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30 agosto 2005

Il modello dei distretti

Il modello dei distretti non è superato»  
  L'economista Marco Fortis
  «È cambiato invece radicalmente il sistema manifatturiero internazionale»
 
 

(da.c.) «È stata da più parti avanzata l'ipotesi, erronea, che i distretti siano in realtà sopravvissuti grazie al protezionismo. Ma i settori protetti, in Italia, sono stati semmai altri, come l'automobile. Non è il modello dei distretti a essere in crisi, ma i settori manifatturieri in cui questi stessi distretti operano: tessile-abbigliamento, calzature, mobili».
Lo scorso mese di luglio, in un convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Milano, Marco Fortis - docente di Economia industriale alla Cattolica di Milano e consigliere di amministrazione della Acsm - era andato controcorrente rispetto alla vulgata ormai in voga sulla crisi industriale e produttiva del Paese.
Nessuna crociata contro la Cina. Semmai, la coscienza che il sistema Italia è debole per «fattori endogeni». Vale a dire, per le scelte compiute nel recente passato.
«Le difficoltà che stiamo attraversando non sono avvertite nel resto d'Europa in quanto gli altri Paesi europei hanno abbandonato da tempo tali tipologie produttive manifatturiere».
Oggi, a distanza di due mesi e guardando a fondo nella situazione comasca alla vigilia di una ripresa carica di tensioni, Fortis rilancia la sua analisi. Evidenziando in prima battuta «il cambiamento radicale» in atto nel sistema produttivo.
«Si va da picchi di ordini che le aziende faticano a coprire a periodi lunghi o lunghissimi di vera e propria stagnazione». Accelerazioni improvvise e altrettanto brusche frenate.
«Una produzione schizofrenica - commenta l'economista - che adesso potrebbe ancora più 'impazzire', dato che la Cina ha esaurito, prima del previsto, le sue quote di export verso il Vecchio Continente». Una novità di rilievo, quest'ultima, che accentua, secondo Fortis, l'importanza dell'accordo Europa-Cina.
«Un'intesa che qualcuno, anche in Italia, giudicava devastante ma che in realtà potrebbe salvare in parte le nostre fabbriche». Alle dogane sono fermi milioni di capi di abbigliamento orientali. Un surplus che favorisce le aziende italiane.
«L'accordo funziona - dice l'economista - e oggi mette in difficoltà chi ha fatto il furbo. I cinesi, innanzitutto, che hanno esportato più di quanto avrebbero potuto. E gli acquirenti, in particolare del Nord Europa, che volevano fare incetta di prodotti a basso costo. Siamo in presenza di una netta spaccatura di interessi tra Nord e Sud Europa. La nostra posizione di intransigenza non può essere cambiata. Come hanno chiesto gli industriali tessili, Boselli e Zegna in testa, le quote non possono essere riviste. Gli esportatori cinesi hanno giocato male la loro partita e da questa situazione possono e devono trarre vantaggio le nostre aziende. Il Financial Times ha calcolato che le merci ferme alle dogane hanno un valore di costo di 250 milioni di euro ma un valore potenziale di vendita di 800 milioni. Una differenza che andrebbe a tutto vantaggio delle grandi catene commerciali del Nord Europa».
«Ciò significa - conclude Fortis - che nonostante le difficoltà non bisogna arrendersi. Semmai, occorre avere chiaro il quadro e non sottovalutare i possibili sviluppi positivi. Inoltre, è inutile e sbagliato continuare a dire che il nostro sistema è decotto. Oggi non ci sono settori esenti dalla concorrenza, come dimostrano le difficoltà del comparto meccanico. Dobbiamo quindi puntare sul rispetto delle regole, far valere le quote stabilite e lavorare perché nei mercati i dazi scompaiano. E poi, naturalmente, tutelare i nostri brevetti».




