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19 luglio 2005

Addestrati bene...

Iraq, «sospetti» lasciati soffocare
Denuncia della Bbc e di al Jazeera: nove edili iracheni torturati e uccisi dai commandos addestrati dagli Usa, che li hanno lasciati morire soffocati in un container di metallo sigillato e lasciato sotto il sole
STEFANO CHIARINI
Nove muratori iracheni, originari del villaggio sunnita di Abu Ghraib, sono morti soffocati dopo essere stati torturati e rinchiusi per quattordici ore in un container di metallo sigillato, lasciato al sole con temperature esterne di oltre 50 gradi, in uno dei centri per gli interrogatori dei nuovi «commandos» della polizia irachena, veri e proprio «squadroni della morte» del ministero degli interni, addestrati e finanziati dagli Usa, dalla Gran Bretagna e dagli altri paesi della Nato. La storia dei nove operai uccisi dalla nuova polizia irachena - che dovrebbe assicurare quel «cammino verso la democrazia» di cui vaneggiano Bush, Blair e Berlusconi, ma anche alcuni pezzi dell'opposizione - è riuscita a rompere il muro di silenzio grazie alle denunce di alcuni ulema e dottori del pronto soccorso, poi verificate e amplificate dalla Bbc e da «al Jazeera». Secondo quanto sostenuto dagli ulema sunniti di Baghdad i nove muratori uccisi avrebbero fatto parte di un gruppo di undici lavoratori che domenica scorsa avevano portato al pronto soccorso di Shula un loro compagno ferito a morte nel corso di una sparatoria tra un gruppo della resistenza e una pattuglia americana nella zona di Ameriya. Poco dopo l'ospedale è stato invaso da alcune decine di uomini dei nuovi «commandos» della polizia irachena i quali hanno arrestato i dodici edili e un altro poveraccio che si trovava lì in attesa che sua moglie partorisse. I dodici disgraziati, colpevoli solamente di provenire da un quartiere sunnita - i commandos sono composti in gran parte dai miliziani sciiti dei partiti filo-iraniani presenti con quelli curdi nel governo al Jafaari - sono stati quindi portati al quartier generale dei gruppi speciali antiguerriglia nel quartiere di Jihad, nella parte occidentale di Baghdad, uno di quelli dove più forte è la resistenza all'occupazione americana. Qui sarebbero stati picchiati e torturati, anche con scosse elettriche, e rinchiusi in un container sigillato, senza acqua, né aria, dalle undici del mattino di domenica all'una del mattino di lunedi. Quando gli aguzzini hanno aperto il container otto di loro erano già morti, un altro è deceduto poco dopo in ospedale. Altri tre sarebbero sopravvissuti ma appena medicati sono stati di nuovo sequestrati da alcuni membri dei commandos. La notizia dell'uccisione dei nove edili sunniti di Abu Ghraib ad opera degli uomini del ministero degli interni iracheno non è che l'ultimo pezzo di un mosaico di bestiali violazioni dei diritti umani compiute sotto gli occhi dei «consiglieri» americani che è stato ricomposto a rischio della vita da organizzazioni, civili e religiose per i diritti umani, irachene ma anche internazionali e da alcuni eroici giornalisti locali. Un mosaico che è stato ignorato totalmente dalla stampa italiana paralizzata dalla insanabile contraddizione «le truppe devono restare per addestrare le forze irachene» - «le truppe irachene addestrate dagli occupanti gestiscono un universo di torture e di violazioni dei diritti umani». Da questo tragico mosaico emerge con chiarezza non solo la scelta Usa di spingere l'Iraq verso una sorta di guerra civile tra sunniti e sciiti ma anche quella di utilizzare qualsiasi mezzo, compresi quelli tanto criticati del passato regime, qualsiasi tortura, qualsiasi eccidio, pur di schiacciare la resistenza all'occupazione.

Le denunce sulle violazioni dei diritti umani ad opera delle forze occupanti e delle milizie locali loro alleate, hanno ricevuto maggior eco negli ultimi mesi in seguito ad un recente rapporto di «Human Rights Watch», alla pubblicazione di un'inchiesta sugli squadroni della morte fatta per il gruppo Usa «Knight Ridder» dal giornalista iracheno Yasser Salihee -ucciso dai marines tre giorni dopo ad un posto di blocco come Calipari - ed infine, domenica scorsa, al paginone centrale del settimanale britannico «The Observer» sul terribile universo «dei nuovi campi di tortura iracheni» finanziati con i soldi dei contribuenti americani e inglesi. Non estranee a queste rivelazioni le pressioni, sempre più forti nelle opinioni pubbliche, e persino nel partito repubblicano negli Usa, per un ritiro delle truppe dall'Iraq. E' di domenica scorsa la pubblicazione sul quotidiano inglese «Mail on Sunday» di un piano del ministro della difesa britannico John Reid per per ridurre tra l'ottobre del 2005 e l'aprile del 2006 il contingente britannico da 8.500 a 3000 uomini mentre il comando meridionale verrebbe affidato all'Australia. Degli italiani a Nasseriya nel piano non si fa menzione.




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18 luglio 2005

Obiettivo dei guerrafondai

La privacy ai tempi del terrore, braccio di ferro Ue
Domani eurovertice sul terrorismo, Londra chiede all'Europa norme sui dati telefonici simili alle sue
La privacy delle comunicazioni dei cittadini comunitari. Si annuncia essere questo il punto più controverso del vertice dei ministri della giustizia e dell'interno dell'Unione europea convocato per domani e interamente dedicato alla lotta al terrorismo. Proprio ieri il ministro dell'interno britannico Clarke ha ribadito che per Londra si tratta di un punto chiave, chiedendo perciò che la presidenza di turno inglese di impegni per una normativa quadro Ue non lontana da quella in vigore a Londra. A questo sta lavorando anche la Commissione europea, che sta preparando per dopo l'estate una proposta di direttiva sulla conservazione dei dati. Già lo scorso anno Inghilterra, Svezia, Francia e Irlanda hanno proposto di fissare uno standard comune per il periodo di conservazione dei dati (telefonia mobile o fissa e Internet). Un accordo preliminare è stato raggiunto dai ministri dell'Interno del cosiddetto «G5» (Italia, Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna) per elevarne a un anno la durata minima. La stessa linea è emersa come orientamento della maggioranza degli stati nelle conclusioni del Consiglio giustizia e affari interni di giugno: «La durata normale del periodo di conservazione dei dati sarebbe di 12 mesi» con deroghe eccezionali.

