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24 agosto 2005



«Senza un’industria forte non si esce dalla crisi»

di Giorgio Lunghini

su l'Unità del 21/08/2005

Secondo l’economista, i nostri problemi vengono da lontano e le politiche di questi anni di centrodestra hanno aggravato la situazione

«È del tutto inutile stare a discutere sui decimali. Guai a sedersi sulle prospettive congiunturali. La verità è che il prossimo governo si troverà a gestire un’eredità pesantissima. I problemi dell’economia italiana sono strutturali e di lungo periodo, e anni di governo Berlusconi non hanno fatto altro che aggravarli».
Il Fondo monetario vede nero: ha tagliato le stime di crescita per l’Italia, legandole anche al caro-petrolio, che sta frenando la ripresa in tutta Europa.
«Sono d’accordo: lo shock petrolifero colpisce a livello mondiale, anche se in modo differenziato. Siamo di fronte ad un cambiamento negli equilibri economici internazionali. La novità è questa: la Cina, in particolare, ha talmente bisogno di petrolio da comprare comunque, concorrendo quindi a mantenere alte le quotazioni di mercato. Il fatto è che per l’Italia questo nuovo shock di sicuro incide sullo sviluppo dell’economia, è insomma una causa di recessione, che però si aggiunge ad una lunga fase di declino». Parla l’economista Giorgio Lunghini, docente all’Università di Pavia.
Un declino che da qui alle elezioni non sembra avere alcuna possibilità di cambiare rotta. Nonostante la Finanziaria potrebbe rappresentare un’opportunità in questo senso.
«Hanno fatto di tutto per aggravare la situazione, non vedo perchè attendersi qualcosa di diverso proprio adesso. Anzi. In prossimità delle elezioni è tradizione che il governo ricorra alla spesa pubblica per farsi bello. Tutti gli indicatori macroeconomici confermano una situazione negativa molto seria. Il quadro non potrà che precipitare ulteriormente, anche perchè è impensabile qualsiasi obiettivo di reale e solida crescita. Decimali a parte, intendo».
Quali sono le linee di politica economica del governo che più hanno pesato?
«Il debito pubblico è aumentato, e questa è una delle cose peggiori che potessero capitare. Il governo precedente aveva realizzato un avanzo primario. Questo dell’onere del debito pubblico sarà uno degli elementi più difficile da gestire nel corso della prossima legislatura. Di certo, non si può sperare di ottenere risultati apprezzabili nel breve periodo. Senza contare che nei prossimi anni bisognerà trovare ingenti fondi anche a sostegno dell’apparato industriale...».
Intende per frenare il crollo della produzione industriale?
«Non solo. Ci sono interi settori industriali che andrebbero sostenuti nella loro trasformazione, migliaia di lavoratori che andranno accompagnati con ammortizzatori sociali. Pensiamo solo al tessile, per esempio».
O anche alla Fiat.
«Alla Fiat, certo. Ma anche qui, molte sono le conseguenze della politica del governo Berlusconi, che non ha minimamente sostenuto la produzione industriale. Un’industria robusta ci vuole, tutti i paesi ce l’hanno. E il governo dovrebbe averla in mente come una delle priorità».
Parla dell’industria di Stato?
«Ci sono parole scomparse dal vocabolario politico. Programmazione, per esempio. Di cui invece ci sarebbe un gran bisogno. La Francia la fa, la Germania la fa, e persino l’Inghilterra. Serve una politica governativa che sposti l’asse verso la produzione industriale, verso gli imprenditori anzichè verso i rentiers, chi vive di rendite finanziarie».
Ricapitoliamo: gli obiettivi dovrebbero essere quelli del risanamento del debito e della crescita, sostenuta dalla produzione industriale?
«Insieme a quello della giustizia sociale. Il che significa cessare subito lo smantellamento dello stato sociale, scuola, sanità, servizi pubblici. Sono obiettivi che vanno perseguiti insieme, contemporaneamente».
Difficile.
«Difficilissimo. La nostra è una situazione che impone scelte radicali. Non si può pensare di accontentare tutti. E, visto che negli ultimi anni i più colpiti sono stati i lavoratori, non vedo perchè nei prossimi non si debbano colpire i più ricchi».
Pensa alla tassazione delle rendite finanziarie?
«Anche. Trovo scandaloso che la rendita sia tassata molto meno rispetto ai redditi da lavoro. E poi non lo dico nemmeno per istanze moraliste: ridurre le imposte ai lavoratori e aumentarle ai più ricchi rilancerebbe la domanda per consumi».
L’eredità più pesante del governo Berlusconi, la prima, la più grave.
«L’involgarimento della vita economica e politica. Il che ha comportato anche la perdita di reputazione di tutte le istituzioni. Molto complicata da ricostituire




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24 agosto 2005



Noi liberi dai Coloni

di Amos Oz

su Corriere della Sera del 20/08/2005

I coloni ebrei di Gaza e Cisgiordania hanno un sogno per il futuro di Israele. Anch’io ne ho uno. Il loro dolce sogno, però, è il mio incubo e i miei sogni, il loro veleno. I coloni sognano di creare una «Grande Israele» con insediamenti ebraici sparsi ovunque. In questi insediamenti potranno risiedere solo ebrei e ai palestinesi sarà consentito entrare solo per lavoro, per impieghi umili e sottopagati. In uno Stato simile, la democrazia dovrà inchinarsi ai rabbini. La Knesset, il governo, la Corte suprema potranno continuare a esistere a patto che i rabbini ne approvino le decisioni. I coloni credono che quando la Grande Israele sarà diventata un’entità religiosa e una «Nazione Santa», verrà il Messia e si compirà la completa redenzione del popolo ebraico.
Nell’immaginazione dei coloni non c’è posto per i palestinesi, se non nel ruolo di servi umili e riconoscenti lavoratori. Nell’immaginazione dei coloni non c’è posto per me, non c’è posto per uno Stato di Israele laico e moderno. Chi mi è amico e io siamo «fuori», se non ci pentiamo. Almeno, ci si aspetta che non ci opporremo alla costruzione di nuovi insediamenti e all’espansione di quelli già esistenti. Se noi israeliani laici rinnegheremo noi stessi, i coloni ci inonderanno di amore fraterno. Se però ci ostineremo a sostenere una diversa idea di Israele, non saremo che traditori, amici degli arabi, nazisti.
Anche noi, però, abbiamo un sogno per Israele, del tutto diverso da quello dei coloni. Desideriamo vivere in pace e libertà, non sotto il giogo dei rabbini, né del Messia, chiediamo di essere guidati da un governo eletto.
Sogniamo di essere liberi dalla lunga occupazione dei territori palestinesi. Per quasi quarant’anni Israele e Palestina sono stati il carceriere e il prigioniero, ammanettati l’uno all’altro. In tanti anni quasi nulla è cambiato - il carceriere non è libero, né lo è il prigioniero. Israele sarà una nazione libera solo quando l’occupazione e la politica degli insediamenti saranno concluse e la Palestina, un Paese confinante.
Per trent’anni i coloni hanno controllato Israele attraverso governi diversi. Hanno inseguito i loro sogni e calpestato i nostri. Sono stati i padroni del Paese. In questi giorni il primo ministro Ariel Sharon tenta una sorta di putsch a danno della supremazia dei coloni. Un tentativo di ripristinare l’autorità del governo eletto. Se il tentativo andasse a buon fine, il sogno dei coloni potrebbe risentirne e quello degli israeliani laici potrebbe sorgere a nuova vita.
La battaglia di Gaza non è una battaglia tra l’esercito e i coloni, né tra falchi e colombe. No, è una battaglia tra Chiesa e Stato (per essere più precisi, tra Sinagoga e Stato). Molte nazioni hanno dovuto affrontare la questione: quali dovrebbero essere ruolo e peso di religione e clero nella guida di un Paese? Alcuni Stati hanno trovato la soluzione secoli fa. Altri non hanno mai smesso di cercarla. I Paesi musulmani, ad eccezione della Turchia, non hanno neanche iniziato.
In questi ultimi giorni a Gaza abbiamo assistito a quella che un domani, a posteriori, potrebbe apparirci la prima battaglia tra Sinagoga e Stato nella storia di Israele, la prima occasione di fare chiarezza sul significato dell’Ebraicità dell’unico Stato Ebraico. Siamo, prima e soprattutto, una religione o una nazione?
In questa prima fase sembra che la componente laica, razionale, pragmatica di Israele stia dolorosamente prevalendo su quella impregnata di fanatismo. Non dimentichiamo, però, che si tratta solo di una prima tappa.
Tanto i coloni quanto noialtri israeliani possiamo essere orgogliosi del fatto che, a differenza dei sanguinosi conflitti tra Chiesa e Stato sorti nel corso della storia in tanti Paesi, questa prima fase a Gaza sia stata sì violenta ma non sanguinosa. Tanto rumore e strepito ma nessun massacro. Sarà così anche nelle prossime fasi? Sarà così anche quando verrà il tempo di rinunciare alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est in cambio della pace con i palestinesi? La risposta non dipende solo dagli israeliani, religiosi e laici, falchi e colombe, destra e sinistra. Molto dipende dai palestinesi. La Palestina considererà questo un coraggioso passo compiuto da Israele verso un compromesso storico con i palestinesi? Ricambieranno con passi altrettanto coraggiosi nei confronti dei loro fanatici? Oppure considereranno gli scontri tra ebrei il primo sintomo del processo di disintegrazione di Israele e tenteranno di peggiorare la situazione interna israeliana inasprendo violenza e terrorismo palestinesi?
Un vecchio proverbio arabo dice: non si applaude con una mano sola. Molto ora dipende dal modo in cui i palestinesi interpreteranno la battaglia tra ebrei a Gaza.




