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24 agosto 2005

Incidenti aerei

Paradiso:
Morto in Perù: "Ma quanti ne siamo..."
Morto in Grecia: "Non illuderti, in percentuale siamo scesi al disotto della soglia di sbarramento..."




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24 agosto 2005

Il coraggio di Sharon

Abu Mazen: "La decisione di Sharon di smantellare le colonie a Gaza e in Cisgiordania è stato un atto di grande coraggio.."
Intervistatore: "A cosa si può accostare storicamente un evento del genere?"
Abu Mazen:" Alla tela di Penelope..." 




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24 agosto 2005

Fomentatori d'odio

Telegiornale: "Londra: stilate le regole e le sanzioni contro chi appoggia azioni terroristiche. A questo proposito Downing Street ha chiesto agli Stati Uniti d'America l'estradizione di Padre Robertson per le sue dichiarazioni a proposito delle necessità di uccidere il Presidente venezuelano Chavez "




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24 agosto 2005

Tare...

Crociuzzo: "l'America si scopre neo creo..."
Addolorata: "Cre..ti..neo?"




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24 agosto 2005

Fatwa

Khomeini: "Ho lanciato una fatwa contro Rushdie..."
Padre Robertson: "Io contro Chavez..."
Khomeini: "Almeno Rushdie sa scrivere ed io so leggere..."




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24 agosto 2005

Analogie involontarie

Crociuzzo: "Don Chisciotte si scagliava contro i mulini a vento..."
Addolorata: "Socci si scaglia contro Don Chisciotte..."
Crociuzzo: "Faccio fatica a capire chi è più scemo..."




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24 agosto 2005

Povero Poppera!

Ciellino: "Pera mi sembra troppo di destra!"




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24 agosto 2005



FIAT: un piano pubblico, occasione per il rilancio

di Marilde Provera*

 

