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Pensiero di Pensiero...
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22 luglio 2005

Vuoi vedere che parla di me?

Vi sono delle nature problematiche che non sono mai all'altezza delle situazioni in cui si trovano e che nessuna situazione soddisfa. Da qui nasce l'immane conflitto che ne consuma la vita senza gioia (Goethe)




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22 luglio 2005

Razzismo

Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l'immagine di milioni di razzisti per bene!
(Altan)




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22 luglio 2005

Goethe sul nostro rapporto col tempo

Volentieri riconosciamo la superiorità degli antichi; ma non quella dei posteri
Forse solo un padre non prova invidia per il talento del figlio




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20 luglio 2005

Relatività del tempo

Noi farfalle si vive un giorno solo e quando son le sei di sera si han già le palle piene
(Altan)




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20 luglio 2005

Sacrifici politici secondo Goethe

Gli indù del deserto fanno voto di non mangiare pesce




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20 luglio 2005

Usa sommersi

Nei sotterranei del made in Usa
«America sommersa. Sesso, droga e nuovi schiavi negli Stati uniti» di Eric Schlosser per Marco Tropea


Dall'autore di «Fast Food Nation», indagine sulle grandi catene dei panini imbottiti, una nuova inchiesta sull'economia in nero che sfrutta i lavoratori clandestini e i vizi privati degli americani e che rappresenta una grossa fetta del prodotto interno lordo. Focalizzata in tre settori: marijuana, fragole e pornografia

MAURO TROTTA
L'immagine dell'economia americana è indissolubilmente legata a una serie di marchi famosi ovunque nel mondo: Coca-cola, Microsoft, Apple, Ford, General Motors. La dimensione globale di queste e di tante altre aziende statunitensi, oltre alla visione comunemente diffusa di una legislazione incentrata sulla libertà di impresa e libera dai tanti «lacci e lacciuoli» presenti in vari altri sistemi economici occidentali, sembrerebbe escludere la possibilità che anche negli Usa esista e abbia dimensioni rilevanti quell'economia sommersa che in paesi come l'Italia rappresenta una quota rilevante - addirittura il 27%, secondo recenti indagini - del prodotto interno lordo. Eppure, il sommerso in America non solo esiste ma rappresenta oltre un decimo della ricchezza del paese ed è in continua e inarrestabile espansione. Se nel 1970, infatti, l'economia nascosta rappresentava tra il 2,6 e il 4,6% del prodotto interno lordo, nel 1994 aveva già raggiunto il 9,4%, cioè circa 650 miliardi di dollari. Fenomeno davvero imponente, dunque, di cui si occupa Eric Schlosser in America sommersa. Sesso, droga e nuovi schiavi negli Stati Uniti (Marco Tropea, pp. 350, € 18,50). Giornalista, corrispondente dell'«Atlantic Monthly», famoso soprattutto per Fast Food Nation, libro-inchiesta sull'industria del fast food, divenuto un best seller negli Usa e in vari altri paesi, dopo aver indagato a fondo la catena produttiva di aziende notisssime come McDonald's o Burger King, Schlosser è andato a scavare con la stessa tenacia e la stessa perizia nell'universo del sommerso americano. La sua attenzione si è focalizzata su tre settori: il traffico di marijuana, la raccolta di fragole in California e il mercato del porno.

Così in La follia dello spinello, lo spunto per investigare il mercato dell'erba è offerto dalla storia di Mark Young, un trentottenne accusato di aver fatto da intermediario nella vendita di 320 chilogrammi di marijuana. Young non era accusato di spaccio, aveva semplicemente presentato dei coltivatori che volevano vendere una partita di droga a dei tizi che intendevano comprarla. In uno stato come l'Indiana, dove un condannato per rapina a mano armata passerà circa 6 anni in carcere, l'autore di uno stupro circa 8 e un omicida 25, Young fu condannato all'ergastolo. L'inchiesta di Schlosser mette in luce come, a partire dagli anni `80, l'inasprimento delle leggi sulla droga e l'approvazione di norme sui minimi di pena obbligatori - che, tra l'altro, concedono un potere enorme ai rappresentanti dell'accusa, i quali sono i soli a dover «decidere se in un dato caso si applichi un minimo di pena» - ha portato a queste situazioni paradossali. Paradossi che si esplicitano nell'evidente sproporzione delle pene ma anche nel regime di confisca dei beni per cui qualunque proprietà connessa a un reato legato alla marijuana è oggetto di sequestro immediato, senza bisogno di dimostrare che il bene sia stato acquistato con proventi derivanti dalla vendita di stupefacenti. E un appartamento può essere confiscato se vi viene trovata anche solo una piantina di cannabis.