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24 agosto 2005



Il terzo Polo

di Valentino Parlato

su Il Manifesto del 20/08/2005

Nella torbida confusione di questa fine d'estate s'avanza all'orizzonte uno strano guerriero. Non è detto che venga avanti e tanto meno che vinca, ma la sua ombra c'è. Anche altri - penso al «Riformista» e anche a «Libero» - ne avvertono la presenza. Si tratta del «terzo polo», che potrebbe nascere dalla dissoluzione dell'armata di Berlusconi e da una frattura dell'Unione di centro-sinistra. I segni di questo possibile esito sono già nelle cronache giornalistiche. Da una parte il diffuso convincimento che Berlusconi ha perso e la conseguente polemica senza esclusione di colpi all'interno del suo campo, soprattutto da parte dell'Udc e di quella parte dell'elettorato che non ha gli impedimenti di An o della Lega a cambiare fronte. Dall'altra parte l'attacco - soprattutto con l'uso e l'abuso della questione morale - contro i Ds.

Siamo arrivati al punto che i Ds debbono chiedere a Prodi non tanto una solidarietà, ma una conferma della sua appartenenza al loro fronte. Finora Prodi tace, in ogni modo evita affermazioni nette.

La risposta di Giulio Santagata («se uno dei due chiede che gli si dica «ti amo», vorrà dire che lo diremo») suona quasi un insulto. E si potrebbe aggiungere il sospetto che il rinvio al dopo primarie del programma possa voler dire che Prodi si vuole lasciare le mani libere. Anche il riavvicinamento, dopo le recenti polemiche, tra Prodi e Rutelli dà da pensare.

Tutto questo - è quasi inutile scriverlo, ma non va dimenticato - nella attuale situazione di profonda crisi economica, con imprese fortemente indebitate (a cominciare dalla Fiat) e con banche fortemente esposte con crediti non dico in sofferenza, ma di non semplice rientro.

Insomma in una situazione di diffusa e ragionevole paura. Una situazione nella quale, riducendosi il potere del capitale cresce quello dell'opinione e della stampa scritta: le tv aiutano certamente a vincere le elezioni come Berlusconi insegna, ma valgono meno nell'orientamento dell'opinione di quelli che contano, che pesano sul governo degli affari.

Così il fattore di accelerazione o addirittura di scatenamento dei mali che covavano è stato il tentativo di scalata di Ricucci e soci al Corsera, poi, ma con effetti analoghi, c'è stata la Unipol con la Banca Nazionale del Lavoro. Avere messo in gioco il Corriere ha determinato lo stato di emergenza.

Normalmente, ma tanto più in una situazione di emergenza il Corriere della Sera è importante, lo è storicamente tanto che si dice che nella prima guerra mondiale fosse Luigi Albertini a ordinare a Cadorna le famose offensive sull'Isonzo.

Oggi (forse c'è anche Cadorna) siamo in una situazione di massima precarietà e il Corsera diventa ancora più importante.

Il tentativo di scalata di Ricucci e soci, magari con il consenso di Berlusconi, era evidentemente pericoloso e andava bloccato. Qualcuno aveva suggerito un modesto intervento della guardia di finanza, ma si è trasformata in una guerra generale, che ha investito duramente Bankitalia con evidente danno per il sistema paese.

Su Ricucci e soci c'è poco da aggiungere a quel che abbiamo scritto e riscritto. Ma questo non significa che il sindacato di controllo di Rcs sia un sancta sanctorum (sarebbe interessante sapere per quale ragione Cesare Romiti e Alessandro Profumo se ne sono usciti) e neppure che Luca di Montezemolo sia l'Arcangelo Gabriele, con tribunale a Cortina d'Ampezzo.

Il punto è - così può sembrare - che in questa situazione di emergenza il Corriere viene assunto come arma decisiva e che la lotta diventa senza quartiere. E si accelerano le divaricazioni degli schieramenti finora esistenti.

Berlusconi è un re sconfitto che va abbandonato, ma non ci si può nemmeno fidare dei Ds che (nonostante tutte le loro ritrattazioni) hanno sempre un'origine comunista e poi potrebbero anche usare le cooperative. Il terzo polo può nascere, per aiutare lor signori, proprio perché malmessi: sarebbe la soluzione per sopravvivere e magari ricominciare. Archiviando il bipolarismo sotto le insegne di Casini.