La presidenza britannica punta a chiudere l'intesa entro il suo semestre, benché secondo la stampa londinese l'obiettivo del governo Blair sarebbe di poter conservare dati per molti anni (anche fonti Ue parlano di 36 mesi). Ma su questo ci sarebbero le resistenze di Germania, Austria e Finlandia, preoccupate soprattutto per i costi che comporterebbero alle aziende periodi lunghi di conservazione di dati. E anche nella Commissione ci sarebbero perplessità non dissimili da parte del commissario per la Società dell'informazione e i media, Vivienne Reding.

Il governo dei 25 ha in programma una proposta di direttiva per fissare standard europei (oggi molto eterogenei) per la conservazione di dati di telecomunicazione. La direttiva richiederebbe l'assenso del Parlamento europeo oltre che del Consiglio Ue: una formula che la Commissione predilige per i passagi democratici e di trasparenza. L'aula di Strasburgo, infatti, ha più volte obiettato su lunghi periodi di conservazione dei dati. E l'esecutivo Ue sostiene di puntare su un approccio «equilibrato», che tenga conto non solo della questione sicurezza, ma anche del diritto alla privacy dei cittadini. Di contro il Consiglio lamenta i tempi lunghi, sostenendo che una decisione quadro può essere presa con rapidità.

Ai primi posti dell'agenda di domani anche il cosiddetto mandato europeo di ricerca delle prove e dello scambio di informazioni operative tra polizie. L'idea della presidenza è una normativa che sancisca l'obbligatorietà della polizia di uno stato membro a fornire informazioni richieste dalla polizia di un altro stato membro. Tra le altri argomenti anche la rintracciabilità degli esplosivi, la cooperazione con i paesi terzi, la protezione delle infrastrutture critiche e quella dei civili.





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18 luglio 2005

Controllo elettronico

Insicurezza elettronica
Il governo britannico vuole inasprire i controlli sulle comunicazioni
Modello Echelon Le tecnologie di sorveglianza esistenti si sono già rivelate inefficaci contro il terrorismo. Però possono tornare utili per controllare i cittadini

IGOR JAN OCCELLI
Il ministro degli interni britannico, Charles Clarke, ha dichiarato all'Observer che la possibilità di controllare e-mail e telefonate della popolazione «avrebbe potuto fermare gli assassini», perché si sarebbero potuti identificare in anticipo i comportamenti sospetti. Clarke non ha dimestichezza con le tecnologie. Sistemi di monitoraggio di e-mail e telefonate esistono già, ma in più occasioni hanno mostrato tutta la loro inefficacia. L'esempio per tutti è il sistema computerizzato denominato Echelon, l'Orecchio di dio che controlla tutte le comunicazioni globali: dal traffico telefonico a Internet. Il suo funzionamento è semplice. Il sistema è dotato di un software, denominato Dictionary, che viene costantemente aggiornato con parole chiave, che possono indicare comunicazioni «sospette» (Bin Laden, bomba ecc....), il funzionamento è quello di un normale motore di ricerca. Quando le parole vengono «scovate» una segnalazione automatica fa archiviare in maniera diretta la comunicazione, per essere successivamente sottoposta ad analisi dagli appositi addetti. Un altro software utilizzato dall'Nsa è il Semantic Forests. Serve per analizzare i contenuti dei documenti e riesce a rispondere a domande di senso compiuto: si formula una domanda al computer e questo troverà tutti i documenti che contengono le informazioni cercate. Tutto è globale naturalmente. Milioni di testi (file, mail, fax)in centinaia di lingue diverse: nessun traduttore umano può reggere l'analisi di una mole di dati. Gli Usa hanno cercato di risolvere anche questo problema. Un programma chiamato Systran traduce tutti i documenti scoperti: 750 pagine l'ora in confronto ai 45 minuti per pagina di un uomo. Mentre lo scambio di file viene scansionato attraverso gli sniffer software che analizzano tutti i pacchetti Tcp/ip (i protocolli che stanno alla base dello scambio dei dati in rete).

Bene, tutte queste tecnologie non rendono i risultati sperati. Infatti la mole di dati che ogni giorno viene scambiata, le milioni di comunicazioni che vengono effettuate quotidianamente, è così enorme che qualcosa sfugge. Ma non solo. Tutti i dati raccolti, una volta scremati devono comunque passare al vaglio degli analisti umani: questo è il grande limite di Echelon. Non si possono analizzare tutte le comunicazioni perché gli uomini che si hanno sono pochi. Nell'ambito dei trasporti poi, più che altrove, la legislazione d'emergenza Usa (il famoso Patriot Act) ha mostrato la sua inefficacia. Tutte le compagnie aeree sono state costrette a fornire informazioni sui propri passeggeri. Come ha evidenziato Rodotà, ex garante per la privacy, «su 8 milioni e mezzo di passeggeri controllati alla fine del 2004 non vi era neppure un solo terrorista». Tutti questi sistemi non hanno portato nessun significativo elemento d'indagine.

