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20 luglio 2005

Presidente esattore

E ora il presidente esattore
L'evasione fiscale? «Intollerabile». Parola dell'uomo del tax day e del falso in bilancio
La grande svolta Berlusconi preoccupato, dopo i condoni e i tanti elogi all'elusione. E i processi finiti in prescrizione

ANDREA FABOZZI
Ieri mattina Berlusconi non ha parlato in difesa dei magistrati, non ha ammesso che il pericolo comunista è un po' attenuato, non ha gridato «Forza Inter». Ha fatto di più. Ha detto che l'evasione fiscale è «intollerabile». Berlusconi non ha mai eluso il fisco, inteso come argomento di campagna elettorale, da quando è «sceso in campo». Al contrario ne ha fatto la ragione principale del suo impegno già nel capodanno del 1994 - uno dei suoi primi comizi -, quando annunciò l'idea «rivoluzionaria» di una sola aliquota invece di cinque. Uguale per tutti, ricchi, poveri e cavalieri. C'è voluto un po' perché l'idea prendesse forma, e solo nella finanziaria 2005 le aliquote sono scese a tre, più una. Insomma quattro. Le rivoluzioni a volte hanno il passo lento, ma ricchi e cavalieri hanno già iniziato a risparmiare.

Berlusconi che parla male dell'evasione fiscale però è un inedito assoluto. E' il cane che azzanna l'uomo, è Prodi che morde l'Europa. Sfuggire al fisco ingiusto fino a ieri per il Cavaliere non solo era «moralmente giusto» ma addirittura «un diritto naturale». Uomo coraggioso, soltanto qualche mese fa il presidente del Consiglio è andato a ripetere l'elogio dell'evasore direttamente nella sede del comando generale della Guardia di Finanza, davanti a migliaia di Fiamme gialle riunite nel giorno della loro festa. «Se lo stato chiede troppo è moralmente giusto ingegnarsi per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi», spiegò. Non lo arrestarono. Perciò lui, spiritoso, salutò così i finanzieri: «Sono contento di avervi fatto visita, voi però non ricambiate».

La famosa «visita» della Finanza alla Fininvest c'era già stata, molti anni prima. Una fonte di guai per Berlusconi. Un lungo processo per corruzione alla Guardia di Finanza, una condanna in primo grado e un proscioglimento in secondo grazie alla prescrizione. Ma soprattutto quell'accusa gli costò il celebre invito a comparire della procura di Milano consegnato a Napoli mentre presiedeva il vertice Onu sulla criminalità.

Frode fiscale e falso in bilancio sono del resto due «classici» della carriera processuale di Berlusconi, che la prescrizione ha salvato un paio di volte (Medusa cinematografica e terreni di Macherio), la poltrona un'altra (i magistrati spagnoli che indagano sui 100 miliardi di Telecinco sfuggiti al fisco spagnolo non procedono contro il capo di un governo estero) e ancora non è finita perché a Milano c'è un'altra richiesta di rinvio a giudizio nell'inchiesta sulle presunte irregolarità di Mediaset nell'acquisto dei diritti cinematografici. Per questo il Berlusconi che parla contro i vampiri dell'erario e «gli elementi armati di un corpo deviato dello stato», cioè gli ufficiali della Finanza, lo conosciamo e lo comprendiamo bene. Quello di ieri che si preoccupa della «escalation dell'evasione fiscale» è un uomo nuovo.

Dov'è finito il paladino dei commercianti, il tribuno anti gabelle che nei suoi primi ruggenti anni politici piaceva agli scatenati imprenditori nordestini della Life ancor più della Lega e di Bossi? E che fine ha fatto l'eroe dei primi «Tax day» che faceva innamorare i commercianti e emozionare i commercialisti?

Perché ha rubato l'idea a quelli dell'Ascom e ha fatto organizzare direttamente a Forza Italia i successivi «Tax day», e perché l'anno scorso ha addirittura precisato meglio convocando a Mestre il «No tax day», se adesso si mette a fare le fusa all'ufficio delle entrate come un lavoratore dipendente qualsiasi?

Perché non pensa più che «fare dell'Italia un paradiso fiscale» sarebbe «una mossa straordinaria»? Come lo spiega a George W. Bush che, a sentir lui, lo ha una volta incoraggiato a tagliare le tasse? Cosa dirà al suo amico Cesare Previti che l'evasione fiscale l'ha rivendicata in tribunale e al suo consigliere economico Tremonti che dei condoni e dello scudo fiscale ha fatto un marchio di fabbrica internazionale?

Non è chiaro se dobbiamo prendere la dichiarazione di ieri come l'atto finale della «guerra alle tasse», dichiarata ufficialmente da Verona il 27 maggio di sei anni fa. Difficile, perché sarebbe una dichiarazione di resa. Anzi impossibile, perché la vittoria sul fisco per Berlusconi non è stata solo un progetto politico, una clausola del «contratto con gli italiani», ma «una strategia di cambiamento del nostro modo di vita, un nuovo orizzonte, la nuova frontiera della politica». Un'emozione così non può essere interrotta da un solo aggettivo - «intollerabile» - così freddo e così poco berlusconiano.

Perciò niente paura. Tornerà l'uomo che sa dire «no allo stato prepotente, invadente, controllore e mangiasoldi, un pozzo senza fondo che ingoia tutto ciò che i cittadini guadagnano ogni anno con la loro fatica». Lo riconoscete?





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20 luglio 2005

Giulietto Chiesa

COMMENTO
Il piatto indigesto
GIULIETTO CHIESA
Sì, Berlusconi è cotto, i topi abbandonano la nave. Il problema è chi verrà dopo di lui e come se ne andrà. Cioè dove andrà. Dopo Londra (ma anche prima) in molti avevano la sensazione che l'Italia stesse imbarcandosi per un giro sulle montagne russe. Adesso ne siamo certi. E una nave scassata come questa Italia potrebbe rovesciarsi. Come minimo c'è il rischio che qualcuno cada in mare, sbalzato da un'onda traditrice. Intanto prendiamo atto che tutto lo schieramento di destra invoca, in varia misura, misure eccezionali «contro il terrorismo», le quali si traducono quasi tutte, invariabilmente, in riduzioni delle libertà civili dei semplici cittadini. E poiché anche una parte della sinistra istituzionale si sta imbarcando nella stessa direzione, saremo costretti a incassare il colpo. Logica illogica, ovviamente, perché non si vede come mai dovremmo copiare il Patriot Act di George Bush proprio quando - Londra docet - esso mostra clamorosamente il proprio fallimento. Così balleremo al ritmo deciso dai direttori della «Grande Orchestra del Terrorismo Internazionale». Strano terrorismo, sempre più strano, che appare sempre quando serve politicamente alle forze reazionarie di ogni latitudine e longitudine. Vale per l'11 settembre così come per l'apparizione ieratica del simulacro di Osama bin Laden proprio alla vigilia del voto presidenziale del 2004, che garantì all'Imperatore la sua prima vittoria legale (essendo stata illegale la precedente).Vale anche per questo luglio londinese che segue il momento di più profondo distacco tra Europa e Stati Uniti, sancito dai referendum europei di Francia e Olanda. I quali hanno detto seccamente alle leadership europee che i popoli della vecchia Europa non vogliono diventare americani.

Le esplosioni di Londra stanno già servendo come squilli di tromba per raccogliere di nuovo le truppe sparse dell'Occidente sotto le insegne dell'Impero. Londra ci dice dunque molte cose. Per esempio che il cammino da qui alle prossime elezioni sarà contrappuntato da esplosioni e imboscate. Guai, dunque, a chi farà analisi statiche di una situazione dinamica. L'errore sarebbe certo. Come lo è quello di coloro che spaccano il capello in quattro, tutti i giorni, con o senza primarie, straparlando dei rapporti di forza interni al centro-sinistra e dimenticandosi del contesto internazionale.