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30 agosto 2005

Operazioni chirurgiche

Le operazioni chirurgiche

Osservatorio Iraq, 30 agosto 2005

Decine di persone sono morte oggi nel corso di tre raid lanciati dall’esercito americano nei pressi della frontiera siriana con l'Iraq.  Una fonte irachena dice che "almeno" 56 persone sono morte nel corso di questi raid, senza precisare se si tratti di civili o di "presunti terroristi". L’esercito americano ha annunciato che l’attacco è stato diretto verso il gruppo di uno dei capi di Al Qaeda, Abu Islam, che sarebbe morto nel corso dei bombardamenti.

In un comunicato ufficiale lo Stato Maggiore americano precisa che sono state sganciate quattro bombe da 250 chili ciascuna contro un presunto rifugio di terroristi, nelle vicinanze di Karabila. Altre due bombe hanno colpito una casa nella stessa località. Le ultime due bombe sono state sganciate su un altro obiettivo nella città di Hasbaya, a 6 chilometri da Karabila.

Secondo il comunicato americano, ci sono stati "pochi danni negli edifici circostanti", affermando che è abitudine della forza multinazionale di "prendere precauzioni per prevenire le perdite civili". Ma secondo molti iracheni, interpellati dalle agenzie di stampa, almeno quattro altre case sono state distrutte e i danni sono ingenti.

La fonte raggiunta dall’Associated France Presse ha precisato che sedici persone sono state uccise nello stesso raid in una sola casa.

Da giorni era stata denunciata la ripresa dei bombardamenti nella zona al confine con la Siria, con il conseguente aggravarsi della crisi umanitaria, mai risolta da quando l’esercito iracheno e quello americano avevano posto sotto assedio numerose cittadine nella zona.

A Karabila nel giugno scorso era stata condotta l’Operation Spear, e per cinque giorni la città era stata pesantemente bombardata con il risultato di almeno 90 persone uccisi ( fonti statunitensi), anche se funzionari locali ammettevano di non poter tenere un conto preciso perché la maggior parte dei corpi erano seppelliti sotto le macerie. Il 40% delle abitazioni era stato distrutto, e gli sfollati erano stati 7000, di cui mille ancora attendono di ritornare.

Nella città di Al Qaim, già teatro di un furioso bombardamento lo scorso aprile, non sono mai cessate le operazioni militari. L’ospedale della città, che raccoglie anche i pazienti delle zone circostanti, non è più in grado di sostenere il carico di lavoro, stretto com’è sotto continuo assedio.

La stessa situazione la si trova nell’ospedale di Haditha, già distrutto dal fuoco provocato dall’irruzione delle truppe statunitensi nella notte tra il 7 e l’8 maggio 2005. Il fuoco ha devastato l’intera struttura, colpendo anche il dispensario e il magazzino delle attrezzature.

La battaglia su Haditha dura ormai da mesi, anche se cambia il nome delle "operazioni" condotte nella città. L’ultima in ordine di tempo è quella denominata "Quick Strike", iniziata il 5 agosto quando per quasi una settimana, i 90.000 abitanti sono stati obiettivo di massicci bombardamenti con elicotteri, carri armati ed artiglieria.

Il numero dei morti anche in questo caso non è stato reso noto: sono solo i medici a poter contare i feriti che arrivano negli ospedali, e conoscere il numero dei decessi che avvengono nelle strutture mediche. Ma degli altri, nessuno dice nulla.

Del resto, " è abitudine della forza multinazionale prendere precauzioni per prevenire le perdite civili".




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30 agosto 2005

Tornado

Scolaretto: "Presidente ma qual è l'origine di questi tornado che ci danno tanti problemi?"
Bush: "Le palle del vostro presidente che girano a mille..."




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30 agosto 2005

I radicali con il centro destra?

Pannella: "Sporcandosi le mani e turandosi il naso..."
Bonino: "Attento alla sequenza..."
Pannella: "Cazzo, mi sono sporcato il naso di merda !!!"




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30 agosto 2005

Figurine di guerra dei "nostri ragazzi"

Lo scambio dell'orrore: "figurine" di guerra...

di redazione sito Cani sciolti

su vari articoli online del 23/08/2005

Come se fossero figurine, terrificanti immagini di iracheni e afghani smembrati dalle esplosioni di guerra vengono scambiate in rete per ottenere l'accesso gratuito a un sito pornografico. L'invio delle foto, di una spaventosa crudezza, viene proposto a militari americani in guerra, ai quali il sito si rivolge direttamente, invitandoli a spedire il loro materiale horror per poter accedere alla sezione pornografica.