L'attacco a Londra allora può essere emblematico proprio per analizzare l'efficacia delle tecnologie di sorveglianza. La capitale britannica è in assoluto la città più sorvegliata al mondo. Ci sono più di mille telecamere all'interno della sola City e per la città i sistemi Cctv (telecamere a circuito chiuso) controllano ogni infrazione stradale e i veicoli rubati. L'underground londinese ha poi un sistema computerizzato, Cromatica, che permette di verificare le anomalie. Lo schermo di controllo, dove arrivano i dati raccolti dalle telecamere, analizza i comportamenti anomali sulle banchine e cambia di colore quando li individua. Secondo gli sviluppatori il sistema dovrebbe essere in grado anche di prevenire i potenziali suicidi calcolando che essi tendono ad aspettare più di un metrò prima di compiere l'estremo gesto. Allora cos'è successo? Perché queste tecnologie non hanno funzionato? Semplicemente è successo quello che ormai è chiaro da tempo. Tutte le tecnologie di sorveglianza vengono adottate seguendo una chiara strategia dell'emergenza: dato un pericolo esse risultano essere la panacea in grado di neutralizzarlo. Ma finiscono per essere solo paliativi per l'opinione pubblica. Anziché servire ad arginare l'emergenza, una volta finita, diventano strumenti per il controllo dei cittadini. Esempio ne sono i sistemi di scambio di informazione europei.

Dopo il trattato di Schengen infatti l'Ue si è dotata di strumenti informatici (Vis, Sis I e II, Sirene) che permettono alle varie polizie europee di scambiarsi i dati sui veicoli rubati e sulle persone ricercate. Successivamente queste tecnologie sono state utilizzate per fermare i manifestanti anti-globalizzazione alle frontiere dei paesi che tenevano i vertici. Tutte queste tecnologie sono fortemente discriminanti basandosi su una strategia d'inclusione/esclusione che permette l'accesso a qualcuno negandolo ad altri. Di solito vengono utilizzate verso le frange di popolazione più debole: è il caso dei migranti e di sistemi quali Eurodac che preleva impronte digitali solo a questi. Così facendo la sorveglianza si «etnicizza».

Pertanto si può concludere affermando che l'immagine della «lotta al terrorismo» è usata efficacemente dai governanti per attuare misure di controllo e repressione che non sarebbero legittimate in tempi normali. E che tutte queste tecnologie non sono efficaci per arginare i pericoli, ma risultano molto efficienti per controllare i cittadini





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17 luglio 2005

Software libero

Software libero, società più libera
Un convegno in Kerala per scoprire che la cooperazione è più redditizia e «produttiva» delle scelte egoistiche (il «mercato» fondato sulla proprietà); come avviene nel free software
***
Il software libero mostra la strada per costruire una società fondata sui valori di solidarietà e partecipazione. Di questo si è discusso in Kerala (India) nella città di Thiruvananthapuram, durante la conferenza «Free Software, Free Society» (http://fsfs.hipatia.net). Il software libero costituisce il fenomeno più importante nella storia dell'umanità di costruzione collettiva di conoscenza disponibile a tutti liberamente e che non sia «solo una questione tecnica» è risultato ben chiaro ai partecipanti. Non bisogna dimenticare che siamo in India, un paese in cui un miliardo di persone continuano ad avere, per la stragrande maggioranza, problemi molto più vitali che la scelta del modello di licenza software da utilizzare. Ma la straordinaria sensibilità della gente del software libero indiana e l'influenza dell'ambiente del Kerala, hanno reso possibile la magia.

Gli indiani hanno infatti toccato aspetti del software libero che un occidentale, abituato alle fredde presentazioni tecniche, troverebbe fuori luogo in un convegno casalingo. Invece in Kerala tutto si svolge con naturalità e gentilezza. Quindi si discute di come il software libero dimostri che è possibile costruire modelli di sviluppo e di lavoro collaborativo fondati sui valori della compassione (solidarietà direbbe un occidentale). «Forse loro sono più saggi di noi», dice l'amico Josè Parrella, hacker venezuelano. Il costante riferimento alla dimensione filosofico/spirituale nei discorsi degli speaker indiani e tanti altri piccoli segni fanno della conferenza di Thiruvananthapuram un evento speciale.

Il via ai lavori è dato con l'accensione di una lampada, compito che tocca a Felipe Perez Marti, il professore di economia ed ex ministro venezuelano. Il primo giorno la conferenza viene arricchita dalla lettura di un testo di Guru Nitya Chaitanya Yati, un importante guru del Kerala, morto nell'ultimo anno del vecchio millennio. «Gaia Mind» si intitola il testo e propone i temi dell'interconnessione e del lavoro per la costruzione di un mondo globale giusto ed armonioso. Il chairman della conferenza aprirà invece il secondo giorno di conferenza con un saggio di flauto.

Il cuore scientifico del convegno è costituito dall'intervento del professor Felipe Perez Marti che spiega la sua teoria sull'economia dell'amore. Una rivoluzione per chi è abituato a pensare che l'economia è la scienza della mano invisibile di Adam Smith: lasciate fare al mercato, che trasformerà miracolosamente le scelte egoistiche individuali in bene collettivo. La teoria di Marti affascina nella sua semplicità e straordinaria evidenza: i meccanismi del mercato determinano un livello di produzione di beni pubblici inferiore a quello che si determina assumendo una situazione di cooperazione pur tra soggetti che agiscono in base a scelte individuali egoistiche. E fin qui niente di nuovo. Ma poi la sorpresa: il livello di produzione di beni pubblici cresce ancora se si assume una condizione di cooperazione tra soggetti altruistici.

Sembra l'uovo di colombo. La conferma di quello che è ovvio pensare e che le religioni e i nostri genitori, ci hanno sempre insegnato: preoccuparsi degli altri è bene. Una rivoluzione che distrugge gli argomenti di quanti sostengono che, visto che l'uomo è naturalmente egoista, bisogna rassegnarsi alle dinamiche del mercato, alla dura legge della competizione: anche se un mondo più solidale (da noi nessuno si azzarderebbe a dire compassionevole) sarebbe meglio, la realtà delle cose ci costringere a forzarci dentro un modello di società fondato sulle regole del mercato.