Alla vigilia delle vacanze feriali di questo anno, gli Enti Locali piemontesi (Città di Torino, Provincia e Regione) hanno lanciato la proposta di un progetto pubblico finalizzato al mantenimento produttivo dello stabilimento torinese della Fiat Mirafiori.
Semplificando molto, si può dire che si è di fronte, piuttosto che ad un piano di rilancio comune concertato tra pubblico e privato, ad una ipotesi di scambio tra gli Enti che governano il territorio (dunque i cittadini per il tramite dei propri eletti) e la proprietà industriale del Gruppo Fiat. Questa, in sintesi, la proposta: se Fiat Auto si impegna a portare la linea di prodotto della nuova Punto a Mirafiori, il Comune con gli altri Enti Locali e la stessa Fiat (per una quota più ridotta: tra il 10 ed il 30%, che prevede conferimento “in natura”) costituiranno una società che acquisirà dal Gruppo Fiat il terreno dove oggi sono insediati parte dello stabilimento e la mitica “Pista prova” di collaudo (dove si svolsero storiche assemblee oceaniche negli anni ’70).
Fiat Auto si limiterà a questo impegno (la “Nuova Punto” può traguardare al massimo, se incontrerà il gradimento dei potenziali acquirenti, ai prossimi cinque anni) che è sicuramente una boccata di ossigeno per uno stabilimento in difficoltà, per i lavoratori e le lavoratrici Fiat e del suo indotto componentistico, che da anni ormai subiscono una intensa cassa integrazione con reddito magrissimo (650 euro al mese). La nuova società mista pubblica-privata dovrebbe essere impegnata nella ricerca di base e nella formazione di progetti. Purtroppo però, a quanto è dato sapere, si è di fronte non ad un vero progetto industriale e culturale, bensì a un complesso disorganico di idee su come utilizzare le porzioni di terreno con l’insediamento di parti di Università, Politecnico e, forse, di qualche produttore di componenti. Da un lato si stenta a comprendere per quale progetto e con quali finalità produttive che guardino ad un rilancio dello stabilimento e del gruppo industriale nel suo insieme; dall’altro risulta evidente l’immediato risvolto economico dell’ipotesi: circa 100 milioni di euro (di questo si dice) passeranno dalle mani pubbliche al gruppo Fiat. Per essere utilizzati come? Il privato non ammette interferenza sul suo reddito.
Se tutto si limiterà a questo, l’accordo – che pure consentirà di “tirare un breve respiro” – sarà un pessimo affare per tutti i cittadini e per il rilancio dell’impresa Fiat, e sarà nuovamente un ottimo investimento finanziario per la sola famiglia Agnelli, ancora detentrice del pacchetto azionario di maggioranza relativa (una situazione, questa, che pare permarrà, con altre vesti, anche dopo la fatidica data della conversione dei crediti detenuti da banche in azioni Fiat).
Noi, compagne e compagni di Rifondazione comunista presenti negli Enti Locali torinesi, pensiamo che siamo di fronte a una eventualità esiziale per la capacità reddituale della Città e per la ricostruzione di opportunità di lavoro qualificato per uomini e donne di oggi e di domani. Ci chiediamo se il mondo imprenditoriale privato (locale e nazionale) disponga ancora di persone in grado di essere industriali veri e non semplici speculatori travestiti da manager. Dopo anni di denunce di questa situazione e dopo avere avanzato tante proposte, ci troviamo oggi di fronte ad un piccolo, timido embrione che ha ancora bisogno di formarsi. Perché esso si sviluppi occorre superare l’orizzonte di piccoli e immediati interessi provinciali e muoversi con un’idea progettuale di interesse e caratura nazionali.
Oggi noi possiamo orgogliosamente dire che quel poco di ossigeno che la nuova linea di produzione può portare alle lavoratrici e ai lavoratori di Torino origina dalla nostra idea, che ruota intorno alla consapevolezza della necessità dell’intervento della mano pubblica nell’impresa, e dalla tenace iniziativa condotta dal sindacato dei metalmeccanici. Ciò tuttavia non ci basta, non basta se non si vuole vivere solo una effimera stagione di illusioni.
Ci possiamo consentire di avanzare questa preoccupazione forti della nostra capacità di analisi e di proposta, maturata e cresciuta con l’osservazione e lo studio attento negli scorsi anni, quando – pur venendo accusati di essere inutili “cassandre” – abbiamo avuto la capacità e la costanza di essere critici e contemporaneamente di costruire ipotesi propositive.
Bisogna fare un passo più ambizioso, che abbia valore per l’insieme del gruppo Fiat italiano, da Torino a Termini Imerese. La produzione dell’auto italiana non si salva con una visione localistica di conservazione dell’esistente, aggiungendo qualche costoso “fiocco”, qualche correttivo rispetto alle intenzioni di un ridimensionamento produttivo che continua ad essere perseguito dalla proprietà del gruppo. Occorre che anche il governo nazionale sia chiamato in causa in ordine a una progettualità complessiva sul terreno della mobilità pubblica e individuale: sulle norme e le indicazioni che intende avanzare per la difesa dall’inquinamento dell’aria e del territorio e per la salvaguardia della salute di tutti; e sui mezzi atti a garantire la circolazione dei saperi (le idee, che non richiedono necessariamente spostamenti fisici), delle merci (che non necessariamente richiedono costose movimentazioni) e delle persone, che in questo modo di agitarsi sulle strade consumano troppo tempo incolonnati a rimuginare tensioni e rabbia invece che relazioni e proficue comunicazioni.
Va ripensata la mobilità e vanno riprogettati i mezzi che la consentono. Per fare un esempio, è come quando all’inizio del secolo si progettò il passaggio dal trasporto su carrozza a traino animale a quello ad autotrazione meccanica: l’automobile, il treno e le relative necessarie infrastrutture. È evidente che la ricerca e la sperimentazione di base in tale direzione non possono essere sostenute né dai soli Enti Locali (per quanto possano essere convinti da tale missione) né tanto meno dalla sola impresa che persegue, per potere vivere, un impegno del capitale a reddito certo in un tempo decisamente più breve. Per questo il governo nazionale non può essere esentato da un suo impegno diretto, naturalmente condizionato all’efficace perseguimento di obiettivi socialmente avanzati. Si tratta, in altri termini, di ridefinire l’orizzonte nel quale la nostra industria nazionale può non solo conservarsi, ma anche acquisire un ruolo di punta nel prossimo futuro, assieme al settore spaziale e delle nano e biotecnologie.
Guardare al futuro dunque, ad un futuro che riproponga la centralità della persona e dell’ambiente in cui si vive. Su questa ipotesi ha senso continuare a perseguire tenacemente il nostro progetto che parte dal mantenimento produttivo dello stabilimento torinese, attorno al quale definire la missione produttiva di emergenza (la linea della Punto) e un obiettivo intermedio (individuando subito il prossimo prodotto auto, con motore innovativo – a idrogeno? – e una nuova meccanica). Questo consente il mantenimento di uno stabilimento completo che continua e evolve l’esperienza sulla base della tradizione. Tutto ciò consente altresì di ripartire da un nucleo e di dar senso e missione a quegli insediamenti, che nel progetto indicato dagli Enti Locali torinesi rischiano di restare solo di contorno e che invece devono essere correlati alla produzione ed alla formazione. In questo quadro si tratta di impegnare la proprietà industriale su un futuro prodotto da costruire a Torino e nell’insieme degli stabilimenti del Paese, salvandoli dal rischio di restare puri luoghi di assemblaggio di componenti costruite e progettate altrove.
Questa nostra idea, questo nostro progetto, lo abbiamo reso pubblico nel convegno che abbiamo realizzato il 28 luglio 2005 a Torino. L’ascolto da parte dei mezzi di informazione e soprattutto degli attori che devono esserne protagonisti non ci è sembrato sufficientemente attento. Noi continueremo tuttavia il nostro lavoro di critica costruttiva e quindi continueremo a indicare anche le soluzioni che pensiamo più appropriate. In ogni caso oggi ci felicitiamo di questo nostro primo piccolo successo che vede arrivare la “Nuova Punto” in produzione a Torino, e speriamo – per non arrivare troppo tardi – di non dovere aspettare altri cinque anni prima che, nell’emergenza, qualcuno voglia cogliere anche il resto della nostra proposta.




