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30 agosto 2005

La camorra della monnezza

Il "cancro" della camorra a Marigliano, Nola e Acerra accresce malattie e malformazioni

di Sabina Morandi

su Liberazione del 25/08/2005

Per Lancet Oncology è il "triangolo della morte". Gli effetti collaterali del business dell'immondizia

La rivista scientifica internazionale Lancet Oncology non ha esitato a definire "triangolo della morte" l'area compresa fra i comuni di Marigliano, Nola e Acerra, in Campania. Un allarme un po' affrettato forse, basato su di uno studio che molti specialisti hanno definito generico, ma soprattutto una severa sottovalutazione degli studi in corso dal 2002, da quando cioè Legambiente Campania ha avviato una collaborazione con il reparto di Epidemiologia Ambientale dell'Istituto Superiore di Sanità finalizzato proprio a monitorare le conseguenze sanitarie del ciclo dei rifiuti nell'area a cavallo tra le province di Napoli e Caserta.
I risultati della ricerca, pubblicata su Epidemiologia e Prevenzione, non smentiscono comunque l'allarme lanciato nel settembre scorso da Lancet, se mai lo rendono più concreto attraverso l'analisi delle singole patologie - dalle malformazioni ai tumori, dalle malattie del sistema cardio-circolatorio a quelle degenerative - che evidenzia un aumento significativo della mortalità rispetto al resto della regione.

A Giugliano, Qualiano e Villaricca, in particolare, è cresciuta la mortalità per tumore (soprattutto polmone e pleura ma anche vescica, laringe, fegato e cervello) ma anche quella dovuta alle malattie cardiocircolatorie. Più diffusi del normale sono anche l'Alzheimer, il diabete e la cirrosi epatica, che colpisce più duramente la popolazione femminile di Qualiano. Incrementi che sono stati riscontrati un po' ovunque sul territorio: nel 19 per cento dei comuni casertani e nel 43 per cento dei comuni napoletani per quanto riguarda la popolazione maschile e rispettivamente nel 23 e nel 47 per cento dei comuni per quanto riguarda la popolazione femminile. Per avere ulteriori dettagli sulla situazione bisognerà aspettare che si concludano le ricerche ancora in corso, come quella commissionata dal Dipartimento della protezione civile all'Istituto superiore di sanità al Cnr e all'Oms e condotta con la collaborazione dell'Osservatorio epidemiologico regionale della Campania e dell'Arpac. Del resto i primi dati dello studio pilota, presentati lo scorso gennaio, non fanno che confermare questa tendenza: «Lo studio rivela ampie aree con mortalità generale e per diverse cause tumorali superiori a quanto atteso sulla base dei dati regionali» ha dichiarato Marco Martuzzi, epidemiologo dell'Organizzazione mondiale della sanità, aggiungendo che «un andamento praticamente sovrapponibile lo si osserva per le malformazioni congenite nei nati e nelle gravidanze interrotte a seguito di diagnosi prenatale».

I motivi sono presto detti e ben noti, visto che nei 35 comuni che interessano le province di Caserta e Napoli la presenza di discariche abusive è da primato: fra le 980 e le 990 discariche, secondo l'Arpa Campania, tutte ben note alla Direzione investigativa antimafia che, da qualche anno, compila un rapporto dedicato al business dei rifiuti, tossici e non. Inchieste, incriminazioni e sequestri non riescono ad arginare un giro d'affari estremamente redditizio che, secondo il Rapporto Ecomafia 2005 stilato da Legambiente, per un singolo trafficante di rifiuti può fruttare fino a venticinquemila euro al giorno. In sostanza, un imprenditore campano che smaltisce rifiuti fuori regione può arrivare a fatturare un milione e mezzo di euro al mese. Secondo il rapporto della Dia di quest'anno «la Campania si colloca al primo posto per quel che concerne i reati collegati all'illegalità ambientale, e per quanto riguarda il problema dell'illecito smaltimento dei rifiuti sono state riscontrate operazioni illegali nelle varie fasi del ciclo: dal trasferimento iniziale dal produttore alle imprese specializzate della gestione dei rifiuti, al trasporto e stoccaggio, fino al trattamento, riciclaggio e smaltimento».

Di fatto, dal commissariamento deciso nel 1994 in seguito alla dichiarazione dello stato d'emergenza, la situazione non ha fatto che peggiorare. Malgrado siano stati improntati tutti sull'emergenza gli atti amministrativi non hanno ottenuto i risultati sperati ma, al contrario, hanno suscitato notevoli critiche, come ad esempio la decisione di costruire un inceneritore senza farlo passare per le valutazioni d'impatto ambientale e lasciando all'aggiudicatario della gara la individuazione dei siti, proprio in nome dell'emergenza. Dal 1997 al 1998 il Ministero dell'Interno ha disposto diverse ordinanze per accelerare l'istallazione degli inceneritori ad Acerra e Santa Maria la Fossa autorizzando la deroga alle procedure ordinarie di valutazione dell'impatto ambientale. Nel 1998 la Fibe (una consociata del gruppo Impregilo) ha vinto la gara d'appalto ( una gara che presenta molti dubbi come denunciato alla Procura dal sen. Sodano) e, dopo il via del Ministero per l'Ambiente, l'allora commissario straordinario Bassolino ha firmato il contratto nel 2000. Eppure, l'emergenza è rimasta tale. Del resto il fatto stesso di far passare la costruzione di un inceneritore (definito un termo-valorizzatore perché dovrebbe produrre energia dalla combustione dei rifiuti) come una soluzione per l'emergenza è ben strano visto che sono necessari parecchi anni per ultimarne la costruzione e metterlo in funzione.

Eppure già dal 2001 vengono espresse forti critiche al Piano regionale dei rifiuti e alla scadente qualità delle tecnologie utilizzate (le interpellanze del senatore Sodano nel luglio 2001), critiche successivamente confermate anche dalla Commissione bicamerale d'inchiesta sulle attività illecite connesse con il ciclo dei rifiuti (come risulta dal documento approvato all'unanimità del dicembre 2004). Nel frattempo si sono cominciate ad accumulare le "ecoballe" che dovrebbero alimentare il termovalorizzatore ancora da costruire: dal 2001 a oggi ne sono state stoccate 2 milioni e mezzo di tonnellate, una quantità che, per essere smaltita, richiederebbe 56 anni di intensa attività degli impianti a pieno regime. Ma saranno mai a pieno regime? Al momento non c'è nemmeno la certezza che lo smaltimento possa avere luogo. L'8 febbraio scorso, durante un'audizione davanti alla Commissione bicamerale d'inchiesta, il direttore generale del ministero dell'Ambiente Bruno Agricola, ha dichiarato che le ecoballe stoccate finora - che di qui alla fine dei lavori avranno raggiunto la notevole cifra di otto milioni e mezzo - potrebbero non essere idonee per il termovalorizzatore in costruzione ad Acerra. Quando poi la Guardia di Finanza ha accusato l'azienda di avere evaso le imposte e di avere sversato in discarica il Fos (Frazione organica stabilizzata), un tipo di rifiuto destinato al recupero ambientale, i dubbi sulla capacità della Fibe di gestire l'inceneritore si sono fatti più seri.

Malgrado le iniziative dell'amministrazione pubblica, il lavoro dei magistrati, delle forze ordine e le consistenti spese - 800 milioni di euro da quando è stato avviato il Commissariamento - la crisi-rifiuti e ben lontana dall'essere risolta. Nella "terra dei fuochi" situata tra Giugliano e Villa Literno (CE), «i becchini della camorra continuano sfacciatamente a seppellire e incendiare rifiuti» si legge sul Rapporto Ecomafia di Legambiente «in un'area fortemente urbanizzata, dove risiedono circa 150 mila persone, si segnala la presenza di ben 29 discariche di cui 27 probabilmente con presenza di rifiuti pericolosi. Negli ultimi cinque anni le discariche sono aumentate del 30 per cento. Ormai da tempo il fetore dei liquami, la diossina sprigionata dagli incendi di copertoni riempiti di rifiuti pericolosi, veleni ed eternit minacciano le produzioni agricole». Infatti il giro d'affari del comparto agricolo in quest'area è in picchiata, con una diminuzione del 30-40 per cento e un calo della produzione che, solo nel 2004, ha toccato il 20 per cento.

Stretti fra il degrado dei terreni e le pressioni della camorra, agli agricoltori non resta che vendere o affittare le proprie terre per nuove discariche illegali dove viene riversato ogni sorta di veleno chimico proveniente dalle industrie di tutta Italia. Veleni già noti per essere tossici e che nella "terra dei fuochi" reclamano un tributo altissimo: il 20 per cento di tumori in più rispetto alla media regionale, con picchi del 30 per cento per i tumori alla vescica, oltre alle patologie già menzionate. Dieci anni d'emergenza di routine, costellati dalle cicliche esplosioni di rabbia della popolazione alle quali, ciclicamente, viene risposto con i manganelli dalle amministrazioni di ogni colore.