A quanto pare, entrando in rete, non sono pochi quelli che non hanno saputo resistere all'appello del sito www.nowthatsfuckedup.com, che in home page scrive: ''Se sei un soldato americano di stanza in Iraq, Afghanistan, o un altro teatro di guerra e vorresti accesso libero al sito, puoi pubblicare le foto che tu e i tuoi compagni avete fatto durante il vostro servizio''. Il sito, prettamente pornografico, e' strutturato come un forum, dove gli utenti scambiano materiale amatoriale, non coperto da copyright, che va dal 'voyeur' alle foto e ai video hard di presunte fidanzate e mogli. Due le chiavi per accedere ai contenuti porno: i frequentatori possono pagare, oppure inviare del materiale 'interessante'.

E qui scatta la 'riduzione per i militari'. In due sezioni apposite, i soldati possono guadagnarsi l'accesso gratuito alle immagini piu' piccanti pubblicando foto e video realizzati durante il loro servizio. Una parte ha un tema generale, con foto di militari, anche improntate a un certo umorismo bellico, mentre l'altra sezione si presenta come un vero e proprio museo degli orrori, con foto per lo piu' di iracheni morti e cadaveri smembrati. Infatti, appena vi si entra, si viene avvisati che ''questa sezione e' tra quelle piu' cruente, quindi le persone che non vogliono vedere questo tipo di materiale non dovrebbero accedervi''.

A scorrere i 'post' sembra di entrare in un girone infernale: ogni messaggio contiene infatti immagini raccapriccianti, in un'escalation di barbarie e crudezza, accentuata dai messaggi lasciati dai frequentatori del sito. Messaggi esaltati, non certo inorriditi, alla vista di quelle terribili istantanee prese sul teatro di guerra. Si vedono corpi carbonizzati, senza testa, senza arti, una faccia in una scodella, i resti di un kamikaze, un braccio, gambe, accompagnati da commenti disumani, prossimi all'esultanza per quegli scempi. All'orrore di membra riverse tra la polvere e teste spappolate, si aggiungono sottolineature come 'l'unico iracheno buono e' l'iracheno morto' o riferimenti ironici come 'poveraccio! immaginatevi se le 72 vergini che lo aspettano sono tutte delle ciccione'.

Stupiscono, per il loro cinismo, persino i titoli dei vari post: i pragmatici 'qualche foto in cambio dell'accesso' o 'uomini morti per ingresso', ma anche il barbaro quiz 'date un nome a questa parte del corpo umano', che prelude alla visione di un brandello di carne insanguinata, carbonizzata e spappolata, che e' difficile riconoscere per un viso umano. Tra le immagini, nella sezione piu' generale, anche alcune foto di militari americani feriti, che loro stessi hanno inviato. Del sito degli orrori ha dato notizia un 'blogger' italiano, il cui nickname e' Staib, che ne ha parlato diffusamente sul suo sito e su diversi portali di controinformazione.

tratto dal sito www.canisciolti.info




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30 agosto 2005

Vogliamo farla la lotta al terrorismo?

Luis Posada Carriles deve essere giudicato in Venezuela

di Nadine Gordimer, Salim Lamrani, Noam Chomsky, Rigoberta Menchù, Adolfo Pérez Esquivel, José Saramago