Faccio un esempio. C'è qualcuno che si è chiesto com'è vista a Washington la candidatura di Romano Prodi? Se pensiamo che il potere dell'Imperatore sia ininfluente possiamo fermarci qui. Ma, se non lo pensiamo, allora procediamo nel ragionamento. Dunque chiediamoci: sarà lieto Bush di avere a capo dell'Italia, liberata da Berlusconi, colui che era alla guida dell'Europa mentre l'Europa divergeva dagli Usa sulla guerra irachena? Sarà lieto l'Imperatore di avere l'Italia con un governo guidato da un uomo che ricollocherebbe il nostro paese sull'asse che va da Berlino a Madrid, passando per Parigi, rilanciando l'Europa che Bush e Blair vorrebbero prostrata e subalterna? Penso all'uscita di scena di Berlusconi e mi viene in mente quella di Eltsin. Fu costretto ad andarsene quando era ormai impresentabile. Ma i manovratori gli garantirono un'uscita indolore e si garantirono un sostituto che dava loro garanzie adeguate.

Naturalmente può succedere che certi calcoli, poi, risultino fallaci. Ma questo non significa che non siano stati fatti. Oggi (dopo la squillante vittoria alle regionali) gli abbracci inopinati tra Berlusconi e De Benedetti, le scalate improvvise, le Opa sorprendenti, i «guastatori per conto terzi» che si materializzano all'interno stesso del centro-sinistra dicono che in cucina si prepara un brodo indigesto. La ricetta è il prodotto di molte mani, italiane e straniere. Se non vogliamo mangiare quel piatto, organizziamoci.





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20 luglio 2005

Raniero Panzieri

Una lezione di metodo
La parabola bruciante e precoce di Raniero Panzieri, dirigente socialista nelle occupazioni delle terre in Sicilia e poi nelle prime lotte operaie nella Torino degli anni `60, fondatore di «Mondo operaio» e dei «Quaderni rossi» morto alla vigilia della rivoluzione del `68. Lo ricorda un volume collettaneo, «Raniero Panzieri. Un uomo di frontiera», curato da Paolo Ferrero. Una occasione per confrontarsi con un'intelligenza lucida e tagliente come un bisturi puntata sull'universo della fabbrica neocapitalista. Un pensiero fecondo e una immaginazione per il presente
PINO FERRARIS
Le presentazioni del libro Raniero Panzieri. Un uomo di frontiera. - curato da Paolo Ferrero per le Edizioni Punto rosso/Carta (prefazione di Marco Revelli, pp. 285, € 13) di cui ha scritto Massimo Raffaeli su Alias del 14 maggio - sono state occasioni per ricordare la figura di Panzieri ma anche per aprire una discussione di alcuni nodi di fondo del nostro agire politico. Una discussione da riprendere e allargare. Panzieri è stato organizzatore politico e dirigente negli aspri anni Cinquanta. Come direttore di Mondo Operaio, la rivista ufficiale del Psi, nel 1957-58, aprì con vigore e lucidità, dopo i fatti d'Ungheria, l'unica prospettiva di uscita a sinistra, classista e libertaria, dallo stalinismo. Conosceva sino in fondo la vischiosa resistenza delle strutture del passato, sapeva della estrema difficoltà e della grande complessità di strutturare il nuovo. Nonostante ciò egli scelse di rompere per continuare. Panzieri fu e rimase uomo di frontiera senza cedere di un millimetro al richiamo delle comode dimore dell'ufficialità politica, rifiutando senza la minima esitazione ogni spregiudicata estetica del sovversivismo settario. La rottura del 1963 con Mario Tronti e i compagni che lasciarono i Quaderni Rossi per fondare Classe operaia fu politicamente importante oltre che molto pesante per Raniero.

Quel dibattito rinvia a dispute antiche del movimento operaio che lo storico francese Dolléans sintetizza nelle formula del conflitto tra rivoluzione di potenza e rivoluzione di capacità. Rivoluzione di potenza indica l'orientamento che subordina la trasformazione sociale alla potenza acquisita con la conquista del potere statale. In questa ottica l'azione sociale immediata e quotidiana è strumentalizzata alla finalità di produrre dominio organizzato della macchina politica. Essa prevede la sovranità del Partito guida, la necessità del momento autoritario. La rivoluzione di capacità rinvia invece alla capacità autogestionaria delle libere associazioni attraverso l'incremento delle risorse intellettuali e morali dei lavoratori e della loro forza autonoma di imporre soluzioni in proprio e dal basso dei loro problemi. Essa prevede il partito strumento al servizio delle solidarietà di classe e la coincidenza permanente fra emancipazione sociale e liberazione politica.

Le rivoluzioni di potenza hanno vinto molte volte, ci ricorda Wallerstein, hanno vinto con le loro strategie basate sulle due fasi: la conquista del potere statale per poi trasformare la società. Ma lo storico americano ci ricorda che i vecchi movimenti anti-sistemici «orientati allo stato» sono rimasti vittime dello stato stesso. Sono falliti nella promessa sociale e nella sfida della libertà e sono implosi. Da quei fallimenti, secondo Wallerstein, prende avvio la vicenda che è partita da quella che egli continua a chiamare la «rivoluzione mondiale del 1968», madre di tutti i successivi nuovi movimenti anti-sistemici, sino al più maturo di tutti, l'attuale movimento dei movimenti.

E' qui, sul terreno della trasformazione della politica che Raniero Panzieri ebbe intuizioni veramente profetiche. Che cosa voleva dire, in quegli anni, richiamare il tema del controllo operaio lanciato col dirompente manifesto politico dei minatori del Galles del sud nel 1912 come alternativa sia alla proprietà capitalistica sia alla statalizzazione? Per quei minatori in lotta lo Stato era un nemico tanto quanto il padrone. I lavoratori volevano diventare capaci di dirigere la propria industria con un sistema completo di controllo operaio. «Socializzare senza statizzare» è questa l'ultima proposta di rivoluzione delle capacità avanzata alla vigilia di quella prima guerra mondiale che forgerà lo scheletro d'acciaio dell'esperienza novecentesca, fatta di statalismo autoritario, capitalismo organizzato e politica militarizzata.

Il richiamo di Panzieri del tema del controllo operaio, l'apertura della dimensione del movimento politico di massa, l'affermazione secondo la quale il proletariato ha la possibilità e la necessità di educare se stesso costruendo i suoi propri istituti di democrazia riapre (nel linguaggio e nella forme del suo tempo) la perduta prospettiva della rivoluzione di capacità e tenta di ricongiungere intransigente istanza socialista e radicalismo della libertà. E tutto questo prima della «rivoluzione del 68», prima del crollo catastrofico del comunismo, prima dell'esaurimento del secolo socialdemocratico. Tronti rispolvera vecchie antitesi tra movimentismo e organizzazione, tra spontaneità e direzione, tra Consigli e Partito. Non sono più questi i termini del problema. Le articolazioni reticolari del far da sé solidale, le richieste di comunalismo partecipato, l'esigenza di un sindacalismo orizzontale in grado di coniugare protagonismo democratico, forza rivendicativa e capacità di fare società anche negli ambiti di vita, i movimenti di pace e di difesa dell'ambiente, il ritorno embrionale di forme di economia solidale tutto questo sollecita un grande sforzo di invenzione politica. In momenti come questi occorre soprattutto chiederci:quale politica? quale partito? Paolo Farneti, che è stato uno dei più acuti e stimolanti sociologi della politica, ci ha ricordato che l'esperienza storica del partito politico di massa non ci propone soltanto il modello di quel partito alternativo alla società civile che tendeva a inglobare e a partitizzare la società intiera secondo l'esperienza della socialdemocrazia tedesca di Bebel e di Kautsky e dei partiti della III internazionale.

Il vecchio partito laburista, cinghia di tramissione alla rovescia che rappresentava i sindacati nel parlamento, poteva essere visto come partito complementare alle strutture date della solidarietà operaia. E' possibile invece vedere nel partito operaio belga di Vandervelde un partito coordinatore delle solidarietà. Era una associazione di associazioni, una federazione politica di camere sindacali, società di mutuo soccorso e cooperative. E' bene tener presente questa articolazione pluralistica dell'esperienza storica del partito di massa quando la posta in gioco è un radicale ripensamento della politica. Dopo il crollo del partito burocratico di massa che inquadrava e mobilitava singoli individui collettivizzati emergono ora i fragili e arroganti partiti videocratici e personali che cercano di costruire il loro dominio sull'apatia e sull'atomizzazione di massa. Contemporaneamente il movimento dei movimenti dimostra nuova tenuta associativa, capacità cooperativa e forti esigenze di politica reticolare e partecipata.