A questo punto Romano Prodi deve parlar chiaro e non rinviare il suo programma a dopo le primarie. Il fantasma del terzo polo si sta materializzando




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24 agosto 2005



«Il discorso di Powell all’Onu La vergogna della mia vita»

di Paolo Mastrolilli

su La Stampa del 21/08/2005

L’assistente dell’ex segretario di Stato: non c’erano fonti

«Guardando indietro, quello è stato il punto più basso della mia vita». Parlare così deve essere costato parecchio al colonnello Lawrence Wilkerson, amico da sempre di Colin Powell, e capo del suo staff al dipartimento di Stato dal 2002 al 2005. Il punto a cui si riferiva è il discorso del 5 febbraio 2003 all'Onu, con cui l'ex generale avrebbe dovuto svelare le armi segrete di Saddam e convincere il mondo a fare la guerra. Doveva essere un «momento alla Stevenson», l'ambasciatore americano al Palazzo di Vetro durante la crisi dei missili a Cuba, che con le foto inchiodò i sovietici alla responsabilità delle rampe di lancio sull'isola. Invece è degenerato in un occhio nero per l'intelligence e la diplomazia Usa. «Adesso - ammette Wilkerson - vorrei non essere mai stato coinvolto in quel discorso». Il colonnello si è confessato alla Cnn per il documentario «Dead Wrong - Inside an Intelligence Meltdown», che va in onda stasera. Il titolo significa che era tutto sbagliato, mortalmente sbagliato, e quindi i servizi segreti americani avevano portato il paese alla guerra in base ad informazioni che non valevano la carta su cui erano stampate. «Quattro giorni prima del discorso - ricorda Wilkerson - Powell era entrato nella mia stanza con un fascio di carte in mano. Questo - aveva detto - è ciò che devo dire all'Onu, secondo la Casa Bianca. Tu lo devi controllare». Il colonnello era impallidito: «Quella roba pareva tutto, tranne un documento di intelligence. Era il menu di un ristorante cinese, da cui scegliere i piatti».
Wilkerson e Powell si erano rimboccati le maniche, passando quattro giorni e quattro notti alla Cia col direttore George Tenet, per verificare le illazioni passate dalla Casa Bianca: «Il segretario non poteva leggere uno scritto su serie questioni di intelligence, che potevano portare alla guerra, quando il testo era privo di fonti». Una «gola profonda» in realtà c'era, ma col senno di poi sarebbe stato meglio se avesse taciuto. Il suo nome in codice era «Curveball», tiro mancino, dal termine usato nel baseball per un lancio traditore ad effetto. Sosteneva di essere un ingegnere chimico coinvolto nel programma di riarmo di Saddam, e di aver visto in persona la costruzione di almeno sette laboratori mobili per la produzione di agenti mortali.
Alla fine Powell, con le rassicurazioni di Tenet, si era convinto a ripetere la denuncia di «Curveball» all'Onu. Secondo David Kay, ex capo degli ispettori incaricati di trovare le armi di Saddam dopo la guerra, «nessuno lo aveva avvertito che l'agenzia di intelligence del Pentagono aveva alzato la bandiera rossa contro questa fonte, definendola un imbroglione». «Curveball» non era nemmeno in Iraq, quando erano avvenuti i fatti che sosteneva di aver visto. Si era consegnato ai servizi segreti tedeschi, lanciando accuse in cambio di asilo politico, e molti agenti sospettano che lo avesse mandato avanti Ahmed Chalabi, l'oppositore di Saddam capo dell'Iraqi National Congress, prima cullato e poi scaricato dal Pentagono. La Cia non lo aveva mai interrogato di persona. Solo un agente della Dia, l'intelligence militare, aveva parlato con «Curveball», e ne aveva ricavato un'impressione così negativa che alla vigilia del discorso di Powell all'Onu aveva spedito questo messaggio di e-mail al vice capo dell'Ufficio Iraq alla Cia: «Quando l'ho visto soffriva i postumi di una terribile sbronza. Credo sia un alcolizzato. Dobbiamo fare altre indagini, prima di basare una delle accuse principali sulle sue dichiarazioni».
Il collega della Cia gli aveva risposto così: «La guerra avverrà indipendentemente da quello che dice Curveball. Comunque, nell'interesse della Verità, dobbiamo aggiungere una o due frasi di avvertimento». La denuncia, in realtà, era finita intatta nel discorso di Powell. «Solo dopo la guerra - ha raccontato Wilkerson - Tenet aveva chiamato il segretario per dirgli che si era sbagliato: “Mi spiace, i laboratori mobili non esistevano”. Aveva fatto lo stesso per altri tre o quattro passaggi centrali del discorso. Da quel momento il segretario e lui hanno smesso di essere amici». Contano ancora queste storie, oltre due anni dopo? La novità di Wilkerson è che Powell aveva ricevuto le accuse contro Saddam dalla Casa Bianca, mentre finora tutti hanno sostenuto che il presidente non aveva forzato la mano dell'intelligence per giustificare la guerra. E fuori dal ranch di Bush, mentre gli indici di approvazione calano e lui ripete che la guerra serve a proteggere gli americani, i seguaci della madre coraggio Cindy Sheehan chiedono perché i ragazzi continuano a morire in Iraq.




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24 agosto 2005



«Consumi, picchiata senza fine: governo incapace»

di Massimo Solani

su l'Unità del 22/08/2005

Venturi, presidente di Confesercenti: rincari fino al 6%, nessun piano per invertire la tendenza

Un quadro sconfortante. «I dati dimostrano ogni giorno di più le difficoltà che stanno vivendo le famiglie italiane costrette a stringere la cinghia nel tentativo di salvare il salvabile. Purtroppo questo è il quadro della situazione italiana, una fotografia tutt’al-
tro che rosea, sicuramente molto preoccupante per i cittadini e le imprese». È il giudizio di Marco Venturi, presidente della Confesercenti, in questi giorni di fine estate in cui ancora una volta i dati sul turismo in calo e sul flop dei saldi dimostrano le difficoltà economiche di un paese col fiato corto e le tasche vuote. Almeno quelle delle classi meno agiate.
Le località di villeggiatura per «ricchi» fanno affari d’oro, mentre i negozi restano vuoti anche nei giorni dei maxi sconti. In Italia si sta allargando la forbice fra chi ha e spende e chi invece è costretto a fare economia su tutto?
«Non c’è dubbio che in una situazione di crisi economica a farne le spese per prime sono proprio le fasce economicamente meno forti della popolazione. Queste sono le conseguenze di quello che sta accadendo in Italia: alcune tipologie di consumi che tradizionalmente sono prerogativa degli strati più abbienti della popolazione continuano ad andare bene a far registrare indici positivi mentre i consumi di massa registrano una preoccupante contrazione. Ma il benessere di un paese si misura proprio sull’andamento di quest’ultimi, e allora adesso più che mai è necessaria una politica in grado di incentivare il consumo».
Nel frattempo però sono già all’orizzonte i prossimi rincari. Dalle bollette alle spese per i trasporti, per le famiglie italiane si prepara l’ennesima stangata. Piove sul bagnato?
«I rincari sono già in corso e già i dati di aprile dimostravano una crescita pari al 5-6%. Purtroppo il prezzo del petrolio alle stelle ha aggravato questa tendenza però certo che quello che va sottolineato è l’assenza assoluta di una politica in grado di governare l’emergenza. Il rischio, a questo punto, è quello della deriva dei conti di fronte alla quale si può nulla o quasi in condizioni di perdurante assenza di una strategia politica in grado di assicurare l’inversione di tendenza. Fin qua non è arrivato nessun segnale che potesse far presagire un cambio di strategia e di direzione, e certo non ce l’aspettiamo dalla prossima Finanziaria. Ciò non toglie, però, che in quella manovra ci deve essere la capacità di imporre un punto ferma dal quale ripartire per ricostruire con la nuova legislatura e con un nuovo progetto di crescita e rilancio dell’economia. Insomma, ci troviamo di fronte ad un quadro sconfortante e non vediamo nessun intervento serio che faccia presagire un cambio di strategia. Pensiamo soltanto al prezzo della benzina e alla sua incidenza su tutte le tariffe: sono anni che persiste questa situazione eppure non è stato ancora fatto nulla. Perché non si interviene sulle accise?».
A proposito di Finanziaria. A detta di molti analisti, vista l’incombenza delle prossime elezioni, potrebbe trattarsi della classica «Finanziaria elettorale» inadatta ad affrontare i veri problemi. Cosa si aspetta?
«Non vedo grandi margini di manovra, proprio perché ormai siamo ridotti ad un livello molto critico e anche le previsioni per il futuro sono estremamente negative. A dirla tutta non credo ci siano nemmeno le condizioni per fare interventi tali da rimettere in moto l’economia. Piuttosto, essendo questa l’ultima manovra economica della legislatura, credo sia necessario “tamponare” questa situazione fino alle prossime elezioni. A quel punto si presenteranno alle urne i due schieramenti politici coi rispettivi programmi di rilancio di una economia che in questi anni è stata massacrata tanto da una situazione internazionale difficile quanto da una politica che non ha aiutato in alcun modo la ripresa».
Un paio di settimane fa, di fronte alla crescita minimale del Pil, il presidente del Consiglio ha detto che le cifre smentivano «le cassandre» della sinistra. È davvero da menagrami far notare che la salute economica del paese è tutt’altro che accettabile?
«Allora devo iscrivermi anch’io al partito di quelli che portano sfortuna, visto che sono mesi che ripeto che la situazione è purtroppo estremamente negativa. Le famiglie si accorgono da sole ogni giorno di questo andamento, anche nelle cose più piccole, mentre chi guida un’impresa può verificarlo sulla propria pelle. E non si può minimizzare quanto sta accadendo facendo finta di nulla. Per questo ci auguriamo che il rilancio dell’economia sia al centro del programma politico dei due poli per le prossime elezioni. Per una vera ripresa, però, gli interventi superficiali di “imbellettamento” non servono: è necessario affrontare i nodi profondi di questo paese».