su vari articoli online del 24/08/2005

Già membro della polizia del dittatore cubano Fulgencio Batista, il signor Luis Posada Carriles entrò nelle fila della CIA dopo il 1959.
Formatosi alla Scuola delle Americhe di Fort Benning in Georgia, divenne un esperto in esplosivi e partecipò all’aggressione militare statunitense della Baia del Porci nell’aprile 1961.
È responsabile di varie decine di attentati sanguinari che costarono la vita a più di un centinaio di civili innocenti. È considerato l’autore, insieme ad altri come il terrorista Orlando Bosch, dell’odioso crimine delle Barbados nel quale un aereo commerciale della Cubana de Aviacion, che trasportava 73 persone, scoppiò in pieno volo il 6 ottobre 1976. Nessun passeggero sopravvisse.
I documenti ufficiali della FBI e della CIA, del maggio e giugno 2005, riconoscono il signor Posada Carriles responsabile di questo crimine infame.
Arrestato e condannato in Venezuela, il signor Posada Carriles fuggì di prigione nel 1985 grazie all’appoggio dell’estrema destra cubana della Florida. In seguito offrì i suoi servizi al tenente colonnello Oliver North nella sporca guerra contro i Sandinisti in Nicaragua negli anni ’80.
Nel 1997, un’onda di attentati terroristici colpì l’industria cubana del turismo lasciando numerosi feriti e uccidendo il giovane italiano Fabio di Celmo. In un’intervista pubblicata sul New York Times il 12 luglio 1998, il signor Posada Carriles riconobbe di essere l’autore di questi atti terroristici affermando che l’italiano “si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato”. Non espresse nessun pentimento dichiarando con cinismo: “dormo come un bebè”.
Il 17 novembre del 2000, il signor Posada Carriles tentò di assassinare il presidente cubano Fidel Castro, piazzando una bomba di 15 kg di C4 mentre questi faceva una conferenza all’Università di Panama, dove erano riuniti 2000 studenti. Secondo le autorità panamensi, l’esplosione avrebbe potuto provocare centinaia di vittime. Fermato e giudicato, fu condannato ad 8 anni di carcere.
Ciononostante, un atto inqualificabile avvenne il 25 agosto 2004: la presidentessa uscente del Panama, la signora Mireya Moscoso, il cui mandato presidenziale terminava il 31 agosto 2004, concesse l’indulto al signor Posada Carriles ed ai suoi tre complici, violando così la legge panamense che prevede che sia possibile concedere l’indulto ad un prigioniero solo se il processo giudiziario è terminato.
Ebbene, il processo del signor Posada Carriles si trovava in fase di appello
È ora pubblico e notorio che la signora Moscoso agì per soddisfare le volontà dell’estrema destra cubana di Miami, città dove attualmente risiede, e conseguentemente alle pressioni di Washington.
Dal mese di marzo 2005, il signor Luis Posada Carriles si trova negli Stati Uniti mentre il Dipartimento della Giustizia statunitense gli notificava una proibizione di entrata nel suo territorio.
Il Venezuela chiede l’estradizione del signor Posada Carriles, il quale dispone di nazionalità venezuelana, perché sia giudicato in garanzia dei suoi diritti costituzionali.
In nome della lotta contro il terrorismo, gli Stati Uniti devono essere da esempio estradando il signor Posada Carriles in Venezuela, perché i suoi crimini non rimangano impuniti. L’umanità intera osserva con attenzione tale questione poiché la memoria delle vittime del terrorismo esige che la giustizia trionfi sulla la barbarie.
L’impunità deve cessare!

Nadine Gordimer, Salim Lamrani, Noam Chomsky, Rigoberta Menchù, Adolfo Pérez Esquivel, José Saramago.




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30 agosto 2005

Non solo mercato

Politica, non solo mercato

di Franco Bruni

su Corriere della Sera del 24/08/2005

Premessa della redazione

Consigliamo la lettura di questo interessante articolo del prof. Franco Bruni (Università Bocconi, Milano) perché - pur non riflettendo un'ottica critica nei confronti del capitalismo e dell'economia di mercato - affronta in modo rigoroso una questione cruciale quale il ruolo del pubblico in una politica economica capace di invertire l'attuale tendenza al declino produttivo del Paese.
______________________________