Oggi ci troviamo di fronte al confronto e allo scontro tra forme diverse della politica che implicano ipotesi alternative dell'agire sociale. Di questo incominciava a parlarci Raniero quarant'anni fa. Ma c'è un'altra lezione per l'oggi che ci viene da lui . E' fondamentale ricordare il suo metodo esemplare di analisi e di controllo delle grandi transizioni sociali. Negli anni a cavallo tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta egli indaga e contesta il passaggio verso il neocapitalismo del cosiddetto «miracolo economico». Due strumenti essenziali Panzieri ha messo in opera a questo fine: la critica dell'uso capitalistico delle macchine e l'inchiesta operaia. Sul terreno dell'analisi e del controllo della successiva grande trasformazione del post-fordismo il nostro fallimento è totale. Il mutamento verso la società informazionale ci è semplicemente caduto addosso. Come mai questa tecnologia informatica che per sua essenza intreccia tecnica e potere, non siamo riusciti a sezionarla con il bisturi di Panzieri della critica dell'uso capitalistico delle macchine? E' vero che la telematica ha un doppio volto. Essa vende computer come beni di consumo durevoli che ci rendono disinvolti consumatori di informazione. Ma questa tecnologia è anche e soprattutto un formidabile bene strumentale che scende sul versante del lavoro come procedura che regola, come ordinatore che guida, come panopticon che sorveglia.

Quando incominciammo, nei primi anni Ottanta, ad analizzare l'automazione flessibile a base elettronica nelle fabbriche vedevamo soprattutto l'informatizzazione come automazione di sostituzione del lavoro umano, come robotizzazione. Eravamo ossessionati dall'utopia capitalistica della fabbrica senza operai. In realtà lo sviluppo principale dell'informatica è stato nella direzione della tecnologia di integrazione che ha prodotto operai senza fabbrica. Due notizie recenti danno il segno della direzione di marcia. Nelle fabbriche dell'ex Zanussi, dove venti anni fa seguivamo criticamente il processo di robotizzazione, ora si smontano i robot e si mettono di nuovo gli uomini e le donne sulle linee di produzione. La destabilizzazione del lavoro generata dall'informatizzazione ha prodotto una tale abbondanza di lavoratori flessibili e a basso costo da rendere conveniente l'utilizzazione del lavoro umano al posto del robot. Contemporaneamente, da una ricerca universitaria commissionata dal sindacato inglese, ci viene una novità sconvolgente: si diffonde la robotizzazione diretta dell'umano. Sono migliaia gli operai con il computer da polso che vengono guidati e controllati, via satellite, nei minimi dettagli delle loro operazioni lavorative. Questa funzione della telematica come nuovo automa-autocrate del processo di produzione che ha sostituito la catena di montaggio ci ha lasciato disorientati. Non esiste una critica dell'uso capitalistico del macchinismo post-fordista. Il decentramento centralizzante dell'automazione d'integrazione informatica ha scisso cooperazione tecnica e cooperazione sociale, ha verticalizzato e concentrato il comando mentre ha frantumato e disseminato orizzontalmente macchine e operai. Si va perdendo la centralità della fabbrica come luogo di integrazione del ciclo di produzione. Diventa molto più complesso quel movimento di andata e ritorno tra soggettività operaia e movimenti del capitale che era proprio dell'inchiesta che ci proponeva Panzieri. Quando allora si parlava di con-ricerca o di inchiesta socialista si sottintendeva una visione, non certo deterministica, ma comunque piuttosto ottimista circa il rapporto tra essere sociale e coscienza sociale. Oggi questo rapporto è molto più contraddittorio.

In tempi come questi il rischio più grave è quello di andare a cercare soltanto ciò che vogliamo trovare mentre è fondamentale nell'inchiesta incontrare l'alieno, lo sconosciuto, l'imprevisto. L'intreccio sempre più significativo tra ambiti di vita e di lavoro richiede un ripensamento di fondo dell'inchiesta. Non c'è più un punto di osservazione privilegiato della condizione operaia. Il call center, il bancario al video-terminale, il conduttore di sistemi automatici, il lavoro autonomo di seconda generazione, l'hacker creativo? Oppure le immense periferie cinesi, indiane e brasiliane che ci ricordano, su smisurata dimensione di scala, la Londra ottocentesca di Engels? Occorre rifuggire dalle semplificazioni, occorre evitare di assumere la parte per il tutto, è necessario riaccendere i riflettori sul lavoro da ogni lato, da molte postazioni, da svariate angolature.

Vi sono queste e infinite altre difficoltà nel ridefinire e rilanciare il metodo dell'inchiesta ma alla base della paralisi e dell'indifferenza verso l'inchiesta c'è una colossale, gigantesca svalutazione economica, culturale e politica del lavoro. Solo dei visionari potrebbero negare la dilatata presenza sociologica del lavoro, tutti però dobbiamo constatare il crollo del valore del lavoro che, a mio avviso, ha la sua radice principale nella rottura drammatica del nesso tra lavoro e politica, tra lavoro e trasformazione sociale. Ci vuole anticonformismo, è necessario spezzare senza pietà il conservatorismo delle pratiche e delle idee, occorre consapevolezza piena dei mutamenti di fondo, coraggio, come diceva Raniero, di rompere radicalmente, ma rompere per continuare. Non rompere per liquidare.





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20 luglio 2005

Keynes

ECONOMIA POLITICA
Lord Keynes e l'arte della vita
CARLA RAVAIOLI
Il nome di Keynes è referente costante della letteratura economica di sinistra. La cosa non stupisce, se la sua attenzione al sociale ha indotto l'ala più conservatrice della disciplina a guardarlo con sospetto o addirittura a ritenerlo un pericoloso sovversivo. Ciò che invece lascia perplessi è la, non rara, assunzione in toto del suo discorso sia nell'analisi del presente che nel tentativo di programmare il futuro. Keynes è una delle più grandi intelligenze del pensiero economico e non solo, ma ha vissuto e scritto nella prima metà del Novecento, cioè di un secolo segnato da un'accelerazione della storia forse senza precendenti nella vicenda umana. Se rimane validissimo l'impianto filosofico e politico del suo lavoro, difficilmente sembrano accettabili certe fedeltà letterali alle sue parole e la volontà di riprodurne il dettato in normative da porre in essere oggi. Per cominciare, quando Keynes pensava e scriveva, più produzione di regola significava più occupazione. Più produzione e produttività erano infatti allora conseguibili senza scaricare sul lavoro tutti i costi che il mercato non tollera; senza imporre precarietà, insicurezza, ricatto, come regola del rapporto tra capitale e lavoro; senza «snellire» al massimo il corpo aziendale (cioè licenziare massicciamente e liberamente); senza delocalizzare la produzione, in toto o in parte, verso paesi di salari stracciati e lavoro senza diritti e tutela alcuna. Tutte cose oggi invece divenute normali pratiche di politica aziendale. Tutte cose che di fatto hanno cancellato la vecchia equazione «più produzione = più occupazione». Accanto alle quali va poi considerato il fenomeno migratorio, di misura e qualità ben diverse dall'emigrazione del secolo scorso, che fatalmente incide su impiego e salari del paese «di accoglienza»; e, più ancora, l'evoluzione tecnologica, che da gran tempo faceva problema agli effetti dell'occupazione, ma che negli anni `30-40 era ancora ben lontana dalle conquiste attuali.

In questa situazione è ancora lecito richiamarsi a Keynes, ostinatamente auspicando aumento del prodotto a fini occupazionali? Ma soprattutto il nome di Keynes, esplicito o sottinteso, costituisce il più autorevole avallo alla fede pressoché universalmente indiscussa nella bontà dell'accumulazione capitalistica. Ciò che peraltro non appare improprio: è fuor di dubbio infatti che la convinzione della necessità di produrre e accumulare sovrappiù gli appartenesse. Ma stranamente pochi sembrano ricordare i precisi limiti da lui previsti per questo processo, limpidamente indicati in particolare nel prezioso gruppo dei suoi saggi cosiddetti «minori». «L'umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico» - scriveva nel `30 - e una volta «fuori dal tunnel della necessità economica», potrà concedersi di lavorare non più di tre ore al giorno e spendere a piacere il resto del proprio tempo; e darsi così una vita in cui non avranno più motivo di esistere usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, «passioni morbose e un po' ripugnanti», anche se «utilissime nel produrre e accumulare capitale». E' in questi passaggi che Keynes manifesta senza riserve la sua totale mancanza di simpatia per il capitalismo, che pure è stato oggetto centrale di riflessione e lavoro della sua vita; e più volte esprime nei suoi confronti una sorta di aristocratica insofferenza, definendolo «né intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso», trattandolo come qualcosa che si era costretti a sopportare, e anche a darsi da fare per aggiustarlo in qualche modo, dato che al momento, e almeno per qualche tempo ancora, non si vedeva come sostituirlo: sempre però fermamente rifiutando di credere alla ineluttabilità e eternità delle sue «leggi».