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24 agosto 2005



In quanti modi si può dire «noi» se la paura mangia l'anima

di Brian Klug *

su Il Manifesto del 19/08/2005

Esattamente quattro settimane dopo il primo attacco a Londra del 7 luglio, Al Qaeda ha emesso una dichiarazione in cui minaccia «ancora distruzione per gli inglesi». I resoconti della stampa parlano di una terza cellula estremista che sta pianificando ulteriori attacchi. La città sta trattenendo il respiro. I terroristi colpiranno di nuovo? Se non oggi, forse domani? O la settimana prossima? All'improvviso noi londinesi ci sentiamo come se stessimo vivendo con una bomba a orologeria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. La paura è palpabile. La paura ha due lati. Può concentrarsi nella mente. Ma può anche causare panico e creare conflitto. Come dice Fassbinder, «la paura mangia l'anima». Anche le nazioni possono essere consumate dalla paura. E quando il terrore colpisce, gli individui non sono le sole vittime. Gli attacchi terroristici su Londra stanno causando un «danno collaterale» al corpo politico.

Un'espressione di questo danno è la forte reazione contro i musulmani. A poche ore dal primo attacco, il Muslim Council of Britain (Mcb) aveva già ricevuto circa 30.000 e-mail ostili. Molte dichiaravano: «adesso è guerra ai musulmani in tutta la Gran Bretagna». In realtà è stato più come i boati che seguono un terremoto. Nelle quattro settimane dopo il 7 luglio, i crimini motivati da odio religioso sono cresciuti del 600% a Londra, ma gran parte degli incidenti sono stati crimini relativamente minori; su una scala Richter di ansietà sociale, si troverebbero al livello più basso. Una crepa però può diventare velocemente un baratro insuperabile.

Conscio di questo pericolo il Mcb aveva subito emesso una dichiarazione chiedendo solidarietà nazionale. Iqbal Sacranie, segretario generale, ammoniva: «le persone malvage che hanno organizzato ed effettuato questa serie di esplosioni vogliono demoralizzarci come nazione e dividerci come persone». Ha parlato di Londra come della «nostra grande città» e chiesto di stare uniti «nel nostro momento di crisi» concludendo: «è ora dovere di tutti noi britannici essere vigili ed partecipare attivamente agli sforzi per portare i responsabili davanti alla giustizia». La sua sintassi - l'uso inclusivo della prima persona plurale «noi» - rappresentava l'unità di cui parlava.

Parlando da Downing street, Tony Blair si era detto felice di questa dichiarazione. Invocando «la gente britannica» e «lo stile di vita britannico», anche lui aveva detto: «non ci lasceremo dividere». Ma le sue parole erano ambigue. «Sappiamo che [i terroristi] agiscono in nome dell'Islam», ha detto, «ma sappiamo anche che la stragrande maggioranza dei musulmani, qui e all'estero, sono persone rispettabili e rispettose della legge che aborriscono questo atto di terrorismo tanto quanto noi».

Tanto quanto noi ? Chi esattamente sarebbe questo «noi» in nome del quale il primo ministro stava parlando? Chiunque avesse in mente, le sue parole contenevano un messaggio subliminale di questo genere: «i musulmani rispettabili e rispettosi della legge sono come noi, ma non sono noi. La loro britannicità è in qualche modo meno chiara o meno completa - perché sono musulmani». Dicendo «noi», ha minato l'unità che cercava di promuovere.

C'è una ragione particolare per cui questo è importante. Gli attentatori di Londra erano nati o cresciuti nel Regno unito. Di conseguenza, la paura che molte persone stanno provando non è diretta a un nemico esterno. È il nemico interno che temono. Ma chi è responsabile dell'esistenza di questo nemico? Un coro di voci, a destra e a sinistra, si sta levando contro l'idea stessa di una società multiculturale. Quello che vogliono dire spesso non è chiaro. Ma qualsiasi cosa vogliano dire, il paese non deve farsi prendere dal panico e trarre questa conclusione affrettata. Il rischio è doppio: non riuscire a focalizzare le vere cause del terrorismo in casa e prendere decisioni fatali riguardo a questioni vitali di politica sociale.