La teoria del professor Marti offre anche una spiegazione finalmente convincente del fenomeno del software libero. Ma non si applica solo al software, vale per tutti i beni pubblici e le implicazioni di questo nuovo modo di guardare all'economia sono molto profonde. Si iniziano a disegnare i confini di qualcosa di veramente nuovo. Un mondo nel quale il software libero, frutto della libera scelta di milioni di sviluppatori può essere il punto di riferimento per la costruzione possibile d'un mondo diverso. La gente del software libero, almeno la gente che sta a Kerala, queste cose le ha capite molto chiaramente. Ma per questo sogno c'è ancora molto da fare. Per realizzare una società libera è innanzitutto necessario disegnare un nuovo diritto d'autore e dei brevetti, costruendo regole che favoriscano scelte altruistiche abbandonando la logica dell'appropriazione esclusiva come modello di riferimento.

L'involuzione protezionistica del diritto d'autore e dei brevetti che abbiamo vissuto negli ultimi decenni è il frutto d'una visione del mondo ideologicamente orientata. La stessa denominazione di «proprietà intellettuale» (di derivazione anglosassone, ma usata sempre più spesso anche da noi) è la prova più lampante di questa impostazione ideologica: l'uso del termine proprietà induce surrettiziamente l'idea che l'appropriazione esclusiva delle idee sia giusta. Ma i beni immateriali non sono beni scarsi nel senso economico del termine. Come si dice spesso, se ci scambiamo una mela, tutti e due mangiamo una mela. Se ci scambiano un'idea, tutti e due abbiamo 2 idee.

Grazie alla rivoluzione digitale, i beni immateriali possono essere riprodotti infinitamente senza costi aggiuntivi. Il diritto d'autore è stato pensato in un era ormai al tramonto (l'era industriale) e, se è stato sicuramente utile in un periodo storico in cui la diffusione della cultura richiedeva processi costosi (la stampa) oggi si rivela totalmente inadeguato e, invece di favorire la diffusione della cultura, la limita. Che modello adottare per le leggi che hanno a che fare con beni immateriali ? Le conclusioni dei lavori del convegno, sul punto, sono precise. Ci vogliono leggi che favoriscano l'altruismo e disincentivino scelte egoistiche. Che incentivino l'inclusione e la partecipazione invece dell'esclusione. Leggi che favoriscano la condivisione. Leggi che diano prevalenza al bene pubblico rispetto all'interesse privato. Leggi che favoriscano la diversità culturale rispetto all'omologazione. Che diano preferenza ai valori della libertà, del rispetto dell'uomo, della cooperazione. Il World Summit on Information Society di Tunisi dell'ONU sarà il primo terreno di confronto di questa aspirazione.

*** Francisco Andrades Grassi, Free Software Community del Venezuela; Antonio Albuquerque, Ministero della Comunicazione del Brasile; Marco Ciurcina, Hipatia, Hector Colina, Free Software Community del Venezuela; Fiorello Cortiana, delegato al WSIS per il Senato italiano; Juan Carlos Gentile, Hipatia; Arun Madhavan Pillai, FSF India; Rafael Rico, Ministero dell'Economia Popolare Venezuela; Elbrick Salazar, Ministero dell'Economia Popolare Venezuela.





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17 luglio 2005

La privatizzazione delle poste di Koizumi

Koizumi privatizza le poste
Un mega-regalo da cui potrebbe nascere la prima banca del mondo
PIO D'EMILIA
TOKYO
Missione compiuta. La contestata riforma del servizio postale, l'ultima e più importante delle privatizzazioni promesse dal premier Junichiro Koizumi, è stata approvata ieri dalla Camera Bassa. Ma che fatica. Contrariamente alle previsioni, la «fronda» interna si è rivelata molto maggiore del previsto. Ben 37 deputati della maggiornaza hanno infatti votato contro, mentre 17 non si sono presentati. «E' stata dura, ma la riforma è passata. E questo è l'importante», ha commentato Koizumi a caldo, dopo l'annuncio del voto, 233 a 228, e prima di lanciare una immediate offensiva contro i franchi tiratori che ricoprivano posizioni di governo. Nel giro di poche ore, due sottosegretari e due presidenti di commissione sono stati licenziati. Per gli altri, tra i quali l'onorevole Seiki Noda, ex ministro delle Poste e tra i possibili candidati alla successione di Koizumi, il partito ha deciso di aspettare l'approvazione finale della riforma, prevista per il 13 agosto. Ma la cosa è tutt'altro che scontata.

«Alla Camera Alta la legge non passerà - spiega l'onorevole Noda - e dunque verrà rispedita alla Camera Bassa, per la seconda e deufinitiva approvazione. Ma da qui ad agosto cercheremo di convincere qualche altro deputato...». Insomma, non è ancora detta l'ultima parola e c'è chi sostiene che la riforma, alla fine potrebbe non passare, costringendo Koizumi alle dimissioni.

Se la riforma passerà, qualcosa come 2 mila miliardi di euro passeranno, entro il 2017, dalle casse dello stato a quelle di un istituto finanziario privato: in pratica, nascerà la prima banca del mondo. Il servizio postale giapponese, tra i più efficaci e capillari del mondo, verrà diviso in quattro grandi aziende private: servizio postale, servizi bancari, assicurazioni e gestione di personale e proprietà. Le aziende saranno inizialmente riunite sotto una holding semipubblica, ma entro il 2017 le azioni dovranno essere interamente messe sul mercato.

Ufficialmente, la privatizzazione è stata promossa allo scopo di migliorare i servizi e ridurre i costi di gestione. Ma si tratta di motivazioni di facciata. Chiunque sia stato in Giappone sa benissimo che il servizio postale raggiunge livelli di efficienza impensabili in qualsiasi altro paese. La verità è che, con questa operazione, il primo ministro Koizumi vuole portare a termine la sua campagna contro la rendita di posizione della vecchia leadership del partito, basata sul consenso delle zone rurali, il cui voto, nonostante le ripetute sentenze di incostituzionalità della legge elettorale, «pesa» da tre a 5 volte di più del voto metropolitano. Per leggere un deputato a Tokyo, in altre parole, occorrono il triplo delle preferenze che in un collegio rurale.

