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20 luglio 2005

Quan to è vero! Quello che i comunisti non han mai capito...

L'uomo è così caparbio nelle sue contraddizioni che non tollera coercizioni per il suo bene, per il suo danno invece sopporta qualsiasi violenza.
(Goethe)




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20 luglio 2005

Dai dialoghi di Platone

Cosa nascondi in tasca una pistola o sei semplicemente felice di vedermi?
(Mae West) 




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19 luglio 2005

La domanda metafisica

Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio
(Altan)




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19 luglio 2005

Il compagno per Goethe

Un compagno di buon umore è una carrozza che viaggia veloce




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19 luglio 2005

Il terrorista tra noi

Dentro di noi
ROBERTO ZANINI
Erano quattro kamikaze, gli assassini di Londra, tutti cittadini britannici. Non lo dice la polizia ma la Bbc, però ci dicono che possiamo fidarci e inorridire in modo adeguato. Le bombe umane saltano in aria anche tra le nostre tiepide case, hanno il passaporto del nostro stesso colore. Non sono tra noi, sono noi, non importa se da pochi mesi o molti anni. La loro esplosione segna, in qualche modo, l'implosione dell'Occidente che si vuole combatta una guerra in difesa di ciò che ha di più caro. Ma ciò che avevamo di caro è stato annichilito da molto tempo, una guerra dopo l'altra. E la difesa armata dei presunti noi stessi ci ha fatto diventare il nemico che dichiaravamo di voler combattere. Abbiamo fatto quasi tutto da soli e ora terroristi suicidi occidentali uccidono cittadini inermi occidentali in una capitale occidentale. Credevamo di essere al fronte ma il fronte non c'è più, l'Oriente è venuto a trovarci e ha messo su casa. La parola kamikaze la importò Marco Polo di ritorno dal Giappone ma in arabo non esiste e anzi «vento divino», ciò che significa in italiano, è uno dei 99 bei nomi di dio nella teologia islamica. Tanti saluti alla civiltà superiore. Il vincolo della sopravvivenza non è più un deterrente, il limite ultimo e invalicabile di una violenza che è ormai l'unico elemento di relazione tra gli individui. Ciò che accade ogni giorno in Palestina o Iraq ci appare feroce e incomprensibile. Oggi accade in Gran Bretagna, ben dentro il campo che dicono sia il nostro, e comprendere diventa un obbligo.

E' proprio dal campo che bisogna uscire, dall'Occidente come camicia di forza, sistema di valori intangibili da preservare, laddove necessario, con la spada (e con la garanzia che, se a maneggiarla siamo noi, ciò non sarà considerato anticristiano). Fuggire da questo Occidente, magari portandosi dietro la cassa. Libertà, democrazia, uguaglianza, giornali: c'è un tesoro che non va dilapidato, nella cassaforte occidentale. Tolerance and change, tolleranza e cambiamento, sono state le parole d'ordine del sindaco di Londra, Ken Livingstone, il giorno dopo il macello della sua città. Cambiamento, appunto.

Invece difendiamo a mano armata la nostra identità, per colpire il «nemico» ci colpiamo da soli, in Italia pensiamo di scampare al prossimo attentato cacciando i clandestini e controllando poste e telefoni: il cielo stellato sopra di noi, le leggi speciali dentro di noi.

E' stato detto che l'impossibile immedesimazione con chi patisce una massima ingiustizia - la guerra è una - è la radice dell'incomprensione di fronte al terrorista suicida. Ora possiamo capire, e non è un bene che sia a prezzo del nostro sangue, ora possiamo inorridire. Dei kamikaze, della guerra e di noi stessi.