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24 agosto 2005

Tal Fahima

Tali Fahima è una figura molto inusuale nel paesaggio politico israeliano. Voi sapete che in Israele le fasce popolari sono normalmente schierate a destra e l'élite economica e intellettuale a sinistra. Tali Fahima è un caso eccezionale. È una giovane donna di 27 anni nata a Dimona, una città povera del sud, in una famiglia di origine marocchina, molto povera. Non ha mai studiato ed è stata anche una militante del Likud, il partito di destra. Per caso, ha visto un film su Jenin. È un film molto bello che si intitola «I bambini di Arna». Racconta la storia di una donna israeliana meravigliosa che, durante la prima Intifada, venne tra i palestinesi per garantire l'educazione dei bambini più piccoli, nelle scuole materne e nelle scuole elementari, per aiutarli a scrivere e a disegnare. In questo film, si vedono i bambini di Arna nel 1988-89. Sono bambini piccoli di otto, nove, dieci anni, uguali ai bambini che si incontrano in Israele, Palestina, Europa, Africa, e tra loro, un gruppetto di cinque parlano del loro avvenire, di ciò che vorrebbero essere in futuro. Uno racconta di voler diventare attore, un altro medico. Quegli stessi bambini sono mostrati dieci anni dopo. Li si vede durante la seconda Intifada, tutti morti. Questo, di cui vi sto parlando, è un documentario, non una fiction cinematografica. Tutti loro sono morti in combattimento o negli attentati, tranne uno che si chiama Zakaria A. Z che oggi è tra le persone più ricercate dai militari israeliani. Questo film testimonia la volontà di vivere e l'umanità che c'è nei bambini, negli adolescenti, poi negli adulti. Una straordinaria forza di vivere che finisce nella morte.



L'umanità di Jenin

Tali Fahima, che aveva guardato il film in televisione, ha poi potuto vedere con i suoi occhi quello che è il campo di Jenin. Tra quello che vede tutti i giorni e quello che ha visto nel film c'è come una frattura, perché ciò che si ascolta per strada o alla televisione o si legge sui giornali di quanto avviene nel campo è il racconto di un nido di terroristi, una popolazione di terroristi, tutti quelli di Jenin sarebbero terroristi, dal vecchio di 86 anni fino al neonato o al bambino piccolissimo. Tutti, in quel luogo, sarebbero terroristi e tutti hanno un'unica motivazione nella vita: uccidere gli ebrei. Invece quel film dimostra il contrario: si vedono giovani che vogliono vivere, che non nutrono odio, giovani che non desiderano altro di poter essere medici, attori, poter essere come tutti i bambini che pensano a quello che faranno da grandi, poter essere bambini che hanno dei sogni.

Tali Fahima è andata a Jenin. È una cosa rarissima tra i giovani israeliani, siano essi di destra o di sinistra. Lei è andata a Jenin ed è diventata amica dei giovani di Jenin e degli amici e dei compagni di Zakaria A. Z. Quando è tornata in Israele ha raccontato che ciò che si diceva era tutta una bugia, che Jenin è una città piena di vita e di volontà di vivere, che è falso che ci sono solo kamikaze che non pensano altro che alla morte. Ha cominciato a raccogliere dei soldi per la gente di Jenin e ha tentato di convincere i giovani ad andarvi per conoscere la situazione in modo diretto.

I Servizi di sicurezza di Israele hanno deciso di usare Tali Fahima. Hanno pensato che una ragazza che non ha studiato, che vive in una famiglia povera, che non è l'intellettuale invasata di Tel Aviv, si potesse raggirare a piacimento e, attraverso di lei, avrebbero potuto trovare Zakaria A. Z. Per molte settimane è stata trattenuta in arresto e interrogata e minacciata perché lavorasse per i servizi segreti. Lei ha sempre risposto: «Andate a quel paese!». Sebbene abbiano continuato a minacciarla e a interrogarla, lei ha continuato a dire: «Quelli sono miei amici e io non li tradisco. Visto che voi dite che io sono una terrorista e lavoro con dei terroristi, portatemi in tribunale. Non avete nessuna prova, perché non ho fatto niente di male. L'unica cosa illegale che ho fatto è stato andare a Jenin».

In effetti, non avevano nessuna prova contro di lei. Cosa fare se non si hanno prove ma si vuole ugualmente punire qualcuno? In Israele esiste una procedura che viene detta «detenzione amministrativa». In Francia, c'era qualcosa di simile durante l'ancien régime. Al tempo della monarchia assoluta, si parlava di «lettera d'arresto», un ordine che permetteva di fermare qualcuno senza nessun processo, nessuna prova, ma solo perché il re lo ordinava. Quelli attuali sono ordini d'arresto di sei mesi, rinnovabili di sei mesi in sei mesi indefinitivamente senza che vi sia mai nessun intervento da parte della Giustizia. Tali Fahima è stata colpita da una detenzione amministrativa, cui ha fatto seguito, in Israele, una campagna di opinione per dire che quello era troppo, che si stava passando il limite.

I servizi di sicurezza israeliani hanno voluto comunque questa detenzione amministrativa e hanno voluto anche aprire un processo inquisitorio. Durante tutto questo tempo, Tali Fahima ci ha spedito lettere e ci ha fatto sapere, tramite i suoi avvocati, di non preoccuparci perché lei non voleva diventare un problema per noi; il problema più importante è la gente di Jenin. Hanno deciso di accusare Tali Fahima del reato più grave che esiste nel codice penale israeliano: sostegno al nemico nel tempo di guerra. Il reato è talmente grave che, durante la prima udienza del processo che si svolge a Tel Aviv, il giudice ha chiesto al Procuratore se avesse intenzione di richiedere la pena di morte. Da quanto posso ricordare io, in Israele l'unica volta che è stata chiesta la pena capitale, è stato contro Adolf Heichmann, criminale di guerra nazista, responsabile di milioni di morti.