Ma non è l'unica conseguenza della riforma. La nascita del nuovo polo finanziario - il più «ricco» del mondo, se si pensa che il colosso Mitsubishi UFJ, appena costituito può contare su «appena» 1.500 miliardi di euro in depositi - rischia di destabilizzare profondamente il già precario equilibrio delle banche giapponesi. Una cifra per tutte. Il sistema postale può contare attualmente su 25mila sportelli in ttutto l'arcipelago, dieci volte il numero del settore privato, che conta appena 2606 filiali. Ma, come si può capire, non è ancora detta l'ultima parola.




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17 luglio 2005

Dipendenti Fiat

Dipendenti Fiat, che insetti fastidiosi...
Licenziamenti e cassa integrazione: la «normalità» che colpisce anche gli impiegati, in una città distratta e sorda
La crisi vista da dentro un settore che si sente sempre più «proletario» e meno «protetto». E che si ritrova, senza alcun imbarazzo, nella Fiom

***
Non conosco i criteri che guidano l'impaginazione di un quotidiano, quindi mi limiterò a scrivere che un curioso scherzo del destino ha fatto sì che nelle pagine locali di un importante quotidiano nazionale l'articolo che annunciava l'ennesimo ricorso alla cassa integrazione per 854 lavoratori di Mirafiori fosse affiancato da un altro che annunciava un'invasione di Arocatus melanochepalus, insetto nero a chiazze rosse meglio noto come «cimice dell'olmo». Se poi si aggiunge che l'estensore dell'articolo invitava seriamente a non schiacciarlo in quanto «può lasciare odori poco sgradevoli», allora non vi nascondo che sono andato in bagno a controllare la mia pigmentazione cutanea ed ho invitato colleghi e colleghe a fare altrettanto dal momento che l'atteggiamento dei torinesi verso il lavoratore Fiat sembra da tempo quello consigliato nei confronti dell'insetto. Qui in ufficio dopo il momento delle risate è arrivato quello delle riflessioni un po' più preoccupate, che andavano dallo sdegno nei confronti dell'azienda alla preoccupazione per un eventuale turnover nel numero dei cassintegrati. Ma non è di questo che vorrei parlare, piuttosto del fatto che per me, rappresentante sindacale che per la prima volta si misura con grossi numeri di cassa integrazione, il primo provvedimento di cassa aperto ad aprile è stato un'occasione per entrare un po' di più dentro la vita di colleghi e colleghe (amici ed amiche) e scoprire cosa in realtà ci sia dietro una sospensione dal lavoro. Le piccole e grandi dinamiche che questi fatti aprono all'interno di ogni persona o nucleo familiare sono qualcosa che raramente ottiene dignità di stampa, ma, nei grandi dibattiti, è proprio l'assenza di queste piccole cose che dà la misura di quanto in questa repubblica «fondata sul lavoro» ci sia molta assuefazione (ed anche un certo fastidio) di fronte a mille situazioni di non lavoro.

Personalmente mi stupisco di come si possa definire «apprezzabile» il passaggio da 1.300 a 800 cassintegrati quando tutti sanno che in realtà l'azienda, con la precedente tornata, ne mise in cassa molti meno di 1.300 e che, quindi, questa cifra non faccia altro che fungere surrettiziamente da proroga per costoro, con la possibilità di alcuni «aggiustamenti» fatti secondo criteri puramente aziendalisti o clientelari.

Mi stupisco che si possa considerare ineluttabile e ingovernabile un declino che tale non è, avendo assunto i connotati di una picchiata già da qualche tempo. Mi stupisco che ci si stupisca (tardivamente, signor sindaco) delle betulle che crescono dentro gli stabilimenti: da questo punto di vista l'Italia industriale è ormai un orto botanico e Torino ne è somma sintesi.

Soprattutto, però, mi stupisco di come le classi dirigenti di questo paese siano inadeguate al momento: quella imprenditoriale ricorda con nostalgia la svalutazione della lira e pensa ai dazi doganali godendo, nel frattempo, degli ammortizzatori sociali nati per tutelare i lavoratori; mentre quella politica si dibatte affannosamente tra mazzi di cicoria e tristi minuetti di partito, quando non è addirittura impegnata a garantire la propria sopravvivenza attraverso leggi di comodo e malgrado reiterate celebrazioni di processi penali a suo carico. Comunque non preoccupatevi, perché: la cimice non va schiacciata. Bisogna eliminarla meccanicamente, tramite aspirapolvere o getti d'acqua. Non vi sporcherete le scarpe neppure, stavolta.