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30 agosto 2005

Storia del partigiano Giovanni Pesce

Facciamo Giovanni Pesce "Visone" senatore a vita

di Claudio Grassi

su Liberazione del 25/08/2005

E' un libro di storia questa biografia del comandante partigiano Giovanni Pesce. A lui la Repubblica italiana deve qualcosa di più prezioso della medaglia d'oro al valor militare

Bisogna leggerlo questo libro: "Giovanni Pesce "Visone", un comunista che ha fatto l'Italia", intervistato da Giannantoni e Paolucci (Edizioni Arterigere-EsseZeta, euro 14).
La biografia di Pesce è un libro di storia: Pesce non può raccontare sé stesso se non come elemento di una vicenda collettiva, di speranza, di delusione, di partecipazione alla trasformazione dell'Italia.

Nella prima parte del libro, la guerra di Spagna e la seconda guerra mondiale, hanno un peso rilevante. Non sono d'altra parte, eventi decisivi nella formazione del protagonista?

Protagonista suo malgrado, perché anche queste pagine sono piene di uomini: combattenti antifascisti, aguzzini, delatori, staffette partigiane, leader dai nomi che si ritrovano nei manuali di storia e tanti, tanti caduti, assassinati, torturati, suicidi per non parlare. Persone con le quali Pesce stabilisce rapporti profondi o fugaci, della durata magari di un'azione di sabotaggio sfortunata.

Pesce non celebra eroi, piuttosto dispensa critiche per una leggerezza o giudica severamente un errore organizzativo, ma dipinge con naturalezza uomini in lotta e sé stesso come un superstite fortunato; dietro il velo della sobrietà però si avvertono l'ammirazione e la pietà sconfinate verso le compagne e i compagni decimati (tra i Gap decimare non significa uno su dieci, ma nove su dieci).

Più che fortunato, poi, il Pesce gappista è dotato di un sangue freddo eccezionale ed è un organizzatore meticoloso, un perfezionista dell'azione. Mai accecato dall'odio, Pesce sa che la sua vita e quella dei suoi compagni, o di un passante sconosciuto, sono più preziose della morte dell'ufficiale nazista o della spia repubblichina.

E' un uomo, Pesce, che ama la vita in tutte le sue forme malgrado gli sia stata così dura, ama persino la vita in miniera, che ha conosciuto poco più che bambino in Francia, perché in miniera si sente a casa tra i suoi compagni («uomo fra gli uomini, i migliori che avessi mai conosciuto») che provengono da tutta Europa. E' la prima brigata internazionale, quella dei minatori de la Grand' Combe, alla quale partecipa, giovanissimo volontario («lo decisi non appena mi iscrissi al Partito Comunista Francese»); molti di quei minatori sono esuli antifascisti, base naturale del Pcf che in quel distretto minerario è presente ed organizzato.

Pesce è un figlio del secolo breve: i suoi non si sarebbero mai conosciuti, lui piemontese lei veneta, se la prima guerra mondiale non li avesse avvicinati. Papà socialista, mamma cattolica, un pezzetto di Italia post-giolittiana che la miseria, la persecuzione politica, l'assenza di prospettive spingono verso l'emigrazione.

E' troppo piccolo, per sapere cos'è il dolore della separazione, dovrà attendere il 1929, quando lascia Medoc, il cane pastore compagno di un estate nel suo primo "vero" lavoro di pastore di mucche.

Tre anni dopo è iscritto all'Associazione dei Pionieri e poi alla Jeunesse Communiste, l'adolescente guarda alla miniera come ad un atto di solidarietà e di iniziazione, non a caso l'ingresso in Officina è simultaneo all'iscrizione al Partito. E nel Pcf, da attivista superimpegnato, vive le elezioni del '35 e del '36, in quel clima di internazionalismo antifascista che caratterizza particolarmente le regioni di immigrazione.

Giorni di festa, gli ultimi di aprile del '36. Successo elettorale del Pcf, vittoria del Fronte popolare, che qualche settimana dopo lo ospita a Parigi, tra i delegati dei giovani comunisti, per l'immensa manifestazione antifascista che vede sul palco Dolores Ibarruri e Maurice Thorez. La decisione è presa, in Spagna si combatte contro il fascismo, il nemico dei minatori, ed è lì che bisogna andare a combattere.

E' in Spagna, paradossalmente, che il giovane comunista "francese" (non parla italiano, vorrebbe combattere assieme ai francesi) conosce l'Italia: nelle pause di guerra studia la grammatica italiana, il Risorgimento, il fascismo. Suoi maestri sono antifascisti italiani, parte di un elenco straordinario di figure leggendarie che la memoria incredibile di questo ottantasettenne fa rivivere agli occhi di un lettore frastornato da una serie sterminata di note biografiche a piè pagina. Quanti di questi nomi sono stati dimenticati! La storia della più breve di quelle esistenze, è un pezzo di storia dell'Italia e della democrazia europea!

Dura poco la pausa francese, la primavera del '40 vede il crollo della Republique, i tedeschi dilagano, gli antifascisti vengono arrestati in massa. Ed è quasi subito galera, poi, dopo un anno, il confino. A Ventotene compie gli studi superiori, il corpo insegnante è superbo: Ravera, Scoccimarro, Terracini, Curiel, tra i tanti confinati comunisti. Tra mille espedienti per sopravvivere e stabilire il più semplice contatto umano, si studia sul serio! Nell'isola conosce Secchia, Longo, Di Vittorio ed una parte enorme dei futuri gruppi dirigenti della Resistenza.

Emerge anche qui un tratto peculiare della personalità di Pesce: il militante disciplinatissimo («il Partito ha sempre ragione») parla con deferenza degli "altri", i non comunisti, ma mantiene i rapporti più affettuosi con gli "eretici" della chiesa comunista.

Dagli scioperi del marzo '43, all'arresto di Mussolini, all'agosto del ritorno a Visone, il paese natale, il tempo vola nel suo ricordo. Inizia qui la parte più nota della sua storia che ha per sfondo Torino e poi Milano.

Pesce chiarisce lucidamente le differenze enormi che corrono tra la guerra per bande che si conduce nelle campagne o in montagna e l'azione militare dei Gap, che ha per teatro la città, fatta di atti di sabotaggio pericolosissimi, di attacchi improvvisi, condotti quasi individualmente, contro bersagli umani che si possono guardare in faccia.

Il pudore del narratore non fa velo all'inaudita violenza che il garibaldino di Spagna esercita su sé stesso. Notti insonni, poi determinazione assoluta, anche perché, prima a Torino poi a Milano, "Visone" è chiamato a riparare organizzazioni semidistrutte dai colpi del nemico.

Può stupire che ad una domanda precise e finale, Pesce risponda che il momento più alto della sua vita è stato la guerra di Spagna anteponendola alla Resistenza, anteponendo cioè una sconfitta tragica (ma le brigate internazionali sono state sconfitte?) ad una vittoria esaltante. Anteponendo anche l'apprendista tra tanti al protagonista della guerra in città, dove talvolta però si sente solo. La milizia di soldato semplice in un esercito di fratelli che parlano tante lingue diverse gli sta più a cuore della medaglia d'oro al valor militare così meritatamente conquistata nelle file della Resistenza.

Di straordinario interesse e illuminante è la memoria dettagliatissima, dei primi, decisivi, duri anni del dopoguerra, del complesso travaglio del mondo partigiano e del suo rapporto col Pci che si va organizzando e radicando. Anche in questo caso emergono l'equilibrio e l'autonomia critica di Pesce, d'altra parte in quelle circostanze così difficili egli utilizzò tutto il suo prestigio per svolgere un'opera di mediazione e di moderazione nei confronti delle frange più insofferenti verso le provocazioni della reazione.

Anche quando non condivide, è il caso dell'amnistia di Togliatti, prevale la disciplina, corroborata dalla comprensione degli scopi e da una fiducia profonda nel gruppo dirigente del Pci.

Pesce ha con la violenza, che ha tanto subito e praticato, un rapporto esemplare, tutto politico. La guerra è finita, si apre un nuovo terreno di confronto, democratico, presto costituzionale. Sul culto virile e l'ostentazione delle armi, sulle tentazioni giustiziere o sul sogno insurrezionale è drastico, che si tratti di Seniga o della Volante rossa o dell'amico Feltrinelli. Prima che i fatti gli diano totalmente ragione su Seniga, sbatte la porta e lascia il suo incarico di massimo responsabile della vigilanza del Partito.

Pesce risponde ai suoi intervistatori senza reticenze; dal suo osservatorio milanese viene fuori una testimonianza fresca e vivace: la rottura del '47, le elezioni del '48 e l'attentato a Togliatti, gli anni '50 e il governo Tambroni, il movimento studentesco, la strategia della tensione e la vicenda Feltrinelli. Le vicissitudini politiche e personali si alternano a schizzi incisivi di personaggi come Togliatti o a ricordi commossi come quello dell'ultimo Amendola.

Colpisce, tra uomini così diversi per estrazione, formazione ed anche, in qualche misura, orientamento politico, il rispetto, direi l'ammirazione, reciproci che li fa pari. Virtù di circostanze straordinarie vissute insieme e di quello straordinario partito che, fino ad un certo periodo, è stato il Pci. Allo scioglimento del quale tanti anziani compagni aderiranno al Pds per un malinteso "senso di fedeltà ", quasi che il nuovo Partito fosse la naturale prosecuzione del vecchio.