Nei campi di fragole, invece, analizza l'impiego di lavoratori immigrati, per lo più clandestini provenienti dal Messico, pagati in nero per raccogliere frutta in California. Si tratta di una vera e propria schiavitù, basata in genere sullo sfruttamento selvaggio dei braccianti e su contratti-capestro di mezzadria, in base ai quali non solo gli oneri sono tutti a carico dei mezzadri, ma spesso vengono finanziati con denaro prestato dagli stessi propretari a tassi che possono arrivare fino al 19%. È facile comprendere come gran parte di questi ex coltivatori, sognando di diventare imprenditori, si siano invece ritrovati annegati in un mare di debiti in poco tempo. Del resto ci sono contratti così accurati, che sono protetti da copyright. Spesso i mezzadri non sono neanche in grado di leggerli, dato che sono scritti in inglese, mentre molti di loro conoscono solo lo spagnolo. Tutto il lavoro di raccolta si svolge come nel Settecento, rigorosamente a mano. Anche se esistono macchine per raccogliere praticamente ogni tipo di frutto e di ortaggio, «vengono tuttavia introdotte solo quando il costo della meccanizzazione risulta inferiore a quello previsto per far eseguire il medesimo lavoro a lavoratori stagionali», ovvero praticamente mai. Tanto che è stato osservato che «al momento stiamo assistendo non a una "meccanizzazione", ma a una "messicanizzazione" dell'agricoltura californiana».

Un impero dell'osceno, infine, racconta la storia dell'industria pornografica americana seguendo l'ascesa e la caduta di quello che, insieme a Hugh Hefner (il creatore di «Playboy»), può essere considerato il suo inventore, Reuben Sturman, e dei suoi epigoni. Viene narrato come abbia potuto fare il suo ingresso sul mercato legale una merce prima scambiata esclusivamente in maniera clandestina. Si segue la strenua lotta di Sturman contro lo stato: sentendosi perseguitato dalle istituzioni, egli non intendeva pagare nemmeno un centesimo di tasse e a questo fine utilizzava ogni tipo di trucchi contabili e legali e varie forme di riciclaggio. La diffusione di questa merce genera un flusso di denaro gigantesco e la maggior parte finisce nelle tasche di imprese a prima vista estranee al mercato del porno. Così nel 2001 gli americani hanno speso circa 465 miliardi di dollari per guardare film a luci rosse sulle tv pay-per-view, e «la fetta più grossa è andata a note società che non sbandierano certo i propri legami col mercato del sesso, come la Echo Star, DirecTv, At&T Broadband e Aol». Non solo, negli Usa vengono spesi altri 200 milioni di dollari per vedere film porno nelle camere d'albergo e «le maggiori catene - come Hilton, Holiday Inn, Sheraton e Marriott International - si prendono una fetta fino al 15%».

Libro ricco di informazioni, spunti e prospettive stimolanti, America sommersa potrebbe sembrare, a prima vista, un po' frammentario data la diversità degli argomenti trattati. Leggendolo, però, non si può che trovarsi d'accordo con l'autore: «a legare insieme questi tre saggi è la convinzione che l'economia sommersa sia inestricabilmente legata a quella ufficiale. I confini che le separano sono fluidi e mutevoli. Non è possibile comprendere totalmente l'una senza tenere conto dell'altra».

E il contributo offerto da Schlosser per comprendere meglio un paese come gli Stati Uniti è davvero prezioso. Infatti «se davvero il mercato incarna la somma di tutti i desideri umani, allora quelli segreti sono altrettanto importanti di quelli che vengono manifestati apertamente. Come yin e yang, economia ufficiale ed economia sommersa sono in ultima analisi le due facce della stessa medaglia». E «per conoscere un paese bisogna vederlo per intero».