*** Fabio Di Gioia, Rappresentante Sindacale FIOM-CGIL c/o FIAT Auto (comprensorio di Mirafiori)





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17 luglio 2005

Paradossi di guerra

CONTRORDINE
Paradossi di guerra
ALESSANDRO ROBECCHI
Cinismo per cinismo, orrore per orrore - tanto per essere in sintonia coi tempi - quando leggeremo sui giornali un trafiletto minuscolo dal titolo «Londra, Al Quaeda ammette vittime civili»? Dopo Londra (e dopo Madrid, e dopo Ground Zero) non ci sembrerebbe un titolino simile uno schiaffo su una ferita aperta, addirittura una folle irrisione dei morti e dei feriti? E non saremmo offesi forse anche dalle dimensioni della notizia, un piccolo trafiletto a una colonna, nelle pagine interne, camuffato insieme ad altre «varie dal mondo»? Non ne proveremmo vergogna e dispetto? Certo che sì. Eppure quella notizia c'è tutti i giorni, arriva puntuale qualche ora (o giorno) dopo una strage, dopo silenzi e depistaggi, dopo mezze ammissioni e facce finto-contrite. Iraq: il Pentagono ammette vittime civili. Afghanistan: il Pentagono ammette vittime civili. Ammette «abusi» e «tragici errori», ammette di aver bombardato un matrimonio, o un villaggio di contadini. Oppure (altro titolo che vediamo tutti i giorni): «Il Pentagono apre un'inchiesta». E ancora: «Accerterà le responsabilità». E poi, andiamo, non si riesce a metter le manette ai soldati americani che qui, attorno alle basi del Veneto, scazzottano gli indigeni davanti alle discoteche o violentano ragazzine del luogo, figurarsi tredici spie della Cia, figurarsi il soldato sul campo a Baghdad. Nemmeno uno che spara il colpo di grazia a un ferito in una moschea, ripreso e rimandato da tutte le televisioni del pianeta, viene punito.SEGUE A PAGINA 5
ROBECCHI/DALLA PRIMA
Anzi «dopo attenta analisi», si dice che ha rispettato le regole d'ingaggio, insomma ha fatto bene. Ora si capirà che il cinismo c'è ma c'entra fino a un certo punto, così come fino a un certo punto c'entrano i discorsi dei grandi della terra su democrazia e violenza. Tutti hanno visto Tony Blair, spalleggiato a falange dai potenti del mondo, fare un bel discorso, bello davvero, sulla violenza e la volontà di sconfiggerla. Discorso impeccabile, condivisibile e da sottoscrivere subito, se non fosse stato pronunciato da uno degli uomini più violenti del mondo, alle cui spalle stava serissimo Bush, l'uomo più violento del mondo, con accanto Putin, il violentissimo, e Berlusconi che ai due più violenti offre le sue truppe per supportare e mascherare quelle violenze.

Tutti sanno che per sconfiggere qualcosa, qualsiasi cosa, dal cancro a una semplice infiammazione, da un problema economico a una rissa, tutto lo schifo del mondo compresa Al Quaeda, bisogna circoscrivere il male. Arginarlo. Chiuderlo in un angolino, esser sicuri che sia lui, e poi menare come fabbri. Occorre che il resto del corpo sia sano. Occorre non fare errori e picchiare forte soltanto i veri colpevoli, non tutti quanti, non sparare nel mucchio. Ecco: con il terrorismo è stato fatto esattamente il contrario. Invece di stanare i cattivi (che se la sono data a gambe in motoretta, o che rimangono lassù sulle montagne e ogni tanto ci mandano un filmino a fare marameo), si è allargato il campo, e ogni giorno lo si allarga di più. Si è attaccato l'Iraq, che terroristi non ne aveva, facendone la patria elettiva e la fabbrica mondiale. Si è bombardato l'Afghanistan con quelle bombe «taglia-margherite» che uccidevano tutto nel giro di chilometri, e in quel tutto soprattutto civili. Si sono popolate le cronache di torture, esecuzioni sommarie, violenze gratuite. Si è pisciato sul Corano e si è sparato alla nuca a innocenti anonimi (e anche meno anonimi, come il cugino del diplomatico iracheno all'Onu che con i marines voleva «esercitare il suo inglese»: dead). E insieme a tutto questo, però, si vorrebbe passare per i buoni, quelli che hanno ragione e che vogliono diffondere i loro «valori», che esportano libertà e democrazia, in un crescendo fallaciano di violenza. Chiunque direbbe che non va bene, così, che è il modo migliore per incendiare invece che spegnere, per rischiare di più tutti, sempre di più e sempre più tutti (anche noi, quindi). A uno dei suoi giovani contadini Cesare Pavese fa dire: «Non può finire, quando la guerra è dappertutto come adesso, non può finire mai più». E questa pare la situazione, oggi: due poteri specularmente folli e assetati di sangue e qualche miliardo di potenziali vittime civili.
(alessandro robecchi)




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17 luglio 2005

Contro il TFR nei fondi

LA RIFORMA DELLE PENSIONI
Il tfr nei fondi sarà esposto ai capricci finanziari. E pagheranno i lavoratori
FELICE ROBERTO PIZZUTI
Nei prossimi mesi, prima il confronto tra governo, parti sociali e parlamento, poi le scelte dei lavoratori (silenzio-assenzo) in materia di previdenza complementare e destinazione del Tfr definiranno non solo l'assetto del nostro sistema previdenziale, ma avranno conseguenze di rilievo per l'intero sistema economico. Si tratta dunque di una questione rilevante, anche ai fini del programma del nuovo governo che verrà dopo le elezioni del 2006. L'avvio dei nuovi fondi pensione risale alla riforma Amato del 1992 e ha avuto ulteriori regolamentazioni in occasione della riforma Dini del 1995. In entrambi i casi, oltre ad altri importanti obiettivi di razionalizzazione dell'assetto pensionistico, per corrispondere alle esigenze di risanamento del bilancio pubblico vennero prese misure volte a ridurre progressivamente, ma significativamente, le prestazioni del sistema pubblico obbligatorio a ripartizione; i nuovi fondi privati a capitalizzazione dovevano consentire una compensazione di quei tagli e, dunque, una ricomposizione della copertura pensionistica dal pubblico al privato.

Sul piano del risanamento finanziario, i risultati delle riforme degli anni `90 sono stati superiori agli stessi obiettivi. Com'è stato accertato da una commissione governativa, i vantaggi per il bilancio pubblico riferiti al decennio 1996-2005 hanno superato di quasi undici miliardi di euro quelli previsti. Il disavanzo tra le entrate e le uscite previdenziali del sistema pensionistico, che nel 1994 era pari al 2,5% del Pil, è sceso all'1,1%; si aggiunga (circostanza spesso ignorata) che le uscite effettive per il bilancio pubblico, cioè al netto delle trattenute fiscali a carico dei pensionati, sono inferiori di circa due punti di Pil, cosicché il saldo è positivo per circa un punto di Pil.