Trovo scorretto e vano pretendere dai classici risposte a ogni sorta di problemi, anche quelli all'epoca loro inesistenti. Forse però nel caso di Keynes non è del tutto illecito provare a domandarci che cosa penserebbe oggi, di fronte a una realtà in cui il processo di accumulazione, anche se non sempre al ritmo trionfale mantenuto per lunghi periodi, ha continuato il suo cammino ininterrottamente, e tuttavia moltissimi sono le persone e i popoli che nemmeno intravvedono l'uscita dal tunnel della povertà più disperata, e i senza-lavoro nel mondo si calcolano sul miliardo e mezzo, e la fetta più grossa del reddito prodotto va ad accrescere la ricchezza dei già ricchi, mentre i poveri diventano più numerosi e più poveri. Possiamo giurare che, in presenza di tutto ciò, sosterrebbe ancora la necessità di continuare a produrre e accumulare indefinitamente capitale, come con pertinace perseveranza sembrano ritenere i suoi seguaci ed epigoni? Magari aggrappandosi alla considerazione che quel centinaio d'anni da lui nel 1930 previsto come necessario per cancellare i guai peggiori del mondo, non sono ancora del tutto trascorsi? E quale posizione avrebbe assunto Keynes se avesse assistito all'esplodere del fenomeno consumistico - masse sempre più numerose di individui che non sembrano più trovare senso e identità se non nel desiderare, comprare, possedere, usare, gettare merci - lui che invitava a ridurre allo stretto necessario gli impegni di ordine pratico per «coltivare l'arte della vita»? E che avrebbe pensato di una società in cui l'economia, incontenibilmente debordando dagli spazi dovuti alla sua indispensabile funzione, ha invaso il pubblico dibattito e l'intera esistenza della collettività, dovunque imponendosi come dimensione prioritaria, fino a creare una sorta di identificazione tra sintesi sociale e sintesi economica, lui che esortava: «Guardiamoci dal sopravalutare l'importanza del problema economico, o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza», invitando a trattare l'economia come una semplice questione tecnica, qualcosa di simile all'odontoiatria?

C'è poi un altro fenomeno, non di poco momento, di cui Keynes non ha avuto vita abbastanza per cogliere se non i primi allarmi, e che però non si può ignorare in questo contesto. Calotte polari che si sciolgono, deserti che si dilatano, acqua che scarseggia, cicloni alluvioni tifoni che si moltiplicano e più distruggono, clima sconvolto, foreste dimezzate, tossicità diffusa... Il tutto (perfino Bush sembra ormai accettare l'idea) causato dalle attività umane in incontenibile espansione... Che ne direbbe Keynes, lui che già allora si preoccupava per la salvaguardia dei monumenti e delle belle campagne inglesi? Nessuno può rispondere a queste domande, ovviamente. Ma non è proibito sognare. Io sogno che la classe politica mondiale un giorno o l'altro riesca a esprimere qualcuno come lui.





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20 luglio 2005

Statistiche flessibili

Precari Istat, torna il blocco dei dati
Occupato l'istituto: «Lavoro garantito e qualità dei servizi»
Spalancate ai flessibili Il nuovo logo della "I" a «porte aperte» è il vanto dell'Istat. Il Coordinamento atipici ha fatto un anti-logo, con la "P" di «precari». La Cgil: «Stabilizzare tutti»

ANTONIO SCIOTTO
ROMA
Il nuovo logo dell'Istat deve evocare «vicinanza all'utente, trasmettendo che l'Istat è un bene pubblico, anche al servizio del cittadino». I due elementi geometrici «simulano la grafica di una porta in movimento, mantenendo nel contempo la valenza di solidità e sicurezza». Con queste parole lo stesso designer spiega il rinnovato simbolo dell'istituto di statistica: concetti nobilissimi, ma certo non troppo digeribili per gli 810 lavoratori precari che da anni conducono rilevazioni e ricerche senza vedere la fine del tunnel (se si eccettua uno stock di assunzioni, 174, che dovrebbero finalmente andare in porto questo settembre). Così hanno detto: anche noi ci facciamo un logo, e hanno messo la P (di «precari») proprio in mezzo alla porta. E ieri hanno pure concretizzato, occupando la sala stampa e impedendo il consueto briefing con i giornalisti per i dati sulla produzione industriale. Un'iniziativa a tre: Cgil, Uil e Coordinamento precari Istat. Quest'ultimo soggetto, molto attivo, ha creato il «contro-logo», e ha elaborato - insieme ai precari di diversi istituti - un'interessante indagine sul lavoro atipico nel settore della ricerca.

Flessibili interni. O in appalto

Innanzitutto bisogna distinguere i precari della ricerca in due grossi tronconi: quelli «assunti» (si fa per dire) direttamente dagli istituti, e quelli utilizzati in «outsourcing», ovvero attraverso la messa in appalto di un servizio, e dunque dipendenti da società private che accettano commesse dal pubblico. Le forme contrattuali sono le più svariate: a termine, cococo, a progetto, con partita Iva, ma anche borsisti, stagisti, e addirittura (può capitare negli appalti) in nero. Il settore pubblico è ormai strapieno di atipici: il piccolo dossier messo insieme dai precari del coordinamento fa riferimento a uno studio del ministero dell'economia, «I rapporti di lavoro flessibile nella pubblica amministrazione», datato 2003 ma che elabora dati fermi al 31 dicembre 2001. Cifre sicuramente cresciute da allora: venivano censiti 2.581 precari nella ricerca pubblica italiana, 6.981 docenti universitari e 6.408 impiegati nel comparto università. Bisogna anche tener conto che sono considerati esclusivamente i rapporti subordinati a termine, e dunque non viene inclusa nel calcolo la galassia di collaborazioni, borse di studio, stage e autonomi. I numeri del mondo atipico sono dunque certamente superiori, e una verifica empirica l'hanno fatta i coordinamenti precari di nove istituti romani, che si sono autocensiti: sono venuti fuori ben 5 mila lavoratori con rapporti «non classici», ben superiori agli striminziti 2.581 calcolati per tutta Italia.

Mille e trecento sono i precari all'Infn (istituto nazionale fisica nucleare); segue l'Isfol con 990; Istat e Istituto superiore di sanità con 800 ciascuno; l'Enea con 628; l'Icram (ricerca sul mare) con 150; l'Inran (alimenti e nutrizione) ne ha 100, l'Invalsi (valutazione istruzione) 75, l'Inea (economia agraria) 60. A parte i numeri assoluti, evocative sono le percentuali: più piccolo è l'istituto, maggiore è la presenza di precari rispetto al personale di ruolo: così all'Icram si arriva a cifre vicine al 100%, all'Isfol siamo al 90%, all'Invalsi all'83%. All'Istat, la percentuale è del 28%: 2100 a tempo indeterminato, 450 a termine e 360 cococo.

Atipico intervista atipico

Interessante anche la qualità del lavoro svolto: a parlarci del mondo flessibile, fornendo dati e rilevazioni periodiche, sono i flessibili stessi. Ad esempio, l'indagine sulle forze lavoro in Italia viene compiuta materialmente da 318 rilevatori cococo dell'Istat, mentre viene organizzata da personale che per più della metà è a termine. Le interviste telefoniche esterne sono addirittura appaltate alla (tristemente) nota Atesia - gruppo Cos - call center simbolo del precariato in Italia. I dati sui contratti sono elaborati invece dal servizio censimento Istat: 80% di atipici. Passando ad altri istituti, Alma Laurea fa indagini sui destini dei laureati: i ricercatori, tempo fa, denunciarono il loro status di «stagisti pluriennali», e dunque non retribuiti (!). L'Isfol (precari al 90%) si occupa di formazione lavoro.