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20 luglio 2005

Morte di un uomo di pace

Yahya, uomo di pace ucciso dal caos somalo
La drammatica esecuzione a Mogadiscio dell'ideatore del Centro per la ricerca e il dialogo
EMILIO MANFREDI
«Stavamo dormendo, Yahya e io. Ci ha svegliato la porta della nostra stanza che andava in pezzi. Siamo saltati sul letto, gridando. Nella camera, c'erano tre persone. I volti coperti, armati di mitra e pistole. Due ci puntavano le armi addosso, uno ci parlava. In somalo. Ha detto: datemi tutto ciò che c'è di valore. Soldi, oro. Subito. Gli ho dato il beautycase, e tutto quello che avevamo in casa. Abbiamo cercato di collaborare. Ma non c'è stato nulla da fare», racconta agitata al manifesto Awa, la moglie di Abdulkadir Yahya Ali, uno dei più noti attivisti somali, impegnato da anni nel tentativo di pacificare il proprio Paese, creando spazi di discussione e trattativa tra le diverse fazioni in lotta, a Mogadiscio ed in tutta la Somalia. «Di colpo, l'uomo che parlava, si è rivolto a mio marito», continua la donna. «Dov'è il tuo computer portatile? Dammelo!». Subito dopo, lo ha trascinato nel corridoio. Dove lo state portando?, ho urlato. Un attimo, alcuni spari. E Yahya era morto. Ottenuto il computer, l'hanno ammazzato». Così è stato ucciso Abdulkadir Yahya, ideatore e direttore del Centro per la ricerca e il Dialogo (Crd), organizzazione non governativa somala nota in ambito internazionale, fondata nel gennaio 2000. Aveva 49 anni. Finito domenica notte intorno alle due e venti, nella sua casa di Mogadiscio, all'altezza del chilometro 5, tra l'aereoporto e lo Shamo Hotel. Che si sia trattato di un'esecuzione, viene confermato dai dettagli che fornisce il cugino del morto, Ahmed Nour. «Davanti alla villa di Yahya sono arrivati tre o quattro technicals (pick-up con mitragliatrice, a bordo 15 persone ciascuno). Questi uomini hanno immobilizzato ed incatenato le quattro guardie che presidiavano la casa. Hanno tagliato i fili del telefono, e alcuni sono entrati nell'abitazione. Chi l'ha ucciso ha esploso cinque colpi, uno dei quali alla testa», racconta Nour, inframmezzando parole in italiano all'inglese. «La situazione a Mogadiscio è assai critica, può succedere di tutto. Ma Yahya era molto rispettato in città, tutti sapevano che lavorava per la pace, per la riconciliazione», prosegue l'uomo. «Qui regna il caos. Siamo costretti ad investigare da soli, con l'aiuto di alcune persone che prima lavoravano per il Cid (dipartimento centrale di investigazioni, ndr)».

Ad alcuni mesi dalla raffica di mitra che ha ucciso Kate Peyton, reporter della Bbc, si torna a parlare di Somalia per una morte violenta e strana. Ma chi era Abdulkadir Yahya Ali? «Era uno dei pochi uomini capaci di fare sedere allo stesso tavolo esponenti di clan rivali o uomini con prospettive politiche totalmente differenti. In un paese dove da 14 anni non c'è più Stato, e dove parlano solo le armi, Yahya riusciva a mantenere aperti degli spiragli di dialogo», spiega al manifesto Jabril Abdulle, condirettore del Centro per la ricerca e il Dialogo. «Quest'uomo ha dedicato la sua vita alla Somalia, perché iniziasse un vero processo di pace. Ha rifiutato più volte di lasciare il paese, di accettare incarichi all'estero. Yahya è rimasto in Somalia per costruire condizioni di sicurezza per la sua gente dall'interno, vivendo accanto a loro, lavorando con i bambini-soldato, con gli ex-miliziani, per lavorare con la società civile. La sera della sua morte abbiamo lavorato fino a tardi per organizzare un incontro tra due fazioni rivali in lotta per una zona della città. Poiché sembrava impossibile trovare un luogo d'incontro, Yahya aveva convinto i due clan ad incontrarsi per pranzo a casa sua, questo martedì. Purtroppo, poche ore dopo, è morto», ricorda Jabril.