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19 luglio 2005

Terrorismo e linguaggio: verso la rassegnazione

POLITICA O QUASI
Sotto il segno della normalità
IDA DOMINIJANNI
«Contrastare la violenza politica non è facile. Richiede una rigida autodisciplina da parte sia del governo sia dei cittadini, e un certo grado di misura e di autocoscienza. Giovedì scorso è stata una giornata terribile per Londra; tuttavia non possiamo dimenticare che in quella stessa giornata lo stesso numero di persone sono morte in Iraq, senza che nessuno dedicasse loro pagine e pagined i giornale. Dobbiamo dare la caccia ai terroristi, che hanno commesso un crimine cruento contro la società. Ma non possiamo perdere la calma e l'autocontrollo di cui ogni società rispettabile ha bisogno. Non è la nostra debolezza, ma la nostra forza più grande». Così John Simpson, responsabile degli esteri alla Bbc, in un articolo che si intitola «Le bombe di Londra richiedono una risposta calma» e che mette in questione la tendenza al bombardamento mediatico che caratterizza le nostre società in queste e in altre circostanze. La copertura mediatica discreta, per non dire bassa, dell'evento ha caratterizzato il 7/7 2005 quanto l'enfasi ripetuta e ossessiva aveva caratterizzato il 9/11/2005. Londra chiude la spettacolarizzazione del terrorismo e del terrore che New York aveva aperto? E se sì perché, e con quali effetti? Non è facile azzardare una risposta né tracciare fondatamente una linea fra quella che potrebbe essere una razionale strategia di derubricazione dell'evento a fini di controllo politico dell'emotività imprevedibile, e magari della contestazione della guerra, che può scatenare, e quella che potrebbe essere invece una reazione caratteriale di self-control e sobrietà della società, del governo e dei media britannici. Lo storico Tony Judt, intervistato dall'Espresso, sottolinea giustamente una differenza storica fra New York e Londra, che spiega la differente reazione ai due attentati: per New York, colpita per la prima volta, l'evento era fuori norma e richiedeva una reazione fuori norma; mentre Londra, già pesantemente bombardata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, oggi come allora reagisce difendendo la normalità e la routine della vita quotidiana (il «non cambieremo il nostro modo di vivere» della regina Elisabetta). Non solo: l'attentato di New York fu inatteso, imprevisto e imprevedibile, quello di Londra era in qualche modo, per quanto sia terribile dirlo, atteso e previsto; lì la spettacolarizzazione segnalava l'eccezionalità dell'evento, qui la sobrietà potrebbe segnalare, scrive Ilvo Diamanti su Repubblica, la normalizzazione del terrorismo, la sua metabolizzazione nella vita quotidiana e nel senso comune. Effetto, quest'ultimo, percepibile fin dalle prime ore dopo l'attentato, non solo nella reazione dei londinesi ma anche nella nostra; e aperto ad altri e insondabili effetti, che possono andare sì nel senso della sobrietà, ma anche nel senso della depressione, della rassegnazione al clima di guerra, della delega ai governi per l'adozione di misure straordinarie e lesive delle nostre libertà.

Vale la pena di ricordare però che, strategie mediatiche a parte, l'attentato alle Torri gemelle conteneva in sé un tasso di spettacolarità invincibile: perla tecnica adottata, per l'obiettivo scelto, per l'indimenticabile azzurro del cielo sopra Manhattan di quella mattina, e perché voleva colpire al cuore l'immaginario americano, realizzando l'incubo persecutorio dell'attacco che viene dal cielo e dell'apocalisse tecnologica (La guerra dei mondi di Spielberg è un brutto film, che però mostra perfettamente quanto questo incubo sia radicato nella mentalità americana). Si disse allora che non era tanto la realtà a fare irruzione nel paradiso hollywoodiano dell'immaginario, quanto l'immaginario hollywoodiano a farsi tragicamente reale, con effetti a catena nel simbolico: dalla prima sensazione di afasia generalizzata («non ci sono parole») al salto di linguaggio che, nel bene e nel male, il pensiero politico ha dovuto fare da allora in poi. Adesso che, con Madrid e Londra, anche gli attentati si sono assestati in una forma tragicamente ripetitiva, l'immaginario è meno scosso e il simbolico non fa salti. Allora non c'erano le parole ma tutti, dal lato del potere e dal lato contrario, ne trovammo di nuove, adesso le parole ci sono ma sono sempre le stesse, inchiodate a una ripetizione che è essa stessa il segno di una situazione inchiodata.





