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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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22 novembre 2007

Il frontismo : una coazione a ripetere

Personalmente sono d'accordo con il fatto che i tre partiti della sinistra radicale si debbano unire.
Con questo processo si otterrebbero due risultati : il primo un compattamento di una sinistra socialdemocratica che  risponda sia in termini elettorali che in termini politici alla deriva blairiana del Partito democratico, il secondo una fine dell'equivoco Rifondazione che ormai non è più un partito comunista e perciò deve ufficializzare la sua posizione e consentire la nascita di una nuova formazione politica che si ispiri al programma di ricerca iniziato da Karl Marx.
Ma la pochezza della Sinistra radicale rischia di mistificare il processo in corso : da un lato Rossanda , sia pure con il suo stile inimitabile, dà intellettualisticamente già per scontata la nascita della Cosa Rossa (e si presta perciò alla risposta furbina di Giordano) e declina il compito di tale forza politica alla generica lotta alla mercificazione ed alla cultura americana ( e devo ammettere mio malgrado che la lotta alla mercificazione senza la restante analisi e la pars costruens del marxismo si presta anche all'ambiguità ed all' equivoco)



D'altro lato il politicante Giordano alla richiesta di una risposta alta in termini progettuali e culturali, replica assicurando la disponibilità alla formazione di un partito che annacqui in un frontismo vuoto la specificità di quella che doveva essere Rifondazione (prima del pensiero unico bertinottiano). Eppure, come già detto, la risposta di Giordano ha le sue radici nel frontismo difensivo ed emergenziale che è l'eterno limite politico della stessa Rossanda. La banalità di Giordano è solo un sottoprodotto degli errori dei padri nobili del comunismo italiano.
E senza una rivisitazione paziente e sistematica del programma di ricerca marxiano si rischiano di ripetere vecchi errori credendo che siano nuovi


21 novembre 2007

Ciociole 11 (Il mondo visto da Crociuzzo e Addolorata)

Questi Giovanardi....

Addolorata : "Giovanardi apre a Berlusconi.."
Crociuzzo: " Dall'esterno ? "

On the road...

Addolorata : "Nel weekend 25 morti sulle strade..."
Crociuzzo: "Dovrebbero seppellirli stesso lì...almeno riempirebbero 25 buche..."



Fuori orario...

Addolorata: "Le ferrovie avranno presto un nuovo orario..."
Crociuzzo: "Avranno omologato i ritardi...."

L'affluenza della politica

Addolorata: "Fini ha detto che non confluirà in Berlusconi..."
Crociuzzo: "Ormai il Cavaliere è diventato una cloaca..."



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20 novembre 2007

Luttwak : totalitarismo e Stato moderno

 

 Edward Luttwak nel libro già da me citato “Tecnica del colpo di Stato” dice che l’attuabilità del colpo di stato deriva da un evento storico relativamente recente : la formazione dello Stato moderno con la sua burocrazia professionale e le forze armate permanenti. Il potere dello Stato moderno dipende da questo apparato stabile che  con i suoi archivi, le sue pratiche e i suoi funzionari può seguire intimamente e controllare le attività delle organizzazioni minori e dei singoli individui. Gli Stati totalitari si limitano ad avvalersi più pienamente delle informazione ad avvalersi più pienamente delle informazioni a disposizione di tutti gli Stati : lo strumento è lo stesso, ma viene impiegato in modo diverso




Dunque lo Stato cosiddetto totalitario è una mera variante dello Stato moderno ? E perché uno Stato cosiddetto liberale dovrebbe accumulare dati che poi non utilizza ? E’ proprio vero che non li utilizza ? O almeno è proprio vero che non li utilizzerà ? E se non li utilizza, lo fa perché è liberale ?
O perché coloro che svolgono funzioni istituzionali li tengono a disposizione per usi illeciti, privatistici ?


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20 novembre 2007

Da "Antenati" : il suicidio veniva da lontano..