Quanto alla riduzione del grado di copertura offerto dal sistema pubblico, prima delle riforme, con 35 anni di contributi e a qualsiasi età, un lavoratore dipendente maturava una pensione pari al 67% (nel settore privato) o al 77% (nel settore pubblico) dell'ultima retribuzione; per i lavoratori dipendenti che andranno in pensione con il sistema contributivo, il tasso di sostituzione, a 62 anni e 35 di contributi sarà del 51%, mentre per i lavoratori parasubordinati sarà del 31%.

La crescente consapevolezza che nei prossimi anni la copertura pensionistica per un largo e crescente numero di lavoratori attuali sarà largamente inadeguata e che tale prospettiva sia socialmente ed economicamente insostenibile sicuramente giustifica che si intervenga immediatamente sull'assetto attuale. Tuttavia, è del tutto incongruo che da questa giustissima esigenza si derivi la necessità di un esteso sviluppo della previdenza privata che, invece, avrebbe effetti negativi sulla funzionalità del sistema pensionistico e sull'intero sistema economico.

Se la quota di copertura pensionistica affidata ai fondi a capitalizzazione divenisse consistente (trasferendo tutto il Tfr arriverebbe a un quarto), la crescente instabilità dei mercati incrinerebbe la funzione previdenziale nella sua stessa ragion d'essere.

I rovesci dei mercati finanziari di questi anni hanno fatto sì che i rendimenti dei fondi pensione siano stati anche sensibilmente inferiori a quelli assicurati dal Tfr.

Spostando l'attenzione a periodi lunghi, come mostra una approfondita ricerca, fondi pensione che tra il 1911 e il 1999 avessero investito tutti i contributi in una Borsa dinamica come quella americana, avrebbero garantito tassi di sostituzione che, per la sola variabilità dei mercati finanziari durante gli anni considerati, sarebbero oscillati dal 18% al 100%. Cioè, due lavoratori con la stessa storia contributiva, per il solo fatto di terminare l'attività in periodi diversi del ciclo di Borsa, avrebbero maturato - per il resto della loro vita - pensioni molto diverse, fino ad assumere una più di cinque volte il valore dell'altra.

Le specifiche caratteristiche del nostro sistema produttivo offrono motivi seri e aggiuntivi per sconsigliare un trasferimento di tutto o anche solo di buona parte del Tfr ai fondi pensione. Se tutto il risparmio attualmente diretto al Tfr fosse trasferito ai fondi pensione, questi accumulerebbero in sei anni circa 100 miliardi di euro. I lavoratori e le imprese verrebbero privati di disponibilità finanziarie difficilmente sostituibili dal sistema creditizio, che comunque chiederebbe tassi d'interesse maggiori. D'altra parte, a causa delle piccole dimensioni delle nostre imprese e della loro scarsa disponibilità a quotarsi in Borsa, già i capitali relativamente esigui adesso gestiti dai fondi pensione (7 miliardi di euro) vengono impiegati solo per il 2% in azioni di aziende italiane e circa il 60% viene collocato all'estero, a beneficio dei nostri concorrenti.

Fin dall'iniziale proposta dei fondi pensione, l'interesse al loro sviluppo da parte delle imprese è stato subordinato alla contestuale riduzione dei loro contributi al sistema pensionistico pubblico, implicando una riduzione degli oneri salariali e una corrispondente redistribuzione a danno dei lavoratori. L'iniziale decreto governativo prevedeva appunto il trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi e la decontribuzione per le aziende. Entrambe queste misure sono state almeno momentaneamente escluse dal provvedimento governativo, ma se il meccanismo automatico del silenzio-assenso portasse ad un massiccio trasferimento del Tfr ai fondi, le nuove prestazioni pensionistiche da essi promesse faciliterebbero una riduzione compensativa di quelle pubbliche e dei contributi aziendali che le finanziano. Si arriverebbe cioè allo stesso risultato distributivo inizialmente progettato che si sommerebbe agli altri esiti negativi, previdenziali e macroeconomici, prima ricordati. Gli interessi dei gruppi assicurativi costituiscono un altro capitolo.





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17 luglio 2005

Immigrati nel settore edile

FILLEA CGIL
Molti immigrati nell'edilizia ma poche tutele
SARA FAROLFI
Sono dati che fanno riflettere, quelli sugli operai immigrati nel settore edilizio italiano. Cifre contenute nel rapporto Ires, presentato ieri a Vicenza in occasione della seconda assemblea nazionale dei lavoratori stranieri della Fillea Cgil. Alla crescita quantitativa degli ultimi anni, infatti, corrisponde una tendenza negativa sul piano delle tutele. Nel 2004 - dice il rapporto - i lavoratori stranieri alla Cassa edile sono stati 95 mila, il 19% dei registrati (508.752). L'incremento maggiore è dovuto alla regolarizzazione del 2002 (da 89 mila unità a 174 mila). Ed è il comparto delle costruzioni, con i suoi 95 mila lavoratori regolarizzati, quello maggiormente interessato. Dal quale, tra l'altro, arrivano i maggiori contributi alla crescita dell'occupazione in Italia, secondo una ricerca dell'Istat.

«Per quanto concerne le qualifiche - affermano poi i ricercatori Ires - la tendenza appare chiaramente indirizzata verso una crescita delle attività a minor apporto qualitativo della manodopera». Ossia, mansioni più dure e meno retribuite. Gli operai specializzati e di quarto livello rappresentano il 9% della forza lavoro straniera, a fronte del 30% della forza lavoro complessiva.

E veniamo al reddito. I lavoratori emersi con la regolarizzazione del 2002 guadagnano il 24% in meno rispetto agli addetti complessivi del settore. Per i lavoratori già regolari il differenziale retributivo si riduce al 20% in meno. In soldoni: se un operaio italiano di terzo livello percepisce 19.869 euro per 13 mensilità, un immigrato regolare ne prende 15.895, e un immigrato neo regolarizzato 15.100.