Come dire, tocca proprio protestare. Nelle università il movimento di lotta è già più maturo e si è esibito nelle manifestazioni anti riforma Moratti, negli enti di ricerca è ancora da coordinare sul piano nazionale. «Noi facciamo una battaglia anche in nome della qualità e dell'innovazione dei servizi pubblici, contro il declino di cui tanto si parla», spiega Fabrizio Stocchi, del Coordinamento precari Istat. «I nostri scioperi - aggiunge Gabriele Giannini, Fp Cgil - hanno portato al primo stock di assunzioni quest'anno, ma adesso puntiamo a stabilizzare tutti i tempi determinati Istat. Resta il nodo dei rilevatori cococo, che la dirigenza vorrebbe esternalizzare: pensiamo che sia un errore, devono rimanere interni all'istituto, anche per offrire un servizio controllabile e di qualità». La piattaforma dei precari della ricerca parla infatti di stabilizzazione, riconoscimento di anzianità e tutele, più fondi, diritti di rappresentanza e sicurezza sul lavoro.





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20 luglio 2005

Gore Vidal

STATI UNITI
C'è del marcio in Ohio
GORE VIDAL
A parte la banda del petrolio e del gas che controlla due poteri dello stato interamente e un terzo parzialmente (quello controllato parzialmente - ma presto lo sarà interamente - è il potere giudiziario), durante l'ultima campagna elettorale in Gran Bretagna gli americani che prendono sul serio la politica hanno provato un bel po' di invidia. Lì i tre partiti hanno speso poco denaro, e non ne hanno speso affatto per farsi pubblicità in televisione. I risultati sono stati raggiunti rapidamente e con poca spesa. Soprattutto, i tre leader di partito si sono visti porre domande affilate e intelligenti da semplici cittadini chiamati curiosamente sudditi grazie all'onnipresente fantasma della corona, così diversa dalla nostra aquila dai predaci artigli nucleari. Sebbene i nostri media, sottoposti a una rigida censura, diano raramente notizie sui paesi stranieri (e mai buone notizie), quelli di noi che hanno sviluppato una dipendenza da tv via cavo C-Span e lo trovano l'unico mezzo di informazione veramente - anche se inconsapevolmente - sovversivo in questi Stati Uniti, possono osservare la politica britannica nel pieno della sua espressione. Dico «sovversivo» non solo perché C-Span tende a prendere sul serio alcuni libri interessanti, ma anche perché le sue dirette dal Senato e dalla Camera dei rappresentanti sono l'unica occasione concessaci per vedere da vicino i portavoce dei nostri padroni, e talvolta rappresentano bene un governo sempre più remoto da noi, repressivo e non disposto a rendere conto del suo comportamento. Osservare il vecchio profeta virtuoso Byrd del West Virginia, la solare ipocrisia di Biden del Delaware... mentre scrivo questi nomi così riveriti, mi vengono alla mente le loro facce, sento la loro voce, e mi viene la pelle d'oca da C-Span.
VIDAL/DALLA PRIMA
GORE VIDAL
Ad ogni modo, il meraviglioso C-Span ha un'altra freccia al suo arco. Mentre qualche dirigente annuiva, C-Span ha cominciato a mostrarci la Camera dei Comuni della Gran Bretagna durante un question time. Questa è l'unica occasione che la maggior parte degli americani avrà mai per vedere come dovrebbe funzionare una democrazia. Lì i leader di partito si affrontano in dibattiti spesso furibondi su argomenti come la guerra e la pace, la sanità e l'istruzione. Poi, i circa seicento parlamentari possono rivolgere ai loro capotribù delle domande. Anni fa l'incomparabile Dwight Macdonald scrisse che una qualunque lettera al Times di Londra (gli inglesi sono autori incalliti di lettere sulle questioni importanti) è scritta meglio di un qualunque editoriale del New York Times.

Oltre al question time, che permette agli americani di vedere come funziona la democrazia politica (al contrario delle nostre due Camere, composte da lobbisti per le corporations americane), C-Span ha anche mostrato i tre leader di partito mentre venivano interrogati da un gruppo costituito in gran parte da giovani sudditi della corona fantasma, con la supervisione di un giornalista politico esperto. Blair veniva aspramente accusato di aver mentito sul parere legale ricevuto in merito al diritto della Gran Bretagna di muovere guerra all'Iraq per la banda americana del petrolio e del gas. Questo pubblico dal vivo della Bbc faceva domande molto più informate e istruttive di quelle che l'intera stampa accreditata americana ha potuto fare a Bush e agli altri in occasione delle nostre recenti elezioni politiche. Ma gli americani non sono abituati a sfidare l'autorità in «tempo di guerra», come lo ha definito un presidente che ha ordinato l'invasione di due paesi che non ci avevano fatto alcun danno, e ora sta pianificando guerre future nonostante la mancanza di uomini e di soldi. Solo per averlo seguito, Blair ha dovuto rispondere a domande severe e informate, domande di un tipo a cui Bush non risponderebbe mai, nemmeno se fosse in grado di farlo.

Così, abbiamo visto cosa può fare la democrazia oltremare. Tutto sommato, un'esperienza scombussolante per chiunque sia così sciocco da ritenere l'America democratica in tutto, tranne quando in preda alla furia imprigiona l'innocente e con gioia elegge il colpevole. Che fare? Come primo passo, invito i radical di C-Span che prendono sul serio la nostra Costituzione e il Bill of Rights a rivolgere la loro attenzione alla corruzione delle elezioni presidenziali del 2004, particolarmente nello stato dell'Ohio.

Uno dei deputati più utili - attualmente il più utile - è John Conyers, un democratico del Michigan che, in qualità di membro anziano di minoranza della Commissione giustizia, ha guidato i parlamentari democratici della Commissione e i loro collaboratori nel cuore dell'America profonda, nella Riserva Occidentale; specificamente, nello stato non-così-rosso dell'Ohio, un tempo conosciuto come «la madre dei presidenti».

Conyers c'è andato per rispondere alla domanda che la minoranza degli americani affezionata alla repubblica sta ponendo dal novembre 2004: «Che cosa è andato storto in Ohio?». Egli è troppo modesto per riferire le difficoltà che deve aver superato, anche per mettere insieme il suo team nonostante la trionfalistica maggioranza repubblicana al Congresso, per non parlare dell'improbabile erede di se stesso, George W. Bush, la cui scelta originale da parte della Corte Suprema ha prodotto molti articoli su cosa sia andato storto in Florida nel 2000.

Questi hanno portato alle scuse del giudice John Paul Stevens per il comportamento della maggioranza di 5 a 4 della Corte nella vicenda «Bush contro Gore». Bush lo sconfitto ha poi mosso guerre non dichiarate all'Afghanistan e all'Iraq, producendo inoltre i più grandi deficit della nostra storia e la rivelazione che le politiche di un'Amministrazione che, un po' come il conte Dracula rifuggiva dagli spicchi d'aglio, rifugge dal dare conto del proprio comportamento, sono state responsabili dell'omicidio e della tortura dei prigionieri - secondo stime del Pentagono, prelevati a caso nel 70-90% dei casi - facendoci odiare da un miliardo di musulmani e suscitando il disgusto di quello che viene chiamato «mondo civilizzato».

Essendomi stato chiesto di prevedere chi avrebbe vinto nel 2004, ho detto che Bush avrebbe perso di nuovo, ma ero fiducioso che nei quattro anni tra il 2000 e il 2004 la propaganda creativa e la scelta degli addetti elettorali avrebbe potuto essere perfezionata al punto di assicurargli una vittoria ufficiale. Un rapporto di Conyers, Preserving Democracy: What Went Wrong in Ohio (Preservare la democrazia: che cosa è andato storto in Ohio), dimostra con dovizia di dettagli che lo swing state dell'Ohio è stato attentamente gestito in modo da offrire la vittoria apparente a Bush, anche se Kerry risulta essere stato il vincitore popolare nonché il mancato capoclasse nominato dai grandi elettori.