Quali sono le prove che possono giustificare la pena di morte? Dal nostro punto di vista, nessuna, zero assoluto. Ma quali prove il Procuratore ha presentato in Tribunale contro Tali Fahima? Nell'atto di imputazione ha scritto che Tali Fahima ha tradotto a Zakaria A. Z. un documento militare ultra segreto e molto importante, che faceva parte di un piano riservato dell'esercito israeliano per compiere un'operazione contro il campo di Jenin. È un reato molto grave, ma come potrebbe avere tradotto dal momento che Tali Fahima non conosce l'arabo e Zakaria A. Z. non conosce bene l'ebraico? In secondo luogo, come si è procurata questo documento militare riservatissimo? Finalmente, adesso sappiamo com'è la giustizia in Israele!



Punita perché «fuori posto»

In tribunale hanno presentato questo importante documento e l'esercito ha affermato che Tali Fahima lo ha trovato per terra, nel campo, due giorni dopo l'operazione. Questo documento, che abbiamo, e che circola anche in internet e che si può trovare ovunque, è una fotografia di vent'anni fa di Zakaria A. Z. e di cinque suoi amici, fisicamente molto diversi da come sono adesso, sotto cui c'è scritto: «Wanted». Come si fa a dire che una fotografia è stata tradotta in arabo o in ebraico?

Adesso non chiedono più la pena di morte, chiedono l'ergastolo. Ma perché? Cosa c'è in Tali Fahima che li rende folli? Il fatto che abbia rotto due muri, mentre, oggi, si devono costruire muri dappertutto. Prima di tutto, ha rotto il muro di classe: non capiscono che ruolo possa avere questa marocchina, che non ha nemmeno avuto una buona educazione, negli ambienti d'élite di Tel Aviv. Fare politica, andare nel campo di Jenin è un lavoro per chi studia, per chi è nella classe elitaria, non per una marocchina. Ma soprattutto, Tali Fahima ha rotto quel muro che deve dividere ebrei e arabi, israeliani e palestinesi. Quando una ragazza, una giovane donna di Dimona, dice agli agenti dei servizi segreti, alla polizia che va ad arrestarla, al procuratore che la interroga, al giudice che la sta giudicando, che i suoi veri amici sono quelli del campo di Jenin, che si chiamano Mustafà, Hama, Hassan, nasce un problema grave, che va punito gravemente, perché, ora, viviamo in un mondo dove ognuno deve stare al suo posto a livello sociale, etnico, nazionale, confessionale. Ci vogliono imporre un mondo dove il senso di umanità non ha più significato e dove ognuno è rinchiuso entro la propria tribù, e guai a chi volesse scavalcare i muri fra le tribù! Ma finché ci saranno dei giovani e delle giovani ragazze come Tali Fahima, noi abbiamo il diritto di avere una speranza.

Per maggiori informazioni e il sostegno economico alla difesa legale di Tali Fahima si può consultare il sito www.freetalifahima.org




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24 agosto 2005

Dichiarazione di Russia e Cina sull'ordine internazionale del XXI secolo

Siglata a Mosca il 1 luglio 2005 dal Presidente della Russia Vladimir Putin e dal Presidente della RPC Hu Jintao.

La Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese (d’ora in avanti chiamate le Parti), in occasione del 60° anniversario della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e del 60° anniversario della creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, agendo in base al senso di responsabilità storica per la pace e lo sviluppo nel pianeta, che esse condividono in quanto membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tenendo conto della loro inclinazione alla formazione di un mondo multipolare e di un nuovo ordine mondiale, espressa nella dichiarazione congiunta russo-cinese del 23 aprile 1997, confermando le relazioni di cooperazione strategica e di partnership tra le Parti, rafforzate dal Trattato di buon vicinato, amicizia e collaborazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese del 16 luglio 2001, dichiarano quanto segue:



1. Il mondo sta oggi attraversando cambiamenti di portata storica. La formazione di un nuovo ordine mondiale promette di essere complessa e di lunga durata.

La pace e lo sviluppo rimangono il tema di fondo della nostra epoca. I processi di costruzione di un nuovo assetto mondiale multipolare e della globalizzazione economica, che rappresentano le tendenze fondamentali dell’attuale tappa dello sviluppo dell’umanità, scorrono in modo disuguale e contraddittorio. Si rafforza nettamente l’interdipendenza tra gli stati.

Nel XXI secolo i compiti fondamentali dell’umanità sono rappresentati dal mantenimento della pace, della stabilità e della sicurezza per tutti, dallo sviluppo armonico multilaterale in condizioni di parità, osservanza della sovranità, rispetto reciproco, mutuo vantaggio e garanzie di prospettive di sviluppo per le generazioni future.

L’umanità ha la possibilità di raggiungere questi obiettivi. Allo stesso tempo essa deve affrontare una quantità di sfide globali, quali il terrorismo internazionale, la minaccia della diffusione delle armi di distruzione di massa, il divario tra poveri e ricchi, il degrado dell’ambiente circostante, le epidemie, la criminalità organizzata transfrontaliera, il narcotraffico, ecc.



2. La risoluzione dei compiti che stanno di fronte all’umanità è possibile solo nelle condizioni di un nuovo ordine mondiale equo e razionale, che si basi su principi condivisi da tutti e sulle norme del diritto internazionale. Tutti i paesi del mondo devono osservare rigorosamente i principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della reciproca non aggressione, della non interferenza nei rispettivi affari interni, della parità e del mutuo interesse, della coesistenza pacifica.

Devono essere pienamente garantiti i diritti di tutti i paesi alla scelta delle vie di sviluppo in coerenza con la specificità nazionale, la partecipazione con parità di diritti agli affari internazionali, uno sviluppo paritario. E’ necessario risolvere pacificamente le divergenze e i contrasti, evitare le azioni unilaterali, non ricorrere alla politica del diktat, alla minaccia della forza o al suo utilizzo.

Gli affari di ogni paese devono essere risolti autonomamente dal suo popolo e le questioni riguardanti tutto il mondo attraverso il dialogo e le consultazioni, sulla base di approcci collettivi multilaterali. La comunità internazionale deve assolutamente evitare concezioni di scontro e di blocco, l’aspirazione al monopolio e al dominio negli affari internazionali, i tentativi di dividere gli stati in dominanti e dominati.



3. L’ONU rappresenta l’organizzazione internazionale più universale, rappresentativa e autorevole. L’ONU è chiamata a giocare un ruolo centrale negli affari internazionali, ad essere il centro di elaborazione e di incarnazione delle norme portanti del diritto internazionale.

Le operazioni di costruzione di pace dell’ONU devono corrispondere agli scopi e ai principi dello Statuto dell’ONU. E’ indispensabile attenersi scrupolosamente alle risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza, sviluppare la collaborazione dell’ONU con le organizzazioni regionali e sub-regionali. L’ONU deve giocare un ruolo maggiormente rilevante nell’esame delle questioni dell’economia globale e dello sviluppo.

Scopo della riforma dell’ONU deve essere il rafforzamento del suo ruolo centrale negli affari internazionali, la crescita della sua efficacia, l’elevamento del suo potenziale di reazione alle nuove sfide e minacce. L’introduzione della riforma deve basarsi sui principi del consenso e riflettere in pieno gli interessi comuni dell’ampio numero di paesi-membri.