Quali sono i capitoli economici dei programmi contrapposti che la competizione politica dovrebbe spiegarci con concretezza? Classifichiamoli in due categorie. La prima riferita al settore privato, distinto in tre mercati: dei beni e servizi, del lavoro e del capitale. In tutti e tre la questione di fondo è migliorarne il funzionamento, con riforme che sfruttino le potenzialità di una «moderna economia di mercato», per dirla con Mario Monti. Le proposte alternative - e le loro eventuali convergenze al centro - debbono pronunciarsi su un'agenda di liberalizzazioni e di promozione della concorrenza, flessibilità, trasparenza, chiarezza e rigore delle regole da far rispettare.
Ma non c'è solo il mercato, perché in un'economia moderna non c'è solo il settore privato. Quello pubblico ne occupa fra un terzo e la metà. La gestione del settore pubblico può solo indirettamente riferirsi al mercato: le sue decisioni sono più schiettamente politiche e hanno il difficile compito di creare una rete di informazioni, incentivi e controlli capace di sostituire la funzione esercitata nel settore privato dai prezzi, dai profitti, dagli stimoli automatici con cui il mercato spinge le risorse verso gli impieghi desiderati. Il settore pubblico è cruciale perché il nostro benessere non può fare a meno del consumo diretto di beni pubblici: Scalfari ha ragione quando mi ricorda (La Repubblica del 21 agosto) che «non esiste soltanto la cultura d'impresa in un Paese maturo e complesso» e quindi il consenso per governare non può riguardare solo i temi dell'economia di mercato. Va detto però che il settore pubblico è cruciale anche per il fatto che i beni pubblici sono input indispensabili per la produzione di beni privati. Giovanni Demaria, uno studioso liberale sui cui libri di testo ho appreso la mia prima economia voleva che elencassimo lo Stato fra i «fattori della produzione», al pari del lavoro e del capitale. Un solo esempio: la giustizia è preziosa come bene pubblico male, per la vita individuale; ma di giustizia hanno anche bisogno le imprese, la cui produttività dipende molto dalla misura e rapidità con cui vengono fatti rispettare contratti e leggi che sono all base degli affari.
Un programma politico deve perciò avere anche il capitolo dell'economia pubblica. Ed è un capitolo più difficile di quello dedicato ai mercati del settore privato. Perché il funzionamento dei mercati può contare su criteri abbastanza condivisi, che in molti Paesi si cerca da tempo di applicare. Mentre la gestione della cosa pubblica è un'arte meno codificata e che quasi dovunque dà risultati meno brillanti. Al punto che riformare l'economia è diventato quasi sinonimo di privatizzarla. Ma non è così: il capitalismo moderno non può fare a meno di vincere la battaglia politica e tecnico-organizzativa necessaria per produrre beni pubblici di più alta qualità.
Curare l'impegno di proposta politica in tema di settore pubblico significa anche affrontare seriamente due questioni. Quella dei costi della politica come ridimensionarli e renderli più trasparenti - che è la vera sostanza della questione etica di cui tanto si parla con qualche vaghezza. E quella dei vincoli della finanza pubblica: combattere gli eccessi di disavanzo, debito pubblico, pressione fiscale, senza considerare la qualità degli impieghi delle risorse da cui nascono, è un esercizio che si è costretti fare nel breve periodo, in situazioni di emergenza, quando gli squilibri sono insostenibili. Ma in un programma di medio termine prima di tutto bisogna stabilire quanto e come spendere: per il sussidio e la riqualificazione dei
disoccupati piuttosto che per liberare le strade dai Tir costruendo le autostrade del mare, quali e quanti beni pubblici vogliamo, con quali,priorità e quali tecniche per produrli in modo efficiente. Altrimenti è impossibile decidere correttamente il loro finanziamento: con quante e quali imposte e tariffe, con quale e quanto debito.
Vorremmo vedere i politici discutere con chiarezza le loro diverse priorità in termini di impieghi pubblici delle risorse e di tecniche organizzative per ottimizzarne la produttività, sommare le spese che ritengono prioritarie, ricavarne l'ammontare di imposte presenti o differite che sono necessarie per finanziarle, schematizzare un programma pluriennale di bilancio al punto di poterlo spiegare con qualche semplice tabella in televisione.
Non solo mercato, dunque, nei programmi politici. E anche le questioni dell'economia pubblica sfidano la validità, oggi, in Italia, della distinzione fra destra e sinistra. Di solito si pensa che il pubblico è più importante per la sinistra. Ma anche su questo tema potrebbe emergere un denominatore comune, dettato dal buon senso e dal fatto che la gravità dei problemi supera la differenza di opinioni e di interessi: una sorta di agenda per far convergere gli sforzi verso un'operazione provvisoria «di centro» che risani e normalizzi il clima molto deteriorato della competizione politica.