Invito gli aspiranti riformatori della nostra politica e di anacronismi come il collegio elettorale a leggere l'utile guida di Conyers su come rubare un'elezione una volta messo al posto giusto colui che controlla le procedure elettorali in un singolo stato: in questo caso, il segretario di stato dell'Ohio Kenneth Blackwell, che ha orchestrato una famosa vittoria per coloro che odiano la democrazia (una minoranza permanente ma appassionata). Il Rapporto Conyers afferma categoricamente: «Per quanto riguarda i fatti di cui siamo venuti a conoscenza, in breve, osserviamo che in Ohio si sono verificate irregolarità e anomalie di voto massicce e senza precedenti. In molti casi queste irregolarità sono state causate da comportamenti illegali e scorrettezze intenzionali, molte delle quali hanno visto partecipe il segretario di stato Kenneth J. Blackwell, condirettore della campagna Bush-Cheney in Ohio». In altre parole, una riproposizione dello scenario della Florida nel 2000, quando il direttore della campagna per Bush e Cheney era anch'egli il segretario di stato. La lezione? Programmare sempre per almeno altri quattro anni.

Negli Stati Uniti d'Amnesia è ben noto che non solo l'Ohio ha avuto un numero considerevole di nuovi elettori, ma che Blackwell e la sua gang, attraverso «la scorretta collocazione delle macchine per il voto hanno portato a file lunghe e senza precedenti, che hanno privato del diritto di voto moltissimi elettori, se non centinaia di migliaia, in modo particolare quelli appartenenti alle minoranze, e i democratici».Negli ultimi anni molti di noi hanno messo in guardia sul pericolo delle macchine per il voto elettronico, a cominciare dalla denuncia su Internet dell'investigatrice Bev Harris, che è stata coperta di insulti dai funzionari di compagnie come Diebold, Sequoia, ES&S, Triad. Quest'ultima compagnia per il voto computerizzato «ha sostanzialmente ammesso di avere fornito dei "fogli falsi" a coloro che conteggiavano i voti, durante il nuovo conteggio in numerose contee. Questi fogli dicevano agli incaricati elettorali quanti voti dovevano trovare per ciascun candidato, e quanti voti in più e in meno dovevano calcolare per far coincidere il loro conteggio con il conteggio automatico. In questo modo, hanno potuto evitare di fare un conteggio manuale completamente nuovo in tutta la contea, previsto invece dalla legge statale».

Eppure, nonostante tutto questo lavoro, e questo potere economico, gli exit poll mostravano che Kerry avrebbe vinto in Ohio. Cosa è dunque successo?

Ho parlato più che a sufficienza di questo giallo, studiato così approfonditamente da Conyers, dai suoi colleghi del Congresso e dai loro collaboratori. Ma l'indagine non è stata limitata ai crimini contro la democrazia: il rapporto su «cosa è andato storto in Ohio» suggerisce anche una serie di soluzioni per rimettere le cose a posto.Inutile dire che questo rapporto è stato ignorato quando il collegio elettorale ha prodotto il suo esame, non verificato, dei voti stato per stato. Inutile dire che non è stata convocata alcuna commissione congiunta delle due Camere del Congresso per prendere in considerazione i vari crimini commessi e trovare i modi e i mezzi per evitare che si ripetano nel 2008, qualora ci sia consentito di tenere le elezioni una volta che ci saremo - unilateralmente - impegnati in un'altra guerra, questa volta contro l'Iran. Ad ogni modo, grazie a Conyers, la scritta è lassù sul muro e tutti possiamo vederla chiaramente: «Mene, mene, tekel, upharsin». Gli studiosi della Bibbia conosceranno il significato di queste parole che Dio rivolse a Baltassar e ai suoi accoliti della vecchia Babilonia.






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20 luglio 2005

Cose turche

Mafia, il processo a Mannino è da rifare
«Il patto con le cosche non è dimostrato». I giudici di Cassazione cancellano la sentenza di condanna emessa nel 2004 dalla Corte d'Appello di Palermo e avvertono: il voto di scambio deve essere provato con più consistenza
C. L.
ROMA
Sentenza annullata e tutto da rifare. Per Calogero Mannino è arrivato il momento della rivincita. Le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno infatti annullato la sentenza con cui nel 2004 la Corte d'Appello di Palermo lo aveva condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione dopo averlo riconosciuto colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza che ieri i supremi giudici hanno smantellato, stabilendo però che l'uomo politico accusato da alcuni pentiti di aver stretto un patto con le cosche palermitane e agrigentine dovrà essere giudicato nuovamente dalla Corte d'Appello di Palermo. I riflettori stanno dunque per riaccendersi sopra uno dei grandi processi siciliani dopo quello al giudice Corrado Carnevale e al senatore Giulio Andreotti. Per i difensori di Mannino, gli avvocato Carlo Federico Grosso e Grazia Volo, si tratta di una vittoria che però li soddisfa solo a metà. Come aveva fatto ieri mattina il Procuratore generale Antonio Siniscalchi, anche i due legali avevano chiesto infatti l'assoluzione dell'ex ministro senza il rinvio a un nuovo procedimento. Anche così, comunque, la decisione presa dalla Corte presieduta da Nicola Marvulli consente a Mannino - assente dall'aula al momento della sentenza - di cantare vittoria. «Una volta un mugnaio esclamò: c'è un giudice a Berlino. Adesso io dirò che c'è un procuratore a Roma», ha detto l'ex ministro dell'Agricoltura. «La sentenza di condanna è stata annullata perché non è stata ritenuta legittima, a questo punto avrò da compiere un'ulteriore fatica, quella di affrontare un altro processo in appello. Pazienza».

Non sono bastati undici anni di indagini e processi (era il 1993 quando il nome di Calogero Mannino venne iscritto per la prima volta nel registro degli indagati) per dimostrare con assoluta certezza il patto che l'ex uomo politico della Dc avrebbe stretto con la mafia. Un punto che rappresenta il vero punto debole della sentenza di secondo grado. Basandosi su quanto stabilito in precedenza dalla sentenza Carnevale, i supremi giudici hanno infatti stabilito che, perché possa essere riconosciuto il reato di concorso esterno, occorre dimostrare che l'accordo fatto con le organizzazioni criminali «abbia un contenuto serio e concreto e determini l'effettivo rafforzamento o consolidamento dell'associazione mafiosa». Bisogna insomma provare in quale modo e quali vantaggi Mannino avrebbe procurato alle cosche in cambio dei voti promessi, cosa che invece non è stata fatta dai giudici della Corte d'Appello di Palermo. «Effettivamente - aveva spiegato ieri mattina il consigliere relatore Giovanni Canzio - alcune migliaia di voti si sono spostati su Mannino, nel 1983, ma non ci sono prove che vadano oltre la generica disponibilità da lui manifestata verso appartenenti a Cosa nostra». A essere in discussione non sarebbero dunque i contatti che Mannino avrebbe avuto con esponenti mafiosi (contatti «provati» per Canzio), ma manca la prova di una sua effettiva promessa di aiuto ai clan. Un concetto reso ancor più esplicito dallo stesso procuratore generale Siniscalchi: «La sentenza di appello ci dice tutto quello che Mannino avrebbe ricevuto dalla mafia, ma non ci dice nulla sul contributo che Mannino avrebbe dato a Cosa nostra». Tesi fatta propria dalla Suprema corte.

La palla torna adesso a Palermo, ma difficilmente i giudici di appello potranno ignorare quanto accaduto ieri a Roma. Ne sono convinti i legali di Mannino, che dopo aver fatto notare come la lunghezza smisurata del processo all'ex Dc, provano a ragionare sul futuro del processo dopo la sentenza della cassazione. «Sono stati stabiliti due principi di diritto a cui la Corte d'Appello di Palermo dovrà attenersi - dicono Grosso e Volo -: l'accordo con l'organizzazione, nel quadro del decalogo già stabilito dalla sentenza Carnevale e l'inutilizzabilità di sentenze non passate in giudicato se non come documento attestante il fatto». Due punti dai quali, secondo i legali, i giudici palermitani non potranno prescindere.