Un uomo di pace, dunque; rispettato da tutti, nella disastrata capitale somala. «Certo che conoscevo il signor Yahya», dice Farah, rispondendo al telefono, nonostante la linea disturbata, dal suo suq di Mogadiscio. «Chi l'ha ucciso, non ha a cuore le sorti del paese». Appunto, chi l'ha ucciso? «Stiamo indagando, abbiamo indizi su alcuni uomini, ma vogliamo arrivare ai mandanti», afferma Jabril Abdulle. «Una gang capace. Professionisti. Ho altre informazioni che per ora non posso rivelare».Da diverse parti, si è pensato agli islamisti. Di sicuro, lontano dai riflettori dei media internazionali, a Mogadiscio come in tutta la Somalia, ma anche nelle regioni del sud-est etiopico, si combatte una guerra sporca che vede coivolti combattenti islamici di varia provenienza, fazioni locali, servizi segreti dei paesi confinanti e agenti dell'antiterrorismo dei principali Stati occidentali. Troppo presto per dire se Yahya, e i dati presenti nel suo computer, dessero fastidio agli interessi di qualcuno di questi. Di certo, la gente di Mogadiscio avvertirà l'assenza di un uomo che creava ponti di dialogo, nell'improbabile accozzaglia di signori della guerra e capi-clan che compongono l'attuale governo di transizione in esilio in Kenya.




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20 luglio 2005

Ab-Usa

Guantanamo, «abusi creativi»
Rapporto militare conclude: nessuna tortura e tutto fu autorizzato da Rumsfeld
Molto prima di Abu Ghraib detenuti minacciati coi cani, costretti a indossare biancheria femminile, umiliati e tenuti al guinzaglio, sottoposti a sbalzi violenti di temperatura, parte di un piano di «interrogatori speciali»

BARBARA VISENTIN
Minacciato coi cani dell'esercito, costretto ad indossare biancheria femminile, umiliato di fronte all'altro sesso e tenuto al guinzaglio. Queste alcune delle tecniche usate nel carcere americano di Guantanamo a Cuba, del tutto simili a quelle denunciate nel carcere di Abu Ghraib, ma adottate ben prima che in Iraq, già dalla fine del 2002. Lo illustra un'inchiesta militare presentata mercoledì scorso alla commissione delle Forze armate del senato americano, che sembra indicare palesemente come certe pratiche non siano nate di punto in bianco ad Abu Ghraib, ma abbiano dei forti precedenti. «Appare chiaro che il maltrattamento dei detenuti non è stato semplicemente il prodotto di pochi militari disonesti nel turno di notte» ha dichiarato il senatore Carl Levin, un democratico della commissione.

Il rapporto spiega come queste procedure siano state legittimamente autorizzate a Guantanamo dal segretario alla difesa Donald Rumsfield, per quello che viene chiamato un «piano interrogatorio speciale». Vengono definite «creative» ed «aggressive», ma non al punto tale da poter essere chiamate torture. In particolare rientrano in una strategia precisa utilizzata per interrogare Mohamed Qahtani, un saudita sospettato di essere coinvolto nell'attacco dell'11 settembre. Dopo otto mesi di interrogatori ordinari e di silenzio ostinato, Qahtahi si sarebbe apparentemente deciso a confessare le sue responsabilità solo in seguito all'introduzione di metodi più severi, «che hanno portato ad un trattamento degradante ed abusivo» affermano gli investigatori Schmidt e Craddock, ma lontano dalla tortura. Al contrario, ha affermato quest'ultimo, l'esercito ha conseguito «un solido guadagno di intelligence» grazie ai dettagli rivelati dall'interrogato, costretto a 20 ore filate di domande, denudato di fronte ad agenti donne o sottoposto a sbalzi improvvisi di caldo e freddo.

L'inchiesta condotta a Guantanamo è l'effetto di 26 denunce fatte dall'Fbi per presunti maltrattamenti sui carcerati. Ciò che ne risulta è che i metodi utilizzati durante gli interrogatori sono per la maggior parte «autorizzati», conformi cioè a quelli specificati nel manuale d'interrogatorio dell'esercito del 1987 oppure alle tecniche approvate successivamente dal segretario della difesa. Tre sono invece gli esempi di abuso sostanzialmente riconosciuti e riguardano nello specifico l'ammanettare detenuti al suolo in posizioni inconsuete, l'uso di nastro adesivo per imbavagliarli e le minacce da parte dei militari di uccidere le loro famiglie.

Quanto alle analogie fra le tecniche usate a Cuba e quelle di Abu Ghraib, il portavoce del pentagono Bryan Whitman ha dichiarato che non è corretto vedervi un collegamento, perchè nel carcere iracheno quei metodi non erano autorizzati, a prescindere da come fossero stati appresi.