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19 luglio 2005

Ripresa irachena

TERRA TERRA
Baghdad alla fame, alla sete, al caldo
KARIMA ISD
Come ai tempi dell'embargo, le famiglie irachene possono acquistare una certa quantità di alcuni alimenti e beni essenziali - riso, farina, latte per i neonati, zucchero, tè, olio, sapone - a prezzi politici presso negozi convenzionati; la tessera vige ormai da oltre dieci anni. Ma pare che adesso la corruzione divori le razioni. Ne riferisce un reportage realizzato da collaboratori iracheni del Los Angeles Times, entrati nelle case di persone che hanno venduto anche i mobili per campare. Il World Food Programme (Wfp) delle Nazioni unite, che sorveglia la distribuzione delle razioni - ma tutto è nelle mani del ministero del commercio - di recente ha riferito di una «significativa carenza di riso, zucchero e latte per infanti in tutto il paese». Da gennaio le famiglie di Baghdad non ricevono né latte per bambini né zucchero (che pur avendo solo calorie vuote, è necessario per il tè, il quale a sua volta è considerato l'unica consolazione giornaliera). A Sadr City, popolato da due milioni di abitanti poveri o poverissimi, la riduzione delle razioni alimentari ha risvolti drammatici. Ma ovunque le famiglie sono obbligate a integrare pesantemente le razioni acquistando cibo al mercato, il che spinge in alto i prezzi. Tè e farina negli ultimi mesi si sono triplicati. Una latta da 15 litri di oliaccio vegetale costava 4 dollari pochi mesi fa, adesso ne costa 12. E' molto: un autista di minibus (che hanno sostituito i grandi autobus cinesi) guadagna l'equivalente di tre dollari giorno per un mestiere faticoso e rischioso: dieci ore in mezzo al traffico e al calore soffocante, fra un attacco suicida e l'altro. Sempre più scarse, le razioni sono anche di cattiva qualità: il riso con i vermi, il the imbevibile. E secondo alcuni giornali di Baghdad, tè e farina devono essere stati contaminati da qualche sostanza o da contenitori impropri: parecchie persone si sarebbero ammalate dopo averli consumati. Il ministero del commercio ha replicato che l'allarme è stato inventato dai media ma ha rifiutato di diffondere i risultati dei test che dice di aver condotto sulla contaminazione di taluni alimenti. Inoltre, per il ministero la carenza di razioni deriva dalle strozzature alle frontiere con Giordania, Siria e Turchia, a loro volta causate dai problemi di sicurezza.

L'altro capitolo più che dolente è l'acqua, a leggere le storie di vita quotidiana che alcuni iracheni mandano ad amici all'estero. L'acqua manca anche per interi giorni nell'arsura estiva, e così non appena compare, si cerca affannosamente di riempire tutti i contenitori a disposizione. Qualche settimana fa, Baghdad è stata percorsa più volte da tempeste di polvere (ajaja); si è depositata dappertutto e in molti non hanno potuto lavarla via. La situazione dell'elettricità, dalla cui assenza deriva spesso anche la mancanza di acqua per via del pompaggio, varia da zona a zona e da giorno a giorno. Quando non c'è, nei quartieri meglio equipaggiati (non Sadr City, per esempio) vengono azionati generatori locali, ma anch'essi non continuamente (c'è infatti una paradossale scarsità di benzina). In mancanza, nelle case meno povere funzionano i generatori domestici, in grado di far andare il frigorifero, qualche luce e i ventilatori (detti panka), necessari come il pane dato che per mesi il caldo arriva a 50 gradi e nelle piccole stanze si ammucchiano molti familiari. Di condizionatori neanche a parlarne, occorrerebbero generatori più costosi: sono accessibili solo agli abbienti.

Così, spiegano i diari di vita quotidiana degli iracheni, di notte non si dorme, fra fame, caldo e paura degli arresti indiscriminati. Chi poi si ammala o viene ferito entra nell'inferno degli ospedali che mancano di tutto. Nello sbando generale fiorisce la «Green zone», dentro muri sempre più alti. I prezzi elevati del cemento - pur nell'assenza di ricostruzione - derivano probabilmente dal grande uso che se ne fa intorno e dentro quell'area; la chiamano «Green Republic».