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20 luglio 2005

La posta in gioco

Al via la battaglia dei contratti
Voci su una «proposta» di Confindustria, contrapposta agli obiettivi del sindacato
FRANCESCO PICCIONI
Confindustria ha le idee chiare, ma alcune di queste idee sono decisamente contraddittorie tra loro. Segno che la «chiarezza» non copre tutto lo spettro dei problemi, ma soltanto quelli che potrebbero - e non sempre - gonfiare di nuovo le tasche delle imprese. Soltanto il giorno prima Luca di Montezemolo aveva avvertito il governo sul tfr («riforma senza costi per le imprese»), minacciando la convergenza coi sindacati nel far fallire una riforma non concordata. Nelle stesse ore, dai think tank confindustriali, veniva lasciato filtrare uno schema di «proposta» su cui discutere la riforma del modello contrattuale. Il Corriere della sera metteva così nero su bianco quello che nessuno - se non qualche economista in vena di consigli - aveva fin qui osato dire: a) il livello nazionale della contrattazione va «snellito», riducendolo alla definizione di un «salario minimo» davvero minimo; b) il salario reale andrebbe quindi stabilito in sede di contrattazione aziendale, moltiplicando all'infinito i livelli salariali a seconda dello stato di salute della singola impresa; c) è prevista comunque una «clausola d'uscita» anche dal «salario minimo», da concordare a livello aziendale con i sindacati.

Il combinato disposto di queste tre «modifiche» è tale da annullare qualsiasi contrattazione seria, a qualsiasi livello. E' chiaro infatti che il minimum wage - quando bisogna nominare una cosa inaccettabile c'è sempre qualcuno che lo dice in inglese - verrebbe fissato al livello più basso, quello dell'azienda meno competitiva di tutto il sistema industriale. La contrattazione aziendale per «salire» oltre questo livello infimo risentirebbe di infinite variabili (radicamento e unità dei sindacati, possibilità o meno dell'impresa di minacciare delocalizzazioni, ecc), fino alla «clausola d'uscita» che apre la porta a qualsiasi abisso ribassista.

Su questa strada, che riportebbe il sindacato italiano all'inizio del Novecento, le confederazioni si sono ufficialmente messe di traverso, visto che tutte e tre tengono fermo il livello nazionale come baricentro di qualsiasi contrattazione. Se il quadro fosse questo, Confindustria si troverebbe a sfidare contemporaneamente il governo (su Irap, tfr, misure più incisive di politica economica) e i sindacati (su salari e politica contrattuale). Ma non sono certo mancati, nei giorni scorsi (a cominciare dall'intervento conclusivo di Pezzotta, che dava alla Cgil il 15 settembre come data limite per definire una «proposta di riforma» comune), i segnali di disponibilità a discutere - senza neppure aver visto finora uno straccio di documento ufficiale. E i giornali d'area confidustriale non risparmiano certo i commenti a favore di un isolamento della Cgil, che però ha il «difetto» d'essere di gran lunga il primo sindacato italiano.

Carla Cantone, segretario generale con delega alla politica contrattuale, si rifiuta naturalmente di «commentare una proposta che non abbiamo ricevuto», oppure «gli articoli di Ichino (editorialista economico del Corsera, ndr) e Marro (giornalista della stessa testata che ha «rivelato» la bozza di Confindustria, ndr)». Ma là dove c'è fumo (gli articoli di giornale) spesso c'è anche arrosto (proposte che bollono in pentola e che si fanno trapelare per «saggiare le reazioni»). Una reazione, perciò, si impone comunque: «Se l'idea che hanno è questa, siamo proprio lontani; significherebbe che Confindustria non vuole discutere la politica contrattuale». La Cgil, anche se la proposta finale fosse diversa da quella del Corsera, non si aspetta comunque «una passeggiata», anche perché «sicuramente tra gli industriali e nel governo c'è l'idea che il contratto nazionale deve diventare più `leggero' per `incentivare' il livello aziendale. Ma non c'è nessun divieto in proposito, negli accordi del luglio '93». E comunque «il contratto nazionale deve difendere salario e potere d'acquisto».

Sulle difficoltà evidenti dei sindacati a definire una proposta unitaria, la Cantone conferma la posizione della Cgil: «prima bisogna discutere e chiarire tra di noi quali compiti, ruolo e funzioni devono avere il contratto nazionale e la contrattazione decentrata, e solo dopo si passa all'architettura `ingegneristica' di una proposta» Le necessarie «correzioni» all'accordo di luglio '93 vanno per la Cgil in direzione di «rafforzare e non depotenziare il contratto nazionale ed estendere il secondo livello», includendo anche «coloro che ora sono esclusi, come i precari e gli atipici». Ma soprattutto, precisa, «bisogna che i lavoratori vengano consultati». E per questo va rimessa al lavoro la commissione sulle «regole democratiche». Anche perché «certe norme riguardano tutto il mondo del lavoro, non solo il rapporto con Confindustria. Come nel luglio '93, occorre un accordo con tutte le parti che anche lì erano presenti». La materia da definire è infatti «una politica redistributiva a favore del lavoro dipendente, che tocca prezzi. tariffe, fisco, welfare. Se manca tutto questo, come si fa?».






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20 luglio 2005

Londonistan

INGHILTERRA
Londonistan, storia di un accordo saltato
Londra ha dato rifugio a diversi esponenti del radicalismo islamico in base a un patto di non belligeranza. Ma dopo l'11 settembre in America tutto è cambiato
S. LI.
«Chiunque nega che il terrorismo è parte del'islam è un miscredente». L'affermazione senza mezzi termini è dell'inossidabile Omar Bakri Muhammed, sulfureo leader dell'organizzazione al Muhajiroun («gli emigranti»). Quello che stupisce non è il tenore della frase - Bakri ha detto ben di peggio - ma il luogo in cui essa è stata pronunciata: Londra, all'inizio del 2001. Per tutti gli anni `90 la capitale britannica è stata il centro di ritrovo delle figure più controverse del radicalismo islamico: oltre al siriano Bakri, diversi sono i militanti virulenti che qui liberamente si incontrano e altrettanto liberamente parlano dell'esigenza di sposare la causa di Osama bin Laden e «lanciare una crociata contro gli ebrei e i crociati». Il quartiere di Finsbury Park - a nord di Londra - è il ritrovo di tutti questi figuri, tanto che viene ribattezzato dalle cronache - soprattutto francesi - «Londonistan», per la presenza di decine di ex arabi-afghani, militanti jihadisti che negli anni `90 si erano andati a fare le ossa nei campi di addestramento di al Qaeda in Afghanistan.

Come mai personaggi di questo tipo - che altrove erano ricercati - avevano invece totale libertà di esprimersi oltre-Manica? Gli analisti hanno sempre parlato di un tacito accordo tra il governo britannico e gli esponenti di punta del «Londonistan». Tale accordo prevedeva una forma di non belligeranza, basata su un semplice patto: «Voi predicate quello che volete, ma vi impegnate a non fare nulla in Gran Bretagna».

E l'accordo ha retto a lungo: per tutti gli anni `90 il Regno unito è rimasto un santuario in attaccabile e non è mai stato definito dar el harb («terra della guerra»). Di conseguenza, i britannici non sono mai finiti nel mirino dei sermoni infuocati dei militanti. E' a Londra che vive per nove anni Zacarias Messaoui, il franco-marocchino che doveva partecipare all'11 settembre ma si è fatto arrestare prima negli Usa per violazione delle leggi sull'immigrazione. E' da qui che parte Richard Reid, il famoso shoe-bomber, che è salito su volo American Airlines Parigi-Miami con una carica di esplosivo nelle scarpe.

Tutto comincia a cambiare dopo l'11 settembre 2001. L'accordo tra il governo e gli islamisti finisce sepolto dalle macerie del World Trade Center e Blair ratifica d'urgenza una legislazione anti-terrorismo, che prende di mira proprio gli esponenti più in vista del radicalismo islamico. Secondo le leggi speciali, qualunque «sospetto terrorista» di origine straniera può essere detenuto senza accusa e senza processo in carcere. Molti di loro - fra cui per ultimo il controverso predicatore Abu Hamza al Masri - finiscono in prigione, insieme a centinaia di semplici musulmani che passeranno anche anni dietro le sbarre prima di essere liberati senza alcun processo né indennizzo.