La commissione progettata dal governo sul «problema di integrazione» non riduce questi rischi. La proposta è parte di un pacchetto di dodici misure per «gestire la minaccia terrorista in Gran Bretagna». In altre parole, il problema dell'identità nazionale viene incorporato nel problema della sicurezza nazionale. Questo è destinato a distorcere il modo in cui la commissione affronterà il problema. Come risultato, il suo lavoro probabilmente finirà col peggiorare la situazione che ha portato a crearla.

La retorica del primo ministro ha peggiorato le cose. «Ci sono persone isolate nelle loro comunità che vivono qui da più di vent'anni e non parlano ancora inglese». Ha osservato. «Ciò mi preoccupa perchè c'è una separazione che potrebbe non essere salutare». Ha colto il punto (anche se il suo riferirsi al terrorismo è oscuro). Tuttavia, esattamente cento anni fa, un altro primo ministro britannico aveva detto che era contro l'interesse nazionale che ci fosse «un gruppo di persone» che rimaneva «un popolo diviso». Arthur Balfour alludeva agli ebrei, Tony Blair ai musulmani. Commentando il linguaggio di Blair, un portavoce del Mcb l'ha definito «decisamente di nessun aiuto».

Lo stresso si può dire per la tendenza generale del discorso pubblico sui musulmani. Un tempo gli europei discussero «il problema ebreo». Oggi è «il problema musulmano». Questo può solo dividere e peggiorare, aumentando il danno inflitto dagli attentatori. Noi dobbiamo sconfiggere la paura che ci hanno messo. Ma il modo in cui diciamo «noi», soprattutto nell'attuale clima di paura, sarà decisivo.

* Senior Research Fellow al St. Benet's Hall, Oxford, e membro fondatore del Jewish Forum forJustice and Human Rights




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24 agosto 2005



Via dall'Iraq per non creare alibi ai nemici

di Giorgio Bocca

su la Repubblica del 19/08/2005

Le minacce che il numero due di Al Qaeda Al Zawah­ri ha rivolto agli Stati Uniti e all'Occidente - l'Iraq sarà peggio del Vietnam - van­no prese maledettamente sul serio. Per cominciare, perché Al Zawahri e Osa­ma Bin Laden sono vivi e liberi nonostante la caccia del più potente esercito del mondo, segno che alle loro spalle non ci sono solo montanari del Pakistan, ma una parte del mondo isla­mico che recluta in Somalia, nel Sudan, in Indonesia, in tutte le comunità del mondo. È ormai certo che gli Stati Uniti e i loro alleati, partendo in guerra con l'Iraq, han­no commesso un colossale errore di sottovalutazione dell'avversario, come si trattasse di un'azione punitiva contro un feroce tiranno e alcune frange terroristiche ereditate dalla guerra dei mujaheddin contro i russi. Si è voluto far credere che si trattasse di un'operazione di polizia contro ribellioni separate, da combattere una per una con schiacciante superiorità di mezzi. Non è così, il nemico non sarà monolitico, ma fa parte in qualche mo­do del risorgimento islamico che non accetta il protetto­rato occidentale, e nutre le ambizioni del grande califfa­to, lo stato unico degli islamici dal Marocco all'India.

Che oggi questo califfato immaginario sia diviso tra na­zioni e Stati separati, e a volte in contraddizione di inte­ressi, non vuoi dire che non esistano tra loro dei comuni denominatori unificanti. Uno è l'odio per Israele consi­derata un intollerabile sopruso dell'Occidente, un modo brutale per rigettare sul mondo arabo colpe e rimorsi dell'Olocausto. E infine il legame religioso, la fede, la storia comune. Significa che già esiste un'unione fra tutte le forze islamiche riconducibili sotto la direzione estre­mista di Al Qaeda? No, ma significa che l'estremismo islamico può trovare appoggio e alleanze in tutto il mon­do islamico, che dietro l'avanzata del terrorismo c'è una vasta area di simpatia e sostegno, quale la ebbero i vietna­miti dal mondo comunista. Il nemico è di gran lunga su­periore alle valutazioni dei dirigenti americani e inglesi, per non dire dei nostri, che in questa tragedia fanno la parte dei travicelli in un mare in tempesta. L'ultimo falco apparso sulla scena americana, l'am­basciatore all'Onu Bolton, ha detto che Siria e Iran forniscono uomini e armi ai ribelli. L'Iran è una po­tenza militare con 80 milioni di abitanti. Il potenziale bellico della Siria pesa nel Medio Oriente. Se questi due paesi sono irrecu­perabili nemici, che si vuo­le fare: la guerra anche a loro? La soluzione possibile è una: venir via dall'Iraq e dal­l'Afghanistan.




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