4. Il processo di globalizzazione nella sua accezione positiva favorisce lo sviluppo economico mondiale grazie alla dinamica senza precedenti dei legami economico-commerciali e alla più ampia apertura informativa. D’altro canto, la globalizzazione si sviluppa in maniera del tutto squilibrata ed è accompagnata dall’estensione del divario tra i paesi e le regioni sviluppati e il resto del mondo. Per uno sviluppo sano dei processi di globalizzazione è necessario dare impulso al coordinamento e alla collaborazione reciprocamente vantaggiosa tra gli stati e le regioni, evitare qualsiasi manifestazione di discriminazione nei rapporti economici, ridurre il divario tra poveri e ricchi, favorire la prosperità comune attraverso il rafforzamento e l’approfondimento degli scambi economico-commerciali, tecnico-scientifici.

La comunità internazionale deve elaborare un regime economico-commerciale reciprocamente condiviso. La via per ottenerlo è quella delle trattative su un piano di parità, del rifiuto delle pressioni e delle sanzioni per la conquista di concessioni economiche, dell’attivazione dei meccanismi delle organizzazioni multilaterali globali e regionali.



5. I paesi in via di sviluppo, in cui vive gran parte della popolazione del pianeta, rappresentano la forza fondamentale che appoggia la pace e lo sviluppo in tutto il mondo. La comunità internazionale deve attribuire grande attenzione al compito del superamento del divario nelle condizioni di sviluppo tra i paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati. La via per la sua risoluzione passa, prima di tutto, attraverso la garanzia dell’accesso paritario di tutti i membri della comunità mondiale alle potenzialità economico-sociali, tecnico-scientifiche, dell’informazione, culturali, ecc., aperte dalla globalizzazione, attraverso l’instaurazione di una collaborazione reciprocamente vantaggiosa sulle linee “Nord-Sud” e “Sud-Sud”, attraverso lo sviluppo comune e l’adempimento degli obblighi da parte dei paesi interessati, nell’ambito dell’ONU e delle altre strutture multilaterali.



6. I diritti dell’uomo assumono un carattere universale. Tutti gli stati devono rispettare i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali, fissate nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, favorire la realizzazione dei diritti dell’uomo e difenderli tenendo conto delle specificità e delle tradizioni di ogni paese, risolvere le divergenze sulla base dei principi di parità e rispetto reciproco, attraverso il dialogo e la collaborazione. Occorre costruire la difesa internazionale dei diritti dell’uomo sulla base dei principi della rigorosa difesa della parità della sovranità di tutti gli stati e della non ingerenza nei loro affari interni.



7. E’ necessario rispettare le tradizioni storiche degli stati multinazionali, favorire la coesistenza pacifica e lo sviluppo comune dei diversi popoli, ed anche fare sforzi indirizzati alla difesa dell’unità statale. Tutte le azioni, dirette a dividere gli stati sovrani e ad attizzare la discordia tra le nazionalità, sono inammissibili. Non bisogna ignorare i processi obiettivi dello sviluppo sociale degli stati sovrani, introducendovi dall’esterno modelli di struttura sociale e politica.



8. La diversità delle culture e delle civiltà nel mondo deve diventare la base per il loro arricchimento reciproco, e non per i conflitti. Non “scontro di civiltà”, ma necessità della collaborazione globale: è ciò che esige il mondo nelle condizioni attuali. Occorre rispettare e proteggere la diversità delle civiltà mondiali e dei modelli di sviluppo. Le differenze nell’eredità storica di tutti i paesi, nelle loro tradizioni culturali, nella struttura politico-sociale, nei sistemi di valori e nelle vie di sviluppo non devono diventare il pretesto per interferire negli affari interni di un altro stato. E’ necessario, sulla base dei reciproci rispetto e tolleranza, condurre il dialogo tra le civiltà e lo scambio delle esperienze, arricchirsi e completarsi reciprocamente in nome del comune cammino sulla strada del progresso. E’ necessario rafforzare il ruolo degli scambi umanitari per creare rapporti reciproci di carattere amichevole e fiducioso tra gli stati.



9. Le Parti invitano a unificare gli sforzi della comunità internazionale per creare una nuova architettura della sicurezza, fondata sulla fiducia reciproca, sul mutuo vantaggio, sulla parità e sulla cooperazione. Sua base politica deve essere rappresentata dalle norme condivise delle relazioni internazionali, quella economica dalla collaborazione reciprocamente vantaggiosa e dalla comune prosperità. La nuova architettura della sicurezza deve basarsi sul rispetto dell’uguale diritto di tutti gli stati alla sicurezza. Il modo per risolvere le contraddizioni e per difendere la pace deve essere quello del dialogo paritario, della consultazione e delle trattative.

Le Parti sono fedeli alla causa del mantenimento e del rafforzamento della stabilità strategica globale, dei sistemi normativi e dei processi multilaterali nel campo del controllo degli armamenti, del disarmo e della non proliferazione. Esse si pronunciano per la più rapida attuazione dell’Accordo di messa al bando degli esperimenti nucleari, fanno tutti gli sforzi per contribuire all’universalizzazione e alla crescita dell’efficacia dei trattati per il controllo degli armamenti e per la loro non proliferazione, quali il Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, la Convenzione per la proibizione delle armi biologiche e la Convenzione per la proibizione delle armi chimiche. Le Parti invitano all’utilizzo pacifico del cosmo, alla prevenzione della diffusione degli armamenti e della corsa al riarmo nello spazio cosmico, e, a tal fine, all’elaborazione di un trattato normativo internazionale.

Le Parti sono convinte che, di fronte alle nuove minacce e sfide, sia necessario assumere efficaci misure aggiuntive in merito alla prevenzione della diffusione di armi di distruzione di massa, dei mezzi che ne garantiscono la fornitura e dei materiali necessari. A tal scopo, le Parti sono fermamente decise a collaborare nell’ambito delle competenti organizzazioni e forum internazionali, ed anche a rafforzare la cooperazione con tutti gli altri stati. I problemi della proliferazione devono essere risolti nell’ambito del diritto internazionale, mediante la collaborazione politica e diplomatica.

Le Parti contribuiranno alla realizzazione dell’iniziativa per la formazione sotto l’egida dell’ONU di un sistema globale di contrapposizione alle nuove sfide e minacce alla sicurezza, sulla base dello Statuto dell’ONU e delle norme di diritto internazionale che ne conseguono. Nell’ambito della nuova architettura della sicurezza occorre rafforzare la collaborazione internazionale, ricercando i modi per privare il terrorismo delle fonti finanziarie e del sostegno sociale. Per estirpare l’ideologia del terrorismo e dell’estremismo – l’ideologia della violenza, della discordia razziale, etnica e religiosa. In merito a questo problema sono inammissibili i doppi standard. Le brutali violazioni dei diritti dell’uomo, compiute dai terroristi e dalle organizzazioni terroristiche, devono essere decisamente condannate da tutti i membri della comunità internazionale. E’ necessario impedire alle organizzazioni terroristiche l’utilizzo degli armamenti di distruzione di massa e dei mezzi per il loro trasporto.



