unocal). I cinesi, invece, sono disposti a pagare tutto in contanti. Secondo la logica del mercato, insomma, non ci dovrebbero essere dubbi: vince il prezzo più alto (18,5 miliardi contro 17,1, dopo il «rialzo»). Se ciò non accade, il problema è politico.

E in effetti George W. Bush, durante il vertice del G8 a Gleneagles - forse supportato dai consigli del suo segretario di stato, Condoleezza Rice, per anni consigliere di amministrazione proprio della Chevron - aveva raccolto il «grido di dolore» di 41 parlamentari americani, «preoccupati per il rifornimento energetico degli Stati uniti mentre i prezzi del petrolio schizzano verso l'alto». Qualche giorno dopo il senatore democratico del North Dakota, Byron Dorgan, aveva persino presentato una proposta di legge per impedire che Unocal finisse ai cinesi (la Cnooc è per il 70% di proprietà statale).

A nulla sono valse le rassicurazioni del presidente della Cnooc, Fu Chengyu, affidate a una lettera aperta in cui rendeva trasparenti le ragioni dell'interessamento della sua compagnia: «il 70% delle riserve di petrolio e gas di Unocal sono collocate nei mercati asiatici». E in effetti Unocal trivella soprattutto in Myanmar, Indonesia, Thailandia, Bangladesh, oltre ad aver accarezzato per anni il progetto di costruire un oleodotto per far passare attraverso l'Afghanistan dei talebani il petrolio delle repubbliche islamiche ex sovietiche. Tutte riserve, insomma, abbastanza vicine ai confini del paese che attualmente ha più fame di petrolio dopo gli Stati uniti.

La decisione del board di Unocal, seppure tranquillizza i vertici politici Usa, difficilmente resterà senza conseguenze conseguenze nei rapporti economici tra i due paesi e, anche, tra due compagnie (che compartecipano al progetto Gorgon, in Australia, per l'estrazione di gas). Lo stesso Warren Buffett, finanziere d'assalto tra i più famosi, aveva accolto l'offerta cinese come «la naturale conseguenza del deficit commerciale da 160 miliardi che gli Usa hanno con il paese asiatico. Consumiamo più di quello che produciamo, e quindi dobbiamo aspettarci di dover dar via una parte del paese».

Ma quali «parte»? La risposta di ieri esclude dalle cessioni a venire tutti i comparti «strategici» (energia, in primo luogo, visto che le aziende del «complesso militare-industriale Usa non solo sono fuori dal mercato, ma governano semi-direttamente il paese). Di fatto, gli Usa dimostrano a tutto il mondo che «il mercato» e le sue regole valgono fino a quando non sono in gioco i loro interessi nazionali di superpotenza; mentre pretendono - e dimostrano spesso di avere spesso mezzi e intenzioni per «pretendere» - che gli altri paesi si «aprano» senza riguardi o esclusioni di sorta. E' un nazionalismo egemone, certamente. Ma che induce - a partire dai paesi più forti e meno «dipendenti» - risposte della stessa natura. Non sarebbe del resto la prima volta che la «globalizzazione» precipita nella rinascita bellicosa del nazionalismo.





permalink | inviato da il 29/7/2005 alle 22:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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