 

Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori

(noi, gli uomini, i padri) qualcuno si è ucciso

Ma una sola vergogna non ci ha mai toccato

Non saremo mai donne, mai schiavi a nessuno



 

Ho trovato una terra trovando i compagni

Una terra cattiva dove è un privilegio

Non far nulla, pensando al futuro.

Perché il solo lavoro non basta a me e ai miei

Noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande

dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi.

Siamo nati per girovagare su quelle colline

Senza donne e le mani tenercele dietro la schiena

 
(Cesare Pavese)


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19 novembre 2007

Cosa è successo nella Casa delle Libertà ?

Strano che in un momento forte di crisi della coalizione di governo alla fine è esplosa la Casa delle Libertà. In realtà la tensione covava da un pezzo : Fini e Casini probabilmente volevano ereditare il patrimonio di consenso del Tychoon, ma questi non voleva morire.
Da ciò l'accostamento di Casini al centro e il freno da parte di Fini alla formazione di un partito unico della Destra, il primo tentativo di andare da solo e di fare un partito plebiscitario attraverso la Brambilla, l'attesa paziente del passaggio del cadavere sulla corrente del fiume della spallata fallita da parte di Fini e Casini ed il loro favore ad un'idea veltroniana di Grosse Koalition per le riforme istituzionali e non. Da qui infine il progetto già in cantiere del Partito del popolo delle libertà.
Bossi guarda mesto il suo orticello nella Cacania della sua parabola politica.
Berlusconi accetta la sconfitta a questo primo round, ma si propone come interlocutore principale di Veltroni al fine di fare la sola riforma elettorale per poi andare alle elezioni dove vincerebbe a mani basse in nome dell'evasione fiscale.



Per Fini e Casini invece una grosse Koalition servirebbe a mettere in frigo il vecchio Jolly Jocker della politica italiana e consentirebbe loro un trapasso soft verso una Destra post-berlusconiana. Probabilmente Veltroni sarebbe favorevole a questa loro strategia attendista al fine di prendere respiro e di giocarsi carte migliori tra qualche anno.
La Sinistra unita invece dovrebbe guardare con favore al tentativo berlusconiano per indebolire l'idea di Grosse Koalition, guadagnare tempo mentre loro si accapigliano e giocare la carta di un Prodino Due che consenta loro un po' di sottogoverno oltre a mantenere il carro del capitale italico lungo la discesa di una ennesima mini-accumulazione.
La sinistra di Rifondazione è assolutamente priva di idee e si piazza a destra o a sinistra degli ultrà o centellina il suo Turigliatto. Un nuovo partito comunista sembra essere un sogno in queste condizioni o quanto meno un obiettivo da prepararsi con calma e serietà


18 novembre 2007

Marx e l’economia volgare su grandezza di valore e valore relativo

 

Marx circa il rapporto tra valore (grandezza di valore e valore relativo) analizza l’approccio dell’economia volgare a questo problema e cita J.Broadhurst . Quest’ultimo asserisce che, se si ammette che A scende perché B, con il quale è scambiato, sale, sebbene per A non sia speso nel frattempo meno lavoro, allora cade a terra il principio generale del valore. Broadhurst aggiunge che se si ammette che salendo il valore di A in relazione a B, scende il valore di B in relazione ad A, viene tolto il terreno sotto i piedi alla teoria del valore lavoro di Ricardo, perché se una variazione dei costi di A non cambia solo il valore di A in rapporto a B, ma anche il valore di B in rapporto ad A, benché non abbia luogo nessuna variazione della quantità di lavoro richiesta per la produzione di B, allora cade a terra sia la tesi per cui il valore è regolato dalla quantità di valore lavoro che dai costi di produzione.




Marx ha buon gioco a liberarsi di questa sciocca tesi, dal momento che dice che essa è paragonabile alla concezione per cui dal momento che 10 rapportato a diversi numeri dà luogo a diversi risultati fa cadere la tesi che il numero 10 sia determinato dalle unità che lo compongono. L’analogia forse non è del tutto appropriata (il numero “10” non è una cosa), ma il ragionamento è ugualmente individuabile : il valore relativo è proprio nel rapporto tra grandezze di valore. Se una di queste muta (e Broadhurst non nega che essa muti perché cambia il tempo di lavoro necessario a produrla), muta anche il rapporto ed il rapporto inverso, mentre non muta la grandezza di valore del bene il cui tempo di produzione sia rimasto invariato. Se c’è un difetto nella teoria del valore lavoro non è certamente qui.