Pesce dà un giudizio, ancora una volta, puntuale, lucido di quella operazione e delle sue conseguenze. Sceglie di ricominciare da capo, con noi, con Rifondazione Comunista, perché più giovane di tanti giovani e perché è un combattente che non sa obbedire all'ordine di resa.

Pesce non è mai stato parlamentare, errore non irreparabile, visti i nomi che circolano per la nomina di senatore a vita. Penso che la Repubblica italiana gli debba ancora qualcosa di più del prezioso riconoscimento del valor militare. E ancor di più Rifondazione Comunista, il suo e il nostro Partito, potrebbe lavorare per questo obiettivo raccogliendo centinaia di migliaia di firme. Per la Resistenza, contro ogni revisionismo, il Comandante Pesce Senatore a vita.




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30 agosto 2005

Partito comunista di Boemia e Moravia

La Sinistra Europea e la posizione del Partito Comunista di Boemia e Moravia (KSCM)

di Hassan Charfo

su vari articoli online del 19/08/2005

INTERVISTA CON HASSAN CHARFO, RESPONSABILE DEL DIPARTIMENTO RELAZIONI INTERNAZIONALI DEL KSCM

(Halò noviny, 19 agosto 2005)

Potrebbe presentarci sinteticamente il Partito della sinistra europea?

Il Partito della sinistra europea (SE) è stato fondato lo scorso anno a Roma in un congresso che si è svolto l' 8 e 9 maggio. Organizzatore del congresso fondativo è stato il Partito della rifondazione comunista, il cui segretario nazionale Fausto Bertinotti è stato eletto presidente della SE. La delegazione del KSCM partecipante al congresso aveva il mandato di far sì che il nostro partito diventasse membro fondativo, qualora fossero state accolte alcune nostre proposte circa il carattere pan-europeo del partito e nel merito dei documenti fondamentali del congresso, cosa che però non è avvenuta.

Come è andata a finire?

Il KSCM si è collocato nella posizione di osservatore attivo e in questa veste prendiamo parte alle attività della SE.

Cosa comporta essere osservatore attivo?

I rappresentati del KSCM si esprimono, nelle riunioni del Comitato esecutivo e dei presidenti della SE, come osservatori, sulla maggior parte degli argomenti in discussione. Hanno sostenuto tutte quelle risoluzioni che erano in sintonia con i nostri orientamenti su questioni di attualità, tra cui la problematica del Trattato sulla Costituzione europea, il conflitto israelo-palestinese, ecc.

Quanti e quali sono di fatto i membri del PSE?

I partiti fondatori sono 14 (e per lo più si tratta di partiti molto piccoli o insignificanti). Sono : il Partito del socialismo democratico della Repubblica ceca, il Partito socialdemocratico del lavoro di Estonia, Rifondazione comunista di S. Marino, il Pc austriaco, il Partito dell'alleanza socialista della Romania, il Partito operaio ungherese, il Synaspismos greco, il Partito svizzero del lavoro, il Partito del socialismo democratico della Germania, il cui nuovo nome dopo il congresso straordinario è Partito della sinistra, Rifondazione comunista, il Pc francese, la Izquierda Unida spagnola, il Pc di Spagna e la Sinistra unita alternativa di Catalogna. Queste ultime due formazioni fanno parte di Izquierda unida, ma sono rappresentate nel Comitato esecutivo della SE come entità autonome. Nel giugno di quest'anno il Consiglio dei presidenti dei partiti membri ha approvato l'ingresso del Blocco di sinistra portoghese.

Vi sono altri osservatori oltre al KSCM?

Oltre al KSCM, vi sono il Pc slovacco, il Partito dei comunisti italiani, l'Akel di Cipro, il Partito comunista tedesco (DKP), il Partito della libertà e della solidarietà della Turchia, la Coalizione rosso-verde danese e il Pc finlandese.




A quali condizioni l'Unione europea riconosce il Partito della sinistra europea?

Per il riconoscimento da parte della Ue è necessario che almeno sette membri del nuovo partito siano rappresentati nei parlamenti nazionali, o nel Parlamento europeo, o eventualmente, sulla base di norme statutarie Ue, nei parlamenti regionali. Si tratta di condizioni che allo stato attuale la SE non può adempiere senza l’apporto del KSCM. Secondo questi criteri, sono partiti membri solo Rifondazione, il Synaspismos, la Pds tedesca (oggi Partito della sinistra), il Pc francese, Isquierda unida spagnola e il Blocco di sinistra portoghese, quindi solo sei membri. Questa circostanza offre al KSCM una opportunità rilevante per poter sostenere la sua proposta di unità della sinistra di tutta l’Europa, su basi positive. Hanno bisogno di noi come il sale ed è quindi necessario far valere opportunamente questa chance, non dissiparla.

Qual è su questo insieme di questioni il punto di vista del Pc greco (KKE)?

Questo partito ha preso le distanze fin dall'inizio della formazione della SE, a causa delle modalità selettive e non unitarie con cui era impostato il processo fondativo (modalità che danneggiano il movimento della sinistra radicale) e in considerazione della dipendenza di questo processo dalle istituzioni dell’Unione europea.

Cosa rappresenta il Blocco di sinistra portoghese?

Si tratta di una formazione che non ha nulla in comune col Pc portoghese (il cui posizionamento verso la SE è simile a quella del Pc greco). Il Blocco di sinistra è una sorta di cocktail di trotzkismo e socialdemocrazia.

E il Partito socialdemocratico di Estonia?

Si tratta di un partito che non ha più di 300 aderenti. Si distingue per le sue posizioni scioviniste nei confronti della minoranza russa in Estonia. Ha chiesto sostegno finanziario al parlamento europeo per l'apertura di un centro di propaganda nei paesi baltici.

E il Synaspismos?

Questo partito è formato da ex membri del Pc greco e da alcuni gruppi ecologisti. E' molto vicino al partito socialdemocratico, il Pasok. Molti membri della sua direzione sono già in più di un'occasione passati al Pasok. L'anno scorso lo ha fatto addirittura la sua presidente.

Come andrà a finire con le proposte presentate dal KSCM?

In sintesi si può dire che finora non ne è stata accolta nemmeno una. Fausto Bertinotti, presidente della SE, ci ha negato al congresso fondativo ogni possibilità di modifica dello statuto; ha sostenuto che lo spazio principale di azione politica della SE è nell'Unione europea e non nell’ Europa nel suo insieme. Alla richiesta di trasformare la SE in partito di carattere pan-europeo, ha risposto in modo arrogante: la SE esiste, chi vuole entrarci, entri; chi vuole uscirne, esca; chi vuole restare come osservatore, resti come osservatore.

Perché questo atteggiamento, cosa vuole impedire?

Abbiamo chiesto che fossero invitati altri 27 partiti comunisti e radicali di sinistra di tutta Europa, tra i quali il Pc della Federazione russa, dell'Ucraina, della Bielorussia, della Moldavia, dei paesi baltici, dei paesi dell'ex-Jugoslavia, della Turchia, ma anche di Paesi dell'Unione europea - Gran Bretagna, Portogallo, Grecia, ecc. - ad un incontro congiunto, per poter discutere con essi delle problematiche riguardanti l'unità della sinistra europea. I rappresentanti del Pc francese, del Synaspismos e di Izquierda Unida spagnola hanno definito i nostri sforzi per l'unità della sinistra europea come un tentativo di ripristinare l'Internazionale comunista.

Pensa che un'intesa non sia possibile?

Per quanto concerne il principio del consenso, la prassi ci ha dimostrato che esso è nei fatti assolutamente ignorato. In base allo statuto della SE, tutti i partiti hanno nel Comitato esecutivo due membri (indipendentemente dalle dimensioni di ogni partito – ndr). Se non si applica il principio previsto delle decisioni prese col consenso di tutti, vi è il rischio che nelle decisioni sulle questioni più importanti, possa determinarsi uno scavalcamento di partiti come il KSCM, vuoi a causa della direzione autoritaria della SE, vuoi per mano di partiti la cui rappresentatività sul piano locale ed europeo è quasi nulla, come ad esempio il Partito del socialismo democratico della Repubblica ceca (0,1% di voti alle elezioni – ndr). Tale contesto minaccia l'identità comunista del KSCM e potrebbe favorire coloro che all'inizio degli anni ’90 cercarono nel nostro Paese, senza riuscirvi, di cancellare questa identità.
In secondo luogo, se entrassimo come partito membro nella SE rinunciando alle nostre condizioni, cosa cambierebbe? Assolutamente nulla, poichè gli altri partiti comunisti importanti che hanno le nostre stesse opinioni ne resterebbero fuori, e quindi l'unità della sinistra europea non sarebbe con questo assicurata. Mentre noi perderemmo la faccia, il rispetto e le nostre posizioni nell’ambito della sinistra radicale.

Perchè non vengono accolte le proposte avanzate dal KSCM?