10. L’integrazione regionale rappresenta un’importante particolarità dello sviluppo dell’attuale situazione internazionale. Le Parti rilevano il ruolo positivo che giocano nel processo di formazione di un nuovo ordine internazionale le organizzazioni regionali multilaterali, che operano sulla base di un regionalismo aperto, della collaborazione su un piano di parità e del non schieramento contro altri paesi. In campo economico le iniziative regionali devono favorire la più larga apertura ed efficacia delle comunità commerciali. Nella sfera della sicurezza regionale assume un significato essenziale la creazione, sulla base della complessiva considerazione di tutti i partecipanti, di un meccanismo di collaborazione in materia di sicurezza aperto e non indirizzato contro altri paesi. Le parti si pronunciano per la realizzazione di legami orizzontali tra gli organismi regionali di integrazione, per la formazione tra essi di un clima di fiducia e collaborazione reciproca.



11. I legami interstatali di nuovo tipo creati dalla Russia e dalla Cina apportano un contributo importante all’instaurazione di un nuovo ordine mondiale. La pratica delle relazioni russo-cinesi riafferma la vitalità dei principi esposti nella presente Dichiarazione e testimonia che, sulla sua base, è possibile sviluppare con efficacia rapporti di buon vicinato, di amicizia e di collaborazione, come anche risolvere diverse questioni.

Entrambi i paesi sono fermamente decisi a fare instancabili sforzi insieme agli stati interessati per costruire un mondo avviato sulla strada dello sviluppo ed armonico, e per intervenire in qualità di fondamentali forze costruttive di un assetto mondiale sicuro.



12. La formazione di un ordine razionale e giusto nel XXI secolo si realizza attraverso l’incessante ricerca di approcci e decisioni accettate da tutti. Il nuovo ordine mondiale diventerà veramente universale solo nella misura in cui i suoi principi e regole saranno condivisi da tutti i soggetti della vita internazionale.

Le Parti invitano tutti i paesi del mondo a un ampio dialogo sulla questione dell’ordine internazionale del XXI secolo. Dai risultati di tale dialogo dipenderà in rilevante misura il futuro del mondo, la possibilità per l’umanità di avviarsi lungo la strada del progresso e di trovare le risposte alle sfide e alle minacce che si manifestano.




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24 agosto 2005

Stipendio doppio a chi lavora da precario

Proposte all'Unione

Le forze politiche che vogliono sostituire Berlusconi debbono porsi il problema di quale "altro" modo di governare è possibile nel campo dell'economia, dei diritti, delle compatibilità ambientali e del lavoro.
Una pura sostituzione di ceto politico per "fare meglio" ciò che Berlusconi non ha saputo fare sarebbe un suicidio annunciato nel breve periodo che passerebbe tra la probabile vittoria elettorale del 2006 e lo scatenarsi di conflitti sociali insanabili.

Questo "altro" va costruito, cercato e dichiarato insieme a chi mantiene lucidità di analisi della situazione, offre pratiche ed esperienze possibili, individua nel conflitto una nuova ricerca di mediazione e quindi assegna un ruolo ad un governo alternativo a quello del centrodestra.

Il punto di partenza per chi vive dentro i processi di cambiamento del lavoro e dell'impresa è dato dalla consapevolezza che il capitalismo italiano è in una fase molto pericolosa.

Lo scontro che si è aperto è tra quegli imprenditori che rappresentano i centri di potere tradizionale e che si preparano in autunno a dare battaglia ai lavoratori metalmeccanici negando loro 130 euro di aumento mensili in due anni, e coloro che come il cancro diffondono la speculazione finanziaria quale nuova religione del profitto radendo al suolo imprese, banche beni pubblici.

Entrambi questi fronti hanno già perso sia nella competizione internazionale (vedi Fiat, Olivetti, settore elettronico, informatico, farmaceutico, siderurgico eccetera) sia sulla credibilità del sistema finanziario italiano i cui disastri (Cirio, Parmalat, Antonveneta) verranno pagati a caro prezzo da tutti noi.

Lasciati fare nella loro scomposizione e ricomposizione dei poteri non possono che generare macerie per il nostro paese sottoponendo a tensioni oltre il limite tollerabile lo stesso sistema democratico. Esiste quindi un pericolo per la democrazia che nessun governo potrà risolvere se non entrerà con pari forza, autorevolezza e soggettività la questione del lavoro e dei lavoratori.

Perché ciò accada è necessario lasciare alle spalle il più grande equivoco che anche nella sinistra c'è stato sul lavoro e cioè quello che con l'informatizzazione e le nuove frontiere tecnologiche l'uomo e la donna sarebbero stati più liberi, imprenditori di se stessi, non più alienati dal senso del fare, con la possibilità di determinare il proprio tempo di vita e di lavoro oltre che la remunerazione. Tutte balle. Oggi la precarietà la fa da padrona, si può essere ricchi senza lavorare ed essere poveri lavorando mentre milioni di lavoratori salariati sottopagati aumentano la schiera del proletariato internazionale senza diritti come ad esempio in Cina e in India.


Allora cosa fare? Se non esistono ricette sperimentate sul piano economico e sociale, tranne la guerra, per affrontare simili questioni un nuovo governo può sicuramente mettere in moto forze e movimenti per ridare senso, realtà e valore al lavoro.

Come? Innanzitutto facendo capire che la lotta dei lavoratori per difendere produzione, proprietà intellettuali, ricerca e sviluppo dei prodotti e dei processi è un interesse generale del Paese prima che particolare per chi perde il proprio posto di lavoro. E qui entra in gioco il ruolo dello Stato non certo per "catalizzare i mezzi di produzione" ma per decidere ciò che è strategico per lo sviluppo del paese: i treni, le metropolitane, le auto ad idrogeno, l'energia, il tempo delle persone, le relazioni sociali, la sanità e la scuola. Sulla base di queste scelte dovranno poi operare le istituzioni chiamando alla partecipazione i cittadini consapevoli che al federalismo medioevale conosciuto si contrappone un serio decentramento dei poteri e delle risorse. Risorse già individuabili se si tasseranno le rendite come oggi si tassano i lavoratori e le imprese.

Se seriamente lo Stato interviene per orientare e sostenere quelle imprese considerate strategiche deve contemporaneamente preparare un piano sociale straordinario a sostegno del lavoro per far sì che le ristrutturazioni non generino esuberi, cioè espulsione dei lavoratori, ma inclusioni e cioè nuove occasioni di lavoro e di reddito. A questo proposito tante sono le proposte ma una su tutte prevale ed è quella di far pagare il lavoro precario, cioè a tempo determinato, il doppio di quello a tempo indeterminato. Così va ripensato il tempo di lavoro comprendendo in esso anche il tempo della mobilità e della formazione continua.

E infine esiste la questione democratica. E' nei luoghi di lavoro, nella frammentazione delle imprese, nel frenetico consumo del proprio tempo di vita dove registriamo la presenza di un unico potere: quello dell'impresa, un unico comando: quello delle gerarchie. Si può ridare potere di decisione ai lavoratori attraverso l'applicazione della Costituzione italiana? Si può dire che un sindacato non può essere autoreferenziale e deve rispondere per ciò che firma ai diretti interessati? Si può fare una legge per la democrazia nei luoghi di lavoro? E' una strada obbligata se si vuole che i conflitti dei prossimi mesi ed anni non siano solo di natura corporativa.

Su queste tre questioni insieme al sostegno che i lavoratori metalmeccanici e del settore pubblico avranno o meno per il rinnovo del loro contratto nazionale di lavoro da parte della politica si capirà concretamente se una nuova fase economica e sociale è possibile per il nostro Paese.