E' a questo punto che tra gli islamisti radicali e il governo inglese scoppia la guerra aperta. La Gran Bretagna viene accusata da diversi di questi predicatori per la sua compartecipazione alle politiche statunitensi in Iraq; il governo di Blair viene indicato come un target. Un esempio per tutti: quando viene resa nota la notizia, nel novembre 2001, della morte in Afghanistan di due giovani musulmani britannici di Luton, periferia di Londra, in un'intervista pubblicata dal Daily Mail, il portavoce di Al Mouhajiroun, Abdul Haq, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Almeno 100 giovani musulmani britannici sono già partiti per battersi a fianco dei talebani»; «per gli islamici della Gran Bretagna la lotta continuerà fino a quando la bandiera dell'Islam non sventolerà su Downing street».

Molti analisti sostenevano che il Regno unito si è fatto crescere una serpe in seno, un po' come gli americani che hanno finanziato i jihadisti di bin Laden in funzione anti-sovietica. Poco si sa per il momento degli attentatori, ma non è da escludere che su di loro una certa influenza i predicatori al vetriolo del Londonistan in effetti ce l'abbiano avuta.





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20 luglio 2005

Intervista ad Olivier Roy

INTERVISTA
La terza generazione dell'islam jihadista
«I responsabili dell'attentato di Londra non hanno probabilmente alcuna connessione con il Medioriente. Si sono radicalizzati in Europa». Lo studioso francese Olivier Roy analizza il 7 luglio e l'estremismo islamista sia nel Regno unito che nel vecchio continente
STEFANO LIBERTI
«Gli attentatori di Londra appartengono probabilmente a una nuova generazione di jihadisti, che si richiamano ad al Qaeda ma non sono mai passati per i campi di addestramento in Afghanistan o altrove». Lo studioso Olivier Roy commenta a caldo la notizia che i responsabili delle esplosioni di Londra sono kamikaze. Docente all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e all'Institut d'Etudes Politiques di Parigi, Roy è autore di diversi libri sul fenomeno del radicalismo islamico sia prima che dopo l'11 settembre, come Global Muslim. Le radici occidentali del nuovo islam (Fleltrinelli, 2003) e L'impero assente (Carocci, 2004).

Professor Roy, il governo britannico ha detto che gli attentati del 7 luglio sono stati causati da kamikaze. Il Medioriente arriva in Europa?

Si tratta sicuramente di una prima assoluta, dal momento che gli attentati di Madrid dell'anno scorso sono avvenuti, come è noto, con esplosivo abbandonato nei treni. Detto questo, non ritengo legittimo parlare di una dinamica mediorientale arrivata in Europa. Bisogna ricordare che tutte le cellule di al Qaeda - o di gente che si richiama ad al Qaeda - scoperte in Europa sono costituite da musulmani europei. Non ci sono casi di persone venute dall'Iraq o dalla Palestina per farsi saltare in aria in Europa. Il fenomeno del terrorismo jihadista europeo è una radicalizzazione avvenuta in loco di giovani musulmani, nati qui o arrivati qui giovanissimi. Le stesse indiscrezioni trapelate in queste ore fanno pensare che gli attentatori di Londra sono giovani di cittadinanza britannica o che vivevano in Gran Bretagna da tempo.

Non crede tuttavia che i jihadisti europei si possano essere radicalizzati come conseguenza dei conflitti mediorientali?

Non credo all'idea di questo legame diretto. Quando guardiamo alla storia individuale di queste persone, vediamo che si sono radicalizzati molto prima dell'arrivo degli americani in Iraq. Sicuramente utilizzano i conflitti in Iraq e in Palestina per avere consensi tra l'opinione pubblica musulmana, ma si tratta di un riferimento puramente opportunistico.

A suo avviso, si tratterebbe quindi in qualche modo di una seconda generazione di jihadisti, che nulla ha a che vedere con i noti campi di al Qaeda in Afghanistan?

Io in realtà io tendo a distinguere tre generazioni. La prima è costituita da coloro che, come lo stesso Osama bin Laden, sono partiti negli anni `80 verso l'Afghanistan. Si tratta per lo più di persone provenienti dal Medio oriente. Pochi di loro sono passati in Europa. La seconda è formata da gente che negli anni `90 si radicalizza in Europa e poi successivamente va in Afghanistan, oppure in Bosnia, in Cecenia, in Kashmir. Di questo gruppo fanno parte i piloti dell'11 settembre. Adesso esiste, a mio avviso, una terza generazione: persone che si radicalizzano in Europa e che entrano in azione senza passare per i campi di al Qaeda.

Se non passano per i campi di addestramento, dove avviene la loro formazione, il loro passaggio all'ideologia jihadista?

Si incontrano su internet o in piccoli gruppi. Decidono di sposare l'ideologia jihadista e come una specie di franchising, si fregiano del marchio al Qaeda. Sono riconosciuti da bin Laden, ma con lui - o con le persone della prima generazione - non hanno alcun contatto diretto.

Crede che sia possibile che un gruppuscolo di giovani incontratisi su internet organizzi un attentato di questo tipo e sofisticatezza?

Credo che un indizio importante sarà dato dall'esplosivo utilizzato. Se l'esplosivo è di difficile reperimento - di carattere militare - è evidente che gli attentatori hanno connessioni con altri giri; o con militanti più anziani o con criminali che nulla hanno a che fare con la galassia islamista, come mafie o gruppi terroristi di altra natura.

Sarebbe una novità, alleanze di questo tipo non sono mai avvenute...

Per il momento non credo che esistano alleanze strutturali di questa natura, ma ritengo comunque che presto o tardi si creeranno. Esistono tuttavia - e questo è accertato - connessioni individuali tra radicali jihadisti e mafiosi o banditi. Basta pensare al caso di Madrid: gli attentatori hanno comprato l'esplosivo da delinquenti spagnoli in cambio di una grossa partita di haschich.

Quale ruolo hanno i noti islamisti rifugiatisi in Gran Bretagna - come Omar Bakri e Abu Hamza al Masri - nella formazione di questa terza generazione?

Oggi credo che queste persone non hanno alcun ruolo attivo. Ma è certo che negli anni `90 avevano un'influenza reale. Basta pensare a Zacarias Massaoui, il famoso ventesimo attentatore dell'11 settembre, catturato e sotto processo negli Stati uniti. Lui ha detto apertamente che era affascinato da Abu Hamza e che era andato a Londra appositamente per ascoltare i suoi sermoni.

Come mai i britannici hanno lasciato esprimere liberamente leader radicali come Omar Bakri o Abu Hamza, che predicavano apertamente la violenza e la necessità di attaccare l'Occidente?

Credo che i britannici abbiano confuso le cose: non hanno capito che queste persone non erano dissidenti di movimenti politici originari del Medioriente. Hanno confuso quelli che io definisco gli islamo-nazionalisti - come ad esempio il tunisino Rachid Gannouchi - con esponenti del radicalismo islamico che nessun rapporto hanno con Il Medioriente, come Abu Hamza e Omar Bakri.

Non si prepara allora un giro di vite generalizzato, che potrebbe colpire i dissidenti reali?

Non credo che la Gran Bretagna cambierà la propria politica. Mi sembra poco plausibile che gli attentati di Londra rendano i britannici più duri nei confronti di Hamas e dell'Hezbollah libanese. Credo invece che le bombe contribuiranno a fare chiarezza e a distinguere chiaramente i movimenti islamo-nazionalisti - dotati di una reale strategia politica, che ha come punto di riferimento un particolare paese - e i movimenti di radicalizzazione europei che sono all'origine degli attacchi terroristici.

Gli attentati di Londra decretano il fallimento finale del modello multiculturalista britannico?

Credo che il paradosso vero è che, in seguito agli eventi di Londra, ci sarà una convergenza europea sul modo di trattare il rapporto con le nuove generazioni uscite dall'immigrazione. Se dieci anni fa tutti pensavano che il proprio modello era il migliore, ora si ha la consapevolezza che nessun modello funziona: né l'assimilazionismo francese né il multiculturalismo britannico od olandese. Si va verso un'integrazione europea, una sorta di sintesi di due modelli.

Non crede che la convergenza riguarderà soprattutto la costituzione di un modello iper-securtitario?

Alcune misure di restrizione delle libertà passeranno sicuramente in modo rapido. Succederà come alla fine del XIX secolo, quando gli attentati compiuti dai movimenti anarchici hanno avuto come conseguenze un rafforzamento dei poteri repressivi di polizia. Ma alla fine non credo che i governi possono spingersi troppo oltre, senza suscitare una reazione della società civile.




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