Sul versante infortuni le cose non vanno meglio. Secondo i dati provvisori dell'Inail, il tasso di infortuni tra i lavoratori non comunitari è superiore del 50% rispetto a quello nazionale. Nel comparto edilizio, un quinto degli infortuni registrati nel 2004 riguarda lavoratori immigrati. Con un aumento del 18,75% rispetto al 2003. Senza contare - spiega il rapporto - tutti gli incidenti non segnalati, perché lievi o per la «ricattabilità» cui il lavoratore straniero è sottoposto.

Migliora invece il binomio imprenditoria-immigrazione. Nel primo trimestre 2005, la titolarità non comunitaria nel settore è aumentata del 27,3% sul base annuale, secondo i dati di Unioncamere.

Infine, un dato che fa ben sperare. I lavoratori immigrati iscritti ai sindacati hanno registrato un aumento del 49% negli ultimi tre anni. Per il settore edile, il numero totale di lavoratori stranieri tesserati Fillea, è pari a 39.336 nel 2004. Il 15% degli iscritti.





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17 luglio 2005

Articolo di Domenico Gallo

ISRAELE E LE NAZIONI UNITE
O il muro o il diritto
DOMENICO GALLO
Ad un anno di distanza dalla «storica» sentenza della Corte internazionale di giustizia che il 9 luglio 2004 ha «giuridicamente» abbattuto il muro che Israele sta costruendo nei Territori palestinesi occupati - decretandone la contrarietà al diritto internazionale - occorre fare i conti con la durezza dei tempi presenti che ci mostrano che la barriera che devasta il territorio ed i diritti dei palestinesi (e le nostre coscienze), non solo non è stata abbattuta ma continua ad essere edificata, in assenza di reazioni significative della Comunità internazionale. Con questo dobbiamo ritenere che la sentenza della Corte dell'Aja è destinata ad entrare nel cimitero delle parole perdute in cui sono seppellite decine di risoluzioni dell'Assemblea generale e dello stesso Consiglio di sicurezza, che si sono occupate del conflitto israelo-palestinese, a cui non è stato dato alcun seguito? A questo punto non bisogna farsi fuorviare dal carattere «non vincolante» per la parti del giudizio della Corte, che ha emesso un parere «consultivo», ai sensi dell'art. 96 della Carta delle Nazioni unite. In realtà le parole della Corte sono parole pesanti, definitive, perché la Corte è la bocca del diritto internazionale. Essa ci dice cosa è legale e cosa è illegale nell'ordinamento internazionale, in altre parole qual è il diritto, quale diritto è applicabile in una determinata fattispecie. L'importanza di questa pronunzia sta nel fatto che la Corte ha stilato una sorta di certificato notarile in cui inquadra la situazione giuridica dei Territori occupati, definisce i contorni del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese, i diritti individuali dei palestinesi e gli obblighi che deve rispettare la potenza occupante (lo Stato ebraico, ndr), mettendo in chiaro che le principali convenzioni internazionali del diritto umanitario, ed in particolare la IV Convenzione di Ginevra del 1949, sono vigenti nei Territori e devono essere rispettate da tutti.

Si tratta di aspetti già esaminati dal Consiglio di sicurezza e dall'Assemblea generale. Infatti, la via crucis dell'Onu in Medio Oriente è lastricata di risoluzioni in cui si ribadisce il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e l'impossibilità giuridica d'Israele di annettersi i Territori occupati, nonché la piena applicabilità a tutti i territori, ivi compresa Gerusalemme est, della IV Convenzione di Ginevra e degli altri strumenti del diritto umanitario. Da ultimo, l'Assemblea generale, con una risoluzione del 21 ottobre 2003, si era occupata della costruzione del muro «esigendo» da Israele l'arresto e lo smantellamento dei lavori di costruzione del muro. Ciò non toglie che la sentenza della Corte internazionale di giustizia abbia una sua peculiarità. Le risoluzioni dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza sono «atti politici», soggetti a modifiche, ripensamenti e trasformazioni secondo criteri di opportunità politica. Dal 9 luglio 2004, i principi del diritto internazionale che regolano la vicenda israelo-palestinese non possono più essere messi in discussione, né disconosciuti da alcuno.

La sentenza della Corte ha comunque raggiunto un primo risultato: è stata posta una sfida che riguarda tutti, anche l'Italia. A questo proposito bisogna rilevare che il governo Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare si sono apertamente ribellati alla Corte internazionale di giustizia, stipulando un accordo di cooperazione politica e militare con Israele, ratificato con la legge n. 94 del 17 maggio 2005, che (implicitamente) incoraggia Israele a proseguire nella costruzione del muro, anziché ostacolarla. Il fatto che il muro è ancora lì è un segno della crisi della capacità normativa del diritto nelle relazioni internazionali. Tuttavia il problema non è di «liquidare» la valenza normativa del diritto internazionale, perché noi sappiamo che il disprezzo del diritto internazionale apre la strada alla catastrofe, ma di battersi perché le regole, i principi ed i valori del diritto internazionale, patrimonio dell'umanità, siano unanimemente riconosciuti e rispettati da tutti.

Le parole della Corte dell'Aja mettono in mora la Comunità internazionale e ripropongono lo scandalo di un diritto calpestato, di una giustizia inattuata. Se è vero che non esistono strutture o istituzioni che possano assicurare il rispetto del diritto internazionale violato, è anche vero che una garanzia c'è, una garanzia che può essere fragile, inconsistente, ma a volte può rivelarsi pesante come un macigno: l'orientamento dell'opinione pubblica internazionale. Le parole che la Corte di giustizia ha pronunziato sono importanti perché forniscono un'arma alla opinione pubblica internazionale ed alla politica per orientare le scelte degli stati e giudicare i comportamenti delle élites dirigenti, sono parole che - se seminate dalla politica - possono far crollare i muri.




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