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24 agosto 2005



INTERVISTA A GIANNI MINA’

La notizia è di quelle che riempiono il cuore di speranza e di gioia. La sentenza di condanna emessa nel 2003 dal tribunale di Miami contro i Cuban Five, 5 agenti dell’intelligence cubana, è stata revocata l’altro ieri dalla Corte d’Appello Federale di Atlanta. Renè Gonzales, Fernando Gonzales, Gerardo Hernandez, Ramon Labañino ed Antonio Guerrero erano stati condannati a pene pesantissime(tre ad un doppio ergastolo,altri due a 19 e 15 anni). Il giudizio del 2003 è stato, secondo i giudici della Corte d’appello federale, condizionato dalle pressioni dalla potente lobby anti-castrista dell’emigrazione cubana a Miami, che ha cercato di influenzare i giudici anche con minacce di rappresaglie. I cinque 007, che hanno ribadito la loro fedeltà alla Revolucion, una decina di anni fa si erano infiltrati negli Stati Uniti per individuare e denunciare le centrali terroristiche che dalla Florida preparavano i sanguinosi attentati contro il piccolo e vicino paese socialista. Certo all’Havana ancora non possono cantar vittoria del tutto:ci sarà un nuovo processo ai cinque e si spera che stavolta sia equo. I 5 agenti segreti dell’isola lavoravano nell’ambito della collaborazione diplomatica sotterranea allora attiva tra il governo cubano ed il presidente Clinton, grazie alla mediazione di personaggi influenti come Gabriel Garcia Marquez. Clinton e l’FBI avevano accettato la proposta di collaborare per individuare e neutralizzare questi nuclei criminali e terroristi che avevano goduto negli Stati Uniti di una tacita complicità, se non addirittura di un appoggio netto, da parte delle autorità. Clinton, rieletto per la seconda volta alla casa Bianca con il contributo economico anche della Fondazione nazionale cubano-americana di Miami aveva avuto però un ripensamento e, anziché far catturare i terroristi al momento giusto, aveva fatto arrestare i cinque agenti cubani che, raccogliendo prove ed informazioni tangibili, avevano stilato un rapporto circostanziato sulle attività eversive contro Cuba organizzate in Florida. Poi con l’avvento di Bush, per i cinque arrivò il carcere, duro, durissimo. Trentatre mesi in attesa del processo dei quali diciassette vissuti in regime di isolamento e quattro settimane passate nel “buco”:una cella di due metri per due con il neon sempre acceso nel miglior esempio di quella che viene definita “deprivazione sensoriale”. E poi ancora offese e torture carcerarie denunciate, oltre che da personalità come Noam Chomsky, anche da un Premio Nobel della letteratura come Nadine Gordimer, che ha organizzato campagne di informazione e di mobilitazione a favore dei cinque detenuti.

Abbiamo raggiunto per avere un commento sulla notizia, il giornalista e scrittore Gianni Minà, direttore di Latinoamerica.

Minà: “Più che un commento mio a riguardo credo che le cifre relative agli attentati subiti da Cuba parlino da sole: oltre 3mila morti in trent’anni. Erano pescatori, guardie di frontiera, contadini, ma non solo. Nel 1976 anche la nazionale giovanile cubana di scherma morì nell’attentato all’aereo su cui viaggiava, subito dopo uno scalo alle isole Barbados. Si conoscono da anni i nomi dei responsabili di quell’eccidio:Luìs Posada Carriles ed Orlando Bosh. Nel 1999 poi anche un giovane turista italiano, Fabio Di Celmo morì nell’esplosione avvenuta nella hall dell’hotel Copacabana di L’Havana. Un attentato che faceva parte di una più ampia strategia terroristica tesa ad atterrare il turismo cubano. Si cercava insomma di colpire una entrata significativa dell’economia dell’isola. In questo caso Luìs Posada Carriles, contattò e pagò l’esecutore, il dominicano Cruz, che mise in atto a Cuba 5/6 attentati col tritolo e ricevette 10mila dollari per l’incombenza. Ecco, per questi terroristi al soldo degli Stati Uniti, la vita umana vale solo 10mila dollari. Altrettanto grave poi è l’assenza di informazione su questi atti eversivi e sul caso dei 5 agenti dell’Intelligence cubana imprigionati alla fine degli anni 90 negli Stati Uniti. Organizzazioni come Reporters sans frontiéres, che sul loro sito web francese ammettono di ricevere fondi dal National Endowment for Democracy, agenzia della CIA, hanno sempre taciuto sugli attentati contro Cuba e sul caso dei Cuban Five, prodigandosi invece nella propaganda contro i governi che si oppongono alle politiche ed alle strategie delle multinazionali nordamericane. Molti grandi giornali USA, ma anche europei sono palesemente al servizio degli interessi del governo di Washington. Noam Chomsky ed altri intellettuali hanno dovuto comprare a proprie spese una pagina del New York Times per far conoscere ai lettori il caso dei Cuban Five e questa non può che essere considerata una sconfitta etica del giornalismo americano. Avevano ragione alcuni vecchi cronisti statunitensi che, riflettendo su come la grande stampa avesse accolto le leggi liberticide di Bush e le guerre in Afghanistan ed in Iraq, hanno commentato:”abbiamo perso la nostra dignità”. E’ davvero grottesco poi , specie in un paese come l’Italia, che solo ora si “scopra” il terrorismo USA verso Cuba. Nonostante gli attentati del 1976, del 1999 e l’azione terrorista in cui a Washington perse la vita, insieme alla sua segretaria americana, Letellier, l’ex ministro degli esteri del governo cileno di Allende è altrettanto grottesco che Luìs Posada Carriles si trovi ora libero negli Stati Uniti ed abbia chiesto asilo politico.

Ma c’è possibilità che questo privilegio venga concesso ad un simile criminale?

Sì. Già la presidentessa del Panama, Mirella Moscoso, sodale di Bush, alcuni mesi fa e prima che scadesse il suo mandato, ha liberato Posada Carriles dal carcere centroamericano dove avrebbe dovuto scontare una condanna a 9 anni. Il terrorista, che rischiava l’estradizione a Cuba per una richiesta di rogatoria internazionale, si è potuto invece rifugiare a Miami, dove vive indisturbato. Episodi come questo mettono in discussione tutta la campagna che gli Stati Uniti ostentano contro il terrorismo, se un criminale del genere, un assassino che nulla ha da invidiare a Bin Laden, può trovare rifugio in Florida.

Se Posada Carriles si trova a piede libero negli USA, è verosimile una nuova strategia di attentati contro Cuba, come già si successe nel 2003 con i dirottamenti di tre aerei e del traghetto della baia dell’Havana , nell’indifferenza dei media?

“La Repubblica”, che insieme a buona parte della sinistra italiana mantiene da anni un atteggiamento ossessivamente critico e scorretto nell’informazione su Cuba, dimenticando ciò che avviene per esempio in Colombia o in Bolivia, qualche settimana fa ha pubblicato, dopo gli attentati di Londra una cartina geografica con i paesi a rischio terrorismo nel mondo. Tra questi c’era anche Cuba. Considerato che gli attentati contro l’isola sono stati sempre compiuti da personaggi legati alla CIA, forse i colleghi di Repubblica avranno ottenuto, come nel caso Calipari, notizie di prima mano dalla CIA stessa. Battute a parte mi preme sottolineare l’ambiguità e l’ipocrisia che pervadono i giudizi sulla rivoluzione cubana, purtroppo anche da parte di chi avrebbe l’obbligo di essere equanime e chiaro




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23 agosto 2005

Reminiscenza

Pianoman ritrova la memoria: "Mi chiamo Silvio. Cantavo e suonavo su di un transatlantico..."




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