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19 luglio 2005

L'imbroglio di Gleneagles

DOPO G8
L'imbroglio infinito di Gleneagles
JOHN E LUCIO MANISCO
Hanno parlato ieri alla stessa ora Blair e Bush, alla Camera dei Comuni e a un convegno dell'Fbi, con toni diversi ma con un unico, condiviso traguardo: mimetizzare il fallimento dell'artifizio messo in scena al G8 di Gleneagles già crudamente evidenziato dagli attentati terroristici del 7/7 a Londra. Hanno parlato ieri non da statisti o da uomini politici, ma, come avrebbe detto Baltasar Garzon, sembravano «muri di pietra trasudanti umidità e assenza nauseante di sentimenti». Perché artifizio e finzione avevano ispirato l'ordine del giorno di questo G8 sulla fame nel mondo e sui cambiamenti climatici, al fine ultimo di distogliere l'attenzione delle opinioni pubbliche dalla devastazione e dalla morte disseminate dal grande impero d'occidente e dall'alleato britannico in Iraq e dintorni. Era stato Tony Blair, the great master of spin, a lanciare questo grande evento mediatico con il supporto di Bob Geldof e di Bono, del Live 8 e del Make Poverty History: lo aveva fatto prima ancora della drastica riduzione della maggioranza laburista ai comuni tra il risentimento e la diffidenza di quasi tutti i paesi africani e mediorientali e con l'ottusa opposizione del presidente degli Stati uniti. E così ieri B. & B. hanno negato l'evidenza, che cioè i settanta e più morti della metropolitana londinese potessero avere connessione alcuna con le decine di migliaia di morti in Mesopotamia e in Afghanistan. Tracciando improbabili analogie tra il 9/11 e il 7/7 Tony Blair ha sostenuto che le azioni militari in Afghanistan e in Iraq erano state lanciate dopo e non prima l'attentato alle Due Torri, come se quest'ultimo non fosse stato preceduto dall'appoggio Usa all'occupazione israeliana dei territori palestinesi, dal primo conflitto nel Golfo, dalle sanzioni che avevano provocato un milione e mezzo di morti in Iraq, e dal sostegno americano ai peggiori regimi dittatoriali nel mondo arabo: 16 anni fa, durante una marcia per la pace a Ginevra Ben Bella aveva spiegato con riferimenti fattuali e retroscena storici a noi e a Luciana Castellina perché il risentimento di questo mondo stesse crescendo come una dilagante, irresistibile marea e perché, o prima o poi, sarebbe stato l'occidente a farne le spese.

Per tornare alla grande sceneggiata di Gleneagles la questione è se e quanto abbia arrecato nocumento alla soluzione sia pure parziale dei due temi affrontati. Di Geldof e Bono, grandi amici di Blair, non mette conto parlare, anche se sarebbe legittimo chiedersi perché solo una minima, irrilevante percentuale dei profitti realizzati dai mega concerti sia stata devoluta a chi crepa di fame e di Aids in Africa. A Gleneagles sono stati assunti impegni del tutto nominali che hanno incorporato quelli precedentemente presi e mai mantenuti dai G6, 7 e 8 degli ultimi trent'anni. E così come è avvenuto nei precedenti convegni dei cosiddetti grandi, non c'è stato accenno alcuno seppure indiretto alle ragioni storiche, economiche e sociali della povertà. Assenti dalle discussioni rigorosamente eurocentriche la saggistica, i rilievi statistici, le analisi di studiosi insigni come Frantz Fanon, Aimé Césaire, Walter Rodney, Ngugi Wa Thiong'o e Amilcar Cabral. Sono stati tutti non solo intellettuali ma attivisti che hanno congiunto indignazione morale ad una analisi politica che ieri come oggi ha identificato le responsabilità dei regimi coloniali e post-coloniali e il loro ignobile connubio con l'avidità e la corruzione delle elites indigene.

Se non era necessario o opportuno per gli «8 in una stanza» menzionare esperti così famosi, era forse giustificato attendersi un rigetto della tesi atrocemente vissuta da 4/5 dell'umanità, secondo cui l'economia globale non incidentalmente ma sistematicamente produce povertà a fini di lucro. Basta elencare le grandi corporazioni anglo-americane che hanno filantropicamente sostenuto con notevole ritorno pubblicitario la campagna per la cancellazione del debito ai 18 paesi più poveri: Halliburton, Exxon-Mobil. Coca-Cola, General Motors, Starbucks, Raytheon, Microsoft, Boeing, Cargill, Citigroup, Anglo-American, Shell, British American Tabacco, Standard Chartered Bank, Barklays e De Beers, per menzionare solo le più note che attraverso le loro lobbies si sono limitate a raccomandare l'imposizione delle consuete condizioni all'azzeramento del debito. E le condizioni, oggi come ieri, sono sempre le stesse: apertura dei mercati, privatizzazioni dei servizi pubblici, tagli drastici alla spesa sociale e poi quella famosa trasparenza nella gestione pubblica che al G8 di Genova Silvio Berlusconi voleva assicurare con l'offerta di computer per l'informatizzazione delle burocrazie del terzo mondo. In cambio dell'eliminazione delle barriere che ostacolano marginalmente commercio ed investimenti anglo-americani verrà elargito un trattamento preferenziale per alcuni prodotti esportati dai 18 paesi negli Stati uniti e nell'Unione europea. Gorge Monbiot sul Guardian del 5 luglio ha spiegato di quali prodotti si tratta: quelli lavorati con tessuti prodotti negli Stati uniti e in Gran Bretagna o altri assenti dalla produzione consumistica occidentale. La proclamata cancellazione di debiti per 50 miliardi di dollari assume un carattere nominale e fittizio perché ben pochi, forse nessuno dei 18 paesi beneficiati riusciranno ad ottemperare alle ristrutturazioni richieste.