Dal comportamento dei partiti membri decisivi -Rifondazione, Izquierda unida, Pc francese, Synaspismos- risulta che non vi è la volontà politica per il cambiamento della SE in partito con una ampiezza effettivamente pan-europea, ma solo l'intenzione di uniformarsi alle condizioni dell'Ue, la quale richiede il raggruppamento di almeno 7 partiti operanti nell'ambito Ue. In altri termini, a loro non importa il problema dell'unità di tutta la sinistra europea. Infatti, nella sua forma attuale la SE non solo non unisce la sinistra radicale europea, ma lascia in disparte tutta una serie di partiti di sinistra, innanzitutto i partiti comunisti dei paesi dell'ex Urss, i partiti di sinistra dei Balcani e una gran parte di partiti radicali scandinavi e persino europeo-occidentali. Questa dinamica ha disgregato la sinistra europea e complica i rapporti al suo interno.
Secondo l'opinione di Hans Modrow, presidente onorario della ex-Pds tedesca, se le questioni poste dal KSCM fossero messe veramente in discussione nel prossimo congresso della SE, vi sarebbe persino il rischio di una sua disintegrazione.

Dunque il KSCM porrebbe una questione di barriera geografica?

Secondo l'opinione di Walter Baier, presidente del Pc austriaco, gli sforzi del KSCM per il cambiamento della SE in partito di tipo effettivamente paneuropeo si basano su presupposti anche ideologici, non solo geografici. Il che è come dire: la SE non vuole l’ingresso di alcuni partiti comunisti dell' ex-Unione sovietica, ma anche dell' Ue, per motivi ideologici. Baier inoltre ha affermato che il problema della non attuazione del principio del consenso riflette insufficienze strutturali della SE e fa risaltare la prevalenza di uno stile da trattative di corridoio al posto del metodo del lavoro collettivo e dell’assunzione delle decisioni nell'ambito degli organi collegiali della SE.



La direzione del KSCM ha proposto una qualche via d'uscita?

Lo scorso dicembre l’ Esecutivo del Comitato centrale del KSCM ha incaricato Vaclav Exner (vice-presidente del partito – ndr) di intraprendere con i partiti osservatori della SE, ed eventualmente con altri partiti interessati, una consultazione sugli ulteriori atteggiamenti da tenere nei rapporti con la SE e la sua attività.
Noi siamo parte attiva della collaborazione all'interno dell'ampio spettro della sinistra radicale europea e vogliamo proseguire su questa via. Il raggiungimento della più vasta unità della sinistra europea resta un problema aperto. Gli incontri bilaterali e multilaterali, comprese le annuali conferenze praghesi sin dall'anno 2000, dimostrano che è possibile una tale collaborazione nel rispetto delle differenti posizioni su alcune questioni fondamentali, senza alcuna discriminazione preventiva.

Esistono altri problemi?

Non è ancora risolto il problema del finanziamento della SE. In base alla comunicazione del suo tesoriere, Pedro Marset, il partito dovrebbe ottenere per quest'anno dal parlamento europeo 500 mila euro, e ciò anche grazie alla firma apposta dagli europarlamentari del KSCM alla richiesta di finanziamento della SE. Marset ha proposto di prendere in considerazione due modalità di finanziamento della SE : attraverso i contributi versati dai partiti membri, non dagli osservatori, e ciò o sulla base del numero degli iscritti dei singoli partiti, oppure sulla base del numero degli iscritti e dei voti ottenuti.

Quale modalità è stato scelta?

In una successiva riunione del Comitato esecutivo (5 giugno 2005), è stata avanzata anche un'altra proposta: dividere i partiti membri in 4 categorie. Nella prima vi sarebbero i partiti più piccoli, che pagherebbero 500 euro l'anno. Nella seconda i partiti un po’ più grandi, che pagherebbero 1500-2000 euro, nella terza categoria i partititi ancora più grandi, che pagherebbero 5000 euro, mentre i partiti più ricchi verserebbero 20 mila euro l’anno. Se il KSCM fosse partito membro, dovrebbe, secondo questa proposta, versare 600 mila corone l'anno, essendo inserito nella quarta categoria. Rifondazione preferirebbe contributi in base al numero degli iscritti, per il valore di un euro per iscritto ogni anno. Secondo questa proposta, il KSCM dovrebbe versare 3 milioni di corone l'anno.
Per l'ottenimento della suddetta somma di 500 mila euro da parte del Parlamento europeo, la SE dovrebbe però dimostrare di avere propri introiti nella misura del 25% di questa somma, cioè 125 mila euro. Tutti questi introiti tuttavia non basterebbero per la copertura delle necessità del partito.

Perchè non basterebbero?

Uno dei motivi è la decisione di stabilire la sede centrale con i funzionari della SE a Bruxelles, che è una delle città più care d'Europa.

In che modo la SE valuta l’esperienza storica del movimento comunista?

Purtroppo assai negativamente. Nel preambolo dello statuto della SE l'utilizzo della nozione di "stalinismo" dà origine a una quantità di diverse possibili interpretazioni e reminiscenze riguardanti il passato. La nozione di “stalinismo” non è affatto comunemente e univocamente accettata. Si tratta di una nozione di cui tra l’altro si è abusato per attaccare tutta la storia del socialismo in Europa. Peraltro la nozione di “stalinismo” non è neppure comprensiva di tutte le pratiche non democratiche e di tutti i delitti, che lo stesso movimento comunista ha già per parte sua condannato, distanziandosene, e che considera anche per il futuro inaccettabili.
Oggi sono soprattutto gli avversari politici che definiscono alcuni partiti come “stalinisti”.
Abbiamo proposto di sostituire l'espressione di “pratiche e crimini stalinisti”, con termini più estensivi, come ad esempio "tutte le pratiche e i crimini antidemocratici". Nell'incontro del luglio scorso con i rappresentanti della Pds tedesca abbiamo, come possibile compromesso, proposto un eventuale aggiunta: "compresi quelli a cui ha preso parte Stalin", oppure la cancellazione del testo oggetto della controversia. Per questo non capisco coloro i quali nei media usano demagogicamente questa questione contro il KSCM.

Come definirebbe l'attuale rapporto del KSCM col Partito della sinistra europea?

Il KSCM si è sempre sforzato per la cooperazione e il coordinamento della sinistra europea. Il raggiungimento dell'unità d'azione della sinistra europea non si può però ottenere con l'esclusione di una parte importante del movimento di sinistra radicale europeo. Le esperienze derivanti dalla partecipazione alle riunioni del Comitato esecutivo della SE, dalle discussioni e dalla corrispondenza con altri partiti, dimostrano che le nostre obiezioni sono giustificate ed hanno il sostegno diretto o indiretto di altri partiti. La prassi dimostra la loro giustezza, ma non c'è la volontà politica da parte della direzione della SE di metterle in pratica.
Il Comitato centrale del KSCM nel giugno dello scorso anno decise che saremmo stati un partito attivo all'interno della SE con lo status di osservatori. A mio parere, dalle esperienze fin qui compiute ne deriva che non è necessario cambiare quella decisione, dato che non è avvenuto nulla di nuovo che richieda un eventuale cambiamento. D'altra parte, essere presenti come osservatori non significa, come alcuni ingenuamente credono, solo “osservare” e non prendere parte attiva alle trattative e discussioni. Al contrario. L'unica sostanziale differenza tra il partito membro e quello osservatore, come è dimostrato dalla prassi, consiste nel fatto che il partito membro deve pagare i contributi.

(intervista pubblicata nella prima pagina di Halò noviny, quotidiano del KSCM, il 19 agosto 2005)




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30 agosto 2005

Lavoro garantito in India

Il lavoro garantito dell'India rurale

di Marina Forti

su Il Manifesto del 26/08/2005

Era una notizia da prima pagina, è passata inosservata. La camera bassa del parlamento indiano ha approvato una legge che garantirà a tutte le famiglie rurali in India un salario minimo garantito. Oltre il 70% del miliardo e passa di indiani è rurale, dunque stiamo parlando di una legislazione che inciderà sulla vita di oltre 700 milioni di persone. «E' la misura più importante approvata per i milioni di poveri in India, almeno dall'indipendenza nel 1947», ha commentato Prabhat Patnaik, economista alla Jawaharlal Nehru University di New Delhi (all'Interpress Service). Patnaik, con altri noti economisti, è anche nel National Advisory Council, organo consultivo formato da Sonia Gandhi, la presidente del partito del Congresso che guida la coalizione di governo indiana, con l'appoggio dei partiti comunisti. Ed è questo gruppo di consiglieri che ha ispirato l'ambizioso piano anti-povertà. Approvata dopo un dibattito fiume, la Rural Employment Guarantee Act parla per la precisione di lavoro garantito. Dice che gli stati dovranno assicurare almeno 100 giorni di lavoro retribuito all'anno per ogni famiglia rurale; ovvero, ogni famiglia in cui un adulto accetti di compiere lavoro manuale di utilità pubblica riceverà il salario corrispondente. La logica è dare un lavoro retribuito nella stagione di stasi dell'agricoltura (quando non ci sono semina o raccolti). Dunque, il governo spenderà ogni anno circa 10 miliardi di dollari (poco più dell'1% del prodotto interno lordo indiano) per dare alle famiglie povere rurali un reddito di almeno 60 rupie al giorno per 100 giorni. Sessanta rupie sono 1,50 dollari: e questo dice che i destinatari sono i milioni di indiani che vivono in povertà assoluta (secondo la Banca mondiale, il 30% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, secondo molti economisti indiani sono forse il 40%).