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30 agosto 2005

L'otto per mille va alla guerra

Doppia beffa: l'8 per mille va alla guerra

di Marco Sferini

su redazione del 24/08/2005

Ci sono un miliardo e trecento milioni di ragioni per affermare che il governo Berlusconi ha violato la Costituzione repubblicana (oltre alle ragioni che in questi anni abbiamo sempre elencato, e non sono di meno…): è la cifra (in euro) a cui si è giunti dal 2003 ad oggi, cumulando le spese sostenute dall’Italia per portare aiuto agli “esportatori di democrazia” americani e inglesi.
Ora, sarebbe giusto pensare che, se, come dice Berlusconi, le nostre truppe fossero in Iraq per aiutare la popolazione a ricostruire case, ospedali, scuole, strade, acquedotti e linee elettriche, la maggior parte di questi investimenti in euro sarebbe stata adoperata proprio per ciò. Un fondo umanitario, dunque. Ma la guerra, come tutti sappiamo, è stata costruita ad arte per accaparrarsi risorse petrolifere ed economiche a vantaggio delle potenze occidentali, e tutto quello che ne consegue è una menzogna sempre più grande. Ed è impossibile ricercare una qualsiasi torsione di verità in un mare di falsità e pazzia, dolore e rabbia, futuro costruito su un presente e passato dettato alla più vile ipocrisia umana.
Un miliardo e trecento milioni di euro sono sino ad ora andati ad ingrassare le rotelle dentate dei carri armati, a portare casse e casse di munizioni fresche alle truppe liberatrici, a portare anche quel petrolio che stiamo rubando agli iracheni da oltre due anni. Novanta milioni di euro sono stati quelli che si dice siano stati impiegati per “interventi umanitari” e di ricostruzione.
Il resto, per l’appunto, va tutto in costi di uomini e mezzi militari.
Soldi pubblici che vengono sottratti alle casse dello Stato con lo scopo di perpetuare la nostra presenza illegale ed immorale sul territorio di uno Stato sovrano che è stato arbitrariamente invaso e depredato: una presenza che, mostrataci come amica dei civili iracheni, è invece sostegno del disegno imperialista americano sul Medio Oriente. Soldi pubblici, dunque, che oltre a finanziare una missione di guerra, contribuiscono a impoverire le casse dello Stato, sottraendo finanziamenti agli ultimi baluardi di resistenza dello stato sociale di questo nostro Paese. Ecco il danno multiplo del finanziamento ad “Antica Babilonia”.
I detrattori di ciò potranno sempre affermare che l’economia italiana ha comunque preso una china debole e che affanna nel tentativo di rincorrere il polo capitalistico eropeo, e non solo, e quindi poco gioverebbe quel denaro speso per la issione irachena.
Ma così non farebbero che confermare come la discesa dei numeri sia in Italia sia in altre parti del progredito Occidente è ovuta all’innesco della crisi internazionale, ancor prima dell’ Afghanistan, e forse ancora prima del Kosovo, sino ai tempi della prima guerra del Golfo.
Non occorre essere comunisti per accorgersi della guerra in Iraq, tuttora presente: basta dare un’occhiata al prezzo della benzina…




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30 agosto 2005

Blair in tribunale !