50 miliardi costituiscono comunque una piccola parte dei 300 e più miliardi del totale debito africano, quando il valore dei beni e dei servizi dell'intero continente ammonta a 773 miliardi. La «filantropia» delle corporazioni su menzionate che hanno pesato sulle mezze misure promosse a Gleneagles è più che motivata da un ulteriore sfruttamento «senza lacci e laccioli» delle enormi risorse naturali, a parte il petrolio, di cui l'Africa dispone: manganese, cobalto, fluorspar, germanio, diamanti e oro. Secondo l'ultimo rapporto della Banca mondiale, il continente «offre il rendimento più alto di qualsiasi altra regione mondiale agli investimenti del mondo industrializzato». E non parliamo della devastazione ambientale e climatica del pianeta, con Kyoto buttato alle ortiche ed il trionfo del verbo di Jesse Helms, primo vate dei teocons di Washington.





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19 luglio 2005

La guardia nazionale Usa

Usa: tutti a casa
Crolla il numero di riservisti e Guardia nazionale
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
«Se volete arruolarvi, il momento di farlo è adesso»: questo passo era stato l'unico concetto nuovo che si potesse rintracciare nel discorso con cui George Bush la scorsa settimana aveva fatto il punto sulla situazione in Iraq. Non prometteva niente di buono, quel passo, ed ecco ora i numeri che spiegano quel suo appello per nuovi soldati. Due anni fa il numero di membri della riserva o della guardia nazionale in servizio attivo è passato da 220.000 a 138.000. Un vero e proprio crollo che - dicono gli alti ufficiali del Pentagono - è destinato a continuare. E la causa di questo fenomeno - la guerra in Iraq, ovviamente - è destinata ad esserne anche la vittima principale, visto che riservisti e guardia nazionale costituiscono il 35% delle truppe dispiegate in quel Paese. La ragione principale del crollo è il cambio repentino che la guerra ha provocato nella percezione stessa della guardia nazionale. Prima dell'Iraq era il rifugio di chi temeva per la sua pelle e aveva i «mezzi» per evitare di rischiarla. Durante la guerra in Vietnam (quando c'era ancora la coscrizione obbligatoria) se ne servirono molti figli di papà a cominciare dall'attuale presidente. Ora, invece, essere nella guardia nazionale significa il contrario. In Iraq, infatti, si muore più se si è impegnati nei «servizi» (perché si è più in contatto con la popolazione e più soggetti alle auto-bomba) che nelle «unità di combattimento».

Così, man mano che scadono i 24 mesi di servizio che molti membri della guardia nazionale si guardano bene dal rinnovare, scendono anche gli aspiranti sostituti. I nuovi arruolati, infatti, sono sempre migliaia perché il traferimento di tante produzioni in Paesi dove i salare sono da fame ha creato molte nuove zone depresse in cui le forze armate risultano l'unica «industria», ma restano parecchio al di sotto delle «quote» necessarie per un sano avvicendamento. Di fronte a questa specie di «crescita zero» il Pentagono è ormai «vicino al fondo del barile», dice al New York Times il generale Barry McCaffrey, che il mese scorso è stato spedito in Iraq per valutare l'entità del problema.

L'ondata più grossa delle scadenze dei 24 mesi di «ferma» è attesa per il prossimo autunno e le previsioni che si fanno sono allarmanti. La guardia nazionale, per esempio, ha in Iraq sei brigate, per un totale di 25.000 uomini. Di qui a un paio di mesi quella presenza si ridurrà a due brigate con un numero di soldati che varierà fra i 6.000 e i 10.000 uomini. Si riuscirà a rimpiazzare quelli destinati a tornare a casa? Il Pentagono «ha compiuto molti passi costruttivi», dice Janet St. Laurent, una specialista di questioni militari. «Ma il fatto è che non c'è abbastanza tempo».