Il collegamento però potrebbe esserci, lascia intendere il Washington Post , nella persona del generale maggiore Geoffrey Miller. In un primo momento Miller era a capo del carcere di Guantanamo, per essere poi trasferito nel settembre 2003 ad Abu Ghraib. Sospettato di negligenze durante l'interrogatorio di Qahtani, Miller si è rifiutato di rispondere alle domande del dipartimento per la difesa ed è poi stato liberato da ogni accusa.





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20 luglio 2005

Perchè tutti a piedi?

SCIOPERO
Si fermano bus e metro
24 ore di stop in difesa dell'indennità di malattia
FRANCESCO PICCIONI
Terzo sciopero nazionale per una vertenza da 24 milioni di euro in tutto. La follia del sistema del trasporto pubblico - distrutto nelle relazioni vitali da un insieme di provvedimenti legislativi di singolare stupidità strategica (privatizzazioni, «federalismo», congelamento del valore dei trasferimenti dallo stato alle aziende ex municipalizzate, ecc) - è perfettamente esemplificata da questo dato. Oggi, perciò si fermeranno ancora una volta per 24 ore bus, metropolitane, ferrovie locali in concessione, traghetti lagunari, funicolari, funivie, ecc. Saranno rispettate le «fasce di garanzia» nelle ore di punta, diverse da città a città, per permettere di andare al lavoro e di tornare a casa. Tutto è nato per una decisione «ragionieristica» che ha partorito un emendamento alla finanziaria del 2005, tagliando di 35 milioni la copertura dei costi del contratto nazionale degli autoferrotranvieri (240 milioni, inizialmente). Le aziende di trasporto locale si sono immediatamente rifatte sui lavoratori, disdettando la parte di contratto nazionale (firmato in ottobre) relativa all'indennità di malattia, e «decretando» una nuova normativa in materia senza neppure convocare i sindacati per discuterne. L'indennità finora ha coperto il 100% del salario (a carico dell'Inps) fino a tre giorni di malattia, il 50% per cento in carico all'azienda e il resto a carico dell'Inps dal quarto al ventesimo e così via. La nuova «copertura salariale» passa invece al 100% (ma a carico dell'azienda) fino a tre giorni di malattia, il 50% a testa fino al 20°, e - per i periodi più lunghi - al 33% a carico dell'Inps e il restante all'azienda. Risultato pratico: le imprese delle città più grandi, in alcuni casi, potranno forse coprire ciò che manca al 100%, ma in moltissimi altri no (il panorama aziendale è costituito da ben 1.262 imprese, tra pubbliche e private). L'ultima proroga del vecchio regime è scaduta lo scorso 30 giugno, così che dal 1° luglio molti dipendenti vanno a lavorare anche se non guariti. Con quali conseguenze sulla sicurezza del trasporto è facile immaginare.

La critica dei sindacati è rivolta in primo luogo al governo, che aveva garantito, al tavolo contrattuale, una copertura finanziaria e poi, in aula, ne ha decretata un'altra minore. Ma anche alle aziende, che seguono ormai da anni una prassi che drammatizza il conflitto sociale: lasciar marcire i problemi (o provocarli), in attesa che gli scioperi creino un'«emergenza» che costrina a sua volta lo stato a tirar fuori i soldi per risolvere il problema. Una specie di nave dei folli, dove ognuno va per conto suo usando lavoratori e utenti.

L'altro elemento decisivo è infatti la sostanziale irresponsabilità e inamovibilità dei consigli di amministrazione delle ex municipalizzate, piene - spiegano i sindacati - di «pseudo-manager che non mettono nulla di proprio, neppure le idee, nella ristrutturazione delle società di trasporto pubblico».

I sindacati illustrano la propria proposta (in perdita, oltretutto, ma neppure discussa) per risolvere il problema dell'indennità di malattia: un risparmio dovuto all'eliminazione dello straordinario dalla «base di calcolo» del salario e alla restituzione da parte dell'Inps della differenza tra introiti e prestazioni conseguente alla nuova normativa. Risultato: a carico delle aziende resterebbe un aggravio pari a circa 24 milioni di euro. Per questo si è costretti a girare a piedi oggi.