Nella sua versione originale, la proposta di legge era rivolta agli individui, non alle famiglie. Lasciava ai singoli stati indiani il compito di fissare il salario minimo: in stati progressisti come il Kerala, ad esempio, già oggi è 134 rupie al giorno (oltre il doppio di quello fissato ora). Rendeva più esplicito il principio della pari opportunità per le donne. Eppure, benché «annacquata» rispetto alla prima proposta, la nuova legge resta «rivoluzionaria», commenta Patnaik. «Potremo cominciare a intaccare davvero la povertà rurale e offrire una difesa contro la fame, specialmente durante le stagioni di magra», ha dichiarato al parlamento il ministro dello sviluppo rurale Raghuvansh Prasad Singh.

La legge del lavoro garantito sarà applicata all'inizio in 200 distretti rurali, poi estesa gradualmente a tutti i 600 distretti rurali dell'immensa nazione. Jean Dréze, un altro economista (autore di noti libri sulla povertà in India con Amartya Sen), anche lui tra gli ispiratori della nuova legge, sottolinea una serie di effetti positivi. La nuova legge contribuirà a fermare la massiccia emigrazione dalle campagne alle città, dove milioni di persone disperate troveranno solo lavori bestiali e finiranno per ingrossare miserabili bidonvilles. E poi, contribuirà allo sviluppo delle campagne, dove c'è un «massiccio potenziale di interventi pubblici ad «alta intensità di lavoro» nei campi della protezione ambientale, riassetto dei bacini idrici, rigenerazione di terre impoverite, prevenzione dell'erosione dei suoli, ripristino di reservoirs per immagazzinare l'acqua piovana, protezione delle foreste». Secondo Drèze il programma di lavoro garantito beneficerà in larga parte le donne, dunque contribuirà a riequilibrare le disparità di genere. E poi sarà applicata dagli enti locali, e questo darà più influenza e poteri ai consigli di villaggio elettivi, i panchayat - dove tra l'altro un terzo degli eletti sono donne, che cominciano così a far sentire la propria voce e cambiare il proprio statuto nella società. Del resto, è proprio un panchayat che in un paesetto del Kerala ha revocato la licenza a uno stabilimento da 25 milioni di dollari che imbottigliava per la CocaCola




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30 agosto 2005

Che Guevara

Gli scabrosi diritti di Ernesto Guevara

di Gianni Minà

su Il Manifesto del 27/08/2005

Il Corriere della Sera, nell'indefesso tentativo portato avanti in questi ultimi tempi, di sbiadire la figura di Ernesto Che Guevara, vero incubo per il «pensiero unico», mi coinvolge, mio malgrado, in una ennesima polemica riguardante la pubblicazione dell'opera omnia di quello che, in America latina, chiamano «il guerrigliero eroico». Poiché il quotidiano della «borghesia illuminata» di Milano, tradendo il suo vantato liberalismo, non mi ha permesso finora, di esprimere il mio pensiero e rispondere ai rilievi che mi vengono rivolti, ringrazio il manifesto di concedermi lo spazio per questo esercizio, così come ha fatto per consentire a Luis Sepùlveda di smontare le tesi di Alvarito Vargas Llosa, anche lui, recentemente, teso, sul Corriere della Sera, a scacciare il fantasma di questo benedetto Ernesto Guevara, che proprio non va giù al mondo del niente, privo di ogni etica rappresentato dall'economia neoliberale. E questo per via di un fascino sui popoli che non tramonta, nemmeno a quasi 40 anni dalla morte, perché, come ha scritto Eduardo Galeano, Che Guevara, per questi critici, ha la pericolosa abitudine di continuare a nascere, anzi, «quanto più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono o mentono sulle sue idee e i suoi atti, tanto più rinasce».

L'argomento della polemica, assolutamente gratuita, questa volta riguarda l'avvenuta vendita alla Mondadori, per un milione e mezzo di dollari, dei diritti di pubblicazione in italiano di 19 manoscritti del Che. Una vendita effettuata da Ocean Press, l'editore australiano al quale la vedova e i quattro figli di Guevara hanno assegnato, da qualche tempo, l'incarico di far circolare nel mondo gli scritti e le idee del loro marito e padre. Gli interlocutori scelti per creare un caso su questa legittima decisione degli eredi, sono l'editore Roberto Massari e il prof. Antonio Moscato, studiosi delle gesta di Guevara. I due, invece di essere soddisfatti ideologicamente che il mercato abbia imposto alla casa editrice del più viscerale anticomunista di casa nostra, il cavalier Silvio Berlusconi, di sborsare una cifra enorme per far circolare le idee sovversive del Che (che proprio il mercato aveva tentato di far appassire invano in un'immagine da T-shirt), criticano invece la decisione degli eredi, che proprio io avrei male abituato, dal Diario del Congo in poi, a pretendere i diritti su quelle opere. Un atteggiamento che potrebbe avere una logica, se proprio l'editore Massari non avesse creato in Italia una «Fondazione Che Guevara» e una casa editrice connessa, che per anni ha stampato opere di e sul «guerrigliero eroico» senza riconoscere alcun diritto alla famiglia Guevara e senza sentire il bisogno di avere nessun rapporto con l'unica istituzione legittimata a questa incombenza, il Centro de estudios Ernesto Che Guevara dell'Avana. Un centro diretto dalla vedova del Che, Aleida March, con la collaborazione dei figli Camilo e Aleidita, e che ha la sua consulente scientifica in Maria del Carmen Ariet.

Per oltre un ventennio Maria del Carmen ha percorso tutti i luoghi e i sentieri dell'epopea di Ernesto Guevara e ha incontrato decine di testimoni della sua avventura umana, per essere in grado di arricchire di ogni tipo di nota le opere che via via il Centro, ubicato nella vecchia casa dei Guevara, decide di pubblicare.

Massari & Moscato (preoccupati solo che Ocean Press sia in mano a ex trotzkisti. E allora?) sanno perfettamente che quei manoscritti, quelle riflessioni del Che su fogli sparsi non erano state scritte per essere pubblicate. La decisione è stata presa dalla famiglia, che come tutti gli eredi degli scrittori, ha il diritto di scegliere i modi, la struttura e i tempi di quelle pubblicazioni. Massari però ha una idea piuttosto bizzarra dei diritti dei Guevara: sostiene che gli scritti del Che sono di tutti, e quindi chiunque può farne mercato. In realtà le idee del Che sono prima di tutto una ricchezza dei suoi figli e nipoti, poi della Rivoluzione cubana che ha contribuito a edificare, poi dei popoli per i quali si è battuto, principalmente quelli latinoamericani, poi di tutto il movimento mondiale che crede nelle idee di cambiamento e di progresso, e infine perfino di chi lo ha combattuto e combatte acriticamente, ma poi è costretto a piegarsi all'ineluttabilità della storia, alla forza dei suoi ideali che affascinano visionari del cinema come Redford, Salles, Soderbergh, e obbligano gli avversari di quel modello di società a non ignorarne il potenziale economico. Perché il capitalismo è così, pronto a trangugiare, in nome del business, anche le idee di chi lo combatte. Tanto poi, in qualche modo, troverà l'occasione per risputarle.

Ma che soddisfazione vedere quelle idee di giustizia, di riscatto, di dignità, circolare in un mondo dove chi comanda le esecra e tenta ogni giorno di svilirle. E hanno pensato Massari & Moscato, quante opere sociali si stanno realizzando e si realizzeranno a Cuba con i soldi dei diritti che la famiglia Guevara devolve alle strutture della cultura e della sanità del paese? Per questo, in fondo, si possono perfino sopportare i malumori e i deliri di Alvarito Vargas Llosa o Renato Farina, o le teorie di Maurizio Stefanini de il Foglio, convinto che il Che non è stato il più grande guerrigliero del XX secolo, ma solo il più fotogenico e grafomane. Di cazzate se ne possono scrivere a iosa, ma poi esce I diari della motocicletta di Walter Salles, e in poco tempo questo film diventa il nono incasso dell'anno scorso negli Stati Uniti, malgrado la ben nota fatica del cittadino medio nordamericano a leggere i sottotitoli, anche se in lingua inglese. E fra pochi giorni uno dei più prestigiosi teologi della liberazione, il salesiano Giulio Girardi, uscirà con il libro Che Guevara visto da un cristiano - il significato etico della sua scelta rivoluzionaria.

Aveva proprio ragione Manuel Vazquez Montalbàn: «Il Che è come un incubo per il pensiero unico, per il mercato unico, per la verità unica, per il gendarme unico. Il Che è come un sistema di segnali di non sottomissione, una provocazione per i semiologi o per la Santa inquisizione dell'integralismo neoliberale». Quale peccato si compie a ricordarlo? Mi piacerebbe che Paolo Mieli mi desse una risposta, specie dopo che il Corriere, nell'impaginazione di questa inconsistente polemica, mi ha indicato come un imputato (di che?) a fianco di Fidel Castro, scrivendo nella didascalia «molto legato al leader comunista cubano». Mi piacerebbe sapere se sotto la sua foto, o sotto quella dei direttori che lo hanno preceduto negli ultimi 30 anni, o dei corrispondenti del suo giornale dagli Stati Uniti, scriverebbe «molto legati a Ronald Reagan» o a Bush padre o a Bush figlio, solo perché si sono occupati con scrupolo della realtà, della politica e delle contraddizioni degli Stati Uniti, al di fuori di ogni luogo comune. Io, come dimostra il rigore di Latinoamerica, la rivista che edito e dirigo, lavoro ancora all'antica, con il vecchio scrupolo che spinge un cronista a trovare fonti e dati che non possono essere smentiti. I dati sulle 3000 persone «scomparse» negli Stati Uniti per le leggi antiterrorismo volute da Bush o quelli su un tribunale d'appello di Atlanta, che annulla una sentenza iniqua di una corte di Miami contro 5 agenti dell'intelligence cubana che avevano individuato e denunciato le centrali terroristiche che dalla Florida organizzano attentati a Cuba da oltre 30 anni, con oltre 3000 vittime.