L'Esercito, l'arma colpita più duramente da questa mancanza di uomini, nell'ansia di risolvere il problema si è fatto venire alcune idee «creative». Una è quella dei «prestiti» (nel senso che - ingoiando il proprio orgoglio - ha chiesto alla Marina e all'Aviazione di fornirgli un certo numero dei loro guidatori di camion o addetti alla sicurezza); un'altra è quella di assumere più guardie private, i famosi contractors, e un'altra ancora è quella di avviare un'opera di «riconversione rapida» di quelle migliaia di artiglieri che una volta erano considerati una specialità fondamentale ma ora non più, per trasformarli in «addetti agli affari civili» (servizi di polizia) o addirittura in spie, attività considerate essenziali
.

Ma le «urgenze» che il fenomeno della mancanza di uomini ha creato non sono solo in Iraq ma anche in casa. La guardia nazionale, infatti, dipende dai singoli Stati e in genere il suo compito principale è quello di aiutare le popolazioni in caso di incendi, alluvioni, eccetera. Ora, ogni Stato si trova in media a disporre della metà dei suoi effettivi perché l'altra metà è in Iraq o in Afghanistan e i loro governatori si lamentano. 


 




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19 luglio 2005

Normalità

DOPO LONDRA
La nostra normalità
TONINO PERNA
La regina Elisabetta , commentando gli attacchi terroristici che hanno sconvolto il suo paese, ha affermato con sicurezza : «atrocità come queste non cambieranno il nostro stile di vita». Dopo l'11 settembre, J.W. Bush, intervenendo a proposito degli accordi di Kyoto aveva dichiarato : lo standard di vita nordamericano non è negoziabile . Tutti i media, a partire da quelli britannici, hanno commentato questa tragedia enfatizzando il fatto che la «normalità» è tornata immediatamente, che i britannici non hanno perso la loro storica flemma, che il ritmo della città è ripreso normalmente, che anche la Borsa, dopo uno scivolone iniziale, ha reagito bene. Siamo stati tutti rassicurati: il nostro modello di vita, i nostri standard di consumo, il ritmo della produzione di beni e servizi , hanno tenuto. Il terrorismo, si dice e si scrive, non deve avere spazio, non deve turbare la nostra vita quotidiana, non deve interrompere la macchina produttiva. Non saranno certo qualche decina di morti e centinaia di feriti che possono mettere in discussione il nostro modello di civiltà. Siamo noi più forti dei terroristi e glielo dimostriamo. Ergo: nessuna pausa di riflessione, neanche una giornata di lutto nazionale. Straordinario. Se fosse caduto sulle case di Londra un aeroplano civile -per errore umano o tecnico - molto probabilmente sarebbe stato dichiarato almeno un giorno di lutto nazionale. La macchina produttiva si sarebbe bloccata, pur per qualche istante. Ed invece ai morti londinesi , vittime innocenti di questo terrorismo criminale , non è stato dato nessun riconoscimento pubblico. Sono morti da nascondere, da occultare, da portare velocemente sottoterra, perché la Macchina deve dimostrare che è indifferente alla morte, che nessuno attentato terroristico la può fermare . Che strana logica è questa. In questo modo, senza rendersene conto, l'occidente scava una fossa, un baratro , con il resto del mondo. Gli europei non se ne accorgono perché ormai hanno imparato a vivere rimuovendo la morte, riducendo il lutto a pochi gesti , perché non c'è tempo da dedicare all'elaborazione del lutto privato e collettivo. Il terrorismo ha funzionato solo da acceleratore di uno spaventoso mutamento antropologico in atto da tempo.

In qualunque paese del sud del mondo, dove ancora non hanno prevalso i processi di modernizzazione/occidentalizzazione , la morte viene rispettata , il lutto coinvolge la comunità e dura diversi giorni , la famiglia del defunto viene circondata da attenzioni ed affetto. Nel mondo tradizionale del Mediterraneo non si cucina nella casa che ha subito un lutto, sono i parenti e gli amici che per diverse settimane provvedono al sostentamento della famiglia del defunto. Come ci hanno insegnato grandi storici della vita quotidiana, da Braudel ad Ariès , è nel modo con cui ci rapportiamo alla morte , nel modo in cui elaboriamo il lutto, che una società dà la sua cifra fondativa.

Povere famiglie inglesi colpite da una morte così atroce ed assurda, che devono tenere nascosta, a cui è negato quel riconoscimento pubblico che era dovuto. Anzi, questa era l'occasione per far sentire i popoli europei uniti nella tragedia, dichiarando una giornata di lutto di tutta l'Unione europea. Ma, questo è chiedere troppo ad una civiltà occidentale che conosce ormai un solo dio : la macchina economica dell'accumulazione infinita.





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