«Vogliamo portare Blair in tribunale»

di Alfio Bernabei

su l'Unità del 25/08/2005

Le famiglie di 17 caduti inglesi: ha dichiarato una guerra illegale

I genitori di 17 soldati inglesi uccisi in Iraq hanno avviato le pratiche per portare Tony Blair in tri-
bunale con l’accusa di aver dichiarato una guerra illegale e causato la morte dei loro figli. L’avvocato Phil Shiner ha presentato il caso davanti all’Alta Corte di Londra.
Lo scorso maggio Blair si è rifiutato di far aprire un’inchiesta sulla legalità della guerra. Ha detto che era tutto in ordine. Ma i familiari dei soldati uccisi invece di rassegnarsi hanno deciso di rivolgersi ai giudici. Hanno citato a comparire Blair, l’ex ministro della Difesa Geoff Hoon e Lord Goldsmith, l’avvocato di Stato che rimane al centro di una tempesta di critiche perché non ha mai voluto spiegare il motivo per cui cambiò idea sulla legalità della guerra. Dieci giorni prima dell’attacco non era sicuro se era legittima.
Alla vigilia dell’invasione fece marcia indietro e diede il suo parere favorevole al governo. Si dice che fu costretto a piegarsi davanti alla decisione che era già stata presa da Blair di invadere l’Iraq al fianco di Bush.
Se l’Alta Corte dovesse accogliere la richiesta delle famiglie di far aprire un’inchiesta, Blair, Hoon e Goldsmith rischiano di essere chiamati a deporre sotto giuramento.
Tra i familiari dei soldati che vogliono vedere Blair davanti ai giudici c’è Reg Keys. Suo figlio Tom di vent’anni venne ucciso nel 2003 vicino a Bassora, nel Sud dell’Iraq, insieme a cinque soldati inglesi. Keys ha detto: «Mio figlio partì per la guerra convinto, come diceva Blair, che la motivazione era quella di eliminare le armi di distruzione di massa. Non sono mai state trovate. Siamo stati vittime di un inganno. I nostri figli furono reclutati per una guerra che non era autorizzata dalle leggi internazionali e neppure dalle Nazioni Unite. Non sono morti per difendere il loro Paese, ma per un pugno di menzogne pilotate dalla propaganda sulle armi proibite che non esistevano».
Keys, già noto per aver sfidato Blair nella circoscrizione del premier alle elezioni dello scorso maggio strappandogli migliaia di voti, ha aggiunto: «Sentiamo di dover perseguire questo caso davanti all’Alta Corte in modo da costringere Blair a rispondere del suo malfatto. Ingannò il parlamento. Adesso sappiamo bene che si mise d’accordo con Bush sull’invasione fin dal 2002».
Vari documenti sono emersi a questo proposito. Dubbi sulla legalità della guerra sono stati espressi anche da Sir Jeremy Greenstock, l’ex l’ambasciatore britannico all’Onu che nel periodo in cui si discutevano le risoluzioni e si decideva sull’Iraq aveva il compito di parlare a nome del Foreign Office. Blair ha bloccato il libro che Greenstock voleva pubblicare tra un mese.
In queste ultime settimane Keys si è recato in America per incontrare alcune famiglie di soldati uccisi che la pensano come lui. «Ho trovato il clima cambiato», ha detto «adesso anche gli americani vogliono che i loro soldati tornino a casa».
Accanto a Keys c’è Rose Gentle, il cui figlio Gordon di diciannove anni venne ucciso in Iraq lo scorso anno. Ha detto: «Mio figlio venne mandato in Iraq per un mucchio di bugie. Continueremo questa battaglia nell’Alta Corre fino a quando non sapremo tutta la verità. Grideremo fintanto che i soldati non torneranno a casa».