Sono notizie gravissime, sfuggite o ridotte a una «breve» o spesso nascoste nelle pagine interne del Corriere. Come quelle sull'identità degli sponsor dei Reporters sans frontieres, che vanno dal Ned, l'agenzia di propaganda che appoggia le operazioni più capziose della Cia, al colosso della pubblicità Saatchi & Saatchi, alla Publicis, concessionaria delle strategie di promozione delle forze armate Usa, alla Bacardi, la ditta di rum che platealmente, in Florida, sovvenziona le attività eversive per annientare il turismo a Cuba.

Quale peccato si commette ad approfondire queste notizie e a renderle pubbliche? E perché un giornalista, con la mia storia, nell'età matura, deve essere osteggiato, per il peccato di occuparsi di questa informazione scabrosa e scomoda per chi parla sempre di trasparenza e democrazia?




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30 agosto 2005

La fine di Lanerossi

Chiusura definitiva per la ex Lanerossi

di Giada Valdannini

su Liberazione del 26/08/2005

La bicentenaria fabbrica tessile di Schio (Vi) mette in mobilità oltre 100 lavoratori

A due secoli dall'apertura, chiudono i battenti della ex Lanerossi. E lo fanno fragorosamente, mettendo alla porta i 160 dipendenti della fabbrica tessile di Schio, una cittadina dell'alto vicentino. Con essa va in fumo un pezzo di storia, l'emblema di un impero tessile la cui eco ha da tempo oltrepassato i confini del Veneto. La Marzotto, titolare dell'azienda dagli anni '90, ufficializzerà la chiusura in un incontro che avrà luogo il 31 di agosto. Immediata la levata di scudi dei sindacati, insorti di fronte alla scelta che sembrerebbe averli colti di sorpresa. Eppure, il clima alla ex Lanerossi era già teso tanto che buona parte dei dipendenti era da tempo in cassa integrazione ordinaria. Anche se, come spiega Graziano Besaggio della Filtea di Schio, «nonostante le premesse, nessuno immaginava che si arrivasse a un epilogo del genere. Almeno in tempi così rapidi». «Durante le ferie avevamo visto movimenti strani in fabbrica - racconta il segretario provinciale della Cisl Femca, Mario Siviero - ma solo lunedì, in un incontro informale con l'azienda, abbiamo capito cosa stava accadendo. Hanno agito da irresponsabili perché, per quanto ci riguarda, esistono possibilità alternative che andrebbero affrontate».
Dei 160 lavoratori, nove impiegati e 116 operai saranno posti in mobilità, altri 21 addetti saranno trasferiti nello stabilimento di Valdagno - ma anche per loro non si prospettano tempi migliori - e un'ulteriore ventina resterà a Schio nel reparto finissaggio e nel magazzino copertificio. La produzione della Marzotto, infatti, si articola in vari segmenti: dalla divisione tessuti al comparto coperte laniere, da anni in difficoltà a causa della progressiva sostituzione delle coperte con il piumino che si sta espandendo dal nord Europa verso le regioni del sud. Come se non bastasse, a gravare sul tessile, è la forte competizione dei paesi emergenti che offrono prodotti di buona qualità a costi decisamente inferiori a quelli dei produttori europei.

Sta di fatto che la competitività non sembra essere l'unica ragione ad aver determinato il tracollo della Marzotto di Schio; ci sarebbero ben altri motivi dietro la chiusura degli stabilimenti. Dopo il blocco della produzione del sito di Mortara e la delocalizzazione di una parte della produzione in Lituania, la miccia era già innescata. Secondo Giannino Rizzo della Uilpa «finché le scelte aziendali rincorreranno esclusivamente un rientro economico, in barba al futuro dei lavoratori, le fabbriche saranno destinate a chiudere. Tanto a Schio come nel resto del paese». Dello stesso parere, la Confederazione unitaria di base (Cub) che sottolinea in un comunicato come la vicenda Marzotto sia «esemplificativa di come funzioni l'economia nel nostro paese. La scelta di molti "padroni" di puntare sui soldi che fanno soldi e non sulle capacità produttive e innovative sta creando un deserto lastricato di fabbriche che chiudono, di posti lavoro ricattati e precari, di famiglie che stentano ad arrivare a fine mese». Fino a quindici anni fa, la ex Lanerossi, era tra i fiori all'occhiello dell'economia veneta tanto da esser stata la prima industria italiana a "sposare" una società di calcio abbinando il proprio logo al Vicenza. Col crollo dell'azienda finisce in archivio anche un pezzo di storia del calcio italiano. Il primo caso di sponsorizzazione che trasformò l'allora Ac Vicenza in Lanerossi Vicenza con la sede e lo stadio Menti, proprio in via Schio.

Oggi, ben lontanti dai tempi in cui la fabbrica contava più di mille dipendenti, i sindacati giurano di non arrendersi e, come dice Graziano Besaggio della Filtea, faranno «il possibile per bloccare l'apertura delle procedure di mobilità», spingendo «gli enti locali a farsi carico della ricollocazione dei lavoratori; in gran parte giovani».




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30 agosto 2005

La Svizzera lavanderia d'Europa

Capitali in fuga, la Svizzera torna terra promessa

di Lino Terlizzi

su Il Sole 24 Ore del 24/08/2005

LUGANO
l tempi cambiano, ma la Svizzera resta approdo di capitali. Anche italiani. Sono giorni di piogge disastrose, di allagamenti nella Svizzera centrale e orientale, con l'organizzazione elvetica messa a dura prova e in qualche caso addirittura sospettata di essersi lasciata sorprendere, come durante il black out ferroviario nei mesi scorsi.
Ma se si esce dal tema di catastrofi e black out e si parla di finanza, è difficile sostenere che la piazza elvetica non abbia reagito prontamente negli anni e nei mesi scorsi. E ancora opinione diffusa che la Confederazione resti finanziariamente una certezza. Vuoi per il segreto bancario, vuoi per il tipo di gestione di patrimoni.
Polemiche sul segreto, scudi fiscali, euro ritenuta su una parte dei redditi finanziari dei non residenti hanno creato a banche e finanziarie elvetiche difficoltà, sì, ma tutto sommato sin qui meno di quanto molti esp«rti avessero pronosticato. E vero che la piazza finanziaria rosso crociata è stata costretta a cambiamenti costosi, che ha dovuto adeguare le strutture in Svizzera, che ha dovuto creare o ampliare le strutture sui mercati esteri, Italia compresa, per la gestione on shore di una parte dei patrimoni. Ma la gestione off shore, con base in Svizzera, di capitali internazionali è rimasta robusta e i dati semestrali di molte banche segnalano come nel complesso l'afflusso di patrimoni continui. Una parte di questo afflusso riguarda l' on shore, un'altra off shore. Quasi tutte le banche elvetiche, le grandi come le piccole, hanno registrato un saldo positivo negli ultimi mesi. Il volume dei capitali gestiti è cresciuto anche grazie alla ripresa dei mercati finanziari, questo va detto. Ma pure, e questo è il dato se si vuole sorprendente, grazie a patrimoni freschi. E visto che l'euroritenuta al 15% iniziale, accettata dalla Svizzera in cambio del mantenimento del segreto bancario, entrava in vigore il primo luglio scorso, il primo semestre era particolarmente significativo. I clienti che avessero voluto abbandonare la Svizzera, in altre parole, l'avrebbero fatto probabilmente entro la fine di giugno.
Sin qui il deflusso non c'è stato. L'afflusso è fatto di torrenti, non di grandi fiumi come in altre fasi, ma c’è. I nuovi capitali affluiscono da molte aree del mondo e non va sottovalutato l’apporto dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Est Europa. Ma ci sono anche i tradizionali mercati dell’Europa ovest, tra cui l’Italia. E non sempre si tratta di capitali non dichiarati.
«Abbiamo registrato nei mesi scorsi, dice Granco Muller direttore di gestione patrimoniale (gruppo Credit Suisse) di Lugano - un afflusso di capitali ufficiali, anche se contenuto. Anche dall'Italia. In alcuni casi si è trattato di proventi legati a vendite di aziende o immobili, reinvestiti in prodotti finanziari sulla nostra piazza».
La tradizionale cautela elvetica evita ogni trionfalismo e d'altronde cambiamenti ci sono stati, la concorrenza internazionale non manca. Ma un po' di soddisfazione per la conferma della forza della piazza traspare. «A questo punto mi sembra un dato inconfutabile dice Franco Citterio, direttore dell' Associazione bancaria ticinese (Abt) - che nél'euroritenuta né altri fattori abbiano indebolito la piazza svizzera. Anzi, in Ticino vediamo un arrivo o un ritorno di capitali, pure se non enorme. E parlando di Italia, bisogna dire che non si tratta solo di privati, ma anche di società, per operazioni commerciali o di private equity».
Già dopo il secondo scudo fiscale si era parlato di un rimbalzo di capitali italiani in Svizzera. Secondo stime considerate attendibili sulla piazza elvetica, le banche svizzere avrebbero trattenuto - non solo con i rimbalzi, ma anche e soprattutto con la regolarizzazione di patrimoni lasciati in Svizzera e con i capitali affidati alle filiali italiane - circa la metà dei patrimoni italiani riemersi nella Confederazione con i due scudi fiscali.
Danni limitati, dunque. E ora qualche ulteriore afflusso. Le stime più accreditate indicano che la Svizzera rimane al primo posto nel mondo nella gestione di patrimoni, con circa 4mila miliardi di franchi gestiti. Il solo Ticino gestirebbe circa 400 miliardi di franchi, di cui circa 300 miliardi sarebbero di derivazione italiana. Quest'ultima cifra rappresenterebbe la gran parte della presenza italiana, anche se andrebbero aggiunti i capitali depositati a Zurigo e Ginevra. Una presenza soggetta ad alti e bassi, ma che sembra nonostante tutto confermarsi.