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20 luglio 2005

Sud

SVIMEZ
Il Sud perde altro terreno
ROBERTA CARLINI
Meno occupati, un minor numero di persone in cerca di lavoro, un tasso di crescita pari a poco più della metà di quello nazionale (finché crescita c'è stata), esportazioni in crollo. Questo il quadro che emerge dal rapporto 2005 sull'economia del mezzogiorno, che stamattina viene presentato dallo storico osservatorio della Svimez al cospetto - tra gli altri - del neoministro Micciché, chiamato dall'ennesima verifica a dar vita a un dicastero detto della coesione territoriale e deputato a frenare l'emorragia di consensi della coalizione di centro destra al sud. Prima di tale emorragia, ce ne sono state ben altre, testimoniano i numeri del rapporto Svimez, che prende atto del fatto che un ciclo si è interrotto. Non solo e non tanto quello della crescita italiana, bloccata come è noto su tutti i fronti; ma, all'interno di tale quadro nazionale non certo roseo, si è bloccata la tendenza che vedeva comunque il mezzogiorno crescere un po' più del centro-nord e rosicchiare man mano quel divario storico che ha fatto per decenni del nostro paese l'unica economia «duale», alla quale solo dal `90 si è affiancato un secondo caso, la Germania riunificata. Quella tendenza si è interrotta e tutte le forbici - sottolinea la Svimez - hanno preso a riaprirsi: Pil, occupazione, export, ma anche altri indicatori meno numericamente misurabili, quali il tasso di legalità e di civile convivenza.

In primo piano, i numeri dell'economia. Il 2004 non è stato un anno roseo per nessuno, economicamente parlando, ma certo mentre il centro-nord cresceva dell'1,4% (contro un +0,2% del 2003) il mezzogiorno registrava un tasso di incremento del prodotto interno lordo dello 0,8% (contro lo 0,4% dell'anno prima). La domanda estera, che pure ha portato nel mezzogiorno una crescita dell'8,9%, ha avuto un impatto molto debole sull'economia del sud mentre si è fatto sentire molto fortemente il crollo dei consumi interni: il tasso di crescita dei consumi finali è passato dall'1,7 allo 0,9%. E questo risultato, spiega la Svimez, non è stato dovuto solo alla riduzione della domanda pubblica - che va avanti da anni, da ben prima che il partito padano salisse al governo insieme a quello di Micciché - ma anche al calo dei consumi privati, dei «beni-salario»: alimentari, vestiti, calzature.

Ma i numeri più drammatici arrivano quando si parla del lavoro. Quello che a livello nazionale sembra un paradosso - la riduzione del tasso di disoccupazione in una situazione di crisi economica - a mezzogiorno svela il suo arcano. Negli ultimi due anni, dice il rapporto, al sud gli occupati sono scesi di 48 mila unità. Negli stessi anni scendevano però anche le persone in cerca di occupazione: meno 107 mila unità nel solo 2004. Dunque la riduzione del tasso di disoccupazione meridionale (dal 16,1 al 15% del 2004) è frutto unicamente del calo delle «forze di lavoro», ossia del numero di coloro che cercano lavoro, sul cui universo si calcola il tasso di disoccupazione.

Sotto il linguaggio diplomatico della Svimez si legge il bilancio di un fallimento: fallimento delle speranze di avvicinarsi, passo dopo passo, ai livelli medi, quanto meno nel tasso di partecipazione al mercato del lavoro; fallimento nel tentativo di tenere le energie e i cervelli al mezzogiorno (sconsolanti i dati sul numero dei laureati meridionali che lavorano: a tre anni dalla laurea, due su cinque sono disoccupati e dei tre che lavorano uno è andato nel centro-nord); fallimento nella strategia di aumento dell'occupazione femminile, che è lontana anni luce dagli obiettivi europei di Lisbona. Di fronte a tutto ciò, la Svimez ribadisce - forse stavolta meno sola che nel passato - la sua vocazione industrialista: non c'è sviluppo del terziario senza l'industria, dice.

Ma quale industria, e con quali politiche? Il centro studi meridionalista dà tre titoli: infrastrutture, distretti industriali, istruzione. L'insistenza sulle prime (le opere pubbliche) suonerà come musica per le orecchie pre-elettorali di tutti, ma non ha - a leggere il rapporto - niente a che vedere con il Ponte sullo stretto, citato solo per dire che i soldi stanno andando tutti lì: la Svimez insiste sull'acqua, sulle strade, sulle ferrovie. E soprattutto sui porti, ancora troppo vuoti: l'idea è quella di fare del sud una sorta di piattaforma d'ingresso delle merci dell'Oriente in Europa, la porta della Cina. Chissà cosa ne pensa Tremonti, forse oggi lo dirà Micciché.





permalink | inviato da il 20/7/2005 alle 22:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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