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30 agosto 2005

Manca l'economia

Manca l'economia

di Andrea Fumagalli

su Il Manifesto del 26/08/2005

Nello scambio epistolare tra Casarini e Pecoraro Scanio (il manifesto del 23 e 24 agosto) sul tema delle primarie, per la prima volta da tempo, si è scritto dei contenuti programmatici dell'Unione. In particolare, quattro sono i punti sottolineati: amnistia per i reati sociali (e sappiamo quanto ce ne sia bisogno!), chiusura dei Cpt e diritti di cittadinanza per i migranti, ritiro delle truppe in Iraq e altrove e pace «preventiva», modificazione della legislazione antiproibizionista. Non si può non concordare. Colpisce però che nessun accenno venga fatto alle questioni economiche. Si sa infatti che il tema della precarietà del lavoro e del reddito, ovvero precarietà di vita, sia stato centrale nell'attivismo politico del movimento degli ultimi anni: basti pensare alla manifestazione del 6 novembre scorso per il reddito e alle partecipatissime Mayday del 2004 e 2005 oltre a numerose iniziative. Una qualsiasi bozza programmatica di sinistra non può prescindere da questi aspetti. Numerosi, infatti, gli spunti oggi presenti che danno origine a nodi programmatici spesso molto intricati. Provo a elencarli.

1. Precarietà: l'incremento di precarietà è in buona parte dovuto all'intervento legislativo del precedente governo di centro-sinistra (legge Treu) e non mi sembra che, al di là di generici appelli, vi sia la volontà da parte della maggioranza riformista dell'Unione di invertire la tendenza. L'accettazione delle compatibilità economiche dell'impresa è ancora oggi il cardine intorno al quale ruotano le proposte di politica economica dei Ds e della Margherita. Si parla, quindi, di politica industriale e di innovazione tecnologica a sostegno dello sviluppo (quale sviluppo?) e di politiche «attive» del lavoro, finalizzate a favorire l'incontro tra domanda e offerta e a migliorare la formazione professionale, ma purtroppo (!) in un contesto di deculturalizzazione delle università e dell'istruzione. A fronte di queste affermazioni di principio, si può invece chiedere, tramite la proposta di Flexicurity, l'istituzione di un salario minimo orario per tutti, la riduzione delle tipologie contrattuali (oggi più di 40) a non più di 5 o 6 e la fornitura di servizi primari in modo gratuito o agevolato riguardo: l'accesso alla casa, ai sistemi formativi, ai saperi e alla tecnologia, al credito; la mobilità e soprattutto la garanzia di un reddito certo e stabile a prescindere dal contratto di lavoro.

2. Reddito: di fronte alla crisi salariale e reddituale e alla polarizzazione dei redditi in atto da parecchi anni (soprattutto dopo gli accordi del 1992 e 1993), l'unica proposta oggi sul tappeto da parte del centrosinistra è, da un lato, la ripresa della concertazione sindacale (dopo lo strappo della Confindustria di D'Amato) e la politica dei redditi (che si traduce nel solo controllo della dinamica salariale e dà il via libera ai profitti e alle rendite), dall'altro, la possibile istituzione di un sostegno minimo al reddito, parziale, condizionato e familiare solo per i più indigenti (sul modello della ex legge Turco). Va invece chiesta la costituzione di un fondo sociale per la garanzia di reddito diretto e indiretto, incondizionato, ai residenti e individuale e la ripresa per una battaglia conflittuale sui meccanismi redistributivi che intacchino le rendite finanziarie, territoriali e che derivano dall'espropriazione dei beni comuni.

3. Fisco e privatizzazioni: proprio perché la ricchezza che oggi si genera nasce dallo sfruttamento sempre più intensivo ed estensivo della cooperazione sociale produttiva, una qualsiasi riforma fiscale e del welfare non può che ripartire da una tassazione progressiva dei nuovi cespiti di ricchezza oggi dominanti: proprietà intellettuale, beni comuni primari (acqua, energia, comunicazione, sviluppo e diffusione della conoscenza), rendita (o meglio profitto) territoriale e immobiliare, profitto da intermediazione di manodopera, plusvalenze e ricchezza finanziaria, tramite nuovi strumenti fiscali che possono andare da una riformulazione dell'Ici e dell'Irap a seconda della destinazione d'uso, all'ampliarsi della progressività dell'Irpef, all'introduzione di forme di Tobin Tax, all'introduzione di patrimoniali sui beni comuni sino alla loro espropriazione/autogestione per mano dei governi locali e nazionale. Sono alcuni spunti da cui non si può prescindere per cominciare e continuare a intervenire in modo critico e propositivo nei nostri territori, metropolitani e non.




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