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30 agosto 2005

Una proposta all'Unione

Disarmo, quella parola non è un tabu

di Lisa Clark

su Liberazione del 27/08/2005

Proposta all'Unione

Cari Partiti dell'Unione, in tutto quello che ho letto e ascoltato finora sul futuro programma manca una parola. Una parola che non è da poco, ma nel programma dell'Unione non c'è. Eppure rappresenta un impegno importante, senza il quale ogni progetto per la costruzione della pace, per il vero rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, temo, rimarrà solo un pio desiderio. Quella parola è: disarmo.
Pochi giorni fa abbiamo tutti (chi più, chi meno) ricordato gli anniversari di Hiroshima e Nagasaki. Alcuni di noi sottolineando il fatto allarmante che la corsa al riarmo nucleare è ripartita, quasi senza che ce ne accorgessimo. Credevamo che ormai le armi atomiche fossero un tabù per tutti, ma per alcune potenze nucleari non è così; anzi, nelle dottrine ufficiali ora ne ammettono anche l'uso come primo colpo.

Si stanno finanziando ricerca, sviluppo e costruzione di nuove atomiche, più "maneggevoli". E non solo negli Stati Uniti. Nuove generazioni di missili in Russia; la sostituzione, tutta "made in Uk", dei sottomarini nucleari Trident in Gran Bretagna. E così via. Nel contesto della guerra permanente, però, tutto è permesso … e l'unico pericolo che può (anzi, deve) essere sottolineato per l'opinione pubblica sono i reattori nucleari iraniani.

Anche l'Italia contribuisce a questo stato di cose. La presenza di bombe atomiche sul nostro territorio è una violazione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare e dell'articolo 11. Sì, lo so, ci dicono che sono armi di "difesa", fanno parte dell'ombrello difensivo della Nato. Ma da quando la Corte Internazionale di Giustizia, l'8 luglio 1996, ha dichiarato all'unanimità che non solo l'uso delle armi atomiche, ma anche la minaccia dell'uso di tali armi è illegale secondo il diritto internazionale, credo che l'addestramento dei militari e le esercitazioni con bombe atomiche sul territorio italiano diventi illegale.

Ma c'è di peggio. Le 40 bombe atomiche B61 che si trovano a Ghedi (Brescia) fanno parte di un accordo di "nuclear-sharing" della Nato, cioè sono in dotazione alle forze armate di un Paese che si è impegnato a non dotarsi mai di armi nucleari quando, nel 1975, ratificò il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. Saranno i piloti italiani del Sesto Stormo a caricarle sui Tornado e a sganciarle. E quelle bombe sono lì da molto tempo, da molto prima dell'avvento del governo Berlusconi.

Vorrei che un impegno al disarmo diventasse un punto importante nel futuro programma del centrosinistra.

Vorrei che qualcuno di voi si fosse scandalizzato quando un ministro della Repubblica ha promesso alle industrie del settore della difesa che i loro fatturati cresceranno, perché questo è un settore che tira, un fiore all'occhiello del "made in Italy". O dovremo aspettare che siano i lavoratori ad ascoltare la propria coscienza, come fecero per prime le operaie della Valsella?

Vorrei che quando, nel nuovo Parlamento, si ripresenteranno discussioni come quella sulla difesa delle Legge 185, voi ci siate tutti e votiate tutti insieme. Come voterete tutti insieme per il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Vorrei che, insieme, potessimo anche parlare con serenità di tutte le altre guerre a cui l'Italia ha partecipato in questi ultimi anni: non per dire "ve l'avevamo detto" ma per trarre tutti insieme gli insegnamenti dagli errori del passato e costruire meglio un futuro di pace.

Vorrei sentirvi dire che si rinegozieranno gli accordi segreti per la concessione di basi straniere in questo Paese. Ma anche che è incompatibile con la nostra Costituzione che i bambini delle scuole di Grosseto vengano portati in gita scolastica educativa ad ammirare i cacciabombardieri, aerei esclusivamente di attacco. O che il presidente di una nostra Regione accetti il titolo onorifico di Comandante di una base che custodisce bombe atomiche.

L'Italia è il terzo produttore/esportatore mondiale di armi leggere. Altro fiore all'occhiello. Vorrei che il nostro futuro governo inizi a studiare intanto come regolamentarne il commercio (esiste già una proposta di trattato internazionale) e poi come riconvertire la produzione di tante fabbriche. La costruzione della pace, impegno assunto nel programma in base agli articoli della nostra Costituzione, non si può reggere sulla produzione di armi.

Vorrei che l'Italia ritornasse ad essere un Paese che propone novità nel campo del disarmo a livello internazionale. Insieme potremmo portare avanti la proposta di un Mediterraneo libero da armi nucleari, che vada ad aggiungersi alle altre cinque zone libere da armi nucleari che ormai comprendono l'intero emisfero sud del pianeta. E lavorare insieme a Germania e Belgio per far smantellare le bombe Nato in nuclear-sharing dislocate nei nostri tre Paesi. Sarebbe un primo passo verso un'Europa denuclearizzata.

E poi vorrei che, quando parlerete dell'Europa che insieme andremo a costruire, cercaste di affrontare la contraddizione delle potenze nucleari europee, negazione stessa di ogni nostro principio condiviso per un'Europa continente di pace. Vorrei che anche voi lavoraste per un'Europa che non si presenti nelle relazioni internazionali come continente forte sul piano militare, ma forte sul piano della solidarietà, dei diritti. Insomma, un'Europa che stabilisce rapporti di amicizia privilegiata con l'Africa, piuttosto che con i potenti.

Noi, associazioni e movimenti, ne abbiamo tante di idee e progetti nel campo del disarmo. Ogni volta che tentiamo di lavorare in tal senso, facciamo fatica a trovare interlocutori. E' un controsenso che si debba dialogare su questi problemi con il ministero della Difesa, per esempio.

E questo mi porta all'ultimo mio desiderio. Penserete che sia una sciocchezza, ma in Nuova Zelanda - paese tra i più importanti nelle sedi internazionali dove si elaborano trattati e convenzioni in tema di disarmo - già esiste. Vorrei che nel programma dell'Unione fosse previsto un nuovo ministero: il ministero del Disarmo e della Pace




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30 agosto 2005



L'eredità contesa del ritiro da Gaza e i nuovi scenari palestinesi

di Giancarlo Lannutti

su Liberazione del 28/08/2005

Il primo ritiro operato da Sharon alimenta divisioni nel governo di Tel Aviv e tra le formazioni nei Territori occupati. Hamas reclama la «vittoria» e rilancia le minacce contro Israele e la stessa Anp. Mubarak verrà in aiuto di Abu Mazen?

Man mano che passano i giorni, il polverone mediatico sollevato intorno al ritiro israeliano da Gaza si va diradando e vengono alla luce gli interrogativi, le riserve e i dubbi sollevati da più parti e soprattutto in casa palestinese. Episodi come gli espropri di terre intorno alla colonia di Ma'ale Adunim e il sanguinoso raid dei reparti speciali israeliani a Tulkarem vengono, infatti, a indebolire la posizione dell'Anp e del suo presidente, dopo le esplicite aperture al gesto di Sharon, e a dare ragione (almeno nell'immediato) a chi accusa il premier israeliano di avere organizzato lo show di Gaza per nascondere i suoi piani annessionistici sulla Cisgiordania; lo stesso Mahmud Abbas si vede così costretto a prendere le distanze e a rialzare il tiro contro la politica del governo di Tel Aviv.
Sul tutto pesa anche il clima determinato in Israele dalla pratica certezza che si andrà a elezioni anticipate, nelle quali Sharon si giocherà in modo definitivo la sua carriera politica. Spiegare tutto con la campagna elettorale già apertasi di fatto e con la necessità per il premier di parare i colpi che vengono da destra e di preparare il terreno alla possibile nascita di un suo partito personale alternativo al Likud sarebbe però troppo facile e troppo semplicistico.