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18 novembre 2007

Ciociole 10 (Il mondo visto da Crociuzzo e Addolorata)

SCAMBISTI POLITICI 

Addolorata: "Mastella dice no  al gruppone con Prodi..."
Crociuzzo: "Non si sono messi d'accordo su chi debba inculare l'altro durante l'ammucchiata..."

IL  FLAGELLO DELLA DROGA

Addolorata: "Tir in panne, a bordo 16 Kg di cocaina..."
Crociuzzo: "Mo' pure i Tir Tir...ano..."


VIA..(GRA) ALLA FINANZIARIA...

Addolorata: "Per Bossi ora il governo non cade più..."
Crociuzzo: "Forse ce l'ha duro anche Prodi..."

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STOP AND GO

Addolorata: "Ricordi quando l'economia era ciclica ? C'erano le vacche grasse e le vacche magre..."
Crociuzzo: "Adesso il pensiero unico riconosce ormai che il bastone e la carota possono avere lo stesso utilizzo..."

 



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17 novembre 2007

Cirineide

Paolo Cirino Pomicino è stato uno dei più pittoreschi protagonisti della Prima Repubblica.
Dal suo libro "Strettamente riservato" credo si possano estrarre autentiche perle di saggezza e di modestia

"Anche nei campi di calcio sono stato un innovatore. A quell'epoca infatti in difesa giocavano solo marcantoni spaccaosse, grande stazza e fisico potente. Io sono alto appena un metro e sessantotto. Però ero veloce : scattavo, giocavo d'anticipo, fluidificavo. La stessa tattica che adotterò poi anche in politica"

"Ci sono migliaia di disoccupati e noi restiamo senza becchini ? Organizzai subito un concorso.....
Scegliere era impossibile. E così decisi di risolvere la situazione alla mia maniera : allargai le maglie del concorso. Assunsi tutti e trecento i candidati. I lavoratori del cimitero sono stati per vent'anni miei elettori fedeli. A chi mi accusa di clientelismo vorrei chiedere : è possibile far funzionare i cimiteri senza becchini ?"


15 novembre 2007

Precarietà ed occupazione secondo Emiliano Brancaccio

 

 

Emiliano Brancaccio è un giovane e brillante economista di sinistra la cui capacità di sintesi e di vis polemica stanno rapidamente imponendosi sia attraverso articoli di giornale sia attraverso la partecipazione a programmi televisivi

Parleremo qui della polemica che lo ha contrapposto a Francesco Giavazzi e Pietro Ichino.

In questa polemica Brancaccio si chiede se le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione, visto che esse non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Giavazzi dice di sì e porta come argomento l’aumento dell’occupazione in Europa dal 1996 al 2006.

Brancaccio nota la genericità della correlazione ed afferma anzi che l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

Prima di procedere Brancaccio precisa i termini adottati e gli indici utilizzati : il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation).




Quest’ultimo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono.

Brancaccio analizza il rapporto statistico tra i tassi di disoccupazione e di occupazione e l’indice EPL e conclude che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili.

Infatti l’EPL dal 1998 al 2003 si riduce nella maggioranza dei paesi presi in considerazione dall’analisi. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione.

Brancaccio nota però che esiste una eccezione, almeno un caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si è verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione : Questa eccezione è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna.

Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione.

Ma, dice Brancaccio, basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente.

Ma, si domanda allora Brancaccio, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio.

Brancaccio conclude l’articolo dicendo che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero e questo non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, ( i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità ) ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono.

 


14 novembre 2007

Da "I mari del sud..."

La città mi ha insegnato infinite paure :
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato da un viso.

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Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo....

(C. Pavese)


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