Il che vale anche per l'atteggiamento del partito laburista, entrato a suo tempo nel governo «di unità nazionale» proprio per rendere possibile il ritiro da Gaza, ma che ha sempre considerato quest'ultimo come un primo passo per il rilancio della "road map" e del negoziato. Adesso dunque una eventuale uscita dal governo potrebbe certo essere dettata dalla volontà di approfittare delle difficoltà di Sharon e dello schieramento di destra, lacerato al suo interno, ma avverrebbe anche in coerenza con la posizione di incoraggiamento al negoziato. Anche se i precedenti del fallimento del governo Barak e della partecipazione di Peres e compagni al primo governo Sharon nel 2001-2002, per limitarci al periodo più recente, gettano non poche ombre sulla limpidezza della posizione laburista.

A tutto questo fanno riscontro le difficoltà che si registrano all'interno dei territori e della società palestinesi, soprattutto nel rapporto tra l'Anp da un lato e Hamas e gli altri gruppi radicali dall'altro. Che le formazioni palestinesi non abbiano nessuna intenzione di deporre le armi era già noto, tanto più se Hamas vuole continuare a presentare il ritiro da Gaza come una sua vittoria: e dunque le richieste, anche energiche, di Mahmud Abbas e le pretese e minacce di Sharon hanno ricevuto fin dall'inizio una risposta in diverso grado polemica.

Ora però il movimento islamico scende in campo in modo ufficiale e lo fa, non a caso, per bocca non di un dirigente politico o di un portavoce per quanto autorevole, ma dell'uomo più odiato e più ricercato da Israele, vale a dire Mohammed Deif, capo delle Brigate Ezzedin el Qassem (braccio armato del movimento) alla macchia dal 2003, dopo essere sfuggito per un soffio ad uno degli «assassinii mirati» di Sharon. Dopo l'uccisione dello sceicco Yassin e di Abdelaziz Rantisi, Deif è di fatto per gli israeliani l'obiettivo da colpire «numero uno». Ebbene, Deif ha lanciato ieri un doppio avvertimento sia a Sharon che ad Abbas, naturalmente in termini diversi.

Dopo aver definito il ritiro da Gaza una «umiliazione» per Israele e «un trionfo della pura resistenza armata palestinese», Deif dichiara che «le armi che hanno liberato Gaza debbono essere impiegate per liberare il resto della nostra patria occupata»; e dunque «tutta la Palestina diventerà un inferno per gli israeliani».

Al di là della retorica e delle espressioni altisonanti, va detto che al fondo non c'è differenza sostanziale fra il giudizio di Hamas e quello di Abbas: anche per il presidente dell'Anp il ritiro di Gaza ha valore solo se sarà seguito dal ritiro dalla Cisgiordania e da Gerusalemme-est; ma la differenza radicale sta nel metodo con cui questo obiettivo va perseguito. E proprio qui si inserisce l'avvertimento di Hamas «ai fratelli dell'Autorità palestinese»: «le nostre armi - egli dice - rimarranno nelle nostre mani, dobbiamo mantenerle levate, congiuntamente al lavoro sul piano politico; mettiamo dunque in guardia tutti coloro che cercheranno di toccarle e di muoverci». Come dire all'Anp: non provate a disarmarci e a metterci fuori gioco.

Naturalmente Abbas sa benissimo quali rischi comporti una prova di forza sul campo con gli islamici ed è ben deciso a evitare un rischio di guerra civile; tuttavia sa anche (o almeno spera) che difficilmente Hamas spingerà per uno scontro prima delle elezioni politiche palestinesi del gennaio 2006 e quindi si accontenta, forse per ora, che non vengano compiuti attacchi contro Israele a partire dal territorio di Gaza.

E qui il presidente dell'Anp conta probabilmente sull'aiuto dell'Egitto, direttamente coinvolto nella «gestione» del dopo-ritiro a Gaza e adesso al centro di una vera e propria «bomba politica»: la tv spagnola Abc, citando fonti egiziane e palestinesi, ha infatti rivelato ieri che il presidente Mubarak potrebbe compiere a novembre un viaggio in Israele con un discorso alla Knesset (sulla falsariga del viaggio di Sadat nel 1977) per recarsi poi in visita anche a Gaza. Forse è solo una boutade elettorale (il 7 settembre ci sono al Cairo le presidenziali), ma forse è qualche cosa di più un tentativo del «raìs» di dare una mano ad Abbas, di rilanciare il rapporto con Israele e di compiere un gesto gradito all'Amministrazione Usa che nel recente passato si è mostrata fredda nei suoi confronti. Quali che fossero le intenzioni di Sharon, insomma, il ritiro da Gaza ha comunque messo in moto un processo dagli sviluppi soltanto in parte prevedibili.




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30 agosto 2005



Il regalo estivo della Moratti alle scuole private: 50 milioni

di Fabio Amato

su l'Unità del 28/08/2005

Basta chiedere, la Moratti è generosa. Con gli studenti delle paritarie, però. Bonus fino a 564 euro per chi - a prescindere da ogni valutazione di reddito familiare - invia richiesta per il contributo: il bonifico arriva direttamente a casa. Nel 2004 la somma totale destinata era stata di 30 milioni di euro, quest’anno si sale a 50. «Regalo» buono solo per il primo anno, però. Tanto basta per farlo assomigliare più a uno spot per le paritarie che non una vera necessità. «Questi soldi sono perfettamente coerenti - denuncia la Ds Acciarini - con la sottrazione costante di fondi per la scuola pubblica».
Paradossi della scuola italiana. Mentre due licei di Roma, il Tasso e il Righi, sono costretti dalla carenza strutturale degli edifici a litigare per l’uso di sei aule, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti distribuisce 50 milioni di euro agli studenti delle scuole paritarie. Niente di nuovo sotto il sole - lo stanziamento era previsto già dalla legge finanziaria 2003 -, ma stupisce il cospicuo aumento dai 30 milioni del 2004 ai 50 milioni di quest’anno. Un incremento del 70%, inspiegabile di fronte al 10% di crescita degli studenti che hanno richiesto il contributo: 115mila contro i 105mila del 2004. E rispetto al decremento degli studenti iscritti, passati dai 495mila del 1994 ai 402mila dello scorso anno scolastico.
La fonte del provvedimento, rintracciabile a pag. 61 della gazzetta ufficiale n.181 del 5 agosto, è un semplice decreto ministeriale, ma il principio con cui si è arrivati alla determinazione è curioso.
I soldi sono infatti ripartiti sulla base delle richieste, e saranno spediti a casa con un bonifico sulla base dell’unico requisito di regolare iscrizione a scuola. Nessun vincolo economico viene adottato per decidere l’importo o il destinatario. Al contrario, una nota protocollare puntualizza esplicitamente: «Anche quest’anno, per accedere alla richiesta non sono imposti limiti di reddito». Una determinazione in palese contrasto con il testo della legge 62/2000, istitutiva della «parità» tra pubblico e non, che all’articolo 11 prevedeva interventi «prioritariamente a favore delle famiglie in condizioni svantaggiate».
Ma la nota aggiunge altro: «Si prevede inoltre che gli importi del contributo stesso siano simili a quelli già erogati lo scorso anno». Falso, perché ai genitori degli studenti che si sono iscritti alle scuole paritarie viene rimborsata una cifra tra i 353 e i 564 euro, mentre nel 2004 arrivava ad un massimo di 376. La cifra è ripartita in misura crescente al grado della scuola cui si è iscritti. A 26mila alunni delle primarie arriverà un rimborso pro-capite di 353 euro. Cifra che cresce a 420 euro per 64mila alunni delle scuole medie, e che raggiunge il massimo, 564 euro, per 22mila studenti delle scuole secondarie.
Un ulteriore dettaglio avvalora poi l’ipotesi che tutta l’operazione costituisca più un incentivo pubblicitario per le scuole paritarie che non una necessità: il contributo infatti cessa dopo il primo anno della scuola superiore. Ben «lontano dal sostenere lo sbandierato diritto-dovere allo studio fino ai 18 anni», come sostiene Maria Chiara Acciarini, senatore Ds e membro della Commissione Istruzione del Senato, ma abbastanza per incentivare e sostenere la scelta delle famiglie. Acciarini non è stupita dai 50 milioni complessivi. Al contrario le «risultano perfettamente coerenti con la sottrazione costante a danno dell’istruzione pubblica».
Del resto, il sostegno alle scuole private è ulteriormente garantito da un’altra iniziativa estiva. Il 17 agosto è stato infatti varato il decreto legge n.163, contenente «iniziative urgenti in materia di infrastrutture». Tra queste, all’articolo 6, un particolare tipo di urgenza agostana: «Esenzione dall'Ici per particolari immobili».
Quali siano gli edifici è facile immaginare: «L'esenzione si intende applicabile anche nei casi di immobili utilizzati per le attività di assistenza e beneficenza, istruzione, educazione e cultura di cui all'articolo 16, primo comma, lettera b, della legge 20 maggio 1985, n. 222, pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto».
Il parallelo sugli istituti non gratifica: da un lato il liceo Righi mira al fratricidio del vicino Tasso, pur di salvare i propri laboratori dall’incertezza di una disposizione immobiliare non più garantita. Dall’altro, un eventuale conversione del decreto in legge dello Stato garantirebbe alle scuole cattoliche di non dover più nemmeno pagare le tasse sulla proprietà.




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